In arrivo una stangata da quasi un miliardo per le Slot

Un prelievo fiscale che passa dal 53 al 68,7 per cento sul margine operativo lordo per le Awp (le new Slot) e dal 46,9 all'82,3 per cento per le Videolottery. Questa la differenza nella tassazione per il settore degli apparecchi da intrattenimento tra 2014 e il 2015, nel caso dovessero essere applicate le nuove aliquote previste dalla legge di stabilità. A darne notizia lo studio Gli effetti negativi dell'aumento del prelievo erariale unico (PREU) sugli apparecchi di intrattenimento con vincite in denaro dell'Istituto Bruno Leoni, presentato da Lucio Scudiero nel corso del convegno "Fine del modello italiano dei giochi?" che si è tenuto a Roma nei giorni scorsi, organizzato dalla Fondazione Unigioco. Quali saranno gli impatti sulla filiera?

Considerando le stime sui dati raccolta 2014 per le AWP il settore pagherà un PREU pari al 17 per cento come previsto dalla legge stabilità, mentre, visti i tempi stimati da Sogei per la certificazione, il payout resterà fermo ad una media del 74,80 per cento (e non al 70). Questo disallineamento temporale comporterà per i concessionari un aggravio di costi quantificabili per le AWP in almeno 900 milioni annui. Per le VLT il comparto pagherà un PREU pari al 9 per cento, mentre il payout resterà fermo al 88,70 per cento (e non all'81). Per le VLT, invece, resterà all'intera filiera (e non al solo concessionario come avviene ora) il 2 per cento lordo (contro l'attuale 6) dal quale occorre scorporare ancora gli ulteriori oneri (costi del lavoro, costo della piattaforma, oneri finanziari ...) rendendo quindi antieconomico il business e spingendolo alla chiusura.

L'aumento della tassazione del 4 per cento sul volume di gioco netto, sia per Awp sia per le Vlt non potrà, infatti, ricadere immediatamente sul payout. La modifica del prelievo richiede adeguamenti tecnologici del software presente negli apparecchi, stimati da Sogei in circa due anni rendendo impossibile per il concessionario abbassare il payout (le vincite) riconosciute al giocatore. Nel prossimo biennio, pertanto, il peso della nuova tassazione (+4 per cento) graverà integralmente sul concessionario. I rischi, secondo questa previsione di mercato saranno una minore attrattività per il mercato lecito e pertanto maggiore enfasi per il mercato illegale (si ritornerebbe al mercato incontrollato dei videopoker). E ancora, forti impatti sull'occupazione e sugli investimenti internazionali (presenza diffusa di fonti di investimento esteri che farebbero ulteriormente perdere credibilità all'Italia a causa della scarsa affidabilità), contrazione del mercato delle tecnologie e delle telecomunicazioni e chiusura dei concessionari degli apparecchi e probabile avvio di azioni risarcitorie nei confronti dello Stato e contrazione del gettito erariale e minore visibilità dei fenomeni di gioco patologico.

Da Cronache del garantista, 20 novembre 2014

Riprendiamoci le case

Riesplode la questione delle case popolari e del fallimento dell'intervento pubblico in tema di «disagio abitativo». Ma esiste davvero qualcosa che si possa definire in tal modo? Probabilmente no, perché la difficoltà a trovare un'abitazione in affitto è riconducibile a un « disagio economico» che riguarda taluni settori della società. Bisognerebbe allora dare risposte di altro tipo. Che la scelta di costruire case pubbliche sia stata sbagliata è sotto gli occhi di tutti.

I quartieri dell'edilizia popolare costano uno sproposito alla collettività, offrono abitazioni di bassa qualità, creano autentici «ghetti», diventano occasioni per occupazioni illegittime, hanno indici di morosità altissimi.

Ma esiste un'alternativa? L'Istituto Bruno Leoni propone un disegno di riforma basato sulla dismissioni degli immobili pubblici, così da disporre di capitali in grado di generare risorse da destinare alle famiglie in difficoltà. Si tratterebbe di aiuti temporanei (per due anni, ad esempio), che permetterebbero ai beneficiari di scegliere l' abitazione sul mercato. Oggi capita che una famiglia riceva un appartamento a basso canone perché ha i requisiti, e poi resta lì anche quando altri avrebbero più diritto. Dando soldi invece che case, questi problemi verrebbero meno. In tal modo, ci si potrebbe anche liberare di carrozzoni come l'Aler. Succede infatti che una famiglia riceva un appartamento che rappresenta l'equivalente in termini monetari di 600 euro, ma se avesse avuto soldi avrebbe preferito destinare 400 euro alla casa e gli altri 200 per differenti esigenze. Per giunta, con i soldi la famiglia aiutata cercherebbe casa nel quartiere in cui ha affetti e lavoro, e non dovrebbe trasferirsi dove si è liberato un appartamento. Certo anche nell'erogazione di aiuti finanziari ci possono essere abusi, ma è molto più facile smettere di versare un bonifico a chi ha fatto il furbo

Un dato è chiaro: la realtà attuale è uno sfacelo. Sono migliaia gli appartamenti vuoti a causa della cattiva gestione degli enti pubblici. Lo Stato non sa pro dune panettoni, non safarviaggiare i ireni e nemmeno è in grado di amministrare le case. Se vuole mantenere un proprio ruolo in questo ambito si semplifichi il lavoro: venda tutto e crei fondazioni locali che erogano aiuti monetari. Le case di Stato sono una delle molte follie del secolo scorso. Giriamo pagina.

Da Il Giornale, 21 novembre 2014

Wi-fi obbligatorio, Trovato: "Si mettono a rischio gli investimenti privati"

“C’è uno scollamento tra obiettivi e mezzi”. Con questa parole, Massimiliano Trovato, economista dell’Istituto Bruno Leoni, boccia la proposta di legge - "Disposizioni per la diffusione dell'accesso alla rete Internet mediante connessione senza fili" - presentata dai deputati del PD Sergio Boccadutri, Enza Bruno Bossio, Ernesto Carbone, Alberto Losacco e Gennaro Migliore e firmata da 106 parlamentari.

Cosa non la convince della proposta?
Prima di tutto il fatto che si obbliga i privati ad installare hot spot wi-fi, facendosi carico di un obiettivo di interesse pubblico che non compete loro, in questo caso l’abbattimento del digital divide. Lo Stato ha, sì, il diritto di identificare obiettivi che considera meritevoli di essere raggiunti ma non quello di costringere altri a raggiungerli. A New York, ad esempio, l’amministrazione ha deciso di trasformare le cabine telefoniche in punti wi-fi, ma lo fa nel quadro di un onesto dirigismo che non intacca l’autonomia dei soggetti privati.

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Twitter: @masstrovato

Anche la Scala lavora poco: si può fare di più

Per le note vicende, di recente si è fatto un gran parlare del Teatro dell'Opera di Roma (diventato un simbolo della eccessiva sindacalizzazione e delle inefficienze del settore): abbandono di Muti, annuncio del licenziamento di orchestra e coro e ora tutti intorno a un tavolo per trattare e scongiurare il dramma.

Il numero in edicola di Classic Voice mostra però come i malati siano tanti. La Scala, ad esempio. L'inchiesta rivela che la Scala ha l'organico più numeroso e gli stipendi più elevati, ma non brilla per numero di giorni lavorati. Nel 2013, il totale di orchestrali, coristi e maestri collaboratori (258 in tutto) è costato 22 milioni di euro. Come riporta il mensile diretto da Andrea Estero, la Scala è in cima alla classifica per costo medio annuo per orchestrale (93.687 euro) e per corista (75.647). Su questo c'è però poco da obiettare: la Scala rappresenta un'eccellenza e per attrarre i migliori artisti deve offrire livelli retributivi adeguati. Tra l'altro, tali stipendi pagati dal Piermarini risultano inferiori a quelli di altre realtà europee. Ad esempio, se a Francoforte (Oper) uno stipendio lordo può arrivare a 9mila euro mensili, a Monaco (Bayerische Staatsoper) tocca i 10mila, alla Scala si ferma sui 7.110.

L'aspetto sul quale occorre invece soffermarsi maggiormente - e che va giudicato negativamente - riguarda il numero di giorni lavorati dalle masse artistiche. Secondo una stima fatta da Classic Voice, l'anno scorso alla Scala i giorni lavorativi degli orchestrali d'opera sono stati tra i 112 e i 121 per le prime parti, e tra i 145 e i 156 per gli altri. Al San Carlo di Napoli i giorni lavorativi sono stati in media 167 e 217, al Regio di Torino 162 e 206. Da contratto i lavoratori delle fondazioni liriche sarebbero disponibili per 270 giorni all'anno, ma nessuno di tali enti ci arriva. Anche in questo caso, il raffronto con altre realtà europee mostra una marcata disparità. Se alla Scala le «prestazioni» (della durata di 2/3 ore) sono state 173 per le prime parti e 224 per gli altri, a Monaco in media sono state 280 in un anno, a Francoforte 300 e a Berlino circa 350. Tra l'altro nei «giorni liberi» gli orchestrali del teatro scaligero cambiano casacca e indossano quella della Filarmonica: una associazione privata e distinta dalla Fondazione Teatro alla Scala, che sostiene per il Piermarini la stagione sinfonica.

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Twitter: @f_cavazzoni

Juncker, la concorrenza e il guazzabuglio fiscale

Centinaia di imprese coinvolte, multinazionali per giunta, tasse evase nella sola Germania per 30 miliardi l'anno: la notizia è già da prima pagina. Se poi il paradiso fiscale non è tra le palme dei Caraibi ma negli austeri palazzi del Lussemburgo, di cui presidente del Consiglio e ministro delle Finanze è stato per 15 anni Jean-Claude Juncker, il primo presidente della Commissione europea a essere votato dal Parlamento di Strasburgo, il fatto è politico e potenzialmente esplosivo.

«Nessuna legge europea è stata violata», ha detto Juncker, dopo una settimana, e con l'impegno a procedere verso uno «scambio automatico di informazioni» ha calmato le acque. Il sostegno del ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, ha chiuso la vicenda. E poi si scopre, come se non fosse un segreto di Pulcinella, che "così fan tutte": adesso è il turno dell'Olanda e della Starbucks. Se tutto finisce nel calderone della lotta all'evasione, dell'armonizzazione delle aliquote, delle ridicole imposte pagate dalle multinazionali sui guadagni che fanno con i nostri dati, si finisce di perdere di vista la natura del problema, anzi dei problemi. Ammesso che di problemi si tratti.

L'Unione europea, come definita dal Trattato di Maastricht, è fondata sul presupposto che è responsabilità dei singoli stati condurre la propria politica economica al fine di contribuire agli obbiettivi della comunità (art. 102 a); l'armonizzazione richiesta dall'art. 99 riguarda le leggi sulle imposte indirette (turnover taxes). Quanto agli utili, tutti i Paesi son liberi di tassarli con le aliquote che ritengono: per gli utili di impresa, l'Irlanda applica il 12,5%, l'Inghilterra era al 30% e in dieci anni è scesa al 20%. La concorrenza fiscale tra Paesi non è un favore concesso "chiudendo un occhio": è un elemento centrale della costruzione economica europea, voluta, tra l'altro, per evitare che, in assenza di concorrenza tra stati, le aliquote possano crescere senza limiti. Lo è soprattutto per coerenza logica, perché l'Europa, nei dieci anni che precedettero il suo costituirsi come unione monetaria, si era costituita come area di libero mercato, basato sulla concorrenza. È perché distorcono la concorrenza che sono proibiti gli aiuti di Stato; per questo sono vietate le aliquote speciali che, all'interno di un Paese, discriminino o favoriscano specifiche aziende, settori industriali, attività professionali, aree geografiche (ad eccezione di quelle riconosciute come svantaggiate).

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Twitter: @FDebenedetti

Quel disastro statalista che suona da lezione per l'economia europea

Le notizie (preoccupanti) riguardanti l'economia giapponese hanno fatto crollare l'indice della Borsa di Tokio e aperto una fase politica nuova. È possibile che per il premier Abe non ci siano più molte chance e che presto il Giappone volti pagina. Sono però vent'anni che quella che era la seconda economia globale è in difficoltà. Il Paese del Sol Levante adotta da tempo tassi di interesse bassissimi, talora anche nulli, e utilizza il ricorso al debito pubblico con spregiudicatezza. Lo sfascio giapponese è allora interessante perché noi ci troviamo in una situazione simile, con la Bce che adotta una strategia di espansione monetaria (tassi egualmente vicini a zero) e un debito nazionale che ormai è pari al 134% del Pil.

In questo quadro, quanto ci viene da Tokio conferma le tesi di studiosi come Mises e Hayek, e spiega in che modo una società di successo, che negli Anni '70 sembrava minacciare il primato americano (fino a innescare spinte protezioniste negli Usa), debba fare i conti con un processo di impoverimento. La spesa pubblica abnorme, che ha generato un debito folle, e un troppo facile accesso al credito indirizzano chiunque verso cattivi investimenti: ciò produce fasi di espansione artificiosa, a cui fanno seguito aggiustamenti talora assai dolorosi. In qualche modo, l'interventismo che genera deficit e la politica monetaria espansiva sono due pilastri del keynesismo: e le difficoltà del Giappone sono la conseguenza di un'economia in cui il ruolo del privato si restringe e la moneta è manipolata dalla Banca centrale.

Ma la situazione dell'Europa e in particolare dell'Italia è simile, così che sul disastro di quella che era un' economia potentissima bisognerebbe riflettere attentamente. Ogni società cresce se quanti producono ricevono indicazioni corrette dall'ambiente in cui operano. Per ragioni diverse ma convergenti, la dilazione del settore pubblico estranea a logiche economiche e tassi che non riflettono le vere esigenze dell'economia, finiscono per indurre anche i soggetti privati a comportamenti poco responsabili. Esaltato dagli economisti della sinistra nostrana, il Giappone è allora oggi in ginocchio perché i suoi responsabili politici hanno intralciato il libero mercato e hanno distorto i prezzi. Le conseguenze le vediamo. In effetti, lo statalismo impedisce ai prezzi di trasmettere le informazioni corrette: come constatammo bene quando, in assenza di ticket, i farmaci erano gratuiti e assistemmo a un sovraconsumo irragionevole. Lo si è visto anche nella crisi Usa dei sub-prime, quando interessi artificiosamente bassi hanno spinto ad acquistare una casa pure quanti erano privi di adeguati redditi. La crisi giapponese mostra dove conduce lo statalismo. C'è da sperare che qualcuno, da noi, apprenda la lezione.

Da Il Giornale, 18 novembre 2014

«Non si può più costruire. Troppi divieti e leggi folli»

«Partiamo da una prima verità: siccome io vivo a Chiavari e dato che Chiavari è stata duramente colpita dall'alluvione e il coro sull'abusivismo edilizio si è puntualmente levato ecco che allora vorrei sottolineare questa verità.
La verità che in Italia si è costruito tanto e male ma lo si è fatto, almeno nel Nord Italia, nel rispetto della pianificazione urbanistica. Voglio dire che le costruzioni nell'alveo dei fiumi non sono abusi sanati ma, per la stragrande maggioranza dei casi, si tratta di costruzioni realizzate nel rispetto, non solo delle leggi, ma delle scelte di pianificazione dei Comuni.
In buona sostanza mi preme sottolineare questo concetto: che proprio il dissesto idrogeologico italiano è la prova provata del fallimento della pianificazione pubblica nella gestione dei suoli».

Ricercatore dell'Istituto Bruno Leoni, autore di saggi e pubblicazioni, attento osservatore della realtà urbanistica nazionale, l'avvocato Silvio Boccalatte esordisce così la sua disamina sulla situazione edilizia in Italia.

Acclarata questa verità, avvocato, l'edilizia in Italia rimane ferma, anzi bloccata...
«Certamente. E purtroppo. Perché dopo l'ubriacatura delle costruzioni, il periodo durante il quale si è concesso tutto a tutti nell'ambito di scelte di pianificazione, che venivano sì influenzate dagli operatori privati, ma comunque realizzate nel rispetto della legge, poi la normativa edilizia nei decenni è diventata folle, nel senso che impedisce di costruire. Perché è una normativa che rende impraticabile l'edilizia nuova»

In che cosa si traduce, avvocato Boccalatte, questa folle normativa edilizia?
«L' edificabilità dei suoli, che è una prerogativa rigorosamente pubblica è ridotta ai minimi termini e oramai la scelta pianificatoria generale si orienta verso il riutilizzo dei suoli. Un orientamento che poggia su un'idea sbagliata, che è l'idea del consumo di suolo come il se il suolo potesse consumarsi come un panino che si mangia e poi non c'è più. E partendo da questo presupposto sbagliato si è passati all'eccesso opposto, impedendo di costruire praticamente ovunque».

Ad appesantire il quadro normativo ci sono balzelli, tasse e oneri vari, vero avvocato?
«In effetti ad una situazione già così compromessa si somma il meccanismo pericolosissimo degli oneri di urbanizzazione. Della serie: io Comune ti do il permesso di costruire ma tu mi paghi il pizzo, mi paghi dazio e in anticipo . Una (chiamiamola pure col suo nome) sorta di estorsione legalizzata, che fa versare somme cospicue dietro la presunta contropartita di servizi che verranno poi portati dalla municipalità nella zona della costruzione ma che in realtà finisce nel calderone della spesa pubblica. Poi aggiungiamo gli oneri strutturali che riguardano tutto il sistema di imposizione sulle compravendite, il passaggio attraverso l'atto pubblico e il controllo notarile. Tutti oneri che si possono sopportare in un periodo di vacche grasse ma che adesso pesano più che mai. E sommiamoci pure, anche se sono pochi soldi, le certificazioni energetiche per esempio. Senza certificazioni non puoi né comprare né affittare un immobile».

Perché la scelta di ristrutturare anziché costruire?
«È una politica di tentata reazione agli eccessi del passato . Basti pensare recentemente stava per passare un aumento del 150 per cento dell'imposizione fiscale sulle nuove costruzioni. Il che significa che si vuole impedire fermamente e con ogni mezzo di costruire ex novo. Lo slogan del passato è stato quello di fermare la speculazione e di tagliare le unghie alla rendita. Adesso è stata talmente accentuata l'imposizione fiscale sul mattone che hanno tagliato le mani alla rendita. Avere eliminato la rendita porterà i proprietari a fare investimenti o lasciare cadere a pezzi i loro appartamenti? La rendita forse ci fa schifo perché da settant'anni viviamo in una realtà filo-socialista ma la rendita è quella che traina e porta avanti il mercato . Altrimenti non si ha futuro economico. I nostri legislatori dovrebbero ricordarsi in quale stato erano le città dei Paesi socialisti nel 1989».

Da Il Giornale, 18 novembre 2014

Italia agli ultimi posti sulle liberalizzazioni: la legge è nel cassetto

Far pagare troppo poco il cliente svilisce la professione legale? Sembra di sì, a giudicare dalle argomentazioni del Consiglio Nazionale Forense, accuratamente riportate dall'Antitrust nel provvedimento che condanna l'organo professionale al pagamento di quasi un milione di euro.
Completamente diversa la visione dell'Authority presieduta da Giovanni Pitruzzella: il tariffario imposto dal Cnf limita l'autonomia degli avvocati e restringe la concorrenza.

Stessa lontananza di vedute per quanto riguarda la pubblicità su Internet: per il Cnf pubblicizzare tariffe convenienti su un sito «comporta in re ipsa lo svilimento della prestazione professionale da contratto d'opera intellettuale a questione di puro prezzo». Più banalmente, per l'Antitrust il singolare divieto importo dal Consiglio agli iscritti all'Ordine è "anticompetitivo" e potrebbe precludere agli avvocati l'uso di «un importante canale di diffusione dell'informazione ». In generale, le due disposizioni sanzionate limitano direttamente e indirettamente «l'autonomia dei professionisti rispetto alla determinazione del proprio comportamento sul mercato».

«Questa impostazione è tipica dell'Ordine forense, ed era tipica di tutte le professioni fino a qualche anno fa. — rileva Silvio Boccalatte, avvocato, autore del capitolo sulle professioni dell'Indice delle liberalizzazioni, pubblicato ogni anno dall'Istituto Bruno Leoni — Adesso però alcuni ordini, per esempio quello dei commercialisti, degli ingegneri, stanno cercando di far evolvere il loro quadro normativo verso una configurazione più moderna di prestazione professionale ». La prossima edizione dell'Indice verrà presentata il 27 novembre.

Leggi il resto su La Repubblica, 15 novembre 2014

Leggi e tasse inique producono criminali. Parola di liberale

Esiste un rapporto diretto fra la criminalità (o, per lo meno, di una sua parte) e l'abuso del potere politico? Secondo Thomas Hodgskin (1787-1869), di cui Liberilibri pubblica ora due appassionate conferenze pronunciate a Londra nel 1857 - Crimine e Potere. Due lezioni londinesi, a cura di Alberto Mingardi, pp. LXXIV-126, euro 16 - la risposta è affermativa.

Hodgskin, esponente della tradizione liberale britannica che va da John Locke ad Adam Smith, afferma che il potere politico, se travalica dai suoi compiti primari volti a garantire per tutti i cittadini i diritti naturali di salvaguardia della vita, della libertà e della proprietà, produce uno squilibrio sociale, causando conflitti e prevaricazioni non esistenti allo «stato di natura». E ciò avviene perché i governanti impongono tasse e leggi soprattutto a esclusiva tutela dei propri interessi. In tal modo viene meno il rispetto per la proprietà altrui, e le classi povere, educate dall'esempio delle classi elevate, vengono indotte a credere che i beni possano essere depredati. Il governo, secondo Hodgskin, «nel prendere da un singolo contribuente senza consenso un solo mezzo scellino per un qualsiasi altro scopo di fuori del chiaro dovere (di difendere questi diritti naturali, ndr) dà un esempio di predazione della proprietà e diventa un agente attivo nella promozione del crimine».

Come scrive Alberto Mingardi nella sua bella introduzione, l'economista inglese era convinto che il miglioramento sociale non si potesse ottenere per via legislativa, né fosse possibile redimere i criminali con pene più dure e punizioni più crudeli. Solo il libero e spontaneo mutamento dell'opinione pubblica, considerata ultimo giudice dei governi, unico arbitro efficace delle questioni sociali e vero motore del cambiamento politico, poteva costituire il rimedio per la diminuzione della criminalità. Specificava infatti con ottimismo illuministico: «non abbiamo bisogno di più magistrati, di più polizia, di più cappellani, tutta gente che ha un interesse professionale nel fraintendere la natura e propagare l'errore».

Leggi il resto su Il Giornale, 17 novembre 2014

La normalità perduta

James Galbraith, The End of Normal, Simon & Schuster (2014), pp.304, $ 18,19

Siamo vissuti nella cultura della crescita: desiderabile, dovuta e perpetua, normale, appunto.

Ruolo dei governi è promuoverla, moderando i cicli economici: le recessioni saranno seguite da riprese, l’economia ritornerà al trend di lungo periodo, l’output potenziale. Non era così per gli economisti dell’epoca vittoriana: per loro, scrive James Galbraith, «il fine ultimo non era la crescita economica ma l’investimento o l’accumulazione di capitale».

Tra il 1945 e il 1970 l’America conobbe un periodo di crescita e stabilità. Con la vittoria sul nazismo e la resistenza al comunismo sembrò che fosse iniziata una nuova storia. Il capitalismo, convenientemente tenuto a bada da socialdemocrazia e welfare, poteva fornire le promesse del comunismo, senza commissari e campi di lavoro. Per gli “economisti d’acqua dolce” i liberisti sulle rive dei grandi laghi sarà grazie al meccanismo dei prezzi sul mercato; per quelli “d’acqua salata” i keynesiani della costa atlantica sarà con l’intervento di politiche pubbliche. In discussione è solo quanto intervento serva per la crescita “normale”.

Finché, negli anni Settanta, in questo paradiso terrestre arrivano una mela e un serpente.

La mela è il neo-keynesismo: la performance economica, dice Kennedy a Yale del 1962, è la crescita, realizzarla è una permanente funzione dello Stato. Sulla mela i suoi consiglieri han disegnato la curva di Philips: a scegliere nei trade-off tra crescita e disoccupazione sarà il presidente. Il serpente è la guerra del Vietnam: economicamente poca cosa rispetto alla guerra del ‘40, ma politicamente il mondo è cambiato. Il potere americano non è più indiscusso, e neppure il suo “esorbitante privilegio”: il dollaro perde potere d’acquisto, di qui inflazione, deficit commerciali, e la fine di Bretton Woods.

Poi sul giardino terrestre del dopoguerra piombano i “cavalieri dell’Apocalisse”. Il primo è la previsione del costo a lungo termine delle risorse energetiche. Le grandi aziende, con elevati costi fissi, e progetti a lungo termine, sono molto sensibili alle oscillazioni dei prezzi. Le banche hanno i più alti costi fissi: è questa la ragione strutturale che connette crisi finanziaria e andamento dei prezzi dell’energia. La forza militare non garantisce più agli Usa energia a basso costo: è questo il secondo cavaliere.

