Antonio De Viti De Marco, l’arte della finanza

Prof. de Viti de Marco, quest’anno cade un importante centenario…
Come scusi?

La Lega del 1914!
Già, la Lega antiprotezionista. Se non ricordo male fu Salvemini a proporla. Oltre a me furono della partita gente come Einaudi, Giretti, Borgatta, Chiesa. Fu una cosa trasversale, che coinvolse liberali, socialisti, radicali, repubblicani. Pure alcuni organi di stampa ci sostennero: «L’Unità», «La Riforma sociale», «La Voce»…. Le nostre bestie nere erano i siderurgici, i cotonieri, gli zuccherieri, i proprietari cerealicoli, tutti soggetti beneficiati dalla tariffa del 1887.

E poco dopo scoppia la guerra mondiale….
Ma noi in quel congresso, era maggio, denunciammo tra l’altro proprio il legame tra nazionalismo, militarismo e protezionismo siderurgico! Guardi, mi faccia cercare un attimo. Ecco, senta qua, le leggo un brano dell’intervento di Giretti al congresso: «Colla Terni e col trust siderurgico italiano è associata la casa inglese Vichers, per la fabbricazione delle artiglierie. L’altra ditta inglese Armstrong era in passato associata con la nostra Ansaldo, la quale si dice ora che abbia fatta una nuova alleanza con trattati più o meno segreti con la francese Schneider del Creuzot, cosicché se domani per disgrazia nostra o per disgrazia altrui dovesse scoppiare una guerra generale in Europa, noi troveremmo e da una parte e dall’altra gli stessi cannoni, i medesimi proiettili magari confezionati nello stesso stabilimento: avremo cannoni inglesi e cannoni tedeschi dalle due parti contendenti!».
E per la battaglia contro il protezionismo non aspettammo certamente la guerra mondiale. La prima Lega antiprotezionista risale a dieci anni prima, al 1904.

Anche lì eravate in compagnia dei socialisti?
Con i socialisti, come anche con le altre forze di quella che allora si chiamava Estrema Sinistra noi ci eravamo opposti alla svolta reazionaria di fine Ottocento (uno storico, Umberto Levra se non sbaglio, in uno suo libro l’ha definita il colpo di Stato della borghesia), ai cannoni di Bava Beccaris, alla limitazione delle libertà previste dallo Statuto, ai provvedimenti eccezionali. Sempre assieme alla Sinistra noi liberisti combattevamo una politica fiscale che colpiva pesantemente i consumi popolari. Poi, i socialisti ce li siamo un po’ persi per strada: loro, al riparo del protezionismo doganale, hanno barattato prezzi più bassi in cambio di salari più alti….

Insomma, lei ha sempre unito lo studio alla battaglia politica…
Già la scienza alla lotta, come recita il titolo di un’antologia di miei scritti uscita pochi giorni fa [sorride]. Beh, la scienza delle finanze ai miei tempi era considerata ancora come un’arte, una sorta di scienza applicata, uno strumento di politica economica. Io ho cercato di definirla come scienza pura, con i suoi principi e metodi, attingendo peraltro al marginalismo che assieme a Maffeo Pantaleoni e Ugo Mazzola ho introdotto in Italia.

Beh, con il suo Il Carattere teorico dell’economia finanziaria del 1888 lei è considerato per l’appunto il fondatore della teoria pura della finanza pubblica o sbaglio?
Mah, in verità gli studiosi ancora non si sono messi d’accordo se il fondatore sia il sottoscritto o Emil Sax… Comunque, in quel mio lavoro, come anche nelle mie lezioni universitarie, cercavo di ragionare su quali dovessero essere le condizioni per attribuire o meno la produzione di un bene o servizio allo Stato.

E quali furono le sue conclusioni?
Che, in sostanza, mi permetta di citare una di quelle lezioni, «solo quando il principio del minimo mezzo si prevede meglio attuato dalla produzione di Stato, si giustifica la tendenza a che la produzione d’un bene, che soddisfa un bisogno generale universale, passi dall’economia privata a quella pubblica». Questo, tra l’altro, ha secondo me una conseguenza notevole.

Quale?

Che non si può a priori porre alcun limite alla produzione pubblica di beni e/o servizi , come, evidentemente, non si può porre tale limite neanche ai privati. Il principio del minimo mezzo deve essere la sola stella polare.

Ed oggi, nel nostro Paese, le sembra che quella stella guidi l’azione dei pubblici poteri?
Guardi, per me e gli altri compagni di studio e di lotta [sorride di nuovo…] il cardine su cui dovrebbe fondarsi un governo della cosa pubblica genuinamente liberale è l’adozione di norme generali e universali e il rifiuto, al contrario, di quelle particolaristiche e di atteggiamenti discrezionali e arbitrari finalizzati a interessi di parte. Oggigiorno, nel coacervo di corporazioni e interessi settoriali che condizionano le nostre istituzioni, il rispetto del principio del minimo mezzo mi sembra costituisca l’ultima delle preoccupazioni del decisore pubblico…

CHI È ANTONIO DE VITI DE MARCO
Antonio De Viti de Marco (1858-1943) è stato il fondatore della teoria pura della finanza pubblica. Tale teoria, attingendo alle idee marginaliste che De Viti de Marco - assieme a Maffeo Pantaleoni e Ugo Mazzola - contribuì a introdurre nel nostro Paese, divenne anche la base per una critica radicale dello Stato post-unitario.

Nella seconda uscita della collana in eBook “Liberismi italiani”, dal titolo Antonio De Viti de Marco: dalla scienza alla lotta, oltre a un’ampia selezione di brani tratti da Il carattere teorico dell’economia finanziaria vengono riproposte anche alcune delle Cronache che De Viti de Marco scrisse sul Giornale degli economisti nel biennio 1898-9. Il volume è completato da un saggio introduttivo di Luca Tedesco.

La collana “Liberismi italiani” origina dalla consapevolezza che la crisi delle tradizionali culture politiche può aprire, anche e soprattutto nel nostro Paese, stagioni di "riscoperta" di filoni, esperienze culturali, singole figure intellettuali minoritarie o ghettizzate dalle grandi centrali ideologiche novecentesche. L’obiettivo della collana è quello di mettersi sulle tracce, nelle vicende nostrane otto e novecentesche, di quei "liberismi italiani" che rifiutarono di concepirsi come teorizzazioni di uno Stato al servizio di interessi particolari e di spacciare questi ultimi come generali.

Da Linkiesta.it, 24 aprile 2014

Che errore pensare che Renzi sia un liberale

Cosa c'è di liberale nel progetto di Matteo Renzi e in quanto sta facendo il governo? Molto poco, al di là di certe impressioni di superficie. Ieri l'ex coordinatore di Forza Italia, Sandro Bondi, in una lettera alla Stampa ha definito liberale il premier, facendo probabilmente un'equazione che non torna: Renzi è post comunista quindi è liberale. Ecco, non è proprio così. Perché ora non si tratta soltanto di prendere atto che il Pd è il risultato della fusione tra la sinistra democristiana e quello che restava del Pci dopo anni passati ad ammettere fallimenti epocali. Se da un lato questo è lo sfondo culturale da cui proviene la classe dirigente al potere, d'altro lato è chiaro come nelle azioni di ogni giorno l'esecutivo segua logiche che poco hanno a che fare con una visione orientata al mercato. Innanzi tutto, manca ogni consapevolezza del disastro. L'Italia soffre di una malattia gravissima, che non può essere curata con farmaci da banco. Si è proprio fuori strada se si pensa che aggredire la pressione fiscale significhi detassare di 80 euro una fascia limitatissima di persone a basso reddito. Un Paese che muore di tassazione ha bisogno di ben differenti interventi: di un abbassamento massiccio della spesa pubblica e del prelievo tributario, insieme a privatizzazioni e liberalizzazioni.

In altre parole, c'è bisogno di scommettere su quel mondo produttivo (spesso composto da piccole imprese) che in una realtà come il Veneto sta prendendo sul serio l'idea della rivolta fiscale. Il gradualismo di Renzi poteva (forse) andar bene vent'anni fa, ma con l'attuale debito pubblico e pensionistico, con la terribile moria delle imprese e con la fuga all'estero dei giovani ormai ci vuole ben altro per invertire la rotta e salvare una situazione tanto compromessa. Lo stesso decreto sul lavoro ha visto svanire molte speranze. Al di là delle tensioni tra la sinistra Pd e il gruppo di Alfano (un teatrino abbastanza prevedibile, data l'imminenza delle elezioni europee), il topolino partorito dalla montagna rivela quanto sia fragile, per la maggioranza, la possibilità di operare a favore di una più ampia libertà di contrattare.

Difficile dare torto a Oscar Giannino quando, su Leoni blog, rileva come l'attuale presidente del Consiglio vada a rimorchio della sinistra sindacale, e cioè della Cgil. Potrebbe essere diversamente? Difficile dirlo. Oggi Renzi ha molto potere, dato che il Paese è disperato. Se lo volesse, il premier potrebbe incidere con decisione. Ma non è chiaro se egli abbia capito cosa si debba fare e se voglia sul serio provare a realizzarlo, anche a costo di rompere definitivamente con una parte rilevante del partito. D'altra parte, cosa c'è di liberale nella tassazione del capitale finanziario e quindi del risparmio? O nella nostalgia della Cassa del Mezzogiorno, il cui ritorno è stato evocato dal ministro Delrio? O nel progressivo accentramento dei poteri, che svuotando le regioni finirà per rendere ancor meno visibili le spese e allontanerà ancor più ogni concorrenza tra istituzioni? Oppure nell'illusione che l'Italia potrà ripartire se, sposando logiche keynesiane, darà una spinta ai consumi e in tal modo favorirà la crescita delle imprese? È usando questo argomento che il governo ha adottato la strada (essenzialmente populistica) degli 80 euro per i redditi inferiori, ma lo stesso ragionamento è alla base della volontà di Renzi, in Europa, di far saltare il limite del deficit annuo e spendere con sempre più disinvoltura. L'Unione europea è oggi più fonte di problemi che di soluzioni. Lo stesso progetto dell'euro è contestabile, dal momento che perpetua una gestione politica della moneta e riduce la competizione tra valute. Ma l'Italia dovrebbe evitare d'indebitarsi, e anzi tagliare con decisione le spese, anche se l'Europa non esistesse.
Esiste insomma una maniera liberale di essere «rottamatori» a Roma come a Bruxelles, ma in quanto fa Renzi c'è ben poco di tale impostazione.

Da Il Giornale, 14 aprile 2014

A proposito del caso Scala

Le vicende della Scala appassionano da sempre l'opinione pubblica milanese. Nella schermaglia sul nuovo sovrintendente, Pereira, il vero oggetto del contendere è una questione «tecnica». Posto che eventuali contratti col Festival di Salisburgo o altri, finché è in carica, spetta a Lissner firmarli, il suo successore poteva già scrivere una lettera d'intenti? È questione che dovrà dirimere il Consiglio d'Amministrazione.

Nella scarica di critiche contro Pereira, però, ci sono anche due argomenti di più ampia gittata, sui quali è opportuno riflettere. Primo. L'assessore regionale Cappellini ha auspicato che Pereira si dimetta e che il suo successore sia «possibilmente di casa nostra». La Lega, com'è noto, promuove un referendum per bloccare l'ammissione degli immigrati ai concorsi pubblici. Battaglia - come dire? - di stringente attualità: non c'è giovane nordafricano che non sogni di lavorare all'anagrafe. Ragionare per carta d'identità lascia perplessi nel caso della Pubblica Amministrazione (è interesse di noi tutti che gli impiegati pubblici siano corretti e competenti, quale che sia il colore della pelle), ma nel caso della Scala appare davvero surreale.
Stiamo parlando di uno dei più importanti teatri al mondo. Il suo prestigio è inarrivabile, gestirlo non è una passeggiata. A maggior ragione, bisogna che a fare quel mestiere sia qualcuno effettivamente all'altezza: essere italiano non può essere la «qualifica» dirimente. La Scala non è un «teatro a chilometro zero»: anche perché è il principale biglietto da visita di questa città nei confronti del mondo. Serve che la guidi qualcuno che del mondo ha esperienza. Italiano? Straniero? Capace.

Secondo. Contro Pereira, s'è sostenuto che coproduzioni e acquisti di spettacoli all'estero sarebbero illegittimi o controproducenti, perché la Scala ha le risorse per fare tutto da sé e i laboratori Ansaldo «sono i migliori del mondo»».
Attenzione, non vuol dir nulla che la Scala potrebbe far «tutto da sé»: la questione non è cosa può fare, ma cosa è conveniente e sensato che faccia. Sulle coproduzioni e sulle opere che esordiscono in un teatro e poi approdano in altri, si regge tutto il mondo della lirica: è così che si rendono sostenibili i costi. Soprattutto, è così che si consente agli spettatori di Milano piuttosto che di Londra di godere delle trovate registiche, dell'interpretazione di una partitura, della scelta delle voci, sperimentate per la prima volta altrove.

Nessuno segna i punti: conta relativamente che il cartellone sia dominato da opere messe in scena per la prima volta alla Scala. I melomani in questi giorni impazziscono per «Les Troyens», che ha debuttato a Covent Garden. Per chi fornisce un certo bene o servizio, la prima cosa a cui pensare sono i consumatori: che cosa vogliono, come attrarne di più, come assicurarsi che siano contenti.
I fattori produttivi vengono messi assieme di conseguenza, cercando di fame l'uso migliore. L'importante è che la Scala offra buoni spettacoli. Perché ciò avvenga, è bene ricordare che il bello non batte bandiera di questa o quella nazione.

Dal Corriere della sera, 22 aprile 2014

Scarsa performance per l'art. 81 Cost. al suo debutto

Chi temeva che il principio del pareggio di bilancio si sarebbe rivelato, alla prova dei fatti, troppo rigido, è stato subito smentito. Proprio dall’esercizio finanziario relativo all’anno 2014, infatti, avrebbe dovuto essere efficace il nuovo articolo 81 della Costituzione.
 
Ma il pareggio - spiega il ministro Padoan nella lettera inviata alla Commissione europea - è stato prontamente rinviato al 2016 per contrastare gli effetti della crisi attraverso l’accelerazione del pagamento dei debiti della pubblica amministrazione, misura che farà aumentare il rapporto debito/PIL.
 
Articolo 81 vecchio o nuovo, lo Stato può derogare agli obiettivi di bilancio, salvo avere l’accortezza di farlo con le dovute procedure. Purché ci sia una delibera a maggioranza assoluta delle Camere e sentita la Commissione europea, la legge di attuazione del principio del pareggio consente al governo di discostarsi temporaneamente dall’obiettivo, se ricorrono una grave recessione economica o eventi straordinari al di fuori del controllo dello Stato.
 
A prescindere dal fatto che sia davvero il rimborso dei debiti pregressi il motivo del rinvio, non è chiaro come possa essere considerato un segnale di grave recessione. Se non è zuppa, quindi, è pan bagnato: il pagamento dei debiti pare essere, secondo il nostro governo, una circostanza eccezionale.
 
Che l’accumulo dei debiti contratti dalla pubblica amministrazione sia così qualificabile, però, sembra quasi paradossale. Quale giudice civile accetterebbe mai come replica di un qualsiasi debitore dinanzi alle pretese creditorie, il fatto che abbia perso il controllo dei propri conti?
Ma tant’è: l’“inflessibile” art. 81 Costituzione consente uno scostamento votato a maggioranza assoluta al verificarsi di eventi eccezionali (ovvero di eventi considerati tali dal governo in carica), e la legge che lo attua prevede pochi paletti formali in più, tra cui il passaggio in Europa.
 
Qualcosa è cambiato, rispetto al precedente art. 81. Padoan ha dovuto promettere  alla Commissione europea che, a fronte del mancato pareggio per questo e il prossimo anno, saranno portati avanti un piano di privatizzazioni e uno di revisione della spesa pubblica, e ha dovuto anche esporre in Parlamento la decisione, attendendo un voto a maggioranza qualificata. 
 
Certo che più che una regola inflessibile, il nuovo articolo 81 s’è rivelato una cambiale in bianco. La nuova regola costituzionale non ha fatto in tempo a essere efficace per venire subito sopraffatta dalle eccezioni sapientemente costruite dalla volontà politica. Le regole costituzionali dovrebbe essere una sorta di argine, il cui obiettivo è frenare le tentazioni degli uomini politici. Ma quando la tentazione è quella di spendere, non c’è argine che regga.

Liberi di scegliere

Quando venne pubblicato, nell' ormai lontano 1980, il libro di Milton e Rose Friedman possedeva una eccezionale carica innovativa, quasi dissacrante. 

Oggi, questa carica si è molto affievolita, ma, come nota Francesco Giavazzi nell'Introduzione al volume, vi è ancora molto da imparare a leggere questo libro, specialmente in Italia, dove persistono pregiudizi incomprensibili.
Come tutte le cose umane, il mercato può certamente "fallire" in varie circostanze, ma è certamente sbagliato vederlo come uno strumento a favore della grande industria. La realtà è molto diversa. In alcuni casi è addirittura opposta. Come in Italia osservò anche Einaudi, non appena possibile la grande industria, lungi dal difendere il mercato, non esita ad utilizzare l'intervento dello Stato per proteggersi dalla concorrenza. Cosicché, attaccato da una parte da una diffusa cultura anticapitalista e, dall'altra, dalla furbizia dei "capitani coraggiosi" di turno (ogni riferimento alla cronaca è ovviamente intenzionale) il mercato in Italia ha da sempre avuto vita dura. 

Il libro dei Friedman è scritto con ammirevole chiarezza, ma la semplicità non deve trarre in inganno. In esso confluiscono analisi rigorose, a cominciare da quelle condotte dalla scuola delle public choice, ove i potenziali fallimenti dello Stato sono attentamente studiati. Sarebbe sbagliato leggere il libro come una cocciuta e ideologica difesa del mercato. I limiti del mercato sono ampiamente riconosciuti. D'altra parte, come ho già detto, non si vede perché si debba pretendere l'infallibilità divina da un qualsiasi meccanismo di coordinamento sociale, quando è ovviamente popolato da uomini con limiti cognitivi e dotati di informazioni parziali. 

Il problema che in continuazione pongono i Friedman è invece un altro, assai più semplice e pragmatico: dati i fallimenti del mercato, siamo sicuri che l'intervento dello Stato garantisca risultati migliori?
Sebbene sia semplice e pragmatica, unita ad una certa dose di capacità analitiche, la domanda posta dai Friedman conduce a risultati che sfidano ancora oggi il buon senso comune. Vorrei qui citare la regolamentazione sulla vendita dei farmaci, a cui i Friedman dedicano alcune penetranti pagine all'interno del capitolo dedicato alla tutela del consumatore. Sembra quasi ovvio che sia compito dello Stato salvaguardare la salute dei cittadini con il controllo severo dei nuovi farmaci, prima che vengano introdotti nel mercato. Tuttavia, le cose non sono così semplici. Ogni scelta implica il sacrificio di una opportunità. In questo caso, l'opportunità sacrificata è che il farmaco di cui è stata ritardata la commercializzazione avrebbe salvato molte vite umane. Molti anno dopo la pubblicazione del libro dei Friedman, si è verificato un caso emblematico, che illustra il punto sollevato. Il movimento dei malati di AIDS contestò duramente la decisione di ritardare la commercializzazione dei primi farmaci contro l'AIDS sulla base che la cautela delle autorità e degli scienziati era eccessiva di fronte alla tragedia che si stava verificando. Dopo una iniziale insofferenza, anche Robert Gallo, il co-scopritore del virus, ammise le buone ragioni del movimento. Con un sottile ragionamento (basato sulla distinzione, in statistica degli errori del primo e del secondo tipo), i Friedman argomentano che l'intervento dello Stato conduce alla sopravvalutazione del rischio di accettare un farmaco dannoso rispetto al rischio di respingere un farmaco che potrebbe salvare molte vite. Questo esempio non è ovviamente sufficiente a convincere i fautori di una rigida legislazione da parte dello Stato. Infatti, si sostiene, è innegabile che i farmaci possano risultare assai pericolosi. In fondo, l'industria farmaceutica ha in mente il profitto (come ci insegnerebbe la teoria economica), non la salute dei pazienti. Inoltre, bisogna sottolineare come le persone non siano certamente in grado di valutare l'efficacia di prodotti che richiedono anni di ricerca e di preparazione.

La risposta dei Friedman è articolata. Innanzitutto, al contrario di ciò che si afferma, l'industria farmaceutica ha tutto l'interesse a salvaguardare la salute dei propri pazienti. Vi è, in primo luogo, il rischio di costose cause penali. Il caso del Talidomide, ad esempio, comportò perdite miliardarie da parte dell'industria farmaceutica. E' di poche settimane fa la notizia che una casa distributrice, dunque non direttamente coinvolta della produzione del farmaco, ha dovuto sborsare in Australia, a distanza di così tanti anni, l'equivalente di 63 milioni di euro ai familiari di persone nate deformate a causa del farmaco. Inoltre, la reputazione è essa stessa un bene economico. Una casa farmaceutica che acquista la fama di produrre farmaci con effetti indesiderati è condannata al fallimento.

Sono convinto che molti lettori rimarranno ancora non convinti. La salute è troppo importante per essere lasciata al mercato, che indubbiamente può fare errori. Tuttavia, ancora una volta, si tratta di capire se, e in quali circostanze, la regolamentazione dello Stato riesca a far meglio del mercato. Il mercato è anche un meccanismo di sperimentazione del nuovo (è questa, in sintesi, la lezione di Hayek), uno sperimentazione che viene fatta inizialmente su scala ridotta. Ciò significa che gli errori sono limitati. Lo Stato, invece, imponendo gli stessi criteri in modo generalizzato rende gli errori altrettanto generalizzati. Friedman porta ad esempio l'interessante caso del Tris, un prodotto che sarebbe servito a ridurre i casi di lesioni dovuti a combustioni accidentali. Sotto la spinta della legislazione americana, il Tris venne universalmente spruzzato sugli abiti dei bambini, salvo poi accorgersi che si trattava di un prodotto altamente cancerogeno. Se non ci fosse stato l'intervento dello Stato, il prodotto sarebbe stato verosimilmente utilizzato da un numero assai più ridotto di produttori.

Il problema, dunque, non è quello di non fare errori, ma come farne il meno possibile e di limitarne le conseguenze (insieme al modo di scoprirli velocemente). Non è detto che in questo lo Stato sia più efficiente del mercato. Al contrario. Ciò, ovviamente, non significa che lo Stato non debba più avere alcun ruolo, ma questo va commisurato ai problemi che dobbiamo affrontare. Ad esempio, lo Stato può avere un ruolo importante nella diffusione di informazioni il più possibile precise sulle caratteristiche di un farmaco. Può anche avere un ruolo nello stabilire alcuni requisiti minimi richiesti alla sperimentazione prima della commercializzazione. Il mercato, da solo, non è in grado di escludere l'esistenza avventurieri che non si curano affatto di costruire una solida e duratura reputazione. I Friedman evidentemente ritengono che il ruolo dello Stato debba essere assai modesto (ma non inesistente). Altri ritengono che debba essere più esteso. L'importante è non concentrarsi sugli inevitabili fallimenti del mercato, presupponendo che lo Stato sia esente da altrettanti, e a volte più pericolosi, fallimenti.

Questo approccio è ripetuto dai Friedman in tutti i numerosi problemi di cui si occupano nel libro (dalla tutela ambientale, alla politica energetica, e così via). Mi permetto di insistere su questo. Serve a "de-ideologizzare" la lettura del libro, che è invece soprattutto un pacato invito a ragionare senza preconcetti.

Da Libro Aperto, gennaio-marzo 2014

Dal maoismo alla Borsa, così l'onda capitalista ha sommerso la Cina

Tutto è iniziato in un piccolo villaggio, chiamato «Collina del drago numero nove», nella provincia dello Sichuan, Cina centro -meridionale. Qui, una sera del settembre 1976, è partita quella rivoluzione poi sfociata nei grattacieli di Pechino e nella Borsa di Shanghai. La prima pietra del passaggio della Cina dal comunismo di Mao al «capitalismo» di oggi è stata scagliata 38 anni fa da Deng Tianyuan, segretario del partito della comune del paesino del profondo entroterra cinese: l'uomo radunò un piccolo gruppo di quadri locali per discutere il problema della produzione agricola e, «dopo un lungo e acceso dibattito, concordarono sul provare l'agricoltura privata come soluzione ai problemi amministrativi e all'assenza di incentivi che affliggevano le coltivazioni».

Così si legge nel libro «Come la Cina è diventata un Paese capitalista» di Ronald Coase e Ning Wang, pubblicato in Italia da IBL Libri, la casa editrice dell'Istituto Bruno Leoni guidato da Alberto Mingardi.

Privata quella nuova agricoltura del 1976 non lo era del tutto, come spiega il libro, perché la terra restava formalmente di proprietà dello Stato; ma a cambiare erano le forme di gestione. Così, passo dopo passo, si è poi arrivati alla svolta più importante e dirompente, quella del 26 agosto 1980, quando l'Assemblea nazionale del popolo ha approvato le norme per le «zone economiche speciali» della provincia del Guangdong: proprio quella; la regione alle spalle della turbocapitalistica Hong Kong. E l'allora colonia britannica, da ultima roccaforte dell'economia di mercato (insieme a Macao) rimasta sulla terraferma cinese, si è trasformata in una sorta dí «benchmark» per l'intero Dragone rosso. Da retrovia del capitalismo assediato dal comunismo, Hong Kong è diventata in un certo senso guida e faro della nuova Cina globale, economicamente aperta al mondo anche se politicamente ancorata al partito di Mao.

Già, la politica. Perché il libro ripercorre tutte le tappe della metamorfosi cinese, non solo nell'economia, nei campi, nelle fabbriche, nei grattacieli e nelle Borse. Ma anche in piazza. Come in quei terribili primi giorni del giugno 1989 a Tienanmen.
Una repressione, una tragedia. Eppure, solo pochi giorni dopo, il 9 giugno, l'allora numero uno di Pechino Deng Xiaoping ha detto: «La cosa importante è che non dobbiamo mai far ritornare la Cina a essere un paese che tiene chiuse le sue porte». Parole che suonano inconciliabili con i fatti di pochi giorni prima. E che in qualche modo raccontano il connubio molto cinese tra economia dinamica e politica monolitica. Con quest'ultima che, quando parla di economia, ricorda il discorso di Deng del 1992: «Un'economia di mercato non è capitalismo, perché esistono mercati anche nel socialismo».

Così i comunisti si fanno ancora chiamare comunisti, mentre le Borse impazzano, si moltiplicano i negozi delle griffe occidentali e le residenze dei Paperoni con gli occhi a mandorla. Accanto ai contadini delle campagne dell'entroterra e agli operai delle gigantesche fabbriche.
E accanto al problema dell'inquinamento, al recente rallentamento dell'economia e ai rischi di scoppio di «bolle» finanziarie: altro aspetto molto capitalistico della Cina rossa, operosa e rampante.

Dal Corriere della sera, 19 aprile 2014

Il capitalismo municipale: come, quando e perché privatizzare

Per spingere i comuni a privatizzare le proprie partecipante è sufficiente sfruttare le norme già in vigore, adottando criteri stringenti sulle partecipazioni societarie. Lo sostiene Alberto Saravalle, professore associato di Diritto dell’Unione Europea presso l’Università di Padova, nel Policy Paper dell’Istituto Bruno Leoni “Il capitalismo municipale: come, quando e perché privatizzarlo” (PDF)
 
Scrive Saravalle: “Per favorire questo processo, oltre alla ‘carota’ finora utilizzata in sede di attuazione del Patto di stabilità interno, premiando gli enti virtuosi, sarebbe necessario usare il ‘bastone’”. In altri termini, da un lato dovrebbe essere incentivata la cessione all’organo centrale designato ad hoc delle partecipate, a fronte della quale, l’ente locale avrebbe facoltà di spendere il ricavato dalla cessione in deroga al Patto, e dall’altro dovrebbero essere ulteriormente irrigiditi I cordoni della borsa per gli enti locali che violano il patto e non dispongono la privatizzazione o cessione all’organo centrale delle proprie partecipate”. Tale organo dovrebbe essere costituito sul modello del Treuhandstalt tedesco, il quale, dopo la riunificazione del paese, “Nell’arco di 4 anni ha gestito circa 8.500 società privatizzandone e liquidandone un gran numero, in ultima analisi contribuendo a dare competitività al paese, probabilmente salvando in ultima analisi più posti di lavoro di quelli che sono stati persi”.
 
Il Policy Paper “Il capitalismo municipale: come, quando e perché privatizzarlo” di Alberto Saravalle è liberamente disponibile qui (PDF)

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Cara amica, caro amico
 
Anche quest'anno, con il tuo 5 per mille puoi sostenere l'Istituto Bruno Leoni. Sostenere l'Istituto Bruno Leoni significa contribuire ad alimentare una presenza forte ed autorevole, nel dibattito pubblico, delle idee di libertà.  
 
Consentimi qualche esempio. Dall'inizio dell'anno:
  • abbiamo portato le nostre "prime lezioni di economia" in una trentina di licei e istituti tecnici italiani: una goccia nel mare, lo sappiamo, ma si tratta di studenti che hanno potuto conoscere un modo di concepire lo scambio economico e, di conseguenza, le interferenze della politica, di cui altrimenti non avrebbero saputo nulla.
  • abbiamo partecipato al dibattito sulla spending review, portando analisi e suggerimenti concreti su due temi in particolare, le scuole italiane all'estero e i sussidi alle Ferrovie dello Stato. I risultati del nostro studio, opera di Ugo Arrigo e Giacomo Di Foggia, sono stati utilizzati da Carlo Cottarelli nel suo programma di riduzione della spesa (dopo di che le Ferrovie hanno contestato la nostra analisi, promettendo una "bella" querela!).
  • abbiamo proposto un programma preciso per ridurre la bolletta elettrica, a beneficio delle imprese e di tutti i cittadini.
  • abbiamo continuato a difendere certezza del diritto, diritti individuali e buon senso in materia fiscale: anche contro i populismi sullo scambio imposte lavoro/imposte risparmio e sulle qualifiche e i salari dei manager.
  • abbiamo partecipato attivamente al dibattito sugli aeroporti milanesi, portando buoni argomenti contro le tentazioni dei nuovi pianificatori che vorrebbero chiudere Linate a vantaggio di Malpensa.
  • abbiamo scommesso molto sulla crescita e lo sviluppo di Wikispesa, l'enciclopedia diffusa della spesa pubblica: un campionario di sprechi e inefficienze aggiornato ogni settimana grazie al contributo e alle segnalazioni degli utenti.
  • abbiamo pubblicato due importanti lavori di autori considerati a buon diritto due classici contemporanei, come il filosofo Kenneth Minogue e Ronald Coase, Premio Nobel per l'Economia nel 1991.
A questo, si è accompagnata e si accompagna una attività editoriale e convegnistica molto intensa, i cui risultati trovi tutti i giorni sul nostro sito www.brunoleoni.it e sui social network.
 
Tutto questo lavoro, lo sappiamo bene, non dà frutto nell'immediato: ma contribuisce a rendere possibile un'evoluzione diversa dell'opinione pubblica. In Italia la prima svolta necessaria è culturale: bisogna sradicare la mentalità per cui a qualsiasi problema si dà risposta spendendo i denari del contribuente. Da dieci anni, l'Istituto Bruno Leoni rinnova, giorno dopo giorno, il suo impegno. Le risorse erano e sono poche: ma moltissimo è l'entusiasmo e, se permetti, la capacità di generare idee.
 
Per sostenere la Fondazione Istituto Bruno Leoni è sufficiente inserire sul modello di dichiarazione dei redditi utilizzato, nella sezione relativa alla destinazione del cinque per mille al riquadro "Finanziamento della ricerca scientifica e dell'università", il nostro codice fiscale 97741100016 e la firma.
 
Grazie per il Tuo aiuto. Se credi che sia importante alimentare e far crescere una cultura diversa, sostieni l'Istituto Bruno Leoni.
 
Alberto Mingardi
Direttore Generale
Istituto Bruno Leoni

Le nomine di Renzi? Non male, ma ha sprecato un'occasione

"Come sono le nomine di Renzi?", mi arriva sfasata di sei ore la mail di un amico temporaneamente negli Usa. Mi accorgo che non so rispondergli: "Come sono" rispetto a che cosa, "come sono" rispetto a chi?

Premetto che trovo le nomine assennate, e che comprendo anche i criteri che non condivido, ad esempio quelle sul numero dei mandati (mica sono cariche elettive!) o sul numero delle donne (vexata quaestio). Ma che queste nomine non obbediscano anche a una strategia di comunicazione di Renzi e che non c'entrino con la politica, sarebbe un'affermazione o ingenua o viziata da pregiudizio: politico. E' invece bene che le nomine fatte da un politico vengano percepite e valutate come un atto politico. Non è per etichetta istituzionale che il presidente del Consiglio si è recato a parlarne al presidente della Repubblica. Non si può sfuggire, atto politico sarebbe anche rinunciare al diritto di scegliere e credere di poterlo delegare a professionisti: bene ha fatto Renzi, se, a quanto pare, le raccomandazioni dei tecnici "le ha buttate nel cestino". E anche questa è politica, si può dire parafrasando Nietzsche. (E, a ben vedere, lo è doppiamente avere eletto con metodo tradizionale proprio chi aveva richiesto il metodo finito nel cestino).

Sempre, in tutte le scelte c'è una molteplicità di fattori da considerare: ma quello che prevale è per definizione l'interesse di chi decide. Nel caso di aziende private chi decide è la proprietà, diffusa o concentrata che sia. Nel caso di aziende pubbliche, dove proprietari sono i cittadini, solo in modo generico e astratto si può sostenere che il loro interesse sia rappresentato da chi essi hanno scelto a rappresentarli. Nelle aziende private, l'allineamento dell'interesse della proprietà con quello dell'azienda è un fatto naturale e diretto, in quelle pubbliche complesso e indiretto. Nelle aziende private, gli azionisti hanno l'arma della voice, e se non basta possono usare l'exit; molte grandi aziende di stato sono quotate, ma quelli che nominalmente ne detengono il controllo, cioè i cittadini, per esercitare il loro diritto possono forse usare la voice ma certo non l'exit. Solo in un modo molto mediato si può dire che l'interesse di chi ha votato Renzi alle primarie del Pd sia allineato con quello di Eni Enel e via controllando. E' una questione di conflitto di interessi. Conflitti sorgono sempre, là dove ci sono interessi. Nelle aziende private ci sono, eccome, ma sono palesi e ci sono mezzi per svelarli e contrastarli. In quelle pubbliche i conflitti sono subdolamente intrecciati. Non esagera Renzi se pensa che nomine che appaiano in linea con la sua strategia di comunicazione lo rafforzino, e che questo aumenti la probabilità che passi la riforma del Senato, e che questo giovi anche alle Ferrovie; ma si tratta di uno scambio che sarebbe meglio non azionare: porterebbe certo su un binaho morto, e non i, ppttebbe neppure escludere uno scontro.
Il vero scambio da azionare era a monte, e Renzi quella manovra non l'ha fatta. In quelle quattro ore che è stato a riflettere non si è chiesto che senso avesse lo stesso suo meditare e mediare; non gli è venuto in mente di usare anche in questa circostanza il metodo che gli ha spianato la strada fino al vertice dell'amministrazione; non gli è venuto il dubbio se da quella stanza non potesse uscire il "mai più" che ha usato per altre questioni, o almeno un "la prossima volta un po' meno".

Le occasioni le aveva davanti a sé. Per le Poste, mettere l'asticella più in alto e invece della finta privatizzazione che fa danni all'azienda e non dà vantaggi all'erario, riaprire le porte a una separazione delle attività, banca e assicurazioni da un lato, spedizioni e internet café dall'altro. Per Finmeccanica, ribadire almeno le scelte di vendere Ansaldo trasporti e Ansaldo energia. E se "un po' meno" sembrava un po' troppo, poteva ammorbidirlo dicendo "un po' meno indirettamente": se privilegia le comunicazioni brevi e dirette, poteva accorciare le catene di comando, smontare le piramidi, e pronunciare l'abrenuntio alla Cassa depositi e prestiti e ai suoi fondi. Cosa rispondere all'amico americano? "Come sono andate le nomine?". Sul piano contingente, non male per le aziende, si direbbe a scorrere gli elenchi. Sul piano della comunicazione, bene per Renzi, si direbbe a leggere i commenti. Ma sul piano della sostanza, un'occasione perduta: per il paese e per Renzi.

