L'effetto Eni travolge i distributori
Feroce la mossa del gruppo di Stato di ridurre i prezzi
Dopo il maxisconto festivo di 20 centesimi, arriva lo sconticino per i giorni feriali. Eni ha annunciato ieri una riduzione di 2 centesimi, dovuta all'aggiustamento al calo dei prezzi internazionali. Questo taglio si aggiunge ai 2,3 centesimi e 2,9 centesimi che, rispettivamente, benzina e gasolio hanno lasciato sul terreno nelle scorse due settimane fa, e che compensano i 2 centesimi aggiunti alle accise dopo il terremoto. Si riduce pure lo stacco con l'Europa, che scende sotto i 3 centesimi rispetto a un valor medio attorno ai 4 cent (al netto delle imposte).

Di fronte a una simile politica di prezzo del market leader (che ha circa il 30% del mercato), le altre compagnie reagiscono in ordine sparso: chi ha le spalle abbastanza larghe (come Esso e Q8) accetta la sfida, gli altri, inclusi i restisti indipendenti, abbozzano e si preparano al bagno di sangue. La mossa del gruppo di Stato è feroce. Secondo l'azienda stessa, costerà attorno ai 180 milioni di euro di minori ricavi: scendere di 20 centesimi nel fine settimana significa vendere sotto costo, e mettere sotto pressione i margini, già non esaltanti, propri e dei competitor. Chi può, rilancia e protegge i volumi; chi non ce la fa, ha davanti un futuro molto cupo. Qualcuno invoca l'Antitrust, lanciando l'accusa del "dumping" - e non è detto che Piazza Verdi non abbia nulla da dire.

Di sicuro, questa accelerazione non sarà priva di effetti. E' possibile che le stazioni di rifornimento più piccole o prive del "cuscinetto" dei prodotti non oil siano costrette a chiudere i battenti. Un triste destino per i gestori. D'altronde, di razionalizzare una rete ridondante - e principale causa della differenza tra i prezzi italiani ed europei - si parla da anni e ci sarebbe stato tutto il tempo di trovare forme di transizione più morbide. I sindacati dei gestori si sono sempre arroccati: chi semina vento, questo raccoglie. Contemporaneamente, i maliziosi si chiedono cosa vi sia dietro la manovra del Cane a sei zampe: solo una politica commerciale aggressiva? Oppure inconfessabile scambio politico? Se l'Eni fosse privata, il problema non si porrebbe; essendo invece a controllato pubblico, e avendo appena scongiurato la effettiva separazione della rete gas - attraverso il passaggio nelle mani amiche della Cassa depositi e prestiti - qualche dubbio può legittimamente sorgere.

Il sangue non scorrerà solo a valle, tra i distributori, ma anche a monte, tra i raffinatori. Mentre gli italiani tirano un sospiro di sollievo, il comparto petrolifero attraversa una crisi profonda e strutturale, di cui ha dato conto Gilda Ferrari (Il Secolo XIX, 14 maggio 2012). Eni stessa ha sospeso l'operatività di due raffinerie (Gela e Porto Marghera), mentre l'impianto Tamoil di Cremona ha chiuso l'anno scorso. Il fragile equilibrio così raggiunto potrebbe rompersi, portando alla dismissione di uno o due altri stabilimenti.

Per gli automobilisti è, forse, una buona notizia, almeno nell'immediato. Ma non cancella un serio problema: il peso degli aumenti fiscali (16 centesimi sulla benzina e 19 sul diesel dal gennaio 2011, più l'Iva a sua volta cresciuta dal 20 al 21% e in procinto di lievitare fino al 23%) si è scaricato un po' sui consumatori (a maggio la domanda è scesa del 9,6%), un po' su un settore in difficoltà. Perdere un altro pezzo di industria può essere una spiacevole parte del gioco globale, ma fa una certa tristezza constatare che le politiche fiscali hanno accelerato la deriva. Almeno, non si può più dire che non ci sia concorrenza: se mai c'è stato un tavolo, è saltato col botto.

Da Il Secolo XIX, 22 giugno 2012

Twitter: @CarloStagnaro
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