Deficit & debito? L`Europa è sempre più lontana

Il ciclo delle riforme avviate dal governo Renzi ci sta avvicinando all`Europa oppure no? La politica sta riuscendo nel compito di utilizzare al massimo le condizioni macro-economiche favorevoli di oggi per risanare l`economia e le malattie d`un tempo?

Per rispondere a queste due domande, abbastanza cruciali nell`anno di grazia 2015, l`Istituto Bruno Leoni ha deciso dí creare un Superindice economico che possa servire via via a monitorare la distanza tra l`Italia e la media dei Paesi Ue e, ancora, tra l`Italia e la media dei membri dell`Eurozona. Spiega l`economista Nicola Rossi che ha messo a punto, con la collaborazione di Paolo Belardinelli, il meccanismo: «Il nostro intento è di rendere a Cesare quel che gli spetta ovvero distinguere i meriti e le responsabilità del governo. E la maniera più diretta e comprensibile per farlo è quella di misurare la distanza tra noi e i partner europei. In teoria se noi avessimo fatto tutte le riforme necessarie questa distanza avrebbe dovuto essere colmata da tempo. Non è così e i risultati dei nostro calcoli ci dicono che non ci sono i segni evidenti di un`inversione di tendenza». Ma facciamo un passo indietro e vediamo come si è arrivati a confezionare il Superindice. «Fa riferimento esclusivo alla dimensione macro-economica e in particolare ad aspetti essenziali che sono presumibilmente influenzati dalle riforme strutturali» spiega Rossi.

Composizione
A comporre il Superindice concorrono quindi il tasso di crescita del PIL in termini reali, il tasso di disoccupazione e di due indicatori dello stato delle finanze pubbliche cui fanno esplicito riferimento le regole fiscali europee ovvero il rapporto tra deficit e PIL e il rapporto tra debito e PIL. Chiude il cerchio il rapporto tra bilancia dei conti correnti e PIL. “In definitiva abbiamo seguito una procedura statistica che porta a condensare le diverse dimensioni in un solo numero, come misura sintetica e di facile computo, costruita a partire da dati ufficiali”. Se l’Italia fosse la fotocopia della media della UE o dell’eurozona il Superindice avrebbe valore zero. Il numero che misura la distanza Italia – media eurozona è nel 2015 pari a 0,699 e quello che traccia la distanza Italia – UE è 1,018. Più dei valori assoluti merita attenzione l’andamento del Superindice.

Confronti
Nei due grafici riportati in alto nella pagina si può vedere l’oscillazione di questo indicatore: nel 2003 la differenza Italia – eurozona era scesa a 0,396 e nel 2008 a 0,441, la distanza Italia – UE nel 2002 era arrivata al minimo di 0,347 per poi risalire. In sostanza a fronte di anni virtuosi in cui le policy adottate a Roma ci avevano avvicinato a Bruxelles e Francoforte abbiamo, invece, periodi più lunghi in cui ci siamo fatti trascinare in direzione opposta. “Il che vuol dire – commenta Rossi – che al ritmo sperimentato nell’ultimo quindicennio ci vorrebbero decine d’anni per vedere l’Italia attestarsi sui livelli medi dell’Eurozona. E non è detto che l’Eurozona possa aspettare”.

Se dall’analisi di medio periodo passiamo a quella di breve i motivi di preoccupazione aumentano. Prendendo infatti la linea di tendenza per il 2015 e 2016 disegnata sulla base dei dati ufficiali UE non si notano significative inversioni di tendenza (anzi il Superindice ci segnala un netto peggioramento del 2015 sull’anno prima) e ciò nonostante il ciclo di riforme approvate e/o implementate dal governo Renzi. “Perché la distanza aumenta? La prima risposta è che l’impatto delle riforme può essere differito nel tempo e quindi oltre il 2016. La seconda, più negativa, ci porta a dire che non si sono fatte le riforme giuste o le più urgenti. Ad esempio si potrebbe sostenere che la priorità numero uno andava assegnata alla riforma della pubblica amministrazione e all’interno di essa alla revisione dei meccanismi di spesa”.

Su questo terreno il governo ha fatto poco o niente e ha privilegiato quelle che chiama “piccole e inutili operazioni di sostegno della domanda interna” come gli 80 euro. Il rischio a questo punto è che un’azione incoerente della politica vanifichi le condizioni macro-economiche di contesto largamente favorevoli (azioni BCE, prezzo petrolio e svalutazione dell’euro). Sotto questo profilo, il Documento di Economia e Finanza, secondo l’Istituto Bruno Leoni, sembra rinviare al 2017 molti impegni e non utilizzare il contesto favorevole per realizzare l’aggiustamento. “Ho letto che il consigliere economico di Palazzo Chigi, Tommaso Nannicini, sostiene che il +0,3 del primo trimestre 2015 del PIL è uguale per Italia e per la UE e quindi abbiamo ripreso l’Europa. In realtà i due numeri non si possono comparare – sottolinea Rossi – bisogna invece allungare lo spettro di analisi e prendere in esame i tassi di crescita tendenziali sull’anno. Così si vede che la nostra crescita è stata in questo arco di tempo pari allo zero e l’Europa invece ha fatto segnare +1”. E il Superindice lo sottolinea.

Dal Corriere della sera, 25 maggio 2015

Il Superindice IBL: dove stiamo andando?

La politica, si sa, ha una discreta tendenza a fare propria ogni buona notizia e quindi non c’è da stupirsi se ha finito per mettere il cappello sul QE della Banca Centrale Europea, sul deprezzamento dell’euro, sul Piano Juncker (al crollo del prezzo del greggio non ci siamo ancora arrivati ma non bisogna mettere limiti alla Provvidenza). Non bisogna quindi meravigliarsi se la si vede intenta a rivendicare il merito del refolo di ripresa che alcuni considerano già in atto.  Ma chi volesse rendere un servizio al paese – e l’Istituto Bruno Leoni prova a farlo quotidianamente – dovrà provare a distinguere meriti e responsabilità: in particolare, capire se ed in che misura le riforme hanno influenzato o influenzeranno la performance economica del paese sarà la maniera migliore per sostenerne l’utilità e l’urgenza e, al tempo stesso, per riconoscere – perché no? – gli eventuali meriti dell’azione del Governo.

Il Superindice IBL nasce proprio con questo obiettivo e poggia sull’ipotesi che le mancate riforme siano il motivo principale che ancora separa l’Italia dai suoi partner europei (nell’Eurozona così come nell’Unione europea). Da ciò segue che un programma di riforme che fosse correttamente disegnato e opportunamente comunicato, che venisse prontamente (e senza stravolgimenti) tradotto in provvedimenti legislativi e che fosse poi puntualmente e concretamente applicato dovrebbe, in primo luogo, colmare la distanza – nelle diverse dimensioni in cui questa distanza si manifesta – fra l’Italia ed i suoi partner europei. Del resto, se così non fosse, sarebbe piuttosto difficile convincere i cittadini della necessità di una politica di riforme.

Cosa sia il Superindice IBL lo spieghiamo altrove. Qui basterà ricordare che è una misura sintetica e di facile computo della distanza fra l’Italia ed i suoi partner europei. Una misura basata su informazioni liberamente accessibili e regolarmente aggiornate da fonte ufficiale e terza, in maniera tale da consentire un monitoraggio continuo, agevole ed indipendente dell’impatto dello sforzo riformatore. Un indice che, con le dovute cautele, trimestre dopo trimestre ci aiuterà a capire se e quanto, rispetto all’Europa, sarà lo sforzo riformatore (if any) del paese.

Per il momento, il Superindice IBL conferma quel che da tempo andiamo dicendo: A far data dall’entrata nell’euro la distanza fra l’Italia e la media dei paesi membri dell’Unione è sia pure lievemente cresciuta mentre quella fra l’Italia e la media dei paesi che hanno adottato l’euro si è solo molto marginalmente ridotta. Al ritmo sperimentato nell’ultimo quindicennio, ci vorrebbero decine d’anni per vedere l’Italia attestarsi sui livelli medi dell’Eurozona. E non è detto che l’Eurozona possa aspettare.

L'Inps spreme i pensionati ma riesce a buttare 250 milioni

Il professor Tito Boeri, da qualche mese presidente dell`Inps e sorta di ministro ombra del Lavoro («Se vuole decidere lui le riforme allora si candidi!» attacca l`opposizione), studia la formula magica per rimettere a posto i conti in rosso della previdenza pubblica. Dopo aver digerito malvolentieri la sentenza della Consulta sul rimborso (diventato poi parziale) dei pensionati, Boeri lavora sul calcolo contributivo esteso a tutti, per tagliare cioè gli assegni dei pensionati non allineati con quanto versato in vita. Un «contributo di solidarietà» per chi ha pensioni non troppo basse, ma difficilmente classificabili come ricconi da spennare (2-3mila euro al mese).

Ma un taglio serve innanzitutto all`Istituto che il professore bocconiano dirige, e che per il 2015 prevede un disavanzo di ben 6,7 miliardi di euro. È lo stesso Boeri a denunciare le molte «criticità» (così ha detto, elegantemente, in audizione alla Camera) dell`Inps. A partire dalla proliferazione di dirigenti, dai premi per tutti, dalle consulenze esterne, dall` affidamento di servizi a patronati e Caf, dall` enorme mole di crediti mai incassati (qualcosa come 94 miliardi), fino alla gestione «inefficiente» del patrimonio immobiliare dell`Inps.

Solo qui, nella miriadi di palazzi, anche di pregio, di proprietà dell`ente, è nascosta una riserva aurea che potrebbe risanare un bel pezzo di bilancio. Parliamo di un patrimonio sterminato. Nel bilancio 2015 il valore complessivo indicato è di 3,2 miliardi di euro, più di 26mila immobili ereditati anche degli altri enti pubblici poi confluiti nell`Inps, come l`Inpdap o l`Impdai, usati come sedi oppure destinati alla locazione (o alla vendita). Tuttavia anche a fronte di un portafoglio immenso di palazzi e uffici l`Inps riesce a perdere soldi con i suoi immobili, molti soldi.

In cinque anni (2008-2013) il buco della gestione immobiliare è arrivato a 655 milioni di euro, e con l`aggiunta dell`Imu durante il governo Monti il rosso viaggia attorno ai 250 milioni di euro l`anno. Pesano i costi di gestione, affidata anche questa a società esterne, gli affitti non riscossi oppure troppo bassi. Oppure inesistenti. Molti immobili sono vuoti, abbandonati, lasciati marcire, anche se in posizioni di grande appeal commerciale. Come al Lido di Venezia, a pochi metri dal mare, dove un ex centro vacanze dell`Inpdap - come ha documentato un reportage di Presa diretta - di 9mila metri quadri, tre piani con camere da letto, cucine, pineta con accesso alla spiaggia, serve solo ad accumulare la polvere e ad ospitare i gatti randagi. E altre 19 colonie estive di proprietà Inps, costate decine di milioni di euro di contributi previdenziali, marciscono da anni in tutta Italia, come il grande Hotel Abetina sulle colline attorno Pistoia, ex centro vacanze dell`istituto Postelegrafonici, o il centro vacanze sulle dolomiti del Trentino, o quello pregiato sul lungomare di Pesaro, o Villa Faro di Messina (davanti al mare, con cam- po da tennis e piscina) o una ex colonia sul mare a Cesenatico. I privati pronti a comprarle ci sarebbero, ma la vendita del patrimonio inutilizzato si è bloccata dopo una delibera del Consiglio di indirizzo e vigilanza dell`Inps, 17 febbraio scorso, nella quale si sollecitava a non procedere ad alcuna dismissione, perché il Consiglio «non ha ancora ricevuto, nonostante le numerose richieste, il piano degli investimenti e disinvestimenti dell`Inps». Anche nelle città ci sono palazzi Inps vuoti, oppure occupati abusivamente, come quello ex Inpdap a Roma, dove sono baraccate 300 famiglie da anni. Poi ci sono i casi come Firenze, dove - racconta il sito Wikispesa del liberista Istituto Bruno Leoni- l`Inps paga l`affitto di una sede per oltre un milione di euro l`anno a fronte di nove immobili di proprietà liberi in città. Perché, nel conto, ci sono appunto anche gli affitti. Pur avendo a disposizione migliaia di immobili l`Inps spende 120 milioni in affitti, con contratti che si rivalutano anno dopo anno. Urge il ricalcolo contributivo anche sulle spese dell`Inps.

Da Il Giornale, 22 maggio 2015

Popolari, un giallo bancario

«Popolari, la riforma è legge» , è il titolo del Sole 24 Ore del 25 marzo. E a pagina 2: «Si preparano le fusioni», «BPM perno del riassetto», «Vicenza e Veneto Banca prime a cambiare». «Le Fondazioni pronte a entrare nelle nuove SpA»: ma guarda tu, chi l`avrebbe mai detto?

Vedremo come andrà a fmire. In ogni caso la reazione dimostra quanto il vincolo del voto capitario non soltanto influisse sugli assetti interni alle banche, ma anche impedisse di trovare i propri assetti nel sistema. Assetti entrambi che, a vedere la competizione che si è messa in moto per arrivare per primi ad attuarli, dovrebbero essere più efficienti. Anche il voto capitario è stato «rottamato», almeno nelle 10 Popolari di rilevanza sistemica. Non di poco conto il risultato che Renzi ha portato a casa, anche nei riguardi dei notabilati annidati nelle sedicenti banche del territorio. Politicamente il colpo al voto capitario va visto insieme al cosiddetto «atto negoziale» del 10 marzo tra il MEF e le Fondazioni: memore delle nasate che si era preso Tremonti con le sentenze della Cassazione, Renzi con le Fondazioni bancarie ha usato il pugno di ferro in tema di eccessiva concentrazione nell`allocazione del patrimonio, indifendibili dopo i disastri MPS e Carige, e il guanto divenuto in tema di partecipazione al controllo delle banche, dove evidentemente vuole evitare scossoni. Eliminare i vincoli che impediscono alle singole banche di organizzarsi al proprio interno e di riaggregarsi sotto la pressione della concorrenza, è tanto più necessario quanto ben più radicali sono i cambiamenti che il sistema bancario tutto, non solo quello cooperativo, dovrà affrontare. Le grandi banche, soggette ai requisiti di capitale imposti dalla banking union, diventano sempre più simili a utility: regolamentazione pesantissima, prodotti standard, margini contenuti. Tutte, grandi e meno grandi, devono affrontare cambiamenti radicali, di organizzazione e di mentalità, di ruolo.

L`organizzazione
Le banche hanno speso delle fortune per informatizzare le procedure. Prima, milioni dí linee dí codice scritte in linguaggio Cobol. Poi, la migrazione sulla piattaforma web, prima come home banking, adesso come strumento generalizzato di interfaccia, che non solo crea un front office virtuale, ma investe tutto il back office, l`organizzazione dei dati e quella delle persone.

La mentalità
L`e-commerce ci ha abituati a comperare beni e servizi in modi semplici, rapidi, poco costosi. Con il one click diAmazon abbiamo sviluppato una mentalità diversa: le procedure che ci impongono le banche per servizi anche elementari ci appaiono di un`altra era geologica. Lo smartphone diventerà il centro finanziario personale, anche le procedure di investimento possono diventare meno complicate ed essere espletate in mobilità.

Che bisogno c`è di andare in una banca, quando in un secondo posso avere caratteristiche, performance, valutazioni di migliaia di fondi nel palmo della mano? Prevale invece nelle banche la cultura burocratica, e gran parte degli investimenti vanno a mantenere la tecnologia attuale. Ma quando sarà diffuso il pagamento con lo smartphone, diventerà per le banche difficile difendere rendite tipo il Bancomat all`estero: c`è la banking union, che senso ha che esistano dei dazi sui trasferimenti di danaro all`interno dell`eurozona?

Il ruolo
Cambierà anche la prima e più importante funzione della banca, quella di fare prestiti, a individui e aziende, e la relativa competenza di assegnare il merito di credito. Big Data ha dimostrato quanti risultati si possano ricavare applicando algoritmi per lavorare sui dati. Per ora questi algoritmi, a quanto ne sappiamo, sono volti alla profilatura di noi in quanto consumatori, ma certamente verranno - vengono? - usati anche per avere informazioni quando si deve decidere un investimento, deliberare un prestito. Ci affidiamo a Big Data per individuare i terroristi prima che colpiscano, per analizzare l`andamento dell`economia di un Paese e per prevederne l`evoluzione: davvero riteniamo che faccia meglio il piccolo mondo antico della cooperazione, che operi meglio la prossimità fisica, la conoscenza personale, con vantaggio per i clienti e per le banche?

Da Il Sole 24 ore, 20 maggio 2015
Twitter: @FDebenedetti

La retorica delle diseguaglianze alla prova dei fatti

“Il capitale nel ventunesimo secolo”, il best-seller dell’economista francese Thomas Piketty, ha generato un vasto dibattito sul crescente divario mondiale tra poveri e ricchi, dando luogo a richieste populiste di un intervento statale a favore di una distribuzione più equa di reddito e ricchezza.

Questa retorica, in realtà, ignora una realtà fondamentale: qualsiasi intervento statale di eliminazione delle differenze di reddito e ricchezza rischia di erodere la libertà economica, la quale è il vero motore di una crescita che porti benefici a tutti.

Reddito e ricchezza sono creati dal processo di scoperta di nuovi mercati e dall’allargamento delle possibilità di scelta degli individui. È una realtà riconosciuta da tutti che esistano differenze significative tra gli individui, in termini di abilità, motivazioni, talento imprenditoriale e caratteristiche personali. Queste differenze sono alla base dell’esistenza dei vantaggi comparati e, quindi, della possibilità di guadagnare da scambi volontari in un mercato libero e composto da soggetti privati. Sia i ricchi sia i poveri guadagnano dal libero mercato: il commercio non è un gioco a somma zero o negativa.

Attaccare i ricchi, come se commettessero dei crimini, e invocare l’azione dello Stato per dar luogo a una distribuzione di reddito e ricchezza più “giusta” porta alla creazione di un ethos basato sull’invidia, piuttosto che a un sistema di valori basato sulla proprietà privata, sulla responsabilità personale e sulla libertà.

In un sistema di mercato libero e concorrenziale, le persone che creano nuovi prodotti e servizi prosperano, così come i consumatori. Gli imprenditori creano ricchezza e nuove opportunità. Il ruolo dello Stato dovrebbe consistere nella salvaguardia dei diritti di proprietà e nel lasciar nascere e operare i mercati. Quando il potere statale, invece, reprime il libero mercato, la libertà di scelta viene compressa e molte opportunità per creare ricchezza vengono perdute.

Nel corso della storia, i governi hanno esercitato discriminazioni verso i ricchi, danneggiando, in fin dei conti, i poveri. Le vicende delle pianificazioni centralizzate avrebbero dovuto insegnarci che sostituire imprenditori privati con burocrati non fa altro che politicizzare la vita economica e concentrare il potere nelle mani di pochi; non amplia le scelte a disposizione di tutti, né aumenta la mobilità sociale.

Peter Bauer, un pioniere nell’economia dello sviluppo, riconobbe sin dall’inizio che “in una società aperta e moderna, l’accumulazione di ricchezza, e specialmente della grande ricchezza, è di norma il risultato di attività che accrescono la libertà di scelta altrui”.

Gli Stati hanno, dalla loro parte, il potere di coercizione; gli imprenditori privati, invece, devono persuadere i consumatori a comprare i propri prodotti e a convincere gli investitori ad appoggiare le loro idee. Il processo di “distruzione creatrice”, così come descritto da Joseph Schumpeter, comporta che le ricchezze ereditate spesso non reggono all’urto con le forze di mercato.

Bauer preferiva usare il termine “differenze economiche”, piuttosto che “diseguaglianza economica”: riteneva, infatti, che la prima espressione avesse più significato della seconda. La retorica della diseguaglianza incoraggia le posizioni populiste, o persino estremiste, nel tentativo di realizzare l’egualitarismo.

Al contrario, affrontare le differenze significa riconoscere delle circostanze reali; ci ricorda, inoltre, che “le differenze nella prontezza a sfruttare delle opportunità economiche – vale a dire la volontà di innovare, di assumersi dei rischi, di organizzare – sono molto significative nello spiegare le differenze economiche presenti in società libere”.

Quello che interessava a Bauer era come accrescere la quantità di opzioni disponibili, non come utilizzare i poteri dello Stato per ridurre le differenze nei redditi e nella ricchezza. Come ebbe a scrivere, “il potere politico comporta la capacità, da parte dei governanti, di ridurre forzatamente l’ampiezza delle scelte che possono essere fatte dai governati. La riduzione forzata o la rimozione delle differenze economiche che emergono dagli scambi volontari estende e aumenta l’ineguaglianza del cittadino rispetto al potere coercitivo”.

Un’uguale libertà in uno Stato di diritto giusto, dove l’intervento statale è limitato, non significa che tutti saranno uguali in termini di talento, motivazioni o attitudini. Non permettere l’esistenza di queste differenze, d’altro canto, distrugge la forza motrice che c’è dietro la creazione della ricchezza e la riduzione della povertà.

Non c’è esempio migliore della Cina. Con Mao Zedong, l’imprenditorialità privata venne resa illegale, così come la proprietà privata, che è il fondamento di un libero mercato. Slogan come “colpite duro contro il minimo segno di proprietà privata” lasciarono poco spazio al miglioramento delle condizioni dei poveri. Le comuni create durante il Grande Balzo in Avanti (1958-1961) e un processo decisionale centralizzato portarono alla Grande Carestia, posero fine a una società civile indipendente e costruirono una cortina di ferro attorno all’individualismo. Il governo adottò, insomma, una politica di egualitarismo forzato.

Al contrario, Deng Xiaoping, il più importante leader cinese, permise il ritorno a un’economia di mercato e aprì la Cina al mondo esterno. La Cina ora è la maggiore potenza commerciale mondiale: questo dimostra che la liberalizzazione economica è la migliore cura per aumentare la libertà di scelta delle persone. Tale processo ha permesso a centinaia di milioni di persone di uscire dalla povertà.

Lo slogan di Deng, “arricchirsi è glorioso”, è decisamente differente dai progetti livellatori di Mao. Nel 1978, e fino al 2002, non esistevano miliardari cinesi. Oggi ce ne sono 220. Questo cambiamento non sarebbe stato possibile se la Cina non si fosse evoluta in quello che oggi, cioè in una nazione che pratica il commercio.

Ci sono, in questo momento, 536 miliardari negli Stati Uniti. L’ostilità verso l’“un per cento” più ricco della popolazione sta crescendo. Suonano particolarmente amare le parole di chi è stato colpito dalla Grande Recessione. Nonostante ciò, i sondaggi dimostrano che la maggior parte degli americani ritiene che la crescita economica sia molto più importante che porre limiti ai redditi dei più ricchi o limitare il divario nella ricchezza. Un sondaggio condotto da CBS e New York Times a gennaio di quest’anno ha rivelato che solo il 3% degli intervistati pensava che la diseguaglianza economica sia il problema più importante che il Paese debba affrontare.

La maggioranza degli americani preferisce puntare alla mobilità sociale, ossia alla possibilità di migliorare la propria posizione sociale, piuttosto che alla possibilità di penalizzare il successo altrui.

Ovviamente, questo non vuol dire che non ci saranno politici che adotteranno una retorica provocatoria per fare delle differenze tra ricchi e poveri il messaggio principale delle loro campagne elettorali, durante le elezioni presidenziali. Nel fare questo, però, dovrebbero riconoscere i rischi che gli interventi statali nella creazione e nella redistribuzione di redditi e ricchezza pongono per una società libera e per una prosperità davvero diffusa.

Bisognerebbe inoltre capire che le politiche pubbliche possono allargare il divario tra ricchi e poveri, irrigidendo il sistema di welfare, adottando politiche monetarie eterodosse che penalizzano i risparmiatori e aumentano a dismisura i prezzi dei beni e imponendo leggi sul salario minimo e altre norme che escludono i lavoratori meno qualificati dal mercato, chiudendo loro la strada verso la mobilità sociale.

Un programma positivo per incoraggiare la crescita economica, e per lasciare le persone libere di decidere, dovrebbe consistere nell’abbassare le aliquote marginali della tassazione su lavoro e capitali, nella riduzione delle regolamentazioni più costose, nel rallentamento dell’espansione del settore pubblico e nella stabilizzazione della politica monetaria. Questa sarebbe la migliore medicina per migliorare la condizione di tutti, poveri e ricchi.

(l’articolo è stato originariamente pubblicato su Caixin online l’8 maggio 2015. Traduzione dall’inglese di Andrea Varsori)

Il deal Verizon-Aol. Nell'Eldorado delle Tlc c'è zero Stato interventista

"Ben scavato, vecchia talpa!", dicevano una volta i compagni. Adesso il comunismo è morto, e neanche la talpa si sente più tanto bene. Viene in mente leggendo che Enel, municipalizzate, Terna, alla notizia che Matteo Renzi è disposto a mettere soldi pubblici per dare a tutti gli italiani la banda larghissima, si son fatti avanti per dare una mano al premier per vincere la cocciutaggine di Telecom Italia. Tutti telefonisti? Manco per sogno, tutte talpe, tutti scavatori di cunicoli per i loro cavi dell`energia elettrica. Farci passare anche la fibra non costa molto, e con un po` di soldi dal governo, un po` da Telecom che dovrà connetterla alla sua rete, ci si può cavare la giornata: e far contentò il governo.

Mentre da noi si pensa a scavare per trovare le monete di Pinocchio, negli Stati Uniti Verizon annuncia di avere speso 4,4 miliardi di dollari per comprare Aol. Negli anni 90, Aol era leader delle connessioni col modem, Aol mail ha ancora una buona base clienti, anche da noi. Al culmine della bolla internet, Aol era stata comprata per una somma folle da Time Warner. Adesso ha 4.000 dipendenti, quello che resta del business di connettività, Huffington Post che aveva comprato dalla fondatrice. Ma soprattutto ha una piattaforma digitale con cui è il quarto operatore negli Stati Uniti nella pubblicità online su video, con vendite aumentate dell`80 per cento in un anno. E` questo che interessa a Verizon, che già lo scorso anno aveva comprato da Intel una piattaforma per il nuovo business dei video digitali. Questa è la terra promessa, il mercato dell`advertising sul mobile. Questo è l`obiettivo verso cui corrono Google e Facebook (quest`ultima con maggiore efficacia). Verizon, che serve circa un terzo degli utenti di telefonia mobile negli Stati Uniti, pensa di potersela giocare bene: rispetto a Google e Facebook parte con un grosso vantaggio, conosce i suoi clienti uno per uno. Dato che sono abbonati al mobile, gli spedisce le fatture, ha quindi informazioni dettagliate su di loro, sa chi sono, dove abitano. Informazioni preziose per chi vende pubblicità, e di cui non dispongono gli operatori come Google e Facebook.

E`iniziata la battaglia per attirare e indirizzare l`attenzione di chi naviga su internet in mobilità. I video costituiscono già il 55 per cento del traffico mobile, e diventeranno il 72 per cento nel 2019. Quali saranno le armi decisive, chi uscirà vincitore, come si divideranno i profitti? Anche le nostre aziende sono interessate a sapere come si orienterà il mercato, quali saranno le scelte dei clienti. Nel 2019 la percentuale di chi si connette via smartphone raggiungerà quella di chi usa internet (70 per cento della popolazione adulta); oggi, gli utenti online sono 3 miliardi contro 2 su smartphone, nel 2020 saranno pari, 4 e 4. Per Facebook la pubblicità sul mobile è quasi 4 volte quella su computer, e quindi nello stesso rapporto sono gli utenti. Se queste sono le previsioni negli Stati Uniti, figurarsi da noi dove gli utenti in mobilità e quelli su linea fissa sono già quasi alla pari: come è noto l`Italia è da anni uno dei paesi a maggiore penetrazione di telefoni cellulari, mentre siamo (o meglio eravamo nel 2011) i fanalini di coda quanto a computer domestici, con il 67 per cento, ovvero dieci punti in meno rispetto alla media dell`Unione europea a 27. Pochi computer perché poche connessioni a banda larga, o poche connessioni perché pochi computer?

Verizon è (quasi) solo nel mobile, mentre in Europa ci sono operatori integrati fisso/mobile, come Telecom Italia: per loro ha senso un mix tecnologico. Logico quindi investire sulla connettività fissa, potenziando le prestazioni e aumentando la copertura, logico darsi obiettivi precisi; ben vengano anche l`enfasi e l`insistenza che hanno fatto diventare questo un argomento caldo di discussione, se sono servite a smuovere le acque e a mobilitare risorse. Ma la notizia dell`integrazione tra il leader americano del mobile e l`ex campione del fisso ci dà due lezioni: la prima è che la pubblicità sul mobile è "the name of the game", lì è il grande valore aggiunto, e se oggi lo "mangiano" solo Google e Facebook, potrebbe esserci un ruolo per i carrier di rete ambiziosi. La seconda è di carattere generale: quanto a capacità di vedere lontano, di scoprire soluzioni, tra mercato e stato pianificatore non c`è partita`. Se si lascia funzionare il mercato, senza preclusioni ideologiche né preferenze nazionalistiche, senza quote di proprietà dello stato scritte nella pietra degli statuti come le leggi dei Medi e dei Persiani, si risolvono anche i problemi del finanziamento. Se un progetto rende, non c`è bisogno di complicati piani europei per realizzarlo.

Il mercato vede lontano, la talpa non è particolarmente famosa per la sua vista.

Da Il Foglio, 19 maggio 2015
Twitter: @FDebenedetti

Al via il censimento degli immobili della p.a.

Al via il censimento annuale del patrimonio immobiliare della p.a. Ieri, infatti, il Mef ha aperto la rilevazione per l`anno 2014. Entro il prossimo 31 luglio, tutte le amministrazioni statali e tutti gli enti pubblici, territoriali e non territoriali, dovranno comunicare le informazioni sui fabbricati e terreni detenuti nella banca dati Immobili del Portale Tesoro, che costituisce da alcuni anni l`anagrafe unica degli assets pubblici.

Tale adempimento è stato introdotto dall`art. 2, comma 222, della legge 191/2009 (la legge finanziaria per il 2010), che ha previsto l`obbligo per le amministrazioni pubbliche di comunicare al dipartimento del tesoro gli elenchi identificativi dei beni immobili, dí proprietà dello stato o delle medesime amministrazioni, da esse utilizzati o detenuti a qualunque titolo.

L`obiettivo è rilevare, con cadenza annuale, le componenti dell`attivo (immobili, società partecipate, concessioni), anche ai fini della redazione del Rendiconto patrimoniale a valori di mercato.

A chiusura della rilevazione effettuata lo scorso anno, sono stati censiti circa 800.000 fabbricati e 980.000 terreni.

Negli anni passati, però, il grado di adesione al monitoraggio è stato piuttosto basso: solo una parte delle amministrazioni interessate, infatti, è risultata adempiente e spesso non tutti i beni sono stati censiti.

Eppure, come evidenziato più volte dallo stesso Mef, la conoscenza sistematica e puntuale degli attivi del patrimonio pubblico rappresenta un elemento indispensabile per orientare le decisioni di politica economica.

Inoltre, la gestione efficiente del patrimonio pubblico può svolgere un ruolo importante per il contenimento del deficit e la riduzione del debito pubblico.

Tutti obiettivi prioritari per il governo, anche perché, secondo le stime condotte da alcuni centri ricerca, come l`Istituto Bruno Leoni, il valore degli immobili pubblici potenzialmente liberi si aggirerebbe sui 40 miliardi di euro, oltre di 2,5 punti di Pil.

