Nella "manovra" del governo Monti (che l'Istituto Bruno Leoni ha già esaminato in dettaglio) ci sono tre elementi importanti e positivi.
Primo, il definitivo completamento della riforma previdenziale del 1995 con l’estensione erga omnes del metodo contributivo pro rata, il ripristino di una età flessibile di pensionamento, l’accelerazione della equiparazione dell’età pensionabile femminile a quella maschile, il superamento dell’istituto delle pensioni di anzianità, e la unificazione degli istituti di previdenza (un tema di cui al punto 2a della Lettera del Presidente in carica della Banca centrale europea Jean Claude Trichet e del Presidente nominato della BCE Mario Draghi del 5 agosto scorso e al punto 5 della Richiesta di chiarimenti dei presidenti del Consiglio Europeo e della Commissione Europea del 7 novembre scorso).
Secondo, la restituzione agli enti locali di una significativa ed autonoma capacità impositiva e, con essa, il ritorno ad una concezione sana e corretta del federalismo fiscale basata, per quanto possibile, sulla responsabilità degli enti locali e sulla accountability degli amministratori locali nei confronti dei loro elettori.
Terzo, lo spostamento – sia pure in misura ancora ridotta – del carico fiscale dai redditi d’impresa ai patrimoni (punto 7 della Richiesta di chiarimenti). Il che, sia detto per inciso, visto che le imprese sono anche proprietarie di immobili non implica affatto che da questo provvedimento le imprese escano con un carico fiscale minore.
Queste scelte corrispondono puntualmente in un caso su tre alle richieste della BCE del 5 agosto scorso e in due casi su tre alla Richiesta di chiarimenti dei presidenti del Consiglio Europeo e della Commissione Europea del 7 novembre scorso. Com’è evidente nel caso degli interventi in campo previdenziale (la cui natura strutturale e la cui portata quantitativa e qualitativa sono difficili da sottovalutare), sono scelte che segnalano che in politica conoscere ciò di cui si parla non è necessariamente uno svantaggio.
Su molti altri punti – altrettanto importanti, se non ancora più importanti – le perplessità non mancano.
Non mancano in particolare sul tema di fondo: il rapporto fra la politica di bilancio italiana e la crisi dei debiti sovrani europei in corso. Il che chiama in causa il disegno stesso della manovra e le leve sulle quali la manovra è basata, in particolare su tre punti.
Primo, tutto sui flussi e nulla sugli stock. La manovra in esame conferma l’impegno del governo italiano ad un pieno consolidamento delle finanze pubbliche anche in presenza di tendenze congiunturali tali da implicare un peggioramento dei saldi (punto 2a della Lettera della BCE e punto 2 della Richiesta di chiarimenti). La riduzione dell’indebitamento netto è, come sappiamo, pari a 20 mld. ca. (1,3% del Pil) negli anni 2012-2014 e tale da consentire il raggiungimento dell’obbiettivo del pareggio di bilancio nel 2013.
La necessità della manovra non è dunque in discussione come non lo è la sua entità. E’, però, perfettamente legittimo domandarsi se i pericoli per l’Italia siano oggi concentrati nella evoluzione dei flussi del bilancio pubblico. Nel corso del 2012 verranno a scadenza ca. 260 mld. di euro di titoli pubblici italiani. Di questi, quasi 150 fra gennaio e aprile. Circa 15 in gennaio, oltre 50 in febbraio, oltre 40 in marzo e aprile. Ciò significa che – se l’integrazione fiscale a 26 troverà forma compiuta nel marzo 2012 – l’Italia dovrà attraversare il guado del primo trimestre 2012 senza protezioni di sorta. Senza protezioni a livello europeo, con la sola eccezione di quella indiretta offerta attraverso il Fondo Monetario Internazionale. Senza protezioni a livello domestico, visto che la manovra di cui discutiamo è interamente concentrata sui flussi. Dotarsi oggi degli strumenti necessari per evitare – se si rivelasse necessario – il ricorso al mercato nei primi mesi del 2012 sarebbe stato una forma di elementare prudenza.
Per farlo sarebbe stato necessario rispondere puntualmente ai punti 3 e 4 della Richiesta di chiarimenti (ma anche al punto 1a della Lettera della BCE) – rimasti invece del tutto disattesi - e avviare un programma significativo di dismissione di asset pubblici inteso ad abbattere, nei tempi dovuti, lo stock di debito ma a trarre vantaggio fin d’ora dalla decisione di mettere il patrimonio mobiliare ed immobiliare pubblico al servizio del paese.