Da Il Foglio, 17 aprile 2014
Twitter: @FDebenedetti

Not all choose to spend on dress

Guy Wroble (Letters, April 10) maintains that much of what is sold to consumers “at an amazing price is, in fact, no value at all”. Buyers should better consider the longevity of the products they acquire.
Maybe. Or maybe not. The readers of the Financial Times are likely to have a taste for bespoke, durable shirts. But shall we presume everybody does? People’s preferences are different. Two men may have the same disposable income, and yet one might desire to dress impeccably and have a taste for silky cottons, while the other attaches no importance whatsoever to what he wears. Another one has a passion for strong colours and bumpy squares, valuing the durability of what he buys little, as cheaper prices allow him to indulge a wider set of eccentricities.
We can assume the latter two are fooled by low prices and do not really understand what they buy. Or we can be content to disagree, respectfully, with their choices.

Da Financial Times, 13 aprile 2014
Twitter: @amingardi

Esproprio alla milanese

D’accordo che, nel sistema giuridico italiano, la proprietà privata è un diritto dimezzato, e anzi che tante volte - troppe, anche secondo la Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo - è stata sacrificata sull’altare di interessi sociali variamente definiti, ma quello che stanno discutendo in questi giorni al consiglio comunale di Milano sembra più un potere di esproprio collettivo che non un tentativo di recupero urbano.

Il nuovo regolamento edilizio consentirà infatti al Comune di controllare il buon uso e la manutenzione di aree e edifici privati e, nel caso in cui accerti uno stato di incuria e abbandono da almeno cinque anni, di avviare una procedura che obbliga il privato proprietario a effettuare interventi di ripristino, pulizia e manutenzione del bene. Se non dovesse provvedere, dovrà rimborsare l’intervento sostitutivo del Comune.

Il Comune di Milano potrà anche, tuttavia, decidere di superare il privato riottoso e malcurante, conferendo gli edifici in questione a una destinazione pubblica, di interesse pubblico e generale.
Ci sarebbero molti dubbi da avanzare in merito alla legittimità di una iniziativa simile: per quanto claudicante, il diritto di proprietà è garantito da riserva di legge, e non basta che la maggioranza di un consiglio comunale si alzi un giorno a dichiarare cosa crede sia interesse pubblico, per introdurre una nuova forma di sottrazione della proprietà privata.

Ma bastano, più ancora che le eccezioni di diritto, alcune semplici considerazioni di buon senso.
Siamo sicuri che il comune di Milano abbia le migliori intenzioni. Ma una norma di quel tipo crea, in prospettiva, l’impressione che comunque la proprietà, nella “capitale morale”, sia un diritto sempre subordinato ad altri. Un proprietario che sa di essere potenzialmente "commissariato" difficilmente fa grandi investimenti. La paura per il degrado urbano potrebbe così diventare paradossalmente una profezia che si autoavvera, in una sorta di circolo vizioso.

Essere proprietari vuol dire avere il diritto di godere e disporre di un bene.
Non c’è volontà o regolamento consiliare che possano dimenticare questa nozione legislativa, che riconosce la quotidiana esperienza di chi, da proprietario, decide come usare e gestire i propri beni, senza venire colpevolizzato e punito nel caso in cui non abbia le risorse sufficienti per affrontare interventi di manutenzione. Caso peraltro non improbabile, in un contesto di profonda crisi economica.

Se basta un regolamento comunale a dire quando e perché un bene immobile non è più nelle disponibilità del proprietario, allora vuol dire che la proprietà non è un diritto, ma solo una graziosa concessione. O perché no un furto. Verrà il giorno in cui gli espropriatori finiranno espropriati, diceva quel tale. Chissà se  l'ultima ora della proprietà privata suonerà perché le facciate versano in stato di incuria.

Decoro urbano e libertà

Il prezzo della libertà, ogni tanto, è un po' di disordine. Non c'è dubbio che il decoro urbano sia un valore che una buona amministrazione comunale deve tutelare. Ma fino a che punto si può spingersi, la «regia» dell'attore pubblico? E in che misura l'obiettivo, di per sé auspicabile, di mantenere una città ordinata, vale oneri e costi imposti ai cittadini?

Nel nuovo regolamento edilizio del Comune, la giunta Pisapia ha fatto proprio un approccio «di destra». In caso di edifici o aree non utilizzate da più di cinque anni per il 90 per cento delle loro superfici si legge all'articolo 12 il Comune provvederà a risistemare e mettere in sicurezza gli immobili, andando poi a presentare ai proprietari il conto. Inoltre, «per perseguire l'interesse pubblico a un corretto ed armonico utilizzo delle aree e degli edifici in stato di abbandono», íl Comune potrà per così dire «sospendere» i diritti di proprietà, attribuendo gli edifici in questione a una destinazione di interesse pubblico.
 
I fautori di «legge e ordine» festeggiano. I contribuenti milanesi potrebbero avere qualche perplessità. Le casse del Comune non assomigliano al deposito di Zio Paperone, e incaricarsi di sistemare aree e immobili in declino è un compito gravoso. Talora i privati che non hanno investito, per mantenerle al meglio, non lo hanno fatto perché mancano loro le risorse: eventualità non remota, in un Paese che versa in una profonda crisi economica. La collettività è in grado, di caricarsi sulle spalle oneri tanto ingenti? Le cronache abbondano di denunce e preoccupazioni per lo stato di immobili che sono proprio di proprietà comunale. Il medico non dovrebbe cominciare col curare se stesso? In altri casi, val la pena segnalarlo, i privati lasciano nel cassetto i loro progetti, a causa della burocrazia sottesa agli interventi di manutenzione straordinaria.
 
C'è poi una ragione di carattere più generale. Il fine, per quanto nobile, giustifica i mezzi? Se riteniamo che la proprietà privata sia un furto, attendiamo con gioia il giorno in cui gli espropriatori finiranno espropriati. Potremmo invece pensare che la proprietà è un diritto delle persone. Un diritto di grande importanza non solo per la crescita economica, ma perché oppone un limite, invalicabile e chiaro, ai pubblici poteri. E una sorta di linea che chi ci governa non può oltrepassare. I governanti possono avere le migliori intenzioni, e magnifiche idee: non è detto però siano le stesse nostre. Se una cosa è «mia», significa che sta a me decidere come è più opportuno conservarla. Allo Stato e al Comune, semplicemente, non deve interessare.
 
È vero che stiamo parlando di grandi proprietà, e non della casa di ognuno di noi. Ed è vero che ci sono esigenze di pubblica sicurezza, da tenere ben presenti. Tuttavia una norma di questo tipo qualche dubbio sulla certezza, in prospettiva, dei nostri possessi lo fa sorgere. Un proprietario che sa di essere potenzialmente «commissariato» difficilmente fa grandi investimenti. La paura per il degrado urbano può essere una profezia che si autoavvera.
 
Da Corriere della sera, 13 aprile 2014

L'uomo libero

Ah i politici, quanto amano la cultura. Soprattutto se possono farsi vedere a favore di camera con un libro in mano. Un colpaccio per l'autore e l'editore. Ma anche un modo malizioso, per il rappresentante dei cittadini immortalato, di darsi un tono e magari mandare un messaggio ai suoi elettori. Il velista Massimo D'Alema mise nella sacca La saggezza del mare dello svedese Bjòrn Larsson. Paolo Bonaiuti fece sapere di apprezzare l'opera omnia di Francesco Guicciardini. Marcello Pera consigliò, per distendere i nervi, La critica della ragion pura di Immanuel Kant. Romano Prodi era inseparabile dai suoi Camilleri. Walter Veltroni, come sempre modaiolo, scelse Molto forte, incredibilmente vicino di Jonathan Safran Foer. Piero Fassino, più compassato, passava le serate estive con Il secolo cinese di Federico Rampini. Arturo Parisi apprezzava i piccoli volumi di haiku giapponesi. Francesco Rutelli asseriva di compulsare poderosi tomi di economia anche sotto il sole rovente di Capalbio. Giorgio Napolitano scelse un raffinato saggio di Maurizio Serra, Fratelli separati, dedicato ad Aragon, Malraux e Drieu La Rochelle. Come al solito, l'unico a distinguersi fu Berlusconi perché disse che durante le ferie non aveva certo tempo da perdere coi libri. Doveva lavorare, lui. I deputati di Rifondazione comunista, giuro, affermarono che si sarebbero dedicati completamente alle poesie di Nichi Vendola.

Nessuno stupore, quindi, di fronte all'orgia di libro-messaggi lanciata del neopresidente del Consiglio Matteo Renzi in occasione del dibattito sulla fiducia in Senato e alla Camera. Il premier ha voluto far sapere a tutti di essere un lettore forte. Ogni inquadratura televisiva, un libro. Ogni libro, un messaggio. Ogni messaggio, una pioggia di commenti sui social network. Matteo Renzi, nella interminabile seduta nei palazzi del potere, ha avuto modo di sfoggiare con (mal)simulata nonchalance una serie di copertine che spuntavano tra le sue carte. Prima inquadratura. Ecco apparire il lavoro spiegato ai ragazzi di Pietro Ichino, uscito alla fine del 2013 per Mondadori. Messaggio: siamo per la creatività, la ricerca, l'innovazione, il progetto, i nuovi media. Viva il settore informatico, le bioscienze e internet.

Questi sono i lavori del futuro. Senza riforme, però, in Italia non c'è trippa per gatti, e non resta che levare le tende. Seconda inquadratura. Entra in scena Sudditi, raccolta di saggi a cura di Nicola Rossi edita dall'Istituto Bruno Leoni nel 2012. Messaggio: deve cambiare il rapporto tra Stato e cittadino. Stop alla burocrazia invadente e pletorica. Stop all'arbitrarietà della legge. Stop alla disparità di trattamento tra apparato pubblico e privati. Affameremo la bestia. Include un capitolo di Serena Sileoni sui soprusi del fisco e un affondo di Franco Debenedetti sull'abuso del diritto. Fassina, Civati e Cuperlo sono avvisati: questo volume è un concentrato di quelle idee liberali-liberistelibertarie sempre sbandierate e mai realizzate dalle nostre parti.

Terza inquadratura. Questa è una mezza sorpresa, e anche un mezzo mistero svelato in seguito dall'editore Einaudi su Twitter. A un certo punto sbuca la copertina di un libro di Murakami Haruki, si riconosce subito perché la collana dedicata allo scrittore giapponese ha un design molto particolare. Non si vede però il titolo. Trattasi de L'arte di correre, un saggio sulla corsa, e sulla disciplina necessaria per imporre al proprio fisico il duro esercizio quotidiano. Il discorso si estende all'arte: scrivere ha poco di romantico e molto di metodico. Murakami è un maratoneta. Renzi ama correre la maratona di Firenze, anche se a giudicare dalla pancetta nascosta solo in parte dallo strategico taglio delle camicie, è lontano dal rigore orientale dello scrittore. Correre sì. Ma poi si magna. Messaggio: siamo gente dinamica, piena di energia. Aspettate e vedrete come scatteremo perentoriamente da una riforma all'altra. Una al mese, con metodo. E se ci troveremo nei guai, marzo quest'anno durerà tre mesi per decreto legge, chioserebbe Maurizio Crozza. Ora, come mai il presidente del Consiglio va in Senato con un libro di Murakami in saccoccia? Sarà un caso? Ha scambiato Palazzo Madama per le Cascine di Firenze? La fiducia per un picnic? Il piccolo show librario conferma le doti di comunicatore di Renzi, tutto qua. In quanto ai libri, speriamo che, oltre a mostrarli in giro, li abbia anche letti.

Da Monsieur, aprile 2014

Renzi corre troppo e rischia di combinare guai

«I gufi sono smentiti. Dicevano: non ce la fa. Invece ce l’ho fatta, e non sto fermo; appena raggiunto un obiettivo, rilancio». Così Matteo Renzi secondo il Corriere della Sera. Il quotidiano di via Solferino ieri descriveva un presidente del Consiglio che dopo la presentazione del Def e la conferma degli 80 euro in busta paga sprizzava gioia da tutti i pori. Tanto entusiasta da annunciare ad Alzo Cazzullo, che ne raccoglieva il pensiero, una delle sue prossime mosse. «Sta per partire una campagna online: “E tu cosa taglieresti?” Chiediamo ai cittadini di segnalare al governo gli sprechi, gli enti inutili, le complessità burocratiche, i privilegi odiosi, i pasticci amministrativi». Gran bella idea. Tanto bella da essere già stata pensata.

Era il maggio del 2012 quando il governo Monti decise di chiedere aiuto agli italiani. Sul sito del governo fu creato un apposito modulo per segnalare gli sprechi e le spese futili. La sezione, denominata "Esprimi la tua opinione", aveva il compito di aiutare il commissario alla spending review Enrico Bondi ad individuare le follie della pubblica amministrazione. All’epoca l’obiettivo era la revisione dei 295 miliardi che ogni anno uscivano dalle casse dello stato con destinazioni tra le più varie. Di quei soldi per il 2012 Monti contava di risparmiarne 4,2, più o meno quanti oggi ne vorrebbe recuperare lo stesso Renzi. Come è andata a finire la gran bella idea del governo tecnico si sa. Come andrà a finire la Gran bella idea del governo Renzi non si sa ma è facile immaginare.

Innanzi tutto c’è da chiedersi perché il presidente del consiglio chieda ai cittadini di segnalare ciò che hanno già segnalato (all’epoca arrivarono migliaia di lettere). Non sa che prima di lui anche Monti aveva chiesto aiuto agli italiani? Oppure non si fida del lavoro fatto dal suo predecessore? Ma se non vuole metter mano al lavoro fatto dai tecnici perché non si fa mandare la raccolta degli articoli di Libero, del Giornale e anche le copie dei libri usciti sull’argomento, da quelli di Stella e Rizzo a quelli di Mario Giordano o Nicola Porro e Mario Cervi? Perché non consulta il sito dell’Istituto Bruno Leoni, Wikispesa? Lì c’è tutto quel che c’è da sapere, senza perdere ulteriore tempo in analisi e segnalazioni. Oppure il sito web «E tu che cosa taglieresti» serve per trovare un’occupazione a qualche impiegato di Palazzo Chigi?

In realtà la sensazione è che il premier vada sì di fretta, ma senza sapere dove. Non gli importa di fare le cose che devono essere fatte, gli preme di fare qualcosa. Le province vanno abolite, sì, ma per abolirle bisogna cancellarle dalla Costituzione, come Libero chiede da una vita, non cambiar loro solo il nome, perché così alla fine in ogni provincia si risparmia a mala pena un milione, cioè niente, e tutta la burocrazia che complica la vita ai cittadini rimane. Stessa cosa con il Senato: se si vuole tagliare le spese, Palazzo Madama va chiuso. Se non lo si chiude ma gli si cambia nome si risparmiano gli stipendi dei senatori ma si pagano le diaria a quelli che subentreranno, lasciando invariato il numero di commessi, portaborse e funzionari. Insomma, i tagli se si fanno si devono fare per bene, altrimenti si prendono in giro gli elettori, i quali nel loro piccolo tra qualche tempo, passata la sbornia renziana, potrebbero incazzarsi.

E a proposito di giramenti e di prese in giro, segnalo il rischio che anche i famosi 80 euro in busta paga si rivelino una beffa. Non si tratta del solito scetticismo di chi non ama il premier, ma dell’analisi puntuale di uno che se ne intende e che gli italiani conoscono bene. Vincenzo Visco, il Dracula delle tasse, colui che nel governo Prodi ricoprì l’incarico di viceministro delle Finanze, è un uomo conosce le imposte come le sue tasche e ancor meglio si orienta nel labirinto delle detrazioni. Be’, che ha scoperto il signor Fisco? Semplice: ha calcolato gli effetti della riforma Renzi sulle buste paga, concludendo che gli 80 euro annunciati dal presidente del consiglio rischiano di «affondare nel pantano delle detrazioni». Leggete qui: «L’ennesimo intervento sulle detrazioni, per giunta quelle di una sola categoria (cioè i lavoratori dipendenti, ndr) non può che produrre effetti dirompenti sulla struttura dell’imposta». Parole forti? Non avete ancora letto il resto: «Poiché gli interventi sull’Irpef tendono inevitabilmente a tradursi nell’aumento di una delle detrazioni favorendo sempre i redditi più bassi, il risultato è non solo che per questi redditi aumentano la progressività e il fiscal drag, ma anche che si manifestano fenomeni di in capienza e cioè di detrazioni maggiori dell’imposta lorda per numerosi contribuenti soprattutto con carichi familiari che si collocano negli scaglioni più bassi». Tradotti tecnicismi vuol dire che moltissimi contribuenti cui è stato promesso l’aumento non riceveranno il becco di un quattrino o molto meno di ciò che si attendono. Visco stima che poco meno del 40 per cento dei soggetti in attesa dello sgravio non riceveranno in tutto o in parte il bonus annunciato e perciò conclude che il consenso iniziale nei confronti del premier potrebbe rivelarsi un boomerang.

Perché è vero che Renzi va di fretta e decide cosa fare senza dare retta a nessuno, neanche ai tecnici, ma nella fretta fa anche un po’ di confusione. E, qualche volta, di errori, ma che gli italiani rischiano di scoprire solo dopo le elezioni di maggio. Guarda un po’…

Da Libero, 10 aprile 2014
Twitter: @BelpietroTweet

Battendo i pugni a Bruxelles violiamo la nostra stessa Costituzione

 Il consolidamento fiscale italiano è tutto fuorché compiuto. Ce l'ha ricordato prima ancora l'aveva segnalato la Corte dei Conti, passando ai raggi X l'ultima legge di stabilità. Nelle sue prime settimane di governo, Matteo Renzi non ha presentato piani grandiosi per il rilancio dei nostro Paese: quando però ha sfiorato i temi economici, l'ha fatto evocando non meno ma più spese. Rilancio dell'edilizia scolastica "immediato" (senza gare?), ammortizzatori sociali inclusivi e universali, formazione. Tutte cose che costano, in un Paese che fatica a tenere i conti in ordine e dove comuni come Roma e Napoli sono tecnicamente falliti.

Che fare? La soluzione all'italiana sarebbe votarsi ai miracoli.
Dalla lotta all'evasione al rientro dei capitali, la politica punta sempre alla pentola d'oro ai piedi dell'arcobaleno. L'ultimo arcobaleno punta a Bruxelles. Anziché subirne le rampogne, dovremmo andarci e "battere i pugni" per "sforare il 3%". Poi sarà due volte Natale e festa tutto il giorno. Da Berlusconi a Fassina, sono tutti d'accordo: aumentando spesa pubblica e deficit, torneremo a crescere. 

Lasciamo perdere che la spesa pubblica italiana lambisce la metà del Pil e che oltre a spendere molto, spendiamo male. Si dimentica che la soglia del 3% era stata fissata per consentire agli Stati dell'euro di fare politiche di stimolo, à la Keynes, in fasi recessive. Si trattava di un limite massimo: in acque più calme, i governi avrebbero dovuto pareggiare entrate e uscite. Come ora prevede anche l'articolo 81 della Costituzione: l'equilibrio di bilancio è stato reso più esplicito da una modifica nel 2012. Insomma dobbiamo battere i pugni a Bruxelles, per aver licenza di violare la nostra stessa Costituzione?

Da Wired, 10 aprile 2014
Twitter: @amingardi

Quale futuro per gli aeroporti?

Il boom di partenze dagli scali milanesi per i ponti di fine aprile (+33 per cento Malpensa, +14. per cento Linate) merita di essere valutato con attenzione. Per almeno due ragioni.
La prima, di carattere generale, inserisce questo fenomeno nel clima di vivacità che è stato registrato nella settimana del Salone del Mobile e di tutti i suoi eventi collaterali. È un segno tangibile del desiderio di lasciarsi alle spalle anni di sacrifici e di grigiore, una voglia di evasione dopo la lunga stagione di ripiegamento obbligato per limitare i danni della crisi economica. La seconda, più legata allo specifico aeroportuale, invita ad approfondire i numeri, e soprattutto i trend di crescita del traffico passeggeri, per capire fino a che punto le analisi sull'antagomsmo-convivenza tra i due aeroporti, oggi più che mai d'attualità alla luce delle possibili ricadute dell'ingresso di Etihad in Alitalia, trovino fondamento nei fatti.
A Malpensa, per esempio, il lutto per il «dehubbing» della ex compagnia di bandiera sembra essere stato finalmente elaborato da un lato grazie al rapporto con la compagnia low cost Easyjet (da sola porta 7 milioni di passeggeri) e dall'altro per il contributo di vettori extraeuropei che hanno scelto lo scalo della Brughiera per voli che stanno restituendo numeri promettenti. Un dato su tutti: i cinque collegamenti giornalieri con New York operati da Emirates da ottobre ad oggi hanno garantito un +50 per cento di transiti. A questo si aggiunge il +11 per cento dei voli intercontinentali e il + 9,8 delle rotte per l'Est Europa. In termini generali, il bilancio del traffico passeggeri su Malpensa a marzo si è chiuso con un +2,6 per cento, quanto mai rilevante alla luce del contemporaneo calo del 30  per cento dei transiti gestiti da Alitalia.

È anche per questa ragione che tra gli osservatori c'è chi si dice convinto che l'aeroporto varesino possa prescindere dai vincoli e dalle limitazioni imposti a Linate (non portano benefici da un lato, tarpano le ali dall'altro). I ricercatori dell'Istituto Bruno Leoni, in ossequio all'ispirazione liberale, propendono addirittura per la soluzione più radicale. Si privatizzi Sea e si mettano in diretta concorrenza i due scali, hanno scritto nero su bianco sconcertando chi non ama le posizioni poco convenzionali. Al contrario, è una «provocazione» che merita di essere discussa a fondo. Piaccia o meno, pensare di regolare dall'alto il mercato è velleità ormai antistorica. Né si capisce che senso abbia, all'atto pratico, un trasferimento di parte della quota pubblica di Sea dal Comune di Milano alla Regione. Sembra una partita di giro, funzionale solo alla politica. I numeri dicono che bisogna andare verso il mercato, con scelte anche coraggiose che richiedono alla stessa società di gestione maggiore libertà di movimento, e non rinchiudersi dentro fortini autoreferenziali. Gli esperti calcolano che nei prossimi dieci anni il bacino potenziale crescerà di 70 milioni di passeggeri. Difficile credere che si possano conquistare piantando paletti a destra e a manca.

Dal Corriere della sera, 24 aprile 2014

Meglio ripetizioni Ue che voti dal mercato

Sono 33 le false verità sull'Europa, recita il titolo del libro di Lorenzo Bini Smaghi, uno dei numerosi che, elezioni propiziando, stanno uscendo sul tema. Sono però 30 anche gli anni da che «il tasso medio di crescita italiana sta declinando»: se continua così, «fidarsi di un Paese con un debito troppo grande per essere salvato e per non trascinare il resto d'Europa nella propria instabilità» più che «problematico», come scriveva Carlo Bastasin l'11 aprile su queste pagine, diventa impossibile. Il sogno europeo della ever closerunion è un obiettivo, non un'assicurazione, un impegno a raggiungere i primi, non a salvare gli ultimi. Uscire dall'euro è consentito dall'art. 50 di Maastricht ma comporterebbe essere lasciati soli al giudizio dei mercati: non ci andrebbe molto ad accorgersi che è meglio prendere ripetizioni da Bruxelles che da loro i voti.

Molti libri, poche ricette. Avanzo una proposta: eliminiamo dal dibattito parole tipo austerità e solidarietà, riferimenti alle rigidità intellettuali dei tedeschi per cui «l'economia è ancora un ramo della filosofia morale» e alla polisemia di Schuld. Si rinuncia a una piccola soddisfazione, si evita di fornire argomenti agli anti-europeisti: vale la pena. Dalle elezioni, quelle che contano, escono i governanti, e rispondono ai loro eletti di come usano le risorse: queste, vale la pena non dimenticarlo mai, non sono dello Stato ma degli elettori. Essi leggono eurobond e sanno che equivalgono a usarle, queste loro risorse, o direttamente o come garanzia. Possono accettarlo per evitare il collasso dell'euro, non per consentire di traccheggiare nell'eliminare le cause per cui vengono richiesti: hanno dalla loro i testi dei trattati e la loro Costituzione. Che il soft power con cui alla Germania viene chiesto di prendere la leadership dell'Europa voglia dire hard money, lo capiscono subito, capiscono meno cosa significhi leadership. Chi ce l'ha, deve esercitarla: finché si tratta di gestire Pompei, vada; ma ottenere che le Asl paghino i fornitori a 6o giorni, no grazie. L'Italia è un Paese non solo «troppo grande per essere salvato», ma anche troppo difficile per essere gestito. Chi può pensare che la Troika riesca a fare nel Mezzogiorno quello che non siamo stati capaci di fare noi in 150 anni e con uno dei più grandi (riferito al Pil) trasferimenti di ricchezza che si ricordino? E poi, guardiamoci negli occhi, se loro son perplessi a diventare i leader, dobbiamo proprio lamentarcene?

Anche per gli elettori tedeschi potrebbe essere vantaggioso se la Germania trovasse un equilibrio a un livello diverso, investendo più a casa propria, accettando un'inflazione più elevata: le misure prese dal Governo di coalizione vanno già in questa direzione ed è difficile sapere se bastino e in quando tempo mostrino i loro effetti. L'euro si indebolirebbe sul dollaro, se ne avvantaggerebbero le nostre aziende esportatrici: che i maggiori profitti li reinvestano in Italia è tutto da vedere, che quanto importiamo diventi subito più caro è sicuro.

Eliminiamo dunque dal discorso parole come austerità e solidarietà. Che vuol dire chiedere meno austerità? Poter sforare il limite del deficit di una frazione di punto per un anno, sperando negli effetti keynesiani sulla crescita? Perfino nella dottrina keynesiana è nei momenti di crescita che vanno introdotte le misure di austerità e attualmente siamo in una fase di crescita dell'economia mondiale. Perfino il sixpack, stando allo studio di un ricercatore dell'Istat, potrebbe essere dieci volte meno gravoso di quanto finora ipotizzato, sì da non dover neppure chiedere il rilassamento dei termini. C'è il nostro immenso debito, l'onere degli interessi, il rischio che aumentino i tassi: ma non ha senso taglialo con una patrimoniale senza avere prima tagliato alla radice le cause che quel debito hanno prodotto, e se quelle cause saranno rimosse, diventerà inutile tagliarlo con una patrimoniale; e comunque perché dovrebbero pagarla tedeschi e finlandesi?

Chiediamo più solidarietà: ma noi, quanto a diritto del lavoro, non vogliamo eliminare un fossile qual è l'art. 18; quanto a sistema giudiziario, la separazione delle carriere dei magistrati e la riforma del Csm sono tabù; quanto a privatizzazioni, ci teniamo le municipalizzate, e le Poste non le spacchettiamo per consegnarle tutte intere ai sindacati. Certo, non son cose da nulla, ma nulla sono di fronte ai costi di un'uscita dall'euro. Altro che più Europa! Il deficit politico è a livello stati: lo è anche in Germania, dove è per l'opposizione delle politiche locali se l'unione bancaria e il meccanismo di risoluzione han finito per essere così deboli e così lontani. Lo dimostra proprio il caso della Bce; se essa è, come scrivono Alessandro Barbera e Stefano Feltri (La notte dell'euro, Rizzoli), «l'istituzione più reattiva ed efficace quella su cui meno pesano le pressioni nazionali» è proprio perché l'euro è una moneta senza patria.
Nella politica nostra sta il nostro problema, austerità e solidarietà sono alibi. Una riforma al mese, è chiaro che la riforma che dobbiamo fare è quella del funzionamento dello Stato. Solo la politica nazionale la può fare. La metafisica europeista può essere lo sfondo e il vincolo, ma gli attori siamo noi, noi e i politici che mandiamo nel nostro Parlamento. La mancanza della politica è durata troppo a lungo: poteva farcela Berlusconi, ma non è stato una Thatcher; Prodi alcune cose le ha fatte (compreso entrare nell'euro), ma non è stato uno Schroeder; non potevano farcela i girotondi, non ce l'hanno fatta i Governi tecnici. Adesso abbiamo Renzi.

Da Il Sole 24 ore, 22 aprile 2014
Twitter: @FDebenedetti

A proposito del caso Scala

Le vicende della Scala appassionano da sempre l'opinione pubblica milanese. Nella schermaglia sul nuovo sovrintendente, Pereira, il vero oggetto del contendere è una questione «tecnica». Posto che eventuali contratti col Festival di Salisburgo o altri, finché è in carica, spetta a Lissner firmarli, il suo successore poteva già scrivere una lettera d'intenti? È questione che dovrà dirimere il Consiglio d'Amministrazione.

Nella scarica di critiche contro Pereira, però, ci sono anche due argomenti di più ampia gittata, sui quali è opportuno riflettere. Primo. L'assessore regionale Cappellini ha auspicato che Pereira si dimetta e che il suo successore sia «possibilmente di casa nostra». La Lega, com'è noto, promuove un referendum per bloccare l'ammissione degli immigrati ai concorsi pubblici. Battaglia - come dire? - di stringente attualità: non c'è giovane nordafricano che non sogni di lavorare all'anagrafe. Ragionare per carta d'identità lascia perplessi nel caso della Pubblica Amministrazione (è interesse di noi tutti che gli impiegati pubblici siano corretti e competenti, quale che sia il colore della pelle), ma nel caso della Scala appare davvero surreale.
Stiamo parlando di uno dei più importanti teatri al mondo. Il suo prestigio è inarrivabile, gestirlo non è una passeggiata. A maggior ragione, bisogna che a fare quel mestiere sia qualcuno effettivamente all'altezza: essere italiano non può essere la «qualifica» dirimente. La Scala non è un «teatro a chilometro zero»: anche perché è il principale biglietto da visita di questa città nei confronti del mondo. Serve che la guidi qualcuno che del mondo ha esperienza. Italiano? Straniero? Capace.

Secondo. Contro Pereira, s'è sostenuto che coproduzioni e acquisti di spettacoli all'estero sarebbero illegittimi o controproducenti, perché la Scala ha le risorse per fare tutto da sé e i laboratori Ansaldo «sono i migliori del mondo»».
Attenzione, non vuol dir nulla che la Scala potrebbe far «tutto da sé»: la questione non è cosa può fare, ma cosa è conveniente e sensato che faccia. Sulle coproduzioni e sulle opere che esordiscono in un teatro e poi approdano in altri, si regge tutto il mondo della lirica: è così che si rendono sostenibili i costi. Soprattutto, è così che si consente agli spettatori di Milano piuttosto che di Londra di godere delle trovate registiche, dell'interpretazione di una partitura, della scelta delle voci, sperimentate per la prima volta altrove.

Nessuno segna i punti: conta relativamente che il cartellone sia dominato da opere messe in scena per la prima volta alla Scala. I melomani in questi giorni impazziscono per «Les Troyens», che ha debuttato a Covent Garden. Per chi fornisce un certo bene o servizio, la prima cosa a cui pensare sono i consumatori: che cosa vogliono, come attrarne di più, come assicurarsi che siano contenti.
I fattori produttivi vengono messi assieme di conseguenza, cercando di fame l'uso migliore. L'importante è che la Scala offra buoni spettacoli. Perché ciò avvenga, è bene ricordare che il bello non batte bandiera di questa o quella nazione.

Dal Corriere della sera, 22 aprile 2014

Dal maoismo alla Borsa, così l'onda capitalista ha sommerso la Cina

Tutto è iniziato in un piccolo villaggio, chiamato «Collina del drago numero nove», nella provincia dello Sichuan, Cina centro -meridionale. Qui, una sera del settembre 1976, è partita quella rivoluzione poi sfociata nei grattacieli di Pechino e nella Borsa di Shanghai. La prima pietra del passaggio della Cina dal comunismo di Mao al «capitalismo» di oggi è stata scagliata 38 anni fa da Deng Tianyuan, segretario del partito della comune del paesino del profondo entroterra cinese: l'uomo radunò un piccolo gruppo di quadri locali per discutere il problema della produzione agricola e, «dopo un lungo e acceso dibattito, concordarono sul provare l'agricoltura privata come soluzione ai problemi amministrativi e all'assenza di incentivi che affliggevano le coltivazioni».

Così si legge nel libro «Come la Cina è diventata un Paese capitalista» di Ronald Coase e Ning Wang, pubblicato in Italia da IBL Libri, la casa editrice dell'Istituto Bruno Leoni guidato da Alberto Mingardi.

Privata quella nuova agricoltura del 1976 non lo era del tutto, come spiega il libro, perché la terra restava formalmente di proprietà dello Stato; ma a cambiare erano le forme di gestione. Così, passo dopo passo, si è poi arrivati alla svolta più importante e dirompente, quella del 26 agosto 1980, quando l'Assemblea nazionale del popolo ha approvato le norme per le «zone economiche speciali» della provincia del Guangdong: proprio quella; la regione alle spalle della turbocapitalistica Hong Kong. E l'allora colonia britannica, da ultima roccaforte dell'economia di mercato (insieme a Macao) rimasta sulla terraferma cinese, si è trasformata in una sorta dí «benchmark» per l'intero Dragone rosso. Da retrovia del capitalismo assediato dal comunismo, Hong Kong è diventata in un certo senso guida e faro della nuova Cina globale, economicamente aperta al mondo anche se politicamente ancorata al partito di Mao.

Già, la politica. Perché il libro ripercorre tutte le tappe della metamorfosi cinese, non solo nell'economia, nei campi, nelle fabbriche, nei grattacieli e nelle Borse. Ma anche in piazza. Come in quei terribili primi giorni del giugno 1989 a Tienanmen.
Una repressione, una tragedia. Eppure, solo pochi giorni dopo, il 9 giugno, l'allora numero uno di Pechino Deng Xiaoping ha detto: «La cosa importante è che non dobbiamo mai far ritornare la Cina a essere un paese che tiene chiuse le sue porte». Parole che suonano inconciliabili con i fatti di pochi giorni prima. E che in qualche modo raccontano il connubio molto cinese tra economia dinamica e politica monolitica. Con quest'ultima che, quando parla di economia, ricorda il discorso di Deng del 1992: «Un'economia di mercato non è capitalismo, perché esistono mercati anche nel socialismo».

Così i comunisti si fanno ancora chiamare comunisti, mentre le Borse impazzano, si moltiplicano i negozi delle griffe occidentali e le residenze dei Paperoni con gli occhi a mandorla. Accanto ai contadini delle campagne dell'entroterra e agli operai delle gigantesche fabbriche.
E accanto al problema dell'inquinamento, al recente rallentamento dell'economia e ai rischi di scoppio di «bolle» finanziarie: altro aspetto molto capitalistico della Cina rossa, operosa e rampante.

Dal Corriere della sera, 19 aprile 2014

Sostengo Pereira. E vi spiego perché i numeri della Scala gli danno ragione

Alexander Pereira, nuovo sovrintendente della Scala, una carriera stellare, otto anni al Konzerthaus di Vienna, oltre venti all'Opera di Zurigo (un record), infine al Festival di Salisburgo, come vadano le cose nei teatri celebri lo sa bene. Sa che í grandi teatri sono anche grandi istituzioni; che il successo non dipende solo da quello che scatta tra il palcoscenico e la platea (o il loggione), ma anche da quello che promana dal teatro e si diffonde nella città; che per un sovrintendente il rapporto con chí non va in teatro è tanto importante quanto il giudizio del frequentatore assiduo. Ma la violenta polemica scoppiata su Pereìra la scorsa settimana non sembra rientrare in questi meccanismi.