Il terzo è l’innovazione tecnologica, consente di ridurre soprattutto i costi di personale; la grande sorgente della piena occupazione, si è prosciugata; interventi keynesiani non ricreano posti di lavoro, i soldi verrebbero usati dai consumatori per ripagare i debiti, dall’industria per investire in tecnologie che risparmiano lavoro. Il quarto è la frode, la vendita massiccia di mutui a gente che si sa che non avrà mai i mezzi per pagarli: è la frode la risposta all’incapacità dei creditori di adeguarsi al declino delle possibilità reali. Tant’è che la crisi colpisce duro nei Paesi con i più alti costi fissi e la massima dipendenza energetica, gli Usa e il sud Europa.

Il collasso è definitivo. Non c’è da aspettarsi il normale alternarsi del ciclo economico.

Non ci può essere un revival keynesiano, mancano le risorse, le istituzioni, i fondamenti psicologici. «Non è bruciata la dinamo; il motore è fuso: mettere benzina non serve». Non c’è ritorno alla normalità. La crescita rapida sbatte contro i propri limiti, la decrescita porta al disastro, la soluzione è una crescita lenta, stabile, di lunga durata. Questo richiede riforme istituzionali, investimenti cauti, regolazione continua. Il nocciolo di saggezza è ridurre le dimensioni delle istituzioni che usano più energia: incominciando dalla forza militare globale, ormai inutile, e dalle grandi banche in quanto intermediarie di chi usa energia. Bisogna adeguarsi materialmente e psicologicamente: rafforzare le istituzioni del welfare, e rifondare un capitalismo basato su unità decentralizzate, con bassi costi fissi, modesti ritorni sull’investimento, ad alta intensità di manodopera.

Il riferimento teorico di James Galbraith è Hyman Minsky e l’ipotesi di instabilità finanziaria. Il ruolo centrale che assegna all’energia sa di Club di Roma: ma le relazioni che coglie tra disponibilità di risorse, vicende tecnologiche e geopolitiche, e cicli economici sono sorprendenti. La “frode” con cui spiega la crisi finanziaria, è un termine non moralistico, ma descrittivo. Che si sia entrati in un new normal, che questa stagnazione possa essere secolare lo dicono ormai in tanti: Galbraith spiega perché. Tuttavia la sostenibilità a parte la desiderabilità di un mondo a bassa crescita, appare largamente indimostrata.«Se disporre di principi economici appropriati non è servito a prevedere prima il collasso dell’impero sovietico, e vent’anni dopo la crisi finanziaria mondiale, forse il problema sta nel modo con cui li abbiamo usati». In questo senso The End of Normal, con la sua scrittura brillante, a volte sarcastica, sempre chiarissima, è sicuramente una lettura stimolante.

Da Il Sole 24 Ore, 16 novembre 2014

Canone Rai: ”di tutto, di più”

Il canone Rai è sempre stato un tributo odioso.

Da tariffa per la fruizione di un servizio pubblico in regime di monopolio, è diventato una vera e propria imposta pagata sulla presunzione del possesso di un televisore. Indipendentemente dal fatto che quel televisore venga usato per guardare i programmi Rai, che il canone finanzia.

Si parla di nuovo di mettere il canone in bolletta elettrica. Se dalle ipotesi si dovesse passare ai fatti, il canone diventerebbe un vero e  proprio mostro giuridico, per tre motivi almeno.

Agganciarla al servizio elettrico, la renderebbe un’imposta nascosta all’interno di una tariffa - dunque di una forma di prestazione patrimoniale diversa - che è il corrispettivo di un servizio che con la programmazione della Rai non c’entra nulla. Ciò renderebbe più difficile per il contribuente capire quale sia la somma pagata a titolo di canone Rai e quale pagata per il consumo di elettricità. Sappiamo che lo Statuto del contribuente è come se non ci fosse, ma il principio di trasparenza, che in quella legge dello Stato viene invocato, dovrebbe valere a prescindere dal fatto che i governi ne abbiano sempre fatto carta straccia. 

Inoltre, l’occultamento del canone e la difficoltà conseguente nell’isolarlo rispetto al resto della bolletta renderebbe definitiva la presunzione di possesso dell’apparecchio ricevente: tutti quelli che hanno la luce pagheranno il canone. Una platea diversa e più vasta di quanto hanno una tv. Spetterà al contribuente dimostrare il contrario, sempre che si rammenti che nel pagare la corrente elettrica finanzia anche la Rai. 

Non è questo il modo con cui si affronta l’evasione di questa imposta, se è tale l’obiettivo che si propone il governo. Questo, piuttosto, è il modo di snaturarla definitivamente. L'obiettivo, chiaro, è quello di aumentare arbitrariamente il gettito ad essa collegato facendolo pagare furtivamente a tutti. 

Di presunzione in presunzione, si arriva all’ultima novità: il canone potrebbe essere imposto non solo ai possessori di televisioni, ma  a chiunque abbia un apparecchio in grado di ricevere il segnale e trasmettere i programmi Rai, quindi anche tablet, pc, smartphone.

Passi ormai che la giurisprudenza, per superare le obiezioni di quanti pretendevano di non dover pagare il canone non vedendo a Rai, abbia ritenuto che il corrispettivo fosse collegato al possesso della televisione, e non alla fruizione diretta del servizio. Se già avere una televisione non dovrebbe essere la stessa cosa che guardare la Rai, un telefonino smartphone o un qualsiasi altro device servono a molti altri servizi, prima che a vedere la Rai. Come se non bastasse l’aumento dell’equo compenso, gli apparecchi elettronici verranno colpiti da un tributo completamente distante da ciò a cui ordinariamente servono.

Il canone Rai è un’imposta anacronistica e ingiustificabile rispetto all’evoluzione delle telecomunicazioni, prima ancora che rispetto al servizio effettivamente reso. Più ancora che la televisione pubblica, il fisco italiano è “di tutto, di più”.

Ricchi, eguali

In questi 30 anni - quelli del "liberismo selvaggio" che affama i popoli, distrugge il pianeta, aumenta le disuguaglianze - l'umanità sta vincendo la più grande guerra contro la miseria. La Banca mondiale, lo scorso 9 ottobre, ha pubblicato un rapporto sulla povertà nel mondo. I dati dicono che la percentuale della popolazione mondiale che vive in condizioni di povertà estrema ovvero con meno di 1,25 dollari al giorno è crollata dal 36,4 per cento del totale nel 1990 al 14,5 per cento nel 2011. E' la più grande riduzione della povertà nella storia dell'umanità, circa 1 miliardo di poveri in meno, una cifra mostruosa, una rivoluzione silenziosa che forse meriterebbe maggiore attenzione del libro glamour di Thomas Piketty, premiato ieri da quei burloni del Financial Times

La caduta vertiginosa della percentuale di poveri, mentre la popolazione mondiale è cresciuta esponenzialmente, spazza via il malthusianesimo di ritorno, le boiate sulla decrescita felice e il pauperismo no global. Secondo le proiezioni della Banca mondiale, con un tasso di crescita globale pari a quello degli anni 2000, nei prossimi 20 anni la povertà si ridurrà ulteriormente fino a scendere al 5 per cento della popolazione mondiale, che vuol dire altri 600 milioni di poveri in meno.

L'ampiezza di questo fenomeno è ancora più impressionante se si guarda allo studio di un economista catalano della Columbia University, Xavier Sala-iMartín, che dimostra come in un arco di tempo più ampio, dal 1970 al 2006, il tasso di povertà assoluta è crollato dell'80 per cento. Ma non basta: oltre a diventare più ricco il mondo è diventato anche meno diseguale. Sala-i-Martín mostra che sia il coefficiente di Gini sia l'indice di Atkinson (indicatori che misurano la distribuzione dei redditi) segnalano una riduzione della disuguaglianza a livello globale. 

Ma a cosa è dovuto questo portentoso progresso? Nazioni Unite? Fondo monetario internazionale? Qualche programma governativo? Aiuti ai paesi in via di sviluppo? No. E' merito della globalizzazione, del libero mercato, dei diritti di proprietà, del rule of law, della caduta di barriere interne ed esterne. In una parola, del capitalismo. E questo è evidente anche ai più scettici, dato che il contributo più grande alla riduzione della povertà l'hanno dato i popoli di due paesi fino a poco fa (e in parte ancora oggi) prigionieri dello stato e della pianificazione economica, cioè la Cina e l'India.

Come hanno illustrato magistralmente il premio Nobel Ronald Coase e Ning Wang nel loro libro "Come la Cina è diventata un paese capitalista", pubblicato  in Italia dall'Istituto Bruno Leoni, sono stati l'apertura al mercato, la rottura dei monopoli statali, il superamento dei "piani quinquennali" e l'estensione dei diritti di proprietà a garantire una vita più decente a centinaia di milioni di esseri umani, tanto che adesso la povertà estrema sembra essere un problema africano e in particolare subsahariano, riguardante cioè quelle aree dove il capitalismo non ha ancora messo piede. Questi dati smentiscono gli "intellettuali" che dai pulpiti di paesi ricchi e stanchi da anni parlano di "ritorno a Marx", crisi del capitalismo, caduta del saggio di profitto e proletarizzazione della borghesia.
D'altronde lo stesso Karl Marx, a differenza dei marxisti, era un alfiere entusiasta della globalizzazione e aveva capito bene la potenza rivoluzionaria del capitalismo. E forse, oltre ai marxisti di ritorno, quella che può essere considerata come la più grande moltiplicazione dei pani e dei pesci della storia dell'umanità, seppure di origine non sovrannaturale, dovrebbe indurre a una riflessione anche Papa Francesco sul suo anti capitalismo pauperista esposto nella "Evangelii Gaudium".

Da Il Foglio, 13 novembre 2014
Twitter: @lucianocapone

Uber, lo studioso: “Cambiamento inarrestabile”. Ma il sindacalista: “Lo Stato stabilisca le regole”

Fra regole del ventesimo secolo, e tecnologia del ventunesimo, può svilupparsi una certa tensione. Il caso di Uber è un esempio fra tanti. Una serie di innovazioni ormai di uso comune (servizi di geolocalizzazione, smartphone, “virtualizzazione” dei sistemi di pagamento) rende obsolete le modalità tradizionali del trasporto pubblico non di linea.

Una banalità: ovunque, i taxi sono chiaramente riconoscibili (macchine bianche, gialle, black cab come a Londra). Il colore della carrozzeria segnala al cliente che quella vettura può portarlo dove desidera, pagando s’intende. Con UberPOP, arrivata anche a Torino, quella disponibilità ci viene segnalata attraverso una App. Non c’è più bisogno di avere depositi in cui tante automobili, tutte uguali l’una all’altra, aspettano il cliente interessato. Non c’è nemmeno bisogno che chi le guida decida di fare soltanto quel mestiere. Chiunque, quale che sia il colore della sua macchina, può offrire per una frazione della giornata il medesimo servizio, sicuro che i potenziali clienti saranno informati della sua esistenza.

Probabilmente anche in passato alcune persone, senza essere tassisti di professione, sarebbero state disponibili ad offrire “passaggi a pagamento”. Oggi tanto Uber quanto BlaBlaCar costruiscono attorno a questa disponibilità delle community di driver, che riescono ad interloquire con altre community di passeggeri e a intercettarne la domanda.

Non c’è da stupirsi, se il legislatore non ha immaginato una realtà di questo tipo: era inimmaginabile fino a pochi anni fa. Ciò non significa, però, che non sia necessario prenderne atto. Non è una situazione facile. Lo Stato in generale, i Comuni in particolare, hanno fatto una promessa esplicita a chi ha acquistato licenza di taxi: la promessa che quell’acquisto valeva a limitarne la concorrenza. Col senno di poi, una liberalizzazione del comparto (ogni tentativo in merito è andato puntualmente fallito, per la strenua opposizione della categoria) avrebbe forse preparato il terreno a un mutamento tanto radicale, ma non avrebbe cambiato i termini della questione. Il cambiamento appare inarrestabile perché è avvenuto sul terreno della tecnologia, non su quello delle regole.

Leggi il resto su La Stampa, 12 novembre 2014

L'esercizio del potere, per Vargas Llosa, è sempre una relazione bilaterale

L' unica minaccia che il dottor Rafael Leónidas Trujillo Molina, il Capo, il Generalissimo, il Benefattore, il Padre della Patria Nuova, possa temere viene dal suo stesso corpo. Non dagli americani, che l'hanno svezzato e ora lo tollerano a fatica; non dai vicini sudamericani, comunisti (Castro) e checche (Betancourt); né dai parassiti che lo circondano, a cominciare da quella moglie così vorace e dai figli, nomi d'opera e caratteri d'operetta. Il corpo è un nemico sottile, il solo suddito riottoso: tanto ferma è la stretta di Trujillo attorno alla Repubblica dominicana, quanto labile il suo controllo sulle proprie membra: sul sonno un tempo efficientissimo, sulla sudorazione che si poteva comandare, su una vescica insubordinata che macchia un'apparenza petroniana, su un fallo che non s'arrizza, oltraggiato da una ragazzina troppo ossuta, persino sull'incarnato che tradisce l'infame ascendenza haitiana esorcizzata con il massacro del 1937, ma pronta a riaffiorare sul suo viso ogni mattina, prima che il trucco dí scena l'oscuri.

E' il possesso di sé l'unico limite al potere di Trujillo; e non c'è macchinazione che possa restituirglielo. Il degrado fisico è solo un riflesso, la corruzione della carne un abbaglio. Il Capo può sottomettere chiunque, ma non se stesso. Non lo toccano le soluzioni spicce appaltate a Johnny Abbes e le sofisticate costruzioni di collaboratori meno sanguinosi ma altrettanto spregiudicati.

Leggi il resto su Il Foglio, 12 novembre 2014
Twitter: @masstrovato

Tutti i rischi del nuovo capitalismo di Stato

«Anche se le intenzioni sono ottime e i manager scelti sono indiscutibilmente di prim'ordine, mi chiedo cosa potrebbe accadere alle realtà come il Fondo strategico italiano se, in futuro, verranno invece guidate da persone che subiscono acriticamente le pressioni della politica?». Con questo interrogativo, Mingardi boccia l'idea di rispolverare le logiche del capitalismo di Stato, ampliando il raggio di azione della Cassa depositi e prestiti nell'economia.

Insomma, in Italia non c'è bisogno di un tondo sovrano come il Fsl?
Direi proprio di no. In Italia si sente parlare quasi con invidia dei grandi fondi sovrani dei Paesi emergenti e i nostri imprenditori li considerano alla stregua di serbatoi di quattrini ai quali attingere. Ma non ci si accorge che i denari del re non arrivano mai gratis, bensì assieme a tutta una serie di vincoli che condizionano fortemente l'operatività delle aziende.

Gli investimenti privati, però, vanno a singhiozzo. Perché non stimolarli usando le risorse della Cassa depositi e prestiti?
Forse sarebbe bene chiedersi perché gli investimenti privati non ripartono, anziché pensare che, in loro assenza, c'è bisogno dei soldi pubblici.

Perché non ripartono?
La risposta a questa domando svela molte delle debolezze strutturali del nostro Paese, In Italia, il capitalismo privato è avversato e compresso da tutta una serie di norme e atteggiamenti delle autorità politiche, sia a livello nazionale che a livello locale, Non c'è attività economica che non debba passare attraverso le forche caudine di regole spesso inadeguate al mondo di oggi. Pensare di far intervenire lo Stato dove non arrivano i privati è un modo formidabile per eludere tutte le questioni che ho evidenziato. Procedendo di questo passo, inevitabilmente, i problemi si ripresenteranno in futuro.

Non condivide neppure la scelta di usare le risorse del Fsi per finanziare settori strategici come il turismo e la cultura?

No. Più si amplia il ventaglio degli investimenti, maggiore è la probabilità che sorgano conflitti d'interesse. C'è il rischio che uno strumento di questo tipo venga piegato alle esigenze politiche del momento, cioè per salvare il business dell'amico o per indirizzare la sviluppo in una direzione o nell'altra.

Da Business People, 12 novembre 2014

Wi-fi obbligatorio, Trovato: "Si mettono a rischio gli investimenti privati"

“C’è uno scollamento tra obiettivi e mezzi”. Con questa parole, Massimiliano Trovato, economista dell’Istituto Bruno Leoni, boccia la proposta di legge - "Disposizioni per la diffusione dell'accesso alla rete Internet mediante connessione senza fili" - presentata dai deputati del PD Sergio Boccadutri, Enza Bruno Bossio, Ernesto Carbone, Alberto Losacco e Gennaro Migliore e firmata da 106 parlamentari.

Cosa non la convince della proposta?
Prima di tutto il fatto che si obbliga i privati ad installare hot spot wi-fi, facendosi carico di un obiettivo di interesse pubblico che non compete loro, in questo caso l’abbattimento del digital divide. Lo Stato ha, sì, il diritto di identificare obiettivi che considera meritevoli di essere raggiunti ma non quello di costringere altri a raggiungerli. A New York, ad esempio, l’amministrazione ha deciso di trasformare le cabine telefoniche in punti wi-fi, ma lo fa nel quadro di un onesto dirigismo che non intacca l’autonomia dei soggetti privati.

Leggi il resto su Corriere delle comunicazioni
Twitter: @masstrovato

Anche la Scala lavora poco: si può fare di più

Per le note vicende, di recente si è fatto un gran parlare del Teatro dell'Opera di Roma (diventato un simbolo della eccessiva sindacalizzazione e delle inefficienze del settore): abbandono di Muti, annuncio del licenziamento di orchestra e coro e ora tutti intorno a un tavolo per trattare e scongiurare il dramma.

Il numero in edicola di Classic Voice mostra però come i malati siano tanti. La Scala, ad esempio. L'inchiesta rivela che la Scala ha l'organico più numeroso e gli stipendi più elevati, ma non brilla per numero di giorni lavorati. Nel 2013, il totale di orchestrali, coristi e maestri collaboratori (258 in tutto) è costato 22 milioni di euro. Come riporta il mensile diretto da Andrea Estero, la Scala è in cima alla classifica per costo medio annuo per orchestrale (93.687 euro) e per corista (75.647). Su questo c'è però poco da obiettare: la Scala rappresenta un'eccellenza e per attrarre i migliori artisti deve offrire livelli retributivi adeguati. Tra l'altro, tali stipendi pagati dal Piermarini risultano inferiori a quelli di altre realtà europee. Ad esempio, se a Francoforte (Oper) uno stipendio lordo può arrivare a 9mila euro mensili, a Monaco (Bayerische Staatsoper) tocca i 10mila, alla Scala si ferma sui 7.110.

L'aspetto sul quale occorre invece soffermarsi maggiormente - e che va giudicato negativamente - riguarda il numero di giorni lavorati dalle masse artistiche. Secondo una stima fatta da Classic Voice, l'anno scorso alla Scala i giorni lavorativi degli orchestrali d'opera sono stati tra i 112 e i 121 per le prime parti, e tra i 145 e i 156 per gli altri. Al San Carlo di Napoli i giorni lavorativi sono stati in media 167 e 217, al Regio di Torino 162 e 206. Da contratto i lavoratori delle fondazioni liriche sarebbero disponibili per 270 giorni all'anno, ma nessuno di tali enti ci arriva. Anche in questo caso, il raffronto con altre realtà europee mostra una marcata disparità. Se alla Scala le «prestazioni» (della durata di 2/3 ore) sono state 173 per le prime parti e 224 per gli altri, a Monaco in media sono state 280 in un anno, a Francoforte 300 e a Berlino circa 350. Tra l'altro nei «giorni liberi» gli orchestrali del teatro scaligero cambiano casacca e indossano quella della Filarmonica: una associazione privata e distinta dalla Fondazione Teatro alla Scala, che sostiene per il Piermarini la stagione sinfonica.

Leggi il resto su Il Giornale, 18 novembre 2014
Twitter: @f_cavazzoni

Quel disastro statalista che suona da lezione per l'economia europea

Le notizie (preoccupanti) riguardanti l'economia giapponese hanno fatto crollare l'indice della Borsa di Tokio e aperto una fase politica nuova. È possibile che per il premier Abe non ci siano più molte chance e che presto il Giappone volti pagina. Sono però vent'anni che quella che era la seconda economia globale è in difficoltà. Il Paese del Sol Levante adotta da tempo tassi di interesse bassissimi, talora anche nulli, e utilizza il ricorso al debito pubblico con spregiudicatezza. Lo sfascio giapponese è allora interessante perché noi ci troviamo in una situazione simile, con la Bce che adotta una strategia di espansione monetaria (tassi egualmente vicini a zero) e un debito nazionale che ormai è pari al 134% del Pil.

In questo quadro, quanto ci viene da Tokio conferma le tesi di studiosi come Mises e Hayek, e spiega in che modo una società di successo, che negli Anni '70 sembrava minacciare il primato americano (fino a innescare spinte protezioniste negli Usa), debba fare i conti con un processo di impoverimento. La spesa pubblica abnorme, che ha generato un debito folle, e un troppo facile accesso al credito indirizzano chiunque verso cattivi investimenti: ciò produce fasi di espansione artificiosa, a cui fanno seguito aggiustamenti talora assai dolorosi. In qualche modo, l'interventismo che genera deficit e la politica monetaria espansiva sono due pilastri del keynesismo: e le difficoltà del Giappone sono la conseguenza di un'economia in cui il ruolo del privato si restringe e la moneta è manipolata dalla Banca centrale.

Ma la situazione dell'Europa e in particolare dell'Italia è simile, così che sul disastro di quella che era un' economia potentissima bisognerebbe riflettere attentamente. Ogni società cresce se quanti producono ricevono indicazioni corrette dall'ambiente in cui operano. Per ragioni diverse ma convergenti, la dilazione del settore pubblico estranea a logiche economiche e tassi che non riflettono le vere esigenze dell'economia, finiscono per indurre anche i soggetti privati a comportamenti poco responsabili. Esaltato dagli economisti della sinistra nostrana, il Giappone è allora oggi in ginocchio perché i suoi responsabili politici hanno intralciato il libero mercato e hanno distorto i prezzi. Le conseguenze le vediamo. In effetti, lo statalismo impedisce ai prezzi di trasmettere le informazioni corrette: come constatammo bene quando, in assenza di ticket, i farmaci erano gratuiti e assistemmo a un sovraconsumo irragionevole. Lo si è visto anche nella crisi Usa dei sub-prime, quando interessi artificiosamente bassi hanno spinto ad acquistare una casa pure quanti erano privi di adeguati redditi. La crisi giapponese mostra dove conduce lo statalismo. C'è da sperare che qualcuno, da noi, apprenda la lezione.

Da Il Giornale, 18 novembre 2014

«Non si può più costruire. Troppi divieti e leggi folli»

«Partiamo da una prima verità: siccome io vivo a Chiavari e dato che Chiavari è stata duramente colpita dall'alluvione e il coro sull'abusivismo edilizio si è puntualmente levato ecco che allora vorrei sottolineare questa verità.
La verità che in Italia si è costruito tanto e male ma lo si è fatto, almeno nel Nord Italia, nel rispetto della pianificazione urbanistica. Voglio dire che le costruzioni nell'alveo dei fiumi non sono abusi sanati ma, per la stragrande maggioranza dei casi, si tratta di costruzioni realizzate nel rispetto, non solo delle leggi, ma delle scelte di pianificazione dei Comuni.
In buona sostanza mi preme sottolineare questo concetto: che proprio il dissesto idrogeologico italiano è la prova provata del fallimento della pianificazione pubblica nella gestione dei suoli».

Ricercatore dell'Istituto Bruno Leoni, autore di saggi e pubblicazioni, attento osservatore della realtà urbanistica nazionale, l'avvocato Silvio Boccalatte esordisce così la sua disamina sulla situazione edilizia in Italia.

Acclarata questa verità, avvocato, l'edilizia in Italia rimane ferma, anzi bloccata...
«Certamente. E purtroppo. Perché dopo l'ubriacatura delle costruzioni, il periodo durante il quale si è concesso tutto a tutti nell'ambito di scelte di pianificazione, che venivano sì influenzate dagli operatori privati, ma comunque realizzate nel rispetto della legge, poi la normativa edilizia nei decenni è diventata folle, nel senso che impedisce di costruire. Perché è una normativa che rende impraticabile l'edilizia nuova»

In che cosa si traduce, avvocato Boccalatte, questa folle normativa edilizia?
«L' edificabilità dei suoli, che è una prerogativa rigorosamente pubblica è ridotta ai minimi termini e oramai la scelta pianificatoria generale si orienta verso il riutilizzo dei suoli. Un orientamento che poggia su un'idea sbagliata, che è l'idea del consumo di suolo come il se il suolo potesse consumarsi come un panino che si mangia e poi non c'è più. E partendo da questo presupposto sbagliato si è passati all'eccesso opposto, impedendo di costruire praticamente ovunque».

