I frutti dell'assistenzialismo all'italiana
Disoccupazione record, salari record (per quanto sono bassi). I dati diffusi ieri disegnano l'immagine di un paese che, nel gorgo della crisi, continua ad affondare, trascinato dalla sua stessa zavorra. Per l'Istat, la disoccupazione a dicembre è salita all'8,5%, 0,2 punti percentuali in più di novembre. Sebbene non sia un valore tra i più alti in Europa, dove la Spagna guida la classifica col 19,5%, è comunque preoccupante: è il livello peggiore dal 2004, e soprattutto la disoccupazione giovanile arriva a uno spaventoso 26,2%. Fotografia perfetta di un mercato del lavoro duale, dove qualcuno ereditai privilegi di un mercato del lavoro ingessato, gli altri ne pagano il prezzo. Fotografia perfetta, anche, della nazione più sindacalizzata d'Europa.
Ad abudantiam: un rapporto Eurispes rivela che «dalla classifica 2008 relativa alle economie che fanno parte dell'Ocse emerge che, a parità di potere d'acquisto, l'Italia occupa il ventitreesimo posto sui trenta Paesi monitorati, con un salario medio netto annuo che am monta a 21.374 dollari, pari a poco più di 14.700 euro». Il basso salario è l'altra faccia delle protezioni a favore della «generazione articolo 18».
In Italia i contributi, in parte a carico del lavoratore e in parte dell'azienda, ammontano a circa il 40% del costo del lavoro: nel Regno Unito è circa la metà, e quasi da nessuna parte si arriva dove siamo noi. Peggio ancora, il sostituto d'imposta rende opaca la realtà, e crea il paradosso per cui le imprese si lamentano del costo del lavoro troppo alto, i lavoratori mugugnano per lo stipendio troppo basso, ed entrambi hanno ragione. Anche per questo, merita sostengo la battaglia di Giorgio Fidenato, l'imprenditore di Pordenone in lotta con la burocrazia perché ha versato ai suoi dipendenti l'intero salario, lasciando a loro il compito di versare tasse e contributi.
Questi dati sono tanto più preoccupanti se posti sullo sfondo di un mondo che, faticosamente, esce dalla recessione. L'Italia - della quale si è detto che ne sarebbe emersa «più forte di prima e più forte degli altri» - spera di chiudere il 2010 con una crescita dell'l,l%: un piccolo passo avanti dopo il balzo indietro del 2009 (meno 4,7%).
Intanto, Francia e Germania puntano a un più corposo 1,5%, pur avendo chiuso l'anno scorso poco peggio (Berlino, -5%) o molto meglio (Parigi, -2,2%) di noi. Ancora più impressionante è l'andamento degli Stati Uniti, che pure sono stati l'epicentro della crisi: nel quarto trimestre 2009 hanno raggiunto un incredibile 5,7%, un punto in più rispetto all e attese, che consente di limitare i danni al -2,4%. L il dato peggiore dal 1946: eppure è di gran lunga migliore della nostra performance, tanto più che il reddito pro capite era fin dall'inizio ben superiore al nostro. Come si spiegano questi dati? La diagnosi è la stessa di sempre. L'Italia è malata di troppo Stato: troppo debito (105,7% del Pil nel 2008), troppa spesa pubblica (48,7% del Pi!), troppe tasse (la pressione fiscale nel 2008 era del 42,8%). L chiaro che questi fattori s'intersecano: il debito si traduce in una spesa per interessi pari a circa 80 miliardi di euro, che aggiungendosi a una scarsa efficienza nell'impiego delle risorse pubbliche - porta l'esborso complessivo delle pubbliche amministrazioni a un tetto altissimo. Tant'è che neppure la fiscalità riesce a coprire il fabbisogno e il bilancio si chiude sistematicamente in deficit (2,7% nel 2008).
La buona notizia è che lo spazio di manovra, per quanto ristretto, c'è. Sul fronte della spesa, i tentativi di riforma del ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, possono aprire utili margini. Dal lato della crescita, liberalizzare i mercati potrebbe accelerare lo sviluppo economico, facendo lievitare la base imponibile e dunque il gettito delle imposte, a costo zero per l'erario (ma a un grande costo politico per chi voglia scalfire le rendite). Per quel che riguarda il fisco, un percorso sostenibile di riduzione delle imposte esiste. Lo hanno illustrato Ernesto Felli e Giovanni Tria, in un articolo sul Foglio del 17 ottobre 2007: «noi proponiamo di finanziare integralmente o parzialmente - a seconda che si voglia ottenere una pressione fiscale complessiva ex-ante invariata o decrescente - il taglio delle aliquote Irpef attraverso un aumento temporaneo della tassazione sui consumi finali». Perfino Giulio Tremonti si è recentemente espresso per lo spostamento del baricentro fiscale dall'imposizione diretta a quella indiretta. Insufficiente, senza dubbio: necessario, però. Inoltre, la cura dimagrante alla spesa e la disciplina finanziaria per abbattere il debito (magari con qualche privatizzazione coraggiosa) potrebbe aiutare a costruire un programma di medio termine per l'abbattimento della pressione fiscale.
Non è facile, ma è necessario. In gioco non c'è l'ambizione politica: c'è la sopravvivenza economica del Paese.
Da Libero, 30 gennaio 2010