Una via «Von Mises» per scordare la violenza
Solo pochi giorni fa, sulla spiaggia di Soverato, un killer ha ucciso a colpi di pistola Ferdinando Rombolà, nell’ultimo episodio di una faida di ’ndrangheta volta al controllo del territorio. Ma la stessa cittadina della costa ionica torna ora al centro della cronaca per ragioni del tutto diverse, dato che sarà il primo Comune d’Italia a dedicare una via al grande economista e scienziato sociale Ludwig von Mises. Su iniziativa del sindaco Raffaele Mancini, nelle prossime ore Soverato consacrerà infatti una strada a questo studioso ebreo che - con un celebre articolo del 1920 - svelò l’irrazionalità della pianificazione economica e in seguito dovette lasciare l’Europa per sfuggire alle persecuzioni antisemite.
C’è indubbiamente qualcosa di curioso in questo incrocio tra violenza e ricerca intellettuale, episodi luttuosi e iniziative culturali. Perché se c’è un Mezzogiorno che lavora per sconfiggere le organizzazioni mafiose (spesso legate ad ampi settori della politica), al tempo stesso c’è un Sud che costruisce e innova, offre occasioni di riflessione e confronto, elabora idee, avanza proposte originali. La decisione di gettare uno spruzzo di civiltà asburgica sulla toponomastica calabrese è infatti anche il frutto di un lavoro che da anni viene condotto da quanti animano la Fondazione Vincenzo Scoppa e la rivista Liberamente. Nel periodo estivo, Soverato ospita pure una serie di incontri su saggistica e letteratura (LiberaEstate) che si concludono con la consegna del Premio Internazionale Liberamente, quest’anno assegnato a Gianfranco Fabi, Francesco Sisci e Alessandro Vitale. Durante l’inverno, per giunta, la stessa Fondazione propone con successo una serie di incontri sulla teoria e la storia del liberalismo presso l’università di Catanzaro.
Discutere le idee di Locke o di Hayek, presentare un romanzo o anche dedicare una strada a uno studioso che pochi conoscono possono sembrare iniziative sterili. Eppure è vero il contrario, dato che solo il quotidiano impegno di chi elabora la possibilità di un futuro differente, basato sul rispetto del prossimo, può impedire che il Mezzogiorno resti prigioniero delle cosche e delle loro logiche. Sul prossimo numero di Liberamente, tra l’altro, un articolo muoverà dalle tesi di von Mises e di altri liberali per discutere l’ipotesi di avere spiagge veramente private, gestite da proprietari in concorrenza tra loro e quindi obbligati a servire al meglio i clienti, investire, promuovere il turismo.
Da Il Giornale, 2 settembre 2010
Quote rosa nei Cda? Non per legge
Corrado Passera è tornato su un tema di permanente attualità: le quote rose, stavolta nei Cda delle imprese quotate. In Italia sono il 6%. Poche, sono convinto che sarebbe opportuno fossero di più. All'economista Arnold Kling, è stato chiesto cosa avrebbe cambiato, se fosse tomato indietro a due anni prima della crisi. Risposta: gli amministratori delle grandi banche, con altri di sesso diverso. Era un modo per sottolineare come vi fosse eccessiva omogeneità d'opinioni, nei santuari della finanza. Il mercato ha bisogno della libertà d'opinione, del pluralismo, non come orpello: ma perché senza divergenza di idee non può avere luogo quel processo di discussione e apprendimento che è consustanziale all'innovazione imprenditoriale. Ma la diversità non si può imporre per legge. I cda delle imprese quotate in Italia, come ha ricordato più volte l'Antitrust, sono un grande salotto buono. I protagonisti sono sempre gli stessi. È possibile ipotizzare che questa sostanziale omogeneità non solo dia luogo a conflitti d'interesse, ma faccia mancare alle nostre aziende e banche importanti opportunità imprenditoriali. Servirebbero più donne, ma magari anche più giovani e più filosofi e più scienziati politici e più letterati nei cda, perché da un dialogo più intenso sul mondo che ci circonda possano nascere idee profittevoli. Ma può essere il Parlamento, o la Consob, a costringere le imprese a essere più innovative? Il pluralismo non si impone per legge. Il sistema farebbe bene a cooptare gli outsider, di sesso femminile e no. Se non lo fa, pagherà un prezzo. Se ci pensa una legge, rischiamo di metterci su un piano inclinato. Diversi gruppi sociali, a vario titolo, potrebbero volere la propria "quota": il 30% donne, il 5 di immigrati... Magari un cda così composto farebbe benissimo. Ma non lo si può imporre agli azionisti che con i loro amministratori debbono avere un legame fondato sulla fiducia. Non sulla costrizione.
Da Il Riformista, 24 agosto 2010
Dovete leggere Ayn Rand: è grazie a lei se siete liberi
Dopo aver attraversato in lungo e in largo l'America al solo fine di tracciare sulla mappa di Google Earth la frase «Read Ayn Rand» (ossia: «leggete Ayn Rand»), Nick Newcomen ha giustificato il suo viaggio sottolineando il valore e l'attualità della scrittrice: «se più persone leggessero i suoi libri e ne prendessero sul serio le idee, il mio Paese e il mondo intero sarebbero un posto migliore, più libero e più prospero». Questo girovagare per un mese intero attraverso trenta States, con un occhio al GPS e a quanto la vettura andava disegnando sulla cartina del Nord America, è destinato a entrare nel Guiness dei primati come la più gigantesca e sorprendente pubblicità. Va però considerato - come ha ricordato lo stesso Newcomen che Atlas Shrugged (La rivolta di Atlante, uno dei suoi romanzi principali) è stato considerato «il secondo tra i libri più influenti agli occhi degli americani contemporanei», dopo la Bibbia. E non c'è dubbio che quella della Rand sia stata una vita fuori del comune, capace di lasciare il segno nella società statunitense. Cresciuta in una Russia sconvolta dalla Rivoluzione bolscevica e per questo precipitata nella disperazione della fame e della totale mancanza di libertà, la Rand (il cui vero nome era Alisa Rosenbaum) abbandonò San Pietroburgo nel 1925 - all'età di vent'anni-per raggiungere quegli Stati Uniti in cui intraprenderà una carriera di successo quale autrice di sceneggiature e di romanzi. A lei si deve pure la nascita di una corrente filosofica, l'oggettivismo, in cui si fondono una rilettura alquanto semplificata di Aristotele, una difesa rigorosa del capitalismo e una negazione in termini «razionali» (o pretesi tali) dell'esistenza di Dio.Le conseguenze sono state notevoli, soprattutto per quel complesso di uomini, movimenti, idee e riviste che in America viene variamente etichettato come «conservatore», «libertario» o «liberale classico». Nel 1972 sarà Jerome Tuccille che con un testo intitolato Usually lt Begins with Ayn Rand (Di solito si inizia con Ayn Rand) - che dirà ad altavoce quello che allora appariva chiaro a tanti, e cioè che in quegli anni la maggior parte dei giovani americani schierati a difesa della società capitalistica aveva iniziato a detestare il Leviatano proprio leggendo i romanzi randiani. In questo senso non c'è il minimo dubbio che l'America odierna sarebbe assai più socialista se quella ragazza non avesse attraversato l'Atlantico. Purtroppo, il personaggio non era privo di difetti. Megalomane come pochi altri, la Rand aveva una considerazione di sé davvero sproporzionata. In una divertente commediola intitolata Mozart era un rosso e scritta da Murray Rothbard (che per un certo periodo ne frequentò il salotto durante gli anni '50), la Rand viene smascherata in tutto il suo ridicolo egocentrismo, che la portava a far coincidere le sue idiosincrasie con valori da lei considerati assoluti. Al punto da ritenere Rachmaninov un grandissimo compositore e Mozart, invece, un autore decadente, sospettabile di nichilismo. In poche parole: un«rosso». La stessa vicendapersonale di Rothbard fu segnata non poco dall'incontro con i randiani, dato che egli era in cura dall'amante della Rand, lo psicologo Nathalien Branden, quando fu costretto a lasciare il gruppo perché accusato di deviazionismo. Piazzatasi a NewYork e fattasi espressione del più puro spirito individualista, soprattutto negli anni '50 e '60 la Rand anima con vigore un circolo intellettuale su cui gravitano molti tra coloro che, in un'America largamente dominata dal progressismo kennedyano, si sforzavano di difendere la proprietà privata e la libera impresa. Lo stesso Alan Greenspan, poi destinato a gestire la Banca centrale seguendo logiche keynesiane, frequenterà il gruppo, gestito in modo autoritario e non di rado un po' folle dalla scrittrice.Una lunga serie di infatuazioni erotiche, abbandoni, accuse e risentimenti segnerà la vita del movimento randiano, che anche dopo la morte della fondatrice non smetterà di operare. E se oggi le istituzioni che in maniera più ortodossa si rifanno all'autrice sembrano talora riprodurre in termini nuovi talune vecchie ottusità, la parte migliore del lascito oggettivista è riconoscibile nel lavoro di chi è partito dalla Rand per sviluppare in termini personali talune di quelle intuizioni. Non deve stupire, ad ogni modo, che nell'America di Obama ci sia un ritorno di interesse per i romanzi e i saggi oggettivisti. Ebrea russa costretta ad abbandonare il «paradiso dei soviet», la Rand ha avuto il merito di comprendere come l'America non possa sopravvivere se lo spirito della libertà viene soppresso, se lo Stato espande i propri tentacoli, se la tassazione e la regolamentazione spengono lo spirito d'impresa. L'invito a rileggere la Rand, quali che siano i limiti della sua letteratura e del suo pensiero, va inteso soprattutto come un invito a restare fedele all'idea degli States come terra della speranza. In questo senso, anche una lunga e bizzarra maratona automobilistica di 20 mila chilometri può avere una sua giustificazione.
Da Il Giornale, 24 agosto 2010
Le banche centrali non possono risolvere i nostri problemi
Una politica di riduzione dei tassi d’interesse sarebbe la risposta da manuale delle autorità monetarie alle situazioni di debolezza dell’economia causate da una domanda aggregata insufficiente. Per giustificare tale strategia, di solito si citano i diversi modi in cui la moneta può influenzare l’attività economica, non da ultimo stimolando gli investimenti, disincentivando il risparmio, assecondando le spese destinate ai consumi e mettendo gli individui in condizione di alleggerire l’onere dei propri debiti per il tramite di un rifinanziamento. Per quanto tutti questi effetti siano plausibili dal punto di vista teorico, la risposta da manuale non è quella giusta - nella situazione attuale.
In primo luogo, la crisi e la debolezza dell’economia americana non sono state causate dall’inadeguatezza della domanda effettiva – come nella teoria di Keynes – bensì dal ciclo (come spiegato da Hayek) di espansione e crollo del valore degli asset. In secondo luogo, la tesi da manuale a favore di tassi d’interesse ridotti ritiene che tale politica presenti solo benefici e non comporti alcun costo. In realtà una politica economica o monetaria che non presenti costi non può esistere.
Il ciclo di espansione e crollo dei valori immobiliari è stato un classico esempio di bolla speculativa degli asset, analoga ai numerosi casi che si sono verificati nel Diciottesimo e nel Diciannovesimo secolo. I “soldi facili” che operavano per il tramite di un credito estremamente poco costoso hanno fatto apparire gli investimenti di lungo periodo più allettanti di quanto non sarebbe avvenuto in condizioni di tassi d’interesse elevati.
Nella maggior parte dei casi, un’espansione degli investimenti va ad alimentare settori economici altrimenti contraddistinti da valori fondamentali sani. Quando inizia ad affluire il credito a buon mercato, tuttavia, i fondamentali vengono gettati alle ortiche e la situazione diventa (per usare un’espressione all’antica) una mania. L’insostenibile non può essere sostenuto e inevitabilmente l’espansione si chiude con una crisi.
In uno scenario siffatto il crollo della domanda è una conseguenza, piuttosto che la causa del crollo dell’attività economica. Qualsiasi politica mirante a venire alle prese con una crisi deve capire bene quali siano le cause e quali gli effetti.
Quando i prezzi delle case hanno raggiunto il picco per poi crollare, vi sono state ripercussioni nell’intero sistema finanziario, che hanno poi interessato l’economia più in generale. I titoli garantiti da ipoteche (mortgage-related securities) hanno perso di credibilità, assestando un grave colpo al bilancio degli istituti finanziari che li avevano acquistati. Una volta che questo fenomeno si è fatto evidente, il prezzo dei titoli emessi da questi stessi istituti (prevalentemente, ma non esclusivamente finanziari) è crollato a sua volta. Il credito si è essiccato e l’economia è entrata in crisi, con la conseguenza che il mercato azionario è andato a picco.
Il panico finanziario e la grande recessione che ne è conseguita hanno rappresentato un classico esempio di recessione “da crisi di bilancio”. Mano a mano che lo stato patrimoniale di imprese e società perdeva valore, la domanda è crollata. Si è prodotta anche una crisi di liquidità, essenzialmente imperniata sul fallimento di Lehman Brothers, ma la “forza motrice” della crisi è stato il crollo dei bilanci societari, la precarietà del valore del loro capitale e, in molti casi, l’insolvenza.
Altri fattori che hanno avuto significative ripercussioni sono la riduzione del valore delle case, dei portafogli azionari degli investitori e dei conti pensionistici integrativi, insieme all’incertezza relativa ai piani pensionistici più in generale. La soluzione consiste nel ripristinare la solidità dei bilanci. Per le società finanziarie, questo significa trovare capitali. Per consumatori e imprese, la via da seguire consiste nel risparmiare una percentuale maggiore di un reddito diminuito rispetto al passato.