Le informazioni acquisite nella banca dati, attraverso le funzionalità sviluppate sugli applicativi del dipartimento del tesoro (reportistica, georeferenziazione dei beni e associazione alle zone e ai prezzi dell`Osservatorio immobiliare dell`Agenzia delle entrate), inoltre, consentono di analizzare gli immobili sotto diverse prospettive e rappresentano, dunque, una fonte informativa essenziale per identificare la consistenza e la composizione del patrimonio immobiliare pubblico e quindi per centrare i due obiettivi fondamentali della «valorizzazione» e della «redditività».

Per migliorare e favorire la compliance delle amministrazioni, sensibilizzandole sull`importanza dell`adempimento, oltre che per accrescere il numero delle informazioni raccolte, migliorandone anche qualità e accuratezza, il Mef organizzerà sessioni formative che potranno consentire al personale addetto una corretta imputazione dei dati sul Portale.

Date e modalità di partecipazione saranno comunicate in occasione del Forum p.a. di Roma in calendario a fine mese.

Da Italia Oggi, 16 maggio 2015

La follia lucida del reddito di cittadinanza

La follia, per usare il termine usato da Renzi, del reddito di cittadinanza proposto dal Movimento 5 stelle non sta nel volerlo riconoscere a tutti, come lui ha motivato. E’ nella proposta in sé, nella sua motivazione, nella confusione concettuale, nel corredato ideologico di cui si fa portatrice, e, ovviamente, nell’architettura necessaria a realizzarla, a partire dalle fantasie di copertura.

Questa versione del reddito di cittadinanza mira a garantire l’inclusione e l’integrazione sociale di chi non ha lavoro o non ha un reddito sufficiente a garantirgli una vita dignitosa. Un numero crescente, secondo i sostenitori della proposta, e causato non da una crisi occasionale o ciclica, ma dal fatto che il capitalismo globale è giunto a un punto di non ritorno. Il "culto del lavoro per il profitto" sarebbe un insulto alla nostra umanità.

Il reddito di cittadinanza non sarebbe soltanto una misura di contrasto della povertà, da sommare oppure da sostituire alla complessa articolazione dello Stato sociale. Sarebbe piuttosto la leva per un cambiamento culturale. Servirebbe a farci comprendere che non viviamo per lavorare: “Poco lavoro, molto tempo a disposizione e Reddito di Cittadinanza. Un mondo nuovo! Un mondo straordinario! Un grande mondo!”, ha scritto Grillo prima della marcia di Perugia. Ammesso che resti in Italia qualcuno disponibile a continuare a pagare per tutti.

Non ci scandalizzerebbe affatto che si ragionasse di cambiare la forma dello Stato sociale, spostando risorse dall’aiuto “in natura” all’aiuto “in denaro”. 

Ma questa “paghetta di Stato” si sommerebbe e non si sostituirebbe al complesso della “socialità” di Stato. L’Italia ha già strumenti, anche reddituali, per aiutare i poveri e i bisognosi che non sono in grado, temporaneamente o perennemente, di provvedere a sé (assegni di invalidità, indennità di disoccupazione, etc.). Sommando a questi strumenti il reddito garantito, si renderebbe ancora più stringente la dipendenza morale e materiale da una “benevola” burocrazia. 

L’impalcatura immaginata dalla proposta dei pentastellati è più fragile di un castello di carte. Le coperture individuate sono numeri a caso, che non considerano la domanda potenziale e che assegnano somme casuali a tagli di spesa ideologicamente individuati (ad esempio il taglio alle spese degli organi costituzionali, che non può essere deciso per legge, o del due per mille ai partiti, che è un contributo volontario).

Ma c’è del metodo in questa follia. Lo stesso Renzi si è reso disponibile a discutere dell’inserimento del reddito di cittadinanza a partire dalla prossima finanziaria. Ogni volta che un’idea che propone più redistribuzione si fa breccia in politica, il ceto politico trova il modo di perseguirla per gradi, attraverso mediazioni che assieme non tolgono un ette alla potenza evocativa dell’opzione rivoluzionaria, ma conferiscono potere e risorse aggiuntive alla burocrazia.

In un Paese dove la spesa pubblica è la pietra dello scandalo su cui stiamo sacrificando la nostra e le generazioni future, dovrebbe essere scandaloso anche solo immaginare di aumentarla ulteriormente. Siamo facili profeti: il reddito di cittadinanza sarà solo una nuova scusa per aumentare il peso dello Stato, lo si realizzi o meno nella forma cara agli utili idioti che lo propongono.

Vecchi spauracchi, e nuovi interventismi sulla fibra. Renzi criptostatalista

Piazzetta Cuccia si chiamava Via Filo-drammatici, Antonio Fazio in Banca d`Italia amministrava il suo piano regolatore, le Fondazioni erano al massimo della loro ricchezza: era il capitalismo relazionale, e noi gli si scriveva contro. Non è certo perché in disaccordo col principio che si è rimasti più che perplessi quando Matteo Renzi, parlando a banchieri e imprenditori venuti ad ascoltarlo a Palazzo Mezzanotte, ha accusato "quel sistema che poneva la relazione come elemento chiave di un paese in cui giornali, banche, imprese, fondazioni bancarie, partiti politici hanno pensato che si potesse andare avanti tutti insieme dialogando e discutendo". Se, come ha detto, "è morto", perché maramaldeggiare?

Se oggi a Trieste nessuno pensa più a operazioni di sistema, se Intesa e Unicredit hanno il loro da fare a quadrare i conti con gli interessi a zero e la stagnazione secolare, e le fondazioni bancarie, quelle che restano, ad adeguarsi alle richieste del Sistema di vigilanza europeo, se Pirelli è cinese e Fca americana, è per il cda del Corriere che schierano missili e tank?

Alla stessa stregua, era parsa un po` una guasconata il vantarsi in anticipo di riuscire là dove avevano fallito Romano Prodi e Massimo D`Alema, a varare cioè una legge sul conflitto di interessi. Perché una cosa è farla, quella legge, con un Berlusconi alle calcagna pronto a usarla e vincere alla successiva tornata elettorale accusando i "comunisti" di essere contro gli industriali, contro chi si è fatto da solo, chi costruisce imprese ecc. ecc., chi dà lavoro ecc. ecc. Altra è farlo per menar vanto di avere sbarrato la strada alla "discesa in campo" a eredi che magari non l`hanno neppure nei loro piani. L`idea di levarsi dai piedi il padrone di Mediaset con la legge sui bagnini aveva un suo fascino romantico.

Ma quali saranno mai i vantaggi di limitare il diritto all`elettorato passivo alla categoria degli imprenditori? Si era pensato che si trattasse di segnali di fumo per allentare le tensioni prodottesi nell`approvazione dell`Italicum, e per levare un po` di vento dalle vele populiste sparse un po` dovunque. Ma quando poi si è letto, nel suo intervento sul progetto della banda ultralarga, che intenderebbe riaffermare il ruolo statale nelle autostrade telematiche strategiche, conservare il controllo da parte dello stato del sistema infrastrutturale strategico; quando si è letto che anche per le torri televisive, dopo avere confermato che il 50 per cento di Rai Way resterà pubblico, così deludendo quanti hanno comprato il titolo scommettendo che egli avrebbe "rottamato" una clausola così arcaica, la linea di fondo è di non perdere il controllo pubblico: allora dietro il fumo è parso di cogliere la sagoma di qualcosa di più solido.

Solido è il 65 per cento della capitalizzazione di Borsa delle aziende di servizi controllate dal pubblico: capitalismo statale o municipale, ma sempre relazionale. E lo stesso si suppone di quello che si annida nelle migliaia di aziende municipali non quotate. "Dovete avere il coraggio di aprire le vostre aziende" ha detto: e lui perché non ha il "coraggio" di vendere la residua partecipazione in Enel, un`azienda che non ha nessuna ragione di essere a controllo pubblico dato che opera in un settore ormai largamente concorrenziale e con eccesso di offerta? Così non ci saranno relazioni strane se Enel vorrà entrare nel business regolato della vendita della capacità trasmissiva, e nella competizione per i sussidi statali per realizzarla. A quel punto, benvenuta Enel. Anzi, meglio tardi che mai: magari un giorno capiremo se è arrivata tardi perché era pubblica, o se si è svegliata oggi perché è pubblica. Solida (per fortuna) è la Cassa depositi e prestiti (Cdp) e le finanziarie che possiede o che controlla: sono loro al centro di importanti relazioni capitalistiche. Ad esempio, controllano Metroweb. Dicono che Renzi non abbia gradito le resistenze di Telecom Italia a entrarci in posizione subalterna: preferirebbe che ci sia la Cdp a dirigere le "relazioni" tra concorrenti? Solidi sono gli interessi. C`è quello in capo a chi, possedendo attività economiche, vuole incrementarle e proteggerle usando il potere politico; e c`è quello in capo a chi, avendo il potere politico, vuole estenderlo e rafforzarlo controllando attività economiche. Renzi chiede che l`imprenditore venda le partecipazioni sue. Noi chiediamo che il politico venda le partecipazioni dello stato.

Da Il Foglio, 13 maggio 2015
Twitter: @FDebenedetti

Statalista o liberista? L'enigma Renzi

Nessuno vuole costringerlo dentro schemi dell`epoca passata, ma servirebbe a tutti capire che risposta dà Matteo Renzi alla domanda: «che cos`è che deve (o non deve) fare lo Stato?» Farsi un`idea, per ora, non è tanto semplice.

Il governo Renzi è il più odiato dalla Cgil a memoria umana, ha promosso il Jobs Act e messo mano all`articolo 18. Ma la sua riforma della pubblica amministrazione non prevede risparmi e dunque non sembra levare il sonno ai capi del sindacato.

Il primo ministro, parlando alla Borsa di Milano, ha annunciato la morte del capitalismo di relazione, lontano dalle logiche di mercato. Prima, però, l`esecutivo aveva immaginato una proroga per l`introduzione delle azioni a voto plurimo o maggiorato nelle società quotate, meccanismo che avvantaggia gli azionisti attuali, salvo ricredersi dopo un appello sottoscritto da autorevoli studiosi.

Il ministro Padoan ha più volte annunciato che il Tesoro ridurrà la sua quota in Enel. E tuttavia in questi giorni si è parlato di una forte moral suasion, per usare un eufemismo, perché la compagnia elettrica si impegni anche nella costruzione della nuova rete a banda larga. Il titolo, in Borsa, non ha fatto i salti di gioia.

Il governo Renzi è quello che per la prima volta approva la legge annuale della concorrenza, con l`obiettivo di devitalizzare alcune sacche di corporativismo, e fa (mostrando i muscoli: per decreto) la riforma delle banche popolari. Eppure ha rinunciato a mettere mano al groviglio delle partecipate degli enti locali, sulle quali non proferisce parola dallo scorso settembre.

Il premier vuole che l`Italia si apra gli investimenti esteri, ma ha nazionalizzato l`Ilva senza indennizzarne i proprietari: precedente che difficilmente sarà apparso rassicurante alle multinazionali che investono nel nostro Paese.

Si dirà che tutte queste scelte, quelle più liberiste e quelle più dirigiste, sono a loro modo giustificabili, e tutte rientrano perfettamente nella narrazione che Renzi ha abilmente tessuto attorno al suo personaggio: un premier schiacciasassi, senza timori reverenziali. Sono provvedimenti di facile traduzione in slogan, botte ai notai e ai padroni dell`acciaio, basta alle bardature medievali del sindacato e banda larga per tutti. C`è, appunto, una narrazione: ma non necessariamente un`idea di come sarà fatto il Paese in cui ci troveremo a vivere negli anni a venire.

Nessuno si aspetta che un leader politico faccia l`addetto stampa di Adam Smith o di John Maynard Keynes. Nondimeno che preferisca l`uno o l`altro non è cosa che interessi solo ai «tifosi» di politica, gli unici rimasti a pensare che sia una faccenda di principi e convinzioni profonde. Sapere in quale sistema d`idee un leader si identifica ci aiuta a comprendere che cosa è probabile che faccia e che cosa invece no. Dove, come in Italia, mancano regole che limitino rigorosamente la discrezionalità di chi comanda, le ideologie servono a ridurre l`incertezza. Chiunque svolga una attività ha bisogno di fare i conti con ciò che può ragionevolmente aspettarsi dal governo oppure no: altrimenti, ogni decisione da prendere (un investimento, un`assunzione, una qualsiasi spesa) diventa un rompicapo.

Detto di un romanziere, di un cuoco, di un architetto, «imprevedibile» è un complimento. Da chi ci governa ci aspettiamo semmai «stabilità». Più sorprese ci risparmia, e meglio riusciamo a programmare la nostra vita.

Da La Stampa, 13 maggio 2015
Twitter: @amingardi

No-Expo: idee confuse e pregiudizi diffusi

Sono passati dieci giorni dalla manifestazione di Milano che ha festeggiato l’apertura dell’Expo mettendo a ferro e fuoco alcune vie della città. L’ordine e il senso di civiltà sembrano aver superato quella stolida violenza. I milanesi, spugna in mano, hanno provato a ripulire le vie e le facciate dei palazzi. La politica ha biasimato i violenti. Qualcuno è stato fermato dalle forze dell’ordine. Ma le tracce di ciò che è avvenuto, come le scritte sbiadite e a stento cancellate dalle operose mani dei milanesi, restano a dirci ancora qualcosa. 

L’intervista a un giovane partecipante, che spiegava di essersi unito al corteo per «fare bordello», ne ha fatto un facile bersaglio di ironia. A suo modo, quell’intervista ha dato dei violenti un’immagine rassicurante: degli esagitati non proprio consapevoli di quanto stavano facendo, sguarniti di ideologia alcuna, passanti per caso e per questo apparentemente meno pericolosi. È stato umano tirare un sospiro di sollievo: non ci sono più i cattivi maestri, al rogo dell’Audi di Via Leopardi non seguiranno episodi peggiori. Alle ordinate manifestazioni è solo per un accidente fortuito, senza testa né coda, che si possono mescolare i disordini.

La violenza è insensata, ma ciò non toglie che gli esseri umani in carne ed ossa hanno bisogno di giustificazioni, di formule più raffinate che diano un perché alla rabbia che sentono dentro. Le idee politiche, spesse volte, si prestano al gioco.

I manifestanti violenti di Milano magari non sanno ripetere la lezione sulle ideologie del Novecento, magari non hanno letto le opere di Marx. Magari non sanno neppure chi erano Marcuse o Althusser. Ma, come si è sentito in varie interviste compresa quella al giovane che voleva «fare bordello», se ritengono tutto sommato accettabile sfasciare le vetrine di una banca, se ritengono di star lì per lottare per chi muore di fame nel mondo, per far parte di una rivoluzione come quelle esaltate dai libri di storia, in una faticosa lotta di classe tra multinazionali del profitto e gente qualunque, è perché rimane forte - nelle scuole e nell’opinione pubblica europea - un rumore di fondo. Il rumore di fondo frutto di anni di egemonia cultura, di attrezzata presa di possesso di scuole ed agenzie del consenso, di costante semina sui giornali.

La società di mercato - le cui istituzioni, per quanto imperfette, hanno garantito a questa parte di mondo 250 anni di progresso e crescita senza precedenti nella storia umana - è ridotta a un coacervo di “diseguaglianze”, è pensata come intrinsecamente ingiusta e per questo rottamabile, a colpi di spranga. Per odiare non serve capire, e nemmeno provarci. I ragazzi che detestano gli stessi simboli di quella prosperità diffusa nella quale sono cresciuti non hanno bisogno di nutrirsi di letture precise. Bastano loro ricordi sbiaditi, lezioni mal digerite a scuola, pregiudizi ereditati in famiglia, echi dei media.

La cultura condiziona anche manifestazioni che di “colto” non sembrano avere nulla. E la cultura in questione è pregiudizialmente e pervicacemente ostile al processo di mercato, alla volontarietà degli scambi, alla libertà d’iniziativa, all’idea di profitto e a quella di proprietà. E’ una cultura egemone, con radici profondissime nella nostra società. Ma non la si può combattere in altro modo se non cercando di divellerne i pregiudizi, provando a raccontare una storia diversa e più vera, spiegando giorno dopo giorno il miracolo della cooperazione fra esseri umani su lunga distanza. Quella cosa che chiamiamo “mercato” e che fa sì che noi continuiamo a beneficiare di una crescente abbondanza di beni e servizi.

L’Istituto Bruno Leoni prova, da dieci anni ormai, a fare proprio questo. A proporre una cultura diversa, a spiegarla con onestà e passione intellettuale, a divellere pregiudizi e a ragionare nel merito delle cose. È uno sforzo enorme, per un istituto piccolo. Sappiamo che servirebbe fare molto altro, sappiamo che servirebbe fare molto di più. Puoi darci una mano a provare a farlo, aiutando la Fondazione Istituto Bruno Leoni con il tuo 5 per mille. Basta inserire sul modello di dichiarazione dei redditi utilizzato, nella sezione relativa alla destinazione del 5 per mille al riquadro “Finanziamento della ricerca scientifica e dell’università”, il nostro codice fiscale 97741100016 e la firma.

Gli anti Expo innamorati del potere e quel neoliberismo che non esiste

La storia dell`ultimo mezzo secolo è segnata da un paradosso. Fin dai primi passi della contestazione studentesca, nei campus americani di metà anni Sessanta, periodicamente si assiste al sorgere di movimenti che si ribellano al Sistema. Come l`altro giorno in occasione dell`apertura dell`Expo milanese, a essere messo sotto processo non è però un potere pubblico sempre più oppressivo. Al contrario, i manifestanti rigettano il cosiddetto "pensiero unico liberale" e quel capitalismo "selvaggio" che è il corrispettivo contemporaneo dell`araba fenice: una semplice proiezione mentale, che poco o nulla ha a che fare con la realtà.

In effetti, mai gli apparati pubblici sono stati tanto pervasivi (nelle società europee, per esempio, circa il cinquanta per cento della ricchezza è sottratta ai privati dal fisco), ma nonostante ciò la nostra società è contestata in quanto iper-liberista. Se ci si chiede come si sia arrivati a essere tanto ciechi, va ricordato che la realtà è sempre frutto di interpretazioni. In questo senso, è assodato che la cultura prevalente è così avversa al mercato che anche quando l`ultima briciola di libertà sarà stata espropriata da burocrati e governanti, perfino in quel momento ví sarà chi punterà il dito contro il capitalismo. Scuole statizzate e università fuori mercato non possono produrre altro.

A ben guardare, invece, dovremmo prendere atto che i maggiori problemi vengono dallo statalismo socialdemocratico prevalente. Quando protestano contro l`Expo dei
mercati e del capitalismo, i contestatori rivelano di essere la quinta colonna di apparati che, nei fatti, vogliono ulteriormente rafforzare. A uno stato che già controlla quasi interamente società ed economia, gli epigoni di Mario Capanna e Rudi Dutschke chiedono di andare oltre: di dilatarsi ancor più e cancellare anche le ultime opportunità - per usare la formula di Robert Nozick - di intrattenere "rapporti capitalistici tra adulti consenzienti". Sotto una vernice che si vorrebbe libertaria, vi è allora una sostanza ingegneristica, moralistica, repressiva. La stessa Expo aperta l`altro giorno è la riprova di quanto oggi il libero mercato sia perdente.

La prima esposizione del 1851, a Londra, nasceva in una fase che presto avrebbe portato al venir meno delle barriere commerciali tra Regno Unito e Francia (l`accordo Cobden-Chevallier del gennaio 1860). In quegli anni si trattava di creare occasioni capaci di attrarre merci e persone da ogni angolo del mondo, in modo da scoprire prodotti e mercati nuovi. La novità fu tale che perfino la musica e le arti figurative ne furono segnate, vedendo lo sviluppo di tendenze orientaleggianti. Ma oggi tutto è diverso. L`Expo del 2015 è primariamente un grande affare di stato: a base di commesse pubbliche e infrastrutture. Una riprova viene dalla retorica della cosiddetta Carta di Milano, intrisa di un socialismo in qualche modo attualizzato grazie a un linguaggio pauperista ed ecologista, oltre che da ripetuti riferimenti ai teorici dei beni comuni e della cosiddetta "decrescita felice". Per giunta, nell`età di internet e dei voli low cost quanti lavorano per servire i consumatori non hanno bisogno di kermesse come quella aperta l`altro giorno, dato che si muovono abitualmente ai quattro angoli della terra allo scopo di sfruttare ogni opportunità imprenditoriale.

Una cosa è pur vera: il declino del capitalismo liberale, soffocato da tassazione e regolazione, si accompagna con una trasformazione profonda del mestiere dell`imprenditore. Se in passato guidare un`azienda consisteva essenzialmente nel mettersi al servizio del pubblico, oggi chi è alla testa di un`attività privata ha sempre più la possibilità di fare soldi grazie a entrature politiche e approfittando della redistribuzione delle risorse che l`apparato pubblico sottrae ai privati. Il declino del mercato, allora, si manifesta quale restringimento dei suoi spazi d`azione (l`economia diventa pianificazione e regolamentazione), ma anche come partecipazione a logiche parassitarie.

Se fossero davvero contro il "sistema", i manifestanti dovrebbero protestare contro la tassazione da rapina e contro una legislazione sempre più oppressiva. Dovrebbero contestare lo statalismo "selvaggio" dei nostri giorni, chiedendo più mercato. E se volessero interpretare una protesta estrema e una rivolta morale, dovrebbero al limite battersi per un capitalismo davvero tale: per la fine della costrizione statale e di ogni intreccio tra politica e affari. Oggi sono i migliori alleati del Potere e neppure lo sanno.

Da Il Foglio, 6 maggio 2015

Un`Expo Slow food non nutre nessuno

La prima Expo è stata la Great Exhibition del 1851 di Londra, evento che celebrava l`entusiasmo per l`innovazione e l`apertura dei mercati all`indomani della storica vittoria contro le Corn Laws, le leggi protezionistiche sulle importazioni agricole. Era chiaro che la rivoluzione industriale e la libertà di scambiare merci avrebbero migliorato le condizioni della popolazione globale. Dopo oltre 150 anni con l`Expo di Milano si batte un`altra strada e si pensa di "nutrire il pianeta" con massicce dosi di protezionismo e consumo locale, a chilometro zero possibilmente. Impostazione anti industriale e anti moderna che pervade la Carta di Milano, il documento ufficiale di Expo, ma è ancora più visibile nel manifesto "Terra Viva" elaborato dalla guru anti Organismi geneticamente modificati (Ogm) e ambasciatrice di Expo Vandana Shiva,
presentato con don Ciotti e il ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina. Il manifesto condanna tutto ciò che è moderno, e con moderno non si pensi solo agli Ogm. Ciò che permette oggi di sfamare 7 miliardi di persone nel mondo, ha reso il cibo migliore e più economico, ha sconfitto malattie e sottratto miliardi di individui alla schiavitù della terra. D`altronde per Carlin Petrini, di Slow Food, "questo sistema alimentare provoca sofferenza". La soluzione per la Shiva è riscoprire l`agricoltura della sussistenza, quel mondo in cui si moriva a 30 anni e l`inedia era diffusa. E` il caso di smetterla coi manifesti à la "Terra Viva" e fare discorsi terra-terra perché, come ha scritto Alberto Mingardi sul Wall Street Journal, sarà difficile nutrire il pianeta con le favole di un passato romanzato che non è mai esistito.

Da Il Foglio, 6 maggio 2015

Perché l'Europa messa alla prova da Grecia, Ucraina e Africa ha fallito

Chissà se nella riunione straordinaria del 23 aprile del Consiglio d`Europa per la "drammatica situazione nel Mediterraneo" si è parlato anche della sua straordinarietà. Sarebbe bastato guardare i numeri: nel periodo 2010-2014, mentre gli stranieri registrati nelle anagrafi comunali sono aumentati in misura modesta (20 per cento circa) e gli ospitati nei centri di accoglienza sono poco più che raddoppiati, coloro che sono sbarcati sulle coste italiane sono quasi 40 volte tanto. Per il 2015, l`aumento del 40 per cento registrato a tutto febbraio rispetto all`anno precedente, tenuto conto della stagionalità, lascia prevedere cifre inquietanti. La cifra del milione di persone che attendono di partire non è ancora una proiezione, ma non è più un`esagerazione. La drammatica differenza nei tassi di crescita indica che ci sono due tipologie di immigrazione, cioè che ai migranti "economici" si vanno progressivamente sostituendo i fuggitivi da guerre e sconvolgimenti politici. Dei 170 mila sbarcati nel 2014, 42.323 venivano dalla Siria, 34.329 dall`Eritrea, 9.908 dal Mali, 9 mila dalla Nigeria: l`aumento del flusso è tutto composto da persone che provengono da paesi devastati da crisi sanguinose.

Per Guido Rossi è il "dominio incontrastato del capitalismo nella globalizzazione" ad aver causato "enormi diseguaglianze tra i popoli e nei popoli": può essere giusto o sbagliato in generale, ma nello specifico impedisce di capire la natura del fenomeno e quindi di approntare i mezzi per regolarlo. Pietro Valsecchi propone la costruzione di "grandi centri di accoglienza, luoghi di sviluppo di una nuova economia": ma come impiantare artificialmente ciò che anarchie e terrorismo impediscono che sorga e si sviluppi naturalmente? C`è poi chi ci/si accusa per la grettezza di aiuti che, migliorando le condizioni di vita nei paesi d`origine, eliminerebbero in radice la spinta a lasciare tutto per cercare fortuna da noi: giusto o sbagliato, chi propone più aiuti dovrebbe considerare che le migrazioni politiche ne vanificano l`utilità: quelli che trovano la forza per partire sono i più intraprendenti, coraggiosi, capaci; se se ne vanno loro, diminuisce il capitale umano della parte che resta, regredisce la prospettiva di far fare un passo avanti all`economia locale e alle strutture amministrative e sociali. Altro che pattugliare una costa! Il fenomeno va contrastato là dove si origina. Le cause politiche richiedono una risposta politica, e questa presuppone una posizione politica: qual è quella dell`Europa? L`identità europea è democratica in politica, liberale in economia: è sufficiente affermarlo? Agli stati dell`est comunista, che cercavano il modo di uscire dal blocco sovietico, è bastato offrire la nostra identità come prospettiva. Ma con la Grecia non è bastato un severo ammaestramento; quando ai recalcitranti allievi è parso troppo severo, ad andare in crisi è stato il concetto di democrazia: può la democratica Europa non accettare le politiche di un governo democraticamente eletto? In Ucraina il governo le riforme vuole farle, ma senza un aiuto europeo rischia il default sul suo debito con la Russia, e quindi la perdita di un pezzo del suo territorio: con conseguenze geostrategiche per l`Europa immensamente più gravi dell`uscita della Grecia, che segnalerebbero al mondo l`incapacità di difendere i suoi interessi. E adesso con gli stati africani, tra governi corrotti, dittature sanguinarie, e l`Isis che avanza, basterà qualche nave in più qualche chilometro più ìn là?

Grecia, Ucraina, Africa, sono minacce per l`Europa, per il suo modello, democrazia in politica, liberale in economia: per farlo sopravvivere si dovrà esportarlo? Ci vorrà un trotzkismo europeo? Il problema dell`immigrazione politica pone un problema politico all`Europa, concentrata a far funzionare (?) il meccanismo all`interno dei suoi confini, a perfezionare (?) le procedure, a normare i comportamenti. Venere e non Marte, una forza tranquilla, coltiva il suo orticello, naturalmente Ogm-free: una stranezza offensiva per i paesi da cui partono ì migranti, una stranezza incomprensibile per il trattato transatlantico Ttip che così deraglierà in nome dell`identità europea. L`Europa non è islamofoba, noi si sporca le mani col nation building, non usa i droni e i big data degli altri, preferisce non parlar troppo della Francia, la sola che ha mandato i suoi uomini per cercare di ritardare che il califfato conquisti il Mali.

Con la Grecia, una "crisi infinita", verso la Russia "atteggiamenti discordanti", di fronte alla migrazione il precipitare nella confusione, "in quasi tutto quello che fa, la Ue incontra la frustrazione dei suoi cittadini, il cinismo dei suoi governanti, il disprezzo, se non l`irrisione, del resto del mondo": a dirlo è Mario Monti. La sola politica estera che riesce a perseguire è quella della concorrenza: contro i giganti americani, si chiamino General Electric o Microsoft, Honeywell o Google, l`Europa si erge come "uno dei difensori del libero mercato più formidabili al mondo". Chiusa nella propria algida perfezione, lontana dai consumatori, dagli elettori, da quelli che ci sono, da quelli che premono per entrarci, di fronte ai barconi di chi fugge dai governi dei loro paesi, l`Europa chiama i governanti dei suoi paesi a una straordinaria riunione.

Da Il Foglio, 6 maggio 2015
Twitter: @FDebenedetti

Una Buona Scuola è una scuola più libera: l'esempio delle free schools

I principali sindacati scioperano oggi contro l’ultima delle riforme scolastiche.

Negli ultimi 15 anni, tutti i governi hanno voluto offrire la loro riforma della scuola, senza che il sistema dell’istruzione si sia radicalmente rinnovato.

Anche la «buona scuola» che questo governo ha portato in Parlamento manca di un deciso spirito riformatore, come si nota dalla stabilizzazione dei precari e dalla difficoltà di premiare il merito o di riconoscere maggiore autonomia.

«L’unica certezza - sostiene Andrea Varsori nel Briefing Paper “Scuole libere anche in Italia: una proposta” (PDF) - è che si continua a rimanere nell’ambito del modello tradizionale di scuola pubblica». Analizzando il modello delle scuole libere in Svezia, negli USA e nel Regno Unito, il BP ne propone l’adozione anche in Italia per rendere più dinamica e efficiente l’offerta formativa. «La sensazione è che la preoccupazione principale del governo sia quella di stabilizzare, in perfetta soluzione di continuità rispetto alle preoccupazioni dei governi passati, i cd. precari della scuola, che inopportunamente hanno passato anni a districarsi tra metodi di selezione del personale incerti ma la cui condizione altrettanto inopportunamente viene ora sanata con un provvedimento ad hoc. Nonostante questo governo abbia pubblicamente dichiarato di voler adottare solo criteri meritocratici per assumere nuovo personale docente, al primo banco di prova adotterà una deroga al meccanismo concorsuale. Il sistema delle scuole libere aiuterebbe anche in questo ambito. L’apertura di nuove scuole faciliterebbe l’ingresso nel mercato del lavoro didattico sia degli aspiranti insegnanti che attendono da anni, invano, un posto di ruolo dallo Stato, sia di chi vorrebbe dedicarsi all’insegnamento ma ne è dissuaso dal contesto attuale, fatto di liste d’attesa sovraffollate. Le libere scuole italiane, dunque, costituirebbero un modo per aspiranti docenti di provare a individuare una diversa via di reclutamento, rispettando il criterio fondamentale alla base di un sistema scolastico di qualità: la soddisfazione delle esigenze degli studenti e dei genitori.»

Il Briefing Paper “Scuole libere anche in Italia: una proposta” (PDF) di Andrea Varsori è liberamente disponibile qui (PDF).

"Banda larga, il governo dà troppo peso alla fibra"

«Una delle questioni per me più interessanti riguarda i motivi che portano molte persone a non sottoscrivere i servizi di banda larga attualmente disponibili. Meno del 10% non accede per assenza del servizio, un altro 10% è frenato dei costi. Ma due terzi di chi fa a meno della Rete lo fa perché nessuno in famiglia ne sente il bisogno». Secondo J. Scott Marcus, «guru» della Rete di Wik Consulte già nella Task Force per l`Agenda Digitale - ieri a Milano per un convegno all`Istituto Bruno Leoni - questo è uno dei limiti del piano governativo sulla banda ultra larga, «troppo sbilanciato sul lato dell`offerta».