Ad appesantire il quadro normativo ci sono balzelli, tasse e oneri vari, vero avvocato?
«In effetti ad una situazione già così compromessa si somma il meccanismo pericolosissimo degli oneri di urbanizzazione. Della serie: io Comune ti do il permesso di costruire ma tu mi paghi il pizzo, mi paghi dazio e in anticipo . Una (chiamiamola pure col suo nome) sorta di estorsione legalizzata, che fa versare somme cospicue dietro la presunta contropartita di servizi che verranno poi portati dalla municipalità nella zona della costruzione ma che in realtà finisce nel calderone della spesa pubblica. Poi aggiungiamo gli oneri strutturali che riguardano tutto il sistema di imposizione sulle compravendite, il passaggio attraverso l'atto pubblico e il controllo notarile. Tutti oneri che si possono sopportare in un periodo di vacche grasse ma che adesso pesano più che mai. E sommiamoci pure, anche se sono pochi soldi, le certificazioni energetiche per esempio. Senza certificazioni non puoi né comprare né affittare un immobile».

Perché la scelta di ristrutturare anziché costruire?
«È una politica di tentata reazione agli eccessi del passato . Basti pensare recentemente stava per passare un aumento del 150 per cento dell'imposizione fiscale sulle nuove costruzioni. Il che significa che si vuole impedire fermamente e con ogni mezzo di costruire ex novo. Lo slogan del passato è stato quello di fermare la speculazione e di tagliare le unghie alla rendita. Adesso è stata talmente accentuata l'imposizione fiscale sul mattone che hanno tagliato le mani alla rendita. Avere eliminato la rendita porterà i proprietari a fare investimenti o lasciare cadere a pezzi i loro appartamenti? La rendita forse ci fa schifo perché da settant'anni viviamo in una realtà filo-socialista ma la rendita è quella che traina e porta avanti il mercato . Altrimenti non si ha futuro economico. I nostri legislatori dovrebbero ricordarsi in quale stato erano le città dei Paesi socialisti nel 1989».

Da Il Giornale, 18 novembre 2014

Italia agli ultimi posti sulle liberalizzazioni: la legge è nel cassetto

Far pagare troppo poco il cliente svilisce la professione legale? Sembra di sì, a giudicare dalle argomentazioni del Consiglio Nazionale Forense, accuratamente riportate dall'Antitrust nel provvedimento che condanna l'organo professionale al pagamento di quasi un milione di euro.
Completamente diversa la visione dell'Authority presieduta da Giovanni Pitruzzella: il tariffario imposto dal Cnf limita l'autonomia degli avvocati e restringe la concorrenza.

Stessa lontananza di vedute per quanto riguarda la pubblicità su Internet: per il Cnf pubblicizzare tariffe convenienti su un sito «comporta in re ipsa lo svilimento della prestazione professionale da contratto d'opera intellettuale a questione di puro prezzo». Più banalmente, per l'Antitrust il singolare divieto importo dal Consiglio agli iscritti all'Ordine è "anticompetitivo" e potrebbe precludere agli avvocati l'uso di «un importante canale di diffusione dell'informazione ». In generale, le due disposizioni sanzionate limitano direttamente e indirettamente «l'autonomia dei professionisti rispetto alla determinazione del proprio comportamento sul mercato».

«Questa impostazione è tipica dell'Ordine forense, ed era tipica di tutte le professioni fino a qualche anno fa. — rileva Silvio Boccalatte, avvocato, autore del capitolo sulle professioni dell'Indice delle liberalizzazioni, pubblicato ogni anno dall'Istituto Bruno Leoni — Adesso però alcuni ordini, per esempio quello dei commercialisti, degli ingegneri, stanno cercando di far evolvere il loro quadro normativo verso una configurazione più moderna di prestazione professionale ». La prossima edizione dell'Indice verrà presentata il 27 novembre.

Leggi il resto su La Repubblica, 15 novembre 2014

In Italia crescono i postini «privati»

Ancora non ci sono dati ufficiali, Ma il settore dei servizi postali privati è in crescita anche in Italia. A fare gola agli operatori è soprattutto la consegna delle raccomandate, che da sola vale un miliardo di euro ogni anno.

Le aziende che entrano in questo settore si propongono come alternativa al colosso Poste Italiane (che nel 2013 ha fatturato 26 miliardi con un miliardo di utile netto e oltre 140mila addetti), con l’obiettivo di intercettare almeno una parte dei 240 milioni di raccomandate che ogni anno vengono spedite nel nostro Paese.

I servizi postali privati, liberalizzati ormai quattro anni fa, hanno progressivamente rosicchiato quote di mercato. Solo un anno fa il nostro Paese era al penultimo posto nell’indice delle liberalizzazioni sul settore stilato dall’Istituto Bruno Leoni. Il governo aveva recepito due anni prima la direttiva dell’Unione Europea del 2008 con il decreto legislativo 58 del 2011, per abbattere le barriere di accesso Al mercato un tempo monopolio del servizio pubblico . L’ aumentata concorrenza sta trasformando il settore anche nei servizi tradizionali, grazie alle nuove tecnologie. Tra questi è in deciso sviluppo l’ area dell’e-commerce, che ha creato nuove esigenze, vista la necessità per venditori e clienti di restare in contatto immediato. E poi c’è il cosiddetto direct marketing, comparto estremamente appetibile sulla Penisola, dal momento che è ancora pressoché vergine.

Sono i dati, in questo caso, a parlare chiaro. Nel nostro Paese il traffico postale è di 73 invii pro capite, contro i 268 dell’Olanda i 266 della Germania e i 218 della Germania.

Trai nuovi competitor di Poste Italiane sta emergendo Fulmine Group, consorzio di imprese (oltre 250 aziende) che a sette anni dalla nascita è ora al terzo posto della classifica di settore. Nel 2013 Fulmine ha fatturato 48 milioni mentre la previsione per l’anno in corso è di superare il traguardo dei 58 milioni. Il gruppo è presente in tutto il territorio italiano con oltre duemila operatori. Conta su hub di proprietà per smistare la corrispondenza ed è in grado come sottolineano dalla direzione di raggiungere 108 province, coprendo fino a 2.300 cap. Lo sviluppo della domanda è visibile anche raffrontando i dati del mercato del lavoro. Le aziende del settore in controtendenza tra l’altro rispetto ai dati generali continuano ad assumere figure specializzate o meno, come postini, programmatori web e agenti commerciali.

Da Il Giornale, 16 novembre 2014

Uber, lo studioso: “Cambiamento inarrestabile”. Ma il sindacalista: “Lo Stato stabilisca le regole”

Fra regole del ventesimo secolo, e tecnologia del ventunesimo, può svilupparsi una certa tensione. Il caso di Uber è un esempio fra tanti. Una serie di innovazioni ormai di uso comune (servizi di geolocalizzazione, smartphone, “virtualizzazione” dei sistemi di pagamento) rende obsolete le modalità tradizionali del trasporto pubblico non di linea.

Una banalità: ovunque, i taxi sono chiaramente riconoscibili (macchine bianche, gialle, black cab come a Londra). Il colore della carrozzeria segnala al cliente che quella vettura può portarlo dove desidera, pagando s’intende. Con UberPOP, arrivata anche a Torino, quella disponibilità ci viene segnalata attraverso una App. Non c’è più bisogno di avere depositi in cui tante automobili, tutte uguali l’una all’altra, aspettano il cliente interessato. Non c’è nemmeno bisogno che chi le guida decida di fare soltanto quel mestiere. Chiunque, quale che sia il colore della sua macchina, può offrire per una frazione della giornata il medesimo servizio, sicuro che i potenziali clienti saranno informati della sua esistenza.

Probabilmente anche in passato alcune persone, senza essere tassisti di professione, sarebbero state disponibili ad offrire “passaggi a pagamento”. Oggi tanto Uber quanto BlaBlaCar costruiscono attorno a questa disponibilità delle community di driver, che riescono ad interloquire con altre community di passeggeri e a intercettarne la domanda.

Non c’è da stupirsi, se il legislatore non ha immaginato una realtà di questo tipo: era inimmaginabile fino a pochi anni fa. Ciò non significa, però, che non sia necessario prenderne atto. Non è una situazione facile. Lo Stato in generale, i Comuni in particolare, hanno fatto una promessa esplicita a chi ha acquistato licenza di taxi: la promessa che quell’acquisto valeva a limitarne la concorrenza. Col senno di poi, una liberalizzazione del comparto (ogni tentativo in merito è andato puntualmente fallito, per la strenua opposizione della categoria) avrebbe forse preparato il terreno a un mutamento tanto radicale, ma non avrebbe cambiato i termini della questione. Il cambiamento appare inarrestabile perché è avvenuto sul terreno della tecnologia, non su quello delle regole.

Leggi il resto su La Stampa, 12 novembre 2014

Tutti i rischi del nuovo capitalismo di Stato

«Anche se le intenzioni sono ottime e i manager scelti sono indiscutibilmente di prim'ordine, mi chiedo cosa potrebbe accadere alle realtà come il Fondo strategico italiano se, in futuro, verranno invece guidate da persone che subiscono acriticamente le pressioni della politica?». Con questo interrogativo, Mingardi boccia l'idea di rispolverare le logiche del capitalismo di Stato, ampliando il raggio di azione della Cassa depositi e prestiti nell'economia.

Insomma, in Italia non c'è bisogno di un tondo sovrano come il Fsl?
Direi proprio di no. In Italia si sente parlare quasi con invidia dei grandi fondi sovrani dei Paesi emergenti e i nostri imprenditori li considerano alla stregua di serbatoi di quattrini ai quali attingere. Ma non ci si accorge che i denari del re non arrivano mai gratis, bensì assieme a tutta una serie di vincoli che condizionano fortemente l'operatività delle aziende.

Gli investimenti privati, però, vanno a singhiozzo. Perché non stimolarli usando le risorse della Cassa depositi e prestiti?
Forse sarebbe bene chiedersi perché gli investimenti privati non ripartono, anziché pensare che, in loro assenza, c'è bisogno dei soldi pubblici.

Perché non ripartono?
La risposta a questa domando svela molte delle debolezze strutturali del nostro Paese, In Italia, il capitalismo privato è avversato e compresso da tutta una serie di norme e atteggiamenti delle autorità politiche, sia a livello nazionale che a livello locale, Non c'è attività economica che non debba passare attraverso le forche caudine di regole spesso inadeguate al mondo di oggi. Pensare di far intervenire lo Stato dove non arrivano i privati è un modo formidabile per eludere tutte le questioni che ho evidenziato. Procedendo di questo passo, inevitabilmente, i problemi si ripresenteranno in futuro.

Non condivide neppure la scelta di usare le risorse del Fsi per finanziare settori strategici come il turismo e la cultura?

No. Più si amplia il ventaglio degli investimenti, maggiore è la probabilità che sorgano conflitti d'interesse. C'è il rischio che uno strumento di questo tipo venga piegato alle esigenze politiche del momento, cioè per salvare il business dell'amico o per indirizzare la sviluppo in una direzione o nell'altra.

Da Business People, 12 novembre 2014

Taxi: meglio l'autorizzazione delle licenze

Perché l’offerta del servizio taxi è sottoposta a licenza? E nella pratica le finalità sottese al sistema delle licenze vengono raggiunte?

Nel Focus “Taxi: perché esistono ancora le licenze?” (PDF), Paolo Belardinelli, fellow dell’Istituto Bruno Leoni, individua due motivi. Il primo è conseguenza della presunzione del regolatore «di credere che si conosca perfettamente la quantità di servizi domandati e perciò sia possibile e legittimo pianificare l’offerta … L’esperienza dimostra, tuttavia, che non è affatto scontato che il comune disponga di più informazioni rispetto a quelle di cui dispongono tutti gli agenti di mercato messi assieme.

Pare più ragionevole sostenere il contrario: un sistema di libera domanda e libera offerta, attraverso il meccanismo dei prezzi, sarebbe più consono a individuare le reali esigenze della comunità.” Il secondo motivo “riguarda la sicurezza e i minori rischi per i fruitori del servizio di taxi, che in assenza del meccanismo delle licenze non sarebbero garantiti.

Per il legislatore, reputazione, tecnologia e prezzi non basterebbero a garantire un servizio adeguato alle esigenze del consumatore.” Nella pratica, anziché garantire la sicurezza, succede che “a Roma, chi ha la fortuna di capitare in un taxi con il conducente appena neopromosso alla categoria, può star tranquillo del fatto che il tassista ha la patente; a Milano, il nuovo tassista, oltre ad avere la patente, sicuramente parlerà decentemente l’italiano e non avrà passato più di 2 anni in galera (salvo amnistia, riabilitazione o assenza di dolo).”

Questo è quanto si limitano a garantire le due diverse regolamentazioni analizzate nel Focus “Taxi: perché esistono ancora le licenze?”, liberamente disponibile qui (PDF).

«Taxi, meglio l'autorizzazione della licenza»

A cosa servono le licenze dei taxi e perché esistono ancora? Nel giorno in cui Uber lancia il suo servizio di condivisione delle auto UberPop anche a Torino, attirando, come già avvenuto in altre città, le proteste dei taxisti, uno studio dell'Istituto Bruno Leoni prova a rispondere ai due quesiti che chiamano in causa soprattutto la politica. L' arrivo anche in Italia della società di San Francisco, che consente di prenotare un'auto con conducente, a noleggio, tramite un'app sullo smartphone o, nella sua versione pop, di «condividere» un passaggio pagando una sorta di rimborso al guidatore (non un autista, ma un privato cittadino), il tutto tramite carta di credito, sta mettendo in discussione le regole del servizio taxi in Italia, ferme nonostante alcune modifiche e diversi tentativi di liberalizzazione, sinora falliti a oltre vent'anni fa. In base alla legge quadro 21 del 1992, spiega il focus redatto da Paolo Belardinelli, le licenze per l'esercizio del servizio taxi vengono rilasciate dai Comuni attraverso un bando di concorso pubblico. L'offerta, in altri termini, è regolata dalla Pubblica amministrazione, che decide quante licenze accordare e in che modo. Questo, evidenzia l'Ibl, nonostante sia la Cassazione penale nel 2008 sia il Tar della Toscana nel 2011, abbiano stabilito la natura non pubblica del servizio taxi. «Se adottassimo la prospettiva del taxista - sostiene lo studio - sarebbe molto facile trovare validi motivi a favore di un intervento di restrizione dell'offerta di questo tipo». Mettendosi però nei panni del consumatore, di solito parte lesa nelle restrizioni alla concorrenza, come più volte segnalato anche dall'Antitrust, le cose cambiano.

Quali ragioni, allora, spingono il legislatore a pianificare il numero delle licenze? «La prima secondo l'analisi deriva dal fatto di credere che si conosca perfettamente la quantità dei servizi domandati e perciò sia possibile e legittimo pianificare l'offerta. L'esperienza - rileva tuttavia il testo - dimostra che non è affatto scontato che il Comune disponga di più informazioni rispetto a quelle di cui dispongono tutti gli agenti messi assieme. Un sistema di libera domanda e di libera offerta, attraverso il meccanismo dei prezzi dunque sarebbe più consono a individuare le esigenze della comunità».
La seconda ragione, invece, riguarda la sicurezza e i minori rischi per i fruitori del servizio taxi, che in assenza del meccanismo delle licenze non sarebbero garantiti. Assegnando le licenze, i Comuni diventano così i garanti dell' affidabilità sia dell'autista sia d ella vettura, assicurando ai cittadini uno spostamento tranquillo. Al di là del merito della motivazione, si chiede però l'Istituto Leoni, i Comuni stanno assolvendo in modo adeguato questo ruolo? Assumendo che nella fase iniziale il controllo sui requisiti possa essere efficace, cosa succede dopo?

Gli esempi vengono da Roma e Milano. Se entrambi i Comuni prevedono l'istituzione di uffici volti al controllo delle autovetture da piazza, a Milano, secondo l'Istituto, sembra mancare lo specifico regolamento, mentre a Roma non ci sarebbe traccia né dell'ufficio né la deliberazione volta a costituirlo. «Il contingentamento del numero delle licenze - conclude lo studio - nulla rileva in merito alla verifica dei requisiti soggettivi e oggettivi per il conferimento e mantenimento della licenza dei taxi». Se questo è l'unico scopo, sarebbe sufficiente una semplice autorizzazione, al pari di quanto già avviene per il noleggio con conducente.

Da Il Giornale, 7 novembre 2014

La multa a Roche e Novartis arriva nell'aula del tribunale

Se non sapete cos' è la maculopatia senile, i nomi Avastin e Lucentis non vi diranno nulla. Ma attorno a questi due farmaci, impiegati per la cura di una grave patologia agli occhi, è da tempo incorso una battaglia. Che ha raggiunto l'acme quando l'Antitrust ha deciso di stangare con una maxi multa da 183 milioni Roche e Novartis.
Il motivo: aver ostacolato la diffusione del farmaco meno caro, l'Avastin (135 euro per un ml), a vantaggio del costosissimo Lucentis (3.200 euro per ml), attraverso una politica di cartello.
Un caso che, oltre a spaccare la comunità scientifica, ha anche allertato le associazioni dei consumatori, in un crescendo di polemiche arrivato fino in Parlamento. D'altra parte, in tempi di spending review c' è una certa ipersensibilità verso i costi della sanità. E infatti l'Authority guidata da Giovanni Pitruzzella, nel dettagliare la sentenza del marzo scorso, metteva l'accento anche sul fatto che la cancellazione per ragioni di sicurezza dell'Avastin, da parte dell'Agenzia italiana del farmaco (Aifa), dai prodotti rimborsabili ha provocato un forte contraccolpo sui bilanci regionali.

Danni stimati in 45 milioni nel 2012, ai quali vanno aggiunti costi futuri di 600 milioni l' anno. I due gruppi farmaceutici hanno sempre respinto le accuse. Sottolineando che l'Avastin, della Roche, era stato elaborato per curare forme di tumore al colon, seppur fosse poi stato impiegato anche in ambito oftalmico off label la procedura che permette la somministrazione di un farmaco per un impiego diverso rispetto a quello per cui è venduto; Lucentis, brevettato da Roche e dato in licenza a Novartis, è invece stato studiato per la degenerazione maculare. Insomma: secondo le Big Pharma non c'è equivalenza tra i due farmaci, come invece obietta l'Antitrust, che imputa a Roche e Novartis, per pure ragioni di profitto, di aver «oscurato» il prodotto più economico.

Dopo che i due colossi elvetici avevano presentato ricorso, della questione sarà chiamato oggi a occuparsi il Tar del Lazio. Ma il caso è finito anche in un paper dell'Istituto Bruno Leoni (Ibl), in cui l' autore, Serena Sileoni, solleva più di un dubbio sulla legittimità dell'Authority a decidere. Dice subito il rapporto: «L'intesa (Novartis-Roche, ndr) viene provata dall'Autorità da una serie di atteggiamenti che, presi singolarmente, mostrano, più che l'intento collusivo, il rispetto della normativa sulla farmacovigilanza». Si chiede dunque l'Ibl: ma davvero l'Antitrust ha la competenza delle autorità che sorvegliano il mercato farmaceutico, necessaria per giudicare una questione così delicata? L'Authority per la concorrenza è in grado di mettere in discussione l'efficacia del sistema di regolazione e controllo del mercato dei farmaci? No, secondo l'analisi. Malgrado ciò, la sentenza non sembra lasciare dubbi circa la sicurezza terapeutica dell'Avastin.

Mettendo dunque in discussione «il ruolo dello delle Autorità preposte alla vigilanza», le sole cui compete stabilire se il comportamento di un'azienda farmaceutica rientra nella norma prassi prudenziale, oppure sia da bollare come atteggiamento anti-concorrenziale.

Da Il Giornale, 5 novembre 2014

Perché il mercato è (ancora) la risposta migliore per razionalizzare le telecomunicazioni in Europa

Il professor Gérard Pogorel ha aggiunto la propria voce autorevole a quella di chi da tempo rimarca la necessità di un consolidamento nell'industria europea delle telecomunicazioni, per poter fare "del mercato unico delle telecomunicazioni europeo una vera e propria potenza". Pogorel utilizza molti argomenti condivisibili, ma la lettura del suo articolo non mi risparmia la sensazione familiare che mi assale ogniqualvolta sento parlare di mercato unico: la sensazione, cioè, che l'interlocutore sia interessato più all'aggettivo che non al sostantivo.

Consideriamo, per esempio, i regolamenti sul roaming, che lo stesso Pogorel ricorda con favore. Una semplificazione? Senz'altro: oggi il traffico effettuato da un consumatore europeo all'estero, purché in un altro paese dell'Unione, è tariffato secondo un listino (relativamente contenuto e) noto, applicabile in tutti gli stati membri, a prescindere dalle relazioni eventualmente instaurate dagli operatori. Ma che c'entra il mercato con un sistema di prezzi fissati d'imperio dai burocrati sulla base di una vaga valutazione di equità e tale da generare, pur in un andamento generale deflattivo, com'è per eccellenza quello della telefonia mobile, inevitabili aggiustamenti a carico dei consumatori meno nomadi e a beneficio di quelli più avventurosi, come me e il professor Pogorel? "Fatto l'unico, occorre fare il mercato", verrebbe da dire. Né risulta, del resto, che l'intervento reiterato sul roaming abbia agevolato quel consolidamento che alcuni ponevano tra i suoi obiettivi e di cui ancora discutiamo.

Leggi il resto su Il Foglio, 3 novembre 2014
Twitter: @masstrovato

Salute e spesa pubblica, quel difficile equilibrio

Questa settimana, il Tar del Lazio deciderà se annullare o confermare la multa di più di 180 milioni con cui l'Antitrust ha condannato Roche e Novartis per avere ostacolato l'uso di un farmaco per curare una malattia dell'occhio molto diffusa tra gli anziani.

La storia
La sanzione è solo un tassello di una lunga contesa tra le due società, da un lato, lo Stato e le regioni dall'altro. Al centro, due farmaci diversi: Avastin, di proprietà Roche, elaborato per la cura di gravi forme tumorali, messo in commercio nel 2005; e Lucentis, in licenza a Novartis, in commercio dal 2007 per curare alcune malattie oculari. Due farmaci diversi, ma accomunati dall'evidenza empirica di essere utili entrambi per curare alcune malattie dell'occhio, al punto che Avastin, prima della commercializzazione di Lucentis, veniva usato off label per quelle malattie (impiego di farmaci già registrati ma usati in maniera diversa rispetto alle caratteristiche del prodotto autorizzato).
L'immissione in commercio di un medicinale specifico ha causato l'estromissione di Avastin dai farmaci rimborsabili dal Sistema sanitario per la cura delle malattie dell'occhio, creando un aumento della spesa sanitaria perché Lucentis è molto più costoso (benché dei 123 milioni di euro di fatturato di Avastin in base alle stime di Roche non più di 2 milioni sono attribuibili ad un utilizzo oftalmico off label).
Sulla vicenda si sono accesi i riflettori dell'opinione pubblica e della politica, e non solo per l'ammontare della multa, la più alta tra le sanzioni dell'Antitrust in materia sanitaria. Essa ha restituito l'immagine consueta della voracità delle case farmaceutiche rispetto alle difficoltà finanziarie del Sistema sanitario. Un'immagine che dissimula una realtà fatta di investimenti privati alla ricerca, senza i quali lo Stato non saprebbe nemmeno con quali farmaci curarci. Solo nel 2013, Roche ha sostenuto investimenti in ricerca clinica in Italia per oltre 30 milioni di euro.

Regole

Ma nella rappresentazione della lotta tra gli interessi particolari di chi fa profitto approfittandosene, e di chi si è incaricato di badare alla nostra salute, anche quando non ne ha (più) le risorse, il caso Avastin/Lucentis è diventato l'occasione per cambiare la legge sull'uso dei medicinali off label.
Il governo, dopo la pronuncia dell'Antitrust, ha modificato la disciplina della rimborsabilità dell'off label estendendola ai casi in cui l'uso comporti risparmi di spesa, anche laddove esista un'alternativa terapeutica autorizzata. Un'estensione che porta nome e cognome del caso Avastin/Lucentis, tanto che, prontamente, Avastin è tornato ad essere rimborsato. Tutto bene quel che finisce bene, dunque?
Non proprio. Visto dalla prospettiva degli obblighi di farmacovìgilanza, il comportamento antíconcorrenziale addebitato alle due imprese non è altro che l'adempimento di doveri precauzionali connessi all'incertezza circa gli effetti collaterali, ancora non pienamente accertati, dell'uso off label di Avastin. L' Antitrust che non ha competenza in materia di farmacovigilanza sembra così esorbitare dai propri strumenti istruttori per fornire un giudizio che diventa un dubbio di inefficienza del sistema di regolazione dei farmaci e delle autorità preposte alla sua vigilanza.
Dall'estromissione dì Avastin dai medicinali rimborsati per la terapia di patologie oculari, è scaturito in realtà un braccio di ferro dovuto alle capacità di spesa farmaceutica che ha visto per protagonisti, oltre alle imprese produttrici e le regioni, anche le autorità politiche, amministrative e giurisdizionali.