Ciò nonostante, le politiche pubbliche hanno cercato quasi esclusivamente di stimolare la spesa, senza darsi troppo pensiero delle cause che hanno fatto sì che la spesa – e il consumo in particolare – si sia ridotta. Finché lo stato patrimoniale di imprese e famiglie non riacquisterà la dovuta solidità, l’aumento della spesa non potrà essere sostenuto.
La spesa occasionale e le agevolazioni fiscali sono sempre accorgimenti di dubbio valore, particolarmente in una situazione come l’attuale, in cui gli attori economici sono orientati a risparmiare di più e spendere di meno. I crediti fiscali una tantum a favore delle famiglie, ad esempio, non hanno fatto altro che anticipare nel tempo le vendite future. Com’era prevedibile, questi espedienti fiscali non hanno fatto aumentare i consumi futuri, bensì li hanno depressi.
A essere scarsa non è la liquidità ma il risparmio. La Federal Reserve può fornire la prima, ma non il secondo. La politica fiscale e quella monetaria devono mutare indirizzo: la Fed ha fatto il grosso del lavoro e ha risposto più che adeguatamente ai problemi di liquidità. A questo punto non ha più molto da offrire.
La decisione della Federal Reserve di orientarsi verso una politica di espansione monetaria (quantitative easing) simile a quella seguita dal Giappone rappresenta un passo falso della banca centrale americana. Si aggiunga che il fatto che il valore dei tassi d’interesse abbia raggiunto i minimi storici (a questo proposito la Banca dei Regolamenti Internazionali, ossia la “banca delle banche centrali”, ha lanciato un allarme nella sua relazione annuale per il 2009-2010) avrà inevitabilmente l’effetto di distorcere l’attività economica, esattamente com’è avvenuto durante il boom della casa. Gonfiando artificialmente il prezzo degli asset, il ridotto livello dei tassi d’interesse rallenterà il processo di consolidamento dello stato patrimoniale di famiglie e imprese, oltre a penalizzare il risparmio, con l’effetto di prolungare ulteriormente il risanamento dei bilanci.
In ambito fiscale, le scelte politiche dovrebbero essere orientate verso gli investimenti produttivi (da distinguere da una ripresa della speculazione finanziaria), abbandonando l’obiettivo di stimolare il consumo. Ciò significa astenersi dall’imporre aumenti delle imposte sul reddito e nuovi e costosi mandati di spesa a carico di famiglie e imprese. In particolare, è il caso di rinnovare i tagli alle imposte attuati dall’Amministrazione Bush. A dispetto delle acrobazie verbali di questa Amministrazione, la “scadenza” dei tagli comporterebbe un sostanzioso aumento dell’aliquota marginale delle imposte in un periodo di debolezza economica. Ciò ostacolerebbe ulteriormente il risparmio e l’accumulazione di capitale, disincentivando la crescita delle imprese e l’assunzione di nuovi lavoratori. Il Segretario del Tesoro Tim Geithner si sta riproponendo di ripetere l’errore di Herbert Hoover, che nel 1932 convinse il Congresso ad aumentare le tasse.
I mercati sanno sopportare molti colpi, ma la ripresa può essere ostacolata da politiche inadeguate. Al momento attuale, purtroppo, la nostra politica fiscale e la nostra politica monetaria sono sulla strada sbagliata.
Gerald O’Driscoll è senior fellow presso il Cato Institute. Precedentemente è stato Vice-presidente della Federal Reserve Bank di Dallas e successivamente Vice-presidente di Citigroup. Con Mario J. Rizzo ha pubblicato The Economics of Time and Ignorance (Routledge, 1996).
Questo articolo è stato originariamente pubblicato sul Wall Street Journal del 16 agosto 2010. Ringraziamo MF/Milano Finanza per la gentile concessione alla traduzione e pubblicazione.
È legittimo rifiutare i tempi moderni. Imporre il Neolitico no
L’ideologia della decrescita ha varie matrici: dalle visioni di Jean-Jacques Rousseau, che idealizzava le comunità preistoriche, fino alle tesi di quel bizzarro economista che fu il reverendo Thomas Malthus, ispiratore di ogni moderna apprensione di fronte all'aumento demografico. Si tratta di radici distinte e per certi aspetti contraddittorie, ma che pure convergono in larga parte della saggistica che va per la maggiore.
Secondo Rousseau, l'individuo è un'aberrazione e l'unica maniera di vivere umanamente sta nel riconoscersi in comunità organiche. Il Ginevrino sapeva bene che la società moderna si sviluppa a partire dalla proprietà, dalla divisione del lavoro e dallo scambio; per questo motivo egli esaltava il «buon selvaggio» e al tempo stesso proponeva una città largamente collettivizzata. Chi oggi ha ripreso con più vigore tali tesi è John Zerzan, un primitivista dell'Oregon che propone la distruzione del mondo attuale e il ritorno alle pratiche del Neolitico. Per i maltusiani il problema è un altro. La loro analisi muove da un'incomprensione del carattere dinamico delle risorse e da una totale incapacità a capire che il domani sarà diverso dall'oggi. Immaginano un futuro con una popolazione doppia dell'attuale, ma con le medesime risorse naturali e le stesse conoscenze scientifiche. Ne traggono la conseguenza che l'unica maniera per sopravvivere sia frenare le nascite. Bloccare lo sviluppo tecnologico e arrestare la crescita demografica sono comunque progetti convergenti. Dietro la retorica di chi invita a vivere lentamente si cela quasi sempre un romanticismo irresponsabile che non solo idealizza epoche nelle quali un gran numero di bambini non raggiungeva i cinque annidi vita o le malattie più banali cancellavano intere popolazioni, ma che soprattutto ne trae indicazioni politiche.
Poiché lavorare meno, non far figli e smettere di innovare è più che legittimo (le preferenze sono soggettive): altra cosa, però, è imporlo agli altri. Per questo è assurdo, ad esempio, che si impedisca l'agricoltura Ogm e ci si senta autorizzati a distruggere campi coltivati con sementi geneticamente modificate già impiegate, ad esempio, in Spagna. Uno dei principi cardinali delle società aperte detestate da Rousseau (che invece adorava Sparta) è la libertà individuale e il fondamentale paradosso dell'ideologia della decrescita va riconosciuto nella pretesa di porre l'ideologia passatista a giustificazione di un nuovo potere sovrano: una terribile invenzione, quest'ultima, tipicamente moderna.
In Anarchia, stato e utopia il filosofo Robert Nozick rappresentò la società libera come un'impalcatura in cui possono trovare spazio ordini politici differenti: variamente individualisti o comunitaristi, e quindi anche diversamente frenetici o slow. In fondo, le lentissime comunità Amish - anabattisti cristiani che continuano a utilizzare tecnologie di tre secoli fa - non sono sopravvissute nella Vecchia Europa, che pure ne è stata la culla, ma nell'America del capitalismo «selvaggio» e del libero mercato. Qualcosa vorrà pur dire.
Da Il Giornale, 21 agosto 2010
Liberista DOC scrive il discorso liberale che ci vorrebbe per il Cav
"Nelle scorse settimane, il futuro di questa legislatura è parso a rischio. Il partito che ho fondato assieme al Presidente della Camera non ha retto alle tensioni che fra di noi si sono sviluppate. Le amicizie ogni tanto si rompono - ma se il fondamento dell’amicizia è la reciproca simpatia, le collaborazioni si fondano sulla convergenza di interessi.
È interesse del Pdl, della Lega, di Futuro e libertà che questo governo continui a governare il Paese - e lo faccia anzi con rinnovato impegno. E’ interesse anche delle forze d’opposizione che il bipolarismo, una conquista dell’Italia degli ultimi vent’anni, non venga indebolito da congiure di palazzo. E’ interesse del Paese che la stabilità di governo non sia intaccata da questioni che per quanto abbiano lasciato ferite profonde nel nostro rapportarci gli uni agli altri, sono quisquilie innanzi ai problemi che ci sovrastano.
Il rilancio dell’azione di governo deve partire da un accordo profondo su due riforme di grande respiro. Sono le due riforma su cui verremo giudicati, tutti noi, dagli elettori e dalla storia. La riforma della giustizia e la riforma dello Stato sociale.
L’amministrazione della giustizia è, per un liberale, il dovere primario dello Stato. I magistrati esercitano la più alta e la più importante delle funzioni pubbliche. Questo, a dispetto dei nostri critici, noi lo sappiamo bene.
Ma sappiamo anche che proprio per questo fatto, proprio perché il magistrato incarna come nessun altro i poteri dello Stato, fino al potere più terribile: quello di privare un altro essere umano della sua libertà, giustizia ed arbitrio possono essere separati da un confine labile.
La fase politica di cui questo governo è la più significativa espressione, ha origine in un momento storico in cui la magistratura ha cominciato ad abbracciare una vocazione “rivoluzionaria” in senso proprio. Si è passati poi dalla politicizzazione della giustizia, alla vera e propria “esternalizzazione” della lotta politica al potere giudiziario. L’Italia è piena di magistrati non faziosi, di magistrati con la schiena dritta, di magistrati che fanno al meglio delle proprie cognizioni e con coscienza il proprio dovere.
Ma le regole e le procedure vanno pensate e disegnate con consapevolezza, per evitare che il cittadino singolo ed impotente innanzi alla macchina statuale, possa trovarsi vittima dell’arbitrio di un altro essere umano. Le regole e le procedure non sono “contro” qualcuno: sono contro la compressione indebita degli spazi di libertà dei cittadini.
L’opera di questo governo non sarà mai compiuta, se non riusciremo - finalmente - a costruire una riforma della giustizia che consegni al Paese una magistratura indipendente e rispettata, e a tutti i cittadini garanzie più piene a tutela del fondamentale principio di non colpevolezza, a tutela del diritto alla riservatezza, a tutela della propria persona e del proprio onore.
E’ una riforma che l’Italia aspetta da quindici anni. Non ce l’abbiamo fatta sino ad ora. Questo è un fallimento del governo, di questa coalizione, del leader che dal 1994 la guida. Lo sappiamo. Proprio per questo, il ministro Alfano presenterà a breve un disegno organico e complessivo di riorganizzazione del sistema giudiziario. Una riforma di questo tipo andrà a suscitare le reazioni più violente e scomposte, di pochi percettori di rendite. Proprio per questo motivo, questo governo deve andare avanti: perché non accadrà mai più, che un esecutivo con una maggioranza così ampia possa imporsi sugli interessi di parte.
La seconda riforma su cui dobbiamo incominciare a lavorare è quella dello Stato sociale. Non si tratta di cambiamenti che si possano portare a termine in una legislatura soltanto. Ma la drammatica situazione del debito sovrano obbliga tutti, in Europa, a ripensare in profondità il nostro modo di convivere e stare assieme. Sin dal principio, dalla presentazione del Libro bianco sul futuro del modello sociale, il governo sapeva che era necessario un cambiamento di rotta. Non potevamo immaginare che la crisi ci avrebbe indotti ad accelerare i tempi.
Dobbiamo darci l’obiettivo storico di fare ciò che David Cameron (in un governo di coalizione) sta provando a fare in Inghilterra: agire per la prima volta non solo sull’offerta, ma anche sulla domanda di servizi pubblici. Aiutare la società italiana ad imparare nuovamente a fare assegnamento sulle sue grandissime capacità di solidarietà ed autosostegno, mettendo lo Stato in condizione di investire meglio le risorse a sua disposizione - che sono sempre di meno.
Questo è l’orizzonte in cui ci poniamo: quando parliamo di federalismo fiscale, di riforma della PA, di scuola, di sanità o di lavoro. Questa è la grande sfida per il futuro del Meridione, dove l'arretramento dello Stato deve coincidere con la ricostituzione di un "capitale sociale" drammaticamente carente - e la legalità di questo "capitale sociale" è parte integrante. Questa è la necessaria premessa perché un debito pubblico sotto controllo e una fiscalità il più possibile federale e localizzata, ci consentano di adempiere alla più giusta delle istanze del nostro popolo e del nostro Paese: l'abbattimento di una pressione fiscale che abbatte lo sviluppo e impoverisce le famiglie.
Nel 1994, quando per la prima volta tre leader: Berlusconi, Bossi e Fini, si sono conquistati il mandato degli italiani a governare il Paese, avevamo ben chiaro che il Paese doveva cambiare - profondamente, nella sua struttura economica ed istituzionale - per agganciarsi al treno dell’Occidente moderno. Molto è stato fatto. Tuttavia, se non ristabiliamo un rapporto diverso fra Stato e individuo, se non cambiamo l’equilibrio fra Stato e società, tutto quello che abbiamo fatto di buono sin qui sarà stato invano. Ecco perché dobbiamo continuare a governare, ecco perché dobbiamo farlo con obiettivi politici precisi, avendo imparato sulla nostra pelle quanto forti possono essere le resistenze delle corporazioni. Per essere fedeli ai nostri elettori, per essere fedeli a noi stessi, per dimostrare che sedici anni non sono passati invano.
Da Il Foglio, 21 agosto 2010
Quale personaggio del passato potrebbe aiutarci a ripartire?
Sappiamo cos'andrebbe fatto, ma non sapremmo come farci rieleggere una volta fattolo. La frase scappò di bocca al premier lussemburghese Jean-Claude Juncker, ma la fotografia calza a pennello al nostro paese, come a tante altre democrazie del mondo. C'è una specie di fosso che si è scavato fra la politica democratica e l'elaborazione di soluzioni per sgomitare fuori dalla crisi dello stato sociale che, in un modo o nell'altro, segna gli scorsi vent'anni.