Quando la nuova produzione di un'opera costa sul milione di euro, le coproduzioni sono una necessità. A far la differenza è il teatro dove l'opera viene data in prima esecuzione: lì nasce l'idea, gli altri teatri seguono e a volte accettano a scatola chiusa.
Erano in prima esecuzione a Salisburgo l'estate scorsa due spettacoli dí rara perfezione, tra i più straordinari che ricordi, il Don Carlo di Pappano e i Meistersinger di Gatti. Assistendovi, tra noi italiani ci chiedevamo se e quando avremmo potuto vederli a Milano (qualcuno, più polemico, azzardava anche un "perché non li abbiamo fatti noi?"). Di quegli spettacoli il sovrintendente è ideatore e curatore, sceglie direttore, regista, cantanti, li segue dal progetto alle prove. Il fatto che il sovrintendente del più famoso festival del mondo diventi sovrintendente del più famoso teatro del mondo, rappresenta da questo punto di vista un'occasione unica, si ottiene una sorta di prolungamento della prima ottenuto al prezzo di una ripresa: quei due allestimenti a Salisburgo sono costati quasi 2,5 milioni, la Scala con mezzo milione li avrà entrambi. Il Lucio Silla e il Falstaff sono costati a Salisburgo 1.660.000, la Scala li avrà per 190.000. Pereira pensa di arrivare a 7 nel triennio, con un Rosenkavalier, un Trovatore e "Finale di partita" di Gyòrgy Kurtàg: il più importante compositore contemporaneo scriverà una scena apposta per lo spettacolo di chiusura dell'Expo. Salisburgo è sempre stato un "fornitore" abituale della Scala, Stéphane Lissner ne ha acquistato 4 produzioni in 4 anni e mezzo.
Nel triennio 2012-2014, tra opere e balletti, la Scala ha dato 13 nuove produzioni in prima rappresentazione, 20 coproduzioni, 22 lavori di repertorio, per un totale di 55 titoli. Il piano di Pereira è di salire nel triennio a un totale di 64 titoli, portando a 22 le nuove produzioni in prima esecuzione: sempre che le strutture produttive della Scala ce la facciano a reggere un aumento così rilevante. In caso contrario si dovrà supplire con maggior ricorso a nuovi allestimenti fatti da altri teatri e a riprese.
E' il nuovo sovrintendente che deve pensare al prossimo cartellone, deve quindi partire subito a impegnare le grandi star. Massimamente deve farlo il sovrintendente nella Milano dell'Expo. Solo in Italia il nuovo sovrintendente non ha da subito i poteri per farlo: alla Scala più di 100 tra artisti e registi sono ingaggiati con documenti firmati da Stéphane Lissner e siglati da Alexander Pereira. La burocratizzazione, malattia italiana, alla Scala pare raggiunga vertici dí perversa perfezione.
Ma nella polemica divampata sul nuovo sovrintendente di tutto questo quasi non si è parlato. Si è invece parlato di Pereira che con una mano vende e con l'altra compera gli spettacoli che ha fatto a Salisburgo: ma le lettere del Festival sono firmate dalla presidentessa e da un membro del Direttorio e non da lui, e quelle della Scala firmate da Lissner e da lui controfirmate. Si è parlato di Pereira che mette a posto i buchi di bilancio che avrebbe lasciato: ma il bilancio del Festival è attivo. Si è parlato di importi favolosi con cui Milano sovvenzionerebbe Salisburgo: ma tutto deriva da un errore, evidente a prima vista, della presidente del Festival che ha dato l'ammontare di tutte le coproduzioni di prosa e di lirica con tutti i teatri, e non solo di quelle con la Scala. Si è parlato di Pereira che svuota la Scala: ma in 3 anni il numero delle coproduzioni fatte da altri scendono da 20 a 19 e quelle proprie salgono da 13 a 22.
C'erano tutte le ragioni per consigliare prudenza nel raccogliere le voci, cautela nell'amplificarle, attenzione nel verificarle. Ma a qualcuno è parso vedere il conflitto d'interessi e ci si è buttato sopra: per vestire ì panni del moralista, o per "buttarla in politica"? Gli interessi di solito collaborano, anzi è così che va avanti il mondo; e quando possono confliggere ci sono mezzi per evitare che facciano danni. Il moralista invece diffida dell'interesse in quanto tale, sospetta della sinergia; nel suo mondo piatto il conflitto di interessi è il marchio che distingue i giusti dagli ingiusti.
Poi, da vent'anni, il "conflitto di interessi" ha preso le virgolette, si è dato un ambito semantico più specifico, a connotare l'essenza del berlusconismo: è diventato il demonificatore assoluto. Berlusconi sarà anche andato al Nazareno ma il berlusconismo è sempre tra noi, è una categoria dello spirito: il "conflitto di interessi" serve per ricordarcelo.
Chi ha altre categorie, e pensa che immorale sia cantar male, o mettere in scena spettacoli sciatti, spera solo che Pereira ci porti i suoi Don Carlo e Meistersinger. Tra loro e chi rischia di farglieli saltare non può che esserci, chiaro ed esplicito, il conflitto. Quello coi loro interessi.

Da Il Foglio, 18 aprile 2014
Twitter: @Fdebenedetti

Le nomine di Renzi? Non male, ma ha sprecato un'occasione

"Come sono le nomine di Renzi?", mi arriva sfasata di sei ore la mail di un amico temporaneamente negli Usa. Mi accorgo che non so rispondergli: "Come sono" rispetto a che cosa, "come sono" rispetto a chi?

Premetto che trovo le nomine assennate, e che comprendo anche i criteri che non condivido, ad esempio quelle sul numero dei mandati (mica sono cariche elettive!) o sul numero delle donne (vexata quaestio). Ma che queste nomine non obbediscano anche a una strategia di comunicazione di Renzi e che non c'entrino con la politica, sarebbe un'affermazione o ingenua o viziata da pregiudizio: politico. E' invece bene che le nomine fatte da un politico vengano percepite e valutate come un atto politico. Non è per etichetta istituzionale che il presidente del Consiglio si è recato a parlarne al presidente della Repubblica. Non si può sfuggire, atto politico sarebbe anche rinunciare al diritto di scegliere e credere di poterlo delegare a professionisti: bene ha fatto Renzi, se, a quanto pare, le raccomandazioni dei tecnici "le ha buttate nel cestino". E anche questa è politica, si può dire parafrasando Nietzsche. (E, a ben vedere, lo è doppiamente avere eletto con metodo tradizionale proprio chi aveva richiesto il metodo finito nel cestino).

Sempre, in tutte le scelte c'è una molteplicità di fattori da considerare: ma quello che prevale è per definizione l'interesse di chi decide. Nel caso di aziende private chi decide è la proprietà, diffusa o concentrata che sia. Nel caso di aziende pubbliche, dove proprietari sono i cittadini, solo in modo generico e astratto si può sostenere che il loro interesse sia rappresentato da chi essi hanno scelto a rappresentarli. Nelle aziende private, l'allineamento dell'interesse della proprietà con quello dell'azienda è un fatto naturale e diretto, in quelle pubbliche complesso e indiretto. Nelle aziende private, gli azionisti hanno l'arma della voice, e se non basta possono usare l'exit; molte grandi aziende di stato sono quotate, ma quelli che nominalmente ne detengono il controllo, cioè i cittadini, per esercitare il loro diritto possono forse usare la voice ma certo non l'exit. Solo in un modo molto mediato si può dire che l'interesse di chi ha votato Renzi alle primarie del Pd sia allineato con quello di Eni Enel e via controllando. E' una questione di conflitto di interessi. Conflitti sorgono sempre, là dove ci sono interessi. Nelle aziende private ci sono, eccome, ma sono palesi e ci sono mezzi per svelarli e contrastarli. In quelle pubbliche i conflitti sono subdolamente intrecciati. Non esagera Renzi se pensa che nomine che appaiano in linea con la sua strategia di comunicazione lo rafforzino, e che questo aumenti la probabilità che passi la riforma del Senato, e che questo giovi anche alle Ferrovie; ma si tratta di uno scambio che sarebbe meglio non azionare: porterebbe certo su un binaho morto, e non i, ppttebbe neppure escludere uno scontro.
Il vero scambio da azionare era a monte, e Renzi quella manovra non l'ha fatta. In quelle quattro ore che è stato a riflettere non si è chiesto che senso avesse lo stesso suo meditare e mediare; non gli è venuto in mente di usare anche in questa circostanza il metodo che gli ha spianato la strada fino al vertice dell'amministrazione; non gli è venuto il dubbio se da quella stanza non potesse uscire il "mai più" che ha usato per altre questioni, o almeno un "la prossima volta un po' meno".

Le occasioni le aveva davanti a sé. Per le Poste, mettere l'asticella più in alto e invece della finta privatizzazione che fa danni all'azienda e non dà vantaggi all'erario, riaprire le porte a una separazione delle attività, banca e assicurazioni da un lato, spedizioni e internet café dall'altro. Per Finmeccanica, ribadire almeno le scelte di vendere Ansaldo trasporti e Ansaldo energia. E se "un po' meno" sembrava un po' troppo, poteva ammorbidirlo dicendo "un po' meno indirettamente": se privilegia le comunicazioni brevi e dirette, poteva accorciare le catene di comando, smontare le piramidi, e pronunciare l'abrenuntio alla Cassa depositi e prestiti e ai suoi fondi. Cosa rispondere all'amico americano? "Come sono andate le nomine?". Sul piano contingente, non male per le aziende, si direbbe a scorrere gli elenchi. Sul piano della comunicazione, bene per Renzi, si direbbe a leggere i commenti. Ma sul piano della sostanza, un'occasione perduta: per il paese e per Renzi.

Da Il Foglio, 17 aprile 2014
Twitter: @FDebenedetti

I fondi pubblici aumentano, ma Amt taglia le funicolari

Mezza Genova è in rivolta contro la decisione di Amt di razionalizzare il servizio di funicolari e ascensori limitandolo nei giorni festivi e la domenica agli orari di punta ed accorciandone il servizio feriale tagliandole corse serali. Decisione che andrebbe a fare risparmiare all'azienda di trasporto pubblico genovese non più di 200mila euro l'anno, quasi una goccia in mezzo al mare di debiti. Una soluzione che viene comunque difesa dall'assessore comunale alla Mobilità Anna Maria Dagnino che ieri a palazzo Tursi ha risposto alle proteste di diversi consiglieri legando la scelta al taglio continuo dei finanziamenti al trasporto pubblico locale: «Gli impianti speciali sono molto più costosi degli altri vettori, soprattutto per l'incidenza della manutenzione ha detto-. Farli funzionare in orari in cui non c'è pubblico è impensabile, è antieconomico. Si tratta di interventi molto limitati e ponderati».

Il fatto è che il taglio dei fondi al trasporto pubblico locale in Liguria non è proprio così reale come viene presentato. Di riduzione dei fondi si può cominciare a parlare solo a partire dal 2012, ma nei precedenti dieci anni in Liguria per il Tpl sono stati messi a disposizione cifre di rilievo come testimonia uno studio dell'Istituto Bruno Leoni. Complessivamente, i contributi liguri sono aumentati del 46 per cento con una crescita peraltro a tutto vantaggio di Genova città: Amt, infatti, ha usufruito del 73 per cento dei fondi, mentre Atp ha visto salire la quota di contributi regionali solo dell'8 per cento. Amt ha beneficiato di un aumento dei contributi pubblici da circa 50 milioni ad oltre 100 milioni in dieci anni diminuendo la produzione del 14 per cento. Non solo, ma dallo studio dell'Istituto Leoni viene anche evidenziato come gli indicatori di efficienza segnalino che nel 2010 ogni dipendente produceva poco meno di 12mila chilometri e ogni passeggero percorreva mediamente 0,19 kni, contro una media delle altre quattro società liguri pari, rispettivamente, a 20mila km a dipendente e 0,85 km a passeggero.

A fronte di questi numeri sembrano più che giustificate le mille firme raccolte dai residenti della zona del Righi, Castelletto e Manin portate in sala Rossa dalla capo gruppo di Forza Italia Lilli Lauro che punta il dito contro la «incapacità dei vertici Amt che tengono sotto scacco la giunta comunale».
Si lamentano i residenti che hanno limitazioni a spostarsi verso il centro, ma anche i ristoratori in collina che hanno meno possibilità di attrarre clienti. Critico anche Paolo Repetto (Udc): «Penso che le spese per il trasporto pubblico locale non dovrebbero semplicemente essere subite dai genovesi, ma avere un reale riscontro su un'offerta di servizio che meglio risponda alle esigenze dell'utenza, quindi anche nelle frequenze e negli orari».

Da Il Giornale della Liguria, 16 aprile 2014

Not all choose to spend on dress

Guy Wroble (Letters, April 10) maintains that much of what is sold to consumers “at an amazing price is, in fact, no value at all”. Buyers should better consider the longevity of the products they acquire.
Maybe. Or maybe not. The readers of the Financial Times are likely to have a taste for bespoke, durable shirts. But shall we presume everybody does? People’s preferences are different. Two men may have the same disposable income, and yet one might desire to dress impeccably and have a taste for silky cottons, while the other attaches no importance whatsoever to what he wears. Another one has a passion for strong colours and bumpy squares, valuing the durability of what he buys little, as cheaper prices allow him to indulge a wider set of eccentricities.
We can assume the latter two are fooled by low prices and do not really understand what they buy. Or we can be content to disagree, respectfully, with their choices.

Da Financial Times, 13 aprile 2014
Twitter: @amingardi

Pochi voli e scelte sbagliate. Il declino di Malpensa è costato più di 6 miliardi

A guardare bene il funerale di Malpensa è iniziato sette anni fa, quando Alitalia decise di scappare a Fiumicino. Da allora lo scalo milanese è andato in picchiata.
Secondo uno studio dell'Istituto Bruno Leoni oggi da Malpensa transitano 11 milioni di passeggeri. Appena 2 milioni in più di Bergamo Orio al Serio che grazie a Ryan Air ha avuto in dieci anni una crescita del 616%. E 2 milioni in più pure di Milano Linate, che invece sembra decollare di nuovo. Nel 2007 quando Alitalia diede l'addio erano 23 milioni e 700 mila i passeggeri che transitavano da Malpensa. Figuriamoci cosa accadrà ora che andranno in porto le nuove strategie della compagnia di bandiera che sembrano destinare lo scalo a gigantesco smistamento di aerei cargo.

Sul matrimonio tra Alitalia e gli arabi di Etihad i politici naturalmente litigano. Alla fine è stato sempre questo il destino di Malpensa 2000, il grande scalo inaugurato nel 1999 che piaceva al Nord. Roberto Maroni, Governatore della Lombardia punta i piedi anche in vista di Expo 2015: «Se venissero liberalizzati i voli su Linate, quale condizione posta da Etihad, si salva il carrozzone Alitalia e si condanna Malpensa e questo per noi non va bene. Sarebbe come una dichiarazione di guerra alla Lombardia».

Francesco Rutelli allora sindaco di Roma si prende invece una bella rivincita: «Chi mi accusava di campanilisimo era in malafede. Quelle scelte hanno affossato Alitalia. Dopo qualche decina di miliardi e vent'anni buttati, tutti i commentatori ammettono il fallimento di Malpensa come hub. Fiumicino è baricentrico, legato alla Capitale e ai grandi flussi turistici e può facilmente espandersi fino a 50 milioni di passeggeri l'anno». Se si fossero messi d'accordo prima, forse si sarebbe evitato quello che vent'anni dopo sembra un gigantesco spreco di danaro pubblico. I conti sono presto fatti: quello che doveva essere il primo aeroporto italiano è costato 1,3 miliardi di euro a cui vanno aggiunti altri 5 miliardi in infrastrutture. Per fortuna non è mai stata fatta la terza pista e i fingers per consentire l'imbarco dei passeggeri direttamente dallo scalo non si sono moltiplicati. Ma pure così, gli oltre 6 miliardi sembrano davvero troppi anche alla luce dei posti di lavoro. Secondo gli ultimi dati, gli addetti delle compagnie aeree sono 661 appena, 12mila e 569 i lavoratori che fanno riferimento all'aeroporto mentre nell'area, l'indotto impegna 84 mila e 298 dipendenti. Quanti sopravviveranno all'ennesima rivoluzione di Malpensa nessuno lo sa.

Di sicuro gli esperti sono i primi a storcere il naso davanti alle valutazioni tutte politiche legate a quello che doveva essere il fiore all'occhiello del sistema aeroportuale italiano. Antonio Bordoni, docente di Aviazione commerciale alla Luiss di Roma, non fa sconti: «Il principale aeroporto italiano è stato sempre Fiumicino. Il decollo di Malpensa aveva senso fino a quando sono andate avanti le trattative con Klm interessata a quello scalo. Ma la valutazione su quale sia l'hub italiano deve essere lasciata alla compagnia di bandiera e non ai politici o ai sindaci di quelle zone». Facile a dirsi in un Paese dove pure l'ad di Ferrovie, Mauro Moretti, duellava solo pochi mesi fa con il governo per ampliare Linate e creare un'altra pista interrando l'Idroscalo, il lago artificiale che è il mare dei milanesi. Un progetto bislacco come tanti, mentre Malpensa muore dopo che Alitalia in appena due anni ha ridotto sullo scalo il numero dei passeggeri, da oltre 11 milioni a circa 1 milione e mezzo occupando le piste per meno de110% del traffico aereo totale.

Da La Stampa, 13 aprile 2014

Le parole oracolari di Draghi tra deflazione e vincoli esterni

Siamo in deflazione? "Come sempre, la risposta di Mario Draghi è stata delfica" commenta il Financial Times: i tassi rimangono dov'erano e le nuove politiche monetarie non convenzionali restano nel cassetto, però la Banca centrale europea è unanime nel riconoscere la necessità di rispondere adeguatamente ai rischi di un periodo troppo lungo di bassa inflazione. Ancora una volta, come già per l'Omt (ribattezzato dalle cronache "scudo antispread") basterà la parola?

Inflazione e deflazione sono entrambi fenomeni alimentati dalle aspettative: inflazione quando predomina la convinzione che i prezzi inesorabilmente cresceranno, deflazione nel caso contrario. Nel primo caso si è indotti a investire, nel secondo a rinviare. Se si sbaglia previsione, nel primo caso non si realizza il guadagno sperato, nel secondo si incorre in una perdita imprevista. Il rischio di non guadagnare è percepito diversamente dal rischio di perdere, le reazioni non sono simmetriche, inflazione non è il contrario di deflazione. Entrambe si combattono vanificando le aspettative: per ridurre la propensione a investimenti speculativi, basta tagliare il guadagno atteso; per suscitare una nuova disponibilità a investire bisogna ridurre il rischio di perdita. Il pericolo di inflazione si riduce eliminando i meccanismi automatici di adeguamento (scala mobile); quello di deflazione, ad esempio, assicurando chi assume un dipendente che non dovrà sopportare costi se fosse costretto a licenziarlo l'anno prossimo. Il mercato del lavoro ha un'importanza rilevante nel produrre l'asimmetria tra inflazione e deflazione, perché in risposta a uno choc positivo i salari nominali crescono, mentre è difficile ridurli se lo choc è negativo. Siamo in deflazione? Sono le aspettative a fare la differenza tra deflazione e discesa dei prezzi per caduta della domanda aggregata. Differenza non facile da interpretare, e facile da strumentalizzare. E' sicuramente vero che i paesi periferici dell'Eurozona devono riacquisire competitività relativa, e che con la valuta unica questo richiede necessariamente che i prezzi da noi crescano meno che nei paesi core. Però se da loro l'inflazione è già prossima allo zero, è altissimo il pericolo che da noi si entri in deflazione, e, come si sa, una volta che si è innescato l'avvitamento aspettative-decisioni, non ci sono strumenti risolutivi per contrastarlo.
Oltretutto la dinamica dei prezzi non è uniforme in tutto il mercato: diminuiscono nei settori esposti alla concorrenza, e restano fermi in quelli che ne sono schermati, chi lavora nel settore protetto gode di una rendita pagata da chi lavora nel settore che esporta. Sforare Maastrieht non è una soluzione: per ridurre la rendita bisogna ridurre le attività svolte in regime non concorrenziale, privatizzando e liberalizzando; e dove non sí può, creare una sorta di concorrenza interna, reingegnerizzando le funzioni; e in ogni caso sradicando la convinzione che dagli organici della Pubblica amministrazione si esce solo quando si va in pensione. Fare "come un'azienda che perde", sintetizza Piero Giarda. I tagli di spese improduttive e le riforme che aumentano la produttività richiedono tempo per avere effetti reali. Se c'è una cosa che la politica monetaria ci ha insegnato è che le politiche producono effetti anche prima di essere compiutamente implementate: a condizione che i piani siano credibili. Tutto dipende di lì: contano le aspettative.

Contro la deflazione, quali politiche non convenzionali può mettere in atto la Banca centrale europea e che effetto possono avere? Acquistando azioni e obbligazioni il prezzo delle prime aumenta, il rendimento delle seconde diminuisce: si riduce quindi il costo del capitale; mettendo in portafoglio titoli a lungo termine, segnala al mercato che cercherà di mantenere a lungo i tassi bassi, per evitare di subire perdite in conto capitale. Il calo dei rendimenti dovrebbe deprezzare l'euro rispetto al dollaro, favorendo le esportazioni: questo sì che sarebbe un aiuto alla crescita. Se non fossero così numerose le variabili che influenzano i rapporti di cambio, e così imprevedibili gli effetti dei loro intrecci.

Nell'Europa bancocentrica, la Bce, a differenza della Fed, per comperare azioni e obbligazioni in quantità significativa, deve passare attraverso le banche. Convoglieranno il danaro alla cosiddetta economia reale, o lo useranno per migliorare i propri ratio? Sarebbe grottesco se finissero per finanziare la bolla immobiliare da cui tutto ha avuto inizio. Se le banche cartolarizzano i propri crediti e possono scaricarli sulla Bce, diminuisce l'incentivo a valutare correttamente il merito di credito, proprio ciò che invece è indispensabile per selezionare investitori e investimenti. "Ibis redibis non morieris in bello": l'oracolo di Delfi creava ambiguità, l'effetto principale delle parole di Draghi sarà probabilmente quello di eliminarne alcune. Il consenso unanime, compreso dunque quello della Deutsche Bundesbank, dovrebbe eliminare una ragione del "Merkel bashing" che è servito solo ad alimentare risentimenti. Se la parola deflazione non è più tabù, è possibile concentrarsi sulle cose da fare concretamente per combatterla: liberalizzazione del mercato del lavoro, senza scalini in entrata e senza vincolo in uscita; per noi in particolare, l'eterno problema della riforma della Pubblica amministrazione, danno emergente per i conti pubblici, lucro cessante per chi vi deve ricorrere. Potrebbe perfino succedere per il Qe quel che è stato per l'Omt: basta la parola.

Da Il Foglio, 11 aprile 2014
Twitter: @Fdebenedetti

Due libri, due misure: l’assurdo regime dell'IVA sugli eBook

In Italia, ai libri cartacei si applica un’IVA ridotta al 4%, mentre per i libri elettronici si applica quella ordinaria al 22%. L’anacronismo del regime agevolato solo per i libri tradizionali - dovuto al fatto che, all’epoca dell’introduzione dell’IVA, gli ebook non esistevano - non è stato negli anni corretto ed è diventato anzi una fonte di discriminazione nel trattamento fiscale di due beni assimilabili.

Giacomo Mannheimer, nel Focus “I libri non sono tutti uguali. Il caso dell’IVA sugli e-book” (PDF), analizza, anche in ottica comparata ed europea, i diversi regimi IVA, la loro origine e la necessità di una riforma che riallinei l’aliquota IVA per ragioni quantomeno di equità fiscale.

“Forse proprio dall’Europa - scrive Mannheimer - potrà giungere l’input iniziale in tal senso, come sembra emergere da uno dei punti dell'Agenda digitale per l’Europa predisposta dalla Commissione, che richiede l’allineamento dell’aliquota IVA dei contenuti digitali a quelli dei beni fisici assimilabili.”

Il Focus “I libri non sono tutti uguali. Il caso dell’IVA sugli e-book” di Giacomo Mannheimer è liberamente disponibile qui (PDF).

Renzi corre troppo e rischia di combinare guai

«I gufi sono smentiti. Dicevano: non ce la fa. Invece ce l’ho fatta, e non sto fermo; appena raggiunto un obiettivo, rilancio». Così Matteo Renzi secondo il Corriere della Sera. Il quotidiano di via Solferino ieri descriveva un presidente del Consiglio che dopo la presentazione del Def e la conferma degli 80 euro in busta paga sprizzava gioia da tutti i pori. Tanto entusiasta da annunciare ad Alzo Cazzullo, che ne raccoglieva il pensiero, una delle sue prossime mosse. «Sta per partire una campagna online: “E tu cosa taglieresti?” Chiediamo ai cittadini di segnalare al governo gli sprechi, gli enti inutili, le complessità burocratiche, i privilegi odiosi, i pasticci amministrativi». Gran bella idea. Tanto bella da essere già stata pensata.

Era il maggio del 2012 quando il governo Monti decise di chiedere aiuto agli italiani. Sul sito del governo fu creato un apposito modulo per segnalare gli sprechi e le spese futili. La sezione, denominata "Esprimi la tua opinione", aveva il compito di aiutare il commissario alla spending review Enrico Bondi ad individuare le follie della pubblica amministrazione. All’epoca l’obiettivo era la revisione dei 295 miliardi che ogni anno uscivano dalle casse dello stato con destinazioni tra le più varie. Di quei soldi per il 2012 Monti contava di risparmiarne 4,2, più o meno quanti oggi ne vorrebbe recuperare lo stesso Renzi. Come è andata a finire la gran bella idea del governo tecnico si sa. Come andrà a finire la Gran bella idea del governo Renzi non si sa ma è facile immaginare.

Innanzi tutto c’è da chiedersi perché il presidente del consiglio chieda ai cittadini di segnalare ciò che hanno già segnalato (all’epoca arrivarono migliaia di lettere). Non sa che prima di lui anche Monti aveva chiesto aiuto agli italiani? Oppure non si fida del lavoro fatto dal suo predecessore? Ma se non vuole metter mano al lavoro fatto dai tecnici perché non si fa mandare la raccolta degli articoli di Libero, del Giornale e anche le copie dei libri usciti sull’argomento, da quelli di Stella e Rizzo a quelli di Mario Giordano o Nicola Porro e Mario Cervi? Perché non consulta il sito dell’Istituto Bruno Leoni, Wikispesa? Lì c’è tutto quel che c’è da sapere, senza perdere ulteriore tempo in analisi e segnalazioni. Oppure il sito web «E tu che cosa taglieresti» serve per trovare un’occupazione a qualche impiegato di Palazzo Chigi?

In realtà la sensazione è che il premier vada sì di fretta, ma senza sapere dove. Non gli importa di fare le cose che devono essere fatte, gli preme di fare qualcosa. Le province vanno abolite, sì, ma per abolirle bisogna cancellarle dalla Costituzione, come Libero chiede da una vita, non cambiar loro solo il nome, perché così alla fine in ogni provincia si risparmia a mala pena un milione, cioè niente, e tutta la burocrazia che complica la vita ai cittadini rimane. Stessa cosa con il Senato: se si vuole tagliare le spese, Palazzo Madama va chiuso. Se non lo si chiude ma gli si cambia nome si risparmiano gli stipendi dei senatori ma si pagano le diaria a quelli che subentreranno, lasciando invariato il numero di commessi, portaborse e funzionari. Insomma, i tagli se si fanno si devono fare per bene, altrimenti si prendono in giro gli elettori, i quali nel loro piccolo tra qualche tempo, passata la sbornia renziana, potrebbero incazzarsi.

E a proposito di giramenti e di prese in giro, segnalo il rischio che anche i famosi 80 euro in busta paga si rivelino una beffa. Non si tratta del solito scetticismo di chi non ama il premier, ma dell’analisi puntuale di uno che se ne intende e che gli italiani conoscono bene. Vincenzo Visco, il Dracula delle tasse, colui che nel governo Prodi ricoprì l’incarico di viceministro delle Finanze, è un uomo conosce le imposte come le sue tasche e ancor meglio si orienta nel labirinto delle detrazioni. Be’, che ha scoperto il signor Fisco? Semplice: ha calcolato gli effetti della riforma Renzi sulle buste paga, concludendo che gli 80 euro annunciati dal presidente del consiglio rischiano di «affondare nel pantano delle detrazioni». Leggete qui: «L’ennesimo intervento sulle detrazioni, per giunta quelle di una sola categoria (cioè i lavoratori dipendenti, ndr) non può che produrre effetti dirompenti sulla struttura dell’imposta». Parole forti? Non avete ancora letto il resto: «Poiché gli interventi sull’Irpef tendono inevitabilmente a tradursi nell’aumento di una delle detrazioni favorendo sempre i redditi più bassi, il risultato è non solo che per questi redditi aumentano la progressività e il fiscal drag, ma anche che si manifestano fenomeni di in capienza e cioè di detrazioni maggiori dell’imposta lorda per numerosi contribuenti soprattutto con carichi familiari che si collocano negli scaglioni più bassi». Tradotti tecnicismi vuol dire che moltissimi contribuenti cui è stato promesso l’aumento non riceveranno il becco di un quattrino o molto meno di ciò che si attendono. Visco stima che poco meno del 40 per cento dei soggetti in attesa dello sgravio non riceveranno in tutto o in parte il bonus annunciato e perciò conclude che il consenso iniziale nei confronti del premier potrebbe rivelarsi un boomerang.

Perché è vero che Renzi va di fretta e decide cosa fare senza dare retta a nessuno, neanche ai tecnici, ma nella fretta fa anche un po’ di confusione. E, qualche volta, di errori, ma che gli italiani rischiano di scoprire solo dopo le elezioni di maggio. Guarda un po’…

Da Libero, 10 aprile 2014
Twitter: @BelpietroTweet

«Una maggiore concorrenza tra scali per far crescere Linate e Malpensa»

Privatizzazione totale di Sea, Malpensa e Linate controllate da due società distinte in concorrenza tra loro, via i limiti all'attività del Forlanini. Fedele alla propria ispirazione liberale, l'Istituto Bruno Leoni sforna un «Briefing paper» (uno studio) dedicato alla situazione degli aeroporti milanesi, e soprattutto al loro sviluppo, che fin dal titolo («Liberare Linate»)promette di suscitare discussioni.

Il punto di vista espresso da Andrea Giuricin, professore a contratto alla Bicocca, ribalta punti di vista e analisi consolidate. Anche di chi, come il ministro dei Trasporti Maurizio Lupi, sta lavorando ad un «piano nazionale degli aeroporti» tutto basato sulla regolamentazione dall'alto, finalizzata a costruire un sistema con ruoli specifici per ciascun scalo. Tutto sbagliato, tutto da rifare, secondo lo studio. Perché proprio la pretesa di mettere le briglie al mercato avrebbe fatto perdere il... treno a Malpensa e Linate. I numeri dicono che mentre in Italia il traffico aereo in quindici anni è più che raddoppiato, passando da 53 a 116 milioni di passeggeri, le due strutture controllate da Sea hanno registrato solo una crescita moderata. Per ragioni precise: Malpensa ha pagato il «dehubbing» di Alitalia, Linate le limitazioni imposte al numero dei movimenti orari (scesi da 3o a 18) pensate proprio per favorire, senza alcun successo, lo scalo fratello. Al contrario, sono cresciuti in maniera esponenziale gli aeroporti che hanno puntato sulle compagnie low cost, come Orio al Serio (Bergamo) e Roma Ciampino.
La lettura dei numeri impone, per Giuricin, un radicale cambio di strategia. «Non è più possibile pensare di sviluppare un sistema di hub per Malpensa» sentenzia il professore che indica come modello da seguire quello di Barcellona (penalizzato dal dehubbing di Theria) che ha spalancato le porte alla compagnia low cost Vueling ed ora è vicino ai volumi di traffico di Madrid.

Secondo lo studioso, le limitazioni a Linate non servirebbero a rilanciare Malpensa e anzi tarperebbero inutilmente le ali al Forlanini. Urge, quindi, togliere i vincoli da un lato e favorire accordi bilaterali dall'altro. Per arrivare a quel risultato serve «una diversa gestione degli scali». E qui viene il vero punto sensibile dello studio dell'Istituto Leoni. Sono indicate tre possibili soluzioni che faranno fare più d'un salto sulla sedia. La più efficiente sarebbe la privatizzazione della quota che il Comune di Milano detiene in Sea, al momento non contemplata tra gli obiettivi di Palazzo Marino. Ma sarebbe anche opportuno «mettere in concorrenza Linate e Malpensa, utilizzando il processo di vendita al fine di valorizzare al meglio entrambi gli scali separatamente». Infine, «si dovrebbero eliminare le limitazioni esistenti per il Forlanini, arrivando ad almeno 25 movimenti orari, in modo che l'area cittadina milanese abbia la possibilità di conquistare maggiori clienti».

Dal Corriere della sera, 8 aprile 2014

Expo2015: Milano ha bisogno di Linate

In vista dell’Expo2015 Milano deve potenziare i suoi collegamenti aeroportuali e diventare una meta ancora più attrattiva: per questo non solo non deve rinunciare all’aeroporto di Linate, ma deve anzi rilanciarlo rimuovendo i vincoli ai movimenti e stimolare una competizione virtuosa tra gli scali esistenti separando la proprietà di Linate e Malpensa e privatizzandoli entrambi. Lo sostiene Andrea Giuricin, fellow dell’Istituto Bruno Leoni, nel Briefing Paper “Liberare Linate” (PDF).
 
Scrive Giuricin: “Oggi l’aeroporto cittadino è limitato nell’operatività a 18 slot orari, contro una capacità teorica di 30 movimenti. L’aeroporto potrebbe dunque svilupparsi molto di più. Non possiamo sapere se, rimuovendo i vincoli, vi sarebbero compagnie pronte a investire per incrementare i traffici su Linate: l’unico modo di scoprirlo consiste però nel rimuovere le limitazioni”. Coerentemente, non bisogna perseguire un coordinamento pubblico della politica aeroportuale, ma lasciare che sia il mercato - cioè le compagnie aeree e i viaggiatori - a scegliere quali scali utilizzare e come. Di conseguenza, “il Comune di Milano dovrebbe mettere sul mercato la propria quota azionaria di maggioranza della società di gestione aeroportuale in modo che possa avere le mani libere per potersi trovare nuovi clienti che possano sviluppare la domanda e i ricavi. Inoltre sarebbe opportuno mettere in concorrenza Linate e Malpensa, utilizzando il processo di vendita al fine di valorizzare al meglio entrambi gli scali separatamente. Infine si dovrebbero eliminare le limitazioni esistenti per Linate, arrivando ad almeno 25 movimenti orari, in modo che l’area cittadina milanese abbia la possibilità di conquistare maggiori clienti. L’aeroporto di Linate rimane il più attraente dell’area e dovrebbe essere possibile collegare tutte quelle destinazioni a medio raggio che i viaggiatori richiedono”.
 
Il Briefing Paper “Liberare Linate” di Andrea Giuricin è liberamente disponibile qui (PDF).

Politici e viaggiatori contro il ricatto delle Fs di Moretti

La soppressione dei 10 Intercity preparata di soppiatto dalle Ferrovie di Mauro Moretti è allo stesso tempo una sorpresa e una conferma. È un fulmine a ciel sereno perché nessuno sapeva niente di questo ennesimo colpo che l’amministratore delle Ferrovie stava per infliggere alla parte più popolare del servizio ferroviario. Ma è anche una conferma dell’impronta impressa dallo stesso Moretti alle Fs da 8 anni a questa parte, un marchio di fabbrica che si inserisce nella poco nobile tradizione nazionale che consiste nel privatizzare gli utili e pubblicizzare le perdite. Il brusco ragionamento consegnato con una nota ufficiale dall’amministratore Fs a proposito degli Intercity è sostanzialmente questo: possono sopravvivere quelli per i quali lo Stato paga la differenza tra costi e ricavi. Invece gli altri per i quali non ci sono sussidi e quindi pesano sui bilanci delle Ferrovie perché in perdita di “qua – si 30 milioni di euro l’anno” non ha senso tenerli in vita.

Non un cenno alla clientela, neanche mezza virgola per quei viaggiatori, soprattutto pendolari e gente che non ha le tasche sufficientemente gonfie per pagarsi i Freccia Rossa, che dall’oggi al domani si troverebbero senza quei convogli su cui magari salgono ogni giorno da anni. Per loro il messaggio non scritto, ma implicito è: che si arrangino, non è un problema delle Ferrovie. Come se una società di servizi, per lo più interamente posseduta dallo Stato, potesse solo pensare agli utili, che pure sono cosa buona e giusta, la bellezza di 380 milioni di euro nel 2012, senza il minimo riguardo ai clienti. Tutti i clienti, non solo i pochi viaggiatori delle Frecce Rosse che garantiscono guadagni alle Fs sui mille chilometri dell’Alta Velocità. Ma anche gli altri, compresi i 3 milioni e passa pendolari che ogni giorno vorrebbero essere trasportati decentemente sui restanti 15 mila chilometri. Perfino il ministro dei Trasporti, Maurizio Lupi, ha ricordato a Moretti che “gli utili non sono tutto”. Senza poi, però, trarre le conseguenze da un’importante ovvietà del genere, forse perché lo stesso ministro tiene tanto ai futuri collegamenti ferroviari con l’Expo di Milano e delle Ferrovie di Moretti non può fare a meno. Ieri il ministro ha comunque precisato che per i 10 Intercity di cui si parla non c’è una decisione finale sottolineando di aver convocato una riunione con Trenitalia (Fs) per la prossima settimana. Che è un modo indiretto per ricordare allo stesso Moretti qual è l’ordine delle gerarchie. Mentre il Codacons, l’associazione di consumatori che più di altre ha sposato la causa degli Intercity, minaccia denunce nel caso in cui le Ferrovie non facciano marcia indietro.