Equilibrio
Da questo braccio di ferro, l'impressione che si ricava è che la preoccupazione per la sostenibilità economica della spesa farmaceutica, rischi dí diventare superiore rispetto a quella della sicurezza terapeutica dei medicinali. Lo Stato dovrebbe verificare la sostenibilità del prezzo non meno della tutela della salute dei pazienti.
Tuttavia, l'insistenza sulle esigenze di contenimento dei costi che il caso Avastin/Lucentis ha messo in luce, getta un'ombra sulla capacità dell'attore pubblico di essere il regolatore di un settore di cui è principale acquirente.

Dal Corriere della sera, 3 novembre 2014

«Meridiana non può competere con i voli low cost»

È allerta massima per le sorti di Meridiana, seconda compagnia aerea italiana, fondata in Sardegna nel 1963 dal principe Aga Khan con il nome di Alisarda. L’azienda ha confermato la mobilità per oltre 1.600 dipendenti su 2.600 totali, vista la perdurante situazione di perdita economica che si trascina almeno dal 2010, anche a motivo della sempre maggiore concorrenza delle compagnie low cost sui voli per la Sardegna. Ricorrendo alla «mobilità volontaria incentivata» sarà possibile «ridurre il numero degli esuberi», ha detto il ministro del Lavoro Giuliano Poletti. Ma la verità è che per stare in piedi la compagnia ha già richiesto negli ultimi cinque anni iniezioni di liquidità per 350 milioni di euro e così non può andare avanti. «Meridiana ha bisogno di ristrutturarsi», spiega a tempi.it Andrea Giuricin, esperto di mercato del trasporto aereo dell’Istituto Bruno Leoni. A maggior ragione «adesso che, con l’avvento dei voli low cost, è cambiato il panorama: sono finiti i giorni in cui bastava che i privati investissero soldi a fondo perduto perché le compagnie potessero continuare a volare».

Perché Meridiana fa così tanta fatica?
Il mondo è cambiato rispetto a 50 anni fa, ma soprattutto 10 anni fa easyJet e Ryanair ancora non c’erano in Italia. Ora, invece, queste due compagnie low cost sono rispettivamente la seconda e la terza per numero di passeggeri trasportati nel nostro Paese con 23 e 12,4 milioni. Meridiana è scesa al quinto posto con 3,8 milioni di passeggeri e soffre la concorrenza anche sui voli charter, che effettua ancora coi suoi “vecchi” Mad Dog, aerei degli anni ’80 che consumano fino al 30 per cento in più dei modernissimi cargo delle compagnie aeree del Golfo, come Etihad, Emirates e altre ancora che sono subentrate nelle tratte intercontinentali.

Non c’è speranza per l’azienda?
Non è detto, ma certamente servirebbero una severa ristrutturazione aziendale e un rapido ammodernamento della flotta per recuperare quote di mercato. Solo una piccola compagnia può ripartire e per questo temo che una riduzione del personale sia inevitabile. A meno che Meridiana voglia operare in perdita, ma non sarebbe una prospettiva rassicurante. Anzi, così facendo, correrebbe il rischio che a restare a casa dal lavoro sarebbero tutti i suoi 2.600 dipendenti. Che è molto peggio dei 1.600 esuberi annunciati.

Leggi il resto su Tempi.it, 31 ottobre 2014

La politica decide per i negozianti

Per «sollecitare i singoli negozi a fidelizzare la clientela», l’assessore regionale al commercio Parolini ha proposto ai commercianti di autorizzare sì i presaldi, ma solo con le carte fedeltà. Sembrerebbe un passo in avanti nella direzione della liberalizzazione. E tuttavia è curioso che all’autorizzazione dei saldi anticipati si accompagni la volontà di decidere, politicamente, quale debba esserne la clientela.

A Milano si dice: «Ofelè fa el to mesté». Ognuno veda per l’appunto di far bene il proprio mestiere, che già non è poco. I commercianti, dal momento che sono esseri umani al pari dei politici, sicuramente sbaglieranno. Ma non è del tutto irragionevole immaginare che il problema di come fidelizzare la propria clientela, vendano maglioni di cachemire oppure gelati, l’abbiano ben presente. La carta fedeltà è uno strumento come tanti: va bene per alcune rivendite, meno per altre. È uno strumento utilizzato dai grandi supermercati, forse funziona meno bene per altri tipi di esercizi. Per i quali, magari, oggi è più importante strappare un «Like» su Facebook, che regalare la tessera di un club poco o punto esclusivo. Forse davvero la Regione dovrebbe pensare ad altro: ofelè fa el to mesté. E invece le vendite promozionali sono un eterno tormentone della politica italiana, come pure di quella lombarda.

Dal Corriere della sera, 30 ottobre 2014
Twitter: @amingardi

«Non si può più costruire. Troppi divieti e leggi folli»

«Partiamo da una prima verità: siccome io vivo a Chiavari e dato che Chiavari è stata duramente colpita dall'alluvione e il coro sull'abusivismo edilizio si è puntualmente levato ecco che allora vorrei sottolineare questa verità.
La verità che in Italia si è costruito tanto e male ma lo si è fatto, almeno nel Nord Italia, nel rispetto della pianificazione urbanistica. Voglio dire che le costruzioni nell'alveo dei fiumi non sono abusi sanati ma, per la stragrande maggioranza dei casi, si tratta di costruzioni realizzate nel rispetto, non solo delle leggi, ma delle scelte di pianificazione dei Comuni.
In buona sostanza mi preme sottolineare questo concetto: che proprio il dissesto idrogeologico italiano è la prova provata del fallimento della pianificazione pubblica nella gestione dei suoli».

Ricercatore dell'Istituto Bruno Leoni, autore di saggi e pubblicazioni, attento osservatore della realtà urbanistica nazionale, l'avvocato Silvio Boccalatte esordisce così la sua disamina sulla situazione edilizia in Italia.

Acclarata questa verità, avvocato, l'edilizia in Italia rimane ferma, anzi bloccata...
«Certamente. E purtroppo. Perché dopo l'ubriacatura delle costruzioni, il periodo durante il quale si è concesso tutto a tutti nell'ambito di scelte di pianificazione, che venivano sì influenzate dagli operatori privati, ma comunque realizzate nel rispetto della legge, poi la normativa edilizia nei decenni è diventata folle, nel senso che impedisce di costruire. Perché è una normativa che rende impraticabile l'edilizia nuova»

In che cosa si traduce, avvocato Boccalatte, questa folle normativa edilizia?
«L' edificabilità dei suoli, che è una prerogativa rigorosamente pubblica è ridotta ai minimi termini e oramai la scelta pianificatoria generale si orienta verso il riutilizzo dei suoli. Un orientamento che poggia su un'idea sbagliata, che è l'idea del consumo di suolo come il se il suolo potesse consumarsi come un panino che si mangia e poi non c'è più. E partendo da questo presupposto sbagliato si è passati all'eccesso opposto, impedendo di costruire praticamente ovunque».

Ad appesantire il quadro normativo ci sono balzelli, tasse e oneri vari, vero avvocato?
«In effetti ad una situazione già così compromessa si somma il meccanismo pericolosissimo degli oneri di urbanizzazione. Della serie: io Comune ti do il permesso di costruire ma tu mi paghi il pizzo, mi paghi dazio e in anticipo . Una (chiamiamola pure col suo nome) sorta di estorsione legalizzata, che fa versare somme cospicue dietro la presunta contropartita di servizi che verranno poi portati dalla municipalità nella zona della costruzione ma che in realtà finisce nel calderone della spesa pubblica. Poi aggiungiamo gli oneri strutturali che riguardano tutto il sistema di imposizione sulle compravendite, il passaggio attraverso l'atto pubblico e il controllo notarile. Tutti oneri che si possono sopportare in un periodo di vacche grasse ma che adesso pesano più che mai. E sommiamoci pure, anche se sono pochi soldi, le certificazioni energetiche per esempio. Senza certificazioni non puoi né comprare né affittare un immobile».

Perché la scelta di ristrutturare anziché costruire?
«È una politica di tentata reazione agli eccessi del passato . Basti pensare recentemente stava per passare un aumento del 150 per cento dell'imposizione fiscale sulle nuove costruzioni. Il che significa che si vuole impedire fermamente e con ogni mezzo di costruire ex novo. Lo slogan del passato è stato quello di fermare la speculazione e di tagliare le unghie alla rendita. Adesso è stata talmente accentuata l'imposizione fiscale sul mattone che hanno tagliato le mani alla rendita. Avere eliminato la rendita porterà i proprietari a fare investimenti o lasciare cadere a pezzi i loro appartamenti? La rendita forse ci fa schifo perché da settant'anni viviamo in una realtà filo-socialista ma la rendita è quella che traina e porta avanti il mercato . Altrimenti non si ha futuro economico. I nostri legislatori dovrebbero ricordarsi in quale stato erano le città dei Paesi socialisti nel 1989».

Da Il Giornale, 18 novembre 2014

Shock da bolletta

Ci sono due dati che, se letti assieme, fanno paura. Il primo: le piccole e medie imprese italiane pagano la bolletta elettrica più cara d'Europa, dopo quelle danesi e cipriote. Il secondo: il 95% delle imprese italiane ha meno di 10 addetti, e la loro dimensione media 4 addetti è del 40% inferiore alla media europea. Il combinato disposto di questi fatti è: "abbiamo un problema, Houston". Infatti, il costo dell'energia è uno dei principali elementi di competitività per le aziende, che ne può determinare la maggiore o minore capacità di imporsi sulla concorrenza internazionale. Se si aggiunge che il nostro Paese dipende fortemente dal traino dell'export, è ovvio quali siano le dimensioni dell'emergenza. Se questo è vero, allora bisogna porsi due domande: perché e come ci siamo trovati in questa situazione? E come uscirne? È essenziale rispondere a entrambe per esprimere una diagnosi, e per individuare un sentiero che consenta di ridimensionare il sottostante handicap competitivo e accompagni le imprese italiane verso una ritrovata competitività. Da questo assieme naturalmente ad altre misure che vadano a incidere su altri fattori di debolezza italiani dipende la capacità del Paese di crescere.

Ciò è di fondamentale importanza perché, nel lungo termine, solo il ritorno a tassi di crescita positivi, sostenuti e persistenti nel tempo può mettere l'Italia in sicurezza rispetto ai suoi maggiori fattori di rischio, quali la disoccupazione (specie giovanile, femminile, e di lunga durata) e il debito pubblico (in rapporto al prodotto interno lordo). La risposta alla prima domanda è semplice quanto deprimente: la bolletta elettrica è stata trattata, negli ultimi vent'anni e a dispetto del profondo processo di riforma che ha investito il settore, alla stregua di un bancomat. A partire dalla metà degli anni Novanta, sulla scorta di tre pacchetti europei di liberalizzazione, il comparto elettrico ha completamente cambiato aspetto.
Si è passati da un monopolio pubblico verticalmente integrato a un mercato sostanzialmente liberalizzato, dove sia la domanda sia l'offerta sono libere e le reti sono segregate rispetto alle attività di mercato. Questo avrebbe dovuto portare, nelle intenzioni, a un importante ciclo d'investimenti nel rinnovo del parco centrali (che c'è stato) e alla riduzione dei prezzi. Quest'ultima si è verificata solo se si guarda alla componente all'ingrosso dei prezzi. Purtroppo, il consumatore (incluse le imprese), in aggiunta alla commodity, paga anche una serie di servizi, oneri e imposte che appesantiscono il totale. In particolare, egli deve sostenere i costi di vettoriamento dell'energia (e i relativi investimenti nelle reti) e un gran numero di voci che sono poco o per nulla collegate al servizio. Ora, i costi di rete sono probabilmente eccessivi, come si può desumere dagli elevati rendimenti sul capitale investito degli operatori. Ma, soprattutto, le altre componenti sono cresciute a dismisura, sia in numero sia per la loro entità. Molte di esse finanziano attività che hanno poca attinenza col servizio elettrico: dallo smantellamento delle ex centrali nucleari alla cosiddetta ricerca di sistema fino alla "riserva di capacità" per San Marino e il Vaticano.

Altre sono state oggetto di una crescita vertiginosa e incontrollata (ancorché ampiamente prevedibile): il peso dei sussidi alle fonti rinnovabili è esploso da poche centinaia di milioni di euro a quasi 13 miliardi l'anno (l'impatto del solo fotovoltaico è passato da 5 euro / MWh nel 2010 a a 21 euro / MWh nel 2013). Altre ancora riflettono il peso politico di specifici gruppi di consumatori: i grandi consumatori, come le imprese cosiddette energivore e le ferrovie, godono di agevolazioni il cui costo si riversa sulle spalle delle Pmi. Infine, l'attuale sistema di "maggior tutela" in virtù del quale la maggior parte dei consumatori, incluse le Pmi, pur potendo teoricamente accedere al libero mercato, si rifornisce a un prezzo fissato dall'Autorità per l'energia ha ingessato la domanda limitando i benefici potenziali della liberalizzazione. Se questa è la diagnosi, la terapia deve essere coerente: poiché l'eccesso di costo dipende dal peso degli oneri e dalla concorrenza insufficiente, l'unica via d'uscita consiste nel ridurre gli oneri e stimolare la concorrenza. Sul primo fronte, il governo è già intervenuto mettendo in moto un processo di efficientamento. Il pacchetto "taglia bollette" varato a giugno mette le briglie alla crescita degli oneri, e interviene su molti di essi eliminandoli o comunque limitandone l'impatto.
Sull'altro fronte, l'Autorità Antitrust nell'ambito della sua periodica segnalazione finalizzata alla legge annuale per la concorrenza ha sottolineato l'esigenza di restringere fino a superare del tutto il perimetro della "tutela", spingendo i consumatori sul mercato. Naturalmente essi devono essere "accompagnati", ma non è pensabile che, finché verranno trattenuti nello zoo dei prezzi regolati, siano in grado di cogliere i vantaggi della concorrenza.

Su questo punto è necessario essere precisi. La concorrenza, al livello del mercato retail, funziona se non solo l'offerta è contendibile, ma anche la domanda è mobile. Tuttavia, difficilmente questo accade in assenza di una "spinta" che costringa i consumatori a rendersi conto del "nuovo mondo" che si può aprire davanti ai loro occhi. In un certo senso, esiste un parallelo con le telecomunicazioni: fino alla piena apertura del mercato e alla scomparsa delle forme dirette e indirette di regolazione dei prezzi era impensabile che cittadini e imprese cambiassero con disinvoltura il loro gestore telefonico. Eppure, oggi è proprio questa opportunità a trainare lo sviluppo del servizio, l'ampliamento dell'offerta e la riduzione dei prezzi. Non c'è ragione di credere che lo stesso non possa accadere nel caso dell'elettricità.

Ridurre i prezzi dell'energia elettrica è un passaggio cruciale, ancorché non sufficiente, per aiutare le Pmi italiane a ridimensionare i loro svantaggi competitivi. Purtroppo, i costi dell'energia riflettono una lunga serie di scelte passate, molte delle quali scarsamente coerenti le une con le altre e comunque tali da generare una escalation delle componenti tariffarie. Inoltre è necessario riconnettere l'Italia alla spinta europea verso la progressiva apertura del mercato, una spinta che se non si è esaurita appare comunque indebolita, non solo nel nostro paese ma anche in diversi altri Stati membri dell'Ue. Paradossalmente diverse scelte, anche relativamente recenti, anziché andare verso una maggiore competizione sembrano accreditare l'idea di un ritorno prepotente dello Stato al centro della politica energetica.
La pretesa di guidare investimenti e comportamenti degli operatori è incompatibile con un mercato vivace, efficiente e dinamico.

Da Genova Impresa, 27 ottobre 2014
Twitter: @CarloStagnaro

Hinkley Point C decision further undermines competition in the electricity market

The European Commission has given the green light to the construction of a new nuclear plant at Hinkley Point. This may or may not be part of a nuclear renaissance, but it is definitely a further weakening of the British model of liberalisation of the electricity market.

The Hinkley Point C scheme will be made possible by a number of state-backed financial guarantees. The most important one is the introduction of a ‘strike price’ of £92.50 /MWh, about twice as much as the current wholesale price of electricity. This arrangement will be kept in place for as long as 35 years, vis-á-vis an expected technical life of the plant of 60 years. According to the EU Commission’s estimates, the new plant will become operational in a time of 10 years for an investment cost of £34 billion. If the past can provide guidance, both costs and timetables are likely to overrun.

A brief analysis of the figures illustrates the economic shortcomings of the scheme. Under the assumption that electricity wholesale prices will stay around the current level for the next 35 years and that the extra-cost is justified by the alleged positive externalities deriving from more carbon-free energy, it follows that the external benefit is priced at £40-50/MWh. Under the further assumption that the additional nuclear power will displace electricity produced by Combined Cycle Gas Turbines at the margin, with average emissions of 340 kg CO2/MWh, it follows that British consumers will pay an average of £117-147 per ton of CO2. The same ton of CO2 is now priced on the EU Emissions Trading Scheme (a cap-and-trade mechanism designed to find the most cost-effective ways to reduce emissions) well below £8. This implies consumers will be forced to pay 14-18 times more for the same product (i.e. the positive externalities from carbon-free power). The fact that other green sources, such as wind or solar power, are subsidised just as much, or even more, does not make the impact any less painful.

Leggi il resto su Iea.org.uk, 10 ottobre 2014

Energia elettrica: è l’ora dei prezzi negativi

Le direttive europee sull’apertura dei mercati energetici sono finalizzate non solo a incoraggiare la concorrenza nei mercati nazionali, ma anche a favorire l’integrazione tra i mercati europei. L’allargamento della dimensione fisica dei mercati – e, in prospettiva, la creazione del “mercato interno” per l’energia elettrica – può infatti produrre benefici importanti in termini di prezzo, di maggiore efficienza nell’utilizzo degli impianti esistenti e di riduzione degli impatti ambientali. Per raggiungere l’obiettivo la Commissione Europea ha promosso iniziative diverse: tra le altre, oltre l’introduzione di regole armonizzate per la disciplina dei mercati nazionali e la realizzazione di investimenti infrastrutturali cross border, il cosiddetto market coupling. Si tratta di “un meccanismo di integrazione dei mercati che, nel determinare il valore dell’energia elettrica nelle diverse zone europee di mercato coinvolte, contestualmente alloca la capacità di trasporto disponibile tra dette zone, ottimizzandone l’utilizzo”.

Attraverso l’adozione di regolamenti comuni per il funzionamento delle rispettive borse elettriche, in particolare in relazione ai mercati del giorno prima, 17 paesi europei hanno già raggiunto il market coupling. Entro la fine del 2014 anche l’Italia (che dal 2011 opera in accoppiamento sulla frontiera slovena) dovrà unirsi a questi paesi adeguando le proprie regole di mercato. L’esperienza con la Slovenia ha finora prodotto risultati positivi e fa presagire che la futura integrazione del mercato italiano con quelli dei maggiori paesi europei può potenzialmente portare a risultati altrettanto positivi e di più vasta portata. Affinché ciò diventi realtà, è tuttavia necessario che il nostro paese adotti una serie di riforme. I cambiamenti necessari a tal fine sono riassunti efficacemente in un recente documento di consultazione dell’Autorità per l’energia elettrica il gas ed il sistema idrico. Tra di essi, la possibilità per i prezzi di assumere valori negativi, peraltro già annunciata dal Ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi, nell’ambito del “pacchetto taglia-bollette”.

Leggi il resto su LaVoce.Info, 26 settembre 2014
Twitter: @CarloStagnaro@SimoBenedettini

In defence of TTIP: Good for the economy – and for the climate

The TTIP which is being discussed between the EU and the US is no doubt a landmark treaty that will have important repercussions on the economy of the two blocs and indeed the global economy. And energy trade is an important part of it. Both European and American negotiators seem willing to get to a conclusion. As far as the EU is concerned, TTIP has been set as a top priority under the Italian Presidency, as the country’s Minister for Economic Development, Federica Guidi, emphasized in her first hearing before the Italian Parliament.

But is this TTIP a good idea? There is, in fact, little discussion among professional economists about the healthy consequences of free trade. Indeed, if negotiators fail to reach an agreement, each party would immensely benefit from unilateral trade liberalization, as Prof. Heribert Dieter argued recently in The Wall Street Journal.

There are several reasons why closing a free trade agreement (FTA) would be preferable, though. Bilateral (or pluri-lateral) liberalization is more likely to gain political support than unilateral market opening. Reducing barriers to trade, while resulting in more economic efficiency and ultimately increasing the available income on both sides of the Atlantic, may cause short-term adjustment costs. If two countries achieve greater economic integration, each of them would specialize in the productive processes at which it is comparatively more efficient. At the same time, the industries that are comparatively less efficient will suffer and there may be closings or layoffs. Therefore a strong political effort is required to smooth the transition. Moreover, mutual market opening entails larger opportunities and gains.

Leggi il resto su EnergyPost.eu, 24 settembre 2014
Twitter: @CarloStagnaro

Mercato elettrico: è importante consentire i prezzi negativi

L'Italia deve introdurre la possibilità per i prezzi elettrici di assumere valori negativi: non solo perché fa parte degli obblighi assunti in direzione del market coupling europeo, ma anche per ragioni di efficienza e concorrenza nel mercato. Lo sostiene Tommaso Pavoncello nel Focus "I prezzi negativi dell'energia elettrica in Italia" (PDF).

Scrive Pavoncello: "Il prezzo negativo dell’energia elettrica può costituire un incentivo per i produttori a investire per aumentare la flessibilità delle centrali. Una maggiore flessibilità consentirebbe al produttore di regolare il livello di produzione di energia alla domanda, permettendogli di interrompere la produzione qualora le energie rinnovabili fossero in grado di soddisfare interamente la domanda stessa. Inoltre, i prezzi negativi potrebbero costituire un’opportunità non da poco per le fabbriche che, producendo miratamente nelle ore in cui i prezzi sono più bassi o addirittura negativi, ridurrebbero significativamente i costi di produzione. Per concludere, una domanda e una offerta di energia più dinamiche e flessibili, capaci di reagire a picchi positivi e negativi del prezzo, avrebbero un effetto endogeno di mitigazione della volatilità del prezzo stesso. L’abolizione di vincoli di prezzo favorirebbe la circolazione d’informazioni corrette tra gli agenti del mercato incrementandone l’efficienza".

Il Focus "I prezzi negativi dell'energia elettrica in Italia" di Tommaso Pavoncello è liberamente disponibile qui (PDF).

Sbilanciamenti, IBL: l'Autorità lasci fare al mercato

Sì a una valorizzazione unica degli sbilanciamenti effettivi prodotti da tutte le fonti, meglio ancora se con una sola franchigia a dispetto dei paletti del Consiglio di Stato, che andrebbero superati con una norma ad hoc. No invece a meccanismi centralizzati con un corrispettivo unitario definito da Terna, soluzione apparentemente preferita dall'Autorità ma che mortifica le dinamiche di mercato. L'Istituto Bruno Leoni interviene così nel dibattito sulla disciplina degli sbilanciamenti per gli impianti da rinnovabili intermittenti, pubblicando le proprie osservazioni nel giorno in cui scade il termine della consultazione lanciata in giugno dall'Autorità per l'energia (v. Staffetta 24/06).

L'IBL esprime in particolare la propria preferenza per la prima delle tre soluzioni ipotizzate dall'Autorità - una valorizzazione dell'energia elettrica oggetto di sbilanciamento al di fuori della franchigia uguale per tutte le fonti e determinata con le medesime modalità con cui vengono valorizzati gli sbilanciamenti delle unità di produzione abilitate, con franchigie al 42% per l'eolico, al 25% per il fotovoltaico, all'1% per l'idro ad acqua fluente e per le altre. Al contrario, si legge nelle osservazioni, “qualora l'Autorità intendesse orientarsi verso l'opzione 3 (come sembra emergere dalla lettura del Dco, ndr) IBL manifesta fin d'ora la propria più netta contrarietà, trattandosi di un ulteriore, sostanziale passo nella direzione opposta a quella della concorrenza e del mercato”.