In questo quadro, non è affatto da escludere che gli eventi costringano il paese a ricorrere all’assistenza finanziaria del Fondo Monetario nel corso dei prossimi mesi. Se accadesse, è bene ricordare che lo si sarebbe potuto evitare.
Secondo, troppo sulle entrate e poco sulle uscite. Nessuno nega, come si è detto, la natura strutturale dell’intervento in campo previdenziale ed il fatto che lo stesso porterà significativi risparmi di spesa nel medio periodo. Il punto è però altro. Così come è accaduto per le altre manovre varate “nell’emergenza” nel corso degli ultimi mesi, l’aggiustamento dei conti pubblici è concentrato in larga misura sul versante delle entrate in particolare all’inizio del triennio. Nel 2012, le entrate pesano sulla manovra netta per circa il 90%. Nella media del triennio, pesano per quasi tre quarti in media. La pressione fiscale è attesa toccare già nel 2012 il 45%.
Spiace ripetere, a questo proposito, quanto già detto in agosto e poi in settembre e poi ancora in ottobre. Manovre incentrate pressoché interamente sulle entrate aprono la strada per ulteriori manovre in un crescendo di aggiustamenti sempre più ravvicinati nel tempo e sempre meno incisivi (il rinvio è al punto 3 della Lettera della BCE). E’ per questo che tagli lineari – di per se molto inefficienti .- sono preferibili a nessun taglio.
Del resto, a sole poche ore dalla approvazione della manovra alla Camera, il dibattito si è già spostato sulle manovre future e, tanto per cambiare, sui connessi ulteriori aumenti della pressione fiscale (perché questo implica la revisione delle agevolazioni fiscali). Non è un caso. Temo che un ulteriore aggiustamento sia nell’ordine naturale delle cose: il tasso di crescita del Pil sarà, nel 2012, più vicino al -2% che al -1%. Com’è evidente, le manovre degli ultimi mesi (inclusa quella che stiamo esaminando) sono solo in parte responsabili del peggioramento della situazione congiunturale ma ciò non sposta i termini della questione. Siamo comunque lontani dallo -0,5% su cui sono basate le valutazioni governative.
Terzo, troppo “dentro” il bilancio pubblico e troppo poco “fuori” del bilancio pubblico. Le risorse mobilizzate dalla manovra vanno ben oltre i 20 mld. citati e toccano i 32 mld ca. nel 2012, i 35 mld. nel 2013 ed i 37 mld. nel 2014. Di questi, ca. 4 ml. annui corrispondono a maggiori spese: si accrescono le dotazioni finanziarie per gli interventi per lo sviluppo e per il trasporto locale e per l’autotrasporto. Resta da dimostrare che l’efficacia di questi interventi possa risultare superiore a quella che sarebbe derivata da una, sia pur marginalmente, inferiore pressione fiscale. Ciò vale, in particolare per i cd. interventi sullo sviluppo (sostegno all’innovazione, agevolazione dell’accesso al credito). Cambiano i governi, ma l’ipotesi ancora non dimostrata che la crescita si faccia con la spesa pubblica è sempre al governo. E se ciò è vero in generale, lo è ancor più nella situazione attuale caratterizzata da una pressione fiscale ormai insostenibile. Il paese soffoca ed avrebbe bisogno di ossigeno, pensare di risollevarlo con il brodino caldo della spesa pubblica è, prima ancora che illusorio, “tecnicamente” errato.
Al di là delle singole misure, delle quali oltre, è dunque l’intero disegno della manovra che solleva serie perplessità e che lascia pensare che per la terza volta in pochi mesi si sia compiuta una operazione tanto dolorosa quanto inutile. E, com’è noto, non denota acume il ripetere una azione in maniera identica sperando che produca un risultato diverso.
C’è una affermazione che tanto il presidente del consiglio quanto i suoi ministri amano ripetere in questi giorni e riguarda il fatto che “senza questa manovra, ci sarebbe stata la catastrofe”. E’ una affermazione che – sia detto con tutto il rispetto per il presidente del consiglio - offende l’intelligenza degli italiani: l’alternativa non essendo, infatti, fra questa manovra e la catastrofe ma fra questa manovra e un’altra manovra. E mi permetto, credo con qualche fondamento, di dire che un’altra manovra sarebbe stata possibile. Una manovra centrata in misura massiccia sugli stock piuttosto che sui flussi, sui tagli di spesa piuttosto che sulle entrate, sulla capacità di reazione degli italiani piuttosto che sulla capacità di intermediazione dell’operatore pubblico.