Cosa servirebbe?
«Una proposizione di valore, finora assente nella strategia
governativa: occorre un`educazione al digitale, fornire motivi di utilizzo. Non servono 100 Megabit al secondo per rinnovare online la patente. Una risposta, invece, sarebbe rivedere un sistema televisivo che resta confinato in un sistema Rai-Mediaset, più Sky, e che lascia poco spazio alla diffusione di contenuti video di alta qualità da distribuire tramite la banda ultra larga. Il rischio è che in Rete ci saranno migliaia di canali ma niente da guardare. Forse l`arrivo di Netflix potrà aiutare...».

Il piano per la banda larga non la convince?
«Ho due preoccupazioni. Mi sembra che nelle aree urbane ci sia troppa enfasi nel forzare la tecnologia che porta la fibra fin dentro le abitazioni, l`Ftth. La "neutralità tecnologica" declamata per le aree a fallimento di mercato non viene praticata nelle aree più interessanti per gli operatori. Il secondo problema è legato agli aiuti di Stato a sostegno dell`Ftth. Arrivano nel momento sbagliato - visto che operatori privati, come Telecom, cominciano a fare le cose -, introducono incertezza nei piani industriali, disincentivano gli investimenti».

Ma il governo punta a dotare il Paese della migliore infrastruttura possibile. Sbaglia?
«Non c`è alcun dubbio che l`Ftth sia la tecnologia migliore. Ma c`è ancora molto dibattito su quanto velocemente la si debba adottare. Per la maggior parte degli italiani una velocità di 30 Mega - facilmente raggiungibile con la tecnologia Fttc, che negli ultimi metri dall`armadio stradale a casa utilizza il rame - è probabilmente più che adeguata. Con le ultime tecnologie l`Fttc può raggiungere già oggi i 60 Mega, arriverà presto a 80. Rispetto ai 100 Mega dell`Ftth, per l`utente cambia poco. A cambiare moltissimo sono gli investimenti».

Non serve il salto ai 100 Mega?
Alla fine servirà, ma quando? Tra 5 come tra 15-20 anni, dipende dall`andamento dell`utilizzo della Rete da parte degli italiani. Perciò ha senso rimandare gli investimenti che, con l`avanzare della tec- nologia, un domani richiederanno di sicuro meno soldi».

Eppure nel governo c`è chi vorrebbe spegnere il rame...
«Non è il momento. La decisione, poi, dovrebbe spettare all`operatore, a Telecom. Anche se, forse, l`ex monopolista potrebbe voler tenere in vita la rete in rame oltre quanto sarebbe desiderabile. Ma spegnerla ora comporterebbe molti costi non necessari».

Cosa pensa di una società unica di Rete?
«Non mi piacciono le soluzioni a capitale pubblico, sarebbe come tornare indietro nel tempo: io sono per la concorrenza. Diverso il caso in cui più operatori condividano l`infrastruttura di Rete. Lo scambio di informazioni che la cosa comporta crea anche qui problemi di concorrenza, ma si possono superare».

Consigli al governo?
«Essere pragmatico e agire anche sulla domanda. Non servono interventi col bulldozer: nel Giappone superveloce usano la banda meno che in Inghilterra, dove c'è il rame ma anche un`offerta video più ricca».

Da La Stampa, 26 maggio 2015

Il deal Verizon-Aol. Nell'Eldorado delle Tlc c'è zero Stato interventista

"Ben scavato, vecchia talpa!", dicevano una volta i compagni. Adesso il comunismo è morto, e neanche la talpa si sente più tanto bene. Viene in mente leggendo che Enel, municipalizzate, Terna, alla notizia che Matteo Renzi è disposto a mettere soldi pubblici per dare a tutti gli italiani la banda larghissima, si son fatti avanti per dare una mano al premier per vincere la cocciutaggine di Telecom Italia. Tutti telefonisti? Manco per sogno, tutte talpe, tutti scavatori di cunicoli per i loro cavi dell`energia elettrica. Farci passare anche la fibra non costa molto, e con un po` di soldi dal governo, un po` da Telecom che dovrà connetterla alla sua rete, ci si può cavare la giornata: e far contentò il governo.

Mentre da noi si pensa a scavare per trovare le monete di Pinocchio, negli Stati Uniti Verizon annuncia di avere speso 4,4 miliardi di dollari per comprare Aol. Negli anni 90, Aol era leader delle connessioni col modem, Aol mail ha ancora una buona base clienti, anche da noi. Al culmine della bolla internet, Aol era stata comprata per una somma folle da Time Warner. Adesso ha 4.000 dipendenti, quello che resta del business di connettività, Huffington Post che aveva comprato dalla fondatrice. Ma soprattutto ha una piattaforma digitale con cui è il quarto operatore negli Stati Uniti nella pubblicità online su video, con vendite aumentate dell`80 per cento in un anno. E` questo che interessa a Verizon, che già lo scorso anno aveva comprato da Intel una piattaforma per il nuovo business dei video digitali. Questa è la terra promessa, il mercato dell`advertising sul mobile. Questo è l`obiettivo verso cui corrono Google e Facebook (quest`ultima con maggiore efficacia). Verizon, che serve circa un terzo degli utenti di telefonia mobile negli Stati Uniti, pensa di potersela giocare bene: rispetto a Google e Facebook parte con un grosso vantaggio, conosce i suoi clienti uno per uno. Dato che sono abbonati al mobile, gli spedisce le fatture, ha quindi informazioni dettagliate su di loro, sa chi sono, dove abitano. Informazioni preziose per chi vende pubblicità, e di cui non dispongono gli operatori come Google e Facebook.

E`iniziata la battaglia per attirare e indirizzare l`attenzione di chi naviga su internet in mobilità. I video costituiscono già il 55 per cento del traffico mobile, e diventeranno il 72 per cento nel 2019. Quali saranno le armi decisive, chi uscirà vincitore, come si divideranno i profitti? Anche le nostre aziende sono interessate a sapere come si orienterà il mercato, quali saranno le scelte dei clienti. Nel 2019 la percentuale di chi si connette via smartphone raggiungerà quella di chi usa internet (70 per cento della popolazione adulta); oggi, gli utenti online sono 3 miliardi contro 2 su smartphone, nel 2020 saranno pari, 4 e 4. Per Facebook la pubblicità sul mobile è quasi 4 volte quella su computer, e quindi nello stesso rapporto sono gli utenti. Se queste sono le previsioni negli Stati Uniti, figurarsi da noi dove gli utenti in mobilità e quelli su linea fissa sono già quasi alla pari: come è noto l`Italia è da anni uno dei paesi a maggiore penetrazione di telefoni cellulari, mentre siamo (o meglio eravamo nel 2011) i fanalini di coda quanto a computer domestici, con il 67 per cento, ovvero dieci punti in meno rispetto alla media dell`Unione europea a 27. Pochi computer perché poche connessioni a banda larga, o poche connessioni perché pochi computer?

Verizon è (quasi) solo nel mobile, mentre in Europa ci sono operatori integrati fisso/mobile, come Telecom Italia: per loro ha senso un mix tecnologico. Logico quindi investire sulla connettività fissa, potenziando le prestazioni e aumentando la copertura, logico darsi obiettivi precisi; ben vengano anche l`enfasi e l`insistenza che hanno fatto diventare questo un argomento caldo di discussione, se sono servite a smuovere le acque e a mobilitare risorse. Ma la notizia dell`integrazione tra il leader americano del mobile e l`ex campione del fisso ci dà due lezioni: la prima è che la pubblicità sul mobile è "the name of the game", lì è il grande valore aggiunto, e se oggi lo "mangiano" solo Google e Facebook, potrebbe esserci un ruolo per i carrier di rete ambiziosi. La seconda è di carattere generale: quanto a capacità di vedere lontano, di scoprire soluzioni, tra mercato e stato pianificatore non c`è partita`. Se si lascia funzionare il mercato, senza preclusioni ideologiche né preferenze nazionalistiche, senza quote di proprietà dello stato scritte nella pietra degli statuti come le leggi dei Medi e dei Persiani, si risolvono anche i problemi del finanziamento. Se un progetto rende, non c`è bisogno di complicati piani europei per realizzarlo.

Il mercato vede lontano, la talpa non è particolarmente famosa per la sua vista.

Da Il Foglio, 19 maggio 2015
Twitter: @FDebenedetti

Usura: gli effetti delle leggi antiusura sul credit crunch

Nonostante le buone condizioni di liquidità sui mercati finanziari garantite dalle decisioni dei banchieri centrali, il credito continua a raggiungere poco e male l'economia reale, mentre nel nostro Paese si moltiplicano pronunce giurisprudenziali sull'usura non risolutive e tra loro contradditorie.

L'Istituto Bruno Leoni avvia una riflessione sulle conseguenze avverse della normativa antiusura in tempi di credit crunch, con un paper del fellow Lucio Scudiero, dal titolo "La lezione di Bentham, in difesa dell’usura, contro il credit crunch" (PDF).

Una grande parte della liquidità immessa sul mercato - si legge nel paper - "è stata drenata dai titoli di Stato, assistiti da incentivi distorsivi, appositamente congegnati per premiarne il piazzamento a discapito di impieghi diversi del credito e del risparmio privato". Ma andrebbe anche valutato se, dall'altro lato, l'impossibilità di prezzare il rischio di credito innalzando i tassi di interesse oltre il limite fissato dalla legge non abbia peggiorato la condizione di consumatori e produttori bisognosi di credito, contemporaneamente depauperati da un’altissima pressione fiscale. 

Come tutti i prezzi politici imposti dal decisore pubblico  a un bene o un servizio, anche il tasso soglia usurario provoca una serie di distorsioni nell’allocazione della merce a cui è imposto – cioè il danaro. 

In un simile contesto, l’azione combinata della crisi economica, che ha deteriorato la qualità dei debitori, dei costi fissi del credito e delle norme anti usura, ha condotto all’inevitabile espulsione dal mercato legale dei prestiti di soggetti inclusi nelle fasce di richiedenti più deboli e rischiosi (ad es. famiglie, artigiani, piccole imprese, nuovi imprenditori) che sono proprio quelle che la disciplina antiusura intenderebbe tutelare.

Una ulteriore iniqua conseguenza delle leggi antiusura è che esse - ragiona Scudiero seguendo Bentham - negando a un individuo che non sia in possesso di sufficienti garanzie di prendere denaro a prestito a un interesse più alto, non fanno altro che discriminarlo in ragione del suo maggiore bisogno. 

Il Briefing Paper “La lezione di Bentham, in difesa dell’usura, contro il credit crunch" di Lucio Scudiero è liberamente disponibile qui (PDF).

Vecchi spauracchi, e nuovi interventismi sulla fibra. Renzi criptostatalista

Piazzetta Cuccia si chiamava Via Filo-drammatici, Antonio Fazio in Banca d`Italia amministrava il suo piano regolatore, le Fondazioni erano al massimo della loro ricchezza: era il capitalismo relazionale, e noi gli si scriveva contro. Non è certo perché in disaccordo col principio che si è rimasti più che perplessi quando Matteo Renzi, parlando a banchieri e imprenditori venuti ad ascoltarlo a Palazzo Mezzanotte, ha accusato "quel sistema che poneva la relazione come elemento chiave di un paese in cui giornali, banche, imprese, fondazioni bancarie, partiti politici hanno pensato che si potesse andare avanti tutti insieme dialogando e discutendo". Se, come ha detto, "è morto", perché maramaldeggiare?

Se oggi a Trieste nessuno pensa più a operazioni di sistema, se Intesa e Unicredit hanno il loro da fare a quadrare i conti con gli interessi a zero e la stagnazione secolare, e le fondazioni bancarie, quelle che restano, ad adeguarsi alle richieste del Sistema di vigilanza europeo, se Pirelli è cinese e Fca americana, è per il cda del Corriere che schierano missili e tank?

Alla stessa stregua, era parsa un po` una guasconata il vantarsi in anticipo di riuscire là dove avevano fallito Romano Prodi e Massimo D`Alema, a varare cioè una legge sul conflitto di interessi. Perché una cosa è farla, quella legge, con un Berlusconi alle calcagna pronto a usarla e vincere alla successiva tornata elettorale accusando i "comunisti" di essere contro gli industriali, contro chi si è fatto da solo, chi costruisce imprese ecc. ecc., chi dà lavoro ecc. ecc. Altra è farlo per menar vanto di avere sbarrato la strada alla "discesa in campo" a eredi che magari non l`hanno neppure nei loro piani. L`idea di levarsi dai piedi il padrone di Mediaset con la legge sui bagnini aveva un suo fascino romantico.

Ma quali saranno mai i vantaggi di limitare il diritto all`elettorato passivo alla categoria degli imprenditori? Si era pensato che si trattasse di segnali di fumo per allentare le tensioni prodottesi nell`approvazione dell`Italicum, e per levare un po` di vento dalle vele populiste sparse un po` dovunque. Ma quando poi si è letto, nel suo intervento sul progetto della banda ultralarga, che intenderebbe riaffermare il ruolo statale nelle autostrade telematiche strategiche, conservare il controllo da parte dello stato del sistema infrastrutturale strategico; quando si è letto che anche per le torri televisive, dopo avere confermato che il 50 per cento di Rai Way resterà pubblico, così deludendo quanti hanno comprato il titolo scommettendo che egli avrebbe "rottamato" una clausola così arcaica, la linea di fondo è di non perdere il controllo pubblico: allora dietro il fumo è parso di cogliere la sagoma di qualcosa di più solido.

Solido è il 65 per cento della capitalizzazione di Borsa delle aziende di servizi controllate dal pubblico: capitalismo statale o municipale, ma sempre relazionale. E lo stesso si suppone di quello che si annida nelle migliaia di aziende municipali non quotate. "Dovete avere il coraggio di aprire le vostre aziende" ha detto: e lui perché non ha il "coraggio" di vendere la residua partecipazione in Enel, un`azienda che non ha nessuna ragione di essere a controllo pubblico dato che opera in un settore ormai largamente concorrenziale e con eccesso di offerta? Così non ci saranno relazioni strane se Enel vorrà entrare nel business regolato della vendita della capacità trasmissiva, e nella competizione per i sussidi statali per realizzarla. A quel punto, benvenuta Enel. Anzi, meglio tardi che mai: magari un giorno capiremo se è arrivata tardi perché era pubblica, o se si è svegliata oggi perché è pubblica. Solida (per fortuna) è la Cassa depositi e prestiti (Cdp) e le finanziarie che possiede o che controlla: sono loro al centro di importanti relazioni capitalistiche. Ad esempio, controllano Metroweb. Dicono che Renzi non abbia gradito le resistenze di Telecom Italia a entrarci in posizione subalterna: preferirebbe che ci sia la Cdp a dirigere le "relazioni" tra concorrenti? Solidi sono gli interessi. C`è quello in capo a chi, possedendo attività economiche, vuole incrementarle e proteggerle usando il potere politico; e c`è quello in capo a chi, avendo il potere politico, vuole estenderlo e rafforzarlo controllando attività economiche. Renzi chiede che l`imprenditore venda le partecipazioni sue. Noi chiediamo che il politico venda le partecipazioni dello stato.

Da Il Foglio, 13 maggio 2015
Twitter: @FDebenedetti

Lezioni dall`ultima puntata su Enel della soap opera della banda larga

Ieri il quotidiano Repubblica ha dato risalto in prima pagina alle indiscrezioni secondo le quali il governo affiderebbe alla società elettrica Enel la diffusione capillare della rete a banda larga in contrasto con gli operatori privati, in particolare con Telecom Italia. Il titolo della compagnia telefonica ha perso in Borsa.

Le indiscrezioni prendono le mosse da un documento risalente ad aprile, di cui aveva già dato conto il Messaggero, nel quale Enel rispondeva in modo affermativo a una consultazione dell`Agenzia per le comunicazioni tra operatori delle utility, circa la fattibilità dell`uso dell`infrastruttura della rete elettrica per diffondere la rete in fibra ottica. Secondo Repubblica, l`esecutivo vorrebbe fare di Enel, controllata dal ministero dell`Economia, il pivot della ormai mitica digitalizzazione del paese.

Ieri il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, e il sottosegretario alle comunicazioni, Antonello Giacomelli, non hanno smentito categoricamente ma rispondendo alla facile accusa di "statalismo" hanno smorzato l`iniziativa dicendo che al governo tocca solo "fissare gli obiettivi", ma che "i piani industriali li fanno gli operatori".

Enel era uscita dal business della banda larga nel 2006 liberandosi di Infostrada. Enel dispone della rete a bassa e media tensione fatta di cavi aerei e di cavi interrati. Una rete per telecomunicazioni è solo astrattamente simile a quella telefonica e una conversione significativa delle linee incontrerebbe difficoltà tecniche e tempistiche lunghe. L`uso della rete elettrica per scopi multi settoriali non è nemmeno una ` novità in sé. Enel ha dato a Telecom accesso alla sua infrastruttura nel febbraio 2014; i cavi sospesi possono raggiungere le zone più periferiche. La possibilità di utilizzarla esiste dal 2008 ma gli operatori non ne hanno approfittato in modo sostanziale.

L`idea riemerge in questi giorni dopo che, la settimana scorsa, Telecom aveva sostanzialmente chiuso la porta alla possibilità di lavorare con Metroweb, operatore della banda larga della Cassa depositi e prestiti, presieduto da Franco Bassanini.

Mercoledì Telecom aveva stretto un`alleanza inedita con Fastweb della svizzera Swisscom, per la sperimentazione congiunta di tecnologie capaci di potenziare la velocità di connessione, emancipandosi così dai piani di Metroweb. Le visioni sulle tecnologie da adottare sono divergenti: Telecom e Fastweb vogliono conservare il tratto della rete in rame che va dalle cabine nelle strade fino alle case (fiber to the cabinet) e potenziarne il segnale. Metroweb invece vorrebbe che la fibra fino a casa (fiber to the home), che ha diffuso a Milano e provincia, diventi lo standard unico nazionale. "Si tratta di fare una guerra a chi la rete già ce l`ha, l`uscita delle indiscrezioni sembra una sorta di ripicca per come è andata la trattativa su Metroweb. Il governo imputa a Telecom di non avere voluto essere nella partita e adesso dice di volerla spingere all`irrilevanza", dice Massimiliano Trovato, analista dell`Istituto Bruno Leoni di Torino ed esperto di regolamentazione e politiche pubbliche.
 
Leggi il resto su Il Foglio, 12 maggio 2015

Perché il dibattito sulla Google tax ci ricorda che siamo il paese delle gabelle

Nella discussione sul trattamento tributario delle multinazionali digitali, nemico pubblico numero uno, si accavallano due domande distinte: quali rimedi opporre, nell'immediato, alla presunta emorragia di gettito provocata dai "giganti del web"? E come ripensare, invece, i meccanismi della fiscalità internazionale, per adeguarli alle nuove esigenze di un'economia sempre più immateriale e sempre più sfuggente? I due esercizi, agevolmente separabili sul piano tassonomico, si prestano a pericolose commistioni all'atto pratico, perché le soluzioni escogitate per l'emergenza rischiano d'indirizzare il dibattito su un sentiero senza ritorno. Per questa ragione, l'ipotesi di web tax avanzata da alcuni esponenti di Scelta Civica richiede un esame accurato.

Secondo quanto illustrato dal sottosegretario all'Economia Enrico Zanetti, la proposta prevede una ritenuta del 25 per cento sulle transazioni digitali, operata dagli intermediari finanziari sui pagamenti disposti a favore di soggetti residenti all'estero, ma dotati in Italia di una stabile organizzazione "virtuale", deducibile da un'attività continuativa di almeno sei mesi e da un giro d'affari non inferiore ai 5 milioni di euro. Gettito atteso: fino a 3 miliardi. Il progetto mira a superare le criticità della precedente proposta Boccia, che lo stesso Zanetti si era impegnato a disinnescare; ma vi riesce solo in parte. Allora, era solare il contrasto tra il congegno prescelto (l'obbligo di partita Iva italiana) e la libertà di stabilimento garantita dal diritto comunitario; oggi, difficoltà non meno rilevanti attengono all'entità del prelievo – che prende a riferimento i ricavi, senza alcun riguardo agli effettivi profitti – e al tentativo di ridefinire unilateralmente il concetto di stabile organizzazione accolto dalla normativa nazionale e dai trattati. Tuttavia, l'applicazione della misura non richiede la collaborazione dei destinatari: i profili di legittimità, dunque, sarebbero verosimilmente oggetto di contenzioso futuro, ma non ne paralizzerebbero l'immediata efficacia.

Leggi il resto su Il Foglio, 11 maggio 2015

Pensioni fra Stato e privato

La recente sentenza della Corte costituzionale, che ha ripristinato gli aumenti per le pensioni superiori ai 1.400 euro, ha riportato la questione previdenziale al centro dell`attenzione e sta di nuovo obbligando a porre mano all`intero sistema delle pensioni: troppo costoso e basato su logiche difficilmente giustificabili sulla base di criteri di giustizia.

Nell`immediato, il governo sarà costretto a trovare risorse che permettano di soddisfare (almeno in parte) le richieste della Consulta. Questo però non basta. Più in generale è bene comprendere che il passaggio che ebbe luogo una ventina di anni fa dal sistema detto "retributivo" a quello "contributivo" non è in grado di garantirci un futuro, dal momento che non si è usciti da quello schema che vede i lavoratori attuali pagare la pensione dei lavoratori del passato, ormai anziani. Per giunta la demografia ci condanna, dato che l`età della vita si è allungata proprio mentre crollava l`indice di fertilità. Lo scenario futuro vede pochi giovani che dovranno mantenere tantissimi anziani.

La gestione pubblica delle pensioni è stata costruita operando una collettivizzazione dei risparmi destinati a sorreggere la nostra terza età. I lavoratori sono stati costretti a destinare le loro risorse all`Inps e a istituti simili, che non hanno accantonato e investito tali capitali, ma li hanno usati per soddisfare le esigenze dei pensionati presenti e anche per altre esigenze "sociali". Ora però i conti della previdenza non tornano e sono necessarie misure drastiche, che si aggiungano alle varie riforme degli ultimi anni.

Al tempo stesso, se l`economia non si mette in moto è impossibile che vi siano risorse per garantire una vita decente alla popolazione anziana, ma con questi prelievi fiscali e previdenziali è difficile che si possa avere una qualche ripresa.

Entro tale quadro molti si rendono conto dell`esigenza di passare da un sistema previdenziale "politicizzato" (pubblico, statale) a uno basato sulla responsabilità di singoli in grado di controllare direttamente i loro accantonamenti. È questo in particolare il tema dei fondi privati e della previdenza complementare.

Non è un caso, però, che oggi soltanto una minoranza dei lavoratori (meno di un terzo) stia costruendo una pensione complementare: un po` perché l`insieme del prelievo fiscale e contributivo è già molto alto, e quindi i giovani non hanno risorse da destinare a una pensione ulteriore, ma anche perché c`è poca fiducia. Il modo in cui negli scorsi anni il legislatore è intervenuto a modificare le regole fiscali in materia di previdenza privata oppure ha annullato autonomia delle varie mutue professionali ha insegnato che in questo ambito regna un arbitrio che non promette molto di buono.

Pure in tema di pensioni, insomma, c`è bisogno di più diritto e meno politica. In altri termini è necessario che vi siano regole precise, semplici, di lunga durata, sottratte alla volubilità di governi e legislatori. Questo è importante non soltanto per aiutare l`economia a rimettersi in moto, ma anche per favorire quella fiducia che è necessaria a far crescere una previdenza nuova e direttamente nelle mani dei lavoratori.

Da La Provincia, 7 maggio 2015

Gli anti Expo innamorati del potere e quel neoliberismo che non esiste

La storia dell`ultimo mezzo secolo è segnata da un paradosso. Fin dai primi passi della contestazione studentesca, nei campus americani di metà anni Sessanta, periodicamente si assiste al sorgere di movimenti che si ribellano al Sistema. Come l`altro giorno in occasione dell`apertura dell`Expo milanese, a essere messo sotto processo non è però un potere pubblico sempre più oppressivo. Al contrario, i manifestanti rigettano il cosiddetto "pensiero unico liberale" e quel capitalismo "selvaggio" che è il corrispettivo contemporaneo dell`araba fenice: una semplice proiezione mentale, che poco o nulla ha a che fare con la realtà.

In effetti, mai gli apparati pubblici sono stati tanto pervasivi (nelle società europee, per esempio, circa il cinquanta per cento della ricchezza è sottratta ai privati dal fisco), ma nonostante ciò la nostra società è contestata in quanto iper-liberista. Se ci si chiede come si sia arrivati a essere tanto ciechi, va ricordato che la realtà è sempre frutto di interpretazioni. In questo senso, è assodato che la cultura prevalente è così avversa al mercato che anche quando l`ultima briciola di libertà sarà stata espropriata da burocrati e governanti, perfino in quel momento ví sarà chi punterà il dito contro il capitalismo. Scuole statizzate e università fuori mercato non possono produrre altro.

A ben guardare, invece, dovremmo prendere atto che i maggiori problemi vengono dallo statalismo socialdemocratico prevalente. Quando protestano contro l`Expo dei
mercati e del capitalismo, i contestatori rivelano di essere la quinta colonna di apparati che, nei fatti, vogliono ulteriormente rafforzare. A uno stato che già controlla quasi interamente società ed economia, gli epigoni di Mario Capanna e Rudi Dutschke chiedono di andare oltre: di dilatarsi ancor più e cancellare anche le ultime opportunità - per usare la formula di Robert Nozick - di intrattenere "rapporti capitalistici tra adulti consenzienti". Sotto una vernice che si vorrebbe libertaria, vi è allora una sostanza ingegneristica, moralistica, repressiva. La stessa Expo aperta l`altro giorno è la riprova di quanto oggi il libero mercato sia perdente.

La prima esposizione del 1851, a Londra, nasceva in una fase che presto avrebbe portato al venir meno delle barriere commerciali tra Regno Unito e Francia (l`accordo Cobden-Chevallier del gennaio 1860). In quegli anni si trattava di creare occasioni capaci di attrarre merci e persone da ogni angolo del mondo, in modo da scoprire prodotti e mercati nuovi. La novità fu tale che perfino la musica e le arti figurative ne furono segnate, vedendo lo sviluppo di tendenze orientaleggianti. Ma oggi tutto è diverso. L`Expo del 2015 è primariamente un grande affare di stato: a base di commesse pubbliche e infrastrutture. Una riprova viene dalla retorica della cosiddetta Carta di Milano, intrisa di un socialismo in qualche modo attualizzato grazie a un linguaggio pauperista ed ecologista, oltre che da ripetuti riferimenti ai teorici dei beni comuni e della cosiddetta "decrescita felice". Per giunta, nell`età di internet e dei voli low cost quanti lavorano per servire i consumatori non hanno bisogno di kermesse come quella aperta l`altro giorno, dato che si muovono abitualmente ai quattro angoli della terra allo scopo di sfruttare ogni opportunità imprenditoriale.

Una cosa è pur vera: il declino del capitalismo liberale, soffocato da tassazione e regolazione, si accompagna con una trasformazione profonda del mestiere dell`imprenditore. Se in passato guidare un`azienda consisteva essenzialmente nel mettersi al servizio del pubblico, oggi chi è alla testa di un`attività privata ha sempre più la possibilità di fare soldi grazie a entrature politiche e approfittando della redistribuzione delle risorse che l`apparato pubblico sottrae ai privati. Il declino del mercato, allora, si manifesta quale restringimento dei suoi spazi d`azione (l`economia diventa pianificazione e regolamentazione), ma anche come partecipazione a logiche parassitarie.

Se fossero davvero contro il "sistema", i manifestanti dovrebbero protestare contro la tassazione da rapina e contro una legislazione sempre più oppressiva. Dovrebbero contestare lo statalismo "selvaggio" dei nostri giorni, chiedendo più mercato. E se volessero interpretare una protesta estrema e una rivolta morale, dovrebbero al limite battersi per un capitalismo davvero tale: per la fine della costrizione statale e di ogni intreccio tra politica e affari. Oggi sono i migliori alleati del Potere e neppure lo sanno.

Da Il Foglio, 6 maggio 2015

Un`Expo Slow food non nutre nessuno

La prima Expo è stata la Great Exhibition del 1851 di Londra, evento che celebrava l`entusiasmo per l`innovazione e l`apertura dei mercati all`indomani della storica vittoria contro le Corn Laws, le leggi protezionistiche sulle importazioni agricole. Era chiaro che la rivoluzione industriale e la libertà di scambiare merci avrebbero migliorato le condizioni della popolazione globale. Dopo oltre 150 anni con l`Expo di Milano si batte un`altra strada e si pensa di "nutrire il pianeta" con massicce dosi di protezionismo e consumo locale, a chilometro zero possibilmente. Impostazione anti industriale e anti moderna che pervade la Carta di Milano, il documento ufficiale di Expo, ma è ancora più visibile nel manifesto "Terra Viva" elaborato dalla guru anti Organismi geneticamente modificati (Ogm) e ambasciatrice di Expo Vandana Shiva,
presentato con don Ciotti e il ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina. Il manifesto condanna tutto ciò che è moderno, e con moderno non si pensi solo agli Ogm. Ciò che permette oggi di sfamare 7 miliardi di persone nel mondo, ha reso il cibo migliore e più economico, ha sconfitto malattie e sottratto miliardi di individui alla schiavitù della terra. D`altronde per Carlin Petrini, di Slow Food, "questo sistema alimentare provoca sofferenza". La soluzione per la Shiva è riscoprire l`agricoltura della sussistenza, quel mondo in cui si moriva a 30 anni e l`inedia era diffusa. E` il caso di smetterla coi manifesti à la "Terra Viva" e fare discorsi terra-terra perché, come ha scritto Alberto Mingardi sul Wall Street Journal, sarà difficile nutrire il pianeta con le favole di un passato romanzato che non è mai esistito.

Da Il Foglio, 6 maggio 2015

One wonders in what sense EU antitrust works

One wishes that Mario Monti were right in arguing that the European Commission is “one of the most formidable defenders of free markets” (“The bold Brussels ‘eurocrats’ who command the world’s respect”, April 25). But is it really the case that EU antitrust is “a policy made in Brussels that works”?

One may wonder in what sense it does. Antitrust gets into the spotlight for probing US tech giants: Mr Monti himself compares the new Google case to his own 2004 fine against Microsoft. Has this policy worked in the sense that setting a level playing field opened the door for more innovation in Europe? This would be an arduous case to make.

Some have noted that European antitrust seems to be particularly forceful whenever it deals with US companies. Mr Monti maintains that complaints over the protectionist nature of EU competition policy have been silenced by facts.

Leggi il resto su Financial Times, 30 aprile 2015
Twitter: @amingardi

Contro la fame funziona anche il mercato

C’è chi dice no: anche se non sa tanto bene a che cosa. Il caso dell’Expo è interessante. Appena incominciato, ha già trovato i suoi contestatori. I quali, se li si prende sul serio, pare abbiano in mente un altro modello di sviluppo: che finisce per essere proprio lo stesso che hanno in mente i sostenitori dell’Expo.
Questi ultimi hanno tarato la loro «Carta di Milano» su un concetto studiatamente opaco: quello di «sostenibilità». La parola suona bene ma più o meno significa: cari signori dei Paesi in via di sviluppo, sviluppatevi, ma per favore né troppo né troppo in fretta. Per gli estensori della «Carta di Milano», il cibo è una risorsa scarsa. Dedicano grande attenzione al tema dello spreco, nella convinzione che una migliore direzione della produzione possa evitarlo e meglio avvicinare prodotti alimentari e bocche da sfamare.