Da una parte stanno quelli con i voti, dall'altra quelli con le idee. E il problema non è solo italiano, non è roba di leader, di partiti carismatici anchilosati, di élite intellettuali autoreferenziali e rattrappite. È una questione grande e ubiqua. Mobilitare i molti, a vantaggio di proposte e non solo con slogan e appelli emotivi.
In questo senso, pochi svettano nella storia come Richard Cobden. Come ebbe a scrivere il suo biografo John Morley, Cobden fu una personalità unica «per la sua intrepida fede nella perfettibilità dell'uomo e della società». Per J.A. Hobson, «pochi grandi uomini pubblici in qualsiasi epoca e in qualsiasi paese hanno col proprio impegno personale contribuito così largamente al raggiungimento di una grande politica nazionale, come ha fatto Cobden col libero scambio».
A Manchester, nel 1838, Cobden partecipò - da principio, erano appena in otto - alla fondazione della Anti-Corn Law League. In Inghilterra, il commercio del grano era regolato dallo stato sin dal XII secolo, ma sono le Corn Laws del 1815 a essere passate alla storia come simbolo del protezionismo.
Grazie a esse, i prezzi dei prodotti cerealicoli rimanevano elevati come al tempo del blocco commerciale cui l'Inghilterra era stata sottoposta durante le guerre napoleoniche: le Corn Laws proibivano le importazioni fintanto che il prezzo domestico non avesse raggiunto i due penny a libbra. In un'epoca in cui un salariato percepiva in media dieci scellini a settimana, questo significava che doveva spendere uno scellino solo per una pagnotta. A beneficiarne era essenzialmente l'aristocrazia terriera.
Nato in una fattoria del Sussex nel 1804, secondo di undici fratelli, Cobden seppe fare di un principio economico una battaglia politica. Di origini modeste, prima del 1838 era riuscito a farsi da sé come industriale del cotone. Quando la passione politica prese il sopravvento, Cobden finì per rendere più ricchi gli inglesi e impoverire se stesso.
Educatosi da sé, Cobden aveva ben chiare le lezioni di Adam Smith sul "sistema della libertà naturale". In assenza di restrizioni allo scambio, aveva letto nella Ricchezza delle nazioni, «il semplice e chiaro sistema della libertà naturale si stabilisce spontaneamente da solo. Ognuno, nella misura in cui non viola le leggi della giustizia, è lasciato perfettamente libero di perseguire il suo interesse a modo suo. Il sovrano è lasciato completamente libero da un dovere per cui mai la saggezza o la conoscenza umana sarebbero necessarie: il dovere di sovrintendere all'industriosità dei singoli, e di dirigerla verso impieghi che siano i più opportuni per l'interesse della società».
Quest'idea di libertà doveva esser però veicolata verso un obiettivo opportuno e raggiungibile, doveva innervarsi in un tessuto di interessi e bisogni, per non restare accademia. L'abolizione delle Corn Laws. Esse erano, almeno in parte, non tanto il risultato di idee economiche erronee quanto il prodotto di un sistema politico sbilanciato, nel quale si riaffermava la preminenza dell'aristocrazia a scapito della borghesia industriale e delle classi medie.
Cobden, spiega Hobson, «credeva fortemente che le classi medie fossero il primo degli strumenti del progresso politico e sociale, e perciò più potere avevano e meglio era». Infatti, «la loro prosperità avrebbe avuto immediatamente un riflesso su quella del loro prossimo, si trattasse dei loro impiegati, della loro nazione, oppure - attraverso il libero scambio e le comunicazioni a lunga distanza - del mondo intero». Per Cobden, l'apertura degli scambi era uno strumento per rendere vieppiù interdipendenti l'uno dall'altro tutti i paesi del mondo. Creando relazioni economiche stabili e durature, si sarebbero alzati i "costi della guerra". Più le nazioni fossero state collegate e dipendenti l'una dall'altra, più avrebbero avuto da perdere sfidandosi in nome di qualche progetto di conquista.
Sempre Adam Smith aveva concesso che in Scozia c'erano tutte le condizioni per cominciare a coltivare dell'ottima uva - spendendo trenta volte tanto quanto costava produrre vino in Francia. «Sarebbe ragionevole una legge che proibisse l'importazione di tutti i vini stranieri, solamente per incoraggiare la produzione di Bordeaux e Borgogna a Edimburgo?».
Questo era il vento che Richard Cobden si sentiva soffiare nelle vele. Le grandi verità della scienza economica. La loro forza non solo nel dissodare antichi privilegi, ma anche nel mettere in dubbio la legittimità politica dell'imperialismo britannico. Cobden fu davvero un international man, curioso del resto del mondo e per questo convinto che la Gran Bretagna dovesse improntare le proprie relazioni con altri paesi al rifiuto dell'aggressione e alla costruzione di una pace stabile.
Ma non era un pacifista velleitario. Credeva che sarebbe stato il libero gioco degli interessi, la partecipazione di tutti alla divisione internazionale del lavoro, a far sì che la guerra non apparisse più "conveniente" a nessuno.
Cobden era uomo di molte monogamie. Legatissimo alla moglie Kate, di nove anni più giovane e corteggiata quando già lui aveva 36 anni, ma col garbo e la timidezza di un adolescente, improntò il suo movimento a un principio solo. La missione della Lega era una: liberare lo scambio. In parte fu una scelta tattica: già allora, la Lega doveva competere per l'attenzione del pubblico con movimenti di altro genere, tra cui il Cartismo, che avevano un obiettivo più esplicitamente politico, l'allargamento del suffragio.
Ma Cobden non voleva costruire consenso ammassando proposte e opinioni, ambiva a riunire dietro di sé interessi i più differenziati e vari possibili (la Lega tentò perfino un'operazione di radicamento nelle campagne, sfumata per l'opposizione dei proprietari terrieri) che trovassero un unico punto di convergenza. Saltato il tappo del protezionismo, non si sarebbe certo chiuso il percorso delle riforme: ma la strada sarebbe stata in discesa. Anche per la riforma elettorale.
È così che il "libero scambio" divenne una bandiera politica, di cui si appropriarono anche le classi popolari. L'azione della Lega univa anziché dividere: e sulla scia nacquero gruppi e gruppuscoli, gli operai per il libero scambio, le donne per il libero scambio... Fu un miracolo: la Lega trasformò i "consumatori", uniti dall'essere tali, in un soggetto politico.
In più, c'era una questione di metodo. Chi crede nella libertà e vuole fare politica deve ricorrere al metodo dell'abrogazione: il suo mestiere è rimuovere ostacoli, abolire leggi, liberare dal presidio pubblico quanti più territori possibile, nell'economia e nella società. Questo signore di Manchester riuscì in quella che in politica è la più titanica delle imprese: vincere, e rimanere fedele a se stesso.
Deputato di Stockport dal 1841, Cobden per la Lega fece di tutto. Scrisse pamphlet, s'improvvisò editore, entrò in Parlamento. Ne era uno dei leader, col quacquero John Bright e con George Wilson, che del movimento era l'anima amministrativa. Bright rappresentava una larga fetta del popolo della Lega, composta da "non-conformisti". Proprio la sofferenza e gli abusi subiti per via della Chiesa d'Inghilterra avevano radicato nei non-conformisti una profonda diffidenza nei confronti dello stato.
Cobden era un oratore accorto, e pare sia stato l'unico a mettere a tacere, con un discorso ai comuni nel 1845, il premier Robert Peel. Fu proprio Peel, l'anno successivo, anche sull'onda dell'emozione e della paura per la grande carestia irlandese, ad abolire le Corn Laws. Nel farlo, il primo ministro Tory non ebbe paura di riconoscere l'influenza del rivale.
La vittoria politica lasciò Cobden in bancarotta, disinteressato come si era della sua azienda. Negli ultimi anni si dedicò invece a questioni di politica internazionale, fondò il quotidiano pacifista Morning Star, fece lunghi viaggi in Europa. Sopravvisse al dolore della morte di un figlio rimanendone inevitabilmente segnato.
Per capire chi era davvero, per capire per che cosa lottava, vale la pena citare un suo discorso del gennaio 1846. Quando sapeva di essere sul punto di raggiungere il successo della vita. In un'assemblea a Manchester, chiese che tutti i membri della Lega, sul punto di vincere la loro battaglia sui dazi sul grano, si impegnassero «come commercianti e come industriali, a non chiedere mai qualsiasi genere di protezione per i prodotti manifatturieri di questo paese, e per abolire qualsiasi dazio protettivo contro tali importazioni». Ecco chi era Richard Cobden.
Il profilo
LA VITA
Richard Cobden nacque nel 1804 in una fattoria vicino alla cittadina di Midhurst, nel Sussex. Secondo di 11 figli di una modesta famiglia di agricoltori, come i suoi fratelli venne mandato a vivere presso parenti più abbienti. Richard visse la prima giovinezza da uno zio nello Yorkshire, dove ricevette un'istruzione basica. Nel 1828, con due giovani soci, intraprese un'attività nel settore del commercio della lana e nel 1831 fondò nel Lanchashire un'industria per la stampa dei tessuti. Iniziative che ebbero successo e lo arricchirono.
LA POLITICA
Le esperienze derivate dai viaggi per lavoro all'estero dettero l'avvio all'attività politica di Richard Cobden attraverso la pubblicazione di due pamphlet (Inghilterra, Irlanda e America nel 1830 e Russia nel 1836) in cui chiedeva un nuovo approccio da parte della Gran Bretagna verso la politica estera. In particolare, fu il tema della libertà degli scambi tra i paesi a essere sempre presente nel corso della sua vita. Quando entrò in parlamento - due volte: nel 1841 e nel 1859 - potè portare avanti le sue istanze non solo attraverso la mobilitazione pubblica, ma anche con un confronto diretto con il primo ministro di allora, Sir Robert Peel. Cobden giocò infatti un ruolo importante nel convincere Peel ad abolire nel 1946 le Corn Laws, i provvedimenti che regolavano dal 1815 il commercio del grano con una sorta di protezionismo a favore dell'aristocrazia britannica terriera. In seguito Cobden fondò il quotidiano pacifista Morning Star.
L'ANTI-CORN LAW LEAGUE
Venne fondata a Manchester nel 1838. Le due principali figure del movimento furono Richard Cobden e John Bright. Presidente dell'Anti-Corn Law League era George Wilson. Scopo della Lega - nata sulle orme della Anti-Corn Law Association del 1836, che non aveva riscosso successo - era l'abolizione delle Corn Laws che, al termine di una lunga battaglia, venne appunto ottenuta nel 1846.