Ma le perplessità riguardano anche, purtroppo, singole poste della manovra.
Perplessità sorgono in tema di liberalizzazioni (punto 1a della Lettera della BCE e punti 23 e 24 della Richiesta di chiarimenti). In questo caso, il riferimento non è tanto al progressivo svuotamento del provvedimento governativo (che nel corso della discussione parlamentare ha visto sottrarsi all’apertura del mercato i tassisti e, in buona misura, tanto i farmacisti quanto i professionisti). Il riferimento è, piuttosto, alla scelta di procedere (con la significativa eccezione del commercio e, come si è visto, in termini peraltro esitanti) alla liberalizzazione di comparti tutt’altro che marginali ma indubbiamente minori, trascurando del tutto i temi di maggiore rilevanza: dal mercato del gas a quello del trasporto ferroviario regionale, dai servizi pubblici locali (punto 1a della Lettera della BCE) alla gestione dei servizi postali o del servizio idrico (di cui, ad esempio, al punto 25 della Richiesta di chiarimenti). Come ben sa chi ci legge su questo sito, quale sia il catalogo delle cose da fare e' noto. Rimane, come premio di consolazione, il rafforzamento dei poteri di intervento dell'Antitrust (punto 22 della Richiesta di chiarimenti) e l'avvio - con enorme ritardo - della creazione di un regolatore indipendente per i trasporti.
Perplessità si impongono per quanto riguarda la struttura del nostro sistema fiscale. Su questo fronte, il governo ha ritenuto, in buona sostanza, di “simulare” l’introduzione di una imposta patrimoniale ordinaria considerando separatamente e con modalità impositive differenziate le attività mobili ed immobili che fanno solitamente parte dei patrimoni. Si è sottolineato come l’introduzione di una patrimoniale ordinaria propriamente detta avrebbe comportato tempi di realizzazione incompatibili con la situazione di emergenza e avrebbe potuto indurre indesiderate fughe di capitali. Ne è derivata una patrimoniale ordinaria ispirata al modello del “patchwork”. All’Imposta Municipale Propria (estesa all’abitazione principale la cui rendita catastale viene rivalutata) con aliquota compresa fra lo 0,4% e l’1,06%, si associa una imposta di bollo con aliquota pari allo 0,1% (0,15% dal 2013) sui conti di deposito titoli e sui prodotti finanziari non soggetti a deposito dei titoli (da valutarsi al valore di mercato), una imposta di bollo sui conti correnti in cifra fissa (e con esenzione dei conti correnti con giacenza media inferiore ai 5 mila euro), nonché maggiori imposte sul possesso e sull’utilizzo di beni di lusso (dagli immobili all’estero tassati allo 0,76% del valore di acquisto, alle auto di elevata cilindrata tassate in relazione ai kw eccedenti i 185, alle imbarcazioni tassate in relazione alle dimensioni ed ai periodi di stazionamento , agli aerei tassati in proporzione al peso al decollo). Nulla, invece, per quanto riguarda le partecipazioni nelle società non quotate. Nulla, poi, per quanto riguarda le passività spesso accese a fronte del patrimonio. Non ci vuol molto a capire la portata distorsiva di queste disposizioni che seppelliscono in maniera definitiva ogni principio di neutralità dell’imposta. Se si fossero disposti su un tavolo biglietti diversi con l’indicazione delle più diverse basi imponibili e delle più diverse aliquote e se si fosse chiesto ad un bambino bendato di estrarre a sorte una configurazione della imposizione sui patrimoni si sarebbe, con ogni probabilità, ottenuto un risultato più coerente. Architetture fiscali come quella appena descritta appaiono solitamente molto facili da introdurre – e vi si ricorre, infatti, nell’emergenza – ma, rivelandosi poi difficilissime da smantellare, finiscono per produrre inefficienze che indeboliscono il sistema fiscale che le ospita.