E’ questo che ci insegna la nostra storia?
Nel ventesimo secolo, il problema della penuria di cibo ha smesso di essere la prima preoccupazione di buona parte dell’umanità. La crescita della popolazione aveva suscitato le più fosche profezie. Nel suo «Un ottimista razionale» (Codice edizioni), Matt Ridley ricorda che l’agronomo e ambientalista Lester Brown ha vaticinato che la produzione agricola non potesse tenere il passo della domanda nel 1974, nel 1984, nel 1989, nel 1994 e ancora nel 2007. E invece siamo ancora qua.

Leggi il resto su La Stampa, 1 maggio 2015
Twitter: @amingardi

Professionisti, è guerra contro l'apertura ai soci di solo capitale

Per i professionisti è una battaglia di autonomia. Per i paladini del mercato la solita difesa di rendite corporative. Avvocati, farmacisti e ingegneri sono sul piede di guerra contro il disegno di legge sulle liberalizzazioni. Una lenzuolata che ha già perso per strada diversi pezzi, ma che nella versione arrivata in Parlamento contiene comunque qualche intervento di peso. In particolare l`apertura delle società professionali a soci di solo capitale, senza tesserino. Finora esclusi dai settori delle discipline ordinistiche, la norma concede loro diritto di cittadinanza sia negli studi legali che nelle farmacie. «L`occasione di muoversi verso una logica imprenditoriale», commentano dalla roccaforte liberal dell`istituto Bruno Leoni. «Un rischio per la nostra indipendenza», rispondono le associazioni dei professionisti. Pronte, come già in passato, a depotenziare la legge durante l`iter in Aula.

Con il ddl, per la verità, gli avvocati ottengono qualcosa. Per esempio la possibilità di unirsi con altri professionisti all`interno di società multidisciplinari. Sui soci di solo capitale però non sembrano disposti a concessioni. «Non aiuterebbero tanto i grandi studi, che non ne hanno bisogno, quanto quelli di minori dimensioni, permettendo loro di rafforzarsi e crescere», dice Giuseppe Scassellati Sforzolini, 55 anni, partner della lawfirm internazionale Cleary Gottlieb. Quelli più piccoli però, la maggioranza in Italia, temono di restare schiacciati dalla concorrenza. La Cassa forense di perdere flusso contributivo. E gli ordini più rappresentativi evocano i rischi per la terzietà degli avvocati: «Sarebbe necessario limitare la partecipazione dei soci di capitale a una minoranza passiva - dice Scassellati Sforzolini - e individuare un soggetto deputato a valutare conflitti di interesse». L`Organismo unitario dell`avvocatura ha proposto al governo un compromesso: stralciare l`articolo dalla legge e riaprire le trattative. Sarebbe però l`ennesimo stop, per una misura di cui si parla da anni.

Sulle farmacie il testo del Ddl è già un compromesso. L`Antitrust chiedeva più concorrenza, a beneficio dei consumatori.
Complice l`opposizione del ministro della Salute Lorenzin, la liberalizzazione dei medicinali di fascia C è stata stralciata. Resta però la possibilità per le società di capitale, indipendentemente dalla presenza di un dottore, di acquisire farmacie, e l`eliminazione del tetto di quattro insegne per soggetto. «Oggi il sistema è bloccato, finiscono a gara solo i negozi meno lucrativi, gli altri vengono ceduti a prezzi elevati», spiega l`avvocato Silvio Boccalatte, 35 anni, ricercatore dell`istituto Bruno Leoni. «La presenza di soci finanziari renderà il mercato più dinamico». Il pericolo, secondo le associazioni di categoria, è quello di una concentrazione: «Dobbiamo introdurre dei paletti che ribadiscano l`interesse pubblico dell`attività delle farmacie rispetto alle logiche delle multinazionali», dice Annarosa Rocca, 60 anni, presidente di Federfarma. Anche se la legge stabilisce già una serie di incompatibilità per la proprietà degli esercizi, escludendone tra le altre le società farmaceutiche.

Magari il prezzo al bancone non scenderà. Il risultato però potrebbe essere un consolidamento simile a quello visto nel settore dei servizi ingegneristici. Le società di ingegneria, già dal 1996, sono aperte a soci di solo capitale.liddl in questo caso colma un vuoto normativo: stabili- sce che possono accettare commesse anche da privati. Nella realtà lo fanno già, ma i Consigli nazionali di ingegneri e architetti hanno colto l`occasione per attaccarle. Non sarebbero vigilate dall`ordine, sostengono, né vincolate ad avere una maggioranza di soci con tesserino. «Una campagna di controinformazione», ribatte Andrea Mascolini, 54 anni, direttore generale dell`Oice, la sigla di categoria di. Confindustria. «I professionisti che lavorano nelle società di ingegneria sono comunque sottoposti all`ordine». Soprattutto, Mascolini sottolinea che solo l`apertura a soci finanziari ha permesso a questi soggetti di competere sul mercato, contro i colossi internazionali del settore.

Aspetto decisivo, mentre in Europa si procede alla liberalizzazione dei servizi professionali. Più che sul merito però il destino del Ddl ora è politico. Le associazioni dei professionisti, con l`appoggio dei ministri Lorenzin e Orlando, proveranno a far sentire la loro voce in Parlamento, dove siede una nutrita pattuglia dí colleghi. Un compromesso è possibile, per esempio fissando un tetto alla partecipazione dei soci non professionisti. A meno che Renzi, di questa battaglia contro gli ordini, non voglia fare una bandiera. E decida di tirare dritto.

Da La Repubblica, 27 aprile 2015

«Fine dining» alla peruviana

In Perù si mangia benissimo. Si mangia splendidamente nei ristoranti dei poveri, cí si lascia stupire nei ristoranti dei ricchi: a Lima ce ne sono, e tanti, e fra i migliori al mondo, lo dicono le guide, lo confermano i prezzi, da centro di Londra.

La cucina creativa è diffusa non solo nella capitale. A 3.400 metri sul livello del mare, a Cuzco, la massima espressione del fine dining è "Cicciolina", ristorante al secondo piano a pochi metri dalla cattedrale: il turista di passaggio riesce a prenotare soltanto agli orari più improbabili.

I cuochi d`avanguardia hanno avuto gioco facile, perché la corrida peruviana è già un`avventura. C`è dentro un po` d`Italia, di Giappone, di Cina. Il ceviche è una tradizione centenaria, è però grazie all`influsso giapponese se la caratteristica marinatura al limone è diventata questione di pochi minuti. I cinesi che sono arrivati sin qui, facendo i conti con ingredienti nuovi, hanno dato origine alla chifa, ben prima che il fusion andasse di moda.

L'uomo forse no, ma un popolo è davvero ciò che mangia. Quella peruviana è una cucina meticcia, e per questo straordinaria. Delle star dei fornelli, Gastòn Acurio è stato l`apripista. Formatosi al Cordon Bleu, è una gastro-celebrità che tiene salotto in televisione e ha ristoranti in tutto il mondo. A Lima c`è "Astrid y Gastòn", il suo primo locale, ora occupa un imponente edificio coloniale nel barrio di San Isidro.

Nel quartiere, più tranquillo dello spumeggiante Miraflores, si mescolano antico e moderno, ci sono law firm prestigiose e ampie aree residenziali, il nitore globalizzato di H&M e gli scaffali straripanti della magnifica libreria Sur, aperta tutti i giorni fino alle dieci di sera. Al centro di tutto, come fosse il sagrato di una grande chiesa, il circolo del golf. La sua stessa esistenza ha del miracoloso: un`enclave verde, per giunta con diciotto buche, permanentemente circondata da due anelli di traffico di quelli che solo alle prime luci del mattino lasciano scampo ai runner ossessionati, come del resto ovunque, dall`idea di circumnavigare i parchi.

Lima è una città di nove milioni di abitanti e si vede. Attraversare la strada è un`impresa. I semafori, modernissimi, sono ammirati come fossero reperti di una civiltà antica. Che stiano lampeggiando di un colore o di un altro, fa poca differenza. Il rosso e il verde, le strisce bianche per il passaggio pedonale, sono simboli estranei alla cultura locale.

La città è sfacciatamente viva. Si capisce di stare in un Paese che dal 1994 al 2013 è cresciuto in media del 5,5% l`anno. La progressiva liberalizzazione dell`economia ha attratto investimenti e sorretto la creazione di ricchezza. La miseria resta una presenza costante e terribile, specie nelle aree rurali. Il 23,9% della popolazione si arrabatta sotto la soglia di povertà; nel 2009 era il 33 per cento.

Leggi il resto su Il Sole 24 ore, 26 aprile 2015

Antitrust Ue-Google: staticità contro dinamicità

Nel suo libro «The Antitrust Paradox», Robert H. Bork riportava la battuta di un avvocato secondo il quale l’Antitrust, come uno sceriffo di una città di frontiera, si limitava a camminare sulla strada principale e ogni tanto scaricava un colpo di pistola a qualche passante.

L’avvio di un procedimento europeo a carico di Google non sarà uno sparo nel Far West, ma viene da chiedersi quale sia il confine, nei procedimenti relativi al mercato digitale, tra il discorso legale e quello ideologico, tra il reo e il capro espiatorio.

A Google vengono contestate, con procedimenti diversi, due pratiche: favorire il proprio prodotto per gli acquisti comparativi nei risultati di ricerca, ostacolare lo sviluppo di sistemi operativi alternativi ad Android tramite accordi esclusivi con i produttori di smartphone e tablet.

La Commissaria alla concorrenza, annunciando l’invio di una comunicazione di addebiti sul primo profilo e l’avvio di un’indagine formale sul secondo, ha dichiarato di voler garantire che l’economia digitale possa svilupparsi senza limiti alla concorrenza imposti unilateralmente da un’impresa. La natura ideologica di questo obiettivo è tutta nell’argomento controfattuale: nessuno di noi, nemmeno chi presiede e sorveglia il diritto alla concorrenza, sa cosa succederebbe se le imprese non subissero le sanzioni dell’Antitrust, né sa se l’eventuale sviluppo del mercato si debba al controllo dell’Antitrust o ad altre cause indipendenti da questo.

Nel 2004 Microsoft venne condannata al pagamento di circa 500 milioni di euro per abuso di posizione dominante, a cui si aggiunsero quasi 900 milioni in appello, per limitare deliberatamente l’installazione di prodotti concorrenti su PC con sistema operativo Windows.

Come oggi Google nei motori di ricerca, Microsoft deteneva circa il 90% del mercato europeo dei sistemi operativi. Come oggi, anche allora chi si lamentava non erano i consumatori, quanto i piccoli (all’epoca) concorrenti. Dopo quella vicenda, Microsoft ha smesso di essere il gigante incontrastato del mercato elettronico e dei servizi digitali. È stato questo l’effetto di una sanzione che voleva, appunto, ridimensionare la sua quota di mercato per consentire una maggiore pluralità di attori concorrenti? Se dovessimo rispondere affermativamente, dovremmo dedurre che la regolazione europea ha sì ridimensionato Golia per lasciare che nel mercato di riferimento anche i Davide potessero crescere, ma che a partire da quel ridimensionamento í piccoli nel frattempo sono diventati grandi.

Google su tutti, per ora, è diventato quindi «troppo grande» per non far paura, ai suoi competitori più che ai suoi consumatori, e per non essere quindi messo sul tavolo operatorio dell’Antitrust.

Se dovessimo, invece, rispondere negativamente, dovremmo dedurne che gli obblighi imposti a Microsoft non sono serviti a mettere il mercato digitale al riparo dalla crescita di nuovi soggetti «troppo grandi». In caso di risposta affermativa, l’effetto del controllo Antitrust sembrerebbe paradossale. In caso di risposta negativa, inutile.

È possibile che la risposta alla domanda sia negativa. È stata l’innovazione che ha portato il mercato a sviluppare un diverso uso delle tecnologie.

E la stessa tecnologia del search engine potrà diventare obsoleta: spendiamo sempre più tempo a usare app, usiamo più smartphone che PC, arriviamo a un’informazione sempre più dai social network che dai motori di ricerca.

Naturalmente i propositi dell’Antitrust sono i migliori possibili, ma le regole sulla concorrenza guardano al mercato in modo statico. Anche le imprese hanno una vita: crescono, deperiscono, muoiono, si consolidano. Chi è giovane oggi potrà diventare maturo domani, o potrà morire prematuramente.

Ogni presunzione del regolatore di difendere i cittadini veicolando i destini futuri di un mercato sulla base di una fotografia del presente rischia un effetto boomerang. Specie in un mercato molto vivace come quello digitale vale quasi il 7% del Pil europeo che non sembra stia lasciando insoddisfatti i consumatori.

Dal Corriere della sera, 27 aprile 2015
Twitter: @seresileoni

Ricossa smonta le baggianate sulla decrescita

L'Expo non è ancora partito, ma il suo primo danno culturale l'ha già fatto. Diciamo che si tratta di un inciampo, a volere essere indulgenti.

L'idea, semplifichiamo, è che il mercato di per sé sia cattivo e ingiusto. È necessaria qualche forma di intervento per renderlo più equo. E il cibo sarebbe un caso di scuola. Dobbiamo sfruttare di meno le nostre risorse, dobbiamo felicemente decrescere; ma al tempo stesso dobbiamo riscoprire la nostra biodiversità (il lardo di Colonnata e roba simile) e riportare le coltivazioni alle tecniche storiche (quelle che garantivano raccolti insufficienti e numerose carestie).

Ovviamente a decidere come e quando decresceremo, sarà un gruppo di illuminati (da Petrini a Farinetti) che di questa ideologia ha fatto un business. In questo filone si inserisce anche la nostra stampa «ecologista».

Leggi il resto su Il Giornale, 26 aprile 2015

Embrace the Food Tech That Makes Us Healthier

World’s Fairs used to be an opportunity to examine a better future for society. They were about innovation, progress and development, and brought together inventors and businesses eager to demonstrate technological advancements designed for the greater good of all.

This year’s Expo Milano 2015, with the theme “Feeding the Planet, Energy for Life,” could have followed the same mold. Since the Industrial Revolution, the West has experienced what economic historian Deirdre McCloskey has called “the great enrichment.” With prosperity, nutrition has made huge leaps forward: Better preservation and refrigeration systems, agricultural advancements and antiseptic packaging have made our diet both richer and more varied. There is much to celebrate.

Instead, the Expo has fallen prey to an anti-industrial ideology dressed up as romantic nostalgia. The official charter, a solemn document intended to be “the cultural legacy of Expo Milano 2015,” declares “access to sources of clean energy” a “universal right.” It calls for the global regulation of “investment in natural resources, particularly in land,” and asks for a strategy to better guarantee biodiversity. A veteran campaigner against genetically modified crops, Vandana Shiva of India, is an “ambassador” of the event. The influence of groups like Slow Food, a nongovernmental organization that recently criticized McDonald’s sponsorship of the Expo as antithetical to the fair’s true spirit, appears to be strong.

The magic word here is “sustainability.” When applied to food, the implication is that it would it be better if everybody ate like our grandfathers. Somehow, the less-processed foods of the past are deemed to be tastier and more healthful. Moreover, locavore gurus like Slow Food chairman Carlo Petrini think we should buy most of our vegetables, meat and milk locally, irrespective of prices.

The problem with this picture is that, in reality, our grandfathers didn’t eat all that well. When the country was unified under the House of Savoy in 1861, the average Italian could expect to live about 30 years. Some 30% of the population was chronically undernourished. Malnutrition led to diseases such as anemia and rickets.

Historians remind us that better living standards translated into better nutrition. Public sanitation policies, economic growth and the rise of industrialized food production resulted in ever-greater numbers of people being satisfactorily fed. In the West, food scarcity is now a thing of the past. A similar process accompanies economic development even today: South Koreans, for instance, spent one-third of their income on food in 1975; now the figure is just 12%.

Upon arriving at Expo Milano, however, visitors are lectured on the evils of mass food production, as well as on the need to bring agricultural plots into closer proximity with cities—thus favoring local production over food that travels from faraway places. In a pre-Expo event, Italy’s Prime Minister Matteo Renzi said that when he was mayor of Florence he requested that 76% of the meals served to the city’s 24,000 schoolchildren come from local sources. It’s easy to understand that a mayor would prefer to use other people’s money to buy from producers who might vote for him. But is local production better by definition?

The food industry has strong economies of scale, made possible by, among other factors, tremendous improvements in conservation techniques. Big restaurant chains optimize their supplies by means of their better bargaining power and superior logistics and thus can often offer meals at modest prices. When it comes to food safety, the sort of reputational mechanisms that are at work in bigger, international industries are likely to be a consumer’s best ally. The value of big brands rests, ultimately, on the trust they inspire. Farmers’ markets are fun, but you don’t know much about how a salad was grown and treated just by looking at a farmer’s face. By contrast, big distribution chains have severe standards that are rigorously enforced because they fear a scandal may scare consumers and erode their revenue base.

A world of economies of scale and long distribution chains seems to be intolerably far away from the culinary traditions of our grandfathers. But is that really the case? Back when wine was consumed exclusively where it was produced, the quality tended (with few exceptions) to be bad. But as it came to be more extensively traded, wine makers could invest in research and innovation. Now, with a much wider pool of wine drinkers, making wine using environmentally sensible techniques is possible precisely because there are new demands to serve. Had wine remained a local monopoly, it would have been harder for environmentally sensitive and organic producers to find their niche.

We didn’t become richer and wealthier by eating locally. One thing that made us richer and wealthier was the ability to trade and better preserve food. We have enjoyed much progress since our grandfathers’ time, and progress is precisely what developing countries long for. Why feed them with fairy tales of a romanticized past that never existed?

Da Wall Street Journal Europe, 4 maggio 2015

Servono scienza e mercato per cucinare il menu perfetto

Con l'avvio, in maggio, di Expo 2015, l'esposizione universale milanese dedicata al tema «Nutrire il pianeta, energia per la vita», saremo sommersi, tra le altre cose, da una marea di luoghi comuni celebranti la natura contro l'industria, le coltivazioni bio contro quelle Ogm, la felicità del passato contro il grigiore dei giorni nostri.

È difficile comprendere questa retorica se non si avverte che essa è lo sviluppo di filoni cruciali della cultura occidentale. Nel 1750 Jean-Jacques Rousseau s'impose all'attenzione generale vincendo il concorso indetto dall'Accademia di Digione sul tema Se il rinascimento delle scienze e delle arti abbia contribuito a migliorare i costumi . In una fase che vedeva il trionfo delle tesi illuministe, Rousseau sostenne che le arti e le scienze non aiutano gli uomini, ma li corrompono. Quel passaggio fu cruciale e aprì la strada a una critica radicale verso la proprietà e il mercato.

L'ecologismo reazionario che oggi esalta il «mangiar semplice e naturale» proviene da lì, ignaro del fatto che non ci può essere buon cibo in quantità senza conoscenza e tecnologie avanzate: e che tutto ciò esige quella formidabile istituzione che è il libero scambio. Insomma, la fame può essere sconfitta e una cucina salutare (e perfino capace di emozionarci) può trovare posto sulle nostre tavole solo se proteggiamo proprietà privata e autonomia contrattuale. Nel corso degli ultimi secoli, però, l'intellighenzia occidentale ha più volte mostrato di temere la libertà e lo sviluppo. Lungo percorsi contorti, spesso gli europei hanno rifiutato l'incivilimento e lo scambio dei beni e delle idee, senza il quale il primo non è possibile. In questo senso, nell'ambientalismo che mette sotto accusa l'industria alimentare del nostro tempo vediamo il convergere di quell'odio per l'autonomia individuale che di frequente accomuna destra e sinistra.

Leggi il resto su Il Giornale, 9 marzo 2015

The EU needs to get Energy Union right

Will the Energy Union package become a tool to make energy more affordable, secure, and sustainable in Europe? Or will it kick off a new wave of regulation? Much will depend on the implementation—as is often the case. On Wednesday, February 25th, the EU Commission released a package of three communications that address, respectively, the very concept of Energy Union, the road to the Paris climate negotiation later this year, and the target of making the EU’s electricity markets more interconnected with each other.

With respect to previous statements and strategies, this time credit should be given to the Commission for not lacking clarity and, more importantly, being aware that energy, climate, and security policies should achieve a greater degree of coordination. Moreover, the EC Vice-President Maroš Šefcovic and Energy Commissioner Miguel Arias Cañete emphasised the central role of market liberalisation and integration, both within and across member states.

This is an important step forward: in the past, too often efforts to open the market ended up with being at odds with aggressively interventionist environmental policies (with particular regard to renewable energies support scheme).

Markets are also seen as an effective tool to promote both sustainability and security. In fact, the larger and the freer the market, the more efficient the utilisation of the installed generation capacity. All else being equal, theory suggests—and evidence supports—that energy would be cheaper, the most costly and polluting power plants would be displaced, and supply interruptions can be offset.

Leggi il resto su Capx.co, 5 marzo 2015
Twitter: @CarloStagnaro

Elettricità e gas: addio bollette protette. Ora la liberalizzazione gioca a tutto campo

Addio alla super-protezione delle bollette. Il regime di doppio mercato libero e tutelato sparirà entro il 2018. Il disegno di legge esaminato venerdì 20 nel Consiglio dei ministri conferma che nel giro di 34 mesi i clienti rimasti ancora sotto l'ombrello della maggior tutela dell'Authority per l'energia dovranno scegliere un operatore e migrare nel mercato libero, sia per l'elettricità sia per il gas.

Il superamento del regime di maggior tutela «non è un processo che si possa fare dalla sera alla mattina frena Guido Bortoni, presidente dell'Authority per l'energia -. Per questo, nel nostro piano quadriennale si parla di una roadmap per il suo superamento, fino alla completa emancipazione del cliente finale». In pratica, l'Authority concorda sul fatto che alla lunga si dovrà uscire da questo mercato a due velocità, ma prevede un'uscita a tappe, molto più diluite di quelle previste dal governo. «Credo che il metodo migliore non sia quello di fissare una data, lontana o vicina, ma di identificare un percorso di uscita», spiega Bortoni. Resta il fatto che un cliente elettrico su quattro ha già compiuto questo passo, ben 9 milioni su 36 di utenze complessive, di cui 6 milioni di clienti domestici è 3 di piccole imprese. La quota di clienti elettrici che ogni anno cambia fornitore, pari a circa al 10%, risulta allineata a quella dei Paesi europei più dinamici, in base a uno studio di NomismaEnergia.

Voci contrarie
Il mercato del gas, invece, è meno dinamico: su un totale di quasi 21 milioni di clienti, solo 3, pari al 15%, sono sul mercato libero, di cui 2,2 milioni di famiglie. Il presidente dell'Authority preferirebbe però accompagnare senza coercizioni i consumatori in un mercato spesso insidioso, dove. si possono incontrare operatori che promettono risparmi e invece distribuiscono rincari in bolletta. In effetti, dall'ultima relazione dell'Authority emerge che le famiglie passate al mercato libero hanno pagato mediamente di più rispetto al mercato di maggior tutela, del 16,7% nell'energia elettrica e del 7,9% nel gas. Proprio per questo, le associazioni consumatori si schierano decisamente contro l'abbandono del sistema attuale: sia Federconsumatori che l'Unione nazionale consumatori sono contrarie alla riforma. Sul fronte opposto ci sono molti esperti del mercato energy. Andrea Gilardoni, professore alla Bocconi e fondatore della società di consulenza Agici, è a favore di un'eliminazione della tutela. «Nei mercati più liberalizzati i prezzi sono più bassi», rileva Gilardoni. Sulla stessa linea Davide Tabarelli di NomismaEnergia. I consumatori sul mercato libero possono scegliere tra oltre 250 operatori per l'elettricità (quasi 300 per il gas) e i piu attenti, secondo NomismaEnergia, riescono a cogliere offerte che permettono di risparmiare almeno 150 euro all'anno sulle due bollette. «Se oggi fossero in vigore i vecchi meccanismi di calcolo, il cliente paghe rebbe tariffe superiori del 20%», sostiene Tabarelli. Un incoraggiamento viene poi dall'Istituto Bruno Leoni, secondo cui con il nuovo sistema i prezzi scenderanno.

Dove conviene

I Paesi con una regolamentazione meno pervasiva rendono più dinamica la domanda, favorendo la riduzione dei prezzi, sostiene l'istituto in uno studio sul mercato del gas, coordinato da Lorenzo Castellani, con la collaborazione di Assogas. «I consumatori che realizzano i risparmi maggiori dice lo studio so- no quelli dei Paesi in cui il mercato è completamente libero e si è affermato un sistema regolamentare che incentiva la concorrenza e lo switching», cioè il cambio di fornitore. Anche nel gas spiccano Regno Unito e Irlanda, uno switching superiore al 15% all'anno.
L'Italia, registra un tasso attorno al 5%, la Francia al 4% e la Germania alf Wo. A pagare di meno il gas (tasse incluse) sono gli inglesi, con 5,62 centesimi di euro per kilowattora equivalente. I prezzi più' elevati vanno di pari passo con la mancanza di libera: lizzazione: in Danimarca si pagano 11,28 centesimi per kilowattora e in Italia 9,09. La frequenza nel cambio di fornitore dipende dai vantaggi: se cambiare è complicato e si rischia di non avere risparmi, i consumatori si muovono di meno. E' essenziale quantificare la convenienza. In Germania si possono risparmiare oltre 50 euro, in Belgio 20. Nel Regno Unito, in Irlanda e in Olanda almeno 15 al mese. In Italia, a patto di fare uno slalom fra le trappole, al momento si può arrivare a un risparmio mensile di 12 euro. Ma c'è chi sta peggio di noi: in Francia si arriva al massimo a 10 euro e in Spagna, se va bene, ci si ferma a cinque.

Dal Corriere della sera, 23 febbraio 2015

Più libertà contro le lobby

Oggi il Consiglio dei ministri dovrebbe approvare la prima «legge annuale sulla concorrenza». Se ne è parlato, nei giorni scorsi, per la polemica dei farmacisti contro l'ipotesi, ancora da confermare, che il governo voglia completare la liberalizzazione dei farmaci di fascia C. Si tratta dei medicinali venduti su prescrizione medica ma non rimborsati dall'Ssn. Pare che il ministro Guidi abbia pensato che, siccome nelle parafarmacie o nei corner del farmaco della grande distribuzione lavorano farmacisti con una laurea identica a quella degli altri, costoro abbiano tutti i titoli per venderli. I farmacisti proprietari di farmacia sostengono che così non è: la laurea non vale nulla, se lo stipendio te lo paga il supermercato.

Nel pieno della crisi greca, è forse paradossale che il nostro governo si occupi di medicine. O forse no. L'Italia sta disperatamente cercando di uscire da una recessione che si trascina da sette anni. Come facciamo a tornare a crescere? Sul tema, studiosi e politici si dividono da sempre. Possiamo però dire, con un certo margine di sicurezza, che non torneremo a crescere se non aumentano gli scambi, se non si sviluppano più transazioni.

Sotto questo profilo, è fondamentale quella che potremmo chiamare la «libertà di farsi scegliere»: la libertà di cercare consumatori, di proporsi per fornire beni e servizi. Regole e restrizioni limitano gli scambi possibili. Se un certo servizio lo possono fornire soltanto gli iscritti a un albo, se un certo bene può essere prodotto soltanto da alcune aziende (magari statali), se l'offerta è a vario titolo calmierata, le opportunità di scambio diminuiscono.

Il governo Renzi sembra averlo capito e con il provvedimento in discussione oggi, se possiamo dar credito alle voci, cercherà di aprire porte e finestre. Le «liberalizzazioni» a questo dovrebbero servire: non solo a ridurre i prezzi per i consumatori, ma anche a dare spazio alla voglia di fare impresa.
E' dal 2009 che l'Italia si deve dare una «legge annuale» sulla concorrenza. L'esecutivo dovrebbe predisporla sulla base di una «lista della spesa» compilata dall'Autorità Antitrust. La logica è quella di utilizzare uno stesso veicolo per eliminare alcune delle rigidità che ancora rendono tanto difficoltoso il funzionamento del mercato, specie nel settore dei servizi. L'Antitrust non si è mai sottratto al compito, tuttavia a Palazzo Chigi finora hanno avuto altro a cui pensare.

Se Renzi e il ministro Guidi riescono a varare questa legge annuale, gliene andrà reso merito. Si parla di misure molto eterogenee. Molte di queste contribuirebbero a ripristinare condizioni autenticamente di mercato: per esempio, la piena liberalizzazione e trasparenza del mercato dell'energia, la rimozione di alcuni dei privilegi goduti da Poste Italiane a spese dei suoi concorrenti, un regime di accreditamento certo ed affidabile per ospedali e cliniche private, l'eliminazione delle norme che definiscono l'«illecita concorrenza» (l'aggettivo è inutile) fra notai. Altre hanno già suscitato la reazione infastidita di alcuni gruppi di pressione: il caso dei farmacisti è il più eclatante. Gli edicolanti si sono opposti all'abrogazione del regime autorizzatorio per le nuove rivendite e alcuni grandi editori hanno difeso la Legge Levi, che limita la libertà di vendere un libro a un prezzo scontato. E' una battaglia aspra, che si combatte nel retrobottega della politica: vedremo se Matteo Renzi saprà imporsi sulle lobby. Non dovrebbe avere problemi sul fronte della sinistra interna: dopotutto, il nonno di tutté le «lenzuolate» è Pierluigi Bersani.

Certo è che un singolo provvedimento, per quanto ricco di buone intenzioni, non basta. Per intenderci: immaginiamo che il governo ottenga l'effetto sperato, che tutta una serie di attività «ripartano». L'asfissia dell'economia italiana non è certo frutto dei soli ordini professionali.
Gli stessi renziani, appena due giorni fa, meditavano di mettere un'imposta di bollo sui depositi giornalieri in contante di valore superiore ai 200 euro: con l'effetto di taglieggiare anche la più modesta attività commerciale. L'abrogazione delle vecchie norme corporative può infondere fiducia negli investitori, ma se lo Stato rinazionalizza l'Ilva gli investitori fanno in fretta a ricredersi.
Se i prezzi dei farmaci scendono, e poi l'Iva sale per tutti, è arduo sostenere che si sono «liberate» risorse. E' difficile tornare a crescere facendo i liberalizzatori una volta l'anno, e i dirigisti i restanti 364 giorni.

Da La Stampa, 20 febbraio 2015
Twitter: @amingardi

Ibl: “Tutela gas, abbandonarla fa risparmiare”

Le varie bozze del Ddl concorrenza (QE 16/1) e da ultimo le Strategie 2015/2018 dell'Autorità per l'Energia (QE 19/1) indicano in maniera inequivocabile che il superamento del regime di maggior tutela è tornato di attualità.

Nel disegno di legge, stando sempre alle ultime bozze, si prevede in particolare una data molto ravvicinata per quanto riguarda il settore gas: il 30 giugno 2015. Che sia o no verosimile una scadenza così a breve termine, è indicativo che la precedenza sia data a questo comparto, dove effettivamente il superamento del regime è a un livello più avanzato rispetto all'elettricità (dal 2013 è limitato solo ai clienti domestici).

La domanda di base, ovviamente, è sempre la stessa: abbandonare la tutela farà calare i prezzi? Un recente studio dell'Istituto Bruno Leoni, effettuato in collaborazione con Assogas, pare rispondere senza esitazioni: i prezzi scenderanno.