“Troppo facile fare impresa in questo modo”, commenta al Fatto Quotidiano uno dei consiglieri della nuova Agenzia dei Trasporti finalmente subentrata da qualche mese all’Ursf, l’ufficio di regolazione del servizio ferroviario, che era una specie di prolungamento delle Ferrovie e per proprietà transitiva dell’amministratore Moretti. “Troppo semplice per un manager pubblico dedicare tutte le attenzioni ai servizi profittevoli e scaricare sulle spalle dello Stato quelli che perdono. Oppure chiuderli senza tanti complimenti. Troppo facile e anche ingiusto. Ma chi lo dice, poi, che quei treni come gli Intercity di cui si parla sono in perdita perché davvero non si possono coprire i costi con i ricavi o perché le Ferrovie non sono capaci di renderli profittevoli. Finora – prosegue il consigliere – le Fs se la sono cantata e suonata, i conti se li facevano in casa e non è stato mai possibile verificare la loro attendibilità. D’ora in avanti il registro deve cambiare, a cominciare dalle gare ferroviarie regionali che si devono fare e devono essere una cosa seria”. Sembra una sorta di dichiarazione di guerra.

Di certo il clima intorno alle Ferrovie e a Moretti è radicalmente cambiato dal 22 febbraio, giorno in cui ha giurato il nuovo governo e a sorpresa nella lista il nome dello stesso Moretti non c’era nonostante tutti lo dessero per sicuro. L’aria è mutata non certo per iniziativa di Matteo Renzi che con Moretti ha intrattenuto in passato ottimi rapporti vendendogli l’Ataf, la società dei bus di Firenze. E neanche perché lo stesso amministratore delle Ferrovie è incautamente scivolato sulla buccia di banana del suo superstipendio difeso a spada tratta. Forse i tempi per un cambio di passo erano maturi dal momento che di soldi facili per Moretti non ce ne sono davvero più e la riprova è che il commissario per la revisione della spesa, Carlo Cottarelli, si è fatto subito spedire dall’Istituto Bruno Leoni lo studio sugli imponenti trasferimenti statali alle Fs pubblicato dal Fatto.

Ad una sorta di ecumenica e imbarazzante acquiescenza espressa dalla politica di destra e sinistra nei confronti di ogni scelta dell’amministratore delle Fs, sta subentrando un atteggiamento assai più cauto, spesso addirittura guardingo.
Sembrano lontani anni luce i tempi in cui a Moretti veniva stesa la guida rossa dal governo di Silvio Berlusconi consentendogli di prendere le regioni per il collo con contratti di 6 anni più altri 6 di rinnovo incorporato. Proprio le gare regionali stanno diventando la cartina di tornasole del cambiamento. Per sottrarre le regioni dall’abbraccio obbligato con le Fs, la Cassa Depositi e prestiti sta allestendo una società di recupero di locomotori e carrozze da affittare agli imprenditori che intendono entrare nell’affare dei binari in concorrenza con le Ferrovie.

Da Il Fatto Quotidiano, 6 aprile 2014

Tante sorprese nella bolletta tra mercato libero e tutelato

«Bisogna prevedere modalità di progressivo abbandono dei regimi di tutela per la vendita di energia e gas affinché siano le forze di mercato a garantire efficienza sul versante dei prezzi». Non è una frase ripescata a caso dall'archivio di un giornale dei primi anni Duemila. Sono le parole pronunciate pochi giorni fa durante un'audizione alla Camera dal presidente dell'Antitrust Giovanni Pitruzzella. Vanno nella stessa direzione propugnata da Chicco Testa, il capo di Assoelettrica: la lobby dei produttori di elettricità lamenta come meno della metà dei 300 miliardi di chilowattora consumati nell'ultimo anno in Italia sia sottoposto a meccanismi competitivi, e sollecita il superamento del "servizio di maggior tutela".

Di che cosa stiamo parlando? Per le piccole utenze il mercato dell'energia elettrica e del gas è diviso in due: libero e tutelato. La completa liberalizzazione, in vigore da inizio luglio 2007, ha fatto sì che tutti i clienti finali possano scegliere il proprio fornitore di elettricità e gas, andando a caccia delle offerte migliori. Nello stesso tempo si prevede un altro meccanismo, in teoria residuale: il "servizio di maggior tutela". Ovvero, un sistema di prezzi tariffati per clienti domestici e piccole imprese (fatturato inferiore a10 milioni e meno di 50 dipendenti) che non hanno scelto un fornitore sul libero mercato. In questo caso, a fissare i prezzi, aggiornati ogni tre mesi, ci pensa l'Autorità per l'energia elettrica e il gas (Aeeg).

Ora, dalla liberalizzazione dell'energia elettrica sono passati sette anni, mentre quella del gas ne ha appena compiuti undici. Qualcosa non è andato per il verso giusto se la stragrande maggioranza degli utenti associa il mercato libero a costi esorbitanti, scarsa trasparenza e in alcuni casi vere e proprie truffe. Certo, il fenomeno dei venditori porta a porta a porta che attivavano contratti di fornitura a clienti del tutto ignari non ha contribuito a creare un clima di fiduciaverso la libera concorrenza. Ma a forza di multe, Antitrust e Aeeg sono riuscite a contenere l'ondata di truffe.

Secondo Pitruzzella, la tutela dovrebbe essere riservata solo alle "utenze effettivamente vulnerabili", fermo restando che il passaggio al mercato dovrebbe essere "progressivo, rigidamente scadenzato". La speranza è che il settore elettrico, dove gli operatori attivi sono oltre 300 a fronte di 9 milioni di clienti, compia lo stesso sprint che ebbe quello della telefonia, dove la concorrenza ha portato vantaggi evidenti ai consumatori.

Il problema è che la scorsa estate, la stessa Autorità per l'energia ha divulgato un'indagine i cui risultati non sono esattamente uno spot per il mercato libero. Secondo lo studio, basato sui prezzi del 2011, chi è passato al mercato libero ha avuto bollette elettriche più care del 12,8% (+2% nel caso del gas) rispetto a un cliente rimasto sotto tutela dell'Aeeg. Insomma, nel mercato italiano dell'energia la concorrenza sembra non portare vantaggi al cliente finale. Ma è vera concorrenza? Fino a un certo punto.

Carlo Stagnaro, direttore ricerche e studi dell'Istituto Bruno Leoni e oggi consulente della ministra dello Sviluppo economico Federica Guidi, ha fatto notare che gli ex monopolisti «giocano arbitrando tra maggior tutela e mercato libero e non hanno alcun interesse a fare offerte commerciali aggressive a una clientela che si dimostra piuttosto pigra».
Sempre Stagnaro è stato tra i più duri critici. dell'indagine Aeeg, evidenziandone numerose carenze: un campione ridotto e un metodo discutibile, che tiene conto dei prezzi medi anziché delle offerte più competitive. Seguendo quest'ultimo metodo, infatti, il ricercatore ha scoperto che un cliente che consuma trai 5 e i 15 chilowattora all'anno avrebbe notevoli risparmi se passasse alle offerte del libero mercato. E sapete come ha fatto? Consultando il Trovagjirte: il servizio comparativo offerto dalla stessa Aeeg. «Sul piano puramente teorico, Pitruzzella ha ragione al 300 per cento dice Pietro Giordano, presidente nazionale di Adiconsum -. Il problema è che il cosiddetto mercato libero è pieno di aziende che lavorano anche nel mercato tutelato. Allora o si liberalizza davvero, e gradualmente, o è meglio lasciare tutto così com'è».

«La diffidenza verso il mercato libero è anzitutto un problema di trasparenza», è il parere di Domenico Romito, responsabile nazionale dell'associazione Avvocati dei Consumatori.
«Chi passa al mercato libero spesso non sa che gli sconti promessi scattano solo al raggiungimento di una certa soglia di consumo. Chi consuma poco non solo non risparmia ma si ritrova a pagare bollette altissime, che sembrano studiate apposta per risultare incomprensibili».

Se la speranza di Pitruzzella è condivisibile, le associazioni di consumatori fanno notare come le componenti in ballo in una bolletta energetica siano molte di più, e assai meno decifrabili, di quelle di una fattura telefonica. La ministra Guidi ha annunciato bollette «più leggere, eque e trasparenti».
Vedremo. I fatti, registrati dalle statistiche Eurostat, dicono che tra la seconda metà del 2011 e la seconda metà del 2012 la bolletta elettrica degli italiani è lievitata dell'11,2% (quasi il doppio dell'aumento registrato nella Ue) mentre quella del gas è salita del 10,6 per cento.

Da Pagina 99, 19 aprile 2014

Energia, arriva la rivoluzione fossile

Se n'è parlato per anni: la "Rivoluzione Rinnovabile" avrebbe cambiato le nostre vite. Saremmo passati presto a un sistema di produzione elettrica indipendente dal petrolio, diffuso e sostenibile, che avrebbe reso la nostra bolletta meno cara e l'atmosfera meno satura di anidride carbonica. La rivoluzione aveva degli eroi la Germania solare ed eolica e degli ideologi, che sempre in terra tedesca hanno teorizzato paragoni con il passaggio dalla trazione animale al carbone, e dal carbone al petrolio (è statala Freie Universitàt prendeteli).

Il problema è che la Rivoluzione Rinnovabile rimane sulla carta, macchiata da dubbi di marketing, e già stracciata per far posto alla vera rivoluzione ín atto: la Rivoluzione Neofossile. Ci si pensi bene: di rinnovabili ormai si parla solo in merito a quanto siano care. In Italia si stima che gli incentivi costeranno 220 miliardi di euro tra il 2009 e il 2032. In Germania il serissimo Fraunhofer Institut ha calcolato che tra il 2012 e il 2030 i tedeschi pagheranno 225 miliardi di euro per il sostegno all'installazione delle tecnologie, tanto che nel 2014 gli incentivi rappresenteranno oltre un quarto del costo totale da pagare in bolletta. Si può obbiettare che si tratti di un investimento dovuto, visto che il futuro non aspetta e non possiamo permetterci troppa CO2 aggiuntiva nell'atmosfera. Ma siamo costretti a osservare la realtà per ciò che è: a trionfare, senza troppe presentazioni e battaglie politiche, è ben altro tipo di tecnologia: la nuova estrazione di gas e petrolio,
Lo shale gas è tecnica nota da anni: anziché essere intrappolato in grandi giacimenti unificati, in questo caso il gas è contenuto in formazioni sotterranee più piccole, da perforare pneumaticamente "in orizzontale" una volta raggiunta la profondità necessaria. È grazie a esso che gli Stati Uniti diventeranno entro dieci anni esportatori netti di gas. Per quanto riguarda il petrolio, sono migliorate le tecniche di recupero del greggio dai giacimenti, e se ne riesce a estrarre economicamente anche da rocce da sbriciolare, da sabbie da centrifugare, e dai fondali marini più profondi. È così che le regioni centrali degli Stati Uniti hanno preso il titolo di Saudi America. e si ritiene che entro il 2030 gli Usa potrebbero diventare indipendenti dal punto di vista energetico. Con una nota a margine: per alcuni anni a partire dal 2017, gli Stati Uniti produrranno più petrolio dell'Arabia Saudita stessa. Prima di addentrarci in considerazioni di merito, conviene notare che tutto questo avviene per un semplice motivo: questa "Rivoluzione Neofossile" è assai più simile alle altre rivoluzioni energetiche del passato, di quanto non lo sia la supposta "Rivoluzione Rinnovabile". Questo perché diversamente da quanto non insegnino a scuola le rivoluzioni energetiche non avvengono solo perché una qualche nuova tecnologia diventa disponibile. Serva anche che si presenti la necessità di adottarla. Tale necessità, purtroppo per noi, è rappresentata dalla crisi delle risorse, che spinge alla scelta della soluzione alternativa più affidabile. È successo per il sistema dell'Inghilterra pre-vittoriana, che era entrata in crisi a causa della mancanza di risorse disponibili per alimentare i cavalli, e in parte di legno per costruire navi per il trasporto interno nei canali. L'adozione delle macchine a carbone è incominciata all'apice di una fase di problemi economici assai significativi. Nella nostra epoca digitale i segnali di crisi non mancano, e tra essi il più palese è l'esplosione del prezzo dell'olio combustibile a 147 dollari nel luglio del 2008. Sicuramente al boom ha contribuito una buona dose di speculazione come da tradizione anglosassone ma anche la reale necessità di greggia per le nuove economie ha contribuito in modo significativo.

Si è aperta anche una discussione sul fatto che nelle rinnovabili occorre investire in quanto "creano lavoro", addirittura "milioni di posti di lavoro" secondo quanto dichiarato da un Obama prima maniera in odore di berlusconismo prima maniera. Ciò è certamente vero, ma non meno vero di tante altre cose. La più ovvia è che anche le neofossili creano lavoro, e purtroppo per l'ambiente anche di più rispetto alle rinnovabili.
Questo perché la rinnovabile s'installa e abbisogna di manutenzione relativamente ridotta. Le neofossili, invece, impiegano una quantità permanente di forza lavoro addetta all'estrazione peraltro con un modello economicamente sostenibile, dovuto all'alto valore aggiunto delle risorse. Si crea così un meccanismo perverso: gli incentivi stimolano l'installazione di tecnologie rinnovabili, ma il settore rimane in vita finché ci sono nuove tecnologie da installare.
Così, non appena si riduce lo spazio disponibile tra campagne e colline per tirar su pale e pannelli, il settore entra in crisi. Il secondo aspetto riguarda il costo per il resto del sistema economico. Caratteristica peculiare delle rivoluzioni energetiche precedenti è stata il fatto che fino a ieri le nuove tecnologie hanno ridotto la spesa in elettricità e non l'anno aumentata. Per le rinnovabili, a parità di elettricità prodotta, è il contrario. È difficile quindi che una rivoluzione energetica, nel mezzo di una crisi economica in parte generata dal problema energetico stesso, possa svilupparsi grazie a tecnologie ancora inefficienti.

Dal loro punto di vista, bene hanno fatto dunque i cinesi, che per tanti anni hanno sfruttato la rivoluzione energetica per creare posti di lavoro in casa, vendendo pannelli e pale eoliche all'estero (l'installazione in Cina, paragonata al totale del sistema energetico, è stata minima). Dal punto di vista liberale, un paper dell'Istituto Bruno Leoni a firma di Luciano Lavecchia e Carlo Stagnaro riporta che per ogni green job creato se ne perdono 4,8 in altri settori (disinvestendo gli incentivi dalle rinnovabili e reindirizzandoli verso il privato di qualsiasi natura). Aspetto collegato a esso è quello relativo all'abbassamento del costo dell'installazione degli impianti. Un piccolo impianto privato da 3 chilowattora ancora nel 2010 costava circa 20 mila euro, mentre adesso l'esborso è sceso a ottomila. Incrociamo però tale informazione con altri dati: in Occidente sono fallite decine e decine di fabbriche di produzione di pannelli, e lo scorso gennaio la Cina ha dichiarato che avrebbe interrotto finanziamenti agevolati a circa il 75 per cento delle fabbriche nazionali di pannelli. Ciò significa che, a livello globale, la Cina statale stava pompando denaro nel settore per abbassare i costi e far fuori la concorrenza. Ci è riuscita, ma con una conseguenza impossibile da trascurare: il prezzo dei pannelli negli ultimi anni è stato artificialmente basso. La normalizzazione significherà un brusco arresto nella discesa dei prezzi. Non è una sorpresa, se si considera peraltro che appena il 2 per cento degli utili realizzati dalle aziende produttrici di pannelli è investito in innovazione tecnologica. Il resto, per chi ci riusciva, era solo profitto.

Ci sono speranze allora per una rivoluzione rinnovabile? Si può solo provare a suggerire, per quanto esperibile, di non chiamarla più "rivoluzione", ma "trasformazione". L'assetto economico capitalista non è in grado di percepire adesso i danni ecologici ed economici dell'effetto serra, che saranno assai più incisivi tra una ventina d'anni.
Il ruolo dello Stato è quello di anticipare la percezione del mercato. Finora nessun governo si è dimostrato all'altezza del compito, e gli incentivi sono stati impiegati per l'elargizione diffusa di rendite. Il caso italiano è esemplare, visto che per caso o correlazione le aree più disagiate sono anche quelle con più risorse rinnovabili, e verso le quali sono fluiti più soldi.
L'impiccio attuale dimostra anche che una rivoluzione non si fa da soli, perché si corre il rischio di farsi sparare dalle mitragliatrici, mentre gli altri "aspettano" e si fanno i conti in tasca propria. Non coinvolgere le economie emergenti nel processo ha fatto in modo che quanto si è risparmiato in emissioni in Occidente, sia stato più che compensato da emissioni aggiuntive altrove.

Tra il 2010 e il 2012 la Cina ha incrementato le proprie emissioni di 1,6 miliardi di tonnellate l'anno. Questo solo incremento è superiore al totale delle emissioni annuali di Germania, Italia e Francia combinate. A cosa serve ridurre le nostre emissioni di un mero 10 per cento, tra sforzi immani, se poi c'è chi non segue il cambiamento?
E così che in Italia il "Piano Energetico Nazionale" prescrive una brusca svolta verso il gas, se non altro come palliativo nei confronti del carbone (che, a parità di elettricità prodotta, emette circa il doppio della CO2 rispetto al gas). In Germania da parte della Cdu (il partito del cancelliere Angela Merkel) ci sono state già dichiarazioni ufficiali sul fatto che il paese non sarà in grado di far fede alla promessa energetica di arrivare al 50 per cento di rinnovabili entro il 2030 per non parlare dell'80 per cento al 2050.

Non è in realtà un problema dí tecnologie, ma solo di cattiva politica, consensualmente influenzata da lobby di sorta. Come uscire da questo pasticcio? Per ora si parla solo di diminuire gli incentivi futuri che è sacrosanto, vista la situazione. La Germania sta surrettiziamente costruendo nuove centrali a carbone, tanto per cercare di risparmiare dove può. Si stanno aprendo scenari geopolitici assurdi: questi impianti nella Ruhr stanno causando l'aumento delle polveri sottili a Parigi, con Francia e Germania che, anziché collaborare nelle rinnovabili, si fanno i dispetti come ai bei tempi della crisi del Reno (anno 1840). Se le rinnovabili richiederebbero coesione politica internazionale, il loro fallimento sta portando a nuove spaccature.

Da Pagina 99, 12 aprile 2014

Libera aranciata in libero Stato

È stata sventata la manovra di lobbying della Cia volta a far approvare una legge che impedisca ai consumatori italiani di bere le bibite che preferiscono. Non parliamo dell’agenzia di intelligence statunitense diretta da John Brennan, ma della Confederazione Italiana Agricoltori guidata da Secondo Scanavino che, insieme ad altre associazioni come la Coldiretti e Legambiente, voleva innalzare dal 12% al 20% la percentuale minima obbligatoria di frutta nelle bevande analcoliche. L’emendamento, presentato alcuni deputati del Pd e originariamente contenuto nel decreto Balduzzi, è stato per fortuna bocciato dalla commissione Affari Europei dopo il parere negativo del ministro Maurizio Martina. Contro il ministro dell’Agricoltura sono state scagliate critiche feroci: «È il ministro delle Politiche agricole o delle multinazionali?» lo hanno attaccato alcuni compagni di partito, «Dobbiamo prendere atto che le più bieche lobby industriali sono riuscite ad avere il sopravvento sulla logica della salute e della qualità» ha dichiarato la Coldiretti, «Fra il benessere dei bambini e gli interessi delle multinazionali, il governo ha scelto i più forti» sono state le parole di Matteo Salvini della Lega.

Del tema se n’è occupato qualche mese fa l’Istituto Bruno Leoni in uno studio di Luigi Ceffalo , in cui sono spiegati gli effetti negativi di una legge del genere: limita la varietà e l’offerta di bibite analcoliche, impone extracosti alle industrie e ai consumatori ad esclusivo beneficio dei produttori di frutta (non per forza italiani), comporta sanzioni per la violazione dei Trattati europei sulla libera circolazione delle merci. Ma senza scomodare le normative europee che spesso sono più assurde di quelle nazionali, basterebbe un po’ di buonsenso per bloccare sul nascere norme liberticide come queste. Con buona pace degli onorevoli “democratici” e delle lobby degli agricoltori, le “multinazionali” fanno e farebbero soldi anche producendo bibite con il 20, 30 o 40% di succo di frutta e se continuano a vendere bevande con il 12% di succo è solo perché ci sono consumatori che le richiedono. Ancora più risibile è l’accusa di Matteo Salvini secondo cui il governo, d’accordo con le solite multinazionali, ruberebbe la frutta e le vitamine ai bambini. Salvini, da padre premuroso prima che da leader di partito, dovrebbe sapere che già oggi esiste un’ampissima libertà di scelta e i genitori possono acquistare in tutti i super e minimarket bevande contenenti fino al 100% di succo di frutta. Nessuno impedisce a nessun altro di scegliere e comprare per sé e i propri figli succhi di frutta e spremute, non si comprende quindi perché alcune categorie e partiti debbano impedire altre persone di bere un’aranciata annacquata attraverso un’imposizione statale. Non vorremmo, se passa il principio dell’obbligo minimo di frutta nelle bevande analcoliche, che un giorno ci venga imposto di spremere arance nell’acqua o limoni nel tè.

Come sempre accade, dietro il paternalismo di Stato si nascondono gli interessi di produttori a caccia di rendite pagate dai cittadini. Le uniche garanzia per i consumatori di prodotti conformi ai propri gusti sono la libertà di informazione e la libertà di scelta. Libera aranciata in libero Stato.

Da L'intraprendente, 4 aprile 2014
Twitter: @lucianocapone

Quella domanda serissima che i secessionisti veneti pongono agli economisti

Per mesi il dibattito pubblico si è con centrato su una riduzione del cosiddetto cuneo fiscale che valeva uno zero-virgola-qualcosa-per-cento in meno del costo del lavoro. Nelle ultime settimane, alcuni hanno presentato come rivoluzionario uno sconto fiscale che, se effettivamente messo in pratica, ridurrebbe le imposte a chi guadagna sino a 25.000 euro l'anno, lasciando inalterata la situazione di chi ne guadagna 26.000, sulla base dell'ipotetica diversa propensione al risparmio dell'uno e dell'altro. Al contrario, 2 milioni di cittadini veneti, che si sono espressi via internet a favore dell'indipendenza della Serenissima dal resto del paese, sono considerati dalla stampa alla stregua di un fenomeno folcloristico. Forse, nel dibattito pubblico italiano, a essere sbagliate sono le domande ancor prima delle risposte. E' curioso che si sia spento il dibattito sulla principale peculiarità del nostro sistema economico e politico: un divario permanente fra i livelli di sviluppo delle diverse aree del paese che non ha eguali al mondo.

La "questione meridionale" è seppellita sotto numerosissime ricette proposte dal pasticciere di turno: tutte basate sull'intervento pubblico, e tutte egualmente fallimentari. La "questione settentrionale" è stata appaltata a un partito il cui peso politico sembra declinare, e così facendo fornisce un comodo alibi a chi preferisce fingere non esista. Il referendum popolare veneto suggerisce, però, che qualcosa cova sotto la cenere. Al cuore di queste due "questioni" vi è un trasferimento territoriale di risorse che, come la differenza fra le due aree del paese, ha pochi precedenti nella storia e pochi confronti nel tempo, per persistenza e per dimensione. Anche in questo caso l'attenzione spesso si appunta sui numeri sbagliati. Si guarda cioè all'entità dei trasferimenti "straordinari", ai "fondi per le aree depresse", agli "incentivi allo sviluppo" e simili. Ma il trasferimento di risorse avviene soprattutto attraverso gli strumenti ordinari della finanza pubblica. Il prelievo fiscale è sostanzialmente proporzionato al reddito, anzi cresce più che proporzionalmente con il crescere del reddito (anche perché nelle aree meno sviluppate vi è più economia informale); la spesa pubblica è invece sostanzialmente proporzionale al numero dei cittadini residenti (più o meno lo stato offre in tutta Italia lo stesso numero di classi per studente, di insegnanti per classe, di letti in ospedale per abitante, e simili). Quindi il prelievo è sbilanciato a carico del nord, ove i redditi sono più alti; la spesa è sbilanciata verso il sud, ove è maggiore il numero di abitanti rispetto al reddito prodotto.

Paradigma Buchanan e un'Irpef di troppo
Qualche anno fa due ricercatori della Banca d'Italia stimarono il volume di quello che James Buchanan chiamava "residuo fiscale", cioè la differenza fra quanto un cittadino paga al fisco e quanto riceve in termini di spesa pubblica. Si tratta di risultati impressionanti, che non è azzardato immaginare invariati, dal momento che i fattori che influenzano la distribuzione di entrate e spese, rispettivamente reddito e popolazione, non sono cambiati di molto. Nel solo nord, scorporando le regioni a statuto speciale (che hanno tutte residui positivi), il residuo fiscale risultava negativo per 76 miliardi; nel sud (escludendo sempre le regioni a statuto speciale) positivo per 37 miliardi. Per comprendere la dimensione della cosa, basta pensare che il residuo fiscale del nord non era dissimile dall'Irpef complessiva pagata da quelle regioni. Altrimenti detto, senza i trasferimenti verso il sud, e senza dover contribuire in via esclusiva a pagare gli interessi sul debito pubblico, il nord avrebbe potuto evitare di pagare l'imposta sul reddito delle persone fisiche, e ciò nonostante mantenere lo stesso livello di spesa pubblica. Il residuo fiscale del sud era pari a circa una volta e mezzo l'Irpef pagata dai cittadini meridionali. Come se, per ogni euro di imposta pagata, ciascun cittadino meridionale ne ricevesse due e mezzo in termini di servizi e trasferimenti pubblici.

Siamo facili profeti nel prevedere che la "questione settentrionale" è solo momentaneamente sopita. Ma anche "visto da sud", il problema non è meno serio. Volumi di spesa pubblica così elevati distorcono in modo sistematico l'allocazione delle risorse: da chi si vuole che le persone cerchino lavoro, se non dal datore di lavoro pubblico? Se stato ed enti pubblici continuano a offrire salari determinati sul livello dei prezzi e sulle condizioni del mercato del lavoro del centro-nord, come faranno le imprese private meridionali a competere?
I trasferimenti sottraggono al nord risorse preziose, ma nel mezzogiorno inceppano sistematicamente lo sviluppo dell'economia privata. L'assistenzialismo perpetua se stesso. In queste condizioni, come pensare che tornare a crescere, al nord come al sud, sia un obiettivo raggiungibile?

Da Il Foglio, 17 marzo 2014

Buono il piano industriale di Moretti. Ma non basta

I ricavi dovrebbero aumentare di 9,5 miliardi, gli utili del 6,9% l’anno e gli investimenti giungere a quota 24 miliardi, di cui 8,5 in autofinanziamento. Dopo le polemiche sullo stipendio, arriva la presentazione del piano industriale 2014-2017 per l’amministratore delegato di Fs Mauro Moretti. Ed è una specie di rivincita. Il manager ne ha un po’ per tutti. Dal presidente del Consiglio («Vediamo se riesce a convincermi») a chiunque lo abbia criticato per i suoi toni («Fare l’a.d. è fatica, non un gioco»). Davvero i suoi numeri bastano a suffragare la rappresentazione del gruppo come esempio di eccellenza internazionale? «Il paragone andrebbe fatto con le Ferrovie della Gran Bretagna, dove i biglietti sono un po’ più cari, ma non esistono sussidi e la qualità maggiore», risponde Ugo Arrigo, l’economista che ha indicato Fs come una delle aziende di trasporto più sussidiate d’Europa. Scatenando le ire di Moretti, con tanto di minacce di querela all’Istituto Bruno Leoni, che ha pubblicato lo studio. «Vorrà dire che dopo aver calcolato quel che Fs è costata agli italiani negli ultimi vent’anni» aggiunge Arrigo «ci dedicheremo al capitolo successivo: analizzare in dettaglio come spende i suoi soldi».

In tal caso la querela arriverà di sicuro: già ora Moretti vi accusa di danneggiare l’immagine di Fs, confondendo quel che lo Stato paga per le corse dei treni con gli investimenti sulla rete, che non entrano nei bilanci dell’azienda.
Che i soldi degli investimenti non passino per i bilanci di Fs è verissimo. Ma Moretti dimentica di aggiungere che a disporne è comunque la sua azienda. Se viene fuori che la somma fra questa voce e i sussidi che riceve dallo Stato è maggiore della media dei paesi europei a chi dobbiamo chiederne conto?

Lo stesso uso del termine “sussidi” ha suscitato una reazione sdegnata. È giusto chiamare così il corrispettivo pagato per un servizio?
Lo possiamo chiamare come ci pare. Il fatto è che Trenitalia, oltre ai ricavi dai biglietti, prende soldi dallo Stato per i servizi a media-lunga percorrenza (con l’eccezione dell’alta velocità, ndr), e dalle Regioni per i trasporti locali.

Però le tariffe sono più basse rispetto ai grandi paesi europei, ben al di sotto di quelle inglesi.
Vero. Ma anche qui c’è un elemento che viene taciuto: la differenza nel costo della vita e nelle retribuzioni fra i vari paesi. Un operaio inglese o tedesco guadagna molto meglio del collega italiano. Se si considerasse anche questo elemento difficilmente le ferrovie italiane risulterebbero convenienti. Prima ancora di parlare della qualità e della puntualità dei treni.

L’altro cavallo di battaglia dell’amministratore delegato di Fs è quello dei conti. “Quando ho preso l’azienda, nel 2006” dice “perdeva 2 miliardi di euro e ora è in attivo”. Non è così?
Questo è un argomento che mi lascia davvero sorpreso: non fa che confermare le nostre analisi sulle Fs.

In che senso, scusi?
Fs non è un’azienda qualunque che viva di mercato e di concorrenza. Il suo obiettivo non è fare utili, ma fornire un servizio efficiente al più basso costo possibile. Se è in utile vuol dire che ricava troppi soldi dai biglietti o dai trasferimenti dello Stato e delle Regioni. Esattamente quel che è sostenuto nel nostro studio.

Moretti dice che fa utili perché è efficiente e sa stare sul mercato.
Ma stiamo parlando di un soggetto pubblico che, se si fa eccezione per l’alta velocità, opera in condizioni di monopolio. E’ significativo al riguardo quel che accadde quando un’azienda privata chiamata Arenaways tentò di offrire, senza chiedere sussidi, un servizio fra Torino e Milano.

Come andò?
Che il soggetto pubblico e sussidiato, ossia Trenitalia, ottenne che a quello privato e privo di sussidi fosse impedito di effettuare fermate intermedie fra Torino e Milano, perché questo avrebbe alterato il suo conto economico, nonostante i sussidi. E Arenaways chiuse.

Infuria la polemica sulla retribuzione di Moretti e degli altri suoi colleghi del settore pubblico. L’amministratore delegato di Anas, Pietro Ciucci ha detto che il suo stipendio non prevede il trattamento di fine rapporto. Lei che cosa ne pensa?
Che gli amministratori delegati in uscita dalle aziende pubbliche prendono cifre ben più alte dei tfr dei lavoratori. Basti pensare a quel che ebbe il predecessore di Moretti, Giancarlo Cimoli. Tra l’altro nella maggior parte dei casi non si tratta di manager strappati alla concorrenza, ma di persone nate e cresciute nel settore pubblico. Qualcosa vorrà pur dire, no?

Da Panorama.it, 26 marzo 2014

«I costi dell'energia pesano sulla crescita»

Carlo Stagnaro è direttore ricerche e studi dell'Istituto Bruno Leoni, il think thank liberista che si occupa di politiche pubbliche e ruolo dello Stato nell'economia. Stagnaro parteciperà oggi a Trieste all'evento anteprima di Trieste Next.

Stagnaro, quanto ci costa l'energia?
Negli ultimi dieci anni la questione energetica ha subito una forte trasformazione in seguito a una profonda riforma dei meccanismi di mercato. Fino agli anni Novanta i mercati del gas e dell'elettricità erano dominati da un regime di monopolio e anche il prezzo della benzina veniva regolamentato. In seguito le prime liberalizzazioni e le direttive europee hanno consentito ai consumatori di scegliere i propri fornitori di energia con un impatto positivo sui prezzi al consumo. In generale gli elevati costi dell'energia rappresentano un grave ostacolo agli investimenti esteri nel nostro Paese

Qual è stato l'impatto delle politiche ambientali europee?
Le riforme di Bruxelles hanno cambiato il volto del mercato elettrico con effetti importanti su prezzi, tariffe e sui comportamenti degli operatori.

La recessione ha fatto crollare anche i consumi di energia.
La crisi economica degli ultimi anni ha fatto cadere la domanda di elettricità e di gas: un segnale pesante sul fronte economico a causa della chiusura di moltissime imprese anche a Nordest.

Corriamo il rischio di restare al buio?
I rischi per quanto riguarda la sicurezza energetica si sono ridimensionati. Oggi la capacità di importazione di gas dell'Italia è sufficientemente elevata rispetto alla domanda. Per questo credo che non ci sarà alcuna emergenza in Europa in seguito alla crisi geopolitica fra Russia-Ucraina. Faccio un esempio. Due anni fa, quando è scoppiata la guerra in Libia, l'Italia per due mesi non ha potuto utilizzare il gasdotto che porta il gas dalla Libia ma nessuno ha pensato che l'Italia potesse trovarsi al buio.

L'Europa è abbastanza integrata sul fronte della politica energetica?
Oggi i mercati europei sono molto più integrati rispetto a qualche anno fa. Dal prossimo anno partirà il market coupling, che integrerà i sistemi informatici delle Borse elettriche di Italia, Francia e Germania.

Più privatizzazioni?
Il ruolo dello Stato deve essere quello di regolamentare e garantire il buon funzionamento del mercato. Per questo ritengo che per evitare conflitti di interesse le multiutility devono essere privatizzate.

Puntare sull'energia rinnovabile?
Dal 2010 sono stati garantiti sussidi troppo generosi al settore delle rinnovabili. In questo modo si è innescato un boom di investimenti su un parco di rinnovabili che nel 2020, quando scatteranno gli obiettivi sul fabbisogno di energia indicato dall'Ue, sarà già obsoleto.

Da Il Piccolo, 21 marzo 2014

Ue 2030, le perplessità dell’Istituto Bruno Leoni

"Un'ambiziosa azione unilaterale della Ue potrebbe costare cara ai cittadini senza avere peraltro effetti rilevanti sulle emissioni di gas-serra". Questo il concetto alla base del position paper messo a punto dall'Istituto Bruno Leoni sui target ambientali europei al 2030, che boccia senza appello l'obiettivo vincolante del -40% per le emissioni di CO2, così come qualsivoglia obiettivo sul versante delle Fer e dell'efficienza.

In gioco ci sarebbe la tenuta dell'economia continentale, che secondo l'Istituto non può sperare di creare posti di lavoro sfruttando le maggiori entrate derivanti dalle carbon tax. L'unico modo per farlo, infatti, "è rendere l'Europa più competitiva, mentre le politiche proposte vanno nella direzione opposta".

Di fronte a tutto ciò, quindi, l'Ibl "propone di rigettare la proposta per l'obiettivo vincolante di riduzione del 40% dei gas-serra al 2030", contrastando fermamente "qualunque ipotesi di incremento" oltre tale soglia, anche perchè "le emissioni di cittadini e imprese europei sarebbero comunque sostituite da quelle di altri Paesi".

Per quanto riguarda un eventuale target per le Fer, l'Istituto è ancora più duro: "Non si tratta di politica ambientale: è politica industriale volta a promuovere specifiche tecnologie e industrie". Al momento, oltretutto, "non si può sapere se nei prossimi 5-10 anni saranno disponibili tecnologie pulite più efficienti" e il pericolo sarebbe quindi quello di perdere "innumerevoli opportunità".

Anche sull'efficienza "non c'è bisogno di obiettivi vincolanti", in quanto l'unica misura realmente valida sarebbe "l'eliminazione di tutti i sussidi diretti e indiretti alla produzione e al trasporto dell'energia", così come "il graduale taglio dei 'welfare schemes' che coprono le spese per l'energia di determinati individui".