Da Il Sole 24 Ore, 21 agosto 2010
Dalla sussistenza allo scambio-Uno sguardo critico sugli aiuti allo sviluppo
Possiamo considerare Bauer un economista che non cercava il consenso popolare, e non lo avrebbe trovato, perchè le sue verità sono "amare", come è amara la realtà del quotidiano per la maggior parte della gente. Gli aiuti allo sviluppo, quasi sempre, non aiutano i Paesi del terzo mondo ad uscire dalla povertà, anzi, al contrario, li sprofondano maggiormente nella loro miseria ( e qui il mio pensiero, per analogia, si fissa sull'osso del nostro "Mezzogiono"). La cosiddetta "Spirale viziosa" in base alla quale i Paesi poveri non possono sollevarsi dalla miseria perchè, vivendo in una economia di pura sussistenza, non possono risparmiare e, pertanto, investire per venire fuori dal loro stato di miseria, è falsa. Se questo assioma fosse vero, allora, l'intero mondo dovrebbe trovarsi ancora in uno stato primordiale. Anche l'Occidente è partito da zero. Le ragioni del sottosviluppo sono da ricercare in altri fattori. A volte i pochi contatti con il modo esterno e la mancanza quasi totale di scambi commerciali lasciano in miseria gli abitanti delle zone più sperdute della terra, anche quando le risorse del suolo e del sottosuolo sarebbero ampiamente sufficienti per farli vivere nel benessere. Altre volte, anzi sovente, sono i governanti, spesso saliti al potere in modo autoritario, a tenere in stato di miseria e soggezione il popolo e, pur ricevendo aiuti dai Paesi sviluppati, li distribuiscono in modo assolutistico e settario, così da mantenere il consenso e tenere soggiogati coloro che beneficiano degli aiuti. Il senso di colpa che si attribuiscono, sovente, i Paesi occidentali nei riguardi del terzo mondo, è insensatezza se non, a volte, pura ipocrisia. Nessuno ha aiutato l'Occidente, nei tempi andati, a progredire; alla formazione dello sviluppo e del benessere hanno provveduto, da soli, uomini dotati di tanta buona volontà e spirito d'iniziativa. A volte gli aiuti, rappresentano solo un malcelato senso di "superiorità" da parte di Paesi ricchi che, in questo modo, tendono ad evidenziare le loro capacità più adeguate per porre in atto la crescita e lo sviluppo della popolazione. La miseria dei Paesi del Terzo Mondo, quasi sempre, non è causata da una sottrazione di ricchezza perpetrata nei loro riguardi da parte di paesi sviluppati. Non è il colonialismo, secondo Bauer, il responsabile della miseria del Terzo Mondo. Alcuni tra i paesi più arretrati, durante il colonialismo, hanno conosciuto un rapido progresso. Anche alcune colture intensive, in Africa, sono state introdotte dagli occidentali, per sostituirle a produzioni di mera sussistenza. Quando non penalizzate con dazi all'esportazione, imposti dai governanti, queste nuove coltivazioni hanno notevolmente migliorato l'economia dei paesi produttori. Altri stati non hanno mai subito il giogo del colonialismo ma sono, tuttavia, altrettanto poveri e arretrati. Talvolta ci troviamo di fronte a popoli che, pur vivendo in zone della Terra piene di risorse naturali, le hanno lasciate inutilizzate. Gli Indiani d'America, prima dell'arrivo dei coloni europei, abitavano su grandi distese di terre che, però, non coltivavano vivendo, così, in un puro stato di sussistenza. Altre popolazioni, invece, prive di terre e di risorse, come i veneziani o gli olandesi, hanno avuto un grande sviluppo economico grazie alla loro notevole intraprendenza. La prosperità dell'Occidente non è dovuta al passato colonialismo, bensì all'operosità delle sue popolazioni che, secondo l'autore, nulla hanno sottratto ad altri ( la Svizzera e la Norvegia non hanno mai posseduto colonie). La ricchezza, secondo Bauer, non deriva dalla fortuna o dalla sottrazione di beni altrui, bensì dallo spirito d'iniziativa e dall'intraprendenza del singolo. Si vuole ritenere anche il Terzo mondo misero perchè sovrappopolato. L'arrivo degli occidentali nei paesi poveri ha certamente cambiato lo stile di vita di questi ultimi ma, non sempre, in senso negativo. La notevole riduzione del tasso di mortalità infantile è dovuta alle cure mediche che, prima, in quelle zone, erano assolutamente sconosciute. E' vero che la ridotta mortalità infantile ha accresciuto il sovraffollamento di alcuni di questi Paesi, ma non è sempre vero che una più numerosa popolazione è indice di miseria. Un popolo laborioso aumenta la produttività del territorio nel quale vive, maggiormente in presenza di un più elevato numero di forze lavorative. Come esempio, Bauer cita Hong Kong, sovraffollata e prospera, che cerca di strappare al mare nuove terre per una popolazione in costante crescita. Il progresso economico dipende dalla condotta delle persone e non da il loro numero. Il "senso collettivo di colpa" che l'Occidente nutre nei riguardi dei paesi poveri ha portato allo sgretolamento del concetto di "responsabilità individuale" che è invece la principale causa del sottosviluppo. Che si tratti della responsabilità dei governanti, spesso autoritari e dispotici, o delle stesse popolazioni che, così convinte della loro irrimediabile miseria, pensano di non poter far niente per venirne fuori e fondano la loro sopravvivenza solo ed unicamente sugli aiuti che ricevono dai paesi ricchi: questa convinzione, a volte, viene finanche rafforzata dalle stesse Nazioni e/o Organismi internazionali che concedono gli aiuti, inconsapevoli del danno che, in tal modo, creano. Su queste " false strade" dello sviluppo soffia il fuoco di una sinistra in mala fede che attribuisce sempre e solo all'Occidente tutta la miseria del terzo modo dimenticando quanto lo stesso ha fin qui fatto per migliorare il tenore di vita di questa parte del mondo meno avanzata. Si aggiunga a ciò la sovente ipocrisia di una certa dottrina ecclesiastica che legittima l'invidia dei poveri verso i più abbienti, dimenticando quanto qualche pur sperduta voce ( il vescovo africano Bernard Bududira del Burundi), in un coro di incompetenti, afferma: "il miglioramento delle condizioni economiche di un individuo dipende dalla persona stessa, in particolare dal suo atteggiamento mentale e precipuamente dal suo atteggiamento nei confronti del lavoro". Un ultimo strale viene lanciato, infine, contro il preteso freno allo sviluppo che una società "classista" può, secondo alcuni politici, imporre. Contro la mancata mobilità sociale della Gran Bretagna di ieri e di oggi, l'economista, Pari d'Inghilterra, porta ad esempio tutti gli uomini politici ed i magnati dell'economia che, pur provenendo dalle classi sociali più umili, sono giunti al successo grazie alle loro capacità. Valga un caso per tutti: Margareth Tatcher, figlia di un droghiere, divenuta primo ministro conservatore. Concludendo, l'autore sostiene che è troppo semplicistico considerare tutti i poveri passivi ma virtuosi, mentre tutti i ricchi sarebbero attivi ma malvagi ed è illusorio credere che una politica egualitaria possa eliminare gli scompensi attualmente esistenti fra Stati di estrema povertà ed estrema ricchezza. L'elemento decisivo per il successo ed il progresso dei popoli consiste nella condotta umana e nel senso di responsabilità che ciascun individuo deve sentire indipendentemente dal suo stato di benessere e, ad avviso di chi commenta, anche dalla sua classe dirigente.
Da Libro Aperto, Aprile/Giugno 2010
L'occasione persa di Berlusconi
Dal 2007 esce in Italia un “Indice delle liberalizzazioni” realizzato a cura dell'Istituto Bruno Leoni, che si sta affermando come il più vivace foyer italiano di pensiero neo-liberale. L'edizione del 2010 appena uscita è stata presentata a Milano nel corso di una tavola rotonda che ha visto l'intervento tra gli altri del ministro italiano del Lavoro e delle Politiche Sociali, Maurizio Sacconi, e del parlamentare del Partito Democratico ed ex ministro del Governo Prodi, Paolo Gentiloni. Prendendo in esame 15 settori dell'economia italiana, dal mercato elettrico fino alla pubblica amministrazione, sulla base di un complesso metodo di calcolo i ricercatori dell'Istituto Bruno Leoni vanno a determinare il grado di apertura del sistema economico della vicina Repubblica, che nel 2009, anno cui ovviamente si riferisce l'edizione del 2010, è risultato pari al 49 per cento. Dal momento che nel 2007 era stato pari al 48 per cento si può concludere che in Italia la libertà economica risulta da alcuni anni in una situazione di sostanziale stallo, il che è tanto sorprendente se si considera che frattanto è al potere un Governo di conclamata ispirazione liberale. L'indice, il cui “universo” sono i Paesi membri dell'Unione europea, presuppone calcoli ovviamenti complessi riguardo ai quali si rimanda in primo luogo al volume stesso, edito da IBL Libri (www.ibl-libri.it /info@ibl-libri.it). Ci limitiamo qui ad indicarne una caratteristica significativa ossia l'elemento di paragone (benchmark) cui si riferisce: si tratta per ogni settore del paese più liberalizzato dell'Unione. Ad esempio, nel campo del trasporto aereo il Paese più liberalizzato è l'Irlanda. Fatto quindi uguale a 100 il mercato irlandese del trasporto aereo quello di tutti gli altri membri dell'Ue dispone nell'ordine come frazione di quel 100. L'indice complessivo è il risultato delle rispettive sommatorie. Ci sono anche dei settori in cui l'Italia è molto al di sopra del suo risultato complessivo: per esempio nel mercato elettrico, dove il punto di riferimento è la Gran Bretagna, l'Italia è al 71%, in forte crescita rispetto al 63% del 2007. In quello delle telecomunicazioni è però al 41%, in quello dei servizi postali è al 43%. Esaminando la serie cronologica dei dati ciò che più preoccupa è però che, anche laddove la liberalizzazione era stata avviata in modo rilevante poi ha rallentato, in certi casi si è fermata e qualche volta ha fatto anche dei passi indietro. E talvolta ciò è avvenuto a causa dell'introduzione di norme che, essendo a parole volute per facilitare il processo di liberalizzazione del mercato, sono state all'origine di un'ondata di regole formali che di fatto l'hanno reso meno libero di quanto prima fosse. Negli ultimi 15 anni l'Italia ha fatto registrare tassi di crescita mediamente inferiori di un punto alla media europea. “Evidentemente”, scrive Carlo Stagnaro nell'introduzione del volume, “coesistono qui un problema strutturale e uno congiunturale: entrambi devono trovare risposta in misure pro-crescita. Le liberalizzazioni possono da un lato accelerare la ripresa, e dall'altro determinare un allargamento della base imponibile che faccia salire, a sistema fiscale invariato, il gettito delle imposte”. Una crisi può essere paradossalmente una buona occasione per fare delle riforme, ma ciò non avviene affato automaticamente. Si tratta di scegliere se giocare la carta della protezione dei già protetti, che in quanto tali sono anche quelli che meglio riescono a farsi sentire, oppure avventurarsi in riforme effettive, quindi orientate a tutelare interessi più vasti e duraturi, che in quanto tali sono capaci di rappresentarsi. Un Governo forte di grandi consensi, come è stato l'attuale governo Berlusconi, deve metter mano alle riforme quando è appena entrato in carica, in modo che i più vasti interessi che le riforme tutelano abbiano il tempo di rendersi conto che si sta lavorando per loro e mentre la spinta che viene dal recente consenso costringe in difensiva i titolari dei vecchi privilegi ( che non necessariamente sono di élite, ma possono essere anche di massa, come sono ad esempio in Italia quelli degli operai e dei pensionati delle grandi industrie) Se si perde tale occasione tutto diventa più difficile. E Berlusconi questa occasione l'ha già persa.
Da Giornale del Popolo Italiano, 27 luglio 2010
Digitalizzare il Parlamento: un Focus IBL
Digitalizzazione dei documenti parlamentari, posta elettronica certificata e firma digitale: la piena informatizzazione dei lavori parlamentari farebbe risparmiare 15 milioni di euro. Lo dimostra Diego Menegon, fellow dell’Istituto Bruno Leoni, nel Focus “Dematerializzare il Parlamento” (PDF).
Spiega Menegon: “il sistema informatico del Parlamento soddisfa le aspettative del visitatore. Ma i costi di digitalizzazione non si sono sostituiti ai costi di stampa, si sono semplicemente sommati a questi. Ogni atto e documento pubblicato su internet è anche stampato e distribuito ai parlamentari. Nel 2008 il Senato della Repubblica ha speso 4,8 milioni di euro per la stampa e la riproduzione di atti parlamentari. Per il 2010 sono stati stanziati all’uopo 7,4 milioni di euro. La Camera dei Deputati ha sostenuto nel 2009 costi pari a oltre 7,05 milioni di euro per la stampa di atti e documenti parlamentari. Per il 2010 si prevede una leggera crescita e sono pertanto stanziati 7,15 milioni di euro”. Tutto questo senza contare le ore-uomo di personale altamente qualificato dedicate alla revisione dei documenti parlamentari, resa necessariamente più farraginosa dall’impossibilità di svolgerla per via telematica.
Non è solo il movente del risparmio a rendere necessario l’adeguamento digitale dei lavori parlamentari: è anche una questione culturale. Per Menegon, “In ogni azienda, a fronte degli investimenti per l’informatizzazione del lavoro, si pretende una riduzione delle spese tradizionali di cancelleria e di stampa, oltre che una diminuzione del numero di ore-uomo impegnate nella gestione documentale e nei servizi di comunicazione interna ed esterna”. È urgente che il Parlamento si allinei alle migliori pratiche del settore privato.
Il Focus “Dematerializzare il Parlamento” di Diego Menegon è liberamente scaricabile qui: (PDF).
I costi delle leggi e i risparmi sulla carta
Quindici milioni all'anno. Di possibili risparmi per il Parlamento, facili facili e a portata di mano. Basterebbe solo che il Parlamento stesso rispettasse, per primo, le leggi e i vincoli in tema di informatizzazione proprio per le amministrazioni pubbliche, approvate da Camera e Senato. Dove, per inciso, ogni atto e documento pubblicato su Internet viene anche stampato e distribuito a ciascuno dei 952 parlamentari, comprese le comunicazioni ufficiali e gli emendamenti (2.550 solo quelli che sono stati presentati per l'ultima manovra finanziaria).
L'Istituto Bruno Leoni, che sull'argomento ha elaborato uno studio che sarà diffuso tra qualche giorno, ha fatto due conti: nel 2008 il Senato ha speso 4,8 milioni per la stampa e la riproduzione di atti parlamentari; per il 2010 sono stati stanziati per lo stesso scopo 7,4 milioni; la Camera ha sostenuto nel 2009 costi per più di 7 milioni per la stampa di atti e documenti parlamentari e per quest'anno, in previsione di una crescita degli atti, lo stanziamento è stato aumentato a 7,15 milioni.
Eppure c'è un decreto legislativo del 2005, il numero 82 sul Codice dell'amministrazione digitale, che impone regole precise a Stato, Regioni e autonomie locali, in fatto di utilizzo della firma digitale e della posta elettronica certificata. E c'è il decreto legge 112 del 2008, sulla «dematerializzazione della gestione documentale» delle amministrazioni, che ha definito, a partire dal gennaio 2009, l'obiettivo di ridurre del 50% l'utilizzo della carta in tutti gli atti.
Evidentemente i vincoli previsti dal legislatore per le amministrazioni pubbliche non vincolano lo stesso autore delle leggi.
Da Corriere della Sera, 14 agosto 2010
Abbassare le tasse, liberare lo Stato
Il dibattito sulla proposta di riformare il fisco rappresenta una buona occasione per l'Italia. Ma è indispensabile che vi sia concretezza e determinazione, e che non si rinviino quelle soluzioni che, invece, sono davvero urgenti se si vuole favorire la ripresa. Sullo sfondo della discussione c'è il contrasto tra due esigenze egualmente legittime: la prima, interpretata da Silvio Berlusconi, punta essenzialmente a ridurre il gravame fiscale, anche per dare risposte all'elettorato, da tempo in attesa che si realizzi la promessa di «Meno tasse per tutti»; la seconda, difesa soprattutto dal ministro del Tesoro, punta l'accento sulla necessità di salvare i conti pubblici. Ma non si tratta di posizioni inconciliabili. Se non si tenessero in considerazione le buone ragioni di Tremonti, infatti, il Paese vedrebbe esplodere il debito e aumentare gli interessi dei titoli di Stato. Per giunta, questo porterebbe - come in Grecia a giudizi negativi da parte delle agenzie di rating, con la conseguenza che per piazzare i Bot in scadenza bisognerebbe offrire interessi maggiori, entrando in una spirale perversa. Molti sottolineano che una riduzione delle aliquote non comporta minori entrate, perché tasse inferiori possono stimolare l'economia e quindi condurre ad una crescita della base imponibile.
