Il mercato funziona perché non ha fine
Le pagine de "L'intelligenza del denaro" in cui Mingardi si interroga sul perché restiamo diffidenti se non apertamente ostili al libero scambio, vibrano di passione, logica e umana più ancora che politica e civile
Si dice che Laplace, a Napoleone che gli chiedeva perché nella sua spiegazione dell'origine del sistema solare non fosse mai nominato Dio, rispondesse: «Je n'ai pas besoin de cette hypothèse». Quando James Buchanan afferma che il mercato «non è un mezzo per realizzare un determinato fine», dice in fondo una cosa analoga: non c'è bisogno di una spiegazione del mercato esogena al mercato stesso. Nel mercato, inteso come attività di scambio, si crea ricchezza, ma il mercato non ha lo scopo di creare ricchezza. Dal mercato trae normalmente profitto chi ha migliori attitudini, competenze, volontà, ma il mercato non è volto a premiare il merito. Il mercato distribuisce la ricchezza, ma non è uno strumento per creare eguaglianza. Crea conoscenza, ma non è preordinato a crearla. È efficiente, nel senso che consente a ciascuno di acquisire solo le informazioni che gli servono e, se crede, tutte quelle che pensa gli possano servire; non efficiente nel senso di impiego delle risorse. Perché il mercato è un processo che non ha un fine predeterminato: per questo chi vi partecipa può realizzare i propri fini individuali in libertà, la libertà di scegliere e la libertà di farsi scegliere. Scegliere le cose che ci servono per realizzare i nostri obiettivi, essere scelti per le cose che sappiamo inventare. Analogamente «intelligenza» del mercato (o del danaro) può intendersi, antropomorficamente, come la capacità del mercato di scoprire prezzi; ma anche, propriamente, come capacità nostra di comprenderne la natura di processo.
Il mercato ha bisogno di essere protetto, dai predoni esterni che possono razziare, dai lestofanti interni che possono derubare; perché sia consentito lo scambio di diritti di proprietà il mercato ha bisogno di regole, astratte, generali, uniformemente applicabili, e di istituzioni che le facciano rispettare. Sorge la tentazione di interferire con il processo. Imponendo un fine, magari quello, reso famoso da Olaf Palme, di ingrossare la pecora perché più abbondante sia il vello da tosare; concretamente, imponendo regolamentazioni, dazi, tasse perché l'esito del processo corrisponda alla volontà del governante. Ma l'esito è sempre di sottrarre spazi alla libertà, quella di scegliere e quella di essere scelti, e di alterare il meccanismo fondamentale di fornire informazioni attraverso i prezzi. Le «correzioni» per i presunti «fallimenti del mercato» li provocano davvero.

La descrizione del mercato come processo del primo capitolo è limpida; quella, dei capitoli seguenti, delle conseguenze, volute e inintenzionali, che si hanno quando si distorce il processo, è precisa. Il tono è piano, a volte arguto, mai polemico; l'argomentazione è più descrittiva che valutativa. Fino alle pagine finali della conclusione: lì, quando Alberto Mingardi, collaboratore di questo supplemento, nel suo L'intelligenza del denaro si interroga sui perché, perché «restiamo diffidenti se non apertamente ostili verso il processo di mercato», il tono si impenna, cambia il registro, le pagine vibrano di passione, logica e umana più ancora che politica e civile. Che i cittadini chiedano ai governanti protezioni da pericoli e rimedi ai loro mali pur se quelle non proteggono e questi non rimediano, che la gente abbia paura del mercato, lo si può anche comprendere. O che la politica, o la burocrazia, o l'accademia alimentino populistici timori per sfruttarli a proprio vantaggio. O che non sia facile capacitarsi che il mondo è quello che è perché il gatto di Schrödinger è vivo e morto, che non c'è nessun «disegno intelligente» a indirizzare l'evoluzione, che tutto ciò che pensiamo si svolge nel cervello. Il ragionare di Mingardi è tanto convincente che par fuori luogo discutere se la sua visione sia di un liberale o di un liberista, se lo sia per convinzione o per religione (o per disperazione). Si perderebbe il gusto del libro leggendolo «utilitaristicamente» come un'ulteriore dimostrazione che il liberismo è di sinistra, o che lo Stato minimo è più conveniente per tutti. Mingardi sposta per così dire a monte il divaricarsi delle preferenze politiche, quando esorta a «provare a guardare la realtà per quello che è, condizionata, come inevitabilmente capita, dal caso e dalla storia, ma soprendentemente in grado di filtrare, in un immenso setaccio fatto delle scelte di miliardi di persone, le sorprese buone e dividerle da quelle cattive», dato che «il mercato siamo noi: non pedoni, torri e alfieri ma esseri umani imprevedibili, impauriti, meschini, sorprendenti, limitati e geniali, gente per bene e perfetti stronzi, persone innamorate e cinici gretti, filantropi e magliari». Ma l'esigenza che spinge a cercare il libretto di istruzioni, a incasellare in un modello una realtà che non è giusta o sbagliata, buona o cattiva, si può spiegare solo nella storia. Il problema che pone Mingardi – perché faccia sovente difetto l'intelligenza del mercato – è più epistemologico che politico: non c'è una ragione che spieghi perché gli individui scelgano di organizzarsi in un certo modo, oppure quanto risparmiare e quanto consumare. Ma si conquistano spazi di libertà a «rinunciare al divorante bisogno di un ordine sovrimposto che abbia il pregio di risultarci immediatamente chiaro sulla carta». A non esigere che «la chiarezza del progetto garantisca la bellezza dell'esito». A considerare positiva l'infinita capacità combinatoria della vita.

Da Il Sole 24 ore, 3 marzo 2013
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