Oltre a invocare una limatura della tassazione sull'energia e l'eliminazione delle barriere all'esplorazione "shale", infine, l'Istituto chiede la "piena integrazione e liberalizzazione dei mercati europei dell'elettricità e del gas".

Da Quotidiano Energia, 20 marzo 2014

Liberalizzazioni a che punto siamo?

Il 5 agosto 2011, Mario Draghi e Jean-Claud Trichet rispettivamente presidente entrante e uscente della Banca centrale europea scrivevano al presidente del consiglio italiano, Silvio Berlusconi, sollecitando "misure significative per accrescere il potenziale di crescita del Paese". Era il momento drammatico in cui lo spread tra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi iniziava la sua corsa al rialzo, di fronte alla crisi di fiducia verso le prospettive della Penisola e di incapacità dell'Unione europea (o della Bce) di intervenire con strumenti adeguati per calmare i mercati finanziari. La lettera segnò l'inizio della fine del governo del Cavaliere, e presto si determinarono le condizioni che portarono all'esecutivo tecnico guidato da Mario Monti, prima, e alla 'larga coalizione' di Enrico Letta, dopo le elezioni del febbraio 2013.

Nel messaggio proveniente da Francoforte, veniva posta particolare enfasi, oltre che sui temi di finanza pubblica, sull'esigenza di una "complessiva, radical e credibile strategia di riforma, inclusa la liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali. Questo dovrebbe applicarsi in particolare alla fornitura di servizi locali attraverso privatizzazioni su larga scala".

La cronaca politica dei due anni e più trascorsi da allora racconta, purtroppo, tutta un'altra storia. A dispetto di alcune zampate riformiste (come sulle pensioni) e delle correzioni del bilancio pubblico, seppure giocate in larga misura dal lato delle maggiori entrate, le sollecitazioni di Draghi e Trichet sono andate in buona parte disattese. In particolare, sembra essersi perso lo spirito di apertura che animava lo sforzo di introdurre maggiore concorrenza nei mercati. Eppure, è lì che si gioca una buona parte del futuro italiano: non vi è analisi internazionale (Ocre, Fondo monetario, Commissione Ue) o nazionale (Banca d'Italia, Antitrust) che non punti il dito sulla insufficiente liberalizzazione dei mercati dei servizi.

Un possibile tesoretto
Un gruppo di economisti di Bankitalia, alcuni anni fa, ha cercato di stimare il costo della poca concorrenza per il nostro Paese, trovando un risultato preoccupante ma anche incoraggiante (se lo si prende come la prova di un'opportunità di crescita). La chiusura dei mercati, ragionavano, determina il consolidarsi di posizioni di rendita, che assumono la forma di un markup mediamente maggiore ai livelli comuni altrove in Europa sul costo dei servizi. Se, attraverso una competizione più feroce, gli 'extraprofitti' dei monopolisti (o quasi monopolisti) potessero essere ridotti, il nostro Paese potrebbe veder lievitare (nel medio termine) il Pil dell'11%, l'occupazione dell'8%, gli investimenti del 18% e i salari reali del 12%. Queste cifre vanno prese con cautela, visto il tempo trascorso da quando vennero stimate e il sostanziale cambiamento di scenario intervenuto, ma restano qualitativamente valide. L'Italia sta seduta su un tesoretto che non sfrutta. margini, però, ci sarebbero eccome. Da alcuni anni l'Istituto Bruno Leoni tenta di misurare il grado di liberalizzazione dell'economia italiana, in svariati settori, attraverso il suo Indice delle liberalizzazioni. Nel 2013, l'Indice ha subito una profonda revisione metodologica, che lo rende adesso uno strumento con un contenuto informativo assai più vasto. Infatti, se in precedenza ci limitavamo a confrontare l'apertura al mercato dell'Italia con quella di un Paese benchmark per ciascun settore, adesso il confronto investe tutti i Paesi dell'Ue15. Per ciascun settore, il Paese più liberalizzato riceve un punteggio pari a 100, quello più ostile alla concorrenza viene invece valutato pari a zero. In tal modo è possibile sia osservare il grado di sviluppo dei diversi mercati nei vari Paesi, sia cogliere la strada che è stata fatta e quella che resta da compiere, in base al presupposto che più competizione è lo strumento per rilanciare la crescita, e questa caratteristica è tanto più importante in un'epoca di inevitabile rigore e austerity. Allo scopo di rendere il confronto immediato, per ciascun Paese viene calcolato un indice di liberalizzazione complessivo, pari alla media dei punteggi ottenuti nei singoli settori.

Dal primo all'ultimo...
Il Paese più liberalizzato, tra quelli considerati, è il Regno Unito, con un punteggio  pari a11'84%, seguito da Paesi Bassi (76%) e Svezia (62%). Queste nazioni si distinguono per una generale propensione alla concorrenza, che si riflette nel modo in cui regolamentano tutti i settori qui considerati (distribuzione carburanti, mercato del gas, mercato del lavoro, mercato elettrico, servizi postali, telecomunicazioni, televisioni, trasporti aerei e trasporti ferroviari). Il settore nel quale il Regno Unito ha la performance peggiore, per esempio, sono i servizi postali, dove comunque il risultato è prossimo alla sufficienza (58%). Va peraltro detto che una delle ragioni che avevano portato a penalizzare la Gran Bretagna era il persistere di un operatore dominante, Royal Mail, che proprio alla fine del 2013 è stato parzialmente privatizzato, con una prospettiva di maggiore contendibilità a tendere. 
Per il resto, Londra eccelle in ambiti quali i carburanti, il mercato del lavoro, le telecomunicazioni e i trasporti aerei: tutti settori dove ottiene il massimo dei voti, essendo il Paese più liberalizzato d'Europa. I Paesi Bassi guidano la classifica in due settori (elettricità e poste), mentre la Svezia, che eccelle nei trasporti ferroviari, ottiene invece la maglia nera nel mercato del gas, fortemente monopolizzato. Se ci spostiamo in coda alla classifica, troviamo Danimarca (41%), Grecia (36%) e, cenerentola europea della concorrenza, l'Italia (28%). La Danimarca, tolto 1'84% nel mercato del lavoro, ottiene punteggi medio-bassi in tutti i settori, e in particolare nel mercato elettrico. La Grecia può invece 'vantare' due zeri: il mercato del lavoro più rigido d'Europa, e i trasporti ferroviari meno permeabili alla concorrenza. Va precisato che quest'ultimo settore è tipicamente vittima di monopoli pubblici pervasivi, sicché con poche eccezioni, tra cui le più notevoli sono Svezia e Gran Bretagna i risultati sono deludenti ovunque. Tuttavia, anche negli altri ambiti Atene conquista posizioni assai poco confortanti. Esattamente come il nostro Paese.

Il caso Italia
L'Italia ottiene valutazioni positive solo in due settori: il mercato gas e il trasporto aereo.
Nel primo ciò è conseguenza in parte di scelte precise (la rivisitazione delle regole per l'assegnazione della capacità di trasporto sui gasdotti internazionali), in parte è del tutto inintenzionale (la recessione, abbattendo la domanda, ha innescato dinamiche competitive che nessuno si aspettava). Nel caso degli aerei, settore comunque tendenzialmente aperto ovunque grazie all'effetto benefico delle direttive europee, paradossalmente il nostro Paese è awantaggiato dalla concorrenza resa possibile dalla debolezza dell'ex monopolista.

La parziale rinazionalizzazione di Alitalia, con l'ingresso di Poste nel suo capitale sociale, può però portare cattive sorprese nell'edizione 2014. Per il resto, la fotografia del nostro Paese è assai deprimente: siamo ultimi in un settore (televisione) e rasentiamo lo zero in altri tre (poste col 2%, carburanti con l'8% e mercato del lavoro con 1'11%). Tutti questi ambiti hanno in comune sia la presenza di un operatore dominante in mani pubbliche, sia di una pervasiva regolamentazione che, anziché oliare la concorrenza, finisce per elevare barriere all'ingresso e limitare la libertà di scelta dei consumatori. In tal modo, però, si finisce per ostacolare l'innovazione, ridurre gli incentivi al miglioramento della qualità dei servizi e in ultima analisi sostenere i prezzi su livelli eccessivi, tali da incorporare extraprofitti oppure extracosti (che, in fondo, sono due facce della stessa medaglia, perché in entrambi i casi i consumatori sono costretti a pagare più del necessario per garantire una remunerazione eccessiva ad alcuni dei fattori della produzione).
Come sempre, se il bicchiere sia mezzo pieno o mezzo vuoto dipende in buona misura dall'occhio di chi guarda. Tuttavia, c'è un modo oggettivo di valutare la situazione: nella situazione italiana c'è un rischio e c'è un'opportunità. Il rischio è quello dell'inerzia e, dunque, della decrescita. L'opportunità sta invece nella ripresa di quel coraggio riformista che, nel passato, ha spinto il nostro Paese verso una progressiva apertura al mercato. Se infatti la situazione è ancora critica, non dobbiamo dimenticare che dieci o vent'anni fa l'Italia era un altro pianeta rispetto a quello che è oggi. Poi lo slancio si è, per varie ragioni, bloccato. La grande domanda, dalla cuì risposta dipende il tipo di Paese che ci troveremo ad abitare tra un decennio, è se questa pausa di pericoloso 'caos calmo' sia stata una parentesi, o un ritorno alle prassi dí sempre.

Da Energia e ambiente, 20 marzo 2014
Twitter: @CarloStagnaro

Matteo Renzi vuole tagliare del 10 per cento le bollette elettriche

Pochi giorni fa, con una delle sue fulminanti lettere sfottò su ItaliaOggi, Filippo Merli ha messo alla berlina il taglio della bolletta elettrica del 10 per cento annunciato dal premier Matteo Renzi. Un beneficio di appena 3 euro a bimestre per famiglia, secondo un calcolo a naso di Merli, dunque un classico provvedimento “molto fumo, poco arrosto”. In questo caso, l'ironia è arrivata prima dei dotti calcoli degli esperti di energia, e sembra avere centrato in pieno il bersaglio. Secondo uno studio per lavoce.info compiuto da due esperti di questioni energetiche, Roberto Della Seta e Francesco Ferrante, se il governo dovesse alleggerire le bollette tagliando gli oneri a favore delle fonti rinnovabili, considerate da alcuni fin troppo beneficiate dai sussidi statali, il risparmio per le famiglie sarebbe in media del 3 per mille, pari a 7 euro su circa 2.500 euro di entrate familiari. Un intervento necessario?

Di certo, sul taglio del caro energia di Renzi gli esperti sono già divisi tra pro e contro. A favore è l'Istituto Bruno Leoni (Ibl), che, poco prima che il governo Renzi si insediasse, ha teorizzato che lo Stato potrebbe risparmiare da 4 a 6,4 miliardi in due anni, cioè il 10 per cento della bolletta elettrica nazionale (44 miliardi l'anno), intervenendo con tagli mirati su 12 voci che incidono sulle tariffe elettriche. E poiché Renzi, quando ha annunciato il taglio delle bollette, ha precisato che “il costo dell'energia per le piccole e medie imprese verrà ridotto del 10 per cento attraverso la rimodulazione dei contributi del paniere della bolletta energetica”, non pochi hanno pensato che a ispirargli un linguaggio così complicato, assai meno chiaro di quello che gli è abituale, fosse stato proprio lo studio dell'Ibl citato prima, che indica una serie di possibili risparmi di spesa pubblica proprio in alcuni tagli dei sussidi statali ai produttori di energia elettrica.

Per esempio, sostiene l'Ibl, si potrebbero risparmiare almeno 1-1,5 miliardi di euro riducendo gli incentivi al fotovoltaico. Altri 500 milioni resterebbero nelle casse dello Stato se si tagliassero i costi per le fonti rinnovabili intermittenti, come le pale eoliche private, che ricevono un contributo per compensare i mancati ricavi dovuti all'assenza di vento. Altri 500 milioni si otterrebbero ricalcolando gli incentivi Cip6 introdotti con generosità nel 1992, per ragioni ormai superate. E 1-2 miliardi si potrebbero ricavare riducendo i sussidi alle reti elettriche private delle grandi aziende.

Di parere opposto lo studio di Della Seta e Ferrante. «I numeri smentiscono che le famiglie e le imprese siano oppresse dal caro energia» sostengono. E non è affatto vero che le famiglie e le imprese italiane hanno una bolletta elettrica più cara che in Germania. Anzi, per certe fasce di consumo è vero il contrario. Le aziende manifatturiere, importanti da noi come in Germania, se consumano tra i 70 mila MWh/anno e i 150 mila, in Italia pagano l'energia elettrica il 15 per cento meno dei concorrenti tedeschi. Anche le aziende energivore pagano meno in Italia che in Germania, e a differenza di ciò che dicono molti (precisa lo studio della voce.info) non è vero che l'Alcoa ha dovuto chiudere per l'elevato costo dell'energia elettrica: pagava, in realtà, meno che in Germania. Quanto alle famiglie, se consumano fino a 2.500 KWh/anno, pagano meno di quelle tedesche. A conti fatti, gli unici soggetti svantaggiati sono le piccole e medie imprese con un consumo elettrico tra 500 e 2.000 KWh/anno: queste pagano in media il 4 per cento più delle concorrenti tedesche e il 30 per cento più della media europea, che risente delle basse tariffe di Francia e Gran Bretagna, dove la produzione di elettricità si giova del nucleare e del petrolio domestico.

Lo studio della voce.info conclude che, per quanto riguarda le famiglie, il peso maggiore sul budget non viene dalla bolletta elettrica, ma dal costo dal costo del riscaldamento, dei trasporti e del carburante per l'auto, che incidono per il 14 per cento. E se Renzi tagliasse gli oneri per le fonti rinnovabili, le bollette diminuirebbero di appena il 3 per mille, pari a 7 euro su un budget familiare di 2.500. Quanto alle imprese, l'incidenza del costo dell'energia elettrica non arriva allo 0,5 per cento dei ricavi per il 50 per cento di esse, è meno dello 0,1% per il 19,2 delle aziende, e supera il 3 per cento soltanto per il 3,8% del totale. Gli autori dello studio ne deducono che la tesi per cui il caro-energia elettrica penalizza la capacità competitiva delle nostre aziende non è frutto di un'analisi argomentata, ma soltanto un mantra, gonfiato dai politici e dai media. “Un mantra che messo a confronto con la verità delle cifre si rivela per quello che è: un bluff”. Quanto basta per sollevare il dubbio che il taglio delle bollette elettriche possa ridursi a un'operazione di pura propaganda di un governo che, almeno in questo caso, sembra inseguire più i titoli ad effetto dei giornali che non la realtà dei fatti.

Da Italia Oggi, 19 marzo 2014

«Amt, tagliare il costo del lavoro»

«Il problema del costo del lavoro andrà affrontato. Ne va dell'equilibrio del sistema». Messa di fronte alle cifre che fotografano le performance di Amt nell'ultimo decennio e oltre, l'assessore comunale a Mobilità e Traffico Anna Maria Dagnino non può che riconoscerlo. «Il costo a chilometro è più alto rispetto alle aziende liguri, non è un mistero. Tuttavia, non è di molto più elevato della media nazionale». E se il 2014 è stato messo in sicurezza con l'ultimo accordo sindacale, la prospettiva è quella della gara per l'intero servizio ligure a cui sta lavorando la Regione. «Per costruire il bando occorre che siano definiti i costi standard». Un indicatore convenzionale, in pratica, che fissa il costo di tutto ciò che serve per sostenere il servizio sull'intero territorio ligure. Un modo come un altro per armonizzare anche le disparità che oggi esistono tra le cinque aziende attive in Liguria in tema di costo del lavoro, di gran lunga il "pezzo" più corposo della spesa necessaria per ogni chilometro.

TRACOLLO DEI TRASPORTI I PARADOSSI DELLA CRISI
"Diagnosi ed evoluzione del trasporto pubblico". Con questo titolo, ieri a Palazzo Tursi, è andato in scena un incontro promosso dalla Lista Musso, in collaborazione con le associazioni Oltremare, FormaMentis e la partecipazione di Metrogenova. Un confronto che ha visto soprattutto accendere i fari su una serie di indicatori che, ancor prima della crisi e del calo delle risorse pubbliche per il settore (per legge i ricavi devono coprire almeno il 35%, il resto sono trasferimenti statali), a parere dei relatori, sono capaci di evidenziare una serie di storture e debolezze, su tutte quelle dell'azienda di Genova. Stando ai dati forniti da Carlo Stagnaro, direttore del centro studi dell'istituto Bruno Leoni, ed elaborati analizzando i bilanci delle aziende ligure degli ultimi anni, le prestazioni di Amt sono state discutibili. «Il punto non è decidere qual è la migliore forma di proprietà, sebbene i privati offrano un'efficienza spesso più elevata di quelli pubblici. Non solo: non è nemmeno un problema di affidamento del servizio, seppure, anche in questo caso, chi è passato per una gara e non ha avuto un affidamento diretto, più varie proroghe come Amt (il contratto di servizio scade a fine anno), tende ad avere rendimenti migliori». Stagnaro fornisce una serie di indicatori di efficienza. «Siamo sicuri che il problema siano i soldi?». Amt, dice Stagnaro, ha ricevuto un mare di soldi pubblici: il 73% in più dal 2002 al 2010, «quindi prima del taglio netto ai trasferimenti da Roma». A dispetto dell'aumento di risorse, il servizio è stato ridotto del 15%. Ma è un altro indicatore, dice Stagnaro, a evidenziare che qualcosa non va: un chilometro di servizio (su gomma), per Amt, costa 6,6 euro. Molto più delle consorelle liguri, dov'è attorno ai 3,5 euro. «E non troppo di più dell'Atac di Roma, considerata simbolo di inefficienza». Più alto anche il costo del lavoro: 4 euro circa a chilometro contro i 2-2,5 delle quattro cugine.

L'AGENZIA UNICA E I PROBLEMI INSOLUTI
Per dare una scossa la Regione ha scelto la strada dell'unificazione dei b acini, che oggi sono cinque coincidenti ognuno con l'azione di un'azienda. Premesso che bacino unico in soldoni: l'area in cui si fornisce il servizio in forza di un contratto non significa azienda unica, i dubbi sono molti. Perché, lo ammette la stessa Dagnino, un livellamento verso l'alto dei costi delle aziende, che tenderebbe verso Amt, non è pensabile. Ma è proprio il modello di operatore unico a cui affidare attraverso un'agenzia (in fase di costituzione) l'intero servizio della Liguria, a lasciare molti dubbi. «Le economie di scala continua Stagnaro non producono grandi risparmi, né di norma aiuta molto affidare a un solo operatore bus e terni. Più grande non uguale migliore, anzi. Senza contare che le storture nei rapporti tra pubblico controllore e controllato rischiano di continuare». Gli fa eco bagnino: «I conti fatti nel 2011 per una possibile unificazione tra Amt e Atp dicevano che non ci sarebbero stati risparmi significativi. Rispetto alla legge regionale, bisogna riconoscere all'unificazione del gestore un ruolo positivo sulla programmazione del servizio. Ma anche l'armonizzazione fra bus e treno non può darci risultati rivoluzionari».

METROGENOVA: TRAM SOLUZIONE MIGLIORE
Anche l'analisi di Metrogenova, associazione di appassionati del trasporto, è critica. «Solo Venezia fa notare Luigi Piccardo per ovvi motivi, ha meno bus per abitanti di noi». Inoltre: «I mezzi sono poco attrattivi, le corse in netta diminuzione: ne abbiamo perso circa il 27% dal 93 al 2003. I bus sono vecchi, affollati». Qualcosa si mosse a fine anni `90: «Si iniziò a puntare su una flotta ecologica. Nel 2008 c'è stato il picco di 54 mezzi tra ibridi e filobus. Oggi sono meno della metà». Una storia che denota un'assenza di programmazione. «Come per la metro. Trent'anni per una manciata di chilometri, con piani cambiati di continuo. Occorre perseguire un fine, punto. A nostro avviso le priorità sono due: un prolungamento della metro a M arassi e Rivarolo e l'introduzione di tram per tutte le linee principali. Ogni città europea, con dimensioni paragonabili, ha fatto così, perché non possiamo riuscirci noi?».

Da Il Secolo XIX, 18 marzo 2014

La traiettoria energetica americana, dalla dipendenza all’export

Nessun frase è più gettonata, tra chi si occupa di energia, di "serve un piano energetico nazionale" (o strategia che dir si voglia). L'evoluzione del settore energetico americano rappresenta un clamoroso caso studio del contrario: ossia della sostanziale impossibilità di prevedere, e dunque di pianificare saggiamente, un settore così magmatico e in costante evoluzione, tecnologica e non solo.

Sembrano passati secoli da quando George W. Bush, replicando stancamente le promesse dei suoi predecessori da Richard Nixon (almeno) in poi, prometteva di mettere le briglie alla dipendenza dal petrolio straniero. All'epoca appariva una chimera: tant'è che l'impegno bushiano si tradusse in un sostegno incondizionato e generosissimo ai biocarburanti, cioè alle constituency dei potenti Stati agrari. Lo stesso Barack Obama ha fatto proprio il medesimo impegno, naturalmente declinandolo in termini più vicini alla sensibilità democratica: lo slogan dell'indipendenza energetica cedeva il posto a quello della lotta al cambiamento del clima, i sussidi ai biofuel a fonti rinnovabili che nell'immaginario appaiono "di sinistra", quali solare ed eolico. Sogni di gloria seppelliti dal fallimento di Solyndra, il produttore fotovoltaico portato dalla Casa Bianca a esempio del connubio tra competitività economica e sostenibilità ambientali.

Per parafrasare Francesco Guccini, però, mentre tutto questo accadeva un'altra grande forza spiegava allora le sue ali: la silenziosa ma sempre più dirompente rivoluzione degli idrocarburi non convenzionali. La fame di risorse, la peculiare regolamentazione americana che attribuisce la proprietà del sottosuolo non allo Stato ma a chi possiede il terreno soprastante, e lo sviluppo di tecnologie quali la fratturazione idraulica e la perforazione orizzontale hanno messo in moto una dinamica che oggi appare ormai chiarissima. L'avanzata del gas in particolare - grazie ai bassi prezzi e all'abbondante offerta imposti dallo shale - ha spazzato via dal panorama energetico americano tanto il carbone caro ai Repubblicani quanto il fotovoltaico democratico, il nucleare che piace all'Elefantino così come l'eolico che accende il cuore dell'Asinello.

Un dato impressionante è quello sul "pensionamento" degli impianti a carbone, tradizionalmente l'ossatura del sistema elettrico americano: nel volgere di un anno, la potenza complessiva che è prevista uscire dalla produzione è cresciuta da circa 40 a circa 60 GW al 2020. Il dato che singolarmente colpisce di più è quello relativo al tasso di utilizzo della capacità esistente: appena 56%.

L'altro "scarto" che immediatamente balza agli occhi è quello relativo alle importazioni, tradizionalmente bestia nera sia per la destra (che vi vede una minaccia alla sovranità nazionale) sia per la sinistra (che invece le interpreta come la prova provata del disinteresse americano per l'ambiente). Il gap tra produzione domestica e consumi, che all'inizio degli anni Duemila era di circa il 25% della domanda totale, si è oggi ridotto al 16%, ed entro il 2035 sarà sostanzialmente colmato, scendendo attorno al 3-4%. La sostanziale autosufficienza energetica (in termini netti, cioè sommando algebricamente import ed export) non è stata raggiunta né col dirigismo repubblican-nazionalista di Bush né con quello democratico-ambientalista di Obama. È a portata di mano semplicemente perché tecnologia e mercato - cioè, in ultima analisi, la convenienza economica - lo hanno reso possibile. Con grande scorno dei teorici del peak oil, secondo cui la produzione americana avrebbe dovuto avviarsi verso un rapido esaurimento, la tendenza punta decisamente nella direzione opposta: la produzione di idrocarburi è destinata a crescere impetuosamente. Se le rinnovabili, a fronte di una domanda crescente, resteranno sostanzialmente stabili ai livelli attuali (si prevede passino dall'11% del 2012 al 12% nel 2040), il metano vivrà invece un periodo di boom, passando dal 31% al 38%, il petrolio terrà botta (petrolio nei paesi industrializzati è essenzialmente sinonimo di mobilità) calando dal 22 al 20%, mentre nucleare e carbone andranno in deciso calo, passando rispettivamente dal 10 all'8% e dal 26 al 22% del consumo totale.

I dati, in particolare dell'ufficio statistico del dipartimento per l'Energia, mostrano chiaramente come la produzione di gas, soprattutto, sia trainata proprio dalle risorse non convenzionali.

Una rilevante conseguenza di questo fenomeno è che sta cambiando la "testa" americana. Se il dibattito pubblico fino a pochi anni fa era dominato dal tema delle importazioni, e di come ridurle, oggi si fa strada il pensiero opposto: ossia se non valga la pena valorizzare questa immensa produzione attraverso l'export. Infatti i produttori americani - che stanno soffrendo per i bassi prezzi determinati dall'eccesso di offerta - vorrebbero (e potrebbero) trarre immenso vantaggio dai prezzi ben più alti che si riscontrano su altri mercati, come quelli europeo, asiatico e giapponese, dove il gas naturale viene scambiato a prezzi tra le due e le tre volte superiori. Naturalmente ciò fa storcere il naso ai grandi consumatori USA di energia, i quali vivono l'attuale bonanza come una sorta di sussidio non dichiarato. Inoltre la regolamentazione americana è pensata per inibire le esportazioni, anche se le cose stanno cambiando: pragmaticamente, si troverà un accordo tale da liberare almeno una parte di queste gigantesche risorse.

L'Europa potrebbe beneficiarne grandemente, se l'energia (e il gas in particolare) fosse pienamente inclusa nel trattato di libero scambio transatlantico attualmente in discussione. In primo luogo, una maggiore disponibilità di gas sui mercati internazionali potrebbe far scendere i prezzi anche nel vecchio continente, un tema di non secondaria importanza in una regione che comunque vive con insofferenza l'attuale dipendenza da fornitori instabili o non del tutto affidabili (la crisi in corso in Ucraina ha reso nuovamente di attualità questo tema). In secondo luogo, uno degli effetti non intenzionali della shale revolution negli Stati Uniti è stato quello di abbattere i prezzi del carbone, rendendolo più conveniente proprio in Europa. Col paradosso che l’"ambientalista" Unione Europea soffre oggi molto di più per la tentazione del carbone che non gli USA. Maggiori importazioni, rese possibili dalla diffusione dei terminali di rigassificazione nell'UE, potrebbero controbilanciare questo fenomeno.

Tornando al punto di partenza: nessun pianificatore, illuminato o no, ha previsto (o avrebbe potuto prevedere) questa evoluzione, che ha consentito agli Stati Uniti di avere energia più accessibile, più economica e più pulita. Anche nel settore energetico vale il monito di Amleto: ci son più cose tra cielo e terra...

Da AspenInstitute.it, 11 marzo 2014
Twitter: @CarloStagnaro

The folly of Europe’s decarbonisation plan

Europe’s plan to decarbonise its economy by 2030 is very likely to meet Albert Einstein’s definition of insanity: “doing the same thing over and over again and expecting different results”. Current plans require emissions to be reduced to 20 per cent below 1990 levels by 2020 whilst 20 per cent of energy needs must be met through renewable energy sources. Now the EU aims even higher. The EU Commission released a new plan. This raises the decarbonisation target. The Commission proposes that emissions are cut to 40 per cent of 1990 levels by 2030 with 27 per cent of energy being from renewables. This will be a fiasco. Not only is decarbonisation likely to be expensive in itself, but regulating in favour of renewables compounds economic problems. The European economies will become less competitive, there will be more red tape and more regulatory uncertainty. On the edge of a conflict over Ukraine, that might drive natural gas prices up for a long time, Europe should rather find ways to make energy more affordable.

Both the goals and the policy instruments of the proposed climate plan are disappointing. As far as the main goal is concerned, cutting European emissions by 40 per cent below 1990 will be costly. The Commission seems to deny this reality as it claims that, in the past, there has been little or no contradiction between climate goals and economic growth. It argues: “Between 1990 and 2012 the EU succeeded in cutting its GHG emissions by 18 per cent, while GDP grew by 45 per cent “.

This is true, but reveals only part of the story. A large part of the reduction happened because of the recent deep recession. From 1990-2008, the EU27 cut its emissions by just 11 per cent, and partly because the accession countries could renew their post-Soviet, obsolete industrial sectors by employing more advanced, cleaner technologies. In the EU15 the emissions reduction in that period was only 6 per cent. European climate strategies did contribute to reducing emissions but only to small extent. It should be noted too that, as with any economic process, the marginal cost of cutting carbon emissions will increase as the cuts get bigger. The emissions target contributed, however, to an increase in energy prices in Europe, therefore making the economic crisis worse.

A recent study by the Potsdam Institute for Climate Impact Research – that relies on some rather heroic assumptions – estimated that cutting emissions by 40 per cent will cost 0.7 per cent of GDP per year in 2030. This may seem like a small amount but, given the EU’s appalling growth record, it is a further nail in the coffin of its failing economy.

However, the most incoherent aspect of the EU’s proposals is that they have decided – once again – to pursue carbon reduction in costly ways. Even assuming that unilateral carbon reduction makes environmental and economic sense, it does not follow that the Commission should regulate how that goal should be pursued.

It is especially unfortunate that the Commission have chosen an expensive renewable energy strategy again. There are several alternatives to renewables when it comes to carbon reduction – including switching to less carbon-intensive fossil fuels. New technologies may well be developed in the next 15 years, too. And, when faced with simple carbon taxes or cap and trade schemes that raise the price of fuel, people may choose to economise on energy use altogether rather than switch to expensive renewables: offshore wind, for example, is three-and-a-half times the cost of conventionally generated electricity. This is why there is an economic consensus that, if we are to cut emissions, the best instruments to use are carbon taxes or cap and trade to encourage innovation, new technology and local decision making in order to cut carbon output in the cheapest possible ways.

So, why has the EU decided that we should pick winners in advance by determining that the carbon reduction target should be met at least partly through increased use of renewables? The answer has little or nothing to do with the environment or climate: it is all about the so-called industrial policy of trying to create green industries and green jobs.

The experience with this policy has been disappointing. Part of the impact of climate policy has been to shift manufacturing to countries where green taxes are lower but where there are higher levels of carbon intensity in the production process – a very perverse outcome. At the same time, the EU was importing large numbers of solar panels from China subsidised by EU taxpayers – an outcome that brought an appallingly protectionist response from EU.

Intriguingly, under the proposed package renewable targets will be mandatory at the EU level, but there will be no national targets. This is likely to lead to attempts by each member state to free ride on the efforts of other states. This will then precipitate regulation from Brussels and the further centralisation of energy policy. Perhaps this is the Commission’s aim. However, the uncertainties that will result will make investments more, not less, costly. Again this will contribute to making Europe a poorer region beset by pervasive governmental intervention.

The EU Commission always insists on Europe’s “leadership” on climate policy. However, as one looks around one realises that no other nation in the world is willing to follow. It is possible that Europeans are the only ones who really care about the environment, and that they are also the smartest people on the planet. It is also possible, though, that they are simply on the wrong track. This latter explanation should not be ruled out too readily.


Professor Philip Booth is Editorial and Programme Director at the Institute of Economic Affairs in London, UK.

Carlo Stagnaro is Research and studies Director at Istituto Bruno Leoni in Milan, Italy.


Da Conservativehome.com, 5 marzo 2014

Per ridurre la bolletta una nuova definizione di azienda energivora

Uno dei temi che impegnerà il Governo Renzi, soprattutto i ministri Federica Guidi (Sviluppo economico) e Gian Luca Galletti (Ambiente), riguarda la riduzione dei costi dell'energia, fra i più cari d'Europa e del mondo. Il coinvolgimento dell'Ambiente in questa materia è legato al fatto che una delle voci più salate della bolletta elettrica è rappresentata dagli incentivi alle fonti rinnovabili, e a una tecnologia in particolare: il fotovoltaico. Ma a rendere l'energia italiana così costosa intervengono anche accise salatissime, un gran numero di giacimenti nazionali che i veti incrociati impediscono di sfruttare, rendite di posizione, difficoltà nella costruzione e soprattutto nell'ammodernamento delle infrastrutture energetiche, norme contraddittorie, politici locali riottosi, paure dei cittadini, liberalizzazione incompleta e così via.

L'analista Carlo Stagnaro in uno studio recente ha individuato le cause della malattia energetica italiana, che può essere riassunta in una locuzione di due parole: troppa politica. Nemmeno la legge Destinazione Italia (cioè il cosiddetto decreto del Fare-due) è riuscita a sciogliere questi nodi. Con un obiettivo iniziale di ridurre di 3 miliardi la bolletta energetica, a forza di emendamenti e limature il Destinazione Italia otterrà risultati meno coraggiosi e assai più modesti, con risparmi stimati sugli 850 milioni. Uno dei fenomeni più ingombranti è il sommarsi fra l'eccesso di capacità produttiva troppe centrali elettriche rispetto al fabbisogno e la corsa al fotovoltaico spinta non tanto dagli incentivi ordinari, già generosi, quanto da un fenomeno distorsivo creato anni fa con un decreto chiamato salva-Alcoa, che introdusse una parentesi di incentivi appetitosissimi i cui effetti paghiamo ancora oggi nelle nostre bollette.

Nei fatti, le fonti rinnovabili oggi soddisfano circa un terzo del fabbisogno elettrico italiano. E le centrali termoelettriche nuove ed efficienti restano spente, dissestando i bilanci delle società che si erano impegnate in grandi campagne di investimento senza saper prevedere il calo della domanda elettrica e il peso delle rinnovabili. Sono stati realizzati, fra il 2000 ed il 2010, investimenti nel settore termoelettrico per circa 30 miliardi di euro con l'entrata in servizio di più di 30mila megawatt di nuovi impianti (sia nuovi che in sostituzione di impianti esistenti), soprattutto moderni cicli combinati a gas. Le fonti rinnovabili d'energia hanno un effetto duplice e divergente. Fanno scendere, e in modo rilevante, i prezzi dell'energia all'ingrosso trattata alla Borsa elettrica. E fanno salire, con gli oneri degli incentivi in bolletta, i costi finali dell'energia per il consumatore.

Per questo motivo la Confindustria ha lavorato ai tavoli tecnici per dare una nuova definizione di impresa ad alta intensità energetica prevista dall'art.39 del Decreto Sviluppo, cioè gli interventi a tutela della fattura energetica non sono correlati alla quantità di energia consumata, ma all'incidenza dei costi energetici sul fatturato dell'azienda. Da qui il Governo dovrà partire per individuare un nuovo indice di "energivorità" per distribuire in modo differente le accise sulle varie forme di energia e sugli oneri parafiscali.

Il settore del metano è meno sofferente di quello elettrico, e i prezzi italiani per l'industria si sono avvicinati a quelli europei. Tuttavia il Governo, e qui il ruolo più importante spetterà al ministero dell'Ambiente, dovrà affrontare le contestazioni pugliesi contro gli 8 chilometri di metanodotto Tag che dovrà importare in Europa il gas dell'Asia Centrale.

Da Il Sole 24 ore, 1 marzo 2014

Il costo dell’energia

Uno dei temi che impegnerà il Governo Renzi, soprattutto i ministri Federica Guidi (Sviluppo economico) e Gian Luca Galletti (Ambiente), riguarda la riduzione dei costi dell’energia, fra i più cari d’Europa e del mondo. Il coinvolgimento dell’Ambiente in questa materia è legato al fatto che una delle voci più salate della bolletta elettrica è rappresentata dagli incentivi alle fonti rinnovabili, e a una tecnologia in particolare: il fotovoltaico.

Ma a rendere l’energia italiana così costosa intervengono anche accise salatissime, un gran numero di giacimenti nazionali che i veti incrociati impediscono di sfruttare, rendite di posizione, difficoltà nella costruzione e soprattutto nell’ammodernamento delle infrastrutture energetiche, norme contraddittorie, politici locali riottosi, paure dei cittadini, liberalizzazione incompleta e così via.

L’analista Carlo Stagnaro in uno studio recente ha individuato le cause della malattia energetica italiana, che può essere riassunta in una locuzione di due parole: troppa politica. Nemmeno la legge Destinazione Italia (cioè il cosiddetto decreto del Fare-due) è riuscita a sciogliere questi nodi.