Il ragionamento è corretto, ma bisogna comunque agire pure su altri fronti, soprattutto se si intende incidere sulla fiscalità fin dal 2010. Una prima e indispensabile scelta che può agevolare il varo di un'Irpef a due aliquote (al 23 e al 33 per cento) è l'avvio di un'ampia privatizzazione del settore pubblico. Se quanto resta in mano pubblica di Eni, Enel, Finmeccanica, Cassa depositi e prestiti, Ferrovie dello Stato, Poste Italiane ecc. fosse privatizzato, si potrebbero usare tali entrate straordinarie proprio per ridurre il debito e, di conseguenza, eliminare una parte delle imposte che oggi servono a pagare gli interessi. In secondo luogo, la riduzione della pressione fiscale sulle imprese - a partire dall'Irap - va accompagnata da una progressiva eliminazione di sussidi e finanziamenti. Invece che tassare tutti e aiutare alcuni (spesso scelti in modo discrezionale), bisogna procedere a una riduzione delle imposte sul settore produttivo che conduca alla fine di ogni aiuto di Stato. Se anche sul piano contabile per l'Erario non dovesse mutare nulla (pareggiando la riduzione delle entrate tributarie con la cancellazione delle sovvenzioni), si otterrebbe comunque il risultato di far sì che i soldi restino a chi ha prodotto ricchezza, e che gli apparati politicoburocratici vedano contrarsi la propria capacità di intermediazione.
È poi urgente procedere lungo la strada di un federalismo fiscale davvero competitivo. Tutto dipende dai decreti attuativi della Calderoli. Bisogna infatti che, in ottemperanza al dettato costituzionale, si diano più competenze a Regioni ed enti locali, garantendo loro piena autonomia nel definire l'entità del prelievo. Ciò innescherebbe una positiva concorrenza tra Regioni più esose e meno esose, tra aree con buoni o pessimi servizi: a partire da qui, però, chiunque sarebbe indotto a dare il meglio di sé, al fine di attirare investimenti e capitali. Gli interventi su sprechi, inefficienze e spese inutili verrebbero di conseguenza. È necessario, infine, mandare un segnale positivo ad investitori e agenzie di rating, accogliendo la richiesta dell'Unione europea e parificando l'età pensionabile di maschi e femmine. Perché ridurre le imposte è possibile, senza dubbio, ma solo se si ha il coraggio di realizzare quelle minime riforme che sono necessarie a rimettere in sesto i fondamentali della nostra economia.
Da Liberal, 13 agosto 2010
Non è con più leggi che si ottiene più sicurezza
Sul Lago di Como, la scorsa settimana, un uomo di 44 anni è morto nello scontro fra il suo kite surf e l'albero di una barca a vela. Era una giornata di forte vento, condizione ideale per i kite surfer, forse un po' meno per una famigliola con neanche sette metri di scafo a disposizione. Il lago era praticamente sgombro. La barca procedeva con appena la vela di prua, cercando tranquillità nonostante lo stridere del sartiame. Il surfer non l'ha vista, ha sbagliato una manovra, è stato ingannato da un salto di vento. Con tutto un lago libero per lui, è andato a fracassarsi sull'albero spoglio della barchetta. Vistolo insaccarsi nelle cime del suo acquilone, i due velisti, immagino bianchi dallo spavento, gli hanno prestato il soccorso che era possibile. Hanno manovrato al meglio nonostante il ventaccio e la paura. É morto per le conseguenze dell'impatto, all'ospedale, qualche ora dopo.
È una storia terribile perché ha tutta l'insensatezza spesso propria delle cose della vita. Gli incidenti stradali capitano anche a quelli che volevano fermarsi a prendere il gelato. Nel deragliamento di un treno locale, può morire una signora che l'aveva preso per evitarsi venti minuti di pedalata in bicicletta. Azzanni un frutto mai provato e ti scopri una nuova allergia. Queste cose accadono, e non dipendono da noi.
Non ci piace che le cose siano fuori dal nostro controllo, e soprattutto ci dà noia riconoscerlo. È per questo che intere carriere politiche si sono fondate sulla capacità di fornire l'impressione opposta: di convincere i cittadini che qualcosa comunque potesse essere fatto, contro i capricci della sorte. Quest'impressione si fonda su qualche trucco. Per esempio, in questo caso, sarebbe facile immaginare una "soluzione" al problema, dicendo che i kite surf sono "pericolosi" (per sé e per gli altri). Per evitare che un incidente di quel tipo possa ripresentarsi, andrebbero "vietati" - o perlomeno regolamentati in modo tale che il loro utilizzo non sia più permesso in particolari condizioni meteorologiche. Specularmente, si potrebbe sostenere che "pericolose" (per gli altri) siano le barche a vela, ostacoli mobili sullo specchio del lago. Pertanto, ne andrebbe proibito l'utilizzo - perlomeno in assenza di alcuni requisiti (l'iscrizione del proprietario e almeno anche di un membro dell'equipaggio ad un apposito albo, una certa soglia di età per la conduzione di un natante, una superficie velica complessiva non superiore a una certa metratura, il conferimento di un'apposita autorizzazione a navigare...). In parte, queste "regolamentazioni" già esistono ma, si sa, come ogni altra sono suscettibili di cambiamenti. E chi potrebbe essere contrario a cambiamenti che vadano nella direzione di una maggiore "sicurezza"?
Oh sicurezza, quanti delitti si commettono in tuo nome! É così che si sono allargate senza controllo le maglie della regolamentazione e dell'intervento pubblico, nell'ultimo secolo. Ovunque, nel mondo occidentale, si è fatta prevalente una mentalità per cui se abbiamo un "problema", ci serve un "programma". In Italia, ancor più schiettamente, se abbiamo un problema facciamo una legge. Perché? Perché è facile. Mettevi nelle scarpe del legislatore - per ipotesi, un legislatore di un Paese con una legge elettorale che rientri negli standard minimi di civiltà: una legge elettorale che consenta agli elettori di concorrere a scegliere i propri rappresentanti sapendone nome e cognome. Questo legislatore ha un suo collegio. Succede l'incidente del kite surf. Il suo collegio è fatto di madri e di padri preoccupati che i figli possano fare uno sport pericoloso, persone per bene, persone attente, che amano i propri cari ma come tutti si fanno prendere dalla paura del momento, odiano sentirsi in balia dell'incertezza. Che cosa fa, il legislatore? S'imbarca nell'esercizio mentale che abbiamo fatto poc'anzi. Immagina i contorni di "regole" più stringenti, che in qualche modo contribuiscano a ridurre il rischio di incidenti tanto drammatici. Poi, aspetta l'arrivo dei gruppi d'interesse, ciascuno comprensibilmente propenso ad evitare che la scure ricada sul suo capo. Si rimpalleranno dati e statistiche, produttori di barche e commercianti di tavole e acquiloni. Cercheranno di prevenire il legislatore, presentandosi da lui con un elenco più ragionevole di restrizioni cui essi stessi suggeriscono lo Stato li sottoponga. Proveranno a raggrumare un proprio fronte contro il "nemico". Il risultato sarà il più delle volte una normativa annacquata rispetto alle intenzioni originarie, ma che comunque andrà a regolamentare un altro pezzettino della vita dei cittadini. Il senso di libertà che provano cavalcando le onde del lago è sempre più illusorio: nemmeno allora, cesseranno di essere oggetto dell'amorevole attenzione dello Stato.
Diminuiranno gli incidenti? É possibile, ma si deve alle probabilità e non allo Stato. Non accade tutti i giorni che si ripresentino quelle condizioni di vento, che navighi una certa barca a vela, che un surfer tenti una certa manovra, e via dicendo.
Poco importa: dormiremo sonni più tranquilli, garantiti da più norme. Ma siamo su un piano inclinato: quando si parla di "sicurezza" tutti sanno sempre cos'è "troppo poco" ma nessuno sa mai cosa è "troppo". Il risultato è che le regole non sono "mai abbastanza": crescono e seguitano a crescere, rendendoci nel contempo più "rassicurati" e sempre più "insicuri".
Da Il Riformista, 9 agosto 2010
Il Tesoro di Tremonti vale 140 miliardi
Partecipazioni ramificate, anche in settori non strategici, per una cifra vicina ai trasferimenti totali alle regioni italiane, pari a 175 miliardi di euro. E un governo che muove ogni anno migliaia di consigli di amministrazione, firma bilanci, scrive business plan, autorizza salvataggi, fa investimenti e aumenti di capitale.
A scorrere l’anticipazione di una ricerca Anci-Cittalia sulla Partecipazione dei diversi livelli di governo a società e altri organismi, resta imponente, 15 anni dopo l’avvio della stagione delle privatizzazioni, la ragnatela dello stato imprenditore e finanziere: dal Ministero dell’Economia allo Sviluppo Economico, dall’Agricoltura alla Presidenza del Consiglio, passando per l’Ambiente e il Commercio estero, non c’è dicastero che non indossi anche il cappello, non sempre efficiente, dell’intrapresa di stato. Come dire: «Caro Tremonti, va bene i tagli in periferia, ma anche nel tuo vasto portafoglio si può sforbiciare».
I tentacoli
L’indagine, pronta ad ottobre, sta classificando le partecipazioni governative di interesse economico in termini quantitativi e patrimoniali, dividendole su tre piani: le partecipate di primo livello (in cui i Ministeri detengono quote dirette); quelle di secondo livello a loro volta partecipate dalle prime e infine quelle dal terzo livello in giù, cioè società in cui i vari dicasteri partecipano attraverso le capofila. La ragnatela è stata poi ulteriormente scomposta in base alla natura giuridica: da un lato le società di capitale, controllate essenzialmente dal Mef (sono la parte predominante quanto a fatturato, patrimonio e addetti), dall’altro gli organismi di natura diversa (consorzi, associazioni, enti e istituti di ricerca e previdenza), in capo agli altri ministeri e a palazzo Chigi.
In particolare il Tesoro tremontiano è proprietario dell’intero capitale azionario o di pacchetti significativi di quote di ben 31 società di capitale, che a loro volta controllano integralmente o in modo sensibile altre 2.317 aziende. All’elenco appartengono sia grandi holding quotate con interessi multinazionali (Finmeccanica, Enel e Eni, che insieme partecipano tra primo e secondo livello quasi 1.800 società), sia aziende non quotate che operano in regime di (semi) monopolio (Fs, Poste, Fintecna, che partecipano altre 250 società), sia piccole Srl con dimensioni e interessi molto circoscritti (da Sicot a Studiare Sviluppo). Per un monte partecipazioni nelle società quotate pari ad un valore di mercato (al 28 luglio 2010) di 19,2 miliardi e di patrimonio netto delle non quotate di 61,2. Dunque un portafoglio in cassaforte a via XX Settembre non inferiore agli 80 miliardi. Una cifra a cui va aggiunto il valore delle 2.317 partecipazioni in pancia alle controllate, stimato in altri 60 miliardi.
Caccia agli sprechi
Ovviamente il perimetro è difficilmente tracciabile, perché esiste un nugolo di organismi dalla forma giuridica ibrida che nei fatti svolgono attività di interesse economico, hanno clienti e fornitori e influenzano le scelte strategiche e commerciali di potenziali competitori. Analizzando solo la fattispecie di chi opera sul mercato nazionale, l’indagine censisce altri 242 soggetti economici che fanno direttamente riferimento al Governo, per un valore di svariati miliardi.
Il risultato già certo è che sommando l’attività dello stato imprenditore si arriva vicino al totale trasferimenti da Roma in periferia, al centro delle baruffe tra il ministro Tremonti e gli enti locali. Basti dire che tra sanità e materie delegate con le Bassanini (trasporti, viabilità, aiuti alle imprese e un pezzo di welfare), ogni anno lo stato gira alle regioni 175 miliardi di euro. «Difficile immaginare che su un portafoglio partecipate così sterminato, al pari dei trasferimenti su cui il governo impone tagli pesanti, non ci siano sprechi da sforbiciare», fanno intendere maliziosamente i curatori dell’indagine.
C’era una volta il liberismo
E dire che all’inizio dei Novanta i semi del reaganismo liberista, attraversando l’Oceano, avevano stimolato un imponente processo di dismissioni pubbliche: 600 miliardi di euro raccolti dai bilanci dei paesi Ue (1990-2006) per 1.111 aziende privatizzate. In cima alla lista degli zelanti mercatisti proprio l’Italia con 137,9 miliardi incamerati (il 23% di tutta l’Europa) e 139 società che passano di mano. Sono gli anni dello yacht Britannia, la leggenda delle privatizzazioni all’italiana, quando gli «gnomi» anglosassoni, a tavolino, avrebbero deciso la spartizione del patrimonio industriale italiano. Il risultato, ex post, confermato dal primo screening dell’indagine Anci, è una rivoluzione mutilata: con le dismissioni infatti non è praticamente diminuito il patrimonio netto dello Stato e gli investimenti pubblici.
