Vernon Smith: "Rischiamo la deriva giapponese"
Il Nobel in Italia, ospite dell'IBL per l'ottava edizione del Seminario Mises

È l'uomo che ha maggiormente avvicinato la «scienza triste» a una scienza empirica classica: da mezzo secolo Vernon Smith conduce esperimenti pratici per dimostrare come funzionano i processi economici e i mercati. Classe 1927, il Nobel per l'economia è in Italia in questi giorni, ospite dell'istituto Bruno Leoni e dell'università di Torino. Rispetto a qualche anno fa si è tagliato i capelli lunghissimi ma sulle hawaiane e gli anelloni d'argento sembra irriducibile. Gli anelli rimandano in particolare alle tribù dei suoi avi, ai suoi antenati pellerossa. Sulla crisi Smith è pessimista: l'unico istituto che può gestire l'attuale situazione di incertezza, sostiene, «è la bancarotta».


Professore, paragonando l'attuale crisi a quella del '29 lei ha detto che in entrambi i casi non c'è un problema di liquidità ma di insolvenza. Che vuoi dire?

«Voglio dire che il governatore della Fed Bernanke conosce molto bene la Grande depressione e sa che scaturì da errori grossolani delle banche centrali che non diedero liquidità ai mercati. La prima cosa che ha fatto quando è stato sorpreso - dico: sorpreso! dopo sette trimestri consecutivi di calo delle spese per nuove case! - dal crollo dei mutui subprime, è stata iniettare liquidità nei mercati».

Non è bastato.
«Esatto. Quando sono crollati anche i derivati un anno dopo, nel settembre del 2008, ha capito finalmente che il problema era il rischio di insolvenza. E si è preso in carico 1,2-1,3 mila miliardi di asset sporchi dagli istituti di credito. Ma a distanza di tre anni è evidente che alcune di queste grandi banche come Bank of America sono di fatto in bancarotta».

E quindi? Che si può fare?
«Ad oggi la bancarotta è l'unico sistema che abbiamo per rimettere in ordine bilanci marci. Certo, siamo su terreno inesplorato».

Mica tanto. Lehman Brothers ci ha insegnato che si rischia il disastro.
«Certo lo spettro c'è, ma non è motivo per rimuovere la verità. Il problema è che a causa dei bilanci marci che non si sa bene dove siano nessuno si fida e c'è paralisi. Bisogna che vadano in bancarotta salvando i depositanti e limitando il danno agli investitori».

Anche lei vede il rischio di una «sindrome giapponese» in cui l'opacità sulla situazione nei bilanci delle banche blocca tutto?
«Esatto. E siamo anche nella situazione in cui i Paesi europei hanno gli stesi problemi delle banche. I loro debiti sono diventati troppo alti rispetto alla capacità di garantirsi entrate. E l'unico istituto che conosciamo per risolvere una situazione del genere è la bancarotta. Vale sia per la Grecia, sia per Bank of America».

E l'Italia?
«Il problema dell'Italia, come della Grecia, è: quanto può ripagare, realisticamente, del suo debito? Anche in questo caso bisogna fare ordine, bisogna pulire i bilanci. Certo, sia nel caso delle banche sia dei Paesi il problema è su scala troppo ampia».

Appunto: come si fa a far fallire tutti quelli che sono di fatto insolventi senza creare una catastrofe globale? La sfiorammo tre anni fa con una sola banca, Lehman.
«Arrivammo impreparati. Tra l'altro, con il mio collega Steven Gjerstad abbiamo sempre sostenuto che sarebbe arrivato il double dip. Non vedevamo proprio da dove potesse arrivare la ripresa, con quelle montagne di debiti e di bilanci marci».

C'è anche un principio di «moralizzazione» nella sua proposta?
«Direi di sì, se intendiamo il fatto che le banche possono imparare dall'esperienza e che possono cambiare i loro atteggiamenti. Non succederà se le perdoneremo sempre».

Può servire ricapitalizzarle?
«Per il futuro creare cuscinetti patrimoniali è importante. Adesso non basta per risolvere la crisi».

Da La Stampa, 6 ottobre 2011
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