Con un obiettivo iniziale di ridurre di 3 miliardi la bolletta energetica, a forza di emendamenti e limature il Destinazione Italia otterrà risultati meno coraggiosi e assai più modesti, con risparmi stimati sugli 850 milioni.

Uno dei fenomeni più ingombranti è il sommarsi fra l’eccesso di capacità produttiva troppe  centrali elettriche rispetto al fabbisogno e la corsa al fotovoltaico spinta non tanto dagli incentivi ordinari, già generosi, quanto da un fenomeno distorsivo creato anni fa con un decreto chiamato salva-Alcoa, che introdusse una parentesi di incentivi appetitosissimi i cui effetti paghiamo ancora oggi nelle nostre bollette.

Nei fatti, le fonti rinnovabili oggi soddisfano circa un terzo del fabbisogno elettrico italiano. E le centrali termoelettriche nuove ed efficienti restano spente, dissestando i bilanci delle società che si erano impegnate in grandi campagne di investimento senza saper prevedere il calo della domanda elettrica e il peso delle rinnovabili.

Sono stati realizzati, fra fi 2000 ed il 2010, investimenti nel settore termoelettrico per circa 3o miliardi di euro con l’entrata in servizio di più di 30mila megawatt di nuovi impianti (sia nuovi che in sostituzione di impianti esistenti), soprattutto moderni cicli combinati a gas.

Le fonti rinnovabili d’energia hanno un effetto duplice e divergente. Fanno scendere, e in modo rilevante, i prezzi dell’energia all’ingrosso trattata alla Borsa elettrica. E fanno salire, con gli oneri degli incentivi in bolletta, i costi finali dell’energia per il consumatore.

Per questo motivo la Confindustria ha lavorato ai tavoli tecnici per dare una nuova definizione di impresa ad alta intensità energetica prevista dall’art.39 del Decreto Sviluppo, cioè gli interventi a tutela della fattura energetica non sono correlati alla quantità di energia consumata, ma all’incidenza dei costi energetici sul fatturato dell’azienda. Da qui il Governo dovrà partire per individuare un nuovo indice di “energivorità” per distribuire in modo differente le accise sulle varie forme di energia e sugli oneri parafiscali.

Il settore del metano è meno sofferente di quello elettrico, e i prezzi italiani per l’industria si sono avvicinati a quelli europei. Tuttavia il Governo e qui il ruolo più importante spetterà al ministero dell’Ambiente dovrà affrontare le contestazioni pugliesi contro gli 8 chilometri di metanodotto Tag che dovrà importare in Europa il gas dell’Asia Centrale.

Da Il Sole 24 Ore, 1 marzo 2014

Energia: ecco perché la bolletta elettrica ci costa 4 miliardi in più

Perché in Italia la corrente elettrica costa di più? Alt. Snebbiamoci.

In primo luogo, non è vero che in italia la corrente costa più che negli altri paesi europei.
In italia costa carissima, ma non c'è solamente il confronto con cipro o con la Danimarca - dove l'energia elettrica costa davvero uno scatafottere ed è più cara che in italia.
in Germania per esempio l'elettricità costa assai più che in italia.

In secondo luogo, alla borsa elettrica (per la precisione, il "mercato del giorno prima") l'elettricità italiana all'ingrosso costa sempre meno.
a volte, pochissimo. Ma al consumatore finale il prezzo arriva salatissimo, con una serie di rincari fra l'ingrosso e il dettaglio che ricordano quelli degli asparagi (al mercato all'ingrosso di verona nel 2012 gli asparagi costavano tra i 2 e i 3 euri al chilo; al supermercato attorno ai 6 euri; dal fruttivendolo non meno di 8 euri al chilo).

In terzo luogo, ci sono consumatori finali ai quali l'energia costa poco, come alcune categorie industriali, come la città del vaticano, come le ferrovie dello stato, come (segue un elenco lungo di consumatori agevolati, sussidiati, incentivati).
e come in ogni statistica pollicola trilussiana se c'è chi paga meno del dovuto significa che qualcun altro (tutti gli altri) paga per lui la differenza.

Carlo Stagnaro, il vivacissimo economista e polemista dell'Istituto Bruno Leoni, ha pubblicato un "paper", un breve studio, in cui delinea i motivi per i quali in italia la corrente costa molto.
E dà anche alcune soluzioni per risparmiare dalle nostre bollette elettriche una cifra tra i 4 e i 6 miliardi l'anno.

L'analisi di Stagnaro è stata anticipata stamane con un corposo articolo pubblicato dal dorso CorrierEconomia del Corriere della sera e a quanto mi si dice ha fatto imbufalire (con soffi di vapore dalle froge e sbuffi sulfurei dalle orecchie) schiere di politici, di industriali, di imprenditori, di produttori di elettricità, di consumatori.

Secondo Stagnaro, “Le principali cause del caro-bolletta sono tutte riconducibili a decisioni pubbliche: una liberalizzazione lasciata a metà, pesanti manovre di politica industriale (si pensi ai sussidi alle fonti rinnovabili), frequente confusione tra le competenze del governo e quelle dell’autorità per l’energia".
Di conseguenza, scrive l'analista, "le soluzioni vanno cercate attraverso a) la riduzione dell’intervento pubblico nel settore (inclusa la semplificazione e razionalizzazione delle voci tariffarie); b) la tutela dell’autonomia del regolatore rispetto alle pretese di governo e parlamento (inclusa la rimozione degli ostacoli normativi alle scelte regolatorie in materia di tariffe); c) il completamento della liberalizzazione (incluso lo switch off per i consumatori domestici e piccole imprese)”.

Aggiunge Stagnaro che è possibile ridurre la bolletta di 4-6 miliardi di euro l’anno attraverso interventi di natura tariffaria, a cui dovrebbero aggiungersi riforme di più ampio respiro quali il superamento dell’attuale regime di maggior tutela per i clienti domestici e piccole imprese e la riforma del titolo v della costituzione per accelerare gli investimenti nelle reti.

Alcuni ingredienti della ricetta di Stagnaro potranno essere indigesti a taluni. Per esempio, bisognerebbe smettere di aiutare alcuni produttori di energia da fonti rinnovabili che hanno partecipato all'arrembaggio dei sussidi salva-alcoa.
per esempio, calciorotare in via definitiva il cip6, la tariffa incentivata creata nel '92 dal governo Andreotti vii (ministro dell'industria era Guido Bodrato, dico, un nome così remoto nella memoria che pare emergere dalla vii dinastia del nuovo regno), che era un governo in crisi sotto la pressione emergente degli arresti di mani pulite e stava già svaporando nel successivo governo amato.

Nel leggere stagnaro sembra che il decreto salva-alcoa sia (e forse lo è) la madre di tutti i mali.
Emanato nel febbraio 2010 (ministro dello sviluppo economico: Claudio Scajola pre-scandalo-casa-al-Colosseo), il salva-alcoa ha rappresentato una specie di sospensione temporanea nel sistema di aiuto alle fonti rinnovabili, bruciando la riduzione degli incentivi a cui stava lavorando con precisione l'allora sottosegretario Stefano Saglia, e ha istituito incentivi sontuosissimi per il fotovoltaico e ha elargito sconti doviziosissimi per i grandi consumatori industriali di corrente.

Conclude Stagnaro: “se il prezzo dell’energia elettrica, per diverse categorie di consumatori, è tale da determinare svantaggi competitivi, la ragione è da rintracciare in una successione, non sempre organica, di interventi normativi. razionalizzare la struttura tariffaria e dare finalmente piena libertà ai consumatori risponde a criteri di trasparenza. ma, inevitabilmente, la riduzione delle voci di spesa (e dei sussidi) è l’unica strada possibile per perseguire un alleggerimento significativo e di medio termine della bolletta elettrica.”

Il documento si prospetta fonte di dibattiti animati, come quello che ho seguito stamane su twitter fra Stagnaro medesimo con Chicco Testa, Francesco Ferrante, Ermete Realacci ed Edoardo Zanchini (Legambiente).

Per esempio, tra i commenti è molto interessante l'analisi che del documento di Carlo Stagnaro fa Alessandro Visalli in un articolo pubblicato sul blog Tempo Fertile (clicca qui per leggere le note di Visalli al "paper" di Stagnaro).

Visalli per esempio osserva che carlo stagnaro ha sottovalutato l'effetto delle norme sblocca-centrali spinte dall'allora ministro Scajola.
norme che facilitarono il cambiamento del parco centrali dell'italia (facilitazione già avviata ai tempi del ministro Antonio Marzano, legata all'emotività del famoso blackout), ma che portarono l'italia a una sovracapacità produttiva che oggi tiene spente le centrali elettriche ancora nuove.
Sulla cui corrente non prodotta dovrebbe arrivare in bolletta una voce apposita. (è il cosiddetto capacity payment, anglismo orribile per definire una tariffa caricata sulla bolletta per consentire alle società elettriche di tenere spente le loro centrali senza dover portare i libri in tribunale).

(Nota personale. In teoria, se una società elettrica sbaglia le previsioni di investimento sui consumi futuri, che calano invece di crescere, e sul peso futuro delle rinnovabili sul mercato, che è stato altissimo invece di restare marginale, questi errori dovrebbero essere pagati dagli azionisti della società elettrica, non dai cittadini italiani. il rischio d'impresa non può essere a senso unico, soltanto quando si indovina un investimento giusto).

Da IlSole24ore.it, 18 febbraio 2014

Libera aranciata in libero Stato

È stata sventata la manovra di lobbying della Cia volta a far approvare una legge che impedisca ai consumatori italiani di bere le bibite che preferiscono. Non parliamo dell’agenzia di intelligence statunitense diretta da John Brennan, ma della Confederazione Italiana Agricoltori guidata da Secondo Scanavino che, insieme ad altre associazioni come la Coldiretti e Legambiente, voleva innalzare dal 12% al 20% la percentuale minima obbligatoria di frutta nelle bevande analcoliche. L’emendamento, presentato alcuni deputati del Pd e originariamente contenuto nel decreto Balduzzi, è stato per fortuna bocciato dalla commissione Affari Europei dopo il parere negativo del ministro Maurizio Martina. Contro il ministro dell’Agricoltura sono state scagliate critiche feroci: «È il ministro delle Politiche agricole o delle multinazionali?» lo hanno attaccato alcuni compagni di partito, «Dobbiamo prendere atto che le più bieche lobby industriali sono riuscite ad avere il sopravvento sulla logica della salute e della qualità» ha dichiarato la Coldiretti, «Fra il benessere dei bambini e gli interessi delle multinazionali, il governo ha scelto i più forti» sono state le parole di Matteo Salvini della Lega.

Del tema se n’è occupato qualche mese fa l’Istituto Bruno Leoni in uno studio di Luigi Ceffalo , in cui sono spiegati gli effetti negativi di una legge del genere: limita la varietà e l’offerta di bibite analcoliche, impone extracosti alle industrie e ai consumatori ad esclusivo beneficio dei produttori di frutta (non per forza italiani), comporta sanzioni per la violazione dei Trattati europei sulla libera circolazione delle merci. Ma senza scomodare le normative europee che spesso sono più assurde di quelle nazionali, basterebbe un po’ di buonsenso per bloccare sul nascere norme liberticide come queste. Con buona pace degli onorevoli “democratici” e delle lobby degli agricoltori, le “multinazionali” fanno e farebbero soldi anche producendo bibite con il 20, 30 o 40% di succo di frutta e se continuano a vendere bevande con il 12% di succo è solo perché ci sono consumatori che le richiedono. Ancora più risibile è l’accusa di Matteo Salvini secondo cui il governo, d’accordo con le solite multinazionali, ruberebbe la frutta e le vitamine ai bambini. Salvini, da padre premuroso prima che da leader di partito, dovrebbe sapere che già oggi esiste un’ampissima libertà di scelta e i genitori possono acquistare in tutti i super e minimarket bevande contenenti fino al 100% di succo di frutta. Nessuno impedisce a nessun altro di scegliere e comprare per sé e i propri figli succhi di frutta e spremute, non si comprende quindi perché alcune categorie e partiti debbano impedire altre persone di bere un’aranciata annacquata attraverso un’imposizione statale. Non vorremmo, se passa il principio dell’obbligo minimo di frutta nelle bevande analcoliche, che un giorno ci venga imposto di spremere arance nell’acqua o limoni nel tè.

Come sempre accade, dietro il paternalismo di Stato si nascondono gli interessi di produttori a caccia di rendite pagate dai cittadini. Le uniche garanzia per i consumatori di prodotti conformi ai propri gusti sono la libertà di informazione e la libertà di scelta. Libera aranciata in libero Stato.

Da L'intraprendente, 4 aprile 2014
Twitter: @lucianocapone

Cosa bevi oggi? Lo decidono i parlamentari

Sembra quasi una presa in giro, un po' come la celebre direttiva europea sulla curvatura delle banane: una cosa tragicamente vera, che nel 1994 stabilì tra le altre cose che tale frutto deve avere un diametro di almeno 27 millimetri. Ebbene, c'è una fetta significativa della classe politica italiana che sembra voler rinverdire quei fasti e così oggi è schierata sulla trincea dell'innalzamento del succo di frutta minimo nei soft drink. Attualmente è solo al 12% e si vuole che arrivi al 20%. Attenzione: non al 18% e neppure al 30%, perché nel primo caso sarebbe troppo poco e nell'altro troppo...

Le aziende chiudono per una tassazione da rapina e una regolazione asfissiante? Le aree più produttive sono boccheggianti e dunque c'è chi predispone referendum autoconvocati? I giovani hanno sempre meno prospettive e pensano a emigrare? Poco conta, tutto questo, per i nostri politici. Ciò che davvero li ossessiona è il progetto di incrementare dell'8% il succo di frutta presente in aranciata, limonata e altre bevande. E questo perché ritengono che la gente sia fondamentalmente stupida, perfino più di loro, e compri una bibita al vago sapore d'arancia persuasa di avere acquistato una spremuta. Un simile paternalismo fa sorridere e ispira fatalmente ogni genere di ironia, male cose sono assai più serie. Questa battaglia viene giustificata invocando il benessere dei bambini e la lotta alle feroci multinazionali, che ci vogliono centellinare questo o quel prezioso succo. Nei fatti, però, sono in gioco interessi ben precisi.
Tra le aziende che realizzano i prodotti e i consumatori che liberamente li acquistano si inseriscono, infatti, lobby in rappresentanza di produttori. In questo caso si tratta di aziende agricole localizzate nelle aree di produzione degli agrumi che, di tutta evidenza, non amano stare sul mercato competitivo e quindi hanno bisogno di usare la regolazione per obbligare questo o quel produttore di bibite ad acquistare una quantità maggiore di arance o limoni.

Nelle scorse ore un emendamento non è stato approvato a Roma nei lavori di una commissione parlamentare, ma la partita si sposterà a Bruxelles, dove gli esperti in curvatura delle banane ci spiegheranno che una spuma al gusto d'arancia deve avere almeno il 20% del succo. Burocrati e politici non sanno, o fingono di non sapere, che in un'economia di mercato le imprese fanno tutto il possibile per trovare il migliore equilibrio tra costo e qualità, in modo tale da soddisfare i consumatori. E ignorano che l'unico effetto di quella disposizione illiberale consisterà nel mettere fuori mercato talune bibite (quelle al 12%: alcune delle quali hanno nomi assai noti) e il lavoro che è stato necessario per elaborarle. Con argomenti assai solidi era già intervenuto sulla questione uno studio di Luigi Ceffalo realizzato per l'Istituto Bruno Leoni, in cui si evidenziavano le pretestuose ragioni sanitarie, le reali motivazioni economiche (sostanzialmente parassitarie) e le serie conseguenze in tema di libertà e responsabilità.
Il paternalismo è sempre paradossale, ma lo è ancor di più quando si èin presenza di una classe politica tanto screditata. È penoso che adultivengano trattati da bambini da parte di altri adulti, ma questo è particolarmente grave se si considera che quanti vorrebbero educarci sono i nostri ben noti governanti. Qualcuno faccia capire loro che siamo capaci di comprare le banane che più ci aggradano e le bibite che ci piacciono di più.

Da Il Giornale, 31 marzo 2014

Educazione a stella marina

«La cosa più facile da fare per qualsiasi movimento sociale che voglia avere successo è chiedere "di più", specialmente il tipo di cose che ha già avuto». Quello di un'istruzione universale, pubblica e obbligatoria è un sogno potente, che ha ispirato riforme a vasto raggio. Anche e soprattutto quando pensiamo ai Paesi in via di sviluppo, siamo tutti convinti che solo la conoscenza possa spezzare le catene della povertà. Ma è davvero facendo più scuole, e obbligando le persone a frequentarle più a lungo, che si migliorano i tassi d'apprendimento? In un libro pieno di dati e di idee, Lant Pritchett, professore alla Harvard Kennedy School of Government, suggerisce che la risposta non è così scontata.

«Oggi la popolazione in età di lavoro scrive Pritchett nei Paesi in via di sviluppo ha frequentato la scuola per un numero di anni triplo rispetto al 1950, quando il 60% delle persone in questa fascia di età non aveva avuto alcuna formazione scolastica. Nei sei decenni tra il 1950 e il 2010 gli anni di frequenza scolastica degli adulti sono passati in media da 2,0 a 7,2». Parrebbe un successo: nel 2010, il cittadino medio di Haiti o del Bangladesh ha fatto più anni di scuola di quanti ne avesse conclusi l'italiano o il francese medio nel 1960. Ma una cosa è organizzare un sistema scolastico, con i suoi docenti e la sua amministrazione, altra equipaggiare le persone con capacità e nozioni utili.

Nel suo The Rebirth of Education, Pritchett descrive un «profilo d'apprendimento piatto»: in molte realtà, l'aumento degli anni passati fra i banchi non coincide se non con incrementi davvero marginali, nelle competenze apprese. «Alla fine della seconda media, in Tanzania solo il 41% degli studenti padroneggia le competenze [tipiche della seconda elementare] [...]. A questi ritmi, se anche tutti gli allievi finissero la scuola secondaria non otterremmo un livello universale di competenze di seconda elementare». In India «la percentuale di allievi di quinta elementare che non sa leggere una storia al livello di seconda elementare è in crescita da sette anni a questa parte».

«Nel tentativo, perfettamente legittimo, di favorire la frequenza scolastica, spesso gli attivisti dimenticano di quanto la scuola possa essere triste e alienante». Questo è vero «in particolar modo per quei ricercatori intellettualmente dotati che hanno frequentato scuole di qualità». Ci sono fattori «pull», che "tirano" fuori dalla scuola, ma anche fattori «push», ogni tanto è proprio la scuola a essere respingente. Metà delle bambine che abbandona le aule lo fa per cause legate alla famiglia o alle disponibilità economiche: ma le altre "mollano" perché insoddisfatte dell'offerta. «È difficile far sì che i ragazzi che non stanno imparando e che sanno di non imparare nullacontinuino a frequentare la scuola». Ogni progetto per ampliare immatricolazione e frequenza scolastica non fa che presumere che tanto basti a garantire il raggiungimento di certi standard d'apprendimento.

Il guaio è che mentre «più scuole» è un obiettivo politicamente facile da pianificare e da verificare, sulla qualità del servizio al massimo si moltiplicano le promesse di investimenti: si vuole «dì più», ma sempre della medesima cosa. I Paesi in via di sviluppo, spiega Pritchett, tendono a copiare le nostre «mode educative»: però i loro problemi pedagogici sono diversi, e perciò richiedono risposte diverse. Pritchett si rifà a Brafman e Beckstrom (Senza leader. Da internet ad al Qaeda: il potere segreto delle organizzazioni a rete) e distingue fra sistemi «ragno», basati su una gerarchia, e sistemi «stelle marine», acefali e composti da unità indipendenti. Il ragno tesse la sua tela ma, per quanto vasta essa possa diventare, la più piccola vibrazione di un filo di seta dovrà essere compresa e interpretata dal suo cervello. La stella marina si muove, si nutre, si rigenera grazie a singole parti che possono vivere e riprodursi anche senza controllo centrale.

Per Pritchett, a garantire un apprendimento migliore non bastano insegnanti meglio pagati, né docenti più istruiti o aggiornati, e nemmeno una maggiore diffusione dei libri di testo, o classi meno numerose. Rispetto alla spesa, nota come gli Stati Uniti e la Polonia possano vantare risultati analoghi, in termini d'apprendimento, per come vengono misurati dai test internazionali, e tuttavia gli americani spendono per alunno quasi il 65% in più dei polacchi. La storia della scuola è la storia dello Stato. I sistemi educativi che conosciamo e apprezziamo sono caratterizzati dalla frequenza obbligatoria, da un forte controllo centralizzato, dal monopolio pubblico nella fornitura del servizio. Gli Stati nazionali hanno l'ambizione di «controllare il processo di socializzazione»: la scuola non trasmette solo abilità ma anche credenze. La diffusione delle competenze può essere esternalizzata, la necessità di inculcare taluni principi invece no. È per questo che gli Stati tendono a monopolizzare l'offerta, anziché limitarsi a sussidiare la domanda, per esempio attraverso un «buono scuola» liberamente spendibile in diversi istituti.

Migliorare non è impossibile: bisognerebbe abbandonare l'ambizione del ragno e abbracciare sistemi «a stella marina» aperti, decentralizzati, orientati a obiettivi chiari e misurabili. Non mancano esperienze incoraggianti: per esempio quelle delle scuole private "low cost" su cui molto ha scritto James Tooley. Modelli aperti all'evoluzione incoraggerebbero innovazione e cambiamento. Dalle lezioni di piano allo sport, sono molti gli ambiti in cui l'insegnamento ha più successo che nelle scuole. Servono i giusti incentivi, per imparare a insegnare e per imparare a imparare.

Da Il Sole 24 ore, 31 marzo 2014
Twitter: @amingardi

Perché i pediatri non sono mai abbastanza? Un Focus IBL

Oggi si dà per scontato che tutti i bambini siano curati e curabili da un medico pediatra, eppure nei fatti non è sempre così ovvio.
L’organizzazione del servizio è infatti regolata da un convenzione, un contratto che disciplina il rapporto di lavoro tra il SSN (Servizio Sanitario Nazionale) e il pediatra. 

Il Focus di Lucia Quaglino “Perché i pediatri non sono mai abbastanza?” (PDF) esamina gli effetti della regolamentazione esistente e l’organizzazione del servizio pediatrico, ipotizzando soluzione alternative rispetto a quelle vigenti, orientate a ridurre e contenere gli effetti distorsivi dell’attuale sistema a vantaggio della qualità del servizio offerto.

“La cosiddetta libera scelta del pediatra per i propri figli - afferma Quaglino - è piuttosto circoscritta, in quanto l’accesso limitato alla professione e il contingentamento del numero di bambini seguiti creano un eccesso di domanda insoddisfatta, quindi nei fatti i genitori hanno poche opzioni a loro disposizione. Inoltre, lo stipendio fisso per numero di pazienti disincentiva un miglioramento della qualità delle cure, per cui il diritto a cure appropriate è solo parzialmente assicurato. Infine, le norme che regolano i rapporti tra pediatri e Asl all’interno della convenzione sono facilmente eludibili e difficilmente controllabili”. “Lasciando invece ai pediatri la possibilità di operare quali liberi professionisti, pur all’interno di un sistema pubblico, e remunerandoli anche in base alle prestazioni fornite, è possibile soddisfare le esigenze della domanda incentivando il miglioramento dell’assistenza fornita.”

Il Focus “Perché i pediatri non sono mai abbastanza?” di Lucia Quaglino è liberamente disponibile qui (PDF).

Sanità, la Regione dal gioco del cerino alla roulette russa

Come si dice Tasi in russo? Forse c'è la grande incertezza riguardo la tassazione degli immobili nel nostro Paese, dietro il flop dei genovesi a Mosca. O forse la diffusa percezione di farraginosità che aleggia e che a maggior ragione grava su chi voglia imbarcarsi in una ristrutturazione immobiliare. Certo, il risultato desolante di questo viaggio della speranza ha l'effetto della proverbiale prima tessera del domino.
Tutto nasce dal "gioco del cerino" con cui si è tentato di arginare il profondo rosso della sanità ligure: solo che, adesso, la miccia rischia di restare in mano ai contribuenti. Come tutte le brutte storie, anche questa inizia con le buone intenzioni: che, tradotto dal politichese all'italiano, vuol dire "costruzione del consenso". Il capitolo di gran lunga più importante nel bilancio delle Regioni è la sanità. Molte Regioni, Liguria inclusa, hanno pertanto usato questa leva per (come si dice pudicamente) stare vicine al territorio.

Poiché, però, nessun pasto è gratis, questa politica, che solo negli ultimi anni è stata oggetto di profondi ripensamenti, ha aperto una voragine nei conti. Tra il 2002 e il 2010, la nostra sanità ha accumulato un disavanzo complessivo pro capite pari a 764 euro, il più alto del Nord Italia e nettamente al di sopra della media nazionale (577 euro). Solo nel 2010, le Asl liguri hanno perso quasi 90 milioni di euro.

Di fronte a dati così drammatici, peraltro in presenza di una qualità del servizio non sempre eccelsa, ci sono due strade: quella giusta e quella facile. Per troppo tempo l'amministrazione regionale ha battuto quest'ultima, nascondendo la polvere sotto il tappeto. Così, ha commesso la prima di una lunga serie di leggerezze: ha scelto di finanziare la spesa sanitaria corrente con un'entrata straordinaria, cioè la cessione degli immobili della sanità.

Ma alla Regione non bastava trovare dei soldi: le servivano "pochi, maledetti e subito". Sicché, anziché montare una privatizzazione per benino (che avrebbe potuto pure essere un'occasione di riqualificazione urbana), la Regione ha venduto gli edifici alla sua partecipata Arte, obbligandola per legge a comprare, come hanno ricostruito Guido Filippi ed Emanuele Rossi. Purtroppo, però, i soldi non li aveva neppure Arte: che, per racimolarli, ha dovuto accendere linee di credito con Banca Carige (istituto finanziario a sua volta in condizioni non floride). Arte, però, finora non è riuscita a collocare gli immobili presso terzi: da qui il pellegrinaggio della giunta sotto il Cremlino, le grandi speranze di ieri, le cocenti delusioni di oggi. Risultato: la Regione è intervenuta sull'emorragia sanitaria in modo tardivo e timido. Acuendo così la crisi finanziaria di Arte, che potrebbe causare enormi problemi tanto in Regione, quanto in Carige. Riassumendo, la Regione si è resa responsabile di una catena di irresponsabilità.

Prima coltivando la malerba della spesa pubblica, poi tentando il gioco delle tre carte (la vendita ad Arte), quindi con l'assunzione di rischi ingiustificati (l'indebitamento di Arte), infine scommettendo sulla generosità degli oligarchi. Purtroppo, da Mosca l'amministrazione sembra aver portato a casa una sola cosa: la roulette russa. E già diversi colpi sono andati a vuoto.

Da Il Secolo XIX, 28 marzo 2014
Twitter: @CarloStagnaro

Buono il “metodo San Raffaele”, ma le Asl sono too big to fail

Al direttore - La formula è suggestiva, ma è difficile immaginare una "gestione privatistica" della sanità pubblica. Quello che il Foglio chiama "modello San Raffaele", cioè l'operazione straordinaria di riorganizzazione di una struttura che, per quanto fosse da sempre un'eccellenza del Paese, era sull'orlo del baratro, è stata possibile proprio perché di un ospedale privato si tratta. I suoi attuali manager conoscevano bene il settore e avevano ben gestito un importante gruppo ospedaliero (for profit). Per questo hanno saputo identificare le sacche di spreco, e adeguare pratiche e relazioni con i fornitori agli standard che già avevano sperimentato altrove. Avevano e hanno "skin in the game": non c'era premio di consolazione, in caso di insuccesso.

Tutto ciò non lo si può paragonare a un processo di centralizzazione degli acquisti da parte della PA. Diverso è il contesto nel quale sono prese le decisioni. Detta brutalmente: se l'alternativa è fallire, le imprese hanno il giusto stimolo a imparare dai propri errori. Ma siccome l'SSN è troppo grande per fallire, le regioni sono troppo grandi per fallire, e persino le ASL sono troppo grandi per fallire, è improbabile che imparino granché.

Rincorrere da Roma l'"appropriatezza" (altro termine tanto suggestivo quanto vago) dei ricoveri così come delle forniture  è un'impresa votata al fallimento.

Il "modello san Raffaele" è possibile solo in presenza di alcuni fattori: capacità di decidere a livello aziendale, trasparenza nei bilanci, orientamento al profitto, sanzione di mercato. Oggi gli ospedali devono presentare bilanci che somigliano solo vagamente a quelli delle imprese private, e non possono fallire. Alla sanità servirebbe una perestroika, non una stazione Mir.
Alberto Mingardi

Lo Stato che impone le diete alimentari, ma non privateci di un cioccolatino

La mia libertà finisce dove inizia la tua. Ma dove si ferma quella dei politici nel limitare entrambe? Da tempo dilagano le politiche teoricamente contro l'obesità, di fatto contro gli obesi: dalle imposte su junk food e bevande zuccherine alla regolamentazione di ingredienti e porzioni. L'Italia non è rimasta indietro, anche se finora con scarsi risultati: si è tentato di normare la dimensione delle portate nei ristoranti, di tassare i soft drink e di imporre la quota di succo d'arancia nell'aranciata (!). Questi tentativi hanno in comune un approccio che difficilmente riesce a fornire una risposta convincente a tre domande.

Prima domanda: serve? I Paesi che hanno battuto la strada del dirigismo alimentare hanno fallito. Tipicamente l'effetto sull'obesità è minimo; in compenso i «ciccioni» più impertinenti si sono spostati su prodotti ugualmente grassi ma più economici, perché di qualità inferiore. Naturalmente tale peggioramento vale soprattutto per í consumatori a basso reddito, peri quali gli aumenti di prezzo sono incompatibili col bilancio famigliare.
Seconda domanda: perché? Un conto è quando i comportamenti individuali hanno conseguenze su terzi, ma le abitudini alimentari sono privatissime. Lo Stato in cucina non è meno odioso che in camera da letto.
Terza domanda: con quale giustificazione? I fautori dei divieti affiancano ai consueti argomenti paternalisti la tesi che le patologie collegate all'obesità gravano sui costi sanitari. Fosse anche vero: loro le tasse non le pagano come gli altri? Perché allora dovrebbero essere chiamati a contribuire due volte, per un mix di cause che peraltro includono la predisposizione genetica a ingrassare? La realtà è che in questo come in altri casi il buonsenso dovrebbe prevalere sulla tentazione di controllare la vita del prossimo. Lasciateci la libertà di mangiare un cioccolatino.

L'educazione e l'informazione fanno la differenza: ma al di là di questo deve esserci un limite oltre il quale ciascuno è padrone del proprio corpo. Altrimenti l'unica diagnosi applicabile rischia di essere quella di H.L. Mencken: «la pretesa di salvare l'umanità è molto spesso la pretesa di dominarla».

Dal Corriere della sera, 10 marzo 2014

Contro l'ideologia del chilometro zero

Siamo al settimo anno di crisi economica, ed è difficile che il futuro ci appaia roseo. Eppure la nostra resta la società più ricca che la storia ricordi. Lo si capisce quando si discute di cibo. La pressante necessità di mettere assieme il pranzo con la cena è, per i più, fortunatamente un ricordo. Al contrario c'è una ricercatezza diffusa, un piacere di vivere la mensa per quel che può essere: un evento culturale, al pari di un romanzo o di una sera a teatro. Ci circonda un'abbondanza di cibo come mai prima nella storia.

È normale che, proprio in virtù di questa abbondanza, si stia facendo largo un gusto nuovo nell'esercitare la propria libertà di scelta. Ed è inevitabile che s'impongano nuove mode culturali. Come il "chilometro zero" che, intelligentemente, in un Paese che vanta una cultura alimentare delle più solide, viene incontro al bisogno di valorizzarla. Dal momento che seguirla significa essere pronti a scucire fior di quattrini per l'illusione di mangiare come facevano i nostri nonni, che invece erano poverissimi, il "chilometro zero", come moda, è ingordo di giustificazioni. Non basta il brivido dí scoprirsi un Indiana Jones versione gastronomo, determinato a riscattare sapori che rischiano di andare perduti: piacere di per sé non trascurabile. Il vezzo culturale può mutare in atteggiamento politico. E questo tanto più facilmente quanto più un comportamento individuale piacevole porta con sé ricadute positive sul piano collettivo. Piccoli vizi privati e grandi virtù pubbliche: accordare preferenza al prodotto locale sembrerebbe unire gli uni e le altre. Il "chilometro zero", ci viene detto, fa bene all'ambiente, riduce i rischi per la salute legati all'alimentazione, e restituisce varietà e pluralismo a una dieta che rischia pericolosamente di globalizzarsi. È proprio così, o anche questa medaglia ha il suo rovescio?

L'ambiente
Capitando sul sito internet opportuno, chiunque può facilmente calcolare la propria "impronta carbonica", ovvero l'ammontare dell'emissione di CO2 attribuibile ai suoi comportamenti. A maggior ragione, preoccupa l'impronta che lasciano i prodotti: che è il costo del loro trasporto, misurato in emissioni di anidride carbonica. I "mercati dei contadini" (farmers' market), che si vanno diffondendo anche in Italia, avrebbero il pregio di abbassare l'impronta carbonica. Girare per queste bancarelle, per inciso, è una piacevolissima esperienza: il produttore e il conservatore possono stringersi la mano. Davvero i farmers' market riusciranno non solo ad aumentare i ricavi per il primo, che evita di pagare pedaggio al distributore, ma anche a ridurre i costi per il secondo?
Così dovrebbe essere, perlomeno secondo Carlo Petrini, il fondatore di Slow Food, che nei suoi libri raccomanda di «tornare al cibo locale, quindi agricoltura vicino a casa», «tornare al valore della stagionalità, i prodotti di stagione costano di meno». È chiaro quale sia il sottinteso: a costare è la distanza, il trasporto, l'arrivo di cose diverse e nuove e pertanto peggiori di quelle che siamo abituati a mangiare. È un'aritmetica semplice: se viene da lontano, i costi di trasporto si sommano al prezzo del prodotto, ergo il consumatore pagherà di più. Vi sarebbe quindi un costo implicito, imputato all'ambiente, ma anche uno palese. Solo che le condizioni di produzione non sono, uniformemente, uguali ovunque nel mondo. Cambiano i salari dei lavoratori, è indubbio, ma anche il clima, la fertilità del terreno, il prezzo relativo dei fattori di produzione. C'è un costo-opportunità, per l'utilizzo di qualsiasi risorsa: molto banalmente, il costo opportunità (gli usi alternativi cui rinuncio) per l'utilizzo del suolo è diverso in un'area che produce vini pregiati e in una zona industriale.
Non è detto che ciò che è prodotto vicino costi di meno: curiosamente, appena è stato possibile la gente sì è resa via via meno dipendente dal negozio sotto casa. Se ciò che è locale fosse di per sé a buon mercato, del resto, non ci sarebbe bisogno di alcuna corsia preferenziale. Nel caso il negozio sotto casa costasse sempre di meno degli altri, perché è sotto casa, la gente ci andrebbe da sola, senza bisogno d'esser convinta. La grande distribuzione lavora sulle economie di scala, forte di processi di "industrializzazione" del settore alimentare che ne hanno fatto lievitare la produttività. Le maglie della competizione si allargano: essa non avviene più soltanto fra prodotti simili di una stessa regione, ma fra territori diversi. Un'offerta più ampia non significa prodotti più scadenti. Finché ogni vino era consumato solo nei paraggi del luogo di produzione, la qualità tendeva a essere (con l'eccezione di poche terre d'elezione) genuinamente pessima. In molti territori, i vitigni locali andavano scomparendo. Tutt'oggi, ad alcuni di essi resta appiccicata la maledizione di essere stati sfruttati, per troppo tempo, per produrre vino che, godendo di un piccolo o grande monopolio locale, di norma era appena bevibile. Il fatto di avere a che fare con bacini di domanda più vasti ha cambiato il vino, ha indotto i vigneron a investire in ricerca e innovazione, le aziende a differenziarsi per presidiare al meglio la propria nicchia di mercato.