La profezia di Cuccia
Secondo l’Istituto Bruno Leoni, la riduzione della presenza dello stato nell’economia, in Italia e in Europa, nell’ultimo quindicennio è stata inferiore ai 4 punti di pil, se misurata nel rapporto tra spesa e prodotto. La crisi globale ha fatto il resto, bocciando il modello anglosassone in un paese più incline alla profezia di Enrico Cuccia («i grandi gruppi italiani si ricicleranno nei mercati regolati da tariffa per sopravvivere al big bang delle privatizzazioni») che ad un’economia aperta dove i cicli si alternano e un quindicennio turbo liberista trova compensazione in qualche trimestre di neo colbertismo (Usa e GB). Anche a guardare l’ultima foto che esce dall’indice Ftse/Mib la foresta sembra pietrificata: il 40% delle aziende di Piazza Affari mantiene un’azionista di riferimento pubblico, Stato o Ente locale che sia, mentre «se sommiamo le società interamente cedute dallo Stato ai privati (Autostrade, Sme, Telecom e le genco Enel), si arriva all’assurdo che il 69% delle nostre grandi aziende quotate è pubblica o nata dalla mano pubblica», calcola Alessandro Penati. Il che significa che i Chicago Boys hanno solo scalfito lo stato imprenditore e che la Borsa è servita soprattutto ai governi post Prima repubblica per vendere e far cassa in vista dell’Euro. Ma soprattutto, riesce difficile immaginare su un panorama ancora così esteso, che gli sprechi stiano solo in periferia…
Da La Stampa, 13 agosto 2010
Piccolo manuale. per affossare le privatizzazioni
«Andar per il vasto mar, ridendo in faccia a Monna Morte e al Destino/colpir e seppellir ogni privato che si incrocia sul cammino...». La canzone del sommergibilista si riferiva al nemico, non al privato, ma dal punto di vista dello stato non fa molta differenza, no?
Invero, non appena l'italico Leviatano si è visto costretto per le pressioni europee a privatizzare Tirrenia, si è mosso con l'usuale goffaggine. La compagnia di navigazione pubblica, messa all'asta nove mesi fa, dopo che dei 16 iniziali potenziali compratori ne era rimasto in vita solo uno, ha rotto anche con questo ed è stata messa in amministrazione straordinaria, possibile preludio al fallimento e, sperabilmente, a una vendlita a spezzatino:
Tuttavia dalla vicenda possiamo almeno ricavare un manualetto di affossamento delle privatizzazioni che può tornare utile per il futuro in modo che, volendo evitare altre farse, basterà muoversi in modo diverso.
Primo insegnamento: tempus fugit. Il dossier Tirrena, come ricorda una ricerca dell'Istituto Bruno Leoni, era approdato sul tavolo del governo già nel 2000, regnante il centro-sinistra. Dopo molti rinvii, la gara per la vendita è stata indetta solo nel dicembre 2009, quando l'azienda era più decotta e indebitata. È inutile perciò rimandare continuamente operazioni che sono utili e necessarie a causa di pressioni sindacali o elettorali, perché si peggiora la situazione. Incidentalmente, l'azionista pubblico unico di Tirrenia, Fintecna, ha in portafoglio anche Fincantieri, società ottima ma che si tarda a rafforzare patrimonialmente con l'ingresso di privati. Nel 2009, dopo tanti anni si è registrata una perdita di 75 milioni e l'indebitamento netto è triplicato.
Seconda lezione: aiutati che il ciel ti aiuta. Il gruppo Tirrenia (comprensivo della siciliana Siremar e fino all'anno scorso di altre tre compagnie regionali cedute gratis a Campania, Toscana e Sardegna) riceve enormi sovvenzioni pubbliche. Nel 2009 sono stati 8o milioni per Tirrena e circa 6o per Siremar (quest'ultimo dato è incerto poiché Tirrenia e Siremar non pubblicano il bilancio sul sito: che razza di società pubbliche sono?). Come se non bastasse,l'acquirente del gruppo avrà in dote sussidi di 72,6 milioni per 8 anni a Tirrena e di 55,7 per 12 anni a Siremar: 1.250 milioni!! Ma ci rendiamo conto? Questa droga, in un mercato abbastanza liberalizzato, è "concorrenza sleale", come tuonò Berlusconi due anni fa. Beffa suprema, vincolando Tirrenia a politiche tariffarie e gestionali convenzionate non le consente di fronteggiare bene i concorrenti privati: parola di Fintecna (pag.54 del bilancio 2009)! C'è una questione di servizio pubblico per i collegamenti con le isole? Si metta all'asta la concessione tra tutti gli attori del mercato e il contribuente risparmierà qualcosa.
Terzo comandamento: fai un'offerta che non si può rifiutare. Perbacco, senza bisogno di essere Don Vito Corleone, è facile capire che se per quella che doveva essere un'asta, da 16 interessati ne rimane uno e non concludi nemmeno con lui, vuol dire che l'offerta si poteva rifiutare, cioè era indigeribile. Difficile privatizzare un gruppo traballante a condizioni non di mercato e se poi l'unico partecipante che mostrava volontà (e non è chiaro se avesse altrettanta solidità), la Mediterranea holding, è posseduta al 37% nientemeno che dalla Regione Sicilia, a sentir parlare di privatizzazione viene da sorridere, per non piangere, quantomeno.
Da Il Sole 24 Ore, 9 agosto 2010
Hello telefonino: la storia del cellulare
Il capitalismo è fatto di grandi visionari, intuizioni geniali e coincidenze fortuite. Renato Calvanese ricostruisce la storia del telefono cellulare nel Focus “Hello Telefonino. Grazie Capitano Kirk! Storia di un arnese con i bottoni nato da una puntata di Star Trek” (PDF).
Alle origini del telefonino, spiega Calvanese, c’è un’idea di Martin Cooper, direttore della divisione comunicazione della Motorola: “Cooper aveva avuto l’idea di un telefono portatile mentre sul divano di casa guardava la prima serie di Star Trek. I suoi occhi erano tutti per il communicator del capitano Kirk, un arnese che il nocchiere dell’Enterprise teneva sempre con sé utilizzandolo proprio come un telefonino ante litteram. Un giorno di dicembre del 1972 Cooper chiamò Rudy Krolopp, capo dello staff design di Motorola e gli disse: “Dobbiamo costruire un telefono cellulare portatile”. “Ok”, disse Krollop “ma che diavolo è un telefono cellulare portatile?”. Una cosa era certa, Krolopp non guardava Star Trek”.
Il Focus di Renato Calvanese, “Hello Telefonino. Grazie Capitano Kirk! Storia di un arnese con i bottoni nato da una puntata di Star Trek”, è liberamente scaricabile qui: (PDF)
L’antitrust in un mondo high-tech
Le imprese che operano in un’economia di mercato si battono per aver successo. Per nostra fortuna, la strada più sicura per raggiungere il successo consiste nello sviluppare i prodotti desiderati dai consumatori.
In nessun altro campo le gratificazioni per consumatori e aziende derivanti dall’innovazione sono alte ricche quanto nell’alta tecnologia. Oggi un qualsiasi oggettino che ci sta nel palmo di una mano è enormemente più potente dei primi computer, grandi come una stanza. Internet e le imprese che hanno sviluppato la sua infrastruttura e i mezzi per usarla offrono prodotti e servizi all’avanguardia, che hanno cambiato in modo fondamentale la nostra vita.
Oggigiorno, su entrambe le sponde dell’Atlantico, i dirigenti delle autorità le autorità della concorrenza sembrano nuovamente interessati a fare le pulci agli innovatori. Idealmente, queste autorità dovrebbero favorire i consumatori, garantendo mercati aperti e concorrenziali e astenendosi da azioni che possano ostacolare l’innovazione e la concorrenza. Tuttavia il ritmo crescente dell’innovazione tecnologica rende più arduo il loro compito. I colossi tecnologici del mondo d’oggi rischiano di diventare i dinosauri del futuro, mentre talvolta i loro concorrenti si appellano all’intervento dei poteri pubblici al fine di avere quello che non riescono a ottenere sul mercato. Avvalendomi della mia esperienza di ex-capo di una di queste autorità, vorrei esporre cinque principi in grado di orientare la politica della concorrenza a favore degli innovatori di successo.
In primo luogo, diffidate dei reclami dei concorrenti. Quando un’impresa dice ad un ente pubblico che un suo rivale agisce in modo scorretto, l’accusa dovrebbe essere ricevuta con grande scetticismo. Sono stati i reclami dei concorrenti a provocare le inchieste dell’UE a carico di imprese quali Qualcomm, Google, Oracle e IBM. I concorrenti possono offrire preziose informazioni in merito alle realtà del mercato, ma hanno il forte incentivo ad approfittarsi delle autorità al fine di ottenere un vantaggio che altrimenti non sarebbe alla loro portata.
Secondo, rammentate che non ci sono scorciatoie. Dopo aver esortato le imprese ad avere successo, non possiamo prendere questo stesso successo come indizio di presunte violazioni della legislazione in tema di della concorrenza o per obbligare un’impresa a giustificare le proprie azioni. Come ha affermato Ronald Coase, Premio Nobel per l’economia nel 1991, quando un economista scopre una pratica commerciale che non capisce, pensa subito ad un monopolio. L'ultimo Premio Nobel per l’economia, Oliver E. Williamson, si è spinto anche oltre, asserendo che: «i funzionari incaricati dell’applicazione delle leggi antitrust sono più propensi pronti che mai a trovare fini monopolistici in ogni pratica aziendale non convenzionale o inusitata». Così, venendo alle prese con pratiche commerciali complesse che non hanno una motivazione o delle ripercussioni evidenti, le autorità garanti della concorrenza dovrebbero mostrare una particolare prudenza, in modo da non limitare o prevenire l’innovazione e da non avviare inchieste lunghe e costose semplicemente sulla base di un reclamo di un’impresa concorrente.
Terzo, non definire i mercati in modo troppo ristretto. Quando qualcosa è davvero innovativo, spesso diviene inevitabilmente un leader del mercato o crea addirittura una categoria di prodotti interamente nuova, almeno finché qualcun altro non fa un ulteriore progresso. Particolarmente nei mercati tecnologici, i concorrenti scontenti si concentrano sovente sulle applicazioni più ristrette di un’innovazione. Vi è persino la tendenza a proclamare l’esistenza di un “mercato” per ciascuna innovazione o per le sue applicazioni. Sarebbe un po’ come affermare che esiste un mercato comprendente esclusivamente automobili della BMW perché alcuni consumatori non guidano macchine di altre marche.
Queste affermazioni ignorano la questione fondamentale che definisce un mercato e la possibilità di ledere la concorrenza: quali vincoli deve affrontare la presunta impresa dominante? Per quanto riguarda le automobili, vi sono numerosi produttori che vincolano la BMW, che pertanto non può vantare un potere di mercato. Nella tecnologia, la concorrenza pertinente proviene in molti casi da altri sistemi. La Motorola e la Nokia, seguite dal Blackberry di Research in Motion, dall’Phone della Apple e da Android di Google hanno trasformato il mercato degli smartphone, ma nessuna di queste aziende domina un mercato globale incredibilmente concorrenziale e in continua trasformazione. Viceversa, assistiamo ad una vivace concorrenza tra piattaforme diverse. E gli stessi smartphone devono affrontare la crescente concorrenza dei netbook, delle console portatili per videogame e di altri dispositivi multifunzionali.
Quarto, non creare disincentivi per l’innovazione. Spesso i concorrenti che presentano reclami vogliono che l’innovatore sia obbligato a condividere con essi loro la fonte del suo successo, ignorando bellamente i diritti di proprietà intellettuale. Niente avrebbe effetti altrettanto deleteri sugli incentivi futuri all’innovazione quanto una regola che impedisca agli innovatori di godere appieno dei frutti del loro lavoro. Come ha unamimemente affermato la Corte Suprema degli Stati Uniti nella sentenza del 2004 nel caso Verizon v. Trinko, «un’impresa può acquistare un potere di monopolio creando un’infrastruttura che la rende particolarmente idonea a soddisfare le esigenze dei propri clienti».
La Corte ha stabilito che obbligare gli innovatori a condividere con i propri concorrenti la fonte del loro vantaggio contrasta con lo scopo stesso della legislazione antitrust e riduce gli incentivi di un’innovazione economicamente benefica. L’inchiesta dell’Unione Europea recentemente annunciata a carico di IBM rischia di creare esattamente questo disincentivo. I concorrenti vogliono obbligare IBM a concedere loro la licenza d’uso di parti della sua proprietà intellettuale al fine di offrire sistemi di emulazione in grado di riprodurre le prestazioni dei server mainframe della IBM stessa. Tuttavia la IBM ha investito più di 7 miliardi di dollari per sviluppare server mainframe in concorrenza con i server distribuiti: obbligare questa o qualsiasi altra società a cedere ai concorrenti il frutto dei propri investimenti scoraggerebbe l’innovazione.
Quinto, esaminate spesso e al più presto i rimedi proposti. Anche casi importanti come l’azione delle autorità americane contro Microsoft possono finire nei pasticci al momento di trovare una soluzione. Per quanto la Corte d’Appello del Circuito di Washington DC abbia confermato all’unanimità l’accusa delle autorità federali secondo la quale Microsoft aveva violato la legislazione antitrust americana, con altrettanta unanimità il tribunale ha cassato la richiesta delle autorità di smembrare Microsoft. Con buone ragioni, oggi le autorità antitrust riconoscono i problemi inerenti nel tentativo di trasformarsi in super-regolatori di interi comparti industriali. Stabilendo regole generali di condotta, piuttosto che promulgare liste particolareggiate di attività permesse e vietate, la politica della concorrenza può spingere le imprese a cercare di ottenere l’agognato successo. Quando una pratica commerciale causa dimostrabilmente un danno ai consumatori, può essere proibita, ma la condivisione coatta della proprietà intellettuale o lo smembramento di un innovatore di punta non sono passi che i poteri pubblici dovrebbero intraprendere.
Applicata prudentemente, la politica antitrust offre importanti regole ad un’economia di mercato. Ma le autorità garanti della concorrenza sono gli arbitri della partita che si gioca nel mercato: il loro compito è quello di garantire che i giocatori vengano penalizzati solo quando violano le regole, e non quando vincono.