Per il think tank liberista una gestione centralizzata di questo tipo, che sostituisce alla valorizzazione degli sbilanciamenti effettivi un corrispettivo definito da Terna che approssima l'impatto delle Fer sui costi di gestione della rete è giudicata “meno convincente e potenzialmente costosa – in termini di rallentamento delle dinamiche di mercato e di ostruzione del processo di scoperta e scambio dell'informazione – nel lungo termine. Per quanto possa apparire attraente, per la sua semplicità intuitiva, nell'immediato, tale opzione non solo manterrebbe gli operatori rinnovabili nell'attuale limbo di non-mercato, sottraendo loro qualunque leva di vantaggio competitivo, ma finirebbe inevitabilmente per cambiare la stessa natura del Tso. Data l'entità del parco intermittente esistente – aggiunge IBL - affidarne la gestione a Terna farebbe dell'operatore di rete de facto un attore del mercato, sollevando profili potenzialmente molto critici nel confronto competitivo”.

Quanto alla franchigia differenziata per fonte, che il regolatore ha previsto in attuazione delle pronunce definitive del Cds ha impongono di trattare diversamente le diverse fonti in ragione della loro diversa prevedibilità, per IBL “il vincolo posto dal giudice amministrativo appare economicamente irrazionale” e andrebbe rimosso. In tal senso si suggerisce all'Autorità di segnalare a Parlamento e Governo l'opportunità di un intervento normativo che consenta una franchigia unica. Secondo l'Istituto la franchigia differenziata rischia anche di ostacolare l'evoluzione del sistema verso una gestione di portafoglio (aggregata) degli impianti, che andrebbe invece favorita anche valutando di passare da un sistema in cui i punti di immissione in rete si riferiscono a un singolo impianto, a un sistema che consenta (per il dispacciamento) punti di offerta multipli.

da Staffetta Quotidiana, 8 settembre 2014

Ecco come è possibile intaccare i privilegi dei "soliti pochi"

L'Italia ha molti problemi economici, ma uno dei principali è anche tra i meno discussi: gli alti prezzi dell'energia elettrica. Gli italiani, e soprattutto le piccole e medie imprese, pagano le terze tariffe elettriche più salate d'Europa, dopo Danimarca e Cipro, e la loro bolletta è del 35 per cento sopra la media dell'Unione europea. Questo impone una significativa zavorra alla crescita: ecco perché il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha infine messo mano alla questione con una legge a lungo attesa e recentemente votata dal Parlamento.

La principale ragione del caro-energia è che Roma ha sempre trattato i consumatori elettrici alla stregua di un bancomat, una fonte facilmente accessibile per le risorse necessarie a finanziare gli obiettivi redistributivi dei politici e conquistare voti. Tutto iniziò all'epoca del monopolio, quando i dipendenti delle imprese pubbliche avevano diritto a prezzi scontati. Quel "diritto" è rimasto in vigore per gli ex dipendenti anche dopo la privatizzazione dell'operatore dominante e la liberalizzazione del mercato elettrico. Tale concessione a un gruppo di lavoratori è stata sussidiata dai consumatori fino a ora. Nel tempo, i sussidi si sono aggiunti ad altri sussidi che si sono aggiunti ad altri sussidi ancora.

Da quando il monopolio è stato superato, il governo ha mantenuto un ruolo centrale nella definizione dei prezzi, e lo ha utilizzato con generosità. Dal 1963 le Ferrovie pagano l'elettricità a prezzo ridotto. Più recentemente diversi settori industriali, e in particolare le imprese energivore, hanno ottenuto un trattamento preferenziale. I costi di rete sono superiori a quello che può essere considerato un ragionevole "livello efficiente", dato il profilo di rischio degli investimenti sottostanti. Tutto questo è sussidiato dal normale consumatore che deve pagare sempre di più.

A peggiorare le cose, i produttori rinnovabili italiani godono di quelli che sono forse i sussidi più generosi d'Europa. I sussidi alle energie rinnovabili valgono circa un quinto del costo dell'energia per il consumatore finale. La famiglia italiana tipo oggi paga circa 94 euro all'anno, in aggiunta alla propria bolletta, per sostenere le energie "verdi", contro i 31 euro all'anno del 2010. La crescita è stata particolarmente rapida in ragione degli incentivi al fotovoltaico, il cui impatto è salito a 21 euro/MWh nel 2013 da 5 euro/MWh nel 2010. Per ogni MWh solare, il produttore riceve sussidi che sono dalle cinque alle sette volte superíorí al valore dell'energia stessa. Roma fa gravare altre tasse e oneri sui consumatori elettrici, come le accise, una componente tariffaria per coprire i costi dell'uscita dal nucleare e una per sostenere la ricerca di sistema nel settore elettrico. Tutti questi oneri, che finanziano vari altri schemi redistributivi, spiegano circa la metà del gap tra i prezzi energetici italiani e la media europea. Le tariffe sarebbero "soltanto" del 17 per cento superiori, anziché l'attuale 35 per cento, se tali oneri fossero allineati alla media Ue. Il problema è diventato particolarmente serio con la recessione. La crisi economica ha abbattuto i consumi energetici. Di conseguenza i consumatori pagano sempre più sia perché la base dei gruppi sussidiati si è dilatata, sia perché il numero di quanti pagano prezzi pieni si va restringendo. Occorre trovare un nuovo equilibrio tra gli interessi delle piccole imprese in affanno e quelli degli investitori finanziari sussidiati che ricavano il loro reddito da risorse sottratte forzosamente ai consumatori.

Fortunatamente, sembra che la tendenza stia cambiando. Il ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi, ha promosso un pacchetto di riforme, di cui fanno parte un decreto convertito in legge dal Parlamento il mese scorso e altre misure. A partire dalla fine del 2014, grazie a tali provvedimenti, l'ammontare dei sussidi ai vari gruppi di interesse si ridurrà di circa 1,5 miliardi di euro l'anno. Si tratta grossomodo del 10 per cento del monte complessivo dei sussidi. L'obiettivo è ridurre i prezzi per i normali consumatori.

I precedenti tentativi di riforma hanno cercato di contenere il tasso di crescita dei sussidi, oppure di proteggere alcuni influenti gruppi di pressione dal peso di tasse e oneri, ma non hanno mai affrontato il relativo groviglio di sussidi che ha spinto le tariffe inesorabilmente verso l'alto. Il nuovo pacchetto è diverso perché aggredisce il problema a testa bassa e senza guardare in faccia a nessuno. Nessuno è stato risparmiato. Tutti i sussidi citati sono stati ridotti o rimodulati allo scopo di renderli meno onerosi per i consumatori. La riforma naturalmente ha generato grande scontento. I vari interessi particolari hanno fatto una rumorosa opposizione. Né, a dispetto di tutto il clamore, questa è una riforma perfetta. Secondo alcuni, i tagli avrebbero dovuto essere ancora più profondi. Ma il meglio non dovrebbe essere nemico del bene. Quello che realmente conta è che per la prima volta le piccole e medie imprese, anziché mettere mano al portafoglio, vedranno un beneficio concreto.

Anche in Italia, insomma, se ci sono volontà politica, visione e coraggio, i risultati possono essere raggiunti, e i "diritti acquisiti" dei cacciatori di rendite possono essere controbilanciati dalle istanze dei portatori del "dovere acquisito" di pagare il conto. Per parafrasare lo slogan elettorale di Renzi, almeno sulla politica energetica si sta cambiando verso.

Da Il Foglio, 3 settembre 2014
Twitter: @CarloStagnaro

Italy Powers Down Energy Subsidies

Italy has many economic problems, but one of the most significant is also one of the least discussed: high electricity prices. Italians, and especially small - and medium-size companies, pay the third-highest electricity rates in the European Union, behind Denmark and Cyprus, and their power is 35% more expensive than the European Union average. This is a significant drag on growth, which is why Prime Minister Matteo Renzi is finally doing something about it in a long overdue law recently approved by the parliament.

The main reason for such high rates is that Rome traditionally regarded electricity consumers as the equivalent of an ATM, an easily accessible source of the funds they need to achieve the politicians' redistributive goals and win votes. This started in the era of state monopoly, when employees of state-owned utilities had a right to discounted electricity prices. That "right" was kept in place for former employees even after the privatization of the incumbent and the liberalization of the electricity market were enacted. This handout to a favored group of workers has been subsidized by all consumers until now. Over time, subsidies were added to subsidies that were added to subsidies.

Even since the monopoly was broken up, the government has retained a central role in rate setting, and has used that power generously. Since 1963, railways have enjoyed a discounted energy price. More recently, a number of industrial sectors, particularly energy-intensive industries, also receive preferential tariffs. Network costs are also above a reasonable "efficient level" given the risk profile of the underlying investments. All of this is subsidized by all the ordinary consumers who must pay more for power.

Making matters worse, Italian renewable generators enjoy what are perhaps the most generous subsidies in Europe. Renewable subsidies account for about one-fifth of the cost of energy to end consumers. The average Italian household now pays about €94 ($125) per year to support green energies on top of their energy bill, up from €31 per year in 2010. The growth has been particularly rapid for solar incentives, whose impact has grown to €21 per megawatt-hour in 2013 from €5 per megawatt-hour in 2010. For each solar megawatt-hour, the generator gets subsidies that are five- to seven-times higher than the average value of energy itself.

Rome piles other taxes and levies onto electricity consumers, such as an excise tax, a levy related to the costs of phasing out nuclear power and a fee to support general R&D in the electricity industry. All these levies, which fund various other redistributive schemes, account for about half of Italy's excess over the EU average. Electricity rates would be "only" 17% above average, rather than the current 35%, if these levies were equal to the EU average.

The problem has grown particularly serious since the recession. The economic crisis drove down energy consumption. Therefore Italian consumers pay more and more both because the base of subsidized groups has grown, and because the number of those paying full rates is shrinking. A new balance must be found between the interests of struggling small companies and subsidized financial investors that make their salary off resources forcibly taken from consumers.

Fortunately, the tide at last seems to be turning. Federica Guidi, Italy's minister for economic development, has promoted a reform package, which includes a decree converted into law by the parliament last month as well as other measures. Starting by the end of 2014, the reforms will reduce by approximately €1.5 billion per year the amount of subsidies awarded to various interest groups. This represents about 10% of the overall subsidy bill. The goal is to pull down prices for ordinary consumers.

Previous reform efforts have either tried to contain the rate of growth of subsidies, or shielded some powerful groups from the burden of taxes and levies, but these never addressed the underlying tangle of subsidies that have pushed rates inexorably higher. The new measure is different because it deals with the subsidy problem head-on, and for everyone. No special-interest group has been spared. All of the subsidies that have been mentioned above have been reduced or reframed in order to make them less onerous to consumers.

The reform has created a lot of discontent. Vested interests have noisily opposed it. Nor, for all their fuss, is this a perfect reform for consumers. Some argue that cuts should have been even deeper. But no one should make the perfect the enemy of the good. What really matters is that for the first time small and medium firms aren't paying the bill but rather will see a concrete benefit.

Even in Italy, if you have political will, a vision and courage, results can be delivered, and the "vested rights" of rent seekers may be counterbalanced by the voice of those who bear the "vested duty" of paying the bill. To paraphrase Mr. Renzi's electoral slogan, at least with regard to energy, the trend is being reversed.

Dal Wall Street Journal, 2 settembre 2014
Twitter: @CarloStagnaro

The failure of Germany’s green energy policies

You can’t have your cake and eat it too – even when it comes to energy. Germany has been a champion of the ‘green economy’ for the past decade, but now the time has come to pay the bill. And the country seems a very long way from capturing the supposed ‘double dividend’ – environmental sustainability and economic growth – that promoters of Energiewende (Berlin’s ‘energy revolution’) promised.

As the Wall Street Journal’s Matthew Karnitschnig reports, the cost of energy to German businesses has risen by 60 per cent in just five years, driven by subsidies and other costs (such as the financing of new infrastructure and addressing problems with system imbalances). The largest energy-intensive businesses are not yet feeling the pain, because they are granted an exemption from such surcharges, but even this may come to an end if the EU Commission rules that it represents unfair state aid. And if this doesn’t happen, small and medium enterprises will continue to bear a disproportionate share of the costs, becoming less and less competitive.

Even Angela Merkel, a strong proponent of Energiewende, has admitted it is not working as planned. Therefore a reform was passed in June, under which subsidies for new installations are capped and a new tax on self-consumption is introduced to achieve a fairer distribution of the renewable levies. But this is no solution: at best it will prevent the problem from getting even worse.

Read more, here: Iea.org.uk, 1 September 2014

Meglio vendere le caserme

Quante volte abbiamo sentito parlare, negli scorsi anni, della possibilità di dismettere le caserme inutilizzate? Grazie a un protocollo siglato con il ministero della Difesa, ora la palla passa al Comune, che è l’ente che può agire sugli strumenti di pianificazione urbanistica. Questo è un passaggio cruciale: il problema non è la proprietà della caserma, ma la sua destinazione d’uso. Visto che quest’ultima è determinata dalle autorità locali, tanto vale fare gestire a loro il processo di riqualificazione.

Il sindaco Pisapia ha parlato di restituire i siti militari inutilizzati alla città «come spazi verdi e servizi». Parliamo dei Magazzini di Baggio in via Olivieri e di piazza delle Armi in via Forze Armate (che, di fatto, appartengono allo stesso plesso) e della Caserma Mameli in viale Suzzani, non lontano da Niguarda. Nel primo caso il sindaco ha ipotizzato la creazione di un «parco in una zona di periferia», nel secondo «interventi di edilizia convenzionata, oltre al recupero di strutture per servizi sociali o per iniziative culturali». Pare non sia contemplata un’altra soluzione: la cessione di quelle aree ai privati.

Leggi il resto sul Corriere.it, 11 agosto 2014
Twitter: @amingardi

Il ragazzo ucciso dallo Stato fuorilegge (che vessa noi con gli ispettori)

La morte del giovane colpito dai calcinacci staccatisi dalla galleria Umberto di Napoli deve indurre a qualche riflessione, anche perché questo è solo l'ultimo di tanti episodi. Qualche anno fa fece discutere la morte di un ragazzo, Vito Scafidi, ucciso a Rivoli dal cedimento del soffitto dell'aula del liceo. La scorsa estate una donna morì a causa del crollo di un albero, che si abbatté sulla sua autovettura. Ma l'elenco di analoghe tragedie sarebbe troppo lungo.

Un dato è chiaro: l'apparato statale è esigente fino all'inverosimile nei riguardi dei privati, che vengono vessati da norme che - dalla famigerata 626 del 1994 in poi - quasi impediscono ogni genere di iniziativa, mentre è del tutto incapace di gestire in maniera responsabile ciò che è sotto il suo controllo. È di queste ore lo sfacelo del fiume Seveso, che è esondato a Milano causando danni di varia natura, e tale disastro è da imputarsi ad anni di incurie da parte delle amministrazioni pubbliche di ogni colore.
Tutto ciò è grave, dato che uno dei pilastri dei nostri sistemi politici - che si parli di rule of law, come nel mondo anglosassone, oppure di Stato di diritto, come da noi, in Francia o in Germania - è che tutti devono sottostare alle medesime regole. Non esiste insomma un sistema legale per i governanti e uno per i governati, ma l'intera società dovrebbe essere vincolata al rispetto delle stesse norme.

Leggi il resto su Il Giornale, 10 luglio 2014

Gare gas, Ibl: bene Autorità su delta Vir/Rab. Probabile “saldo positivo” per consumatori

Le gare per la distribuzione gas sono imminenti: è importante rimuovere gli ostacoli alla contendibilità degli affidamenti, e la soluzione proposta dall'Autorità per l'energia in merito al delta Vir/Rab (cioè la discrasia tra i valori degli asset "contrattualizzati" e quelli "regolati" ai fini del rimborso da corrispondere al gestore uscente) appare un ragionevole compromesso nella giusta direzione.

Lo sostiene il Policy Paper dell'Istituto Bruno Leoni "A chi ha sarà dato? La distribuzione locale gas, il delta Vir/Rab e la concorrenza". Nel paper Ibl rileva che "la proposta dell'Autorità per l'energia di introdurre - qualora la gestione di una rete di distribuzione locale gas fosse affidata a un newcomer in esito a una procedura competitiva - una nuova componente tariffaria a copertura del relativo delta Vir/Rab appare coerente con gli obiettivi che l'Aeegsi è tenuta a perseguire. Tali obiettivi sono la promozione della concorrenza, il contenimento dei costi e la creazione di un ambiente normativo certo e stabile”. La distribuzione locale gas, pur essendo stata aperta formalmente alla concorrenza per il mercato sin dal decreto Letta (2000), di fatto arriva oggi, per la prima volta, a misurarsi col mercato. Questo richiede non solo l'indizione di gare disegnate in modo pro-concorrenziale, trasparenti e aperte, ma anche l'eliminazione, per quanto possibile, delle esistenti barriere all'ingresso."

Sotto il profilo dell'impatto sui consumatori attraverso le tariffe, a fronte di un onere massimo teorico stimato da alcuni di 6-7 miliardi (nel caso improbabile in cui tutte le gare fossero vinte da newcomer con la conseguente necessità di corrispondere riscatti per tutti gli impianti) – onere che scende a 1,4-1,6 miliardi in uno scenario più verosimile – secondo l'Ibl “è molto probabile che sull'aggregato di tutte le risultanze delle gare”, che includeranno anche i guadagni di efficienza indotti dalle procedure, “le conseguenze della proposta Aeegsi daranno favorevoli al consumatore”.

Da Staffetta Quotidiana, 25 giugno 2014

Ibl: “Gare gas, condivisibile soluzione Autorità su Vir/Rab”

Una soluzione non indolore ma necessaria. In sostanza è questo il giudizio dell'Istituto Bruno Leoni sugli orientamenti prospettati dall'Autorità per l'Energia in tema di scostamento tra Vir e Rab per la valorizzazione delle reti di distribuzione gas in vista delle prossime gare.

Il tema è ormai noto: l'eventuale gestore subentrante dovrà riconoscere a quello uscente il valore industriale residuo degli impianti non pienamente ammortati tecnicamente. I criteri per quantificarlo sono due: il Vir, che è frutto del rapporto contrattuale con l'ente appaltante, e la Rab, ossia il valore a fini regolatori. Il primo è mediamente più alto della seconda. Anche perché, sottolinea non senza malizia il report di Ibl, gli enti appaltanti sono spesso azionisti degli operatori concessionari.

Insomma, costringere i partecipanti alla gara a un sforzo economico più elevato può rappresentare una consistente barriera d'ingresso, a favore di chi ha già la concessione.

Adeguare il Vir alla Rab, sostiene Ibl, esporrebbe al rischio di contenziosi, mentre alzare la Rab al livello del Vir farebbe aumentare i costi per i consumatori e scoraggerebbe comunque la partecipazione alle gare.

L'Autorità ha quindi proposto di introdurre una nuova componente tariffaria che, solo in caso di vincita della gara di un "newcomer", vada a coprire la differenza tra Vir e Rab. Una soluzione che l'Istituto giudica "coerente con gli obiettivi" di promozione della concorrenza, contenimento dei costi e creazione di un ambiente normativo stabile.
Il meccanismo dovrebbe infatti abbassare le barriere d'ingresso, ed il conseguente aumento della concorrenza potenziale dovrebbe contribuire a ridurre i costi, compensando così l'aggravio in bolletta. Infine, verrebbe finalmente definito un quadro normativo e regolatorio certo, nel quale "il valore degli asset sia non ambiguo".

Ora si attende che gli orientamenti dell'Autorità vengano codificati in una delibera.

Da Quotidiano Energia, 20 giugno 2014

Gare gas: bene la soluzione AEEG sul delta VIR/RAB

Le gare per la distribuzione gas sono imminenti: è importante rimuovere gli ostacoli alla contendibilità degli affidamenti, e la soluzione proposta dall’Autorità per l’energia in merito al delta Vir/Rab (cioè la discrasia tra i valori degli asset “contrattualizzati” e quelli “regolati”) appare un ragionevole compromesso nella giusta direzione. Lo sostiene il Policy Paper dell’Istituto Bruno Leoni “A chi ha sarà dato? La distribuzione locale gas, il delta Vir/Rab e la concorrenza” (PDF).
 
Si legge nel Policy Paper: “la proposta dell’Autorità per l’energia di introdurre – qualora la gestione di una rete di distribuzione locale gas fosse affidata a un newcomer in esito a una procedura competitiva – una nuova componente tariffaria a copertura del relativo delta Vir/Rab appare coerente con gli obiettivi che l’Aeegsi è tenuta a perseguire. Tali obiettivi sono la promozione della concorrenza, il contenimento dei costi e la creazione di un ambiente normativo certo e stabile. La distribuzione locale gas, pur essendo stata aperta formalmente alla concorrenza per il mercato sin dal decreto Letta (2000), di fatto arriva oggi, per la prima volta, a misurarsi col mercato. Questo richiede non solo l’indizione di gare disegnate in modo pro-concorrenziale, trasparenti e aperte, ma anche l’eliminazione, per quanto possibile, delle esistenti barriere all’ingresso.”
 
Il Policy Paper “A chi ha sarà dato? La distribuzione locale gas, il delta Vir/Rab e la concorrenza” è liberamente disponibile qui (PDF).

Riprendiamoci le case

Riesplode la questione delle case popolari e del fallimento dell'intervento pubblico in tema di «disagio abitativo». Ma esiste davvero qualcosa che si possa definire in tal modo? Probabilmente no, perché la difficoltà a trovare un'abitazione in affitto è riconducibile a un « disagio economico» che riguarda taluni settori della società. Bisognerebbe allora dare risposte di altro tipo. Che la scelta di costruire case pubbliche sia stata sbagliata è sotto gli occhi di tutti.

I quartieri dell'edilizia popolare costano uno sproposito alla collettività, offrono abitazioni di bassa qualità, creano autentici «ghetti», diventano occasioni per occupazioni illegittime, hanno indici di morosità altissimi.

Ma esiste un'alternativa? L'Istituto Bruno Leoni propone un disegno di riforma basato sulla dismissioni degli immobili pubblici, così da disporre di capitali in grado di generare risorse da destinare alle famiglie in difficoltà. Si tratterebbe di aiuti temporanei (per due anni, ad esempio), che permetterebbero ai beneficiari di scegliere l' abitazione sul mercato. Oggi capita che una famiglia riceva un appartamento a basso canone perché ha i requisiti, e poi resta lì anche quando altri avrebbero più diritto. Dando soldi invece che case, questi problemi verrebbero meno. In tal modo, ci si potrebbe anche liberare di carrozzoni come l'Aler. Succede infatti che una famiglia riceva un appartamento che rappresenta l'equivalente in termini monetari di 600 euro, ma se avesse avuto soldi avrebbe preferito destinare 400 euro alla casa e gli altri 200 per differenti esigenze. Per giunta, con i soldi la famiglia aiutata cercherebbe casa nel quartiere in cui ha affetti e lavoro, e non dovrebbe trasferirsi dove si è liberato un appartamento. Certo anche nell'erogazione di aiuti finanziari ci possono essere abusi, ma è molto più facile smettere di versare un bonifico a chi ha fatto il furbo

Un dato è chiaro: la realtà attuale è uno sfacelo. Sono migliaia gli appartamenti vuoti a causa della cattiva gestione degli enti pubblici. Lo Stato non sa pro dune panettoni, non safarviaggiare i ireni e nemmeno è in grado di amministrare le case. Se vuole mantenere un proprio ruolo in questo ambito si semplifichi il lavoro: venda tutto e crei fondazioni locali che erogano aiuti monetari. Le case di Stato sono una delle molte follie del secolo scorso. Giriamo pagina.

Da Il Giornale, 21 novembre 2014

La multa a Roche e Novartis arriva nell'aula del tribunale

Se non sapete cos' è la maculopatia senile, i nomi Avastin e Lucentis non vi diranno nulla. Ma attorno a questi due farmaci, impiegati per la cura di una grave patologia agli occhi, è da tempo incorso una battaglia. Che ha raggiunto l'acme quando l'Antitrust ha deciso di stangare con una maxi multa da 183 milioni Roche e Novartis.
Il motivo: aver ostacolato la diffusione del farmaco meno caro, l'Avastin (135 euro per un ml), a vantaggio del costosissimo Lucentis (3.200 euro per ml), attraverso una politica di cartello.
Un caso che, oltre a spaccare la comunità scientifica, ha anche allertato le associazioni dei consumatori, in un crescendo di polemiche arrivato fino in Parlamento. D'altra parte, in tempi di spending review c' è una certa ipersensibilità verso i costi della sanità. E infatti l'Authority guidata da Giovanni Pitruzzella, nel dettagliare la sentenza del marzo scorso, metteva l'accento anche sul fatto che la cancellazione per ragioni di sicurezza dell'Avastin, da parte dell'Agenzia italiana del farmaco (Aifa), dai prodotti rimborsabili ha provocato un forte contraccolpo sui bilanci regionali.