Da anni, l’Amministrazione finanziaria utilizza la rete dei professionisti per attività che trova molto più conveniente non internalizzare. E’ una pratica non commendevole che in questa occasione poteva però essere utilizzata per introdurre una patrimoniale ordinaria sui patrimoni di maggiori dimensioni non distorsiva. Ma per farlo, era necessario essere guidati dall’idea che un fisco chiaro, semplice, neutro, trasparente è fra i principali fattori di sviluppo. Un’idea che da ormai vent’anni non ha cittadinanza in Italia.
Perplessità, infine, non mancano in tema della equità. Non solo nel senso di cui ai giornali di questi giorni. La manovra è iniqua nel momento in cui sposta il carico fiscale dai produttori ai patrimoni ma identifica i produttori nelle sole imprese. La manovra è iniqua nel momento in cui chiede uno sforzo rilevante ed ulteriore alle famiglie ed ai cittadini, e cioè al settore privato, ma si astiene accuratamente dall’intervenire sul settore pubblico (valga per tutte la marcia indietro sulle Province su cui pure si soffermano il punto 3 della Lettera della BCE e il punto 32 della Richiesta di chiarimenti).
Su altre questioni di primaria importanza - ad es., il mercato del lavoro di cui ai punti 1a e 1b della Lettera della BCE e il punto 18-21 della Richiesta di chiarimenti o la riforma della pubblica amministrazione di cui ai punti 2a della Lettera della BCE e i punti 31-33 della Richiesta di chiarimenti - il provvedimento in esame semplicemente tace, riservandosi il Governo di parlare all’inizio del 2012. E’ una scelta rispetto alla quale non si può far altro che ricordare che la Lettera della BCE chiedeva, già in data 5 agosto, che su questi temi si intervenisse “as soon as possible, with decree-laws”.
Un’ultima osservazione di natura più politica. Anche in politica vale il concetto che “nessun pasto è gratis”.
Ad un governo “tecnico” viene affidato, in situazioni di emergenza, un mandato che solitamente include anche una agenda che impegna tanto il mandante quanto il mandatario. Il prezzo che il governo “tecnico” paga per poter esercitare il potere nonostante sia privo di legittimazione elettorale è quello della irrilevanza delle proprie opinioni. Come un chirurgo, al governo “tecnico” si chiede di incidere, tagliare, amputare se necessario, ricucire facendolo al meglio della sua capacità tecnica. Senza far pesare le proprie opinioni.
Una volta ottenuta la fiducia, peraltro, il governo “tecnico” può, se vuole, disattendere il mandato e/o modificare l’agenda adducendo le più diverse ragioni. Se lo fa non può però pretendere che il mandato rimanga vincolante per il mandante. Il prezzo, in questo caso, è dato dalla necessità per il governo di conquistare giorno per giorno il consenso degli elettori e dei loro rappresentanti convincendoli della opportunità e della utilità di seguire una strada diversa da quella prevista e concordata.
Ho letto, nei giorni scorsi, la seguente dichiarazione di un ministro di questo governo: “Sul tema delle privatizzazioni vanno distinti due approcci: il primo che guarda alla cassa, il secondo che guarda alla buona conduzione delle aziende. Bene, il governo privilegia quest’ultimo”. Sono lieto di apprenderlo. Ero rimasto, infatti, ai punti 3 e 4 della Richiesta di chiarimenti ed a ciò che in quella sede viene indicato come “sale of state-owned assets”. Prendo atto che il mandato originario verrà disatteso e che l’agenda è mutata.
Ho ascoltato, nei giorni scorsi, il Presidente del consiglio annunciare che l’Italia si schiererà a favore della introduzione della cd. Tobin tax. Sono lieto di apprenderlo. Ero rimasto, infatti, alla Richiesta di chiarimenti che non mi sembra facesse riferimenti ad eventuali imposte sulle transazioni finanziarie. Prendo atto che il mandato originario verrà disatteso e che l’agenda è mutata.
Ritengo che la situazione italiana ed europea rivestano ancora caratteri di estrema gravità destinati a non scemare nel breve periodo e, anzi, ad accentuarsi nella prima parte dell’anno. I segnali che i mercati stanno inviando in questi giorni ed in queste ore sono campanelli d’allarme che dovrebbero indurci a mettere in sicurezza immediatamente, e per quanto ancora possibile, il paese. Non è il momento della rassicurazione – come sembrano pensare alcuni esponenti del governo - ma quello della verità, anche sgradevole. In questo quadro, la scelta del governo di non mutare significativamente l’agenda, per anteporvi la propria legittima visione del mondo, mi sembrerebbe la più saggia e responsabile.