Timothy Muris è un ex-presidente della Federal Trade Commission degli Stati Uniti. Ha prestato consulenze in materia di concorrenza a IBM e ad altre imprese.
Questo articolo è stato originariamente pubblicato sul Wall Street Journal dell’11 agosto 2010. Ringraziamo MF/Milano Finanza per la gentile concessione alla traduzione e pubblicazione.
L’assist (involontario) della Fiom a Marchionne
Non è certo un periodo facile per il settore dell’auto e per Fiat la situazione è ancora più delicata. A prima vista i dati di bilancio delle principali case automobilistiche farebbero pensare il contrario, ma una tempesta rischia di arrivare sui conti economici dei principali produttori.
Il mercato americano ha visto un rallentamento della crescita nel mese di luglio e presto potrebbe invertire la tendenza di aumento delle vendite registrata nel primo semestre. Il mercato europeo è ormai vicino al baratro, con tassi di contrazione vicini al 30% in Italia, Germania e Spagna.
Il primo semestre ha visto un recupero rispetto ai valori di vendita molto bassi registrati nello stesso periodo del 2009 ed è la ragione per la quale le principali case automobilistiche hanno registrato utili di bilancio.
Volkswagen, in continua crescita, ha visto utili superiori al miliardo e mezzo di euro nel primo semestre, grazie alla presenza nel mercato cinese. Quest’ultimo è in forte sviluppo anche nel 2010, dopo che lo scorso anno è diventato il primo mercato mondiale, superando quello statunitense. Per tutte le case automobilistiche è ormai necessaria una presenza in questo paese. Ford ha registrato utili record, mentre in Giappone, Nissan, ha mostrato un bilancio positivo con oltre un miliardo di dollari di utili nel primo semestre.
Fiat ha appena annunciato utili di bilancio nel primo semestre del 2010, dopo che lo scorso anno aveva registrato perdite. La controllata americana Chrysler dovrebbe chiudere l’anno con un leggero utile operativo e con le vendite in crescita.
Nei primi sette mesi dell’anno, la casa automobilistica di Detroit, ha visto un incremento delle vendite di circa il 10%. Il mercato tuttavia ha registrato una crescita più elevata e dunque la controllata di Fiat ha perso quote di mercato, scendendo al 9,2%. Nel mese di luglio, Chrysler ha registrato un andamento uguale al mercato, ma la market share è stata sotto il 9%. I dati di Chrysler non sono dunque positivi poiché la casa automobilistica continua a perdere quote di mercato.
I dati del mercato americano mostrano una contrazione delle vendite dei veicoli di piccola dimensione, chiudendo in parte le porte all’arrivo dei modelli Fiat oltreoceano. Si evidenzia invece una forte crescita dei “light truck”, cioè di quei veicoli leggeri di grandi dimensioni che sempre sono piaciuti al consumatore americano.
Fiat vive una situazione ancora più delicata in Italia. Dapprima la vertenza con la Fiom per Pomigliano d’Arco, che ha alzato il livello di scontro sindacale e in seguito, la decisione di produrre le monovolume in Serbia ha creato un clima di tensione.
La Fiom, in piena campagna di successione nella Cgil, ha assunto una posizione di veto assoluto a qualsiasi cambio per produrre la nuova Panda a Pomigliano d’Arco. La posizione del sindacato della Cgil ha portato a uno scontro diretto con il management di Fiat e ha fornito un assist a Sergio Marchionne, amministratore delegato della casa automobilistica torinese, per rivedere il piano “Fabbrica Italia”.
Secondo questo piano di sviluppo, Fiat avrebbe dovuto investire 20 miliardi di euro in Italia e in questo piano era prevista la produzione delle monovolume L0 a Mirafiori. Portare la produzione della L0 in Serbia ha dei notevoli vantaggi dal punto di vista industriale, poiché il Governo del paese balcanico ha deciso di porre sul piatto circa 250 milioni di euro.
Questo clima teso arriva in un momento nel quale Fiat conosce una crisi a livello di vendite. Il mercato italiano è in continua flessione e Fiat ha registrato una diminuzione delle vendite nel mese di luglio pari al 36%. La quota di mercato è scesa sotto il 30%, in diminuzione di oltre 4,5 punti percentuali rispetto allo stesso mese del 2009. E questa contrazione continuerà molto probabilmente per tutto il secondo semestre.
La casa automobilistica torinese conosce una simile diminuzione in tutta Europa, che è il principale mercato di sbocco per Fiat. Il “doping” degli aiuti statali dello scorso anno è terminato e il mercato sta soffrendo pesantemente la crisi. Il piano industriale di Fiat, presentato alla fine dello scorso aprile, annunciava un raddoppio delle vendite a livello globale entro il 2014. Questo target sembra ora più che mai irraggiungibile, visto l’andamento del mercato.
Non è dunque un caso che a livello produttivo italiano, la casa automobilistica chieda maggiore efficienza. Fiat non potrà raggiungere gli obiettivi del Piano Industriale senza una diminuzione dei costi. Pomigliano d’Arco e Mirafiori sono dunque una conseguenza di un mercato estremamente difficile e la Fiom ha fornito un assist formidabile (senza volerlo) alla Fiat per aumentare la propria produttività. Per Fiat si prospetta un 2010 molto difficile, nonostante i buoni dati del primo semestre.
Da ilsussidiario.net, 11 agosto 2010
Se il lingotto lascia lo Stato per il mercato
L’incontro di ieri a Torino presso l'Unione Industriali segna una svolta storica per l'economia italiana. È stata infatti ufficializzata la nascita di una nuova impresa controllata dalla Fiat, denominata Fabbrica Italiana, che già a fine settembre a Pomigliano inizierà a riassumere il personale del vecchio stabilimento campano di Fiat Auto. La società non sarà iscritta a Confindustria e quindi si muoverà al di fuori della contrattazione nazionale.
La dirigenza Fiat si è detta pronta non soltanto a riassumere tutti, ma anche a investire in maniera significativa, procedendo fin da agosto alla ripulitura dell'area in cui si dovrà lavorare alla Panda. Ma la condizione fondamentale posta è di portare Pomigliano all'esterno dal sistema confindustriale, sottraendosi in tal modo alle regole del contratto nazionale che la federazione delle imprese metalmeccaniche sigla d'intesa con i sindacati: e la logica di questa strategia è chiara, specie alla luce della volontà di tenere aperti solo gli impianti che aiutano il gruppo a reggere la concorrenza internazionale. L'abbandono dei contratti unitari è infatti una cosa sola con il braccio di ferro di questi mesi, che ha portato l'amministratore delegato della Fiat a decidere la chiusura di Termini Imerese, a pretendere nuove regole per gli impianti campani e, infine, a rendere noto il prossimo trasferimento in Serbia della produzione della monovolume.
Lo scenario che si apre è il frutto di una serie di circostanze, che in vario modo hanno favorito l'emergere di questa nuova situazione. In primo luogo, bisogna riconoscere che per l'azienda torinese molto è cambiato quando Silvio Berlusconi è asceso ai vertici della politica nazionale. Tra il Cavaliere e l'azienda degli Agnelli non è mai corso buon sangue e così l'imporsi del centro-destra ha ridotto il flusso di denaro che per decenni era stabilmente affluito dallo Stato ai bilanci del gruppo di via Marconi. Non che siano spariti del tutto gli incentivi e le rottamazioni, ma è saltato ogni collegamento diretto tra la dirigenza della Fiat e i vertici della politica. In più, un ruolo importante nel favorire il cambiamento l'ha giocato la crisi, che ha spinto a decidere ristrutturazioni necessarie e troppo a lungo rimandate: a partire dall'esigenza per la fabbrica torinese di razionalizzare la produzione, collegando retribuzioni e redditività in modo da essere competitiva. Negli stabilimenti del Sud, in particolare, i contratti nazionali garantiscono redditi non giustificati da quanto viene prodotto. Va anche aggiunto che è proprio l'uniformità delle retribuzioni che tiene i capitali lontani dal Mezzogiorno: con la conseguenza paradossale che da un lato abbiamo salari "teorici" in linea con quelli del Centro-Nord, mentre dall'altro la realtà è fatta soprattutto di retribuzioni assai basse all'interno dell'economia informale.
Un elemento decisivo che ha preparato le novità di questi giorni è stato pure l'arrivo a Torino - nel momento di massima crisi del gruppo automobilistico - di un manager che, a dispetto del nome e dei genitori, ha ben poco di italiano. Marchionne è infatti un uomo d'azienda che è approdato solo sei anni fa alla testa della Fiat e che ha costruito la propria carriera tra Nord America e Svizzera; la sua cultura imprenditoriale, insomma, lo porta a privilegiare - contro una tradizione aziendale consolidata - i risultati di mercato rispetto agli aiuti di Stato, la capacità di reggere sulle proprie gambe invece che le relazioni in grado di assicurare finanziamenti. I dibattiti di queste settimane, infine, sarebbero impossibili se non fosse tramontata l'idea di considerare l'Italia come un'unica economia, da gestire con regole e contratti uniformi. In passato si è cercato di introdurre una qualche diversificazione dando spazio ad accordi integrativi, ma ora è chiaro che la stessa logica dei contratti unitari, dalle Alpi a Lampedusa, va accantonata.
L'insieme di questi fatti ha reso possibile la svolta di ieri, che ci restituisce una rappresentazione più realistica della realtà, poiché solo commisurando salari e produttività sarà possibile aggredire la disoccupazione cronica del Mezzogiorno. Va sempre ricordato che un'analisi oggettiva della situazione è premessa indispensabile alla soluzione dei problemi. Se la produttività di Torino e quella di Pomigliano sono differenti, non ci capisce come si possano retribuire i lavoratori alla stessa maniera. Per troppo tempo le decisioni assunte ieri sono apparse non necessarie in ragione del fatto che la Fiat ricavava dagli aiuti di Stato quanto non riusciva a ottenere dai consumatori. Quegli schemi, che non hanno aiutato l'industria automobilistica e certamente neppure lo sviluppo del Sud, si sono però rivelati fallimentari. E se la crisi aiuterà l'Italia a ristrutturare la Fiat su basi di mercato e a ripensare le relazioni industriali (soprattutto nel Mezzogiorno), a quel punto si potrà dire che davvero non tutto il male viene per nuocere.
Da Liberal, 30 luglio 2010
Se cambiano le relazioni industriali l'Italia ha da guadagnarci
È nata la nuova Fiat, o perlomeno è nata la Newco che gestirá la fabbrica di Pomigliano d’Arco. Lo scontro tra Fiat e la Fiom non ha dunque portato solo alla contestata decisione di spostare la produzione delle monovolume da Mirafiori alla Serbia, ma ha avuto un risultato ancora più clamoroso; dopo settimane d’indiscrezioni, è stata registrata una nuova impresa, la Newco, che gestirà l’impianto di Pomigliano d’Arco.
Questo è un risultato tanto importante, perché significa che quasi certamente la produzione della nuova Panda si fará in Italia, quanto rivoluzionario nelle relazioni industriali, perché questa nuova azienda non dovrebbe utilizzare il contratto nazionale dei metalmeccanici.
Pomigliano d’Arco è stato quindi un detonatore. La prima conseguenza è stata la decisione di spostare la produzione della piattaforma L0 da Mirafiori alla Serbia, dove l’azienda torinese riuscirà a ricevere importanti aiuti Governativi e finanziamenti agevolati europei dalla BEI.
In seguito a questa decisione il Governo ha deciso di incontrare le diverse parti per chiarire al meglio le posizioni.
Nella riunione di ieri, alla quale hanno partecipato lo stesso manager della casa automobilistica, il ministro Maurizio Sacconi e i principali sindacati, Fiat ha assicurato che Mirafiori continuerà ad avere i livelli produttivi necessari a mantenere in vita lo stabilimento.
Durante l’incontro Marchionne ha ripetuto inoltre che il progetto di “Fabbrica Italia” continua ad andare avanti. Certo la decisione di spostare la produzione delle monovolume in Serbia va contro questa promessa, ma è probabile che Fiat sposti la produzione di veicoli a maggiore valore aggiunto nello stabilimento di Mirafiori.
Ma perché Fiat continua ad andare avanti nella decisione di spostare la Nuova Panda a Pomigliano e di non produrre la L0 a Mirafiori? Questa decisione è puramente industriale. Nello stabilimento campano sono già stati effettuati investimenti per rinnovarlo e tornare indietro provocherebbe delle perdite a Fiat. Nella fabbrica torinese invece il progetto d’investimento era sulla carta e dunque un ripensamento non provoca delle perdite.
La decisione di delocalizzare, sembra essere dettata dall’occasione di ricevere aiuti statali e lo scontro sindacale, voluto dalla FIOM, ha fornito un assist alla Fiat.
La lotta interna alla CGIL ha dunque sconvolto il panorama industriale italiano. Sergio Marchionne, amministratore delegato di Fiat ha saputo cogliere al balzo l’occasione e ha deciso di andare verso una prospettiva di mercato. Sapere approfittare degli aiuti Statali è pienamente comprensibile da un punto di vista aziendale e l’amministratore della Fiat ha dimostrato di sapere approfittare delle occasioni.
Il caso “Chrysler”, dove Fiat ha acquisito il 20 per cento dell’azienda americana sull’orlo del fallimento, grazie all’appoggio del Presidente Americano Barack Obama, è l’esempio più evidente di questa capacità.
La seconda conseguenza dello scontro di Pomigliano ha avuto un effetto ancora piú dirompente.
La creazione della subsidiaria di Fiat nasce dall’esigenza di essere più agili nel processo d’investimento a Pomigliano d’Arco e risponde dunque ad un’esigenza industriale e potrebbe essere un vantaggio competitivo per gestire nel modo più efficiente la produzione.
