In una Milano stretta dall’afa, l’Istituto Bruno Leoni ha presentato la terza edizione del suo Indice delle liberalizzazioni
In una Milano stretta dall’afa, con l’indice di temperatura equivalente (Teq) che schizzava verso l’alto, l’Istituto Bruno Leoni ha presentato la terza edizione del suo Indice delle liberalizzazioni. C’erano: Rodolfo De Benedetti, amministratore delegato Gruppo CIR, Luca Enriques, commissario Consob, Giampaolo Galli, direttore generale di Confindustria, Roberto Mazzotta, consigliere Banca Popolare di Milano e Salvatore Rebecchini, commissario Autorità garante della concorrenza e del mercato.
Dopo la presentazione introduttiva di Carlo Stagnaro, direttore ricerche dell’Istituto e curatore del report, la discussione è stata ad ampio spettro, anche perché il rapporto, alla sua terza edizione, col tempo è cresciuto non poco. Quest’anno sono stati aggiunti: i servizi finanziari, le infrastrutture autostradali e la televisione. La metodologia utilizzata per misurare il grado di liberalizzazione, non tanto con l’obiettivo di stimare puntualmente gli effetti dell’apertura del mercati, quanto con lo scopo di misurane l’estensione, è (correttamente) quella del ricorso a un
benchmark di buone pratiche cui rapportarsi: il paese “più liberalizzato” all’interno dell’Unione Europea, unica eccezione i servizi finanziari per i quali si ricorre alla Svizzera.
Quasi sempre il modello migliore (quello più in alto) è quello inglese, naturalmente. E’ proprio al Regno Unito è dedicata la prefazione-saggio (44 pagine) del prof. Stephen Littlechild:
Regolamentazione, eccesso di regolamentazione e deregolamentazione (
PDF); già, perché questa volta il rapporto è diventato un libro, ben 347 pagine a 26 euro,
edito da IBL libri (anche gli istituti di ricerca, sul modello delle università anglosassoni, si integrano verticalmente). Il volume oltre che corposo è denso, merita una recensione a parte.
Torniamo quindi alla presentazione: si parlato di banche, ferrovie, crisi finanziaria e economica (inevitabilmente), regole e livelli istituzionali, tassi di interesse e Regolamentazione integrata per banche e intermediari finanziari, ma si parlato anche di energia, non foss’altro perché energia elettrica e gas non sono messi poi così male (v. Staffetta 25/05), specie se confrontati con gli altri servizi a rete. Meglio l’energia elettrica che il gas. Giudizio, quest’ultimo, ripreso anche dai partecipanti al tavolo.
Rebecchini è stato piuttosto duro sulla questione degli stoccaggi, criticando l’arrocco di Eni con cessione di Stogit, e Italgas, a Snam Rete Gas, ricordando che non si tratta di un monopolio naturale e, quindi, potrebbero essere messi tutti singolarmente all’asta.
Galli ha lamentato la lentezza autorizzativa che grava sul settore, evidenziando come i ritardi della rete non permettano di godere appieno dei progressi che pure si sono ottenuti nella generazione, con l’esempio lampante della Zona Sud.
De Benedetti, infine, ha parlato di una cultura della liberalizzazione molto bassa, dove le aperture dei mercati si sono fatte sulla spinta degli obblighi europei. Anche se non poco si è fatto, ha proseguito, nella produzione di energia dove il dimagrimento forzoso di ENEL ha portato della vera concorrenza, certo lo Stato è sempre presente, e qui ha lanciato una provocazione: “Perché lo Stato non esce una volta per tutte dai settori regolati ? Perché non si limita a fare buone regole, lasciando spazio all’iniziativa degli imprenditori privati?”. La congiuntura recessiva, poi, sarebbe anche una buona occasione per tornare a privatizzare. Ha fatto anche un piccolo appunto ai dati relativi a energia elettrica e gas, fermi quasi sempre al 2007. E’ vero, ma questo è indicativo di un problema spesso trascurato: la perdita dell’informazione statistica che, specialmente nel gas, è aumentata all’aumentare del grado di liberalizzazione. Del resto anche Sorgenia, di recente, ha parlato di 400 distributori gas, dato che, per l’appunto, risale a qualche anno fa.
Da
La Staffetta Quotidiana, 26 maggio 2009