Questo ha paradossalmente portato a riscoprire vitigni "autoctoni" misconosciuti, o per anni male utilizzati. La tutela del prodotto locale in quanto prodotto locale non significa necessariamente rispetto per l'ambiente. Oggi produrre utilizzando tecniche sagge sul piano ambientale è un vantaggio competitivo, sostanzialmente perché il pubblico le apprezza: in un'economia di mercato, nulla è più potente dei gusti dei consumatori. Ma se la gara dei prezzi avesse un esito già scritto, sempre e comunque a favore dei locali, l'incentivo a differenziarsi anche dimostrandosi più "verdi" degli altri sarebbe ridotto. Che il "chilometro zero" somigli al caro vecchio protezionismo, i politici l'hanno già intuito. La Lega Nord, ma non solo, chiede «appalti a chilometro zero», per privilegiare le imprese locali. Indipendentemente dall'esito delle gare. Che è come dire: indipendentemente dai prezzi e dalla qualità.

La salute
È vero: l'obesità dilaga. Ma è un argomento sufficiente, per provare che a tavola si stava meglio quando si stava peggio? Una studiosa del Saxo Institute dell'Università di Copenhagen, Tenna Jensen, ha confrontato la dieta dei danesi di oggi con quella di cinquanta e cent'anni fa. Con l'aumento del benessere, sono aumentati i consumi. Eppure, in generale, la dieta è molto più sana di quanto non fosse in passato: in media, si mangiano più proteine e meno carboidrati. Si dirà che la Danimarca è la Danimarca, una piccola isola felice, mentre nel resto dell'Occidente spadroneggia la "piaga" del fast food. Una ricerca sulle abitudini alimentari delle donne americane, comparate con quelle del 1953, conferma che oggi consumano indubbiamente più calorie: una media di 2.178 al giorno contro 1.818. I problemi di obesità e di sovralimentazione, però, non sembrano dipendere da questo: nel 1953 le donne americane ingerivano il doppio degli oli e il doppio delle uova che mangiano oggi. Assumevano molti più zuccheri, e avevano una dieta assai meno varia. Una vita più sedentaria e meno attività fisica contribuiscono a spiegare l'aumento dell'obesità più dell'alimentazione.

È opinabile, del resto, che i nostri bisnonni mangiassero granché meglio di noi. Sappiamo che le abitudini alimentari degli italiani, dopo l'Unità, erano segnate da una dieta monotona: il pane era il cibo principale, si cucinavano zuppe, minestre, "erbaggi" per non sentire la fame, l'assunzione di calorie era insufficiente rispetto al fabbisogno e la varietà nell'alimentazione era un lusso per pochissimi. La malnutrizione era diffusa, e così problemi della crescita, anemie, rachitismo, mortalità infantile. Gli italiani consumavano una media di 16 chilogrammi di carne pro capite all'anno (oggi sono 92), e assumevano circa 1.5o0 calorie quotidiane di media (oggi circa 2.000). Lontano dalla costa il pesce fresco non era disponibile, il pane bianco era un privilegio dei ricchi e così la carne rossa, si beveva molto ma male. La pellagra era dovuta all'esagerata intensità nel consumo di mais, con la polenta che era pane e companatico di intere regioni.

Da questo stato di cose, ci hanno emancipato la crescita e lo scambio. Nel 1861, due terzi del reddito medio italiano era destinato al cibo; agli inizi del Novecento il 46 per cento; negli anni Settanta il 30 per cento e oggi non più del 15. «Tornare ai prodotti di stagione, i prodotti di stagione costano meno»: ma storicamente è proprio a mano a mano che si spezza la dipendenza dai prodotti di stagione che il peso dei consumi alimentari sul reddito si riduce. Che gran rivoluzione che è stata, il frigorifero. Per generazioni l'uomo è rimasto appeso all'andamento delle stagioni, era madre natura a dettare il menu. Oggi la nostra capacità di conservare i cibi è incomparabilmente più sviluppata che solo pochi decenni fa, possiamo nutrirci anche con preparazioni già pronte. Questa rivoluzione domestica ha avuto effetti dirompenti, soprattutto per le donne. Si può dire, parafrasando Karl Popper, che freezer e forno a microonde hanno fatto di più per l'occupazione femminile di qualsiasi legge o incentivo. Ma l'innovazione tecnologica non sarebbe bastata. L'elemento cruciale della grande rivoluzione alimentare che abbiamo vissuto è l'abbassamento dei costi delle transazioni. L'ecovillagio di Vicofertile, a Parma, ha spiegato il suo ideatore Giovanni Leoni, sarà un luogo dove «la spesa a chilometro zero consentirà ai residenti di dedicare più tempo ai figli»: vero, ma solo se si accontenteranno, tutti i santi giorni, di quel che passa il convento. Nell'ultimo secolo si sono drammaticamente ridotti i costi dei trasporti, e proprio questo fatto ci ha liberati definitivamente, dal giogo del tempo atmosferico. A "chilometro zero" basta una gelata per distruggere un raccolto, costringendo così le persone a cambiamenti repentini e imprevisti nelle loro abitudini. Oggi siamo ragionevolmente sicuri che ciò che mangiamo non è alla mercé dei fattori climatici. La competizione con derrate di altri Paesi incentiva anche il miglioramento delle tecniche produttive.
Questo processo competitivo trova un regolatore importantissimo nella grande distribuzione. Il supermercato è un'istituzione fondamentale della società moderna. Ha riunito in un singolo punto d'acquisto merci e prodotti i più diversi. Ila caricato l'orologio delle persone, consentendo loro di risparmiare tempo e di confrontare un più ampio ventaglio di prodotti. Così facendo, ha abbassato il livello dei prezzi e introdotto gusti nuovi anche nella dieta di chi ha un reddito basso. Ciò sarebbe impossibile senza il forte potere negoziale che alla grande distribuzione deriva, per l'appunto,
dall'essere grande. E se grande non fosse, se pertanto dalla qualità degli alimenti presenti ín ogni punto vendita, dal rispetto degli standard di sicurezza in città e regioni diverse, non dipendesse la reputazione complessiva di una catena e il valore del suo marchio, la nostra spesa sarebbe senz'altro meno sicura.
L'insalata del contadino sarà sicuramente la più buona: ma bisogna conoscerlo, il singolo contadino, essersi informati sulla cura che mette nelle sue coltivazioni, per imparare a fidarsene. Il grande marchio della catena di supermercati svolge la stessa funzione, con meno dispendio di tempo: ci promette una garanzia di sicurezza. Se la promessa è rotta, la sanzione di mercato ha effetti nucleari.

La varietà
Come abitudine individuale, la devozione al "chilometro zero" è il piacere di capire il cibo. Come strategia di marketing, è l'assalto a una nicchia di mercato: quelli che David Brooks chiama i "bobos", i borghesi bohémien, portafoglio gonfio, gusti raffinati, passioni alternative. Siamo una società ricca, nella quale i formatori della pubblica opinione sono fondamentalmente orientati a sinistra: i "bobos" sono tanti, e rappresentano un ricco mercato. L'ha capito negli Stati Uniti John Mackey, il fondatore di Whole Foods, e l'ha capito da noi Oscar Farinetti. Entrare nel nuovo, spettacoloso punto vendita di Eataly, alla stazione Ostiense di Roma, è fare un tuffo in un avveniristico passato. Messi a confronto coi prodotti in parata sugli scaffali lindi dei negozi di Farinetti, siamo costretti a ricordare marchi e sapori dell'infanzia. Quasi all'ingresso, il "chilometro zero" troneggia: si parla di prodotti caseari, latte e yogurt rispetto ai quali, effettivamente, pare aver senso minimizzare costi e tempi di trasporto. Ma nella stessa cella frigorifera, lo yogurt reca già impresso nel nome la provenienza altoatesina. Fra Roma e Merano, di chilometri ce ne sono settecento. Eataly e Whole Foods, del resto, possono blandire gli affezionati del "chilometro zero", li corteggiano, ma incarnano l'esatto contrario. Secondo i più, per ragioni d'impronta carbonica bisognerebbe boicottare la Coca-Cola e riscoprire il vino del contadino. Peccato che la Coca-Cola non viene caricata quotidianamente su grandi cargo che partono da Atlanta. Nel nostro Paese, ha sei stabilimenti produttivi, due al Nord e quattro al Sud, nei quali la cola viene prodotta secondo la celebre ricetta segreta e poi imbottigliata. La domanda nazionale, dunque, è soddisfatta dalla produzione nazionale. Ma che dire invece dell'impronta carbonica di un cartone con sei bottiglie di Sassicaia, comprato da Eataly in Fifth Avenue? Questi meravigliosi supermercati (perché altro non sono) fanno quello che i supermercati fanno da che esistono. Avvicinare consumatori e produttori indipendentemente dalle distanze geografiche. In essi, si compiono scambi che non avverrebbero se il "chilometro zero" diventasse una politica, e cioè un groviglio di prescrizioni e divieti. Un mondo a chilometro zero è un mondo nel quale la varietà dell'offerta è minore, non maggiore. L'idea sottesa è che tutto il processo di "industrializzazione" dell'alimentare sia stato se non proprio una truffa, quasi. La produzione di massa non ha meriti: ci ha derubato del senso delle cose genuine, dei sapori, dei legami sociali che s'intrecciavano acquistando una melanzana o un pezzo di formaggio. Comprare asparagi peruviani a marzo è contro natura, spezza l'armonia delle stagioni, è un'affermazione egoista della nostra libertà. E lo stesso può essere detto e ripetuto, andando a ritroso, per qualsiasi momento della produzione.

«A terre italiane concimi e macchine italiane», ammoniva un manifesto fascista negli anni dell'autarchia. Il cibo è cultura, ma la cultura è confronto, curiosità, viaggio, voglia e possibilità di sperimentare. È paradossale che si ragioni come se il BigMac e il pecorino di fossa abitassero su pianeti differenti. Ricorda la mentalità polverosa di quei professori di liceo che sono riusciti a farci odiare la letteratura col loro incessante pontificare contro i romanzi d'evasione. C'è un tempo per tutto, nella vita, e se capita che uno desideri mangiare un hamburger, non significa che non possa apprezzare un bicchiere di Barbaresco. Così come non è che chi ama romanzi gialli non possa capire Manzoni. Il libero esercizio della curiosità insegna come dosare gli uni e gli altri, e la dose giusta è sempre e soltanto quella che un individuo decide per sé. Noi mangiamo meglio di cent'anni fa, c'interessiamo di più di quel che mangiamo, il costo dei consumi alimentari in rapporto al nostro reddito è inferiore, giustamente pretendiamo di mangiare indiano a Milano e italiano a Londra. Questa intensificazione degli scambi ci ha resi più ricchi, più consapevoli, e probabilmente anche un poco più tolleranti.

Da IL, 21 febbraio 2014
Twitter: @AMingardi

Il fisco e la scuola: basi per creare lavoro

Mentre la vertenza Electrolux resta aperta, gli italiani sono sempre più chiamati a confrontarsi con un problema inedito: si può convivere con uno scenario di redditi calanti?
I manager della compagnia svedese hanno più volte enfatizzato l'impossibilità di sostenere un business con costi del lavoro multipli rispetto a quelli riscontrabili in altri paesi europei, come la Polonia. La Confindustria di Pordenone, per salvare lo stabilimento di Porcia (ma non solo), ha proposto un piano d'azione che prevede tra l'altro una significativa riduzione degli stipendi.
I giovani italiani che si affacciano oggi sul mondo del lavoro sono la prima generazione a scontrarsi con una prospettiva nella quale non solo non si può dare per scontata una crescita graduale, ma addirittura il declino è una realtà concreta e bruciante.

Rassegnarsi sarebbe sbagliato. Un paese habisogno di svilupparsi, e lo sviluppo non può che tradursi in un aumento del tenore di vita per la maggior parte dei suoi cittadini, se non tutti. Invece, l'Italia del 2014 sembra dover fare i conti con una tendenza opposta. D'altro canto, non si può neppure pretendere che il salario sia una variabile indipendente, come ritenevano le frange più ideoloffizzati degli anni Settanta. Il salario che riceve un lavoratore deve riflettere la produttività di quell'individuo, ovvero il "valore" che egli mischia con gli altri fattori della produzione. Se si vuole esorcizzare il rischio della decrescita, allora, bisogna comprendere fino in fondo le ragioni della congiuntura attuale. Vi sono ragioni contingenti, e ragioni che vengono da lontano. Le ragioni contingenti cioè che possono essere rimosse facilmente, almeno in principio hanno a che fare siacon la legislazione del lavoro, sia con la fiscalità. L'Italia si distingue, tra i paesi europei, sia per l'elevata incidenza del cuneo fiscale, sia per la rigidità delle norme lavoristiche.

Costi eccessivi
In entrambi i casi, l'effetto è quello di aumentare il costo del lavoro: la tassazione ne accresce il costo monetario, la regolamentazione il costo-opportunità, cioè rende più difficile per le imprese aggiustare la propria organizzazione ai cambiamenti (per esempio riducendo l'organico o adibendo il personale a mansioni differenti).
Di tutto ciò il lavoratore non cattura interamente il beneficio lo fa solo in parte, e paradossalmente se ne appropria quanto meno è produttivo ma paga, attraverso la propria ridotta appetibilità, un pesante dazio. Non c'è nulla di misterioso in questi problemi: sono ampiamente noti sia in letteratura sia nel dibattito politico. La stessa lettera della Banca centrale europea che, nell'agosto 2011, suonava il campanello d'allarme sul futuro italiano, metteva l'accento sulla necessaria liberalizzazione del mercato del lavoro e sull'altrettanto urgente riforma tributaria. Purtroppo questi temi, pur non essendo assenti dal discorso pubblico, tendono troppo spesso ad assumere una connotazione ideologica, quasi che siano utili unicamente a posizionare politicamente chi li affronta, e raramente vengono posti sotto la giusta luce di pragmatismo. Gli sforzi inascoltati di Pietro Ichino ne sono la testimonianza forse più evidente.

Cattive regole
Una "cattiva" regolamentazione del lavoro e un eccesso di tassazione, peraltro, riverberano in un welfare antiquato e orientato, come si dice, più alla tutela del posto di lavoro che alla protezione effettiva del lavoratore nei momenti di difficoltà. Protezione, oltre tutto, che anche quando presente si traduce sovente nella mera erogazione di un supporto finanziario (come nel caso della cassa integrazione) e quasi mai passa per il sostegno alla formazione e alla ricollocazione del disoccupato. In tal modo tutti gli sforzi sono orientati a conservare l'esistente, e mai ad accompagnare evoluzioni del tessuto economico che, però, spesso sono inevitabili e che vengono solo rimandate.
Questo conduce all'altro aspetto del problema, che ha una radice più profonda. Se gli italiani faticano (e sembrano faticare sempre più) a trovare un'occupazione sufficientemente remunerativa, è spesso anche perché scontano una serie di handicap.
In parte si tratta di handicap per così dire ambientali: tutti quegli elementi che contribuiscono alla "produttività totale dei fattori" (efficienza del settore pubblico, infrastrutture, efficace contrasto alla corruzione, ecc.) finiscono per penalizzare il nostro paese, come emerge da tutte le classifiche in merito (si vedano, per esempio, l'Indice della libertà economica della Heritage Foundation o il Global Competitiveness Report del World Economie Forum).
In parte, però, l'handicap è dentro di noi e deriva dalla formazione che abbiamo ricevuto: non sempre adeguata e non sempre disegnata per equipaggiare i giovani studenti a scuola e all'università di quelle competenze (incluse le competenze metodologiche) di cui avranno bisogno nel mondo del lavoro. In questo senso, al di là di tutto quello che si può fare per contrastare il declino economico e industriale del paese nel breve termine, la vera sfida di lungo termine sta nel ripensare il sistema dell'istruzione.
Qualcosa, per la verità, è stato fatto. L'introduzione di meccanismi di valutazione e premialità per professori e dipartimenti universitari, il tentativo di misurare la qualità dell'istruzione nelle scuole attraverso i test Invalsi, l'allocazione delle risorse anche sullabase dellaproduttività sono tutte mosse nella giusta direzione. Purtroppo, queste mosse sono state finora poco convinte e sovente sterilizzate da resistenze e opposizioni anche aperte.
Certo, ogni strumento è discutibile e nessuna misura sarà mai perfetta: può esserci del vero, nelle critiche all'Anvur (l'organismo incaricato divalutare gli atenei) e all'Invalsi. Ma un conto sono le critiche costruttive, volte a migliorare strumenti imperfetti, altro quelle distruttive, orientate a enfatizzare i punti deboli per demolire quel poco o tanto che è cambiato. Al contrario, bisognerebbe sforzarsi di dare la massima pubblicità ai risultati delle misure di performance. Esse costituiscono infatti una bussola indispensabile per le famiglie nella scelta degli istituti e dei corsi da frequentare. Ma ancora di più dovrebbero diventare la base (o comunque una delle basi) per indirizzare i fondi pubblici.

Una strada lunga
Può apparire una strada lunga e non lineare, quella che dalla scuola porta al posto del lavoro.
Ma scuola e, sempre più, università sono passaggi obbligati, ed errori fatti in quella fase della formazione possono determinare nella migliore delle ipotesi lo spreco di tempo e di risorse intellettuali dei ragazzi nel momento in cui sono più ricettivi. Nella peggiore, possono addirittura spingere i giovani a compiere scelte sbagliate che li condanneranno a sotto-utilizzare il loro capitale umano.

Lo studio è un investimento il cui ritorno verrà sotto forma di opportunità occupazionali e di salario. Se vogliamo disinnescare la bomba degli stipendi da fame, dobbiamo anzitutto offrire al mondo del lavoro individui con le caratteristiche, le competenze e le abilità che più possono avvantaggiarli.

Da La Provincia, 16 febbraio 2014
Twitter: @CarloStagnaro

Se il fisco grava sugli obesi

Si moltiplicano, dagli Stati Uniti all'Europa, i tentativi di contenere il fenomeno dell'incremento del numero degli obesi sull'insieme della popolazione ricorrendo alla leva fiscale.

È in sostanza la pratica, che va diffondendosi, di assoggettare a particolari regimi di imposizioni tributarie i vizi alimentari. In realtà proposte di questo tipo ricorrono ormai regolarmente quando si cercano soluzioni credute efficaci nel contrastare cattive abitudini che hanno evidenti ripercussioni sociali; ma è del tutto chiaro che per lo più si tratta di semplici espedienti con una incidenza scarsa o nulla in termini effettivi.

Per questo il curatore del volume Obesità e tasse. Perché serve l'educazione, non il fisco, Massimiliano Trovato, ha cercato di indagare i presupposti e i risultati delle imposte sui cosiddetti junkfood, raccogliendo i contributi di economisti, giuristi ed esperti di politiche sanitarie: Alberto Alemanno, Ignacio Carrerio, Katelyn Christ, Scott Drenkard, Edward Glaeser, Randall Holcombe, Lucia Quaglino, Le analisi presentate consentono di guardare alla realtà al di là delle facili demagogie, il cui risultato è piuttosto quello di distorcere il mercato e di ridurre la libertà di scelta consapevole dell'individuo consumatore. Le tasse sul vizio finiscono per avere un sostanziale impatto recessivo, danneggiando le fasce più deboli della popolazione e sono il frutto di pregiudizi e dell'influenza esercitata da gruppi di pressione. Soprattutto non raggiungono lo scopo desiderato, perché cibi altrettanto dannosi non risultano compresi entro il perimetro dell'imposta.

E vero, invece, che una dieta sana presuppone scelte fatte in autonomia e consapevolezza dell'esito dei propri consumi a tavola. Se allora si vuole davvero tutelare la salute, e non semplicemente aumentare gli introiti delle casse dello Stato, è preferibile guardare ad alternative sul versante dell'educazione.

Da Largo consumo, gennaio 2014

In Italia paghiamo troppe tasse (Vero)

Per Luigi Einaudi, le imposte sono il compenso dato allo stato in cambio dei servizi ai cittadini. Per Innocenzo Cipolletta, che «si paghino troppe tasse e non si abbiano indietro servizi sufficienti e di qualità adeguata» è solo una sensazione diffusa: e titola provocatoriamente il suo pamphlet In Italia paghiamo troppe tasse. Falso!. Toni differenti, ma per l'uno e per l'altro, per giudicare di tasse e servizi, li si deve porre a confronto. Confronto tuttavia in sé problematico: l'entità delle tasse è un fatto oggettivo; la qualità dei servizi dipende da un giudizio soggettivo. Il problema del confronto Einaudi lo risolve collocandosi nel campo soggettivo del linguaggio, sostituendo la parola imposta con la parola compenso. Cipolletta, trincerandosi in quello oggettivo delle statistiche, e usandole in un suo singolare sillogismo.

Premessa maggiore: le statistiche mostrano che in Italia, al netto dell'evasione fiscale, non si paga di più della media europea. Premessa minore: le statistiche mostrano che l'Italia spende soldi pubblici in maniera molto simile a quella degli altri Paesi europei. Conclusione: che si paghino troppe tasse e si abbiano servizi inefficienti è solo una «sensazione» non confermata da fatti, si spiega solo con la «campagna di demonizzazione della spesa pubblica», con la «ventata liberista».

«Buscar el levante por el poniente»: quando si scende dalla caravella con cui Cipolletta ci ha fatto attraversare l'oceano statistico - fuori di metafora, quando si posa il libro - ci si chiede dove sia finita la realtà, l'esperienza vissuta da chi produce reddito e da chi fruisce dei servizi. Ci si domanda se non ci sia modo più diretto per valutare spese e servizi, e rispondere alla domanda se in Italia paghiamo troppe tasse. (A parte il fatto che, essendo provato che il rapporto Spesa/Pil cresce al crescere del Pil, per chi come noi è cresciuto meno sarebbe fisiologico avere un rapporto più basso).

Prendiamo le spese: è quasi mezzo secolo, 43anni, che si susseguono i tentativi, che dico?, i programmi le decisioni gli impegni per ridurre la spesa pubblica. Ne documenta gli insuccessi Conoscere per non deliberare, un paper di Nicola Rossi per l'Istituto Bruno Leoni. Ma il bilancio dello Stato è guardato a vista dai mercati e da Bruxelles, e allora per far quadrare i conti si dà il via ai tagli lineari: sono la dichiarazione ufficiale non solo che si spende troppo, ma che il sovrappiù è tanto grande e tanto distribuito da sopportare una generale riduzione mantenendo sostanzialmente il livello dei servizi. Se siamo sopravvissuti ai tagli lineari, quanto di meno si potrebbe spendere e quanto di più si potrebbe fornire, con i tagli indicati via via dai Giarda, dai Bondi, dai Giavazzi, e con quelli che indicherà Cottarelli? Quanto si spenderebbe di meno se la pubblica amministrazione mettesse mano alla reingegnerizzazione dei processi? Le statistiche ci dicono anche della nostra competitività rispetto agli altri Paesi: recuperarla tocca solo alle imprese private - come tutti riconosciamo -, o anche lo Stato dovrebbe fare la sua parte - come Cipolletta sostanzialmente nega? E se non ci si riesce, perché non lasciar fare a privati in concorrenza quello che il pubblico in monopolio non sa fare? Consentire di diversificare l'offerta e dare ai cittadini libertà di scelta sarebbe una «ventata liberista»? Servizio universale, quante diseguaglianze perpetrate in tuo nome!

Per fare confronti non abbiamo bisogno di guardare gli altri, abbiamo sottomano quelli tra Nord e Sud. Sulla qualità del sistema scolastico un po' di statistiche ci sono; su quella della sanità ci sono i numeri di chi si sposta per farsi curare al Nord. Chiusa la Cassa del Mezzogiorno, la "nuova programmazione economica" di Fabrizio Barca avrebbe dovuto realizzare un minimo di professionalità amministrativa: è recente la notizia che forse si dovrà commissariare un'intera Regione. Quanto si ridurrebbe la spesa pubblica e quanto migliorerebbe la qualità dei servizi se venissero adottati i costi standard?
Finito di leggere, mi cade l'occhio sui titoli della collana Idòla di cui fa parte In Italia paghiamo troppe tasse. (Falso!). Noto che il quarto libro della serie ha per titolo Il Sud vive sulle spalle dell'Italia che produce. (Falso!). E tutto mi è chiaro.

Da Il Sole 24 ore, 6 febbraio 2014
Twitter: @FDebenedetti

La libertà di curarsi. Dove vuole lo stato

Come si articola la libertà di scelta, in un ambito, quello della sanità, nel quale le cure di tutti sono pagati coi soldi di tutti?

Governo e parlamento stanno lavorando al recepimento della direttiva europea che garantisce la regola generale del rimborso delle cure mediche transfrontaliere. Da più parti la libertà di scelta del luogo di cura viene spinta agli angoli del perimetro di azione della pubblica amministrazione. Da un anno, la regione Campania ha approvato un decreto che richiede una autorizzazione preventiva per alcuni tipi di interventi e diagnosi di bassa complessità, prima che i pazienti possano rivolgersi a strutture ospedaliere di altre Regioni. Qualche giorno fa, il Consiglio di Stato ha emesso una sentenza che giustifica il mancato rimborso di spese mediche estere nel caso in cui un istituto medico italiano certifichi la possibilità di offrire cure altrettanto idonee di quelle garantite all'estero.

Non è detto che iniziative come quella campana siano, sotto il profilo giuridico incompatibili con la nuova direttiva comunitaria. Una riflessione meno tecnica e più attenta alle esigenze, anche psicologiche, dei malati lascia tuttavia qualche perplessità in merito al solco che si viene a scavare, tra l'astratta disponibilità del diritto alla salute, e la realtà di un’amministrazione discrezionale.

L'espressione turismo sanitario non offre la giusta percezione di cosa voglia dire doversi spostare per curarsi. E' poco verosimile che persone le quali già affrontano un periodo difficile, facciano una scelta impegnativa quale quella di recarsi all'estero per motivi terapeutici con lo stesso animo di svago e curiosità con cui si viaggia per turismo. Curarsi all'estero non è una vacanza, ma una scelta precisa. E’ proprio quando non capiscono più il proprio Paese, quando disapprovano e temono le scelte del suo governo, quando sentono di non poter fare altrimenti insomma, che le persone “votano con i piedi”. Quando a votare con i piedi sono i malati, sarebbe più utile chiedersi cosa non funziona nel sistema sanitario che li ha indotti a spostarsi altrove - anziché stigmatizzarne il comportamento, in ragione di chissà quale dovere di lealtà ai patri nosocomi.

Il diritto alle cure non può essere un obbligo di farsi curare dove lo Stato vuole.

Si potrà replicare che non vi è ostacolo a che l'assistito si curi comunque all'estero a sue spese. Si ripete spesso che la spesa sanitaria italiana è sotto la media dei paesi Ocse. Ciò non toglie che ognuno di noi paga in media ogni anno l'equivalente di un discreto stipendio di più di un mese perché il sistema sanitario, con tutti i limiti e i problemi noti, possa andare avanti. 2300 euro (3102$ secondo i calcoli Ocse 2013, su un reddito pro capite che nel duemiladodici era di 29.812$) di spesa pro capite annua per l'assistenza sanitaria rappresentano un costo poco compatibile con l'idea di scegliere in libertà e autonomia dove curarsi.

Se oltre a questo non secondario dato dobbiamo anche sacrificare il desiderio di farci curare da chi scegliamo noi, sembra lecito chiedersi cosa resti di quel grande mantra dello stato sociale che è il diritto alla salute.

Centralismo e monopolio pubblico non tengono in ordine i conti

All’incirca metà della spesa sanitaria è composta da costi del personale. Se il personale non si tocca, i tagli si ripercuotono interamente sull’altra metà della spesa. Ovvero tutti i fattori che consentono di fornire le prestazioni, incluso l’aggiornamento delle tecnologie.
Nei sondaggi che scandagliano le priorità degli elettori, la sanità è sempre ai primissimi posti. Ma siccome si tratta di una questione complessa sul piano tecnico, e “calda” sul piano politico, i nostri rappresentanti eletti se ne occupano il meno possibile. Il risultato? Una gran confusione. La percezione dei cittadini è che ci sia molto “spreco” in sanità, il che giustificherebbe l’intenzione di armarsi di cesoie e “tagliare”. Nello stesso tempo, l’accesso universale al sistema è ritenuto un valore dai più. Il dibattito è rumoroso, e si tende a fare confusione.
Attenzione. L’incidenza della spesa sanitaria pubblica sul PIL italiano passa dal 5,66% del 2000 al 7,4% del 2010. Sono valori che restano tuttavia inferiori a quelli di Paesi paragonabili al nostro, come Francia e Germania. In breve: mentre la spesa pubblica totale italiana rispetto agli altri Paesi europei è elevata (siamo i settimi più spendaccioni dell’Eurozona), la nostra spesa sanitaria è in linea con la media europa e inferiore ai valori che raggiunge in Francia, Germania e Regno Unito.
In programma, c’è già una riduzione di spesa di 14,250 miliardi di curo per il triennio 2012-2014. I tagli sono egualmente ripartiti su tutte le Regioni: ma noi sappiamo benissimo che non tutti i sistemi sanitari sono sono egualmente inefficienti.
In questi anni, è prevalsa una narrazione per la quale del dissesto della sanità italiana sarebbero responsabili gli “acquisti”. È una narrazione utile, perché per i governi è molto più facile tagliare sull’acquisto di farmaci (per esempio) che affondare il bisturi nell’organizzazione del sistema. Da tempo si parla di riorganizzazione della rete ospedaliera, per esempio. Perché se ne parla e basta? Perché chiudere un ospedale, anche piccolo, è percepito come estremamente pericoloso, dal punto di vista del consenso. Fomenta una protesta istantanea che spaventa la classe politica.
Su un punto bisogna esser chiari. All’incirca metà della spesa sanitaria è composta da costi del personale. Se il personale non si tocca, i tagli si ripercuotono interamente sull’altra metà della spesa. Che cosa c’è nell’altra metà della spesa? In buona sostanza, tutti í fattori che consentono di fornire le prestazioni, incluso l’aggiornamento delle tecnologie.
Tagli apparentemente lineari risparmiano in realtà sempre le voci di spesa più “politicamente sensibili” (personale e ospedali pubblici) per concentrarsi invece su quelle meno “politicamente sensibili” (farmaci, acquisti, componente privata). È forse il caso di chiedersi se, in un Paese che invecchia e nel quale quindi la spesa sanitaria è destinata a crescere per ragioni demografiche, un servizio “universale” può sopravvivere.
Se si vuole battere quella strada, lo si faccia in modo trasparente. Gli economisti Francesco Giavazzi e Alberto Alesina da tempo suggeriscono una sanità “a due pilastri”: uno che tuteli chi non può pagarsela, l’altro basato sulla compartecipazione alla spesa dei più benestanti.
L’alternativa è utilizzare la concorrenza per ridurre i costi. L’esperienza lombarda ci dice che un privato messo in condizione di competere in modo trasparente col pubblico contribuisce non solo ad offrire più concreta tutela alla libertà di scelta dei malati: ma anche a ridurre il conto per lo Stato.
Non c’è nulla di perfetto su questa terra, ma la felice “anomalia” della Lombardia andrebbe oggi “esportata” nelle altre regioni. Centralismo e monopolio pubblico non tengono in ordine i conti. Almeno questo, negli scorsi 150 anni, dovremmo averlo imparato.
Da Mondo-Salute Lombardia, 31 dicembre 2013

Tarsu, Tia, Tares, Trise, Iuc: l'involuzione della specie. Un Briefing Paper IBL

È possibile garantire la copertura dei costi per la gestione e lo smaltimento dei rifiuti attraverso meccanismi che allineino il più possibile l’importo pagato dai cittadini ai costi sostenuti. Per l'Istituto Bruno Leoni, ciò è opportuno in primo luogo perché i cittadini possano controllare più efficacemente la qualità dei servizi che ricevono, a fronte del prelievo.

Al contrario, in Italia, invece, il tributo sui rifiuti si sta allontanando sempre di più dalla logica della tariffa. I continui cambiamenti su questo tipo di tributo hanno al momento l’unica certezza di cumulare l’importo dovuto per la gestione dei rifiuti al costo di servizi indivisibili e, eventualmente, a quanto dovuto a titolo di IMU. Il costo per i rifiuti è quindi sempre più lontano dalla trasparenza necessaria a incentivare un servizio efficiente e senza sprechi.

Giacomo Reali, nel Briefing Paper “Tarsu, Tia, Tares, Trise, Iuc: l'involuzione della specie” (PDF) offre un’analisi dell’attuale, incerto e confuso sistema tributario italiano per il settore dei rifiuti, comparandolo con alcuni Stati europei e sottolineandone i seri limiti in termini di iniquità e compatibilità con l’ordinamento europeo, oltre che in termini di certezza sugli adempimenti e gli oneri fiscali dei contribuenti.

Sostiene Reali che “La formula dapprima definita per la TARES e poi prospettata per la Service Tax (o IUC) ha riformato il sistema tariffario in controtendenza rispetto ai modelli più incenti­vanti di PAYT adottati dagli Stati europei con una normativa sul punto più avanzata.”
Il Briefing Paper “Tarsu, Tia, Tares, Trise, Iuc: l'involuzione della specie” di Giacomo Reali è liberamente disponibile qui (PDF).

Web Tax: un’imposta illegittima, inutile, dannosa e autolesionista

L'Istituto Bruno Leoni invita il Parlamento a tornare sui propri passi a proposito della web tax, il provvedimento che imporrebbe alle imprese italiane di acquistare servizi online unicamente da soggetti muniti di partita IVA italiana. Secondo Massimiliano Trovato, Fellow IBL e autore del Focus “Destinazione IVAlia. Quando la cattiva politica digitale incontra la cattiva politica fiscale”  (PDF), «si può certamente discutere se i tradizionali meccanismi impositivi siano ancora adeguati in un’epoca in cui l’economia digitale ha abbattuto le distanze e i costi di transazione; quel che non si può fare è scegliere i princìpi che più fanno comodo a seconda dell’identità del contribuente».

«La web tax – continua Trovato – è un’imposta illegittima, perché contrasta con gli obblighi internazionali dell’Italia; inutile, alla luce degli obiettivi dei suoi stessi proponenti, perché ai servizi prestati elettronicamente ai soggetti passivi già oggi si applica l’IVA italiana e perché la titolarità di partita IVA non potrebbe dimostrare alcuna “stabile organizzazione”; dannosa, perché finirebbe per marginalizzare le imprese italiane online; e autolesionista, perché pregiudicherebbe la reputazione commerciale del paese.
Il Focus “Destinazione IVAlia. Quando la cattiva politica digitale incontra la cattiva politica fiscale” è liberamente scaricabile da qui (PDF)

«Una maggiore concorrenza tra scali per far crescere Linate e Malpensa»

Privatizzazione totale di Sea, Malpensa e Linate controllate da due società distinte in concorrenza tra loro, via i limiti all'attività del Forlanini. Fedele alla propria ispirazione liberale, l'Istituto Bruno Leoni sforna un «Briefing paper» (uno studio) dedicato alla situazione degli aeroporti milanesi, e soprattutto al loro sviluppo, che fin dal titolo («Liberare Linate»)promette di suscitare discussioni.

Il punto di vista espresso da Andrea Giuricin, professore a contratto alla Bicocca, ribalta punti di vista e analisi consolidate. Anche di chi, come il ministro dei Trasporti Maurizio Lupi, sta lavorando ad un «piano nazionale degli aeroporti» tutto basato sulla regolamentazione dall'alto, finalizzata a costruire un sistema con ruoli specifici per ciascun scalo. Tutto sbagliato, tutto da rifare, secondo lo studio. Perché proprio la pretesa di mettere le briglie al mercato avrebbe fatto perdere il... treno a Malpensa e Linate. I numeri dicono che mentre in Italia il traffico aereo in quindici anni è più che raddoppiato, passando da 53 a 116 milioni di passeggeri, le due strutture controllate da Sea hanno registrato solo una crescita moderata. Per ragioni precise: Malpensa ha pagato il «dehubbing» di Alitalia, Linate le limitazioni imposte al numero dei movimenti orari (scesi da 3o a 18) pensate proprio per favorire, senza alcun successo, lo scalo fratello. Al contrario, sono cresciuti in maniera esponenziale gli aeroporti che hanno puntato sulle compagnie low cost, come Orio al Serio (Bergamo) e Roma Ciampino.
La lettura dei numeri impone, per Giuricin, un radicale cambio di strategia. «Non è più possibile pensare di sviluppare un sistema di hub per Malpensa» sentenzia il professore che indica come modello da seguire quello di Barcellona (penalizzato dal dehubbing di Theria) che ha spalancato le porte alla compagnia low cost Vueling ed ora è vicino ai volumi di traffico di Madrid.

