Istituto Bruno Leoni
Scorporare o non scorporare: questo è il dilemma
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Per certi versi, la crisi di Telecom Italia somiglia ad una febbre terzana. Periodicamente riemerge, poi si sopisce per un po’ ma solo per ritornare ancora più acuta. Per altri versi, sembra un’occasione per riparare agli errori del passato…
Per certi versi, la crisi di Telecom Italia somiglia ad una febbre terzana. Periodicamente riemerge, poi si sopisce per un po’ ma solo per ritornare ancora più acuta. Per altri versi, sembra un’occasione per riparare agli errori del passato che si ripresenta ma non viene mai raccolta per preferire un’altra soluzione provvisoria. E la crisi puntualmente si ripresenta.
La soluzione che questa volta sta maturando prevede due pilastri: una separazione della rete dal servizio sulla base del modello inglese e un rafforzamento dei poteri dell’Autorità Garante per le Telecomunicazioni. A parte alcuni distinguo tattici, questa è la soluzione che sembra prevalere. E da più parti si spinge per una soluzione rapida in questa direzione. Ma è davvero la soluzione migliore?
Il modello inglese prevede una separazione soltanto amministrativa dell’ultimo miglio della rete dal servizio al dettaglio con la proprietà che però rimane sempre in capo all’incumbent. Gli incentivi e la governance delle due entità sono separate come sono anche distinti il marchio, le strutture fisiche e il flusso delle informazioni. La separazione funzionale non è poi così male. Openreach, la divisione di BT a capo della rete, fornisce al gruppo il 26% dei ricavi, il 28% dell’EBIDTA e il 45% dell’EBIT. È di gran lunga la migliore divisione di BT.
Le ragioni che avevano spinto l’OFCOM, l’authority inglese, che pure aveva valutato la separazione societaria, a propendere per la separazione amministrativa erano legate soprattutto alle difficoltà riscontrate nella privatizzazione delle ferrovie inglesi. Ciò rendeva preferibile un atteggiamento prudente con una formula più leggera e facilmente reversibile. La separazione funzionale ha un elevato costo di controllo, ed anche per questo l’organico e il budget di Ofcom sono circa il triplo di quelli della nostra Agcom. In UK ci sono 247 impegni, molto dettagliati e legalmente vincolanti, che BT deve rispettare per garantire una “equivalence of input” ai suoi concorrenti e sono stati necessari più di 17 mesi di lavoro per individuarli. Per farli rispettare Ofcom ha poteri molto estesi di regolazione e intervento. Contro le sue decisioni può essere fatto appello presso una corte specializzata (la Competition Appeals Tribunal o la Competition Commission) ma ad oggi solo 5 ricorsi sono stati presentati e 2 accolti. In Italia una regolazione così dettagliata fa nascere spontanea una domanda: potrà funzionare? In UK Cable & Wireless non è molto convinta che il sistema sia perfetto. In Italia i dubbi non sono legittimati dai poteri dell’Agcom, che tutti vorrebbero giustamente ampliare, ma dal sistema che incapsula la sua attività e che potrebbero essere modificati solo con una robusta revisione della Costituzione. Come si può fare impresa a colpi di ricorsi al TAR?
Una separazione societaria sarebbe ben più facile da gestire efficacemente e più veloce da implementare. Per farlo non è necessario l’intervento pubblico. Se TI volesse vendere la sua rete “societarizzata”, troverebbe molti investitori che apprezzerebbero il suo profilo rischio-rendimento simile a quello di una utility anche se soggetta ad obsolescenza tecnologica.
Infine, c’è il problema di cosa separare. L’opinione prevalente è che separare l’ultimo miglio è più che sufficiente, come nel caso inglese. In UK lo hanno fatto per le ragioni di cui sopra e perchè quando l’hanno fatto non si pensava ancora a reti di nuova generazione (NGN) in fibra ottica. Separando solo l’ultimo miglio, chi investirà nelle nuove reti? Non sarà possibile evitare duplicazioni e quindi inefficienze. La competizione infrastrutturale è ormai datata. Il futuro è la competizione sui servizi. Controllare il rame darebbe un vantaggio solo di breve periodo esponendo all’irresistibile tentazione di finanziare i servizi con gli extraprofitti della rete in monopolio. E allora, questi come potranno diventare più competitivi? Chi avrà mai incentivi a innovare?
Le scelte da fare sono epocali e il tempo è tiranno. Ma sarebbe bello dare alla telecomunicazioni un assetto più stabile ed evitare un altro giro di giostra.

Da Europa, 12 aprile 2007
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