Danni stimati in 45 milioni nel 2012, ai quali vanno aggiunti costi futuri di 600 milioni l' anno. I due gruppi farmaceutici hanno sempre respinto le accuse. Sottolineando che l'Avastin, della Roche, era stato elaborato per curare forme di tumore al colon, seppur fosse poi stato impiegato anche in ambito oftalmico off label la procedura che permette la somministrazione di un farmaco per un impiego diverso rispetto a quello per cui è venduto; Lucentis, brevettato da Roche e dato in licenza a Novartis, è invece stato studiato per la degenerazione maculare. Insomma: secondo le Big Pharma non c'è equivalenza tra i due farmaci, come invece obietta l'Antitrust, che imputa a Roche e Novartis, per pure ragioni di profitto, di aver «oscurato» il prodotto più economico.

Dopo che i due colossi elvetici avevano presentato ricorso, della questione sarà chiamato oggi a occuparsi il Tar del Lazio. Ma il caso è finito anche in un paper dell'Istituto Bruno Leoni (Ibl), in cui l' autore, Serena Sileoni, solleva più di un dubbio sulla legittimità dell'Authority a decidere. Dice subito il rapporto: «L'intesa (Novartis-Roche, ndr) viene provata dall'Autorità da una serie di atteggiamenti che, presi singolarmente, mostrano, più che l'intento collusivo, il rispetto della normativa sulla farmacovigilanza». Si chiede dunque l'Ibl: ma davvero l'Antitrust ha la competenza delle autorità che sorvegliano il mercato farmaceutico, necessaria per giudicare una questione così delicata? L'Authority per la concorrenza è in grado di mettere in discussione l'efficacia del sistema di regolazione e controllo del mercato dei farmaci? No, secondo l'analisi. Malgrado ciò, la sentenza non sembra lasciare dubbi circa la sicurezza terapeutica dell'Avastin.

Mettendo dunque in discussione «il ruolo dello delle Autorità preposte alla vigilanza», le sole cui compete stabilire se il comportamento di un'azienda farmaceutica rientra nella norma prassi prudenziale, oppure sia da bollare come atteggiamento anti-concorrenziale.

Da Il Giornale, 5 novembre 2014

Sicurezza e costo dei farmaci: quale priorità dal caso Roche/Novartis?

La decisione dell’Antitrust che nel febbraio 2014 ha condannato due case farmaceutiche per intesa orizzontale merita è parte di una vicenda molto complessa, perché complesso è il settore amministrativo in cui si inserisce. Norme sugli standard di sperimentazione, sull’autorizzazione al commercio e sulla farmacologia si sovrappongono, a quelle sull’uso e la rimborsabilità off label dei farmaci, ed entrambe le tipologie toccano aspetti delicati quali la sicurezza terapeutica, il diritto alla salute e la capacità di spesa pubblica.

Sostiene Serena Sileoni nel Briefing Paper “Il Caso Avastin/Lucentis: La regolazione del commercio dei farmaci, tra tutela della salute e vincoli di spesa pubblica” (PDF) che «La complessa mole di strumenti regolatori e di soggetti istituzionali competenti sul settore sanitario-farmaceutico si giustifica proprio nell’esigenza di trovare il giusto bilanciamento tra questi tre aspetti. Aspetti ben noti alle autorità nazionali e - nel caso italiano - anche europee, sia di vigilanza che giurisdizionali, ma meno note all’Antitrust, la quale, da autorità di garanzia della concorrenza, non ha e non può avere conoscenza delle questioni attinenti alla farmacologia e alla farmacovigilanza.»

«Il caso Avastin/Lucentis - scrive Sileoni - è un casus belli di enorme rilevanza sia pratica - per la diffusione e la serietà delle malattie che curano - sia teorica, per verificare l’efficacia della regolazione del settore farmaceutico» specie in un momento in cui la pretesa universalità dell’obbligo di fornire assistenza sanitaria deve fare i conti con le risorse pubbliche.

Il Briefing Paper “Il Caso Avastin/Lucentis: La regolazione del commercio dei farmaci, tra tutela della salute e vincoli di spesa pubblica” è liberamente disponibile qui (PDF).

Salute e spesa pubblica, quel difficile equilibrio

Questa settimana, il Tar del Lazio deciderà se annullare o confermare la multa di più di 180 milioni con cui l'Antitrust ha condannato Roche e Novartis per avere ostacolato l'uso di un farmaco per curare una malattia dell'occhio molto diffusa tra gli anziani.

La storia
La sanzione è solo un tassello di una lunga contesa tra le due società, da un lato, lo Stato e le regioni dall'altro. Al centro, due farmaci diversi: Avastin, di proprietà Roche, elaborato per la cura di gravi forme tumorali, messo in commercio nel 2005; e Lucentis, in licenza a Novartis, in commercio dal 2007 per curare alcune malattie oculari. Due farmaci diversi, ma accomunati dall'evidenza empirica di essere utili entrambi per curare alcune malattie dell'occhio, al punto che Avastin, prima della commercializzazione di Lucentis, veniva usato off label per quelle malattie (impiego di farmaci già registrati ma usati in maniera diversa rispetto alle caratteristiche del prodotto autorizzato).
L'immissione in commercio di un medicinale specifico ha causato l'estromissione di Avastin dai farmaci rimborsabili dal Sistema sanitario per la cura delle malattie dell'occhio, creando un aumento della spesa sanitaria perché Lucentis è molto più costoso (benché dei 123 milioni di euro di fatturato di Avastin in base alle stime di Roche non più di 2 milioni sono attribuibili ad un utilizzo oftalmico off label).
Sulla vicenda si sono accesi i riflettori dell'opinione pubblica e della politica, e non solo per l'ammontare della multa, la più alta tra le sanzioni dell'Antitrust in materia sanitaria. Essa ha restituito l'immagine consueta della voracità delle case farmaceutiche rispetto alle difficoltà finanziarie del Sistema sanitario. Un'immagine che dissimula una realtà fatta di investimenti privati alla ricerca, senza i quali lo Stato non saprebbe nemmeno con quali farmaci curarci. Solo nel 2013, Roche ha sostenuto investimenti in ricerca clinica in Italia per oltre 30 milioni di euro.

Regole

Ma nella rappresentazione della lotta tra gli interessi particolari di chi fa profitto approfittandosene, e di chi si è incaricato di badare alla nostra salute, anche quando non ne ha (più) le risorse, il caso Avastin/Lucentis è diventato l'occasione per cambiare la legge sull'uso dei medicinali off label.
Il governo, dopo la pronuncia dell'Antitrust, ha modificato la disciplina della rimborsabilità dell'off label estendendola ai casi in cui l'uso comporti risparmi di spesa, anche laddove esista un'alternativa terapeutica autorizzata. Un'estensione che porta nome e cognome del caso Avastin/Lucentis, tanto che, prontamente, Avastin è tornato ad essere rimborsato. Tutto bene quel che finisce bene, dunque?
Non proprio. Visto dalla prospettiva degli obblighi di farmacovìgilanza, il comportamento antíconcorrenziale addebitato alle due imprese non è altro che l'adempimento di doveri precauzionali connessi all'incertezza circa gli effetti collaterali, ancora non pienamente accertati, dell'uso off label di Avastin. L' Antitrust che non ha competenza in materia di farmacovigilanza sembra così esorbitare dai propri strumenti istruttori per fornire un giudizio che diventa un dubbio di inefficienza del sistema di regolazione dei farmaci e delle autorità preposte alla sua vigilanza.
Dall'estromissione dì Avastin dai medicinali rimborsati per la terapia di patologie oculari, è scaturito in realtà un braccio di ferro dovuto alle capacità di spesa farmaceutica che ha visto per protagonisti, oltre alle imprese produttrici e le regioni, anche le autorità politiche, amministrative e giurisdizionali.

Equilibrio
Da questo braccio di ferro, l'impressione che si ricava è che la preoccupazione per la sostenibilità economica della spesa farmaceutica, rischi dí diventare superiore rispetto a quella della sicurezza terapeutica dei medicinali. Lo Stato dovrebbe verificare la sostenibilità del prezzo non meno della tutela della salute dei pazienti.
Tuttavia, l'insistenza sulle esigenze di contenimento dei costi che il caso Avastin/Lucentis ha messo in luce, getta un'ombra sulla capacità dell'attore pubblico di essere il regolatore di un settore di cui è principale acquirente.

Dal Corriere della sera, 3 novembre 2014

Sanità: il Libro Bianco mette a rischio il modello lombardo

La Regione Lombardia ha diffuso, a luglio, un “Libro Bianco sullo sviluppo del Sistema Sanitario e Sociosanitario”, che dovrebbe definire le linee guida per un suo aggiornamento. Pur trattandosi di un documento poco preciso per tutto quel che riguarda gli interventi proposti, le linee di riforma in esso adombrate tuttavia preconizzano la sostanziale compressione di una delle caratteristiche centrali del modello lombardo in sanità: la concorrenza fra pubblico e privato, nella quale si esplica la libertà di scelta dei cittadini.

I contenuti del “Libro Bianco” sono analizzati in dettaglio nel Policy Paper “Quale futuro per la sanita` lombarda? Le proposte confuse del Libro Bianco” (PDF), a cura di Silvio Boccalatte, Fellow dell’Istituto Bruno Leoni.

Colpisce, sottolinea Boccalatte, che il Libro Bianco presenti un quadro fortemente positivo del “modello lombardo” per come si è realizzato negli scorsi anni, salvo auspicarne una radicale revisione. “Le premesse poste dallo stesso Libro Bianco non espongono un quadro tale da legittimare una riforma complessiva, incisiva e rivoluzionaria.”

“Le proposte del Libro Bianco”, spiega Alberto Mingardi, direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni, “paiono spingere la Lombardia verso una maggiore centralizzazione. Questa Regione ha sviluppato, dal 1997, una sanità d’eccellenza, proprio grazie alla competizione fra erogatori di diritto pubblico ed erogatori di diritto privato. Non è un sistema perfetto e sono molti i cambiamenti auspicabili: servirebbe, per esempio, molta più trasparenza. Ma bisogna prestare molta attenzione a che non vengano ridotti gli spazi di concorrenza, dal momento che essa ha assicurato buona qualità delle cure, una spesa più contenuta che altrove, e la libertà di scelta dei pazienti”.

Il Policy Paper “Quale futuro per la sanita` lombarda? Le proposte confuse del Libro Bianco”, a cura di Silvio Boccalatte è liberamente disponibile qui (PDF).

«Sanità, la riforma non fermi la libertà di scelta»

Loro stessi si definiscono liberali, liberisti, individualisti, libertari: «Quel che importa - dicono all'Istituto Bruno Leoni, guidato da Alberto Mingardi - è che a orientare la nostra azione è la fedeltà a quello che Lord Acton ha definito "il fine politico supremo": la libertà individuale». Così nel nuovo paper «Quale futuro per la sanità lombarda? Le proposte confuse del Libro bianco», firmato dal ricercatore Silvio Boccalatte, l'Istituto Bruno Leoni interviene per criticare la riforma della sanità allo studio al Pirellone. Nel mirino, i cambiamenti che possono limitare il margine di manovra della sanità privata: «Le nuove Aziende integrate per la salute (Ais) dovrebbero fornire le prestazioni non più e non tanto in concorrenza, quanto in una forma di "concorrenza e/o collaborazione (coopetition) con gli erogatori privati accreditati" si legge nel loro rapporto -. E una formula ambigua, che potrebbe essere solo un flatus vocis, ma che, al contrario, potrebbe anche significare una grave inversione di tendenza rispetto al modello sanitario che è stato pazientemente costruito in Lombardia negli ultimi vent'anni, prevedendo una maggiore discrezionalità amministrativa nel rilasciare gli accreditamenti e nello stipulare le convenzioni, in un quadro di restaurata subordinazione del privato alle scelte pianificatorie pubbliche». I punti cardine della riforma della sanità criticati sono praticamente gli stessi contro i quali già si sono espressi i big della sanità privata: il pagamento a prestazione, che prevede una tariffa uguale per tutti gli erogatori pubblici e privati, e la nascita delle Ais.

«Quando il Libro bianco affronta il sistema di remunerazione delle prestazioni esordisce con un concetto che proprio non si comprende: "L'organizzazione del prendersi cura del paziente male si concilia con quella del finanziamento delle singole prestazioni che porta concorrenza più che integrazione" rimarca l'Istituto Bruno Leoni -. Desta qualche dubbio che, senza un apparente scopo e solo come premessa alla programmazione di un nuovo sistema di remunerazione, si aggredisca la "concorrenza", etichettata come inadeguata allo sviluppo del sistema sanitario lombardo in relazione con la sfida dell'invecchiamento della popolazione e del corrispondente aumento dell'incidenza delle patologie croniche. Perché la "concorrenza" sia un problema non è dato sapere; perché 'Integrazione" sia qualcosa da preferire non è dato sapere». In sintesi, per l'istituto diretto da Mingardi, per un buon uso delle risorse il ruolo della Regione dovrebbe essere quello di garantire le cure e la loro qualità, «disinteressandosi della natura giuridica degli operatori e lasciando al quasi-mercato la spontanea ricerca dell'assetto migliore». Una visione, per l'appunto, liberista.

Dal Corriere della sera, 23 settembre 2014

Costodellostato.it: dove vanno i nostri soldi

Segui i soldi. È una regola regina per le indagini di ogni genere, appresa grazie a investigatori reali e immaginari, protagonisti delle inchieste giudiziarie e dei romanzi gialli. Ad agosto, sotto l'ombrellone, tra un tuffo e una nuotata, sarete Maigret e Nero Wolfe, Ingravallo e Carvalho, Sheridan e Montalbano dei vostri stessi soldi.

Grazie all'Istituto Bruno Leoni, (il più autorevole centro studi liberale italiano, che porta il nome del grande pensatore che in solitudine negli anni dello statalismo imperante, predicava le virtù del liberalismo), sarà infatti possibile "leggere e scrivere" il romanzo giallo dei propri soldi. Lo potrete fare grazie a un "giochino" presente sul sito www.costodellostato.it preparato dall'istituto. Vi appassionerete al doppio ruolo di vittime ed ispettori. Il romanzo non è lungo e l'assassino è già noto.

Non è un dispetto di chi scrive rivelarvelo in anticipo. Non tappatevi le orecchie anche perché in cuor vostro lo immaginate già: È lo Stato. Anche se non sarà proprio rilassante, vi esortiamo a questa "lettura" che sarà istruttiva e piena di sorprese e magari vi farà tornare dalle vacanze un po' arrabbiati ma certamente più consapevoli di cosa accade ai vostri soldi che lo Stato vi prende con le tasse.

Il dispositivo realizzato dall'Istituto Bruno Leoni parte dall'idea di visualizzare l'ammonimento di Frederic Bastiat, pensatore liberale francese della prima metà dell'Ottocento che viene considerato anche l'ispiratore e precursore della scuola liberale austriaca. «La differenza tra un cattivo economista e un buon economista risiede nel fatto che uno si limita all'effetto visibile, mentre l'altro tiene conto dell'effetto che vede e di quelli che occorre prevedere». L'applicazione infatti cerca di prevedere quanta spesa pubblica riceverete in cambio delle imposte che il socio occulto vi preleva, e quanto gli stessi servizi che vi verranno obbligatoriamente offerti dallo Stato, sarebbero costati con gli stessi standard dei paesi dell'Eurozona o dell'Europa a 27. Insomma, nel vostro personalissimo libro giallo scriverete e scoprirete quante gocce del vostro sudato lavoro vi verranno sottratte dallo Stato, e quanto vi ritorna in termini di servizi e soprattutto verrà misurato quanto inefficiente sia lo Stato italiano rispetto a un qualsiasi prudente gestore di fondi privati oppure rispetto agli altri paesi europei, con o senza euro.

Il meccanismo approntato, avverte l'istituto, è maggiormente attendibile per i redditi vicino alla media che non per quelli estremi, e tuttavia è più che realistico rispetto ai risultati sia in termini d'inefficienza di spesa pubblica sia per il computo dell'acquisto degli stessi servizi. In più è assai preciso nel calcolare lo "spread" tra gli stessi servizi offerti obbligatoriamente da altri Stati in area euro o in quella dell'Europa a 27. Insomma se poteste comprarvi autonomamente i servizi che lo Stato vi offre con le vostre tasse sareste più ricchi. Non avreste quella che in gergo si chiama una "perdita secca", e vi rendereste conto che in media se lavoraste in un altro Stato dell'Unione o dell'area euro comunque i soldi prelevati dallo Stato dal vostro reddito sarebbero spesi per voi in maniera assai più efficiente.
L'applicazione è semplice da usare, basta scrivere età, sesso e ovviamente reddito. Attendete qualche secondo e vi appare il calcolo di quanto ho cercato di spiegare. Cioè, numeri alla mano, in che misura lo Stato italiano sia sprecone. Poi vai a biasimarli i tedeschi. Non spaventatevi delle cifre però, perché il calcolo riguarda la vostra vita lavorativa attesa, cioè il vostro livello di reddito moltiplicato per gli anni che vi restano prima della pensione.

Ecco, all'apparir della quantità di soldi che darete allo Stato in futuro e alla consistenza del gap di efficienze dei vostri soldi, presi dalle vostre tasche ma sprecati dallo Stato, siete autorizzati a sovrapporre tutte le facce che vorrete, dal Premier Renzi al ministro dell'economia Padoan, dal volto angelico del ministro della Funzione Pubblica Marianna Madia, a quello sciupato di Maurizio Lupi, se avete tendenze mistiche è possibile che vi immaginiate quello gravato dalla sofferenza del Sottosegretario alla presidenza Graziano Del Rio. I più bonari avranno di fronte a loro l'immagine gaudente e rubizza dell'ex presidente delle Coop e ministro del Lavoro Poletti. Ah, dimenticavo che i senza lavoro, i precari e i disoccupati non avranno l'opportunità di arrabbiarsi sotto il sole d'agosto.

Certo, l'inefficienza italiana non è solo una responsabilità dell'ultimo governo, parte da più lontano, da anni di pressione fiscale sempre più ossessiva e una sinistra visione statalista della società, da scelte industriali scellerate, da aperture lasche all'immigrazione, dal sostegno statale alle aziende decotte, da assetti pubblicistici per monopoli inefficienti fino a giungere alle assunzioni pubbliche scriteriate.

Tipo Alitalia, Rai, per intenderci, solo per citare alcuni casi ancora da risolvere. Tutto questo è stato possibile grazie alle cambiali del debito pubblico rinnovate di volta in volta, fino a quando la montagna del debito pubblico non ha oscurato il sole e l'inefficienza di una spesa pubblica incontrollata, pronta a rispondere alle peggiori rivendicazioni sindacali e clientelari, si è scontrata con la nascita della moneta unica, per di più a un tasso di cambio irragionevole. Ora però a dirigere l'Italia ci sono Renzi & soci, e governare comporta onori ed oneri. Dal giorno dell'insediamento sono ormai passati più di cinque mesi e di risultati se ne sono visti pochi, per non dire zero. Al debito si è aggiunto altro debito ed altra spesa inutile, come gli 80 euro, che non hanno generato alcun effetto sui consumi, visto l'impatto pari a zero sulla crescita attesa. Anzi probabilmente sono stati un fattore addirittura negativo. Né il governo Renzi con il suo frenetico agitarsi in tema di riforme e "spending review" è riuscito a produrre una sola riforma. Di Cottarelli poi si sono perse le tracce nelle nebbie mattutine di questa estate dove il sole fatica ad imporsi. Anche lui ha una bella faccia da inserire nel vostro giallo estivo che volge ormai all'epilogo, è scritto bene e scorre come un racconto di sir Arthur Conan Doyle.

D'altronde la ricerca dell'efficienza dei vostri soldi è facile da fare e da capire, ma non vi adombrate però, anche perché al vostro ritorno con tutta probabilità vi attende un nuovo e più cruento delitto, ed il killer si chiamerà "Legge di Stabilità".

Farete questo brutto incontro il 20 settembre, giorno in cui il governo ne renderà noto il quadro complessivo. Penserete al "dispositivo" del Bruno Leoni e guarderete alla legge di Stabilità con la consapevolezza dei giallisti esperti. Non sarete più sotto l'ombrellone ma un ritornello vi ronzerà in testa: Segui i soldi. Anche perché sono i tuoi.

Da Area, agosto 2014

Perchè seppellire l'unica riforma liberale (utile alla gente e all'erario) che è stata fatta in questo Paese?

Premetto che sono un estimatore, e amico, di un giovane, per dirlo in termini calcistici, «un '80», Alberto Mingardi: non è né un Erasmus, né un Telemaco, ma semplicemente una delle menti più lucide fra i nostri giovani, per di più un liberale come me, anche se più «puro» di me.

Alberto, che scrive indifferentemente sul Wall Street Journal o sui grandi giornali italiani, ha pubblicato sul Corriere un pezzo esemplare sulla Sanità Lombarda che invito tutti a leggere; purtroppo nessuno ha sollevato il dibattito che il tema imponeva. Confesso pure che c'è un aspetto egoistico da parte mia nell'affrontare questo tema: pur vivendo in Svizzera, alla mia età sapere che al di là del confine, che attraverso di frequente, posso finire sia in un nosocomio pubblico che in uno privato, con la certezza di avere lo stesso trattamento, mi tranquillizza. Alla luce del recente «Libro Bianco» sul sistema socio-sanitario in Lombardia, del Governatore Maroni, temo che non sarà più così, e ciò mi preoccupa molto.

Leggi il resto su Italia Oggi, 23 luglio 2014

Sanità lombarda, i rischi di cambiare

Il servizio sanitario, in Lombardia come altrove, è ampiamente perfettibile. E tuttavia la nostra Regione appare in grado di garantire cure di elevata qualità, a fronte di un impegno non superiore al 5% del suo Pil. Che quello lombardo sia un «modello» ce lo conferma un dato: siamo la Regione che più attrae pazienti da altre Regioni.

Questo felice stato di cose è possibile in virtù della particolare interpretazione che la Lombardia, nel 1997, ha dato delle «riforme» della sanità italiana. Mentre a livello nazionale, attraverso le Asl, lo Stato produce, eroga e controlla tutte le prestazioni, da noi aziende sanitarie locali e aziende ospedaliere sono state mantenute distinte.

In questo modo, si è tentato di eliminare (per carità, solo in parte con successo) il conflitto d'interesse in capo all'ente pubblico che pianifica, paga, fornisce e regolamenta il servizio, e di dare sostanza al principio della libertà di scelta del luogo di cura. Ciò ha consentito lo sviluppo di erogatori di diritto privato che non svolgono un ruolo residuale, ma che forniscono servizi di elevata complessità: dall'urgenza-emergenza (chi abbia bisogno del n8, a Milano, ha il 50% di probabilità di finire in un ospedale privato) all'oncologia e alla chirurgia cardiovascolare.

Neanche in Lombardía esiste un «mercato» della sanità: le prestazioni vengono sempre pagate con le nostre tasse. Eppure, quegli elementi pro-concorrenziali che sono stati introdotti ormai diciassette anni fa hanno consentito di mantenere i conti in ordine e di sviluppare una rete ospedaliera di prim'ordine.

Nel «Libro bianco» diffuso dalla Regione si dà conto dei successi del «modello lombardo». Nello stesso tempo, però, se ne propone una rapida conversione in una specie di «modello tosco-emiliano 2.0». Si va nella direzione di una forte centralizzazione, con la Regione che assume sempre più funzioni di «regia» (ma non è proprio a una «regia» regionale troppo presente che si debbono gli scandali degli ultimi anni?). Si immagina un superamento, almeno parziale, del pagamento a prestazione: essenziale strumento di trasparenza.

L'ostilità al privato porta persino alla bonifica lessicale: le aziende sanitarie locali tornano ad essere «agenzie».

Il «modello lombardo» non è perfetto. Serve più trasparenza (a cominciare dai bilanci delle Asl), e più competizione fra pubblico e privato, e fra privato e privato.

E vero, come si legge nel «Libro bianco», che i bisogni sanitari dei lombardi potrebbero variare, a causa dell'invecchiamento della popolazione. Chi l'ha detto che la risposta più efficace, però, è accentrare e pubblicizzare, quand'anche a livello regionale? La Lombardia ha fatto da apripista a realtà diverse in Europa, dalla Germania alla Spagna all'Olanda, che hanno usato, in modo diverso, la concorrenza e il privato per contenere i costi e salvare il servizio universale dai morsi della spending review. Nella sua segnalazione per la legge annuale della concorrenza, l'Antitrust ha raccomandato, in buona sostanza, la «lombardizzazione» della sanità italiana. Perché, proprio adesso, dovremmo «italianizzare» la sanità lombarda?

Da Corriere della sera, 17 luglio 2014

La risposta del Presidente Roberto Maroni è disponibile QUI.