Secondo lo studioso, le limitazioni a Linate non servirebbero a rilanciare Malpensa e anzi tarperebbero inutilmente le ali al Forlanini. Urge, quindi, togliere i vincoli da un lato e favorire accordi bilaterali dall'altro. Per arrivare a quel risultato serve «una diversa gestione degli scali». E qui viene il vero punto sensibile dello studio dell'Istituto Leoni. Sono indicate tre possibili soluzioni che faranno fare più d'un salto sulla sedia. La più efficiente sarebbe la privatizzazione della quota che il Comune di Milano detiene in Sea, al momento non contemplata tra gli obiettivi di Palazzo Marino. Ma sarebbe anche opportuno «mettere in concorrenza Linate e Malpensa, utilizzando il processo di vendita al fine di valorizzare al meglio entrambi gli scali separatamente». Infine, «si dovrebbero eliminare le limitazioni esistenti per il Forlanini, arrivando ad almeno 25 movimenti orari, in modo che l'area cittadina milanese abbia la possibilità di conquistare maggiori clienti».

Dal Corriere della sera, 8 aprile 2014

Credito d'imposta per oneri burocratici: una proposta

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Grande invenzione il cambio automatico! Pensateci un attimo: un pedale di meno, niente più traffici sincronizzati con la mano destra e con il piede sinistro per passare da una marcia all’altra… Una semplificazione di quelle vere. Ora però immaginate di sostituire il cambio manuale con il cambio automatico in un auto con le ruote quadrate. La semplificazione ci sarebbe lo stesso – non c’è dubbio – ma l’auto rimarrebbe comunque desolatamente ferma.

Abbiamo apprezzato tutti l’attenzione che il presidente del consiglio ha voluto dare, nel suo discorso programmatico, alla burocrazia e, più in generale, al rapporto fra lo Stato ed il cittadino ma – proprio perché pensiamo che l’Italia non possa permettersi il lusso di perdere anche la chance che le viene offerta da una nuova generazione – ci permettiamo sommessamente di suggerire che non passa dalle semplificazioni la strada di una riforma della pubblica amministrazione.

Abbiamo cercato di descriverlo in Sudditi. Lo ribadiamo in queste righe: la nostra pubblica amministrazione – da oltre cent’anni a questa parte – non è stata pensata per servire il cittadino. Come dovrebbe (visto che le tasse di quest’ultimo la mantengono). Se non si parte da questa constatazione non si va lontani. Molto più prosaicamente, la sua ragione sociale è l’estrazione di tutte le rendite possibili ed immaginabili offerte dalla attività burocratica amministrativa. Difficile chiedere a qualcosa progettato per stare fermo di muoversi. Soprattutto se stare fermi è redditizio.

Perché la macchina cominci a muoversi, è necessario che la Pubblica Amministrazione ridefinisca il suo prodotto ed i suoi processi produttivi, in primo luogo. Riducendo al minimo indispensabile le sedi ed i momenti dell’intermediazione e concentrandosi sui suoi compiti primari: quelli per cui vogliamo che una Pubblica Amministrazione esista. Fra questi non c’è gran parte del pane quotidiano – non a caso un pane ad alta intensità di intermediazione burocratica e politica – delle nostre pubbliche amministrazioni. I sindaci lo sanno: far funzionare un tribunale o una scuola elementare, mantenere l’ordine pubblico è infinitamente più faticoso e meno gratificante che non decidere su un finanziamento o concedere un qualsivoglia lasciapassare. E però, è per la prima cosa che abbiamo una Pubblica Amministrazione. Non per la seconda.

Cambiare il prodotto. E quindi – piuttosto che limitarsi ad appiccicare la data di scadenza ai dirigenti – cambiare la forza lavoro delle Pubbliche amministrazioni perché solo un ingenuo può pensare di riqualificare chi per decenni ha prodotto solo ed esclusivamente intermediazione per convincerlo a produrre servizi (possibilmente di qualità). E dunque ben vengano i piani di ristrutturazione (e di prepensionamento) come accade in qualunque azienda che debba trovare una nuova e più sfidante collocazione sul mercato. A quel punto, incentivi e punizioni, formazione e merito saranno conseguenze. E la semplificazione smetterà di essere una parola da associare ad un sorrisetto, come accade oggi in qualunque ufficio pubblico.

Cambiare il prodotto, appunto. E quindi, prima d’ogni altra cosa, costringere la Pubblica Amministrazione sul suo core business. Il che si ottiene anche impedendo che la politica inondi la Pubblica Amministrazione di regole vuote e di irragionevoli procedure. E qui attenzione: la radice del problema non è esclusivamente interna alla macchina amministrativa. Questa è anzi, spesso e volentieri, vittima di una vera e propria incontinenza normativa che affligge il nostro legislatore e che somma, senza sosta, richieste a richieste, procedure a procedure, adempimenti ad adempimenti, fino a caricare sulle spalle dei cittadini italiani oneri indiretti – e non visibili nei numeri sulla pressione fiscale – prossimi ad un punto di prodotto interno lordo. Questa incontinenza normativa – frutto di una assenza evidente di vincoli politici stringenti – sembra non conoscere limiti di schieramento politico ed emerge quando meno la si aspetta.

L’Istituto Bruno Leoni è lieto di sottoporre all’attenzione del presidente del consiglio l’allegato articolato che innova radicalmente rispetto all’esistente per quanto riguarda i limiti alla produzione di procedure amministrative.

In particolare, la norma proposta mira a rendere esplicito il costo presente in nuovi adempimenti burocratici e si propone di ripartirlo fra Stato e cittadini. Come? Non già impedendo che vengano attivate nuove procedure, ma chiedendo che ogni provvedimento normativo che prevede nuovi adempimenti contenga una stima degli oneri ad essi collegati e a carico delle imprese e delle famiglie e ne restituisca la metà, sotto forma di credito d’imposta, alle imprese e alle famiglie stesse. Così facendo si renderebbe esplicita, da un lato, la similarità fra oneri fiscali e oneri burocratici e, dall’altro, si costringerebbe il legislatore a scegliere fra l’introduzione di nuovi adempimenti amministrativi ed altre modalità di utilizzo delle risorse pubbliche.

Conseguentemente, lo stesso art. determina che ogni legge che comporta nuovi adempimenti burocratici e quindi maggiori costi per il privato debba riconoscere a quest’ultimo un credito d’imposta pari al 50% di detti maggiori costi, obbligandolo a  reperire le relative risorse ai sensi dell’art. 81 della Costituzione.

È appena il caso di osservare che questa ipotesi – inclusa nel gennaio 2012 fra i suggerimenti avanzati dalla Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato al Parlamento – faceva parte di una proposta di legge depositata alla Camera dei Deputati già nel giugno 2008. Alcune delle indicazioni contenute in quella proposta – relativamente alla certezza dei tempi dell’azione amministrativa ed alla responsabilità delle pubbliche amministrazioni per i ritardi nell’azione amministrativa – sono state, a distanza di anni, tradotte in norme di legge. Andrebbe a merito del presente governo completare finalmente l’opera. E restituire ai cittadini la sensazione di poter trovare nelle regole la prima difesa dei propri diritti di libertà.


Proposta di legge
Articolo 1.
(Detraibilità delle spese di adeguamento a nuove normative)

Ogni disposizione di legge o di regolamento che comporta per il cittadino e le imprese nuovi e maggiori costi per l’adempimento degli obblighi amministrativi derivanti deve indicare la quantificazione, anche forfetaria, di tali costi ai fini della detraibilità prevista dal comma seguente.

È riconosciuto a tutte le persone fisiche e giuridiche un credito di imposta in misura pari al 50% del costo corrente determinato ai sensi del precedente comma per il numero di anni necessari per ammortizzare l’onere economico sostenuto.

Nel caso in cui una legge o un regolamento, che comporti costi di adeguamento per il cittadino e le imprese, non contenga la quantificazione di cui al comma 1, il credito di imposta di cui al comma precedente è riconosciuto secondo le modalità stabilite con il regolamento di cui al comma 5.

Ogni disposizione di legge che comporti per il privato e per le imprese costi di adeguamento con conseguente credito di imposta, deve indicare i mezzi per farvi fronte. Il Ministero dell’economia e delle finanze e le Commissioni Bilancio delle Camere, nell’ambito delle rispettive competenze, verificano nel corso dell’iter di formazione delle leggi il rispetto delle disposizioni di cui al presente articolo.

Entro sessanta giorni dall’entrata in vigore della presente legge dovranno essere emanate con decreto del Ministero dell’economia e delle finanze, di concerto con il Ministro della funzione pubblica le disposizioni attuative di quanto previsto dal presente comma 3.

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Il costo dell’energia

Uno dei temi che impegnerà il Governo Renzi, soprattutto i ministri Federica Guidi (Sviluppo economico) e Gian Luca Galletti (Ambiente), riguarda la riduzione dei costi dell’energia, fra i più cari d’Europa e del mondo. Il coinvolgimento dell’Ambiente in questa materia è legato al fatto che una delle voci più salate della bolletta elettrica è rappresentata dagli incentivi alle fonti rinnovabili, e a una tecnologia in particolare: il fotovoltaico.

Ma a rendere l’energia italiana così costosa intervengono anche accise salatissime, un gran numero di giacimenti nazionali che i veti incrociati impediscono di sfruttare, rendite di posizione, difficoltà nella costruzione e soprattutto nell’ammodernamento delle infrastrutture energetiche, norme contraddittorie, politici locali riottosi, paure dei cittadini, liberalizzazione incompleta e così via.

L’analista Carlo Stagnaro in uno studio recente ha individuato le cause della malattia energetica italiana, che può essere riassunta in una locuzione di due parole: troppa politica. Nemmeno la legge Destinazione Italia (cioè il cosiddetto decreto del Fare-due) è riuscita a sciogliere questi nodi.

Con un obiettivo iniziale di ridurre di 3 miliardi la bolletta energetica, a forza di emendamenti e limature il Destinazione Italia otterrà risultati meno coraggiosi e assai più modesti, con risparmi stimati sugli 850 milioni.

Uno dei fenomeni più ingombranti è il sommarsi fra l’eccesso di capacità produttiva troppe  centrali elettriche rispetto al fabbisogno e la corsa al fotovoltaico spinta non tanto dagli incentivi ordinari, già generosi, quanto da un fenomeno distorsivo creato anni fa con un decreto chiamato salva-Alcoa, che introdusse una parentesi di incentivi appetitosissimi i cui effetti paghiamo ancora oggi nelle nostre bollette.

Nei fatti, le fonti rinnovabili oggi soddisfano circa un terzo del fabbisogno elettrico italiano. E le centrali termoelettriche nuove ed efficienti restano spente, dissestando i bilanci delle società che si erano impegnate in grandi campagne di investimento senza saper prevedere il calo della domanda elettrica e il peso delle rinnovabili.

Sono stati realizzati, fra fi 2000 ed il 2010, investimenti nel settore termoelettrico per circa 3o miliardi di euro con l’entrata in servizio di più di 30mila megawatt di nuovi impianti (sia nuovi che in sostituzione di impianti esistenti), soprattutto moderni cicli combinati a gas.

Le fonti rinnovabili d’energia hanno un effetto duplice e divergente. Fanno scendere, e in modo rilevante, i prezzi dell’energia all’ingrosso trattata alla Borsa elettrica. E fanno salire, con gli oneri degli incentivi in bolletta, i costi finali dell’energia per il consumatore.

Per questo motivo la Confindustria ha lavorato ai tavoli tecnici per dare una nuova definizione di impresa ad alta intensità energetica prevista dall’art.39 del Decreto Sviluppo, cioè gli interventi a tutela della fattura energetica non sono correlati alla quantità di energia consumata, ma all’incidenza dei costi energetici sul fatturato dell’azienda. Da qui il Governo dovrà partire per individuare un nuovo indice di “energivorità” per distribuire in modo differente le accise sulle varie forme di energia e sugli oneri parafiscali.

Il settore del metano è meno sofferente di quello elettrico, e i prezzi italiani per l’industria si sono avvicinati a quelli europei. Tuttavia il Governo e qui il ruolo più importante spetterà al ministero dell’Ambiente dovrà affrontare le contestazioni pugliesi contro gli 8 chilometri di metanodotto Tag che dovrà importare in Europa il gas dell’Asia Centrale.

Da Il Sole 24 Ore, 1 marzo 2014

Il capitalismo municipale: come, quando e perché privatizzare

Per spingere i comuni a privatizzare le proprie partecipante è sufficiente sfruttare le norme già in vigore, adottando criteri stringenti sulle partecipazioni societarie. Lo sostiene Alberto Saravalle, professore associato di Diritto dell’Unione Europea presso l’Università di Padova, nel Policy Paper dell’Istituto Bruno Leoni “Il capitalismo municipale: come, quando e perché privatizzarlo” (PDF)
 
Scrive Saravalle: “Per favorire questo processo, oltre alla ‘carota’ finora utilizzata in sede di attuazione del Patto di stabilità interno, premiando gli enti virtuosi, sarebbe necessario usare il ‘bastone’”. In altri termini, da un lato dovrebbe essere incentivata la cessione all’organo centrale designato ad hoc delle partecipate, a fronte della quale, l’ente locale avrebbe facoltà di spendere il ricavato dalla cessione in deroga al Patto, e dall’altro dovrebbero essere ulteriormente irrigiditi I cordoni della borsa per gli enti locali che violano il patto e non dispongono la privatizzazione o cessione all’organo centrale delle proprie partecipate”. Tale organo dovrebbe essere costituito sul modello del Treuhandstalt tedesco, il quale, dopo la riunificazione del paese, “Nell’arco di 4 anni ha gestito circa 8.500 società privatizzandone e liquidandone un gran numero, in ultima analisi contribuendo a dare competitività al paese, probabilmente salvando in ultima analisi più posti di lavoro di quelli che sono stati persi”.
 
Il Policy Paper “Il capitalismo municipale: come, quando e perché privatizzarlo” di Alberto Saravalle è liberamente disponibile qui (PDF)

Due libri, due misure: l’assurdo regime dell'IVA sugli eBook

In Italia, ai libri cartacei si applica un’IVA ridotta al 4%, mentre per i libri elettronici si applica quella ordinaria al 22%. L’anacronismo del regime agevolato solo per i libri tradizionali - dovuto al fatto che, all’epoca dell’introduzione dell’IVA, gli ebook non esistevano - non è stato negli anni corretto ed è diventato anzi una fonte di discriminazione nel trattamento fiscale di due beni assimilabili.

Giacomo Mannheimer, nel Focus “I libri non sono tutti uguali. Il caso dell’IVA sugli e-book” (PDF), analizza, anche in ottica comparata ed europea, i diversi regimi IVA, la loro origine e la necessità di una riforma che riallinei l’aliquota IVA per ragioni quantomeno di equità fiscale.

“Forse proprio dall’Europa - scrive Mannheimer - potrà giungere l’input iniziale in tal senso, come sembra emergere da uno dei punti dell'Agenda digitale per l’Europa predisposta dalla Commissione, che richiede l’allineamento dell’aliquota IVA dei contenuti digitali a quelli dei beni fisici assimilabili.”

Il Focus “I libri non sono tutti uguali. Il caso dell’IVA sugli e-book” di Giacomo Mannheimer è liberamente disponibile qui (PDF).

Expo2015: Milano ha bisogno di Linate

In vista dell’Expo2015 Milano deve potenziare i suoi collegamenti aeroportuali e diventare una meta ancora più attrattiva: per questo non solo non deve rinunciare all’aeroporto di Linate, ma deve anzi rilanciarlo rimuovendo i vincoli ai movimenti e stimolare una competizione virtuosa tra gli scali esistenti separando la proprietà di Linate e Malpensa e privatizzandoli entrambi. Lo sostiene Andrea Giuricin, fellow dell’Istituto Bruno Leoni, nel Briefing Paper “Liberare Linate” (PDF).
 
Scrive Giuricin: “Oggi l’aeroporto cittadino è limitato nell’operatività a 18 slot orari, contro una capacità teorica di 30 movimenti. L’aeroporto potrebbe dunque svilupparsi molto di più. Non possiamo sapere se, rimuovendo i vincoli, vi sarebbero compagnie pronte a investire per incrementare i traffici su Linate: l’unico modo di scoprirlo consiste però nel rimuovere le limitazioni”. Coerentemente, non bisogna perseguire un coordinamento pubblico della politica aeroportuale, ma lasciare che sia il mercato - cioè le compagnie aeree e i viaggiatori - a scegliere quali scali utilizzare e come. Di conseguenza, “il Comune di Milano dovrebbe mettere sul mercato la propria quota azionaria di maggioranza della società di gestione aeroportuale in modo che possa avere le mani libere per potersi trovare nuovi clienti che possano sviluppare la domanda e i ricavi. Inoltre sarebbe opportuno mettere in concorrenza Linate e Malpensa, utilizzando il processo di vendita al fine di valorizzare al meglio entrambi gli scali separatamente. Infine si dovrebbero eliminare le limitazioni esistenti per Linate, arrivando ad almeno 25 movimenti orari, in modo che l’area cittadina milanese abbia la possibilità di conquistare maggiori clienti. L’aeroporto di Linate rimane il più attraente dell’area e dovrebbe essere possibile collegare tutte quelle destinazioni a medio raggio che i viaggiatori richiedono”.
 
Il Briefing Paper “Liberare Linate” di Andrea Giuricin è liberamente disponibile qui (PDF).

Ricordare Margaret Thatcher a un anno dalla scomparsa

L’8 aprile 2013 ci lasciava Margaret Thatcher. Come ha scritto Stefano Magni nella sua introduzione a “This Lady is not for turning. I grandi discorsi di Margaret Thatcher”, la Lady di Ferro “fu l’autrice di una pacifica rivoluzione”. Prese il governo di un Regno Unito agonizzante e nell’arco di dieci anni produsse un cambiamento senza precedenti. Il suo programma era chiaro: ridurre il potere dello Stato. E la sua politica economica rispecchiò in pieno questo intento. Da subito, “la Thatcher” si prodigò per combattere l’inflazione; limitare lo strapotere dei sindacati; tagliare drasticamente la spesa pubblica e abbassare le tasse; liberare l’economia dal peso delle grandi e fallimentari aziende di Stato attraverso la loro privatizzazione. “Ognuno è un capitalista” divenne un leitmotiv della rivoluzione thatcheriana.

Il racconto della grande stagione thatcheriana è ben sintetizzato dalle parole che Lord Lawson (che svolse, come Ministro delle Finanze, un ruolo fondamentale nel processo di liberalizzazione e privatizzazione dell’economia britannica negli anni Ottanta) ha pronunciato lo scorso novembre in occasione della cena annuale dell’Istituto Bruno Leoni dedicata proprio a Margaret Thatcher (“Eppure l’abbiamo fatto. La leadership e il miracolo economico di Margaret Thatcher”). Per Lawson, dietro al successo della Lady di Ferro ci fu anche la sua capacità di capire “che è la marea montante delle idee che, più di ogni altra cosa, determina il corso della storia”. Maggie riuscì infatti a vincere anche “la battaglia delle idee”.

E la vera Margaret Thatcher, non la Meryl Streep che ne assunse le sembianze in un fortunato film, è stata ben descritta da John O’Sullivan (suo consigliere e speechwriter per molti anni) durante una conferenza tenuta a Milano ospite dell’Istituto Bruno Leoni. La Thatcher credeva nelle tradizionali “virtù borghesi”: l’autonomia, la diligenza, la frugalità, l’affidabilità e lo spirito di iniziativa. Questi erano i suoi valori, “essenziali per il successo in una economia libera e in una società civile, entrambe fondate su una diffusa libertà di iniziativa e su cittadini autonomi e responsabili”.

IBL: Una risposta alle osservazioni delle Ferrovie dello Stato

Ringraziamo il Gruppo Ferrovie dello Stato per le osservazioni allo studio sui trasferimenti pubblici alle ferrovie (PDF) condotto da Ugo Arrigo e Giacomo di Foggia per conto dell'Istituto Bruno Leoni.

Tali osservazioni sembrano in realtà confermare la tesi del nostro studio: i trasferimenti pubblici sono elevati proprio perché, come viene correttamente riconosciuto, i ricavi da sbigliettamento sono limitati. Tuttavia, se a questo si aggiunge che la società produce profitti superiori a quelli dei competitor, se ne deduce che i trasferimenti pubblici sono sovradimensionati rispetto al servizio reso. Tale servizio potrebbe essere prodotto a un costo per la collettività assai inferiore a quello attuale, come peraltro ipotizzato anche nella spending review di Cottarelli, che, utilizzando proprio lo studio IBL, ne conferma la fondatezza.

Saremo comunque lieti se il Gruppo Ferrovie dello Stato volesse accettare l'invito a un incontro con l'Istituto Bruno Leoni per discutere più nel dettaglio gli argomenti analizzati nella ricerca.

Libertà economica, l’Italia sempre ferma

L'Italia è 86ma nella classifica delle libertà economiche - l'Index of Economic Freedom promosso dalla Heritage Foundation, il principale think tank conservatore americano, e dal Wall Street Journal. Il rapporto, curato da Terry Miller, è giunto quest'anno alla ventesima edizione.

I Paesi più economicamente liberi al mondo restano Hong Kong e Singapore, seguiti da Australia, Svizzera, Nuova Zelanda, Canada, Cile, Mauritius, Irlanda e Danimarca. Per la prima volta, gli Stati Uniti non figurano fra i primi dieci Paesi per libertà economica.Su 178 Paesi censiti, 114 godono oggi di maggiore libertà economica rispetto allo scorso anno, 59 di inferiore libertà economica.

In Europa, precedono l'Italia per libertà economica: Svizzera (punteggio 81.6/100), Irlanda (76.2), Danimarca (76.1), Estonia (75.9), Regno Unito (74.9), Paesi Bassi (74.2), Lussemburgo (74.2), Germania (73.4), Finlandia (73.4), Svezia (73.1), Lituania (73), Georgia (72.6), Islanda (72.4), Austria (72.4), Repubblica ceca (72.2), Norvegia (70.9), Latvia (68.7), Macedonia (68.6), Cipro (67.6), Spagna (67.2), Polonia (67), Ungheria (67), Albania (66.9), Slovacchia (66.4), Malta (66.4), Bulgaria (65.7), Romania (65.5), Turchia (64.9), Montenegro (63.6), Portogallo (63.5), Francia (63.5) e Slovenia (62). Il punteggio fatto riscontrare dal nostro Paese è 60.9, con un lievissimo miglioramento sull'anno scorso, dovuto alla relativa disciplina dei conti pubblici.

"Leggere l'Indice della libertà economica, per un italiano, è deprimente", dichiara Alberto Mingardi, direttore generale dell'Istituto Bruno Leoni. "Questa classifica, nei vent'anni in cui è stata realizzata, non registra di fatto alcun miglioramento sensibile da parte del nostro Paese: il resto del mondo, nel suo complesso, ha fatto decisi passi in avanti verso una maggiore libertà economica, noi no. Queste classifiche non registrano il benessere attuale: ma le precondizioni della creazione di ricchezza. L'Italia è un Paese che, sia governato da tecnici o sia governato da politici, non si pone il problema di cambiare le sue istituzioni per liberare la creatività dei suoi cittadini. L'Indice della libertà economica ne dà conto impietosamente".

Antonio De Viti De Marco, l’arte della finanza

Prof. de Viti de Marco, quest’anno cade un importante centenario…
Come scusi?

La Lega del 1914!
Già, la Lega antiprotezionista. Se non ricordo male fu Salvemini a proporla. Oltre a me furono della partita gente come Einaudi, Giretti, Borgatta, Chiesa. Fu una cosa trasversale, che coinvolse liberali, socialisti, radicali, repubblicani. Pure alcuni organi di stampa ci sostennero: «L’Unità», «La Riforma sociale», «La Voce»…. Le nostre bestie nere erano i siderurgici, i cotonieri, gli zuccherieri, i proprietari cerealicoli, tutti soggetti beneficiati dalla tariffa del 1887.

E poco dopo scoppia la guerra mondiale….
Ma noi in quel congresso, era maggio, denunciammo tra l’altro proprio il legame tra nazionalismo, militarismo e protezionismo siderurgico! Guardi, mi faccia cercare un attimo. Ecco, senta qua, le leggo un brano dell’intervento di Giretti al congresso: «Colla Terni e col trust siderurgico italiano è associata la casa inglese Vichers, per la fabbricazione delle artiglierie. L’altra ditta inglese Armstrong era in passato associata con la nostra Ansaldo, la quale si dice ora che abbia fatta una nuova alleanza con trattati più o meno segreti con la francese Schneider del Creuzot, cosicché se domani per disgrazia nostra o per disgrazia altrui dovesse scoppiare una guerra generale in Europa, noi troveremmo e da una parte e dall’altra gli stessi cannoni, i medesimi proiettili magari confezionati nello stesso stabilimento: avremo cannoni inglesi e cannoni tedeschi dalle due parti contendenti!».
E per la battaglia contro il protezionismo non aspettammo certamente la guerra mondiale. La prima Lega antiprotezionista risale a dieci anni prima, al 1904.

Anche lì eravate in compagnia dei socialisti?
Con i socialisti, come anche con le altre forze di quella che allora si chiamava Estrema Sinistra noi ci eravamo opposti alla svolta reazionaria di fine Ottocento (uno storico, Umberto Levra se non sbaglio, in uno suo libro l’ha definita il colpo di Stato della borghesia), ai cannoni di Bava Beccaris, alla limitazione delle libertà previste dallo Statuto, ai provvedimenti eccezionali. Sempre assieme alla Sinistra noi liberisti combattevamo una politica fiscale che colpiva pesantemente i consumi popolari. Poi, i socialisti ce li siamo un po’ persi per strada: loro, al riparo del protezionismo doganale, hanno barattato prezzi più bassi in cambio di salari più alti….

Insomma, lei ha sempre unito lo studio alla battaglia politica…
Già la scienza alla lotta, come recita il titolo di un’antologia di miei scritti uscita pochi giorni fa [sorride]. Beh, la scienza delle finanze ai miei tempi era considerata ancora come un’arte, una sorta di scienza applicata, uno strumento di politica economica. Io ho cercato di definirla come scienza pura, con i suoi principi e metodi, attingendo peraltro al marginalismo che assieme a Maffeo Pantaleoni e Ugo Mazzola ho introdotto in Italia.

Beh, con il suo Il Carattere teorico dell’economia finanziaria del 1888 lei è considerato per l’appunto il fondatore della teoria pura della finanza pubblica o sbaglio?
Mah, in verità gli studiosi ancora non si sono messi d’accordo se il fondatore sia il sottoscritto o Emil Sax… Comunque, in quel mio lavoro, come anche nelle mie lezioni universitarie, cercavo di ragionare su quali dovessero essere le condizioni per attribuire o meno la produzione di un bene o servizio allo Stato.

E quali furono le sue conclusioni?
Che, in sostanza, mi permetta di citare una di quelle lezioni, «solo quando il principio del minimo mezzo si prevede meglio attuato dalla produzione di Stato, si giustifica la tendenza a che la produzione d’un bene, che soddisfa un bisogno generale universale, passi dall’economia privata a quella pubblica». Questo, tra l’altro, ha secondo me una conseguenza notevole.

Quale?

Che non si può a priori porre alcun limite alla produzione pubblica di beni e/o servizi , come, evidentemente, non si può porre tale limite neanche ai privati. Il principio del minimo mezzo deve essere la sola stella polare.

Ed oggi, nel nostro Paese, le sembra che quella stella guidi l’azione dei pubblici poteri?
Guardi, per me e gli altri compagni di studio e di lotta [sorride di nuovo…] il cardine su cui dovrebbe fondarsi un governo della cosa pubblica genuinamente liberale è l’adozione di norme generali e universali e il rifiuto, al contrario, di quelle particolaristiche e di atteggiamenti discrezionali e arbitrari finalizzati a interessi di parte. Oggigiorno, nel coacervo di corporazioni e interessi settoriali che condizionano le nostre istituzioni, il rispetto del principio del minimo mezzo mi sembra costituisca l’ultima delle preoccupazioni del decisore pubblico…

CHI È ANTONIO DE VITI DE MARCO
Antonio De Viti de Marco (1858-1943) è stato il fondatore della teoria pura della finanza pubblica. Tale teoria, attingendo alle idee marginaliste che De Viti de Marco - assieme a Maffeo Pantaleoni e Ugo Mazzola - contribuì a introdurre nel nostro Paese, divenne anche la base per una critica radicale dello Stato post-unitario.

Nella seconda uscita della collana in eBook “Liberismi italiani”, dal titolo Antonio De Viti de Marco: dalla scienza alla lotta, oltre a un’ampia selezione di brani tratti da Il carattere teorico dell’economia finanziaria vengono riproposte anche alcune delle Cronache che De Viti de Marco scrisse sul Giornale degli economisti nel biennio 1898-9. Il volume è completato da un saggio introduttivo di Luca Tedesco.

La collana “Liberismi italiani” origina dalla consapevolezza che la crisi delle tradizionali culture politiche può aprire, anche e soprattutto nel nostro Paese, stagioni di "riscoperta" di filoni, esperienze culturali, singole figure intellettuali minoritarie o ghettizzate dalle grandi centrali ideologiche novecentesche. L’obiettivo della collana è quello di mettersi sulle tracce, nelle vicende nostrane otto e novecentesche, di quei "liberismi italiani" che rifiutarono di concepirsi come teorizzazioni di uno Stato al servizio di interessi particolari e di spacciare questi ultimi come generali.

Da Linkiesta.it, 24 aprile 2014

Che errore pensare che Renzi sia un liberale

Cosa c'è di liberale nel progetto di Matteo Renzi e in quanto sta facendo il governo? Molto poco, al di là di certe impressioni di superficie. Ieri l'ex coordinatore di Forza Italia, Sandro Bondi, in una lettera alla Stampa ha definito liberale il premier, facendo probabilmente un'equazione che non torna: Renzi è post comunista quindi è liberale. Ecco, non è proprio così. Perché ora non si tratta soltanto di prendere atto che il Pd è il risultato della fusione tra la sinistra democristiana e quello che restava del Pci dopo anni passati ad ammettere fallimenti epocali. Se da un lato questo è lo sfondo culturale da cui proviene la classe dirigente al potere, d'altro lato è chiaro come nelle azioni di ogni giorno l'esecutivo segua logiche che poco hanno a che fare con una visione orientata al mercato. Innanzi tutto, manca ogni consapevolezza del disastro. L'Italia soffre di una malattia gravissima, che non può essere curata con farmaci da banco. Si è proprio fuori strada se si pensa che aggredire la pressione fiscale significhi detassare di 80 euro una fascia limitatissima di persone a basso reddito. Un Paese che muore di tassazione ha bisogno di ben differenti interventi: di un abbassamento massiccio della spesa pubblica e del prelievo tributario, insieme a privatizzazioni e liberalizzazioni.

In altre parole, c'è bisogno di scommettere su quel mondo produttivo (spesso composto da piccole imprese) che in una realtà come il Veneto sta prendendo sul serio l'idea della rivolta fiscale. Il gradualismo di Renzi poteva (forse) andar bene vent'anni fa, ma con l'attuale debito pubblico e pensionistico, con la terribile moria delle imprese e con la fuga all'estero dei giovani ormai ci vuole ben altro per invertire la rotta e salvare una situazione tanto compromessa. Lo stesso decreto sul lavoro ha visto svanire molte speranze. Al di là delle tensioni tra la sinistra Pd e il gruppo di Alfano (un teatrino abbastanza prevedibile, data l'imminenza delle elezioni europee), il topolino partorito dalla montagna rivela quanto sia fragile, per la maggioranza, la possibilità di operare a favore di una più ampia libertà di contrattare.

Difficile dare torto a Oscar Giannino quando, su Leoni blog, rileva come l'attuale presidente del Consiglio vada a rimorchio della sinistra sindacale, e cioè della Cgil. Potrebbe essere diversamente? Difficile dirlo. Oggi Renzi ha molto potere, dato che il Paese è disperato. Se lo volesse, il premier potrebbe incidere con decisione. Ma non è chiaro se egli abbia capito cosa si debba fare e se voglia sul serio provare a realizzarlo, anche a costo di rompere definitivamente con una parte rilevante del partito. D'altra parte, cosa c'è di liberale nella tassazione del capitale finanziario e quindi del risparmio? O nella nostalgia della Cassa del Mezzogiorno, il cui ritorno è stato evocato dal ministro Delrio? O nel progressivo accentramento dei poteri, che svuotando le regioni finirà per rendere ancor meno visibili le spese e allontanerà ancor più ogni concorrenza tra istituzioni? Oppure nell'illusione che l'Italia potrà ripartire se, sposando logiche keynesiane, darà una spinta ai consumi e in tal modo favorirà la crescita delle imprese? È usando questo argomento che il governo ha adottato la strada (essenzialmente populistica) degli 80 euro per i redditi inferiori, ma lo stesso ragionamento è alla base della volontà di Renzi, in Europa, di far saltare il limite del deficit annuo e spendere con sempre più disinvoltura. L'Unione europea è oggi più fonte di problemi che di soluzioni. Lo stesso progetto dell'euro è contestabile, dal momento che perpetua una gestione politica della moneta e riduce la competizione tra valute. Ma l'Italia dovrebbe evitare d'indebitarsi, e anzi tagliare con decisione le spese, anche se l'Europa non esistesse.
Esiste insomma una maniera liberale di essere «rottamatori» a Roma come a Bruxelles, ma in quanto fa Renzi c'è ben poco di tale impostazione.

Da Il Giornale, 14 aprile 2014

Quale futuro per gli aeroporti?

Il boom di partenze dagli scali milanesi per i ponti di fine aprile (+33 per cento Malpensa, +14. per cento Linate) merita di essere valutato con attenzione. Per almeno due ragioni.
La prima, di carattere generale, inserisce questo fenomeno nel clima di vivacità che è stato registrato nella settimana del Salone del Mobile e di tutti i suoi eventi collaterali. È un segno tangibile del desiderio di lasciarsi alle spalle anni di sacrifici e di grigiore, una voglia di evasione dopo la lunga stagione di ripiegamento obbligato per limitare i danni della crisi economica. La seconda, più legata allo specifico aeroportuale, invita ad approfondire i numeri, e soprattutto i trend di crescita del traffico passeggeri, per capire fino a che punto le analisi sull'antagomsmo-convivenza tra i due aeroporti, oggi più che mai d'attualità alla luce delle possibili ricadute dell'ingresso di Etihad in Alitalia, trovino fondamento nei fatti.
A Malpensa, per esempio, il lutto per il «dehubbing» della ex compagnia di bandiera sembra essere stato finalmente elaborato da un lato grazie al rapporto con la compagnia low cost Easyjet (da sola porta 7 milioni di passeggeri) e dall'altro per il contributo di vettori extraeuropei che hanno scelto lo scalo della Brughiera per voli che stanno restituendo numeri promettenti. Un dato su tutti: i cinque collegamenti giornalieri con New York operati da Emirates da ottobre ad oggi hanno garantito un +50 per cento di transiti. A questo si aggiunge il +11 per cento dei voli intercontinentali e il + 9,8 delle rotte per l'Est Europa. In termini generali, il bilancio del traffico passeggeri su Malpensa a marzo si è chiuso con un +2,6 per cento, quanto mai rilevante alla luce del contemporaneo calo del 30  per cento dei transiti gestiti da Alitalia.

È anche per questa ragione che tra gli osservatori c'è chi si dice convinto che l'aeroporto varesino possa prescindere dai vincoli e dalle limitazioni imposti a Linate (non portano benefici da un lato, tarpano le ali dall'altro). I ricercatori dell'Istituto Bruno Leoni, in ossequio all'ispirazione liberale, propendono addirittura per la soluzione più radicale. Si privatizzi Sea e si mettano in diretta concorrenza i due scali, hanno scritto nero su bianco sconcertando chi non ama le posizioni poco convenzionali. Al contrario, è una «provocazione» che merita di essere discussa a fondo. Piaccia o meno, pensare di regolare dall'alto il mercato è velleità ormai antistorica. Né si capisce che senso abbia, all'atto pratico, un trasferimento di parte della quota pubblica di Sea dal Comune di Milano alla Regione. Sembra una partita di giro, funzionale solo alla politica. I numeri dicono che bisogna andare verso il mercato, con scelte anche coraggiose che richiedono alla stessa società di gestione maggiore libertà di movimento, e non rinchiudersi dentro fortini autoreferenziali. Gli esperti calcolano che nei prossimi dieci anni il bacino potenziale crescerà di 70 milioni di passeggeri. Difficile credere che si possano conquistare piantando paletti a destra e a manca.

Dal Corriere della sera, 24 aprile 2014