Naturalmente la posizione di Ibl, notoriamente paladino delle liberalizzazioni, non può considerarsi totalmente imparziale. Ma le conclusioni del paper (disponibile sul sito di QE) si basano su elementi sostanzialmente oggettivi: ossia, un'analisi comparata dei mercati di 15 Paesi Ue, sulla base di dati Acer e della Commissione Europea relativi al 2012.
Da tale monitoraggio emerge che il prezzo più basso, tassazione inclusa, veniva pagato dai consumatori britannici (5,62 c€ per kKWh), estoni (5,76 c€ per kWh) e irlandesi (6,56 c€ per kWh). L'Estonia e il Regno Unito, rimarca Ibl, hanno completamente liberalizzato il settore, mentre la Repubblica irlandese regola solo le tariffe per i consumatori domestici ma si è dotata di un regime regolamentare che incentiva fortemente il cambio di venditore del gas. Questi Paesi hanno tassi di switching tra i più elevati d'Europa: 15% in UK, 17% in Irlanda (in Estonia il dato non è disponibile).

Gli Stati membri dove si registrano i prezzi più elevati sono invece quelli in cui il settore non è stato ancora del tutto liberalizzato: Danimarca (11,28 c€ per kWh), Italia (9,09 c€ per kWh), Grecia (8,08 c€ per kWh). Con tassi di switching ben diversi dai Paesi sopra considerati (4,5% per l'Italia).

I dati evidenziano anche come la media del risparmio mensile, a parità di consumo, dato dal passaggio dall'offerta di riferimento a quella maggiormente competitiva è più elevata nei mercati maggiormente liberalizzati: i consumatori tedeschi possono risparmiare fino a oltre 50 euro, i belgi oltre 20 euro, i britannici, gli irlandesi e gli olandesi oltre 15 euro al mese. Seguono gli Stati membri con una liberalizzazione parziale del mercato del gas: 12 euro per gli italiani, 10 euro per i francesi, 5 euro per gli spagnoli.
Ungheria, Grecia, Polonia e Romania non danno invece nessuna opportunità di risparmio.

Ibl sottolinea come sul prezzo del gas incidano anche altri fattori, quali le modalità di approvvigionamento, le infrastrutture di rete e la tassazione, ma tali elementi non intaccano la correlazione tra liberalizzazione e risparmio.
Lo studio conclude però con un'avvertenza: il passaggio da una forma di tutela molto forte (ancorché inefficace) alla piena concorrenza implica un ruolo particolare per l'Antitrust. Nel breve termine, il Garante dovrebbe vigilare sul corretto comportamento degli operatori, alla luce delle asimmetrie informative esistenti coi clienti e delle "potenziali strategie opportunistiche messe in atto in particolare dai soggetti verticalmente integrati e di maggiori dimensioni".

Si potrebbe immaginare, dice Ibl, qualche forma di monitoraggio per un periodo di tempo limitato (per esempio un anno) per poi lasciare nel lungo termine solo gli strumenti volti alle fasce a reddito medio-basso (per esempio il bonus gas) e il normale - ma rigoroso - enforcement delle norme sulla concorrenza.

Da Quotidiano Energia, 20 gennaio 2015

Failure to liberalise energy retail markets jeopardizes Energy Union

A long time has passed since the second European directive on the internal energy market was introduced. This directive required the full liberalisation of electricity and gas markets for industrial customers in 2004 and for households in 2007. Yet, as a recent report from the Istituto Bruno Leoni (“Index of Liberalisations”) shows, competition in retail electricity markets still remains mostly a chimera in the European Union. Most Member States still maintain significant barriers to competition.

The report, an annual analysis of the degree of market openness in ten key sectors of the economy in 15 EU member states, also shows that retail market regulation still differs substantially among EU countries. This lack of harmonisation represents a major constraint to the integration of European electricity markets. This is regretablle, as the full opening and harmonisation of retail electricity markets could deliver significant benefits to consumers, provide new business opportunities for suppliers, and promote a more sustainable energy sector.

An important reason for the lack of progress is the fact that the European Commission lacks enforcement measures on this issue, given the broad discretion that has been left to member states in introducing retail competition. This has left room for ambiguity and political compromises that have resulted in a wide variety of retail market regulations across countries.

Regulated prices
The Index of Liberalisations considers several qualitative and quantitative indicators of market openness, such as the unbundling regulations for networks, market concentration indexes, switching rates, the existence of retail price regulation, the extent of public participation in the ownership of the main market operators and the adoption of capacity support schemes.

One major finding is that several Member States (including Italy, France, Spain, Portugal, and Denmark) retain regulated prices or standard offers (i.e. offers for customers who never switched and for whom a public authority purchases electricity on the market, usually under regulated price conditions). Both regulated prices and standard offers create a segregated part of the market where consumers that do not actively engage in the market are further discouraged from doing so.

Leggi il resto su Energypost.eu, 16 gennaio 2015

Leopoldo I e l'incredibile avanzata delle accise sulla benzina in Italia

Il nuovo anno per i contribuenti è cominciato con una piccola buona notizia, a fronte di numerosi inasprimenti fiscali cui assisteremo nel 2015. Dal 1° gennaio, infatti, le accise sulla benzina non sono aumentate, come pure si era temuto nelle scorse settimane, ma addirittura sono scese di poco.

Uno spunto utile – questo sul settore dei carburanti – per tornare sul tema delle “liberalizzazioni” che ragionando su alcuni scritti del giurista ed economista Cesare Beccaria. Questa volta, su suggerimento dell’ascoltatore Leopoldo Papi, iniziando da una decisione presa nel 1776 dall’allora Granduca di Toscana, Pietro Leopoldo I: “Considerando Noi non essere di pubblico interesse che resti impedito al possessore di far le vendemmie delle sue Uve quando più gli piace, e che gli Statuti che ne limitano il tempo, si oppongono al libero esercizio dei propri diritti e cagionano talvolta delle vessazioni – recitava l’Editto – Ci siamo determinati di abolire ovunque sono simili Statuti, volendo che per l’avvenire sia facoltà di ciascheduno di far le Vendemmie nei propri Beni e in quei tempi e modi più espedienti, non ostante qualunque Disposizione, Legge, o Ordine in contrario a cui s’intende col presente Editto espressamente derogato”. Correva l’anno 1776, nella penisola italiana; ennesima dimostrazione che le liberalizzazioni – intese come quel processo di disboscamento dei vincoli normativi, regolamentari e fiscali che gravano sulla normale libertà di fare impresa – sarebbero tutt’altro che aliene alla nostra storia e cultura.

Cosa c’entra tutto ciò con i carburanti? E’ presto detto. Nell’Indice delle Liberalizzazioni stilato per il 2014 dall’Istituto Bruno Leoni, l’Italia risulta “il secondo Paese meno liberalizzato” nel settore carburanti tra i 15 Paesi principali dell’Unione europea presi in considerazione. Carlo Stagnaro, curatore dell’Indice e autore del primo capitolo sui carburanti per autotrazione, prende in considerazione tre fattori per costruire la classifica. Un primo fattore che spiega la maggiore o minore apertura al mercato “è legato alla presenza di norme che inducono rigidità nel settore e di conseguenza si traducono in maggiori costi grossomodo simmetrici tra i concorrenti”; l’esempio è quello di leggi regionali che in Italia impongono requisiti diversi ai nuovi entranti nel settore (come l’obbligo di dotarsi di impianti per erogare idrogeno, metano o Gpl). Un secondo fattore considerato è “la maggiore o minore propensione della rete e del modello di business nella vendita a evolvere e adattarsi a un mondo che cambia”; alcune protezioni più o meno implicite rendono meno necessaria la modernizzazione degli impianti, rallentando per esempio la diffusione del self service o la rivendita di prodotti non-oil ai punti di rifornimento. Infine però, come riconosce Stagnaro, il terzo e “più importante” fattore che frena oggi la liberalizzazione del settore carburanti in Italia è l’incidenza del prelievo fiscale. Vediamo come e perché.

Leggi il resto su Il Foglio, 7 gennaio 2015

Petrolio sempre più giù: "Un’opportunità che l’Italia deve cogliere"

Crolla il prezzo del petrolio e crolla il valore del Rublo. L’oro nero, al barile, si vende a meno di 60 dollari: gli indici Brent e Wti (rispettivamente l’olio minerale di riferimento Usa ed europeo) sono a quota 59 e 55$ circa.

Le borse ne risentono, ma per l’economia reale è una parziale boccata d’ossigeno, mentre per quella russa sono giorni (e scenari) neri. Costa sta succedendo?

IlGiornale.it lo ha chiesto a Serena Sileoni, vice direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni, che ci spiega anzitutto il perché della flessione: “Per la più classica ragione di mercato: si è prodotto di più, con un aumento della produzione americana del 60% che ha messo sul mercato circa 5 milioni di barile al giorno, mentre dall’inizio della crisi economica mondiale si è chiesto meno del previsto. Complessivamente, negli ultimi dieci anni da noi la flessione dei consumi petroliferi è stata del -36%, più del doppio rispetto a quanto accadde in occasione del secondo shock petrolifero (fonte UP), mentre a livello mondiale il 2014 si è chiuso a 92,4 milioni di barili al giorno, 200 mila in meno del previsto (stime IEA)”.

Siamo agli antipodi della crisi energetica del 1973-1974 causa guerra del Kippur. E l’Opec, oggi, decide di non tagliare la produzione del combustibile. Il greggio si compra a meno, molto meno: -50% rispetto al suo valore di giugno, quando servivano circa 110 dollari per i 159 litri. Il che significa benefici per consumatori – che si vedono aumentare il potere d’acquisto –, imprese e Paesi importatrici, come l’Italia. Ma a guadagnarci forse più di tutti sono gli Stati Uniti, che superano la nemica Russia in quanto Paese produttore e mettono nel mirino l’Arabia Saudita.

Leggi il resto su Il Giornale, 18 dicembre 2014

Ilva o no. Siamo sicuri che l'Italia sia ancora un buon posto per fare acciaio?

Nel disastro di Taranto hanno perso tutti, proprietà, amministrazione locale, stato nelle sue varie articolazioni. Per distinguere le varie responsabilità di un simile disastro, bisognerà aspettare i processi, penali e civili: anni e anni. Intanto lo stallo costa, in soldi e in consensi: con l'intervento deciso, il governo ridurrà forse le emorragie, ma noi rischiamo di smarrire tra interventi provvisori, soluzioni ponte, approdi finali la visione complessiva di quanto si è finora perso e perché. Farlo perbene richiederebbe di entrare nel merito dei giudizi di un magistrato, il cui operato non è stato giudicato esorbitante o illegittimo dagli organi di autogoverno della magistratura. Per cercare di fare una sorta di "screenshot" della situazione attuale, utile a giudicare le scelte che si faranno, c'è una strada: tornare indietro a un tempo precedente a quello dell'ordinanza del magistrato, riportare cioè la questione Ilva all'interno del quadro generale in cui essa si colloca fin dalla sua fondazione "La natura è ciò che resta dopo aver soddisfatto tutte le esigenze umane", scrive Lewis Baltz, il grande fotografo-artista vissuto tra Venezia e la California. Le industrie consumano ambiente. Lo consumò l'Ilva come terreno quando fu deciso di localizzarla in quel luogo, lo consumò, come emissioni durante i 35 anni di proprietà pubblica e i 15 di proprietà privata. 15 anni in cui la proprietà investì in protezione ambientale una quota importante degli investimenti totali, questi a loro volta superiori agli utili.

Le industrie soddisfano esigenze: esigenza è il lavoro. Lavoro e ambiente sono due beni costituzionali, quindi necessariamente bilanciati tra loro. Dopo che per oltre mezzo secolo si sono protratti consumo di ambiente e creazione di lavoro, i problemi che sorgono sono collettivi, riguardano l'intera comunità, vanno quindi risolti con il coinvolgimento di tutti, autorità locali, poteri centrali, proprietà. Col progredire della coscienza ambientale, aumenta la richiesta di re-internalizzare i costi: nel caso dell'Ilva questa si traduce in una nuova Aia del costo stimato in 1,8 miliardi, che il governo regionale ha voluto più severa e quindi più costosa di quella europea. Non sono questi i soli soldi che si devono mettere per fare ripartire l'Ilva: si devono anche riparare gli impianti danneggiati (gli altiforni vanno quasi rifatti), si deve ricostituire il circolante consumato (anche per pagare i fornitori); si stima che il relativo capitale da mettere in azienda sia dell'ordine di 2,5 miliardi. 1,8 e 2,5? Poco conta l'esattezza, l'importante è tenere distinte le due cifre, quella per l'Aia e quella per il funzionamento. L'adeguamento alle nuove norme la deve mettere chiunque voglia far ripartire Taranto. L'altra somma corrisponde ai danni che si sono prodotti per non avere riconosciuto fin dall'inizio la natura pubblica del problema, e quindi la necessità di affrontarlo insieme a tutte le parti interessate, in primo luogo insieme alla proprietà, attuando un piano ragionevolmente scadenzato, tenendo cioè conto, accanto all'urgenza di ciò che si deve fare oggi anche i decenni in cui non si è fatto abbastanza.
Un'azienda vale i flussi di cassa futuri, nell'attualizzazione quelli a breve pesano di più, e oggi nella siderurgia sono molto bassi o negativi. Se nessuno, né l'attuale proprietà né un nuovo acquirente, fosse disposto a prendere in mano l'azienda pagando il costo dell'Aia, non c'è nessuna ragione per pensare che lo stato (la Cdp poniamo) possa far meglio di un'azienda del settore: in tal caso vorrebbe dire che l'Italia non è più il posto adatto a fare acciaio. Del tutto diverso è il discorso per il costo a fronte delle perdite che si sono prodotte a seguito dell'intervento della magistratura. Se il valore aziendale che un compratore è disposto a riconoscere non arrivasse a coprirle, lo stato avrebbe interesse a pagarle per far ripartire l'impianto: ma questo non vuol dire che avrebbe interesse a farsi azionista e rilevare l'intera azienda, obblighi Aia compresi. Quei soldi sono bruciati per sempre, è un'illusione pensare di recuperarli producendo acciaio. Il guadagno eventuale remunererebbe il rischio dell'investimento, e non c'è nessuna ragione per pensare che Cdp guadagnerebbe di più facendo l'acciaio che non investendo in uno degli altri settori in cui opera, con conoscenze e con profitto.

Questo è uno conto ipersemplificato: ma serve ad annotare alcune cifre da non dimenticare quando, un giorno o l'altro, si dovrà spiegare che cosa è accaduto, o meglio non è accaduto a Taranto. Dove oggi invece c'è incertezza su tutto: sul ciclo produttivo, sul combustibile da usare, sulle condizioni operative, perfino sul modello di business. Oggi a Taranto non ci sono le condizioni base per fare un piano operativo: e quindi lo stato appare l'unico in grado di farsi carico dell'incertezza, e di negoziare compromessi. Questo è il vero rischio che corriamo oggi a Taranto: far fare allo stato il siderurgico di ultima istanza. Povero Sinigaglia!

Da Il Foglio, 16 dicembre 2014

Trasporti e ambiente: quando la tassa è “giusta”

I COSTI SOCIALI DEI TRASPORTI

Getting Energy Prices Right” (Imf, Washington DC, 2014), la ricerca recentemente resa pubblica dal Fondo monetario (appare di straordinaria vastità. Concerne infatti 156 paesi del mondo, e si ripropone di definire e valutare politiche fiscali per le quattro fonti principali di energia da fonti fossili (carbone, gas naturale, benzina, diesel), tali da “internalizzare i costi esterni” che generano. E ciò tenendo conto di quanto le politiche fiscali nazionali già non “internalizzino” tali costi. Inoltre si spinge successivamente fino a valutare l’ordine di grandezza dei benefici socioeconomici e fiscali che la fissazione di una imposizione corretta genererebbe.

Il volume, di quasi 200 pagine, è stato onorato da una prefazione di Christine Lagarde. L’analisi si concentra soprattutto sul settore dei trasporti, per due motivi: la complessità del settore e la presenza di numerose altre esternalità, che in una ottica di internalizzazione non possono certo essere ignorate. Le esternalità considerate per il settore dei trasporti appaiono nel complesso esaustive: infatti, accanto agli effetti climalteranti ed ai danni alle persone proprie di tutte le emissioni gassose in atmosfera, vengono valutati statisticamente i costi sociali degli incidenti ed i fenomeni di congestione. Sulla valutazione di questi ultimi tuttavia non si possono non esprimere tre dubbi metodologici rilevanti. Il primo concerne la definizione di assenza di congestione (flusso veicolare libero) assunto come riferimento: in realtà la teoria dimostra che un flusso libero non è efficiente, perché evidenzia la sottoutilizzazione dell’infrastruttura. Il flusso che massimizza il surplus sociale è intermedio tra il flusso libero e quello congestionato. Nel caso della città di Parigi il rapporto fra costo “economico” della congestione e quello del “tempo perso” è stato stimato da Prud’Homme pari a 1/15.
Il secondo dubbio è l’assimilazione della congestione ad altre esternalità: anche qui la teoria, sviluppata dal premio Nobel Buchanan ma certo non universalmente condivisa, include la congestione stradale tra le “esternalità di club”, in cui i soggetti danneggiati coincidono con i soggetti che generano il danno, al contrario delle esternalità da emissioni. Il terzo dubbio è la nota inefficienza dell’uso delle accise sui carburanti nell’internalizzare la congestione: considerata l’estrema variabilità nel tempo e nello spazio del fenomeno è di gran lunga preferibile ricorrere a strumenti del tipo “congestion charge”. Analoga considerazione può essere svolta con riferimento al tema della incidentalità.

Leggi il resto su LaVoce.info, 25 novembre 2014

«Non si può più costruire. Troppi divieti e leggi folli»

«Partiamo da una prima verità: siccome io vivo a Chiavari e dato che Chiavari è stata duramente colpita dall'alluvione e il coro sull'abusivismo edilizio si è puntualmente levato ecco che allora vorrei sottolineare questa verità.
La verità che in Italia si è costruito tanto e male ma lo si è fatto, almeno nel Nord Italia, nel rispetto della pianificazione urbanistica. Voglio dire che le costruzioni nell'alveo dei fiumi non sono abusi sanati ma, per la stragrande maggioranza dei casi, si tratta di costruzioni realizzate nel rispetto, non solo delle leggi, ma delle scelte di pianificazione dei Comuni.
In buona sostanza mi preme sottolineare questo concetto: che proprio il dissesto idrogeologico italiano è la prova provata del fallimento della pianificazione pubblica nella gestione dei suoli».

Ricercatore dell'Istituto Bruno Leoni, autore di saggi e pubblicazioni, attento osservatore della realtà urbanistica nazionale, l'avvocato Silvio Boccalatte esordisce così la sua disamina sulla situazione edilizia in Italia.

Acclarata questa verità, avvocato, l'edilizia in Italia rimane ferma, anzi bloccata...
«Certamente. E purtroppo. Perché dopo l'ubriacatura delle costruzioni, il periodo durante il quale si è concesso tutto a tutti nell'ambito di scelte di pianificazione, che venivano sì influenzate dagli operatori privati, ma comunque realizzate nel rispetto della legge, poi la normativa edilizia nei decenni è diventata folle, nel senso che impedisce di costruire. Perché è una normativa che rende impraticabile l'edilizia nuova»

In che cosa si traduce, avvocato Boccalatte, questa folle normativa edilizia?
«L' edificabilità dei suoli, che è una prerogativa rigorosamente pubblica è ridotta ai minimi termini e oramai la scelta pianificatoria generale si orienta verso il riutilizzo dei suoli. Un orientamento che poggia su un'idea sbagliata, che è l'idea del consumo di suolo come il se il suolo potesse consumarsi come un panino che si mangia e poi non c'è più. E partendo da questo presupposto sbagliato si è passati all'eccesso opposto, impedendo di costruire praticamente ovunque».

Ad appesantire il quadro normativo ci sono balzelli, tasse e oneri vari, vero avvocato?
«In effetti ad una situazione già così compromessa si somma il meccanismo pericolosissimo degli oneri di urbanizzazione. Della serie: io Comune ti do il permesso di costruire ma tu mi paghi il pizzo, mi paghi dazio e in anticipo . Una (chiamiamola pure col suo nome) sorta di estorsione legalizzata, che fa versare somme cospicue dietro la presunta contropartita di servizi che verranno poi portati dalla municipalità nella zona della costruzione ma che in realtà finisce nel calderone della spesa pubblica. Poi aggiungiamo gli oneri strutturali che riguardano tutto il sistema di imposizione sulle compravendite, il passaggio attraverso l'atto pubblico e il controllo notarile. Tutti oneri che si possono sopportare in un periodo di vacche grasse ma che adesso pesano più che mai. E sommiamoci pure, anche se sono pochi soldi, le certificazioni energetiche per esempio. Senza certificazioni non puoi né comprare né affittare un immobile».

Perché la scelta di ristrutturare anziché costruire?
«È una politica di tentata reazione agli eccessi del passato . Basti pensare recentemente stava per passare un aumento del 150 per cento dell'imposizione fiscale sulle nuove costruzioni. Il che significa che si vuole impedire fermamente e con ogni mezzo di costruire ex novo. Lo slogan del passato è stato quello di fermare la speculazione e di tagliare le unghie alla rendita. Adesso è stata talmente accentuata l'imposizione fiscale sul mattone che hanno tagliato le mani alla rendita. Avere eliminato la rendita porterà i proprietari a fare investimenti o lasciare cadere a pezzi i loro appartamenti? La rendita forse ci fa schifo perché da settant'anni viviamo in una realtà filo-socialista ma la rendita è quella che traina e porta avanti il mercato . Altrimenti non si ha futuro economico. I nostri legislatori dovrebbero ricordarsi in quale stato erano le città dei Paesi socialisti nel 1989».

Da Il Giornale, 18 novembre 2014

Shock da bolletta

Ci sono due dati che, se letti assieme, fanno paura. Il primo: le piccole e medie imprese italiane pagano la bolletta elettrica più cara d'Europa, dopo quelle danesi e cipriote. Il secondo: il 95% delle imprese italiane ha meno di 10 addetti, e la loro dimensione media 4 addetti è del 40% inferiore alla media europea. Il combinato disposto di questi fatti è: "abbiamo un problema, Houston". Infatti, il costo dell'energia è uno dei principali elementi di competitività per le aziende, che ne può determinare la maggiore o minore capacità di imporsi sulla concorrenza internazionale. Se si aggiunge che il nostro Paese dipende fortemente dal traino dell'export, è ovvio quali siano le dimensioni dell'emergenza. Se questo è vero, allora bisogna porsi due domande: perché e come ci siamo trovati in questa situazione? E come uscirne? È essenziale rispondere a entrambe per esprimere una diagnosi, e per individuare un sentiero che consenta di ridimensionare il sottostante handicap competitivo e accompagni le imprese italiane verso una ritrovata competitività. Da questo assieme naturalmente ad altre misure che vadano a incidere su altri fattori di debolezza italiani dipende la capacità del Paese di crescere.

Ciò è di fondamentale importanza perché, nel lungo termine, solo il ritorno a tassi di crescita positivi, sostenuti e persistenti nel tempo può mettere l'Italia in sicurezza rispetto ai suoi maggiori fattori di rischio, quali la disoccupazione (specie giovanile, femminile, e di lunga durata) e il debito pubblico (in rapporto al prodotto interno lordo). La risposta alla prima domanda è semplice quanto deprimente: la bolletta elettrica è stata trattata, negli ultimi vent'anni e a dispetto del profondo processo di riforma che ha investito il settore, alla stregua di un bancomat. A partire dalla metà degli anni Novanta, sulla scorta di tre pacchetti europei di liberalizzazione, il comparto elettrico ha completamente cambiato aspetto.
Si è passati da un monopolio pubblico verticalmente integrato a un mercato sostanzialmente liberalizzato, dove sia la domanda sia l'offerta sono libere e le reti sono segregate rispetto alle attività di mercato. Questo avrebbe dovuto portare, nelle intenzioni, a un importante ciclo d'investimenti nel rinnovo del parco centrali (che c'è stato) e alla riduzione dei prezzi. Quest'ultima si è verificata solo se si guarda alla componente all'ingrosso dei prezzi. Purtroppo, il consumatore (incluse le imprese), in aggiunta alla commodity, paga anche una serie di servizi, oneri e imposte che appesantiscono il totale. In particolare, egli deve sostenere i costi di vettoriamento dell'energia (e i relativi investimenti nelle reti) e un gran numero di voci che sono poco o per nulla collegate al servizio. Ora, i costi di rete sono probabilmente eccessivi, come si può desumere dagli elevati rendimenti sul capitale investito degli operatori. Ma, soprattutto, le altre componenti sono cresciute a dismisura, sia in numero sia per la loro entità. Molte di esse finanziano attività che hanno poca attinenza col servizio elettrico: dallo smantellamento delle ex centrali nucleari alla cosiddetta ricerca di sistema fino alla "riserva di capacità" per San Marino e il Vaticano.

Altre sono state oggetto di una crescita vertiginosa e incontrollata (ancorché ampiamente prevedibile): il peso dei sussidi alle fonti rinnovabili è esploso da poche centinaia di milioni di euro a quasi 13 miliardi l'anno (l'impatto del solo fotovoltaico è passato da 5 euro / MWh nel 2010 a a 21 euro / MWh nel 2013). Altre ancora riflettono il peso politico di specifici gruppi di consumatori: i grandi consumatori, come le imprese cosiddette energivore e le ferrovie, godono di agevolazioni il cui costo si riversa sulle spalle delle Pmi. Infine, l'attuale sistema di "maggior tutela" in virtù del quale la maggior parte dei consumatori, incluse le Pmi, pur potendo teoricamente accedere al libero mercato, si rifornisce a un prezzo fissato dall'Autorità per l'energia ha ingessato la domanda limitando i benefici potenziali della liberalizzazione. Se questa è la diagnosi, la terapia deve essere coerente: poiché l'eccesso di costo dipende dal peso degli oneri e dalla concorrenza insufficiente, l'unica via d'uscita consiste nel ridurre gli oneri e stimolare la concorrenza. Sul primo fronte, il governo è già intervenuto mettendo in moto un processo di efficientamento. Il pacchetto "taglia bollette" varato a giugno mette le briglie alla crescita degli oneri, e interviene su molti di essi eliminandoli o comunque limitandone l'impatto.
Sull'altro fronte, l'Autorità Antitrust nell'ambito della sua periodica segnalazione finalizzata alla legge annuale per la concorrenza ha sottolineato l'esigenza di restringere fino a superare del tutto il perimetro della "tutela", spingendo i consumatori sul mercato. Naturalmente essi devono essere "accompagnati", ma non è pensabile che, finché verranno trattenuti nello zoo dei prezzi regolati, siano in grado di cogliere i vantaggi della concorrenza.

Su questo punto è necessario essere precisi. La concorrenza, al livello del mercato retail, funziona se non solo l'offerta è contendibile, ma anche la domanda è mobile. Tuttavia, difficilmente questo accade in assenza di una "spinta" che costringa i consumatori a rendersi conto del "nuovo mondo" che si può aprire davanti ai loro occhi. In un certo senso, esiste un parallelo con le telecomunicazioni: fino alla piena apertura del mercato e alla scomparsa delle forme dirette e indirette di regolazione dei prezzi era impensabile che cittadini e imprese cambiassero con disinvoltura il loro gestore telefonico. Eppure, oggi è proprio questa opportunità a trainare lo sviluppo del servizio, l'ampliamento dell'offerta e la riduzione dei prezzi. Non c'è ragione di credere che lo stesso non possa accadere nel caso dell'elettricità.

Ridurre i prezzi dell'energia elettrica è un passaggio cruciale, ancorché non sufficiente, per aiutare le Pmi italiane a ridimensionare i loro svantaggi competitivi. Purtroppo, i costi dell'energia riflettono una lunga serie di scelte passate, molte delle quali scarsamente coerenti le une con le altre e comunque tali da generare una escalation delle componenti tariffarie. Inoltre è necessario riconnettere l'Italia alla spinta europea verso la progressiva apertura del mercato, una spinta che se non si è esaurita appare comunque indebolita, non solo nel nostro paese ma anche in diversi altri Stati membri dell'Ue. Paradossalmente diverse scelte, anche relativamente recenti, anziché andare verso una maggiore competizione sembrano accreditare l'idea di un ritorno prepotente dello Stato al centro della politica energetica.
La pretesa di guidare investimenti e comportamenti degli operatori è incompatibile con un mercato vivace, efficiente e dinamico.

Da Genova Impresa, 27 ottobre 2014
Twitter: @CarloStagnaro

Hinkley Point C decision further undermines competition in the electricity market

The European Commission has given the green light to the construction of a new nuclear plant at Hinkley Point. This may or may not be part of a nuclear renaissance, but it is definitely a further weakening of the British model of liberalisation of the electricity market.

The Hinkley Point C scheme will be made possible by a number of state-backed financial guarantees. The most important one is the introduction of a ‘strike price’ of £92.50 /MWh, about twice as much as the current wholesale price of electricity. This arrangement will be kept in place for as long as 35 years, vis-á-vis an expected technical life of the plant of 60 years. According to the EU Commission’s estimates, the new plant will become operational in a time of 10 years for an investment cost of £34 billion. If the past can provide guidance, both costs and timetables are likely to overrun.

A brief analysis of the figures illustrates the economic shortcomings of the scheme. Under the assumption that electricity wholesale prices will stay around the current level for the next 35 years and that the extra-cost is justified by the alleged positive externalities deriving from more carbon-free energy, it follows that the external benefit is priced at £40-50/MWh. Under the further assumption that the additional nuclear power will displace electricity produced by Combined Cycle Gas Turbines at the margin, with average emissions of 340 kg CO2/MWh, it follows that British consumers will pay an average of £117-147 per ton of CO2. The same ton of CO2 is now priced on the EU Emissions Trading Scheme (a cap-and-trade mechanism designed to find the most cost-effective ways to reduce emissions) well below £8. This implies consumers will be forced to pay 14-18 times more for the same product (i.e. the positive externalities from carbon-free power). The fact that other green sources, such as wind or solar power, are subsidised just as much, or even more, does not make the impact any less painful.

Leggi il resto su Iea.org.uk, 10 ottobre 2014

Energia elettrica: è l’ora dei prezzi negativi

Le direttive europee sull’apertura dei mercati energetici sono finalizzate non solo a incoraggiare la concorrenza nei mercati nazionali, ma anche a favorire l’integrazione tra i mercati europei. L’allargamento della dimensione fisica dei mercati – e, in prospettiva, la creazione del “mercato interno” per l’energia elettrica – può infatti produrre benefici importanti in termini di prezzo, di maggiore efficienza nell’utilizzo degli impianti esistenti e di riduzione degli impatti ambientali. Per raggiungere l’obiettivo la Commissione Europea ha promosso iniziative diverse: tra le altre, oltre l’introduzione di regole armonizzate per la disciplina dei mercati nazionali e la realizzazione di investimenti infrastrutturali cross border, il cosiddetto market coupling. Si tratta di “un meccanismo di integrazione dei mercati che, nel determinare il valore dell’energia elettrica nelle diverse zone europee di mercato coinvolte, contestualmente alloca la capacità di trasporto disponibile tra dette zone, ottimizzandone l’utilizzo”.