Le tasse nuocciono gravemente alla salute

Il governo Renzi ha preso in mano la scure: sembra sia arrivato finalmente il momento della "spending review", di una revisione certosina della spesa pubblica, per sanare gli sprechi e eliminare le sacche di rendita. Nel contempo, però, il governo è apparso determinato a non toccare la spesa sanitaria. Politicamente, è stata una grande vittoria del ministro Lorenzin: possibile proprio perché il servizio sanitario nazionale era già stato oggetto di tagli significativi, negli scorsi anni.

Attenzione, però. La possibilità di soddisfare quelli che saranno in futuro i nostri bisogni di "pazienti" non è salva e anche questo governo le ha inferto un colpo. In parte, perché è stato detto alle Regioni di mettere mano al proprio bilancio: e all'incirca il 70% del bilancio delle Regioni consta, per l'appunto, di spese per la sanità. Ma soprattutto perché il governo con una mano ha dato e con l'altra ha tolto: con una mano ha "restituito" ( il primo ministro ha fatto benissimo ad utilizzare questo verbo) 80 euro al mese ai contribuenti al di sotto della soglia di 25.000 curo l'anno di reddito. Con l'altra ha aumentato la tassazione sulle cosiddette "rendite finanziarie". L'imposta al 26% colpirà anche gli interessi su conti correnti, depositi a risparmio e certificati di deposito. In più grava sui risparmiatori un'imposta di bollo che è una piccola patrimoniale del 2 per mille. Paradossalmente, questa escalation di imposte è stata salutata con quasi unanime favore.

Il principio che si debbano alzare le tasse sul risparmio per abbassare quelle sul lavoro sottende un'idea curiosa. Che, cioè, alcuni di noi siano "risparmiatori" e altri siano "lavoratori", come alcuni di noi sarebbero "consumatori" e altri "produttori". Ma basterebbe guardarci allo specchio la mattina per comprendere che le cose non stanno proprio così. Il lavoratore dipendente, è vero, ha un reddito falcidiato dalle troppe imposte. Quel che gli rimane, dopo che lo Stato ha preso tutto quel che pretende, lo utilizza per pagare l'affitto, la benzina della macchina, portare il pane in tavola, mandare i figli a scuola, e ogni tanto uscire a mangiare una pizza. Ma lo stesso lavoratore tenta di accantonare, per quel che può, una parte del reddito guadagnato.
E a maggior ragione lo fa in un periodo come questo, nel quale si sente sovrastato dall'incertezza e ha l'impressione che l'andamento futuro dei suoi redditi dipenda da cose più grandi di lui (le banche riprenderanno a prestare denaro? si faranno gli Eurobond? si liberalizzerà il mercato del lavoro? eccetera).

Il ministro Lorenzin è stata abilissima ad evitare tagli al comparto sanitario nell'anno 2014, ma tutti sappiamo che la spesa sanitaria nel nostro Paese tende a crescere. La ragione è di carattere demografico: siamo un Paese che invecchia, e ci tiene ad invecchiar bene. Tutti sappiamo anche che i nostri conti pubblici sono precari: non basta qualche sforbiciata per metterli in sicurezza. Il debito pubblico l'anno prossimo sarà il 136% del PIL. E' quasi inevitabile che altre correzioni saranno necessarie.

Non è improbabile, pertanto, che un giorno i cittadini saranno chiamati a partecipare in misura vieppiù rilevante alle spese per la sanità. Il perimetro del servizio universale si restringerà. Ciò può avvenire in modo trasparente, o in modo opaco, per esempio attraverso le liste d'attesa.

In un caso e nell'altro, tassare oggi il risparmio significa ridurre i risparmi che saranno nelle nostre disponibilità. Avremo meno risorse dalle quali attingere, anche per pagarci cure e aiuti in campo medico-sanitario. Le tasse nuocciono gravemente alla salute.

Da Mondo Salute, giugno 2014
Twitter: @amingardi

Moralisti masochisti

Lo stato moralizzatore sta uccidendo lo stato biscazziere. Già, perché il prezzo delle campagne salutiste contro il fumo, contro l'uso smodato dell'auto o contro la dipendenza dal gioco lo paga direttamente l'erario in termini di minore gettito. Lo scorso anno si sono incassati 670 milioni di euro in meno in tasse sulle sigarette. Dal capitolo carburanti manca all'appello circa un miliardo. Mentre 1,2 miliardi è l'introito perso dal gioco. In totale si sfiora un deficit di tre miliardi. Un po' troppo per un paese che ha lanciato il lotto su scala nazionale appena due anni dopo l'Unità d'Italia, nel 1863, anche per ripagare la ricostruzione e i debiti contratti dopo le campagne sabaude.

Di solito, gli economisti consigliano di tagliare i costi fissi per riequilibrare i ricavi. Lo stato invece persevera nella direzione opposta, un brutto vizio. Siccome gli italiani comprano marche di sigarette meno note pur di risparmiare, il governo si accinge a riequilibrare il sistema delle accise nella parte fissa, con il risultato che le cosiddette "nazionali", le bionde a buon mercato, potrebbero costare da ottobre anche un euro in più. Questo almeno prevede la delega fiscale, alla quale è legata anche la proposta di un balzello fisso di 6,5 euro sulle ricariche di nicotina liquida per le sigarette elettroniche. Al riguardo i produttori dell'Anafe (Associazione nazionale produttori fumo elettronico) hanno fatto notare che ogni confezione costa 6 euro, ergo il costo complessivo raddoppierebbe. E se per la benzina si attende di capire cosa dirà l'Europa, la delega porterà in autunno l'esecutivo ad aumentare la tassazione sui giochi per finanziare un apposito fondo contro la ludopatia. Intanto i sempre litigiosi Federvini, Assodístil, l'Istituto nazionale grappa e Assobirra si sono unite per bloccare le nuove accise su lieviti e fermentati, che entro il 2015 dovrebbero salire del 30 per cento.

Carlo Lottieri, filosofo libertario che in "Credere nello Stato?" (Rubbettino) ha analizzato tutti i limiti del centralismo e della regolamentazione statuale sorda e settaria, vede qui "un'applicazione pratica della Curva di Laffer (che arriva a un punto morto quando una tassa non produce più il gettito sperato, ndr). Ma oltre a disincentivare i consumi, lo stato, con la sua ipocrisia, prova anche a dissimulare i suoi veri obiettivi. E non lo fa soltanto con la leva più pratica, quella delle accise. Vedi ad esempio la campagna per portare al 20 per cento la percentuale di succo concentrato nelle bibite a base di arancia, campagna concretizzatasi con un primo passaggio parlamentare in queste settimane. La motivazione non è tutelare la salute dei bambini, perché assumono poche vitamine, ma assecondare le lobby dei produttori di agrumi", dice Lottieri al Foglio.
Più che la vicenda in sé, quello che irrita Lottieri, è "la scarsa considerazione dello stato verso i suoi cittadini: cosa credono, che gli italiani sono così stupidi che quando comprano la Fanta pensano poi di bersi una spremuta di arance fresche?". Gli italiani forse saranno meno sensibili dell'allievo prediletto di Sergio Ricossa e Gianfranco Miglio. Certo è che hanno risposto all'elevata pressione fiscale dello stato nella maniera più aggressiva a loro disposizione: complice la crisi, hanno smesso (o quasi) di fumare, prendono i mezzi pubblici o fanno lunghe camminate per risparmiare carburante, o hanno iniziato a diffidare della potenza del Superenalotto.

La deriva della clandestinità, secondo Ibl
Il fallimento delle campagne moralizzatrici, come detto, è tutto nei numeri. Lo scorso anno gli ex fumatori sono saliti a quota 6,6 milioni, anche perché circa mezzo milione è passato alle sigarette elettroniche. Risultato? Nonostante Iva e accise coprano il 76,5 per cento del prezzo totale di un pacchetto, l'erario ha incassato 670 milioni in meno rispetto all'anno precedente. Una perdita alla quale va aggiunto lo smacco subito dopo che il Tar del Lazio ha bloccato la maxi aliquota del 58,5 per cento sulle sigarette elettroniche, con la quale lo stato pensava di incassare un miliardo di euro. Sono diminuiti anche il consumo di benzina (meno 5,7 per cento) e quello di gasolio (del 4,7 per cento), facendo crollare di un miliardo il prelievo fiscale e dell'Il per cento il fatturato del settore.
Uno stato di cose che ha spinto grandi famiglie del settore come i Garrone a riconvertirsi alle energie rinnovabili. Sul versante del gioco soltanto il Poker online mantiene alto (87 miliardi di euro) il livello delle entrate. Ma gli economisti Andrea Giuricin e Lucio Scudiero in un focus scritto per l'Istituto Bruno Leoni, think tank torinese di stampo liberista, sostengono che "ulteriori incrementi delle imposte potrebbero nuovamente rendere attrattivo il gioco illegale". Qualcosa del genere sta già succedendo con il contrabbando di sigarette.

Da Il Foglio, 2 luglio 2014

A Londra le free school offrono un banco anche a chi si trova in un «buco nero». Dove lo Stato, da solo, non arriva

A Richmond, quartiere benestante nel sudovest di Londra, c’era un «buco nero». Così gli inglesi chiamano le zone della città dove le scuole non sono facilmente raggiungibili dalla comunità locale. E a patirne maggiormente i disagi erano soprattutto le famiglie meno agiate e i loro figli. Se lo Stato avesse voluto costruire una scuola statale in quell’area avrebbe dovuto spendere 6 milioni di sterline. Ma grazie alle free school, le scuole lanciate dal governo inglese sul modello delle charter school svedesi e statunitensi, ne ha spesi solo 4,5 di milioni. Risparmiando, oltre al tempo, il 25 per cento di spesa.

A raccontare la storia di quella scuola, la Thomson House School, che sorge all’interno di una vecchia chiesa a lato della ferrovia, è Matteo Rossetti, milanese trentasettenne, trapiantato oltremanica dai tempi dell’università, che di quell’istituto è il fondatore, nonché presidente del consiglio di amministrazione, in occasione di una tavola rotonda organizzata ieri a Milano dall’Istituto Bruno Leoni. Un’occasione interessante per illustrare anche in Italia l’efficienza di questo innovativo esempio di autonomia scolastica.

Leggi il resto su Tempi.it, 17 giugno 2014

Oltre la maturità: vogliamo le “free school” pure in Italia

A parte questi giorni in cui si parla di maturità, il dibattito sulla scuola è sempre incentrato sulla dicotomia fra scuola pubblica e privata, fra i suoi (pochi) sostenitori e i (molti) detrattori. Quello che non si tiene in debita considerazione è che fra i due modelli può esserci benissimo una “terza via”: la scuola libera, finanziata dallo Stato che ne garantisce la fruizione a tutti, ma gestita da privati.

Un’esperienza che, in Inghilterra (dove l’ha introdotta il governo thatcheriano di David Cameron), funziona benissimo. A raccontarlo, in occasione del Breakfast meeting dell’Istituto Bruno Leoni di oggi a Milano, Matteo Rossetti, italo-inglese fondatore della Thomson House una primary free school (scuola elementare libera) a Richmond, pochi chilometri da Londra.
Cosa cambia rispetto a una scuola tradizionale?

Leggi il resto su L'Intraprendente, 17 giugno 2014

Portafogli da svecchiare

Per i fondi pensione è l'ora di cambiare i portafogli. Pur essendo diventato quest'anno maggiorenne, il decreto 703 sui limiti agli investimenti è del 1996, ha appena compiuto 18 anni, non è più adeguato ai tempi perché figlio di un'epoca lontana anni luce da quella attuale. Basti pensare che la norma sulla copertura valutaria del 703 menziona ancora l'eco quale valuta di riferimento domestico. E dopo una gestazione di diversi anni adesso tutto sembra pronto perché le nuove regole sulle gestioni previdenziali vedano la luce. Dopo la pronuncia del Consiglio di Stato del 4 febbraio, pare «oggi corretto affermare che vi siano finalmente tutti gli elementi per considerare l'adozione del nuovo 703 esclusivamente una questione di tempo», afferma Paolo Pellegrini nell'ultima newsletter del Mefop. Non solo. «Un'ulteriore ragione di urgenza è rappresentata dalla circostanza che dopo l'aggiornamento del 703 per i fondi pensione, seguirà la messa in consultazione del nuovo 703 per le casse, vale a dire il provvedimento di regolamentazione dei limiti agli investimenti, conflitti di interesse e banca depositaria, rivolto alle casse professionali.
L'adozione di questo secondo provvedimento, cui le istituzioni stanno lavorando, è particolarmente pressante, atteso che in questa fase le casse professionali stanno modificando la loro politica di investimento e avrebbero tutto l'interesse di conoscere quanto prima le disposizioni di cui dovranno tenere conto», aggiunge Pellegrini. Quanto alle indicazioni del Consiglio di Stato, i tecnici di Palazzo Spada, pur indicando alcuni possibili miglioramenti del testo, hanno sostanzialmente confermato l'impianto normativo del nuovo 703. «Va premesso che le nuove regole entreranno in vigore dopo un regime transitorio di 18 mesi, adattarsi non dovrebbe comportare quindi problemi particolari», aggiunge Pellegrini.
Quali le novità? «Nel nuovo testo, pur mantenendo principi e criteri di gestione analoghi a quelli attuali, l'obbligo di esporre un parametro obiettivo di riferimento viene riferito non più necessariamente al benchmark, quando questo tipo di indicatore non è coerente con gli obiettivi e la politica di investimento posta in essere dal fondo pensione. Questa previsione normativa, apre di fatto a gestioni alternative a quelle a benchmark, prevalentemente adottate oggi dai fondi pensione», spiega Pellegrini. L'idea di fondo del decreto è quella opposta al vecchio 703 perchè non si danno ex ante molti limiti quantitativi agli investimenti, ma si pone l'accento sul controllo dei rischi dando maggiore libertà al gestore. «Il nuovo decreto rende l'investimento più libero, ma si tratta tuttavia di una libertà che implica una maggiore responsabilità. Al di là delle residue restrizioni quantitative, è tendenzialmente ammesso , qualsiasi tipo di investimento a patto che il fondo sia in grado di gestire, in caso di gestione diretta, o controllare, per la gestione convenzionata, l'andamento della gestione», sottolinea Pellegrini.

Il tutto sotto il controllo della Covip che nel frattempo ha emanato le nuove regole sul documento sulla politica degli investimenti. In sostanza rispetto al decreto 703/96, che limitava l'universo investibile a un numero chiuso di attività, le nuove norme appaiono ben più ampie «riferendosi a categorie giuridiche note e potenzialmente suscettibili di coprire l'intero universo investibile: strumenti finanziari, oicr, depositi bancari, derivati. Restano non ammesse, invece, le vendite allo scoperto e le operazioni in derivati equivalenti a vendite allo scoperto», avverte Pellegrini. Restano soltanto alcuni limiti quantitativi, come si diceva. «In particolare si prevede un limite minimo agli investimenti in strumenti quotati pari al 70%, equiparando comunque gli oicr (fondi e sicav, ndr) armonizzati aperti agli strumenti quotati. Si prevede, poi, un limite di concentrazione del 5% in titoli emessi da un unico emittente, portato al 10% per gli investimenti nel gruppo, che però non opera per i titoli di Stato», prosegue Pellegrini. Mentre gli investimenti non in euro sono possibili fino al 30% del totale, un livello inferiore all'attuale pari a due terzi del portafoglio. «I derivati, come oggi, sono ammessi se utilizzati per finalità di copertura o gestione più efficiente. Si prescrive, però, che i contratti siano stipulati con una controparte centrale», spiega ancora Pellegrini.

Merita attenzione anche la disciplina degli investimenti in fondi. «In linea generale il ricorso agli oicr è ammesso - a patto che il fondo motivi le ragioni che lo hanno indotto a tale forma di investimento, ad esempio per le dimensioni ridotte del portafoglio», dice Pellegrini. Ci sono anche limitazioni. Ad esempio l'investimento in fondi chiusi e alternativi va contenuto entro il 20% del patrimonio del fondo pensione e il 25% del patrimonio del fondo chiuso o alternativo oggetto di investimento. Restano ferme le deroghe previste per i preesistenti. «Qualche ulteriore ritardo nell'approvazione, non più di qualche settimana, potrebbe arrivare per la necessità di tenere conto del recepimento della direttiva Aifind in materia di fondi alternativi, appena introdotta con il decreto 44 del 4 marzo 2014. Nel frattempo, il 27 marzo è stata approvata la proposta di revisione della Direttiva sugli enti pensionistici aziendali e professionali (Iorp II). Rispetto alle nuove proposte la normativa italiana risulta già molto avanzata, sotto più punti di vista. Alcuni aspetti, tuttavia, se saranno confermati nel testo finale, ci richiederanno l'adozione di qualche accorgimento, ad esempio sulla governance per la quale si prevede l'obbligo di pubblicità delle politiche di remunerazione degli organi direttivi. Qualche ritocco», conclude Pellegrini, «riguarderà anche la parte relativa alla gestione finanziaria, per la quale è stata annunciata la prossima adozione di una comunicazione relativa all'incoraggiamento di investimenti di lungo periodo».

Proprio sul ruolo che il risparmio previdenziale può svolgere per la crescita dell'economia reale italiana si concentrerà tra l'altro la relazione 2013 della Covip che sarà presentata a Roma il prossimo 28 maggio dal neopresidente Rino Tarelli. Il tema del contributo che possono dare i fondi pensione all'economia reale è anche al centro di un'analisi curata da Silvio Bencini, partner di European investment consulting, per l'Istituto Bruno Leoni «La discussione intorno al contributo che i fondi pensione potrebbero dare al rilancio dell'economia ruota intorno a un tema più specifico», sottolinea Bencini, «e cioè all'investimento in fondi chiusi». Bencini spiega che con questo termine si intendono veicoli che, avendo come obiettivo l'acquisto di attività illiquide come immobili o azioni di società non quotate, hanno un ciclo di vita predeterminato, con una fase di investimento e una di graduale distribuzione del capitale e degli utili agli investitori. «Questo tipo di investimenti ha una serie di caratteristiche che li rendono molto adatti al portafoglio dei fondi pensione, tanto che rappresentano il 27% del patrimonio dei fondi americani e il 16,5% dei fondi europei», aggiunge l'esperto. Bencini ricorda che, anche se la normativa consente dal 1996 l'investimento in fondi chiusi fino al 20% del patrimonio, i fondi pensione italiani hanno fino ad oggi investito in questi veicoli in misura marginale (pressoché nulla nel caso dei fondi negoziali), e inferiore al peso che anche il più prudente consulente assegnerebbe a questi investimenti. «Si apre dunque uno spazio sicuramente interessante, che concilia il bisogno dei fondi pensione di rendimenti più elevati con bassa volatilità con la domanda di finanziamenti dell'economia italiana. Il tutto ricordando che l'obiettivo deve essere l'efficienza del portafoglio», dice Bencini.

La presenza di fondi pensione italiani in questa nuova arena che si sta aprendo, ma man mano che si riduce il ruolo delle banche nel finanziamento dell'economia a favore di forme di raccolta più diretta da parte delle imprese, con bond o mini bond, sarà importante per tutelare tutti gli attori. «Il mercato del credito e delle infrastrutture non può svilupparsi se non attraendo i flussi di capitale che dall'estero sono pronti a cogliere le opportunità offerte dal credit crunch nel Sud Europa» spiega Bencini, «dalle migliaia di Pini italiane in cerca di capitale per crescere e dal deficit infrastrutturale accumulato, in questi anni, in diversi Paesi europei. In questo ambito i fondi pensione possono dare un contributo importante, sia spingendo affinché le operazioni siano, come si dice, di mercato, cioè che presentino un'opportunità di guadagno indipendentemente da considerazioni politiche, sia agendo come primi investitori rispetto agli investitori esteri». Secondo Bencini, a queste condizioni un poco di home bias (tendenza a investire nei titoli domestici) da parte dei fondi pensione italiani potrebbe costituire un'opportunità per l'economia italiana. Anche perché in tutto il mondo si registra una preferenza degli investimenti domestici da parte dei gestori istituzionali molto più pronunciata che in Italia.

Da Milano Finanza, 26 maggio 2014

Nuova convenzione Agenzia delle Entrate: un passo avanti?

Nella convenzione triennale tra il ministero dell’economia e l’Agenzia delle entrate per la dotazione finanziaria a carico del bilancio statale compare la voce della quota incentivante, che consente la corresponsione di compensi premiali per il personale dell’Agenzia al raggiungimento degli obiettivi fissati dalla convenzione stessa.

Nel Focus IBL “A pensar male... la dotazione finanziaria dell’Agenzia delle entrate” (PDF) Serena Sileoni, vice direttore dell’Istituto Bruno Leoni sostiene che dall’analisi delle ultime due convenzioni “viene naturale chiedersi quanta malizia vi sia nel pensare che lo zelo con cui negli anni appena passati l’Agenzia delle entrate ha spedito avvisi di accertamento e combattuto l’evasione sia stato in parte anche incentivato, è il caso di dirlo, dal premio finale”. L’ultima convenzione corregge in buona parte questo metodo, benché, continua Sileoni, i funzionari pubblici non dovrebbero essere solo premiati se adempiono correttamente ai loro uffici, ma dovrebbero anche essere sanzionati quando non lo fanno. Ciò è tanto più vero per un’amministrazione, come quella fiscale, che si confronta con i contribuenti in un rapporto impari.”

Il focus “A pensar male... la dotazione finanziaria dell’Agenzia delle entrate” di Serena Sileoni è liberamente disponibile qui (PDF).

Salute e spesa pubblica, quel difficile equilibrio

Questa settimana, il Tar del Lazio deciderà se annullare o confermare la multa di più di 180 milioni con cui l'Antitrust ha condannato Roche e Novartis per avere ostacolato l'uso di un farmaco per curare una malattia dell'occhio molto diffusa tra gli anziani.

La storia
La sanzione è solo un tassello di una lunga contesa tra le due società, da un lato, lo Stato e le regioni dall'altro. Al centro, due farmaci diversi: Avastin, di proprietà Roche, elaborato per la cura di gravi forme tumorali, messo in commercio nel 2005; e Lucentis, in licenza a Novartis, in commercio dal 2007 per curare alcune malattie oculari. Due farmaci diversi, ma accomunati dall'evidenza empirica di essere utili entrambi per curare alcune malattie dell'occhio, al punto che Avastin, prima della commercializzazione di Lucentis, veniva usato off label per quelle malattie (impiego di farmaci già registrati ma usati in maniera diversa rispetto alle caratteristiche del prodotto autorizzato).
L'immissione in commercio di un medicinale specifico ha causato l'estromissione di Avastin dai farmaci rimborsabili dal Sistema sanitario per la cura delle malattie dell'occhio, creando un aumento della spesa sanitaria perché Lucentis è molto più costoso (benché dei 123 milioni di euro di fatturato di Avastin in base alle stime di Roche non più di 2 milioni sono attribuibili ad un utilizzo oftalmico off label).
Sulla vicenda si sono accesi i riflettori dell'opinione pubblica e della politica, e non solo per l'ammontare della multa, la più alta tra le sanzioni dell'Antitrust in materia sanitaria. Essa ha restituito l'immagine consueta della voracità delle case farmaceutiche rispetto alle difficoltà finanziarie del Sistema sanitario. Un'immagine che dissimula una realtà fatta di investimenti privati alla ricerca, senza i quali lo Stato non saprebbe nemmeno con quali farmaci curarci. Solo nel 2013, Roche ha sostenuto investimenti in ricerca clinica in Italia per oltre 30 milioni di euro.

Regole

Ma nella rappresentazione della lotta tra gli interessi particolari di chi fa profitto approfittandosene, e di chi si è incaricato di badare alla nostra salute, anche quando non ne ha (più) le risorse, il caso Avastin/Lucentis è diventato l'occasione per cambiare la legge sull'uso dei medicinali off label.
Il governo, dopo la pronuncia dell'Antitrust, ha modificato la disciplina della rimborsabilità dell'off label estendendola ai casi in cui l'uso comporti risparmi di spesa, anche laddove esista un'alternativa terapeutica autorizzata. Un'estensione che porta nome e cognome del caso Avastin/Lucentis, tanto che, prontamente, Avastin è tornato ad essere rimborsato. Tutto bene quel che finisce bene, dunque?
Non proprio. Visto dalla prospettiva degli obblighi di farmacovìgilanza, il comportamento antíconcorrenziale addebitato alle due imprese non è altro che l'adempimento di doveri precauzionali connessi all'incertezza circa gli effetti collaterali, ancora non pienamente accertati, dell'uso off label di Avastin. L' Antitrust che non ha competenza in materia di farmacovigilanza sembra così esorbitare dai propri strumenti istruttori per fornire un giudizio che diventa un dubbio di inefficienza del sistema di regolazione dei farmaci e delle autorità preposte alla sua vigilanza.
Dall'estromissione dì Avastin dai medicinali rimborsati per la terapia di patologie oculari, è scaturito in realtà un braccio di ferro dovuto alle capacità di spesa farmaceutica che ha visto per protagonisti, oltre alle imprese produttrici e le regioni, anche le autorità politiche, amministrative e giurisdizionali.

