Quel volo ad ali spiegate grazie alle piume statali
"L'intelligenza del denaro" di Alberto Mingardi, Marsilio Editori, per riscoprire il mercato in Italia
«Silvio Berlusconi è stato il nostro ritratto di Dorian Gray: le sue parole ci lasciavano intuire che l'Italia poteva cambiare, le sue azioni ci rassicuravano circa il fatto che ciò non sarebbe avvenuto». E la storia della riscoperta del mercato in Italia dopo la caduta del Muro di Berlino e Tangentopoli come la racconta Alberto Mingardi nel suo L'intelligenza del denaro. Perché il mercato ha ragione anche quando ha torto (Marsilio 2013, pp. 336, 21 euro, ebook 11,99 euro). Ed è anche la storia del mercato libero, un po' dappertutto.

Libro di grande divulgazione, chiaro, efficace, in cui rendono testimonianza in favore della libertà non solo Adam Smith, Karl Popper e David Ricardo, ma anche Eminem e i Simpson, gli Hobbit e Spiderman, L'intelligenza del denaro non è soltanto una scanzonata difesa della Mano Invisibile da parte del direttore generale dell'Istituto Bruno Leoni, il centro studi torinese che promuove le idee liberali. È un libro sulle idee fisse dei politici: ieri il socialismo variamente messo in musica, oggi l'idea che l'economia sia un affare da tecnici: «Nulla sembra più sensato che affidare decisioni sul futuro degli affari economici ai competenti. In Italia lo facciamo fin dall'epoca fascista, con i brillanti risultati che lo sviluppo dei piani pluriennali per lo sviluppo del Mezzogiorno e il nostro debito pubblico testimoniano con la vacua fierezza di un monumento littorio». «Mercato o regole», allora? Parole come comunismo o socialismo, «che nel secolo passato sono state potenti calamite di consenso, non vengono più utilizzate, ma la sostanza è la stessa». Niente, specie l'esperienza, scoraggia gli avversari ideologici del mercato (ministeri dell'economia, istituzioni economiche globali) dall'agitare la bandiera della «politica industriale». Dopo la crisi delle partecipazioni statali, osserva Mingardi, le burocrazie statali hanno deciso «di concentrarsi sulle funzioni regolatorie per gestire le "transizioni al mercato"», col risultato di «perseguire fini non troppo diversi con altri strumenti. La regolamentazione è la prosecuzione della politica industriale con altri mezzi».

Dopo di che, per ovviare al dominio imperscrutabile delle burocrazie sui processi economici, si è pensato che non ci sia «regola» più efficace del merito. Ma «il segrelo del capitalismo», scrive Mingardi, «non è il merito: è la competizione. La burocrazia può ispirarsi anche a principi meritocratici, ma resta monopolista, sottratta al giudizio sia dei consumatori che dei suoi azionisti, che hanno poco potere su com'è condotta». Mesi fa il presidente Obama ha spiegato agl'imprenditori, troppo remunerati e mai abbastanza tassati, che al successo non sono arrivati da soli ma col concorso di tutte le persone che li hanno variamente aiutati e ispirati. «In poche ore l'immagine d'un giovane Steve Jobs con un Mac ha cominciato a circolare su internet. Scolpito sotto il volto beffardo del giovane Jobs, stava un "You didn't build that"». Non che Obama avesse torto. «Chiunque spicchi il volo lo fa con ali più grandi dell'estensione delle sue braccia», ammette Mingardi, che pero subito aggiunge: «L'aspetto bizzarro è il curioso sottinteso per cui le piume sarebbero state fornite dallo Stato nazionale».

Da Sette, 15 febbraio 2013
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