Attraverso l’adozione di regolamenti comuni per il funzionamento delle rispettive borse elettriche, in particolare in relazione ai mercati del giorno prima, 17 paesi europei hanno già raggiunto il market coupling. Entro la fine del 2014 anche l’Italia (che dal 2011 opera in accoppiamento sulla frontiera slovena) dovrà unirsi a questi paesi adeguando le proprie regole di mercato. L’esperienza con la Slovenia ha finora prodotto risultati positivi e fa presagire che la futura integrazione del mercato italiano con quelli dei maggiori paesi europei può potenzialmente portare a risultati altrettanto positivi e di più vasta portata. Affinché ciò diventi realtà, è tuttavia necessario che il nostro paese adotti una serie di riforme. I cambiamenti necessari a tal fine sono riassunti efficacemente in un recente documento di consultazione dell’Autorità per l’energia elettrica il gas ed il sistema idrico. Tra di essi, la possibilità per i prezzi di assumere valori negativi, peraltro già annunciata dal Ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi, nell’ambito del “pacchetto taglia-bollette”.

Leggi il resto su LaVoce.Info, 26 settembre 2014
Twitter: @CarloStagnaro@SimoBenedettini

Pensioni fra Stato e privato

La recente sentenza della Corte costituzionale, che ha ripristinato gli aumenti per le pensioni superiori ai 1.400 euro, ha riportato la questione previdenziale al centro dell`attenzione e sta di nuovo obbligando a porre mano all`intero sistema delle pensioni: troppo costoso e basato su logiche difficilmente giustificabili sulla base di criteri di giustizia.

Nell`immediato, il governo sarà costretto a trovare risorse che permettano di soddisfare (almeno in parte) le richieste della Consulta. Questo però non basta. Più in generale è bene comprendere che il passaggio che ebbe luogo una ventina di anni fa dal sistema detto "retributivo" a quello "contributivo" non è in grado di garantirci un futuro, dal momento che non si è usciti da quello schema che vede i lavoratori attuali pagare la pensione dei lavoratori del passato, ormai anziani. Per giunta la demografia ci condanna, dato che l`età della vita si è allungata proprio mentre crollava l`indice di fertilità. Lo scenario futuro vede pochi giovani che dovranno mantenere tantissimi anziani.

La gestione pubblica delle pensioni è stata costruita operando una collettivizzazione dei risparmi destinati a sorreggere la nostra terza età. I lavoratori sono stati costretti a destinare le loro risorse all`Inps e a istituti simili, che non hanno accantonato e investito tali capitali, ma li hanno usati per soddisfare le esigenze dei pensionati presenti e anche per altre esigenze "sociali". Ora però i conti della previdenza non tornano e sono necessarie misure drastiche, che si aggiungano alle varie riforme degli ultimi anni.

Al tempo stesso, se l`economia non si mette in moto è impossibile che vi siano risorse per garantire una vita decente alla popolazione anziana, ma con questi prelievi fiscali e previdenziali è difficile che si possa avere una qualche ripresa.

Entro tale quadro molti si rendono conto dell`esigenza di passare da un sistema previdenziale "politicizzato" (pubblico, statale) a uno basato sulla responsabilità di singoli in grado di controllare direttamente i loro accantonamenti. È questo in particolare il tema dei fondi privati e della previdenza complementare.

Non è un caso, però, che oggi soltanto una minoranza dei lavoratori (meno di un terzo) stia costruendo una pensione complementare: un po` perché l`insieme del prelievo fiscale e contributivo è già molto alto, e quindi i giovani non hanno risorse da destinare a una pensione ulteriore, ma anche perché c`è poca fiducia. Il modo in cui negli scorsi anni il legislatore è intervenuto a modificare le regole fiscali in materia di previdenza privata oppure ha annullato autonomia delle varie mutue professionali ha insegnato che in questo ambito regna un arbitrio che non promette molto di buono.

Pure in tema di pensioni, insomma, c`è bisogno di più diritto e meno politica. In altri termini è necessario che vi siano regole precise, semplici, di lunga durata, sottratte alla volubilità di governi e legislatori. Questo è importante non soltanto per aiutare l`economia a rimettersi in moto, ma anche per favorire quella fiducia che è necessaria a far crescere una previdenza nuova e direttamente nelle mani dei lavoratori.

Da La Provincia, 7 maggio 2015

Gli effetti collaterali della politica farmaceutica

La proposta della Conferenza delle regioni di introdurre una forma di responsabilità patrimoniale per i medici del Servizio Sanitario Nazionale che prescrivano cure ritenute non necessarie - o comunque “inappropriate” - da parte delle regioni stesse e delle ASL è solo l’ultimo esempio di un pericoloso trend che, da diversi anni, mette a repentaglio l’autonomia dei medici e la libertà dei pazienti nel tentativo di limitare la spesa farmaceutica.

Nel paper “Farmaci e spesa regionale: il conto della salute” (PDF), Giacomo Lev Mannheimer, Fellow dell’Istituto Bruno Leoni, si chiede appunto “se le recenti politiche farmaceutiche nazionali e regionali con cui comprensibilmente si cerca di limitare i costi della sanità pubblica non rischino di compromettere l’adeguata attuazione del principio universalistico del diritto alle cure” oppure siano in realtà funzionali a determinare esclusivamente una riduzione della spesa farmaceutica.

“Indubbiamente – prosegue l’autore – il bilanciamento tra i suddetti interessi non è di facile realizzazione. Bisogna tenere in considerazione, in questo senso, che maggiori risorse risparmiate dalle regioni sul costo sanitario non corrispondono necessariamente a maggiori risorse in capo ai cittadini, ma rischiano invece di concretarsi in somme di denaro pubblico riutilizzato dalle regioni per scopi la cui opportunità andrebbe perlomeno valutata previamente, in un’ottica di costi-benefici, rispetto alla spesa farmaceutica.

In linea generale, però, l’orientamento che il legislatore (nazionale e regionale) dovrebbe adottare nei confronti della politica farmaceutica dovrebbe essere il più possibile distaccato rispetto alle scelte di merito dei cittadini. A parità di costo per le casse pubbliche, l’utilizzo di farmaci branded o generici, così come la scelta di medici del SSN o convenzionati, dovrebbe pertanto corrispondere alle diverse e specifiche casistiche e sensibilità dei singoli pazienti. E ciò a maggior ragione in quanto, come si è avuto modo di constatare, le politiche di favore verso ad esempio i farmaci generici rischiano in molti casi di deresponsabilizzare gli operatori sanitari, con rischi legati alla sicurezza delle terapie e alla salute dei cittadini.”

Il paper “Farmaci e spesa regionale: il conto della salute”, di Giacomo Lev Mannheimer, è liberamente disponibile qui (PDF).

Meno stato, meno assistenzialismo. L`immigrazione oggi è ostaggio di opposti estremismi

Quando si discute di immigrazione l`Italia appare prigioniera di opposti populismi: divisa tra chi vorrebbe uno stato che assista chiunque arrivi sulle nostre coste e chi, all`opposto, sarebbe felice di allontanare tutti, consapevole che si tratti d`una proposta elettoralmente assai pagante. In pochi si rendono conto che è necessario valorizzare un`immigrazione utile a chi viene in Italia e anche a noi stessi.

La questione va dunque al più presto "depoliticizzata". In altre parole, è necessario che si delineino poche e ragionevoli regole che descrivano in che modo è possibile venire qui a vivere e lavorare, evitando una volta per sempre di caricare i costi dell`immigrazione su chi paga le imposte. Abbiamo bisogno di norme semplici (meglio se definite localmente) che vanno fatte rispettare, ben sapendo che la nostra società ha bisogno in molti casi del contributo dei lavoratori stranieri e al tempo stesso si deve prestare la massima attenzione a non caricare i costi di tutto questo sulle spalle dei contribuenti. In ambito liberale le discussioni teoriche degli ultimi decenni hanno spesso visto contrapporsi visioni che aiutano a cogliere come il dibattito attuale radicalizzi esigenze pure sensate. Taluni (un nome per tutti, Milton Friedman) hanno difeso l`idea di frontiere aperte, nella persuasione che non si possa sbarrare la strada a chi è in cerca di una vita migliore. Tanto più che l`economia trae beneficio dal contributo di nuovi arrivati. Altri hanno però sostenuto - è questo il caso di Hans-Hermann Hoppe - che tutto ciò sarebbe vero in assenza della redistribuzione statale. Nella situazione odierna muoversi dall`Africa all`Europa significa accedere ai benefici del welfare: e quindi un`immigrazione senza limiti proveniente dalle aree più povere del pianeta può generare un parassitismo destinato a suscitare notevoli resistenze. Entrambe queste tesi vanno prese in seria considerazione, poiché un`Italia chiusa su se stessa sarebbe destinata a declinare velocemente, ma al con- tempo ogni apertura dovrebbe essere accompagnata da una riduzione dell`intervento pubblico. Le spese assistenziali collegate all`arrivo dei migranti sono benzina sul fuoco delle tensioni etniche. Da questo discende che gli oneri dell`immigrazione devono essere sostenuti il più possibile dagli stessi immigrati, dalle imprese che ne hanno bisogno e dalle associazioni di volontariato frutto dell`altruismo di tanti connazionali. 

Già ora è così in vari casi. E` interessante sottolineare che per venire in Italia i migranti sono disposti a pagare cifre piuttosto alte. Oltre a ciò, spesso costi significativi gravano sulle imprese interessate a dare lavoro a quanti vengono da lontano: basti considerare il rapporto esistente tra le aziende agricole e i loro dipendenti pakistani o indiani, ma anche alle famiglie che ospitano le donne filippine o ucraine che si prendono cura dei nostri anziani. 

Togliere spazio ai centri di accoglienza pubblici e rafforzare il ruolo dei soggetti profit e no-profit permetterebbe di avere una migliore immigrazione e abbassare le tensioni che oppongono quanti militano a favore del solidarismo e quanti, al contrario, vorrebbero un`Italia integralmente chiusa su se stessa. 

Un recente studio della London City University - realizzato da Alice Mesnard ed Emmanuelle Auriol - ha avanzato la proposta di "vendere" i permessi d`ingresso. L`idea di fondo è che "il traffico di esseri umani costituisce un rischio enorme per i migranti, permette alle organizzazioni criminali di guadagnare denaro e ostacola i governi nelle attività di regolamentazione dei flussi di persone che attraversano le loro frontiere. Se lo scopo è controllare i flussi migratori ed eliminare i trafficanti, un`idea migliore è quella di abbinare le politiche di repressione alla vendita di visti a prezzi che taglino fuori dal mercato i trafficanti". Se esistono immigrati africani o asiatici disposti a versare somme significative per venire in Europa, ha senso fare in modo che questo flusso sia legale e che quel denaro sia utilizzato per individuare un canale regolare, oltre che per acquistare un normale biglietto aereo, trovarsi una casa sul mercato e poter cercare un lavoro. 

Non c`è dubbio che attualmente l`immigrazione sollevi anche a problemi di ordine pubblico, ma proprio per questo è bene portare alla luce il fenomeno, sottraendolo ai criminali che gestiscono un business in crescita e reperiscono in tal modo risorse poi impiegate pure in altri settori. L`ipotesi della vendita dei visti d`ingressi si basa su logiche privatistiche. Nasce dalla presa d`atto che gli italiani hanno investito risorse nel costruire quelle strutture (scuole, ospedali, strade ecc.) da cui gli immigrati trarranno beneficio. La vendita dei visti interpreta la logica del club: non totalmente chiuso, ma nemmeno aperto a tutti. Si può entrare, ma conoscendo le regole, rispettandole e pagando una quota d`accesso. D`altra parte, la maggior parte degli immigrati non arriva in Italia a bordo di barche alla deriva, ma giunge dalle nostre stazioni e dai nostri aeroporti. Senza che molti se ne accorgano, ogni giorno tantissimi stranieri vengono in Italia con visti turistici e poi diventano clandestini. Questo dovrebbe farci comprendere che l`immigrazione illegale non può essere sconfitta con la semplice militarizzazione delle coste. 

Eliminare ogni politica assistenziale a favore degli immigrati è cruciale, ma non basta. Bisogna infatti avere presente che ogni abitazione pubblica assegnata a uno straniero, per esempio, è un assist ai fautori delle logiche più ostili all`arrivo degli stranieri. Si deve allora restringere l`ambito dell`intervento pubblico nel suo insieme, poiché a dispetto delle logiche universalistiche tanto proclamate il welfare State rafforza la distanza tra cittadini e non cittadini, tra insider e outsider. Una società non può essere aperta all`arrivo di immigrati se condivide quasi ogni cosa: dalle case alle imprese, dalle pensioni alla sanità. Solo una società più liberale, a limitato intervento statale, può essere davvero disposta ad aprirsi.

Da Il Foglio, 22 aprile 2015

Chi vuole censurare l'Happy Meal

L'Europa è un posto ben strano. Un posto dove siamo tutti convinti che sia un legittimo esercizio della propria libertà di parola disegnare Papa Ratzinger che brandisce un preservativo come fosse un'ostia, e che alla stessa maniera sia accettabile fare del profeta Maometto una barzelletta, ma guai a dire che l'Happy Meal è più buono della pizza.

La libertà d'espressione è sacra: basta non venga usata a fini commerciali.
Questo c'insegna una polemica di questi giorni. McDonald's ha avviato una nuova campagna pubblicitaria che mostra mamma, babbo e bimbo a cena in pizzeria. Il cameriere li interroga per l'ordinazione, ma il più giovane dei tre, alle prese con l'eterno dilemma capricciosa o quattro stagioni, chiede un «Happy Meal». Per inciso, è probabile sia una scena di vita vissuta. Al menù per infanti di McDonald's si accompagna spesso un pupazzetto a immagine e somiglianza di un eroe dei cartoni, o un'altra sorpresa. I bambini hanno uno straordinario senso pratico e vorrebbero che ogni pasto fosse un uovo di Pasqua: gradevole da consumare e accompagnato da un giocattolo in omaggio.

Ma il punto del contendere, ovviamente, non sono le preferenze dei più piccoli, dei quali non importa granché a nessuno. Il problema è che la catena di hamburgherie si sarebbe macchiata del reato di lesa italianità, provando a «svalutare» la «pietanza più nota e amata del Made in Italy». Alfonso Pecoraro Scanio ha diffuso una petizione affinché l'amministratore delegato della multinazionale cancelli lo spot. L'associazione pizzaioli sforna pepate dichiarazioni.

Il vicepresidente della Camera Di Maio ha chiesto all'Expo di «ritirare McDonald's come sponsor», che non è ben chiaro cosa significhi: rinunciare ai quattrini che offrono, o semplicemente eliminare la contropartita, stile esproprio gastro-proletario? Per i pentastellati, Matteo Renzi «non difende l'Italia e le sue tradizioni». Loro hanno presentato un esposto all'Agcom, per impedire che la réclame continui ad andare in onda. La difesa delle tradizioni italiane passerebbe quindi per una censura preventiva dei messaggi pubblicitari. Resta da appurare se ci si debba limitare ai prodotti alimentari oppure no. Se a una compagnia aerea venisse in mente di suggerirci che i musei di Berlino sono più belli di quelli di Firenze, come dovremmo comportarci? E se una catena di alberghi insinuasse che Praga è più pulita e sicura di Roma? La libertà d'espressione può essere un diritto di tutti, fuorché di chi prova a vendere qualcosa?

La pubblicità informa le persone dell'esistenza di nuovi prodotti e ricorda loro i marchi ai quali sono affezionate. Non ne plasma le preferenze, ma gioca sul filo della curiosità, per indurle a provare cose nuove. I più scaltri sostengono che non esiste pubblicità cattiva: «purché se ne parli». Non è improbabile che a molti telespettatori sia venuta voglia di una margherita anziché di un BigMac.

Ma anche se così non fosse, il fine, tutelare l'Italia e le sue tradizioni, non è di quelli che giustifica i mezzi, la bollinatura degli spot permessi e di quelli no, cioè la censura. Le cose buone si difendono da sole, lasciando ai consumatori la libertà di sceglierle. Come avviene, tutti i giorni, in migliaia di pizzerie.

Da La Stampa, 16 aprile 2015
Twitter: @amingardi

I costi sociali dei disturbi alimentari

Il successo dei "talent" di cucina, dove si premia una dimensione con la quale il telespettatore non potrà mai entrare in contatto diretto, quella della bontà al palato, rivela quanto grande sia la domanda di informazione e curiosità alimentari. Forse ci siamo semplicemente accorti che il cibo è cultura, al pari di un romanzo o di uno spettacolo teatrale.

Anche la dimensione del "sano", oltre a quella del "buono", è oggetto di crescente interesse. Si tratta di un'ottima notizia: i disturbi alimentari, di diverso tipo, hanno un impatto sull'economia complessiva dei sistemi sanitari. L'educazione e la buona informazione possono avere un loro ruolo. Due considerazioni, però, s'impongono. In prima battuta, l'educazione non è "coercizione".
Avrebbe senso penalizzare fiscalmente alcuni cibi, o alcune bevande, in ragione del contenuto di zuccheri o grassi?

Ci ha provato la Danimarca, tassando con un'aliquota di circa due curo al chilo gli alimenti contenenti almeno il 2,3% di grassi saturi. Il bel risultato è stato quello di alimentare (è il caso di dirlo!) un fiorente commercio transfrontaliero, con le ovvie ripercussioni su commercio al dettaglio ed erario. L'esperienza si è rivelata a tal punto deludente, che dopo un anno appena il governo ha dovuto fare macchina indietro. In altri Paesi si è ragionato di imposte sulle bibite gassate (per esempio in Francia). È sempre difficile, in questi casi, comprendere fino a che punto arriva l'aspirazione di migliorare la dieta del popolo, e dove comincia invece la disperata fame di tributi di Stati in crisi fiscale permanente.

Ma anche immaginando che dietro questi provvedimenti non stiano che le migliori intenzioni, è impossibile non porsi un problema di libertà. La dieta di ciascuno di noi è quanto di più privato. Siamo pronti a riconoscere all'attore pubblico il diritto di decidere ciò che possiamo e ciò che non possiamo mangiare? I più cinici risponderanno che, dopotutto, lo Stato già lo fa. Eppure è difficile mettere sullo stesso piano norme che dovrebbero impedire la circolazione dí alimenti fallati e nocivi, con una regolamentazione improntata a criteri dietologici.

È difficile anche sostenere che gli aggravi per il servizio sanitario nazionale la giustifichino (anche il diverso corredo genetico comporta costi diversi da persona a persona: pensiamo a una discriminazione fiscale su base genetica?). Si tratta di un'aritmetica sociale molto complicata, nella quale di un eccesso di determinismo può fare le spese proprio la legittima aspirazione delle persone di mangiare ciò che aggrada loro. Del resto, sappiamo bene che, nelle società occidentali, i disturbi alimentari sono più il sintomo, che la fonte, del disagio.

L'Expo dovrebbe allora essere un'occasione per dare più informazione, andando incontro a una domanda diffusa e legittima. Non per immaginare altre soluzioni "collettive" a problemi eminentemente individuali.
In seconda battuta, è importante non confondere il "sano" col "locale", col "tradizionale".
Ricordiamoci che nell'Italia del 1922 era sottonutrito un italiano su cinque. Non si stava meglio quando si stava peggio, quando la carne era per pochissimi e il pesce era rigorosamente "a chilometro zero", nel senso che lontano dal mare non ci arrivava proprio. È stato il progresso economico a migliorare tavola e salute.

Da Mondo Salute, 9 aprile 2015
Twitter: @amingardi

Un sud drogato da politica e spesa pubblica produce questa classe dirigente

Cosa c'è dietro il caso di Ischia? Cosa c'è dietro una classe dirigente meridionale spesso alle prese con inchieste di carattere penale? Cosa non va in questo mondo ingessato, che non offre ai giovani quelle opportunità che invece essi sanno spesso cogliere con facilità quando si spostano in Germania, in America o anche soltanto al Nord?

Sul Corriere del Mezzogiorno Nicola Rossi riespone una tesi difficile da confutare, e cioè che le difficoltà del Sud sono in primo luogo da ricondurre a una spesa pubblica abnorme e alla politicizzazione che ne discende. Cose simili, con Piercamillo Falasca, avevo sostenuto otto anni fa in un volume (Come il federalismo fiscale può salvare il Mezzogiorno, edito da Rubbettino) in cui tra le altre cose si affermava che il Mezzogiorno può cambiare se è costretto a fare da sé e quindi ad allargare gli spazi del privato. Perché oggi la spesa pubblica meridionale è abnorme in quanto è in larga misura finanziata da altri.

Secondo le ricerche di Gian Angelo Bellati dell'Unioncamere veneta vi sono realtà come la Lombardia, l'Emilia e il Veneto che danno molto più di quanto non ricevano in servizi pubblici locali e nazionali. Nel quinquennio 2008-2013 la Lombardia ha perso circa 6.200 euro pro capite ogni anno, mentre emiliani e veneti circa 4.200 e 3.800 a testa. Questo significa che, in media, in un solo lustro una famiglia lombarda di cinque persone avrebbe visto scomparire 155 mila euro. In compenso ogni siciliano ha potuto contare su una spesa aggiuntiva dì circa 2.900 euro all'anno, ogni molisano di circa 2.500 e ogni siciliano di circa 2.000. Questa redistribuzione toglie ricchezza al Nord (regioni autonome a parte), ma soprattutto devasta il Sud, che dipende dalle decisioni di amministratori e burocrati. La spesa diventa a tal punto importante che ogni apparato pubblico si orienta sempre più a servire gli addetti e sempre meno il pubblico. Basti pensare al paradosso di costi per ospedali e servizi medici alle stelle, accompagnati da un massiccio "turismo sanitario" che obbliga tante famiglie del Sud a farsi curare altrove.

La crescita della spesa produce una progressiva centralità degli interessi di dipendenti e fornitori, e una marginalizzazione di utenti e pazienti. Non si spiegherebbero i dati abnormi sui lavoratori pubblici (la Sicilia ha cinque volte gli addetti della Lombardia) e anche quelle disparità degli oneri sopportati dalle amministrazioni. Il fatto che in Sicilia una siringa costi 10 centesimi in più che in Veneto non fa sì che la sanità siciliana sia migliore: è anzi vero il contrario. Il risultato è che dieci anni fa (ma è difficile che siano molto mutati) un euro di spesa pubblica in Calabria costava alla popolazione locale 0,27 euro e in Lombardia 2,45 euro.

Da tempo si propongono costi standard, ma è una soluzione dirigista, essenzialmente tecnocratica. E' invece necessario avviare un processo di responsabilizzazione che obblighi ognuno a fare da sé. Le diverse comunità, specie al Sud, devono vivere dei soldi che i loro cittadini versano, mentre gli amministratori devono rispondere ai propri contribuenti dell'uso che fanno delle risorse tolte. Un Sud drogato dai trasferimenti e da una ricchezza prodotta altrove è un Sud che continuerà a selezionare una pessima classe dirigente, ma una vera autonomia (anche fiscale) di ogni città e regione comporta pure concorrenza tra sistemi e governi locali costretti a operare al meglio.

Capitali e imprese devono poter scegliere: devono sapere che stare in Basilicata può costare meno e magari anche offrire servizi migliori di quelli della Calabria, che Salerno non ha le medesime imposte di Napoli. Solo questa concorrenza tra amministrazioni che vivono del loro, e spendono solo quanto ottengono con tasse locali, può permettere di entrare in un circolo virtuoso. Le cifre che descrivono il presente sono spietate e banali. La verità è che sono il frutto di un assistenzialismo che non si ha il coraggio di abbandonare. Quando questo avverrà sarà sempre troppo tardi.

Da Il Foglio, 9 aprile 2015

È caccia grossa alle farmacie

Il Ddl concorrenza nel format pre Consiglio dei ministri apre le porte alle grandi multinazionali della distribuzione del farmaco, che potrebbero «colonizzare» le farmacie private made in Italy. specialmente quelle più «provate» dalla crisi economica. Tra le misure per incrementare la concorrenza nella distribuzione farmaceutica, la svolta arriverebbe dalla possibilità per le grandi catene (con la modifica della legge 362/199l) di diventare titolari di farmacie private. Non solo: i soci delle società titolari di farmacia non dovranno più essere necessariamente dei farmacisti, ma la direzione dovrà essere attribuita a un farmacista in possesso dell'idoneità.

E la volontà espressa dal testo esaminato in Consiglio dei ministri va ancora oltre: viene infatti cancellato anche il limite delle 4 licenze in capo a un identico soggetto nel settore delle fammele, «in modo da consentire economie di scala tali da condurre all'abbassamento dei costi e consentire l'ingresso di soci di capitali alla titolarità dell'esercizio della farmacia».

I tre leader Ue della distribuzione intermedia sono Celesio admenta, Alliance boots e Phoenix. Il Ddl Concorrenza, insomma, terreno di battaglia fino all'ultimo secondo: partita aperta e poi chiusa forse in attesa del Parlamento, sull'eliminazione dell'esclusiva delle farmacie private sui farmaci C con ricetta, da concedere anche a corner della Gdo e pamfarmacie. Poi i ripensamenti e lo stralcio. Una partita, quella dei C con ricetta. che vale 2.9 miliardi.

La materia è incandescente e anche alla vigilia del Consiglio dei ministri del 20 febbraio scorso, si sono rincorse voci e polemiche. Nelle bozze circolate. tra le misure per incrementare la concorrenza nella distribuzione farmaceutica è previsto l'abbassamento della soglia di popolazione richiesta per l'apertura delle farmacie.

Tra i rumor l'ipotesi su un rafforzamento delle misure per ridurre la durata dei brevetti farmaceutici accelerando l'ingresso sul mercato dei farmaci generici. Ma anche uno stop alla possibilità di «tramandare» di padre in figlio la titolarità delle farmacie. E per pareggiare i conti con le parafarmacie, si è parlato dell'ipotesi di introdurre anche per questi punti vendita l'obbligo delle aperture notturne e festive. Voci, voci, in gran parte poi smentite.

Sempre in ambito sanitario la bozza del Ddl prevede anche misure per incrementare la libertà di accesso dei privati all'esercizio delle attività sanitarie non convenzionate con il Ssn, una semplificazione delle procedure di accreditamento delle strutture e massima trasparenza sui dati di bilancio e sulle performance delle strutture sanitarie accreditate, anche attraverso la pubblicazione periodica sui siti internet di rapporti ad hoc che illustrino attività svolte e qualità dei servizi erogati.

Sulle liberalizzazioni in farmacia il treno delle critiche si è arricchito di nuovi vagoni. Primo fra tutti quello dell'Aifa: «L'Agenzia italiana del farmaco intende ribadire in modo inequivocabile si legge in una nota ufficiale come da mandato istituzionale, la sua posizione a tutela della salute pubblica attraverso un uso consapevole e sicuro dei farmaci e la sua contrarietà a ogni forma di allargamento dei punti vendita dei medicinali, che esporrebbe con certezza i cittadini a maggiori rischi».
«Il nostro Paese non ha certamente bisogno di aumentare o favorire. in alcun modo conclude l'Agenzia italiana del farmaco un consumo dei medicinali meno appropriato che diventerebbe ancora più disorganizzato e sicuramente più pericoloso».
Federfarma esprime grande preoccupazione sull'apertura di catene di farmacie di proprietà di grandi gruppi commerciali.
«Far entrare il grande capitale nella proprietà delle farmacie si legge in una nota significherebbero ridurre le garanzie a favore dei cittadini, oggi esistenti».
In campo anche la Federazione degli Ordini dei farmacisti: «L'apertura alle società di capitali nelle farmacie si legge nella nota Fori e la marginalizzazione del farmacista abilitato è da \ vero la volta buona per distruggere il servizio farmaceutico. Questa misura, infatti, confermerebbe da una parte i peggiori sospetti sui reali beneficiari di questa pseudo-riforma, dall'altra la vocazione degli ultimi Governi a mortificare le attività professionali. E evidente che quando si parla di economie di scala si ha in mente ben altro rispetto a un servizio in convenzione, capillare, che deve rendere possibile l'assistenza farmaceutica cioè uno dei Lea».

Tra le voci in campo anche il Raggruppamento farmaceutico dell'Unione europea sulla deregulation della fascia C: «Nessun Paese europeo permette la dispensazione di farmaci etici al di fuori delle farmacie regolarmente autorizzate». E Farmacieumite con Assofarm: «Serve una riforma vera che anteponga la salute dei cittadini a logiche commerciali».

Fuori dal coro un focus dell'Istituto Bruno Leoni. Secondo l'autore. Giacomo Lev Mannheimer, Fellow Ibl, l'apertura a parafarrnacie e corner Gdo non rappresenta un pericolo per i consumatori: «Il cittadino non avrebbe nulla da temere si legge nello studio acquistando un farmaco in una parafarmacia: quest'ultimo sarebbe ugualmente prescritto con ricetta medica e venduto da un farmacista abilitato, esattamente come accadrebbe se acquistasse lo stesso medicinale in farmacia».

Da Il Sole 24 ore, 24 febbraio 2015

Se la sanità lombarda si affida alla burocrazia per affrontare l'ignoto

Quest'estate la regione Lombardia ha aperto una consultazione pubblica sul suo Libro Bianco sullo sviluppo del sistema sociosanitario in Lombardia. Quel documento prelude a una riorganizzazione del cosiddetto "modello lombardo". Del quale proprio il Libro Bianco tesse le lodi, forte di una notevole batteria d'indicatori. Ma che andrebbe aggiornato ai tempi, perché l'invecchiamento della popolazione produrrebbe tanto un aumento dei bisogni sanitari a cui assolvere, quanto una loro "mutazione". Nel paese più "vecchio" d'Europa, sono i problemi legati alle cronicità che reclameranno il senso della scena. Il sistema sanitario più efficiente del paese più vecchio d'Europa, quindi, dovrebbe dimostrare di essere tale prevenendo l'evoluzione della domanda.

La premessa è di grande buon senso, lo svolgimento un po' meno. Il Libro Bianco è un documento di difficile interpretazione: la fotografia dell'esistente ne occupa la più parte, le proposte d'intervento sono presentate in modo un po' frettoloso, con abbondante uso di formule immaginifiche ("coopetition", "dalla cura al prendersi cura"), suggestive ma inevitabilmente vaghe.

Nelle diverse ipotesi d'intervento (riorganizzazione delle Asl, introduzione di un nuovo sistema tariffario, istituzione di una centrale unica d'acquisti), il filo rosso appare essere la necessità di una maggiore centralizzazione. È questo l'elemento più sorprendente. Su una cosa, il Libro Bianco ha indubbiamente ragione: i bisogni sanitari sono destinati a cambiare, anche in modo considerevole, nei prossimi anni. Questo suggerirebbe di investire su un sistema quanto più adattabile e flessibile: cioè un sistema meno "burocratico", e quindi per forza più competitivo e "privatistico". Se prevediamo che la domanda di sanità cambi, abbiamo bisogno di aumentare, non di ridurre, il tasso d'imprenditorialità nel settore: perché ci serve che si sviluppino tentativi diversi per venire incontro in modo economico a questi nuovi bisogni. Se si concentrano tutte le risorse su un unico piano, su un unico modello, su un'unica idea, e poi quella non funziona, o chi dovrebbe metterla in atto si rivela un corrotto, abbiamo distrutto risorse e dissipato speranze. Se invece si procede per esperimenti diversi, alcuni andranno bene, altri falliranno, ma è più probabile che si riesca a sviluppare la risposta migliore a queste nuove esigenze che vanno emergendo.

In Italia si invoca, sempre, la "cabina di regia", come se il futuro della sanità, in questo caso, fosse un film con un copione già scritto. Fare assegnamento su una maggiore centralizzazione avrebbe senso se e solo se ritenessimo di sapere già come si deve gestire un ospedale per venire incontro non solo ai bisogni di oggi ma anche a quelli di domani. Un ospedale è un'azienda complessa, che deve gestire fattori di produzione molto eterogenei, e fornire un servizio essenziale e al contempo in continuo miglioramento, grazie al progresso tecnologico. Possiamo davvero fare assegnamento sulla burocrazia, per gestire bene aziende di questo tipo? Se sicuramente i bisogni cambieranno in ragione delle cronicità, nessuno sa davvero come ciò avverrà (né, a dire il vero, esistono studi o previsioni particolarmente dettagliati per la nostra Regione).