Equilibrio
Da questo braccio di ferro, l'impressione che si ricava è che la preoccupazione per la sostenibilità economica della spesa farmaceutica, rischi dí diventare superiore rispetto a quella della sicurezza terapeutica dei medicinali. Lo Stato dovrebbe verificare la sostenibilità del prezzo non meno della tutela della salute dei pazienti.
Tuttavia, l'insistenza sulle esigenze di contenimento dei costi che il caso Avastin/Lucentis ha messo in luce, getta un'ombra sulla capacità dell'attore pubblico di essere il regolatore di un settore di cui è principale acquirente.

Dal Corriere della sera, 3 novembre 2014

Le frequenze? Sono beni economici, siano vendute

Per decenni, l'amministrazione dello spettro elettromagnetico è stata un affare relativamente semplice, dovendo accomodare quasi esclusivamente le trasmissioni radiotelevisive, tipicamente in regime di monopolio.
La nascita dell'emittenza privata, prima, e della telefonia mobile, poi, ha aumentato la domanda di banda, richiedendo e talvolta imponendo una cornice più articolata; al contempo, l'innovazione tecnologica ha fatto spazio per nuovi pretendenti, consentendo a parità di contenuti un più parco utilizzo delle risorse.

E' il tema del cosiddetto dividendo digitale: come distribuire tale sopravvenienza è materia controversa. Assegnarla alle comunicazioni mobili sulla scia del percorso intrapreso con la banda a 800 MHz nel nostro Paese, l'asta del 2011 ha fruttato all'erario quasi 4 miliardi oppure, proprio in considerazione di quell'ancora recente iniziativa, mantenere la ripartizione attuale fra telefonia mobile e televisione? La discussione - oggetto di uno studio dell'Istituto Bruno Leoni - ferve anche nelle sedi internazionali.

Alla Commissione europea va reso il merito di avere cercato una difficile mediazione, attraverso i lavori di un gruppo di alto livello in cui fossero rappresentate entrambe le prospettive: operazione riuscita in parte. Il compromesso prevede l'assegnazione alle comunicazioni mobili della banda a 700 MHz nel 2020, a fronte della garanzia di destinazione del resto della banda UHF ai servizi televisivi fino al 2030. Un progetto che, pur nella ricerca di equilibro, tradisce un pregiudizio di fondo: l'idea che il tempo della televisione tradizionale si stia esaurendo e che il futuro appartenga alle comunicazioni mobili, di cui sarebbe lungimirante rabboccare sin d'ora la dotazione di frequenze. Opinione plausibile, ma che non considera i costi della transizione e gli scenari alternativi: il mobile di domani non sarà quello di oggi e già s'intravvedono sviluppi che potrebbero contenerne le esigenze di banda. Tuttavia, più che nel merito, il problema è nel metodo.

È opportuno continuare a privilegiare decisioni centralizzate e neCessariamente arbitrarie, che sovrappongono le previsioni dei burocrati alle decisioni degli operatori economici? Le regole influenzano direttamente l'evoluzione tecnologica, con il rischio di alimentare un percorso circolare in cui non sono le risorse ad andare verso l'innovazione, ma l'innovazione a seguire l'assegnazione di risorse. Un approccio alternativo esiste.
Già nel 1959, il premio Nobel per l'economia Ronald Coase avvertiva che i diritti di utilizzo delle frequenze non sono che beni economici: e raccomandava, pertanto, il superamento del prevalente regime di concessione amministrativa con un sistema di diritti di proprietà chiaramente definiti e assegnati attraverso meccanismi d'asta. Questo secondo corno della lezione coasiana è stato assimilato dai decisori pubblici, pur con molto ritardo, una volta compresane la ricaduta finanziaria.

Viceversa, l'idea di diritti di proprietà sulle frequenze rimane inattuata. La normativa nazionale e comunitaria apre, in principio, al commercio delle frequenze, che sono, però, sottoposte a vincoli di durata e di destinazione d'uso. Un effettivo mercato dello spettro permetterebbe di destinare le frequenze agli usi più efficienti, meglio coordinando l'evoluzione tecnologica e quella industriale e riducendo l'impatto delle decisioni regolamentari.

Dal Corriere della sera, 27 ottobre 2014
Twitter: @masstrovato

«Una mano dà, l’altra toglie. Troppi rincari fiscali e spending poco incisiva».

Una manovra descritta come semplice e lineare, che a una verifica più attenta non sembra così semplice, né così lineare.
«La lettura è attenta per quel che si può – avverte Serena Sileoni, vice-direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni – perché al momento abbiamo visto le slide del premier e alcune bozze del provvedimento, ma non c’è ancora un testo definitivo da valutare».

Avvocato Sileoni, il premier ha parlato di «manovra che abbassa le tasse». Non è abbastanza lineare?
«L’annuncio lo è, eccome. L’applicazione di questo principio linearissimo mi pare molto più complessa. Sul versante delle entrate quasi metà manovra è fatta di revisione della spesa, e non sono tagli cui si sottopone lo Stato ma gli enti locali. Significa accettare, implicitamente, la possibilità che gli enti locali aumentino le tasse: una mano dà, l’altra toglie. E poi ci sono rincari fiscali veri e propri».

Per esempio?
«Per le casse previdenziali, le rendite finanziarie, la banda larga e le slot machine. Mi rendo conto che, quando si parla di gioco d’azzardo, aumentare il carico paghi da un punto di vista dell’immagine. Anche per le rendite finanziarie il meccanismo comunicativo funziona bene. Però chiamiamo le cose con il loro nome: qui le tasse aumentano».

C’è senz’altro un impegno forte per le imprese e il lavoro, però.

«Gli interventi per il settore produttivo sono senz’altro un’ottima cosa. A cascata, migliorano le condizioni di vita e le capacità di spesa delle famiglie».

Ci sono settori o aree geografiche del paese premiati? Il taglio kap diventa sempre più apprezzabile per le grandi imprese. Le agevolazioni Iva aiutano gli artigiani...
«Si incoraggia quanto di buono c’è già, le aree e i settori che trainano la nostra economia da sempre. E qui torniamo all’impostazione della manovra, che a me sembra molto poco innovativa: un’altra fetta consistente delle risorse si fa ricorrendo al deficit. E poi cose piccole ma significative: tornano i fondi per i Forestali calabresi, tradizione che ci portiamo dietro dal secolo scorso, mentre si era parlato di accorpare quella funzione nella polizia. Continuiamo a fare poco sulle partecipate degli enti locali, altra voragine dei conti pubblici che conosciamo da lungo tempo. E sul versante delle entrate ci sono voci aleatorie».

Un contributo robusto dovrebbe arrivare dall’evasione fiscale.
«Che è aleatoria per definizione. A meno che uno non dia mandato all’Agenzia delle Entrate di mettere in piedi un’operazione di recupero molto aggressiva, cosa che non mi pare nelle intenzioni di questo governo. Lo stesso discorso mi pare si possa fare per la spending review. Lo Stato non riesce a farla in modo incisivo».

Domanda secca: una cosa che ha apprezzato.
«Sono stati tolti dei soldi ai patronati».

Seconda domanda secca: cosa le è piaciuto di meno?
«Non stiamo aggredendo la spesa pubblica. A mio parere bisognerebbe cominciare da lì».

Da La Stampa, 17 ottobre 2014

Taxi: meglio l'autorizzazione delle licenze

Perché l’offerta del servizio taxi è sottoposta a licenza? E nella pratica le finalità sottese al sistema delle licenze vengono raggiunte?

Nel Focus “Taxi: perché esistono ancora le licenze?” (PDF), Paolo Belardinelli, fellow dell’Istituto Bruno Leoni, individua due motivi. Il primo è conseguenza della presunzione del regolatore «di credere che si conosca perfettamente la quantità di servizi domandati e perciò sia possibile e legittimo pianificare l’offerta … L’esperienza dimostra, tuttavia, che non è affatto scontato che il comune disponga di più informazioni rispetto a quelle di cui dispongono tutti gli agenti di mercato messi assieme.

Pare più ragionevole sostenere il contrario: un sistema di libera domanda e libera offerta, attraverso il meccanismo dei prezzi, sarebbe più consono a individuare le reali esigenze della comunità.” Il secondo motivo “riguarda la sicurezza e i minori rischi per i fruitori del servizio di taxi, che in assenza del meccanismo delle licenze non sarebbero garantiti.

Per il legislatore, reputazione, tecnologia e prezzi non basterebbero a garantire un servizio adeguato alle esigenze del consumatore.” Nella pratica, anziché garantire la sicurezza, succede che “a Roma, chi ha la fortuna di capitare in un taxi con il conducente appena neopromosso alla categoria, può star tranquillo del fatto che il tassista ha la patente; a Milano, il nuovo tassista, oltre ad avere la patente, sicuramente parlerà decentemente l’italiano e non avrà passato più di 2 anni in galera (salvo amnistia, riabilitazione o assenza di dolo).”

Questo è quanto si limitano a garantire le due diverse regolamentazioni analizzate nel Focus “Taxi: perché esistono ancora le licenze?”, liberamente disponibile qui (PDF).

Sicurezza e costo dei farmaci: quale priorità dal caso Roche/Novartis?

La decisione dell’Antitrust che nel febbraio 2014 ha condannato due case farmaceutiche per intesa orizzontale merita è parte di una vicenda molto complessa, perché complesso è il settore amministrativo in cui si inserisce. Norme sugli standard di sperimentazione, sull’autorizzazione al commercio e sulla farmacologia si sovrappongono, a quelle sull’uso e la rimborsabilità off label dei farmaci, ed entrambe le tipologie toccano aspetti delicati quali la sicurezza terapeutica, il diritto alla salute e la capacità di spesa pubblica.

Sostiene Serena Sileoni nel Briefing Paper “Il Caso Avastin/Lucentis: La regolazione del commercio dei farmaci, tra tutela della salute e vincoli di spesa pubblica” (PDF) che «La complessa mole di strumenti regolatori e di soggetti istituzionali competenti sul settore sanitario-farmaceutico si giustifica proprio nell’esigenza di trovare il giusto bilanciamento tra questi tre aspetti. Aspetti ben noti alle autorità nazionali e - nel caso italiano - anche europee, sia di vigilanza che giurisdizionali, ma meno note all’Antitrust, la quale, da autorità di garanzia della concorrenza, non ha e non può avere conoscenza delle questioni attinenti alla farmacologia e alla farmacovigilanza.»

«Il caso Avastin/Lucentis - scrive Sileoni - è un casus belli di enorme rilevanza sia pratica - per la diffusione e la serietà delle malattie che curano - sia teorica, per verificare l’efficacia della regolazione del settore farmaceutico» specie in un momento in cui la pretesa universalità dell’obbligo di fornire assistenza sanitaria deve fare i conti con le risorse pubbliche.

Il Briefing Paper “Il Caso Avastin/Lucentis: La regolazione del commercio dei farmaci, tra tutela della salute e vincoli di spesa pubblica” è liberamente disponibile qui (PDF).

Gestione delle frequenze: è l’ora del mercato

Dal futuro della banda UHF, oggetto di discussione in sede nazionale e internazionale, dipenderà lo sviluppo dei servizi televisivi e di comunicazione mobile nei prossimi anni. In un nuovo studio, l’Istituto Bruno Leoni raccomanda di resistere alla tentazione di interventi radicali e prematuri e di abbandonare la tradizionale logica dirigistica nella gestione dello spettro.

Secondo Massimiliano Trovato, Fellow IBL e autore dello Special Report “Contro il dirigismo radioelettrico. Un approccio di mercato alla gestione dello spettro” (PDF), “una pianificazione minuziosa della destinazione d’uso delle frequenze impone di sostituire il pregiudizio dei burocrati al giudizio del mercato, nel determinare l’utilizzo più efficiente delle stesse”.

Continua Trovato: “è assai difficile prevedere l’evoluzione relativa delle diverse tecnologie. Proprio per questo, i regolatori dovrebbero fare uno sforzo di umiltà. Solo un maggior ricorso al trading delle frequenze da parte degli operatori può assicurare che la traiettoria dell’innovazione e quella del mercato rimangano allineate tra loro.”

Lo Special Report “Contro il dirigismo radioelettrico. Un approccio di mercato alla gestione dello spettro” di Massimiliano Trovato è liberamente disponibile qui (PDF)

Le associazioni “Amici dell’Istituto Bruno Leoni” organizzano il “Liberiamoci Tour” con Pascal Salin

In un breve saggio ora tradotto in italiano da Liberilibri, Pascal Salin invita i lettori a prendere in mano la propria vita, abbandonando la logica della continua rivendicazione dei diritti per tornare ad essere liberi e responsabili.

In controcanto rispetto al famoso appello di Hessel, Salin ritiene che indignarsi non è degno degli uomini, i quali, essendo "figli della libertà", non debbono aspettarsi nulla dallo Stato se non la riduzione alla sottomissione.

Pascal Salin sarà ospite in Italia dell'Istituto Bruno Leoni per presentare Liberiamoci! a Lodi, Saluzzo e Brescia. Gli eventi sono organizzati dalle associazioni Lodi liberale, Bruno Leoni Society ed Essere liberali, che - insieme alle associazioni Adam Smith di Verona e Friedrich Hayek di Pisa - fanno parte della rete degli "Amici dell'Istituto Bruno Leoni", nata per promuovere a livello territoriale una discussione aperta alla realtà locale sui temi del libero mercato, della proprietà privata, della libertà di scambio e della concorrenza.

Pascal Salin è professore onorario presso l'Université Paris-Dauphine e già presidente della Mont Pèlerin Society, è uno dei capifila della Scuola austriaca di economia in Francia. È autore di numerosi libri, tra cui La tirannia fiscale (Liberilibri, 1996), Li­be­ralismo (Rub­bet­­tino, 2002), Globalizzazione e barbarie (Rubbettino, 2006), La concorrenza (Rubbettino, 2007) e Ri­tor­na­re al ca­­pi­talismo. Per evitare le crisi (Rub­­bet­tino, 2011).

Il Premio Bruno Leoni a Mario Vargas Llosa

Ieri sera, durante la cena annuale dell’Istituto Bruno Leoni (che ha visto la partecipazione di 540 persone), è stato consegnato a Mario Vargas Llosa il premio “Bruno Leoni” 2014. Il premio “Bruno Leoni” 2014 è stato assegnato a Mario Vargas Llosa, per la sua elegante, imaginifica, sapiente opera di traduzione delle parole in immagini, delle immagini in simboli, e dei simboli in insegnamenti di libertà.
I romanzi di Mario Vargas Llosa, raccontando i rapporti di forza e sottomissione tra le persone, il quotidiano impegno a fronteggiare le costrizioni sociali, siano esse reprimende della morale comune o forme di violenza istituzionalizzata, hanno insegnato a tante persone cosa voglia dire la ricerca della felicità.

È noto l’impegno politico e civile di Mario Vargas Llosa per una società che trovi nella concorrenza, nella riduzione del potere politico, nell’impresa privata la via del benessere e della libertà, a partire dalla sua polemica contro la nazionalizzazione del settore finanziario, che lo condusse all’avventura per le presidenziali.
In una profonda integrazione tra vita e scrittura, memoria e fantasia, l’impegno di Vargas Llosa ci ricorda che la società perfetta non esiste, e che ogni tentativo di costruirla a tavolino è solo la via della tirannia e dell’«inferno».

Fra i precedenti vincitori del Premio “Bruno Leoni”, ricordiamo Vernon L. Smith, N. Nassim Taleb, Lord Nigel Lawson.

Orari dei negozi: dimezzare i giorni di chiusura obbligatoria non basta a riconoscere la libertà di impresa

La Commissione Attività produttive della Camera prosegue l’esame della proposta di legge che, nel ripristinare limiti di orari all’apertura dei negozi, cancellerebbe una delle poche e definitive – se non l’unica - liberalizzazioni avvenute negli ultimi anni in Italia, senza che sia chiaro l’interesse generale che giustificherebbe il ritorno indietro. Pur con le modifiche già introdotte rispetto al testo originario, l'Istituto Bruno Leoni ritiene che il progetto continui a integrare una violazione dei principi a tutela della concorrenza, come peraltro già segnalato dall'Antitrust in merito al progetto. 

 "Di certo - dichiara Serena Sileoni, vicedirettore generale dell'Istituto Bruno Leoni - l’obiettivo non può essere il rispetto per le festività nazionali: un emendamento approvato ieri dalla Commissione consente infatti ai singoli esercenti di derogare alla chiusura per un numero di giorni pari alla metà di quelli di chiusura obbligatoria. Se, quindi, i negozi possono scegliere di restare aperti in 6 dei 12 giorni festivi in cui dovrebbero essere chiusi, l’obiettivo di onorare le feste è automaticamente smentito.

"La dotazione di un fondo di 18 milioni di euro l’anno per le medio, piccole e micro imprese rivela invece la scelta, del tutto discrezionale, di proteggere una categoria di imprenditori sulla base di criteri quantitativi che nulla provano rispetto allo stato di salute del commercio e alla tutela dei consumatori.

Un ulteriore potere di intervento dei sindaci, l’obbligo di comunicazione per i negozianti che vogliono sfruttare la deroga anzidetta, l’introduzione di nuovi accordi territoriali mostrano infine un vero e proprio tic regolatorio di cui la politica soffre nell’irresistibile tendenza ad aumentare la burocrazia anche quando dice di volerla ridurre.

"La libertà di scegliere se, prima ancora che quando, essere aperti al pubblico è un aspetto intrinseco alla libertà degli esercenti e dei clienti di provare a venirsi incontro, di fronte alla quale tentativi come il ripristino degli obblighi di chiusura in alcuni giorni svelano una battaglia di retroguardia rispetto all’innovazione – si pensi al commercio elettronico, aperto 24 ore su 24 – e alla continua ricerca della soddisfazione del cliente."

Sugli orari dei negozi, l'Istituto Bruno Leoni ha appena pubblicato il Briefing Paper “Gli orari di apertura dei negozi: una regola che vale un principio” di Serena Sileoni (PDF).

In arrivo una stangata da quasi un miliardo per le Slot

Un prelievo fiscale che passa dal 53 al 68,7 per cento sul margine operativo lordo per le Awp (le new Slot) e dal 46,9 all'82,3 per cento per le Videolottery. Questa la differenza nella tassazione per il settore degli apparecchi da intrattenimento tra 2014 e il 2015, nel caso dovessero essere applicate le nuove aliquote previste dalla legge di stabilità. A darne notizia lo studio Gli effetti negativi dell'aumento del prelievo erariale unico (PREU) sugli apparecchi di intrattenimento con vincite in denaro dell'Istituto Bruno Leoni, presentato da Lucio Scudiero nel corso del convegno "Fine del modello italiano dei giochi?" che si è tenuto a Roma nei giorni scorsi, organizzato dalla Fondazione Unigioco. Quali saranno gli impatti sulla filiera?

Considerando le stime sui dati raccolta 2014 per le AWP il settore pagherà un PREU pari al 17 per cento come previsto dalla legge stabilità, mentre, visti i tempi stimati da Sogei per la certificazione, il payout resterà fermo ad una media del 74,80 per cento (e non al 70). Questo disallineamento temporale comporterà per i concessionari un aggravio di costi quantificabili per le AWP in almeno 900 milioni annui. Per le VLT il comparto pagherà un PREU pari al 9 per cento, mentre il payout resterà fermo al 88,70 per cento (e non all'81). Per le VLT, invece, resterà all'intera filiera (e non al solo concessionario come avviene ora) il 2 per cento lordo (contro l'attuale 6) dal quale occorre scorporare ancora gli ulteriori oneri (costi del lavoro, costo della piattaforma, oneri finanziari ...) rendendo quindi antieconomico il business e spingendolo alla chiusura.

L'aumento della tassazione del 4 per cento sul volume di gioco netto, sia per Awp sia per le Vlt non potrà, infatti, ricadere immediatamente sul payout. La modifica del prelievo richiede adeguamenti tecnologici del software presente negli apparecchi, stimati da Sogei in circa due anni rendendo impossibile per il concessionario abbassare il payout (le vincite) riconosciute al giocatore. Nel prossimo biennio, pertanto, il peso della nuova tassazione (+4 per cento) graverà integralmente sul concessionario. I rischi, secondo questa previsione di mercato saranno una minore attrattività per il mercato lecito e pertanto maggiore enfasi per il mercato illegale (si ritornerebbe al mercato incontrollato dei videopoker). E ancora, forti impatti sull'occupazione e sugli investimenti internazionali (presenza diffusa di fonti di investimento esteri che farebbero ulteriormente perdere credibilità all'Italia a causa della scarsa affidabilità), contrazione del mercato delle tecnologie e delle telecomunicazioni e chiusura dei concessionari degli apparecchi e probabile avvio di azioni risarcitorie nei confronti dello Stato e contrazione del gettito erariale e minore visibilità dei fenomeni di gioco patologico.

Da Cronache del garantista, 20 novembre 2014

Riprendiamoci le case

Riesplode la questione delle case popolari e del fallimento dell'intervento pubblico in tema di «disagio abitativo». Ma esiste davvero qualcosa che si possa definire in tal modo? Probabilmente no, perché la difficoltà a trovare un'abitazione in affitto è riconducibile a un « disagio economico» che riguarda taluni settori della società. Bisognerebbe allora dare risposte di altro tipo. Che la scelta di costruire case pubbliche sia stata sbagliata è sotto gli occhi di tutti.

I quartieri dell'edilizia popolare costano uno sproposito alla collettività, offrono abitazioni di bassa qualità, creano autentici «ghetti», diventano occasioni per occupazioni illegittime, hanno indici di morosità altissimi.

Ma esiste un'alternativa? L'Istituto Bruno Leoni propone un disegno di riforma basato sulla dismissioni degli immobili pubblici, così da disporre di capitali in grado di generare risorse da destinare alle famiglie in difficoltà. Si tratterebbe di aiuti temporanei (per due anni, ad esempio), che permetterebbero ai beneficiari di scegliere l' abitazione sul mercato. Oggi capita che una famiglia riceva un appartamento a basso canone perché ha i requisiti, e poi resta lì anche quando altri avrebbero più diritto. Dando soldi invece che case, questi problemi verrebbero meno. In tal modo, ci si potrebbe anche liberare di carrozzoni come l'Aler. Succede infatti che una famiglia riceva un appartamento che rappresenta l'equivalente in termini monetari di 600 euro, ma se avesse avuto soldi avrebbe preferito destinare 400 euro alla casa e gli altri 200 per differenti esigenze. Per giunta, con i soldi la famiglia aiutata cercherebbe casa nel quartiere in cui ha affetti e lavoro, e non dovrebbe trasferirsi dove si è liberato un appartamento. Certo anche nell'erogazione di aiuti finanziari ci possono essere abusi, ma è molto più facile smettere di versare un bonifico a chi ha fatto il furbo

Un dato è chiaro: la realtà attuale è uno sfacelo. Sono migliaia gli appartamenti vuoti a causa della cattiva gestione degli enti pubblici. Lo Stato non sa pro dune panettoni, non safarviaggiare i ireni e nemmeno è in grado di amministrare le case. Se vuole mantenere un proprio ruolo in questo ambito si semplifichi il lavoro: venda tutto e crei fondazioni locali che erogano aiuti monetari. Le case di Stato sono una delle molte follie del secolo scorso. Giriamo pagina.

Da Il Giornale, 21 novembre 2014

Wi-fi obbligatorio, Trovato: "Si mettono a rischio gli investimenti privati"

“C’è uno scollamento tra obiettivi e mezzi”. Con questa parole, Massimiliano Trovato, economista dell’Istituto Bruno Leoni, boccia la proposta di legge - "Disposizioni per la diffusione dell'accesso alla rete Internet mediante connessione senza fili" - presentata dai deputati del PD Sergio Boccadutri, Enza Bruno Bossio, Ernesto Carbone, Alberto Losacco e Gennaro Migliore e firmata da 106 parlamentari.

Cosa non la convince della proposta?
Prima di tutto il fatto che si obbliga i privati ad installare hot spot wi-fi, facendosi carico di un obiettivo di interesse pubblico che non compete loro, in questo caso l’abbattimento del digital divide. Lo Stato ha, sì, il diritto di identificare obiettivi che considera meritevoli di essere raggiunti ma non quello di costringere altri a raggiungerli. A New York, ad esempio, l’amministrazione ha deciso di trasformare le cabine telefoniche in punti wi-fi, ma lo fa nel quadro di un onesto dirigismo che non intacca l’autonomia dei soggetti privati.

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