Abbiamo bisogno di fare esperimenti, e non imporre soluzioni uniformi. Abbiamo a che fare con problemi in larga misura nuovi, ma anche con situazioni nuove sotto il profilo sociologico: con famiglie diverse, da quelle che abbiamo conosciuto per buona parte della nostra storia. Più operatori si mettono in gioco, più tentativi si mettono in campo, meglio è.

Da Tempi, 11 dicembre 2014
Twitter: @amingardi

La fragilità dello Stato

«Perché lo Stato fallisce tanto spesso?», è la domanda che gli statalisti eludono sempre.
Per costoro, non c'è difetto delle politiche pubbliche che non possa essere risolto con maggiori risorse o attribuendo maggiori poteri ai funzionari dello Stato, o dall'una e dall'altra cosa assieme. In un libro denso e importante, Peter H. Schuck, professor emeritus of Law a Yale, dimostra che le cose non sono tanto semplici. Schuck è un moderato per indole, per studi e per convinzione politica (è un elettore del Partito Democratico). Per lui «perché lo Stato fallisce tanto spesso?» non è una domanda retorica, ma un tema di ricerca la cui esplorazione è di fondamentale importanza, se desideriamo che lo Stato fallisca un po' di meno. I criteri di Schuck per considerare «di successo» una determinata iniziativa pubblica sono di grande buon senso. Essa dovrebbe passare il vaglio di un'analisi costi-benefici, essere «equa» ed essere «gestibile» dall'apparato burocratico.
Queste condizioni, tanto semplici, nella realtà vengono spesso disattese. Programmi statali che dovrebbero andare a vantaggio di tutti spesso in realtà premiano alcuni a spese di altri (caso tipico la cosiddetta «politica industriale»); a taluni benefici attuali, pure esistenti, si accompagnano costi ragguardevoli specie nel lungo periodo (si pensi a molte politiche di welfare, anche nel nostro Paese); l'amministrazione si dimostra incapace di amministrare, se non al prezzo di complicare continuamente la vita a sé e ai cittadini.

Una delle ragioni per cui lo Stato fallisce tanto spesso, è che la burocrazia non è, come ad alcuni piace immaginare, uno strumento neutrale per portare avanti l'interesse pubblico. Al contrario, essa «dà forma autonomamente alle politiche pubbliche sulla base delle proprie, endemiche, caratteristiche strutturali». Ma c'è pure un problema di ordine più generale. Molto spesso l'azione politica è volta «a cambiare la mentalità, non gli incentivi»: anche in democrazia, abbondano le iniziative volte a «raddrizzare il legno storto dell'umanità», o perlomeno alcune delle conseguenze di quel legno storto, si discuta di distribuzione del reddito o di una peculiare pratica commerciale.

C'è una certa tendenza, nel ragionar burocratico, a non pensare in termini di trade off. Il fatto che una certa iniziativa persegua un obiettivo estremamente commendevole rende superfluo un esame puntuale dei costi? È istruttivo guardare, come fa Schuck, ai «casi di successo». Nel novero egli mette l'Homestead Act del 1862 (che consentì l'appropriazione delle terre a occidente), il Voting Rights Act del 1965 (la legge che protesse i cittadini di colore da discriminazioni al momento del voto), la riforma del welfare del 1996, la deregolamentazione delle linee aeree del 1978, e il National Institutes of Health. Che cos'hanno in comune? «I beneficiari e gli amministratori dei programmi pubblici ben riusciti stavano sfondando una porta aperta. La cultura dominante considerava già con favore le attività necessarie per attuarli». In qualche modo, le riforme di successo seguono e non precedono, per così dire, il cambiamento sociale e l'evoluzione tecnologica: «Non solo la realtà della politica preclude cambiamenti radicali, ma la spietata legge delle conseguenze non volute vale in particolare nel caso dei tentativi di mutare le strutture socio-politiche in condizioni di immensa complessità, opacità, incertezza e quando è necessario venire a compromessi sui valori».

Come ridurre i «fallimenti dello Stato»? Schuck pare prospettare micro-soluzioni per macro-problemi. Egli vorrebbe essere un «realista» a tutto tondo: da una parte, guardare la macchina pubblica per quel che realmente è, dall'altra avanzare proposte effettivamente realizzabili. Le iniziative dello Stato vengono realizzate «finanziando i prestatori di un determinato servizio nell'aspettativa che offrano il servizio in questione ai beneficiari previsti. Giacché i fornitori di un servizio tendono a essere meglio organizzati dei consumatori/beneficiari, questa sistemazione serve prevalentemente gli interessi dei primi». Questo, sulla base della serie di condizioni cui abbiamo fatto riferimento poc'anzi (analisi costi e benefici, equità, gestibilità), è in tutta evidenza un fattore che induce al fallimento delle politiche pubbliche. Schuck immagina che si possa rimediare tramite un mix di maggiore concorrenza, trasparenza e migliori tecniche di stesura delle norme. Per esempio, i servizi forniti dallo Stato dovrebbero essere «nella maggiore misura possibile nella forma di voucher concessi ai consumatori e soggetti alle condizioni più opportune al fine di tutelare gli obiettivi politici [dei programmi stessi]»: cioè non portare automaticamente alla nascita di nuove agenzie, imprese municipalizzate, enti pubblici. «Prima di decidere di offrire un determinato servizio», ogni apparato dello Stato andrebbe obbligato a «pubblicare le proprie conclusioni circa la possibilità che il servizio possa essere offerto con una qualità pari o superiore, e a un prezzo analogo o inferiore, semplicemente privatizzandolo» al pari di come tali agenzie vengono costrette (negli Stati Uniti) a stimare ad esempio l'impatto delle norme che producono sulle piccoleimprese.

L'uso delle «leggi omnibus», nelle quali entra di tutto, andrebbe rigidamente limitato. Dovrebbero esserci «clausole di tramonto» per regolamentazioni e programmi pubblici: anch'essi dovrebbero essere «come lo yogurt», e venire rinnovati solo se esiste ancora lo specifico bisogno che andavano a soddisfare. Schuck suggerisce di «fare un miglior uso delle fonti d'informazione private». Se uno degli obiettivi della regolamentazione è promuovere trasparenza e diritti del consumatore, non è detto che non si possano utilizzare «valutatori» e «certificatori» privati anziché pubblici. Il grande vantaggio del mercato è la sua capacità di sapere produrre informazione. Per «fallire di meno», lo Stato deve imparare a volgerlo a proprio vantaggio.

Da Il Sole 24 ore, 23 novembre 2014
Twitter: @amingardi

Riprendiamoci le case

Riesplode la questione delle case popolari e del fallimento dell'intervento pubblico in tema di «disagio abitativo». Ma esiste davvero qualcosa che si possa definire in tal modo? Probabilmente no, perché la difficoltà a trovare un'abitazione in affitto è riconducibile a un « disagio economico» che riguarda taluni settori della società. Bisognerebbe allora dare risposte di altro tipo. Che la scelta di costruire case pubbliche sia stata sbagliata è sotto gli occhi di tutti.

I quartieri dell'edilizia popolare costano uno sproposito alla collettività, offrono abitazioni di bassa qualità, creano autentici «ghetti», diventano occasioni per occupazioni illegittime, hanno indici di morosità altissimi.

Ma esiste un'alternativa? L'Istituto Bruno Leoni propone un disegno di riforma basato sulla dismissioni degli immobili pubblici, così da disporre di capitali in grado di generare risorse da destinare alle famiglie in difficoltà. Si tratterebbe di aiuti temporanei (per due anni, ad esempio), che permetterebbero ai beneficiari di scegliere l' abitazione sul mercato. Oggi capita che una famiglia riceva un appartamento a basso canone perché ha i requisiti, e poi resta lì anche quando altri avrebbero più diritto. Dando soldi invece che case, questi problemi verrebbero meno. In tal modo, ci si potrebbe anche liberare di carrozzoni come l'Aler. Succede infatti che una famiglia riceva un appartamento che rappresenta l'equivalente in termini monetari di 600 euro, ma se avesse avuto soldi avrebbe preferito destinare 400 euro alla casa e gli altri 200 per differenti esigenze. Per giunta, con i soldi la famiglia aiutata cercherebbe casa nel quartiere in cui ha affetti e lavoro, e non dovrebbe trasferirsi dove si è liberato un appartamento. Certo anche nell'erogazione di aiuti finanziari ci possono essere abusi, ma è molto più facile smettere di versare un bonifico a chi ha fatto il furbo

Un dato è chiaro: la realtà attuale è uno sfacelo. Sono migliaia gli appartamenti vuoti a causa della cattiva gestione degli enti pubblici. Lo Stato non sa pro dune panettoni, non safarviaggiare i ireni e nemmeno è in grado di amministrare le case. Se vuole mantenere un proprio ruolo in questo ambito si semplifichi il lavoro: venda tutto e crei fondazioni locali che erogano aiuti monetari. Le case di Stato sono una delle molte follie del secolo scorso. Giriamo pagina.

Da Il Giornale, 21 novembre 2014

La multa a Roche e Novartis arriva nell'aula del tribunale

Se non sapete cos' è la maculopatia senile, i nomi Avastin e Lucentis non vi diranno nulla. Ma attorno a questi due farmaci, impiegati per la cura di una grave patologia agli occhi, è da tempo incorso una battaglia. Che ha raggiunto l'acme quando l'Antitrust ha deciso di stangare con una maxi multa da 183 milioni Roche e Novartis.
Il motivo: aver ostacolato la diffusione del farmaco meno caro, l'Avastin (135 euro per un ml), a vantaggio del costosissimo Lucentis (3.200 euro per ml), attraverso una politica di cartello.
Un caso che, oltre a spaccare la comunità scientifica, ha anche allertato le associazioni dei consumatori, in un crescendo di polemiche arrivato fino in Parlamento. D'altra parte, in tempi di spending review c' è una certa ipersensibilità verso i costi della sanità. E infatti l'Authority guidata da Giovanni Pitruzzella, nel dettagliare la sentenza del marzo scorso, metteva l'accento anche sul fatto che la cancellazione per ragioni di sicurezza dell'Avastin, da parte dell'Agenzia italiana del farmaco (Aifa), dai prodotti rimborsabili ha provocato un forte contraccolpo sui bilanci regionali.

Danni stimati in 45 milioni nel 2012, ai quali vanno aggiunti costi futuri di 600 milioni l' anno. I due gruppi farmaceutici hanno sempre respinto le accuse. Sottolineando che l'Avastin, della Roche, era stato elaborato per curare forme di tumore al colon, seppur fosse poi stato impiegato anche in ambito oftalmico off label la procedura che permette la somministrazione di un farmaco per un impiego diverso rispetto a quello per cui è venduto; Lucentis, brevettato da Roche e dato in licenza a Novartis, è invece stato studiato per la degenerazione maculare. Insomma: secondo le Big Pharma non c'è equivalenza tra i due farmaci, come invece obietta l'Antitrust, che imputa a Roche e Novartis, per pure ragioni di profitto, di aver «oscurato» il prodotto più economico.

Dopo che i due colossi elvetici avevano presentato ricorso, della questione sarà chiamato oggi a occuparsi il Tar del Lazio. Ma il caso è finito anche in un paper dell'Istituto Bruno Leoni (Ibl), in cui l' autore, Serena Sileoni, solleva più di un dubbio sulla legittimità dell'Authority a decidere. Dice subito il rapporto: «L'intesa (Novartis-Roche, ndr) viene provata dall'Autorità da una serie di atteggiamenti che, presi singolarmente, mostrano, più che l'intento collusivo, il rispetto della normativa sulla farmacovigilanza». Si chiede dunque l'Ibl: ma davvero l'Antitrust ha la competenza delle autorità che sorvegliano il mercato farmaceutico, necessaria per giudicare una questione così delicata? L'Authority per la concorrenza è in grado di mettere in discussione l'efficacia del sistema di regolazione e controllo del mercato dei farmaci? No, secondo l'analisi. Malgrado ciò, la sentenza non sembra lasciare dubbi circa la sicurezza terapeutica dell'Avastin.

Mettendo dunque in discussione «il ruolo dello delle Autorità preposte alla vigilanza», le sole cui compete stabilire se il comportamento di un'azienda farmaceutica rientra nella norma prassi prudenziale, oppure sia da bollare come atteggiamento anti-concorrenziale.

Da Il Giornale, 5 novembre 2014

Sicurezza e costo dei farmaci: quale priorità dal caso Roche/Novartis?

La decisione dell’Antitrust che nel febbraio 2014 ha condannato due case farmaceutiche per intesa orizzontale merita è parte di una vicenda molto complessa, perché complesso è il settore amministrativo in cui si inserisce. Norme sugli standard di sperimentazione, sull’autorizzazione al commercio e sulla farmacologia si sovrappongono, a quelle sull’uso e la rimborsabilità off label dei farmaci, ed entrambe le tipologie toccano aspetti delicati quali la sicurezza terapeutica, il diritto alla salute e la capacità di spesa pubblica.

Sostiene Serena Sileoni nel Briefing Paper “Il Caso Avastin/Lucentis: La regolazione del commercio dei farmaci, tra tutela della salute e vincoli di spesa pubblica” (PDF) che «La complessa mole di strumenti regolatori e di soggetti istituzionali competenti sul settore sanitario-farmaceutico si giustifica proprio nell’esigenza di trovare il giusto bilanciamento tra questi tre aspetti. Aspetti ben noti alle autorità nazionali e - nel caso italiano - anche europee, sia di vigilanza che giurisdizionali, ma meno note all’Antitrust, la quale, da autorità di garanzia della concorrenza, non ha e non può avere conoscenza delle questioni attinenti alla farmacologia e alla farmacovigilanza.»

«Il caso Avastin/Lucentis - scrive Sileoni - è un casus belli di enorme rilevanza sia pratica - per la diffusione e la serietà delle malattie che curano - sia teorica, per verificare l’efficacia della regolazione del settore farmaceutico» specie in un momento in cui la pretesa universalità dell’obbligo di fornire assistenza sanitaria deve fare i conti con le risorse pubbliche.

Il Briefing Paper “Il Caso Avastin/Lucentis: La regolazione del commercio dei farmaci, tra tutela della salute e vincoli di spesa pubblica” è liberamente disponibile qui (PDF).

Salute e spesa pubblica, quel difficile equilibrio

Questa settimana, il Tar del Lazio deciderà se annullare o confermare la multa di più di 180 milioni con cui l'Antitrust ha condannato Roche e Novartis per avere ostacolato l'uso di un farmaco per curare una malattia dell'occhio molto diffusa tra gli anziani.

La storia
La sanzione è solo un tassello di una lunga contesa tra le due società, da un lato, lo Stato e le regioni dall'altro. Al centro, due farmaci diversi: Avastin, di proprietà Roche, elaborato per la cura di gravi forme tumorali, messo in commercio nel 2005; e Lucentis, in licenza a Novartis, in commercio dal 2007 per curare alcune malattie oculari. Due farmaci diversi, ma accomunati dall'evidenza empirica di essere utili entrambi per curare alcune malattie dell'occhio, al punto che Avastin, prima della commercializzazione di Lucentis, veniva usato off label per quelle malattie (impiego di farmaci già registrati ma usati in maniera diversa rispetto alle caratteristiche del prodotto autorizzato).
L'immissione in commercio di un medicinale specifico ha causato l'estromissione di Avastin dai farmaci rimborsabili dal Sistema sanitario per la cura delle malattie dell'occhio, creando un aumento della spesa sanitaria perché Lucentis è molto più costoso (benché dei 123 milioni di euro di fatturato di Avastin in base alle stime di Roche non più di 2 milioni sono attribuibili ad un utilizzo oftalmico off label).
Sulla vicenda si sono accesi i riflettori dell'opinione pubblica e della politica, e non solo per l'ammontare della multa, la più alta tra le sanzioni dell'Antitrust in materia sanitaria. Essa ha restituito l'immagine consueta della voracità delle case farmaceutiche rispetto alle difficoltà finanziarie del Sistema sanitario. Un'immagine che dissimula una realtà fatta di investimenti privati alla ricerca, senza i quali lo Stato non saprebbe nemmeno con quali farmaci curarci. Solo nel 2013, Roche ha sostenuto investimenti in ricerca clinica in Italia per oltre 30 milioni di euro.

Regole

Ma nella rappresentazione della lotta tra gli interessi particolari di chi fa profitto approfittandosene, e di chi si è incaricato di badare alla nostra salute, anche quando non ne ha (più) le risorse, il caso Avastin/Lucentis è diventato l'occasione per cambiare la legge sull'uso dei medicinali off label.
Il governo, dopo la pronuncia dell'Antitrust, ha modificato la disciplina della rimborsabilità dell'off label estendendola ai casi in cui l'uso comporti risparmi di spesa, anche laddove esista un'alternativa terapeutica autorizzata. Un'estensione che porta nome e cognome del caso Avastin/Lucentis, tanto che, prontamente, Avastin è tornato ad essere rimborsato. Tutto bene quel che finisce bene, dunque?
Non proprio. Visto dalla prospettiva degli obblighi di farmacovìgilanza, il comportamento antíconcorrenziale addebitato alle due imprese non è altro che l'adempimento di doveri precauzionali connessi all'incertezza circa gli effetti collaterali, ancora non pienamente accertati, dell'uso off label di Avastin. L' Antitrust che non ha competenza in materia di farmacovigilanza sembra così esorbitare dai propri strumenti istruttori per fornire un giudizio che diventa un dubbio di inefficienza del sistema di regolazione dei farmaci e delle autorità preposte alla sua vigilanza.
Dall'estromissione dì Avastin dai medicinali rimborsati per la terapia di patologie oculari, è scaturito in realtà un braccio di ferro dovuto alle capacità di spesa farmaceutica che ha visto per protagonisti, oltre alle imprese produttrici e le regioni, anche le autorità politiche, amministrative e giurisdizionali.

Equilibrio
Da questo braccio di ferro, l'impressione che si ricava è che la preoccupazione per la sostenibilità economica della spesa farmaceutica, rischi dí diventare superiore rispetto a quella della sicurezza terapeutica dei medicinali. Lo Stato dovrebbe verificare la sostenibilità del prezzo non meno della tutela della salute dei pazienti.
Tuttavia, l'insistenza sulle esigenze di contenimento dei costi che il caso Avastin/Lucentis ha messo in luce, getta un'ombra sulla capacità dell'attore pubblico di essere il regolatore di un settore di cui è principale acquirente.

Dal Corriere della sera, 3 novembre 2014

Sanità: il Libro Bianco mette a rischio il modello lombardo

La Regione Lombardia ha diffuso, a luglio, un “Libro Bianco sullo sviluppo del Sistema Sanitario e Sociosanitario”, che dovrebbe definire le linee guida per un suo aggiornamento. Pur trattandosi di un documento poco preciso per tutto quel che riguarda gli interventi proposti, le linee di riforma in esso adombrate tuttavia preconizzano la sostanziale compressione di una delle caratteristiche centrali del modello lombardo in sanità: la concorrenza fra pubblico e privato, nella quale si esplica la libertà di scelta dei cittadini.

I contenuti del “Libro Bianco” sono analizzati in dettaglio nel Policy Paper “Quale futuro per la sanita` lombarda? Le proposte confuse del Libro Bianco” (PDF), a cura di Silvio Boccalatte, Fellow dell’Istituto Bruno Leoni.

Colpisce, sottolinea Boccalatte, che il Libro Bianco presenti un quadro fortemente positivo del “modello lombardo” per come si è realizzato negli scorsi anni, salvo auspicarne una radicale revisione. “Le premesse poste dallo stesso Libro Bianco non espongono un quadro tale da legittimare una riforma complessiva, incisiva e rivoluzionaria.”

“Le proposte del Libro Bianco”, spiega Alberto Mingardi, direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni, “paiono spingere la Lombardia verso una maggiore centralizzazione. Questa Regione ha sviluppato, dal 1997, una sanità d’eccellenza, proprio grazie alla competizione fra erogatori di diritto pubblico ed erogatori di diritto privato. Non è un sistema perfetto e sono molti i cambiamenti auspicabili: servirebbe, per esempio, molta più trasparenza. Ma bisogna prestare molta attenzione a che non vengano ridotti gli spazi di concorrenza, dal momento che essa ha assicurato buona qualità delle cure, una spesa più contenuta che altrove, e la libertà di scelta dei pazienti”.

Il Policy Paper “Quale futuro per la sanita` lombarda? Le proposte confuse del Libro Bianco”, a cura di Silvio Boccalatte è liberamente disponibile qui (PDF).

«Sanità, la riforma non fermi la libertà di scelta»

Loro stessi si definiscono liberali, liberisti, individualisti, libertari: «Quel che importa - dicono all'Istituto Bruno Leoni, guidato da Alberto Mingardi - è che a orientare la nostra azione è la fedeltà a quello che Lord Acton ha definito "il fine politico supremo": la libertà individuale». Così nel nuovo paper «Quale futuro per la sanità lombarda? Le proposte confuse del Libro bianco», firmato dal ricercatore Silvio Boccalatte, l'Istituto Bruno Leoni interviene per criticare la riforma della sanità allo studio al Pirellone. Nel mirino, i cambiamenti che possono limitare il margine di manovra della sanità privata: «Le nuove Aziende integrate per la salute (Ais) dovrebbero fornire le prestazioni non più e non tanto in concorrenza, quanto in una forma di "concorrenza e/o collaborazione (coopetition) con gli erogatori privati accreditati" si legge nel loro rapporto -. E una formula ambigua, che potrebbe essere solo un flatus vocis, ma che, al contrario, potrebbe anche significare una grave inversione di tendenza rispetto al modello sanitario che è stato pazientemente costruito in Lombardia negli ultimi vent'anni, prevedendo una maggiore discrezionalità amministrativa nel rilasciare gli accreditamenti e nello stipulare le convenzioni, in un quadro di restaurata subordinazione del privato alle scelte pianificatorie pubbliche». I punti cardine della riforma della sanità criticati sono praticamente gli stessi contro i quali già si sono espressi i big della sanità privata: il pagamento a prestazione, che prevede una tariffa uguale per tutti gli erogatori pubblici e privati, e la nascita delle Ais.

«Quando il Libro bianco affronta il sistema di remunerazione delle prestazioni esordisce con un concetto che proprio non si comprende: "L'organizzazione del prendersi cura del paziente male si concilia con quella del finanziamento delle singole prestazioni che porta concorrenza più che integrazione" rimarca l'Istituto Bruno Leoni -. Desta qualche dubbio che, senza un apparente scopo e solo come premessa alla programmazione di un nuovo sistema di remunerazione, si aggredisca la "concorrenza", etichettata come inadeguata allo sviluppo del sistema sanitario lombardo in relazione con la sfida dell'invecchiamento della popolazione e del corrispondente aumento dell'incidenza delle patologie croniche. Perché la "concorrenza" sia un problema non è dato sapere; perché 'Integrazione" sia qualcosa da preferire non è dato sapere». In sintesi, per l'istituto diretto da Mingardi, per un buon uso delle risorse il ruolo della Regione dovrebbe essere quello di garantire le cure e la loro qualità, «disinteressandosi della natura giuridica degli operatori e lasciando al quasi-mercato la spontanea ricerca dell'assetto migliore». Una visione, per l'appunto, liberista.

Dal Corriere della sera, 23 settembre 2014

Deficit & debito? L`Europa è sempre più lontana

Il ciclo delle riforme avviate dal governo Renzi ci sta avvicinando all`Europa oppure no? La politica sta riuscendo nel compito di utilizzare al massimo le condizioni macro-economiche favorevoli di oggi per risanare l`economia e le malattie d`un tempo?

Per rispondere a queste due domande, abbastanza cruciali nell`anno di grazia 2015, l`Istituto Bruno Leoni ha deciso dí creare un Superindice economico che possa servire via via a monitorare la distanza tra l`Italia e la media dei Paesi Ue e, ancora, tra l`Italia e la media dei membri dell`Eurozona. Spiega l`economista Nicola Rossi che ha messo a punto, con la collaborazione di Paolo Belardinelli, il meccanismo: «Il nostro intento è di rendere a Cesare quel che gli spetta ovvero distinguere i meriti e le responsabilità del governo. E la maniera più diretta e comprensibile per farlo è quella di misurare la distanza tra noi e i partner europei. In teoria se noi avessimo fatto tutte le riforme necessarie questa distanza avrebbe dovuto essere colmata da tempo. Non è così e i risultati dei nostro calcoli ci dicono che non ci sono i segni evidenti di un`inversione di tendenza». Ma facciamo un passo indietro e vediamo come si è arrivati a confezionare il Superindice. «Fa riferimento esclusivo alla dimensione macro-economica e in particolare ad aspetti essenziali che sono presumibilmente influenzati dalle riforme strutturali» spiega Rossi.

Composizione
A comporre il Superindice concorrono quindi il tasso di crescita del PIL in termini reali, il tasso di disoccupazione e di due indicatori dello stato delle finanze pubbliche cui fanno esplicito riferimento le regole fiscali europee ovvero il rapporto tra deficit e PIL e il rapporto tra debito e PIL. Chiude il cerchio il rapporto tra bilancia dei conti correnti e PIL. “In definitiva abbiamo seguito una procedura statistica che porta a condensare le diverse dimensioni in un solo numero, come misura sintetica e di facile computo, costruita a partire da dati ufficiali”. Se l’Italia fosse la fotocopia della media della UE o dell’eurozona il Superindice avrebbe valore zero. Il numero che misura la distanza Italia – media eurozona è nel 2015 pari a 0,699 e quello che traccia la distanza Italia – UE è 1,018. Più dei valori assoluti merita attenzione l’andamento del Superindice.

Confronti
Nei due grafici riportati in alto nella pagina si può vedere l’oscillazione di questo indicatore: nel 2003 la differenza Italia – eurozona era scesa a 0,396 e nel 2008 a 0,441, la distanza Italia – UE nel 2002 era arrivata al minimo di 0,347 per poi risalire. In sostanza a fronte di anni virtuosi in cui le policy adottate a Roma ci avevano avvicinato a Bruxelles e Francoforte abbiamo, invece, periodi più lunghi in cui ci siamo fatti trascinare in direzione opposta. “Il che vuol dire – commenta Rossi – che al ritmo sperimentato nell’ultimo quindicennio ci vorrebbero decine d’anni per vedere l’Italia attestarsi sui livelli medi dell’Eurozona. E non è detto che l’Eurozona possa aspettare”.

Se dall’analisi di medio periodo passiamo a quella di breve i motivi di preoccupazione aumentano. Prendendo infatti la linea di tendenza per il 2015 e 2016 disegnata sulla base dei dati ufficiali UE non si notano significative inversioni di tendenza (anzi il Superindice ci segnala un netto peggioramento del 2015 sull’anno prima) e ciò nonostante il ciclo di riforme approvate e/o implementate dal governo Renzi. “Perché la distanza aumenta? La prima risposta è che l’impatto delle riforme può essere differito nel tempo e quindi oltre il 2016. La seconda, più negativa, ci porta a dire che non si sono fatte le riforme giuste o le più urgenti. Ad esempio si potrebbe sostenere che la priorità numero uno andava assegnata alla riforma della pubblica amministrazione e all’interno di essa alla revisione dei meccanismi di spesa”.

Su questo terreno il governo ha fatto poco o niente e ha privilegiato quelle che chiama “piccole e inutili operazioni di sostegno della domanda interna” come gli 80 euro. Il rischio a questo punto è che un’azione incoerente della politica vanifichi le condizioni macro-economiche di contesto largamente favorevoli (azioni BCE, prezzo petrolio e svalutazione dell’euro). Sotto questo profilo, il Documento di Economia e Finanza, secondo l’Istituto Bruno Leoni, sembra rinviare al 2017 molti impegni e non utilizzare il contesto favorevole per realizzare l’aggiustamento. “Ho letto che il consigliere economico di Palazzo Chigi, Tommaso Nannicini, sostiene che il +0,3 del primo trimestre 2015 del PIL è uguale per Italia e per la UE e quindi abbiamo ripreso l’Europa. In realtà i due numeri non si possono comparare – sottolinea Rossi – bisogna invece allungare lo spettro di analisi e prendere in esame i tassi di crescita tendenziali sull’anno. Così si vede che la nostra crescita è stata in questo arco di tempo pari allo zero e l’Europa invece ha fatto segnare +1”. E il Superindice lo sottolinea.

Dal Corriere della sera, 25 maggio 2015

Embrace the Food Tech That Makes Us Healthier

World’s Fairs used to be an opportunity to examine a better future for society. They were about innovation, progress and development, and brought together inventors and businesses eager to demonstrate technological advancements designed for the greater good of all.

This year’s Expo Milano 2015, with the theme “Feeding the Planet, Energy for Life,” could have followed the same mold. Since the Industrial Revolution, the West has experienced what economic historian Deirdre McCloskey has called “the great enrichment.” With prosperity, nutrition has made huge leaps forward: Better preservation and refrigeration systems, agricultural advancements and antiseptic packaging have made our diet both richer and more varied. There is much to celebrate.

Instead, the Expo has fallen prey to an anti-industrial ideology dressed up as romantic nostalgia. The official charter, a solemn document intended to be “the cultural legacy of Expo Milano 2015,” declares “access to sources of clean energy” a “universal right.” It calls for the global regulation of “investment in natural resources, particularly in land,” and asks for a strategy to better guarantee biodiversity. A veteran campaigner against genetically modified crops, Vandana Shiva of India, is an “ambassador” of the event. The influence of groups like Slow Food, a nongovernmental organization that recently criticized McDonald’s sponsorship of the Expo as antithetical to the fair’s true spirit, appears to be strong.

The magic word here is “sustainability.” When applied to food, the implication is that it would it be better if everybody ate like our grandfathers. Somehow, the less-processed foods of the past are deemed to be tastier and more healthful. Moreover, locavore gurus like Slow Food chairman Carlo Petrini think we should buy most of our vegetables, meat and milk locally, irrespective of prices.

The problem with this picture is that, in reality, our grandfathers didn’t eat all that well. When the country was unified under the House of Savoy in 1861, the average Italian could expect to live about 30 years. Some 30% of the population was chronically undernourished. Malnutrition led to diseases such as anemia and rickets.

Historians remind us that better living standards translated into better nutrition. Public sanitation policies, economic growth and the rise of industrialized food production resulted in ever-greater numbers of people being satisfactorily fed. In the West, food scarcity is now a thing of the past. A similar process accompanies economic development even today: South Koreans, for instance, spent one-third of their income on food in 1975; now the figure is just 12%.

Upon arriving at Expo Milano, however, visitors are lectured on the evils of mass food production, as well as on the need to bring agricultural plots into closer proximity with cities—thus favoring local production over food that travels from faraway places. In a pre-Expo event, Italy’s Prime Minister Matteo Renzi said that when he was mayor of Florence he requested that 76% of the meals served to the city’s 24,000 schoolchildren come from local sources. It’s easy to understand that a mayor would prefer to use other people’s money to buy from producers who might vote for him. But is local production better by definition?

The food industry has strong economies of scale, made possible by, among other factors, tremendous improvements in conservation techniques. Big restaurant chains optimize their supplies by means of their better bargaining power and superior logistics and thus can often offer meals at modest prices. When it comes to food safety, the sort of reputational mechanisms that are at work in bigger, international industries are likely to be a consumer’s best ally. The value of big brands rests, ultimately, on the trust they inspire. Farmers’ markets are fun, but you don’t know much about how a salad was grown and treated just by looking at a farmer’s face. By contrast, big distribution chains have severe standards that are rigorously enforced because they fear a scandal may scare consumers and erode their revenue base.

A world of economies of scale and long distribution chains seems to be intolerably far away from the culinary traditions of our grandfathers. But is that really the case? Back when wine was consumed exclusively where it was produced, the quality tended (with few exceptions) to be bad. But as it came to be more extensively traded, wine makers could invest in research and innovation. Now, with a much wider pool of wine drinkers, making wine using environmentally sensible techniques is possible precisely because there are new demands to serve. Had wine remained a local monopoly, it would have been harder for environmentally sensitive and organic producers to find their niche.

We didn’t become richer and wealthier by eating locally. One thing that made us richer and wealthier was the ability to trade and better preserve food. We have enjoyed much progress since our grandfathers’ time, and progress is precisely what developing countries long for. Why feed them with fairy tales of a romanticized past that never existed?

Da Wall Street Journal Europe, 4 maggio 2015

Antitrust Ue-Google: staticità contro dinamicità

Nel suo libro «The Antitrust Paradox», Robert H. Bork riportava la battuta di un avvocato secondo il quale l’Antitrust, come uno sceriffo di una città di frontiera, si limitava a camminare sulla strada principale e ogni tanto scaricava un colpo di pistola a qualche passante.

L’avvio di un procedimento europeo a carico di Google non sarà uno sparo nel Far West, ma viene da chiedersi quale sia il confine, nei procedimenti relativi al mercato digitale, tra il discorso legale e quello ideologico, tra il reo e il capro espiatorio.

A Google vengono contestate, con procedimenti diversi, due pratiche: favorire il proprio prodotto per gli acquisti comparativi nei risultati di ricerca, ostacolare lo sviluppo di sistemi operativi alternativi ad Android tramite accordi esclusivi con i produttori di smartphone e tablet.

La Commissaria alla concorrenza, annunciando l’invio di una comunicazione di addebiti sul primo profilo e l’avvio di un’indagine formale sul secondo, ha dichiarato di voler garantire che l’economia digitale possa svilupparsi senza limiti alla concorrenza imposti unilateralmente da un’impresa. La natura ideologica di questo obiettivo è tutta nell’argomento controfattuale: nessuno di noi, nemmeno chi presiede e sorveglia il diritto alla concorrenza, sa cosa succederebbe se le imprese non subissero le sanzioni dell’Antitrust, né sa se l’eventuale sviluppo del mercato si debba al controllo dell’Antitrust o ad altre cause indipendenti da questo.

Nel 2004 Microsoft venne condannata al pagamento di circa 500 milioni di euro per abuso di posizione dominante, a cui si aggiunsero quasi 900 milioni in appello, per limitare deliberatamente l’installazione di prodotti concorrenti su PC con sistema operativo Windows.

Come oggi Google nei motori di ricerca, Microsoft deteneva circa il 90% del mercato europeo dei sistemi operativi. Come oggi, anche allora chi si lamentava non erano i consumatori, quanto i piccoli (all’epoca) concorrenti. Dopo quella vicenda, Microsoft ha smesso di essere il gigante incontrastato del mercato elettronico e dei servizi digitali. È stato questo l’effetto di una sanzione che voleva, appunto, ridimensionare la sua quota di mercato per consentire una maggiore pluralità di attori concorrenti? Se dovessimo rispondere affermativamente, dovremmo dedurre che la regolazione europea ha sì ridimensionato Golia per lasciare che nel mercato di riferimento anche i Davide potessero crescere, ma che a partire da quel ridimensionamento í piccoli nel frattempo sono diventati grandi.

Google su tutti, per ora, è diventato quindi «troppo grande» per non far paura, ai suoi competitori più che ai suoi consumatori, e per non essere quindi messo sul tavolo operatorio dell’Antitrust.

Se dovessimo, invece, rispondere negativamente, dovremmo dedurne che gli obblighi imposti a Microsoft non sono serviti a mettere il mercato digitale al riparo dalla crescita di nuovi soggetti «troppo grandi». In caso di risposta affermativa, l’effetto del controllo Antitrust sembrerebbe paradossale. In caso di risposta negativa, inutile.

È possibile che la risposta alla domanda sia negativa. È stata l’innovazione che ha portato il mercato a sviluppare un diverso uso delle tecnologie.

E la stessa tecnologia del search engine potrà diventare obsoleta: spendiamo sempre più tempo a usare app, usiamo più smartphone che PC, arriviamo a un’informazione sempre più dai social network che dai motori di ricerca.

Naturalmente i propositi dell’Antitrust sono i migliori possibili, ma le regole sulla concorrenza guardano al mercato in modo statico. Anche le imprese hanno una vita: crescono, deperiscono, muoiono, si consolidano. Chi è giovane oggi potrà diventare maturo domani, o potrà morire prematuramente.

Ogni presunzione del regolatore di difendere i cittadini veicolando i destini futuri di un mercato sulla base di una fotografia del presente rischia un effetto boomerang. Specie in un mercato molto vivace come quello digitale vale quasi il 7% del Pil europeo che non sembra stia lasciando insoddisfatti i consumatori.

Dal Corriere della sera, 27 aprile 2015
Twitter: @seresileoni

Usura: gli effetti delle leggi antiusura sul credit crunch

Nonostante le buone condizioni di liquidità sui mercati finanziari garantite dalle decisioni dei banchieri centrali, il credito continua a raggiungere poco e male l'economia reale, mentre nel nostro Paese si moltiplicano pronunce giurisprudenziali sull'usura non risolutive e tra loro contradditorie.

L'Istituto Bruno Leoni avvia una riflessione sulle conseguenze avverse della normativa antiusura in tempi di credit crunch, con un paper del fellow Lucio Scudiero, dal titolo "La lezione di Bentham, in difesa dell’usura, contro il credit crunch" (PDF).

Una grande parte della liquidità immessa sul mercato - si legge nel paper - "è stata drenata dai titoli di Stato, assistiti da incentivi distorsivi, appositamente congegnati per premiarne il piazzamento a discapito di impieghi diversi del credito e del risparmio privato". Ma andrebbe anche valutato se, dall'altro lato, l'impossibilità di prezzare il rischio di credito innalzando i tassi di interesse oltre il limite fissato dalla legge non abbia peggiorato la condizione di consumatori e produttori bisognosi di credito, contemporaneamente depauperati da un’altissima pressione fiscale. 

Come tutti i prezzi politici imposti dal decisore pubblico  a un bene o un servizio, anche il tasso soglia usurario provoca una serie di distorsioni nell’allocazione della merce a cui è imposto – cioè il danaro. 

In un simile contesto, l’azione combinata della crisi economica, che ha deteriorato la qualità dei debitori, dei costi fissi del credito e delle norme anti usura, ha condotto all’inevitabile espulsione dal mercato legale dei prestiti di soggetti inclusi nelle fasce di richiedenti più deboli e rischiosi (ad es. famiglie, artigiani, piccole imprese, nuovi imprenditori) che sono proprio quelle che la disciplina antiusura intenderebbe tutelare.

Una ulteriore iniqua conseguenza delle leggi antiusura è che esse - ragiona Scudiero seguendo Bentham - negando a un individuo che non sia in possesso di sufficienti garanzie di prendere denaro a prestito a un interesse più alto, non fanno altro che discriminarlo in ragione del suo maggiore bisogno. 

Il Briefing Paper “La lezione di Bentham, in difesa dell’usura, contro il credit crunch" di Lucio Scudiero è liberamente disponibile qui (PDF).

Una Buona Scuola è una scuola più libera: l'esempio delle free schools

I principali sindacati scioperano oggi contro l’ultima delle riforme scolastiche.

Negli ultimi 15 anni, tutti i governi hanno voluto offrire la loro riforma della scuola, senza che il sistema dell’istruzione si sia radicalmente rinnovato.

Anche la «buona scuola» che questo governo ha portato in Parlamento manca di un deciso spirito riformatore, come si nota dalla stabilizzazione dei precari e dalla difficoltà di premiare il merito o di riconoscere maggiore autonomia.

«L’unica certezza - sostiene Andrea Varsori nel Briefing Paper “Scuole libere anche in Italia: una proposta” (PDF) - è che si continua a rimanere nell’ambito del modello tradizionale di scuola pubblica». Analizzando il modello delle scuole libere in Svezia, negli USA e nel Regno Unito, il BP ne propone l’adozione anche in Italia per rendere più dinamica e efficiente l’offerta formativa. «La sensazione è che la preoccupazione principale del governo sia quella di stabilizzare, in perfetta soluzione di continuità rispetto alle preoccupazioni dei governi passati, i cd. precari della scuola, che inopportunamente hanno passato anni a districarsi tra metodi di selezione del personale incerti ma la cui condizione altrettanto inopportunamente viene ora sanata con un provvedimento ad hoc. Nonostante questo governo abbia pubblicamente dichiarato di voler adottare solo criteri meritocratici per assumere nuovo personale docente, al primo banco di prova adotterà una deroga al meccanismo concorsuale. Il sistema delle scuole libere aiuterebbe anche in questo ambito. L’apertura di nuove scuole faciliterebbe l’ingresso nel mercato del lavoro didattico sia degli aspiranti insegnanti che attendono da anni, invano, un posto di ruolo dallo Stato, sia di chi vorrebbe dedicarsi all’insegnamento ma ne è dissuaso dal contesto attuale, fatto di liste d’attesa sovraffollate. Le libere scuole italiane, dunque, costituirebbero un modo per aspiranti docenti di provare a individuare una diversa via di reclutamento, rispettando il criterio fondamentale alla base di un sistema scolastico di qualità: la soddisfazione delle esigenze degli studenti e dei genitori.»

Il Briefing Paper “Scuole libere anche in Italia: una proposta” (PDF) di Andrea Varsori è liberamente disponibile qui (PDF).

Gli effetti collaterali della politica farmaceutica

La proposta della Conferenza delle regioni di introdurre una forma di responsabilità patrimoniale per i medici del Servizio Sanitario Nazionale che prescrivano cure ritenute non necessarie - o comunque “inappropriate” - da parte delle regioni stesse e delle ASL è solo l’ultimo esempio di un pericoloso trend che, da diversi anni, mette a repentaglio l’autonomia dei medici e la libertà dei pazienti nel tentativo di limitare la spesa farmaceutica.

Nel paper “Farmaci e spesa regionale: il conto della salute” (PDF), Giacomo Lev Mannheimer, Fellow dell’Istituto Bruno Leoni, si chiede appunto “se le recenti politiche farmaceutiche nazionali e regionali con cui comprensibilmente si cerca di limitare i costi della sanità pubblica non rischino di compromettere l’adeguata attuazione del principio universalistico del diritto alle cure” oppure siano in realtà funzionali a determinare esclusivamente una riduzione della spesa farmaceutica.

“Indubbiamente – prosegue l’autore – il bilanciamento tra i suddetti interessi non è di facile realizzazione. Bisogna tenere in considerazione, in questo senso, che maggiori risorse risparmiate dalle regioni sul costo sanitario non corrispondono necessariamente a maggiori risorse in capo ai cittadini, ma rischiano invece di concretarsi in somme di denaro pubblico riutilizzato dalle regioni per scopi la cui opportunità andrebbe perlomeno valutata previamente, in un’ottica di costi-benefici, rispetto alla spesa farmaceutica.

In linea generale, però, l’orientamento che il legislatore (nazionale e regionale) dovrebbe adottare nei confronti della politica farmaceutica dovrebbe essere il più possibile distaccato rispetto alle scelte di merito dei cittadini. A parità di costo per le casse pubbliche, l’utilizzo di farmaci branded o generici, così come la scelta di medici del SSN o convenzionati, dovrebbe pertanto corrispondere alle diverse e specifiche casistiche e sensibilità dei singoli pazienti. E ciò a maggior ragione in quanto, come si è avuto modo di constatare, le politiche di favore verso ad esempio i farmaci generici rischiano in molti casi di deresponsabilizzare gli operatori sanitari, con rischi legati alla sicurezza delle terapie e alla salute dei cittadini.”

Il paper “Farmaci e spesa regionale: il conto della salute”, di Giacomo Lev Mannheimer, è liberamente disponibile qui (PDF).

L’Istituto Bruno Leoni 122mo miglior think tank al mondo

Anche quest’anno, il Lauder Institute della University of Pennsylvania ha pubblicato il suo “Global Go To Think Tank Index Report” (PDF), risultato di una vasta ricerca condotta precipuamente fra i rappresentanti di 6.618 think tank censiti in tutto il mondo.

Anche quest’anno, viene confermata la posizione dell’Istituto Bruno Leoni tra i primi 100 think tank mondiali non statunitensi (93° posto). Nella classifica che tiene conto anche dei think tank americani, l’IBL è al 122° posto. L’Istituto è, inoltre, il 73° think tank per qualità della ricerca in Europa Occidentale. Anche nel 2014, l’Istituto rientra nella categoria dei Special Achievements, classificandosi 30° per Best Advocacy Campaign.

L’Istituto Bruno Leoni è l’unico think tank italiano che si occupi di politiche pubbliche - e non di questioni legate alla politica estera - che sia riconosciuto in questo importante ranking.

“Per il nostro Istituto è una piccola grande soddisfazione”, commenta Franco Debenedetti, Presidente della Fondazione Istituto Bruno Leoni. “A differenza di molti altri think tank europei, la nostra è una realtà che vive soltanto di donazioni e contributi privati, per giunta sostenendo tesi non molto mainstream. Il fatto che l’Istituto Bruno Leoni sia riuscito a conquistare una reputazione così solida, a livello internazionale, non fa che testimoniare il lavoro e la passione di tutti gli studiosi che collaborano con l’IBL. A loro va il mio ringraziamento”.

Vota e fai votare per IBL: edizione natalizia Ilmiodono.it

Care amiche, cari amici,
UniCredit ha deciso di rinnovare l'iniziativa a sostegno del Non Profit, mettendo a disposizione un importo complessivo di € 200.000, a titolo di donazione, da distribuire tra le Organizzazioni aderenti al servizio www.ilMioDono.it che riceveranno più voti.

Votando per l'Istituto Bruno Leoni potrete dare un aiuto concreto per diffondere le idee di libertà nel nostro Paese. Abbiamo inoltre pensato a un piccolo ringraziamento: l'invio di un eBook a scelta fra i Classici della libertà . Potrete votare (e far votare) fino al 19 gennaio 2015.

Votare IBL è semplice: basta cliccare QUI , poi su "Vota questa organizzazione" e infine esprimere la preferenza in una delle modalità proposte, come nell'immagine.

Dopo avere votato, inoltrate a info@brunoleoni.it l'email generata automaticamente da IlMioDono che certifica il voto, ricordando di comunicarci l'eBook desiderato (gli eBook sono disponibili in formato ePub e mobi).

www.ilMioDono.it è il portale di Unicredit creato per effettuare in maniera semplice e veloce una donazione senza commissioni. Oltre a votare l'Istituto, attraverso www.ilMioDono.it è possibile fare anche una donazione sia per sostenere il complesso delle sue attività, sia per contribuire alla realizzazione di due progetti specifici: Wikispesa, l'enciclopedia diffusa della spesa pubblica, e "IBL nelle scuole", le due "prime lezioni di economia" che i nostri ricercatori portano nelle scuole superiori.

Indice delle liberalizzazioni 2014: UK in testa, Grecia ultima, Italia al 66%

Secondo l’Indice delle liberalizzazioni 2014, il paese più liberalizzato d’Europa è il Regno Unito, con un punteggio del 94%, seguito da Paesi Bassi, Spagna e Svezia (79%). La classifica dei paesi più aperti alla concorrenza è chiusa dalla Grecia (58%), preceduta da Francia, Danimarca e Italia (66%). Per quel che riguarda l’Italia, dei dieci settori esaminati quello più liberalizzato sono le telecomunicazioni (86%), seguite da mercato elettrico (81%) e televisioni (75%), settore però dove il nostro paese occupa l’ultima posizione in Europa. I settori meno liberalizzati sono invece il trasporto ferroviario (48%), i carburanti (57%) e le poste (59%).

L’Indice delle liberalizzazioni 2014 verrà presentato questa mattina, a partire dalle 11, presso l’Istituto Sturzo, Via delle Coppelle 35 – Roma. Interverranno Federica Guidi (Ministro dello Sviluppo Economico), Eric Gerritsen (Vicepresidente esecutivo, Sky Italia), Luca Palermo (Amministratore delegato, Nexive), Francesco Pugliese (Amministratore delegato, Conad) e Salvatore Rebecchini (Componente, Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato). I risultati della ricerca verranno presentati da Carlo Stagnaro (Senior Fellow, Istituto Bruno Leoni) e l'incontro sarà coordinato da Alessandra Migliaccio (Bureau Chief di Roma per Bloomberg).

L’Indice delle liberalizzazioni 2014 è disponibile per l’acquisto in formato digitale, al prezzo di 0,99€, sui seguenti store online: Amazon (mobi), Book Republic (pdf, epub), EbooksItalia (pdf, epub), Google Play (epub), iTunes (epub).

L’Indice delle liberalizzazioni misura il grado di apertura alla concorrenza in dieci settori dell’economia per quindici Stati membri dell’Unione europea. Attraverso una serie di indicatori e sottoindicatori, per ciascun settore vengono individuate le barriere alla competizione e ne viene valutato l’effetto. La metodologia dell’Indice prevede che, per ciascun settore, il paese più liberalizzato ottenga un punteggio pari a 100: questo fa sì che il risultato degli altri paesi sia interpretabile come una distanza dalla frontiera, e sia utile a capire sia l’orientamento generale a livello europeo in un dato settore, sia quali siano le ragioni normative e regolatorie per cui alcuni paesi scelgono di consentire la concorrenza e altri no.

I dieci settori esaminati sono: carburanti, gas naturale, lavoro, elettricità, poste, telecomunicazioni, televisione, trasporto aereo, trasporto ferroviario e assicurazioni. I quindici paesi analizzati sono: Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Regno Unito, Spagna, Svezia.

Oltre alla valutazione dei singoli settori, l’Indice contiene un saggio introduttivo sul rischio di involuzioni nella regolamentazione del commercio, in particolare in relazione agli orari di apertura dei negozi. Attualmente l’Italia ha pienamente deregolamentato gli orari di apertura, ma da tempo si discute su una possibile ri-regolamentazione. Tale controriforma avrebbe rilevanti conseguenze economiche ma non solo. Scrive Serena Sileoni, vicedirettore generale dell’Istituto Bruno Leoni: “L’autonomia nello scegliere quando aprire o chiudere, dopo aver valutato i comportamenti dei propri clienti, consente probabilmente una più efficace soddisfazione delle esigenze della domanda, ma, anche ove non si traducesse in una effettiva capacità degli esercenti di sfruttare al meglio l’occasione di decidere autonomamente i giorni e gli orari di apertura, resta comunque un dato incontrovertibile che il divieto di apertura è una limitazione alle scelte imprenditoriali. Dal momento che non vi sono esigenze di interesse generale o di terzi in contrasto che giustifichino tale obbligo, dietro questa piccola regola di dettaglio si nasconde la conferma o la smentita di un principio più ampio, quello della libertà di concorrenza”.

I risultati dei singoli paesi nell’Indice delle liberalizzazioni sono: Regno Unito (94%), Paesi Bassi (79%), Spagna (79%), Svezia (79%), Germania (76%), Portogallo (73%), Austria (72%), Belgio (70%), Finlandia (69%), Irlanda (69%), Danimarca (66%), Francia (66%), Italia (66%), Lussemburgo (65%), Grecia (58%).

I risultati dell’Italia nei singoli settori sono: distribuzione in rete dei carburanti per autotrazione (57%), mercato del gas naturale (60%), mercato del lavoro (72%), mercato elettrico (81%), poste (59%), telecomunicazioni (87%), televisione (75%), trasporto aereo (65%), trasporto ferroviario (48%), assicurazioni (60%). In termini relativi l’Italia occupa l’ultima posizione nel settore delle televisioni e la penultima in tre settori: carburanti, lavoro e poste. Le posizioni migliori riguardano i trasporti aerei (quinta) e telecomunicazioni e assicurazioni (sesta).

L’Indice delle liberalizzazioni 2014 è stato realizzato da un gruppo di lavoro coordinato da Carlo Stagnaro e composto da: Fabiana Alias, Paolo Belardinelli, Simona Benedettini, Andrea Giuricin, Giacomo Reali, Massimiliano Trovato.

"Banda larga, il governo dà troppo peso alla fibra"

«Una delle questioni per me più interessanti riguarda i motivi che portano molte persone a non sottoscrivere i servizi di banda larga attualmente disponibili. Meno del 10% non accede per assenza del servizio, un altro 10% è frenato dei costi. Ma due terzi di chi fa a meno della Rete lo fa perché nessuno in famiglia ne sente il bisogno». Secondo J. Scott Marcus, «guru» della Rete di Wik Consulte già nella Task Force per l`Agenda Digitale - ieri a Milano per un convegno all`Istituto Bruno Leoni - questo è uno dei limiti del piano governativo sulla banda ultra larga, «troppo sbilanciato sul lato dell`offerta».

Cosa servirebbe?
«Una proposizione di valore, finora assente nella strategia
governativa: occorre un`educazione al digitale, fornire motivi di utilizzo. Non servono 100 Megabit al secondo per rinnovare online la patente. Una risposta, invece, sarebbe rivedere un sistema televisivo che resta confinato in un sistema Rai-Mediaset, più Sky, e che lascia poco spazio alla diffusione di contenuti video di alta qualità da distribuire tramite la banda ultra larga. Il rischio è che in Rete ci saranno migliaia di canali ma niente da guardare. Forse l`arrivo di Netflix potrà aiutare...».

Il piano per la banda larga non la convince?
«Ho due preoccupazioni. Mi sembra che nelle aree urbane ci sia troppa enfasi nel forzare la tecnologia che porta la fibra fin dentro le abitazioni, l`Ftth. La "neutralità tecnologica" declamata per le aree a fallimento di mercato non viene praticata nelle aree più interessanti per gli operatori. Il secondo problema è legato agli aiuti di Stato a sostegno dell`Ftth. Arrivano nel momento sbagliato - visto che operatori privati, come Telecom, cominciano a fare le cose -, introducono incertezza nei piani industriali, disincentivano gli investimenti».

Ma il governo punta a dotare il Paese della migliore infrastruttura possibile. Sbaglia?
«Non c`è alcun dubbio che l`Ftth sia la tecnologia migliore. Ma c`è ancora molto dibattito su quanto velocemente la si debba adottare. Per la maggior parte degli italiani una velocità di 30 Mega - facilmente raggiungibile con la tecnologia Fttc, che negli ultimi metri dall`armadio stradale a casa utilizza il rame - è probabilmente più che adeguata. Con le ultime tecnologie l`Fttc può raggiungere già oggi i 60 Mega, arriverà presto a 80. Rispetto ai 100 Mega dell`Ftth, per l`utente cambia poco. A cambiare moltissimo sono gli investimenti».

Non serve il salto ai 100 Mega?
Alla fine servirà, ma quando? Tra 5 come tra 15-20 anni, dipende dall`andamento dell`utilizzo della Rete da parte degli italiani. Perciò ha senso rimandare gli investimenti che, con l`avanzare della tec- nologia, un domani richiederanno di sicuro meno soldi».

Eppure nel governo c`è chi vorrebbe spegnere il rame...
«Non è il momento. La decisione, poi, dovrebbe spettare all`operatore, a Telecom. Anche se, forse, l`ex monopolista potrebbe voler tenere in vita la rete in rame oltre quanto sarebbe desiderabile. Ma spegnerla ora comporterebbe molti costi non necessari».

Cosa pensa di una società unica di Rete?
«Non mi piacciono le soluzioni a capitale pubblico, sarebbe come tornare indietro nel tempo: io sono per la concorrenza. Diverso il caso in cui più operatori condividano l`infrastruttura di Rete. Lo scambio di informazioni che la cosa comporta crea anche qui problemi di concorrenza, ma si possono superare».

Consigli al governo?
«Essere pragmatico e agire anche sulla domanda. Non servono interventi col bulldozer: nel Giappone superveloce usano la banda meno che in Inghilterra, dove c'è il rame ma anche un`offerta video più ricca».

Da La Stampa, 26 maggio 2015

Il Superindice IBL: dove stiamo andando?

La politica, si sa, ha una discreta tendenza a fare propria ogni buona notizia e quindi non c’è da stupirsi se ha finito per mettere il cappello sul QE della Banca Centrale Europea, sul deprezzamento dell’euro, sul Piano Juncker (al crollo del prezzo del greggio non ci siamo ancora arrivati ma non bisogna mettere limiti alla Provvidenza). Non bisogna quindi meravigliarsi se la si vede intenta a rivendicare il merito del refolo di ripresa che alcuni considerano già in atto.  Ma chi volesse rendere un servizio al paese – e l’Istituto Bruno Leoni prova a farlo quotidianamente – dovrà provare a distinguere meriti e responsabilità: in particolare, capire se ed in che misura le riforme hanno influenzato o influenzeranno la performance economica del paese sarà la maniera migliore per sostenerne l’utilità e l’urgenza e, al tempo stesso, per riconoscere – perché no? – gli eventuali meriti dell’azione del Governo.

Il Superindice IBL nasce proprio con questo obiettivo e poggia sull’ipotesi che le mancate riforme siano il motivo principale che ancora separa l’Italia dai suoi partner europei (nell’Eurozona così come nell’Unione europea). Da ciò segue che un programma di riforme che fosse correttamente disegnato e opportunamente comunicato, che venisse prontamente (e senza stravolgimenti) tradotto in provvedimenti legislativi e che fosse poi puntualmente e concretamente applicato dovrebbe, in primo luogo, colmare la distanza – nelle diverse dimensioni in cui questa distanza si manifesta – fra l’Italia ed i suoi partner europei. Del resto, se così non fosse, sarebbe piuttosto difficile convincere i cittadini della necessità di una politica di riforme.

Cosa sia il Superindice IBL lo spieghiamo altrove. Qui basterà ricordare che è una misura sintetica e di facile computo della distanza fra l’Italia ed i suoi partner europei. Una misura basata su informazioni liberamente accessibili e regolarmente aggiornate da fonte ufficiale e terza, in maniera tale da consentire un monitoraggio continuo, agevole ed indipendente dell’impatto dello sforzo riformatore. Un indice che, con le dovute cautele, trimestre dopo trimestre ci aiuterà a capire se e quanto, rispetto all’Europa, sarà lo sforzo riformatore (if any) del paese.

Per il momento, il Superindice IBL conferma quel che da tempo andiamo dicendo: A far data dall’entrata nell’euro la distanza fra l’Italia e la media dei paesi membri dell’Unione è sia pure lievemente cresciuta mentre quella fra l’Italia e la media dei paesi che hanno adottato l’euro si è solo molto marginalmente ridotta. Al ritmo sperimentato nell’ultimo quindicennio, ci vorrebbero decine d’anni per vedere l’Italia attestarsi sui livelli medi dell’Eurozona. E non è detto che l’Eurozona possa aspettare.

L'Inps spreme i pensionati ma riesce a buttare 250 milioni

Il professor Tito Boeri, da qualche mese presidente dell`Inps e sorta di ministro ombra del Lavoro («Se vuole decidere lui le riforme allora si candidi!» attacca l`opposizione), studia la formula magica per rimettere a posto i conti in rosso della previdenza pubblica. Dopo aver digerito malvolentieri la sentenza della Consulta sul rimborso (diventato poi parziale) dei pensionati, Boeri lavora sul calcolo contributivo esteso a tutti, per tagliare cioè gli assegni dei pensionati non allineati con quanto versato in vita. Un «contributo di solidarietà» per chi ha pensioni non troppo basse, ma difficilmente classificabili come ricconi da spennare (2-3mila euro al mese).

Ma un taglio serve innanzitutto all`Istituto che il professore bocconiano dirige, e che per il 2015 prevede un disavanzo di ben 6,7 miliardi di euro. È lo stesso Boeri a denunciare le molte «criticità» (così ha detto, elegantemente, in audizione alla Camera) dell`Inps. A partire dalla proliferazione di dirigenti, dai premi per tutti, dalle consulenze esterne, dall` affidamento di servizi a patronati e Caf, dall` enorme mole di crediti mai incassati (qualcosa come 94 miliardi), fino alla gestione «inefficiente» del patrimonio immobiliare dell`Inps.

Solo qui, nella miriadi di palazzi, anche di pregio, di proprietà dell`ente, è nascosta una riserva aurea che potrebbe risanare un bel pezzo di bilancio. Parliamo di un patrimonio sterminato. Nel bilancio 2015 il valore complessivo indicato è di 3,2 miliardi di euro, più di 26mila immobili ereditati anche degli altri enti pubblici poi confluiti nell`Inps, come l`Inpdap o l`Impdai, usati come sedi oppure destinati alla locazione (o alla vendita). Tuttavia anche a fronte di un portafoglio immenso di palazzi e uffici l`Inps riesce a perdere soldi con i suoi immobili, molti soldi.

In cinque anni (2008-2013) il buco della gestione immobiliare è arrivato a 655 milioni di euro, e con l`aggiunta dell`Imu durante il governo Monti il rosso viaggia attorno ai 250 milioni di euro l`anno. Pesano i costi di gestione, affidata anche questa a società esterne, gli affitti non riscossi oppure troppo bassi. Oppure inesistenti. Molti immobili sono vuoti, abbandonati, lasciati marcire, anche se in posizioni di grande appeal commerciale. Come al Lido di Venezia, a pochi metri dal mare, dove un ex centro vacanze dell`Inpdap - come ha documentato un reportage di Presa diretta - di 9mila metri quadri, tre piani con camere da letto, cucine, pineta con accesso alla spiaggia, serve solo ad accumulare la polvere e ad ospitare i gatti randagi. E altre 19 colonie estive di proprietà Inps, costate decine di milioni di euro di contributi previdenziali, marciscono da anni in tutta Italia, come il grande Hotel Abetina sulle colline attorno Pistoia, ex centro vacanze dell`istituto Postelegrafonici, o il centro vacanze sulle dolomiti del Trentino, o quello pregiato sul lungomare di Pesaro, o Villa Faro di Messina (davanti al mare, con cam- po da tennis e piscina) o una ex colonia sul mare a Cesenatico. I privati pronti a comprarle ci sarebbero, ma la vendita del patrimonio inutilizzato si è bloccata dopo una delibera del Consiglio di indirizzo e vigilanza dell`Inps, 17 febbraio scorso, nella quale si sollecitava a non procedere ad alcuna dismissione, perché il Consiglio «non ha ancora ricevuto, nonostante le numerose richieste, il piano degli investimenti e disinvestimenti dell`Inps». Anche nelle città ci sono palazzi Inps vuoti, oppure occupati abusivamente, come quello ex Inpdap a Roma, dove sono baraccate 300 famiglie da anni. Poi ci sono i casi come Firenze, dove - racconta il sito Wikispesa del liberista Istituto Bruno Leoni- l`Inps paga l`affitto di una sede per oltre un milione di euro l`anno a fronte di nove immobili di proprietà liberi in città. Perché, nel conto, ci sono appunto anche gli affitti. Pur avendo a disposizione migliaia di immobili l`Inps spende 120 milioni in affitti, con contratti che si rivalutano anno dopo anno. Urge il ricalcolo contributivo anche sulle spese dell`Inps.

Da Il Giornale, 22 maggio 2015