In questa nuova azienda entrerebbero a far parte quei dipendenti d’accordo alle nuove condizioni contrattuali. Con questa “nuova Fiat” la casa automobilistica avrà una maggiore agilità.
La nuova azienda, nella quale Marchionne resta amministratore delegato, potrebbe non applicare il contratto nazionale dei metalmeccanici. Questa sembra essere una minaccia ai sindacati, ma se questa decisione dovesse trasformarsi in realtà, il panorama delle relazioni industriali cambierebbe per sempre.
Il Ministro Maurizio Sacconi si è detto preoccupato che si possa uscire dalle “tradizionali relazioni industriali”. È chiaro che se nella Newco non dovesse essere applicato il contratto nazionale, molte cose cambieranno nelle relazioni industriali in Italia. Non è detto tuttavia che questo cambio sia negativo, perché viste le esperienze passate i sindacati sono stati spesso in Italia un freno all’attrazione di investimenti esteri e certe posizioni sindacali hanno impaurito gli investitori.
Non è un caso che nella classifica Doing Business della Banca Mondiale l’Italia si trovi in settantottensima posizione anche a causa delle relazioni sindacali.
A distanza di settimane dalla lotta della FIOM a Pomigliano d’Arco solo una cosa sembra essere certa: il sindacato ha commesso un errore imperdonabile e Marchionne ne sta approfittando pienamente.
Da L’Occidentale, 29 luglio 2010
La prima conseguenza di Pomigliano? La monovolume che passa in Serbia
Lo scontro di Pomigliano d’Arco ha portato le prime conseguenze. E non poteva essere diversamente. Fiat ha deciso di non seguire le linee del piano “Fabbrica Italia” e di togliere un pezzo di produzione dallo stabilimento di Mirafiori. L’annuncio è arrivato dall’amministratore delegato Sergio Marchionne durante la presentazione dei dati del primo semestre del 2010.
In particolare, il segmento delle piccole monovolume, il cosiddetto LO, non vedrà luce nella fabbrica torinese, ma sarà spostato in Serbia.
Fiat Idea, Fiat Multipla e Lancia Musa nel progetto di sviluppo della produzione italiana dovevano nascere da una piattaforma italiana, ma dopo lo scontro di Pomigliano d’Arco il management della casa automobilistica ha deciso di compiere un cambiamento, non senza conseguenze.
La dura battaglia della Fiom ha dunque lasciato il segno. La decisione di Fiat di portare la nuova Panda in Italia dallo stabilimento polacco di Tichy era un successo per l’industria italiana. Infatti, la fabbrica polacca era più efficiente di quella campana, ma l’azienda torinese aveva deciso di puntare su quest’ultima con investimenti pari a 700 milioni di euro. E centinaia di milioni di euro dovevano essere investiti anche nello stabilimento di Mirafiori, per sviluppare la nuova piattaforma delle monovolume.
Sergio Marchionne ha invece annunciato che tale investimento non sarà fatto e l’azienda invece porterà tali modelli in Serbia, dove non solo i costi di produzione sono più bassi, ma Fiat riceverà aiuti governativi per circa 250 milioni di euro e finanziamenti agevolati dalla Banca Europea degli Investimenti.
Si può dire che Fiat abbia preso la palla al balzo e abbia approfittato dell’errore strategico della Fiom. La produzione in Serbia è sicuramente più conveniente di quella italiana, non solo per il costo del lavoro e per gli oneri sociali, ma soprattutto perché il governo serbo ha deciso di aiutare la casa automobilistica italiana.
In “Fabbrica Italia” tuttavia tale investimento era una parte importante del piano di sviluppo della produzione italiana e dunque lo scontro è già arrivato al livello politico.
Da un punto di vista semplicemente industriale è comprensibile la mossa di Marchionne, che vuole andare a produrre laddove i costi sono inferiori. La conflittualità sindacale italiana, come ha dimostrato Pomigliano d’Arco, è effettivamente elevata, ma non alza una barriera tale da spingere a tornare indietro da una decisione di investimento.
Ma quale è la differenza tra Pomigliano d’Arco e Mirafiori? E quale sará il futuro di Mirafiori senza la piattaforma LO che prevedeva circa 190 mila veicoli l’anno? Nello stabilimento campano l’azienda torinese aveva già cominciato ad investire nel rinnovo dell’impianto e nella formazione del personale e dunque un ritiro dell’investimento provocherebbe un grave perdita per l’azienda. A Mirafiori invece vi era un progetto d’investimento e dunque un cambiamento non avrebbe dei costi, se non quelli politici. La decisione di spostare la produzione in Serbia è sicuramente un vantaggio industriale per la casa automobilistica torinese, ma da un punto di vista politico potrebbe essere un grave errore.
Certo è che l’azienda giustamente guarda al proprio profitto, come dimostra l’utile del primo semestre del 2010, ma uno dei punti di forza dell’amministratore delegato di Fiat è sempre stato la capacità di rapportarsi con la politica. L’entrata in Chrysler da parte di Fiat non è stato un successo di mercato, ma deriva dall’accordo tra l’azienda italiana e il Governo Americano. Senza il sì di Barack Obama, Fiat non avrebbe mai potuto conquistare il 20 per cento di Chrysler senza utilizzare un euro di liquidità e con il solo scambio di tecnologie. E il progetto “Fabbrica Italia” aveva ricevuto il grande appoggio del Governo Italiano, poiché riportava una parte della produzione in Italia.
Lo stabilimento di Mirafiori, senza la piattaforma LO, è destinato a scomparire. Infatti dovrebbe rimanere la produzione di un solo modello di Alfa Romeo, che significa, di fatto, la morte della fabbrica torinese. Se l’azienda non tornerà indietro nelle proprie decisioni, a Torino non si faranno piú automobili.
Senza questo investimento a Mirafiori, viene meno anche il piano “Fabbrica Italia”. La produzione di automobili Fiat in Italia è destinata a rimanere stabile ad un livello inferiore a quello della Repubblica Ceca.
L’errore italiano è stato quello di volersi legare ad un solo produttore e di non avere mai fatto nulla per attrarre investimenti stranieri. Al contrario di Regno Unito e Spagna, che non hanno grandi produttori nazionali, l’Italia non è stata mai in grado di fare arrivare le case automobilistiche straniere sul territorio a causa delle nostre debolezze strutturali.
Questa decisione di Fiat scatenerà solo polemiche o forse fará aprire gli occhi alla politica e la indurrà a fare le necessarie riforme strutturali?
Da L’Occidentale, 23 luglio 2010
Marchionne sacrificherà l’Alfa Romeo sull’altare di Detroit?
Dopo Pomigliano d’Arco non sembra esserci tregua tra Fiat e Fiom. Ogni giorno si susseguono dichiarazioni di fuoco. Le motivazioni degli ultimi scontri sono il licenziamento di cinque lavoratori tra Melfi, Torino e Tremoli e il mancato pagamento del premio variabile di produzione.
Nello stabilimento campano, l’azienda torinese ha deciso di andare avanti comunque nel suo progetto “Fabbrica Italia” e dunque di portare in Italia la produzione della nuova Panda. Questa decisione avviene dopo un periodo di scontro molto intenso tra il sindacato legato alla Cgil e la casa automobilistica. Le condizioni per aumentare l’efficienza produttiva non sono state accettate da questo sindacato, che si ritrova isolato, durante una guerra di successione all’interno della stessa Cgil.
Queste proteste e scioperi, che stanno lentamente coinvolgendo tutti gli stabilimenti produttivi di Fiat, arrivano forse nel momento peggiore per la casa automobilistica. Mentre l’amministratore delegato del gruppo, Sergio Marchionne, ha presentato a fine aprile un piano fino al 2014 che prevede un raddoppio della produzione, il mercato continua a soffrire e Fiat ha un andamento molto peggiore rispetto al mercato.
I dati di giugno a livello europeo confermano le difficoltà della casa automobilistica italiana. La quota di mercato mensile è scesa al 7,4%, con una caduta di oltre il 20% delle vendite. In Europa, la situazione complessiva non è affatto facile, ma la contrazione delle vendite si è limitata nello stesso mese al 6%. Nel primo semestre del 2010, mentre il mercato europeo ha registrato una sostanziale stabilità con una crescita dello 0,2%, Fiat ha perso il 10%. Se dovesse continuare questa tendenza, alla fine dell’anno, la casa automobilistica torinese scenderà al di sotto dell’8% della quota di mercato. Chrysler, controllata di Fiat, ha visto in Europa una contrazione del 22% a giugno e del 20% nel primo semestre.
I dati della casa di Detroit sono migliori Oltreoceano; infatti il gruppo nel quale Fiat detiene il 20% delle azioni, continua a crescere nel mercato americano. Nel mese di giugno le vendite sono aumentate del 35%, in un mercato in espansione, mentre nel primo semestre il risultato non è stato altrettanto brillante. A fronte di una crescita del mercato del 14,3%, Chrysler ha visto aumentare il numero di veicoli venduti del 12%. Nel complesso la quota di mercato nel primo semestre è scesa dal 9,8% del 2009 al 9,4% del 2010.
La fusione tra Chrysler e Fiat è indubbiamente una grande sfida per la casa automobilistica torinese e non sarà facile vincerla. Le risorse necessarie per salire dal 20% del capitale di Chrysler, alla maggioranza assoluta, sono molto elevate e superano certamente i cinque miliardi di euro.
Al fine di migliorare la valorizzazione nei due settori presenziati sul mercato da Fiat, è stata decisa una scissione all’interno del gruppo. In questo modo si arriverà nei prossimi mesi a una quotazione separata tra il settore dei veicoli industriali e il settore auto. In questo modo il gruppo riuscirà a trovare nuove risorse dal mercato.
Quasi certamente queste nuove risorse non saranno sufficienti per “salire” in Chrysler e non è fuori discussione quello che da diversi mesi è un rumors del mercato: Fiat potrebbe decidere di vendere Alfa Romeo a qualche competitor europeo. Solo in questo modo l’azienda torinese potrebbe trovare quelle risorse necessarie per crescere nel mercato americano.
Anche se il rilancio di Chrysler e il contemporaneo lancio della 500 negli Stati Uniti dovessero avere successo, difficilmente nel 2010 e nel 2011 Fiat produrrà utili operativi molto importanti. La crescita nel mercato americano è necessaria e le condizioni del mercato evidenziano una ripresa del mercato stesso. In Europa la situazione invece è opposta, poiché le vendite stanno crollando, dopo un 2009 drogato dagli incentivi.
In particolare in Germania si sta realizzando il “crollo post-elettorale”. Nel 2009, per spingere un settore essenziale dell’economia tedesca, il governo guidato da Angela Merkel e appoggiato dai socialdemocratici aveva immesso risorse pubbliche al fine di migliorare il risultato elettorale. Il 2009 del mercato auto tedesco ha registrato un boom delle vendite, ma nel 2010, quando gli incentivi sono terminati, ha cominciato a sgonfiarsi la “bolla delle automobili elettorali”. La caduta nel primo semestre del 2010 è del 28,7% e tale dato non ha bisogno di ulteriori commenti.
Nel mercato europeo sostenuto dagli incentivi, Fiat era stata in grado di sfruttare al meglio l’occasione. Spesso gli incentivi, per essere giustificati, venivano accompagnati dalla “scusa” delle riduzioni delle emissioni e la casa automobilistica torinese, producendo veicoli “piccoli”, era stata particolarmente avvantaggiata.
Finiti i sussidi pubblici, Fiat ha cominciato a soffrire più degli altri produttori e la caduta della quota di mercato in Europa, non può non preoccupare i vertici della casa automobilistica. Fiat si trova di fronte a un periodo particolarmente delicato e la tensione sociale italiana non aiuterà a risolvere la situazione.
Da ilsussidiario.net, 21 luglio 2010
Il monopolio della SIAE e il confronto con l'Europa
Diritti d'autore e concorrenza. Per la tutela è meglio il monopolio o il libero mercato? La vexata quaestio ritorna. E a rilanciarla è uno studio (PDF) dell'Istituto Bruno Leoni (IBL), che ha messo a confronto l'efficienza dei diversi sistemi in Europa, per arrivare alla conclusione che «il monopolio è costoso e inefficiente».
In Italia l'attività di intermediazione per la gestione dei diritti d'autore è affidata in via esclusiva alla Siae, che è un ente pubblico. In Europa, invece, la situazione è più diversificata e si va dalla Gran Bretagna, che ha il modello più aperto di mercato, passando attraverso la Francia dove esistono diverse copyright collecting society, per arrivare ai monopoli legali di Italia, Danimarca e Paesi Bassi.La Siae concede le autorizzazioni per l'utilizzazione delle opere protette, riscuote i compensi per il diritto d'autore e ripartisce i proventi che ne derivano. Scrittori e musicisti, architetti e registi, non possono che affidarsi ai servigi della Siae.
Ma dallo studio dell’IBL emerge che il nostro ente è più inefficiente rispetto alle società britanniche (anche in confronto all'unica collecting society autorizzata svizzera) e più caro per quote di iscrizione e licenze rilasciate: pesa su autori, discografici e consumatori per 13,5 milioni di euro. E solo nel settore delle opere letterarie e figurative, l'incidenza dei costi amministrativi è pari al 26414 degli incassi contro il 10,4% di quello registrato in Gran Bretagna. Una fotografia che evidenzia anche i problemi di bilancio della Siae, nonostante detenga in Europa una quota di mercato del 15%.
La via d'uscita, forse, arriva dall'Europa, che mira a riconoscere ad autori e fruitori di opere d'ingegno la libertà di scegliere la collecting society a cui affidare la tutela dei propri diritti. Intanto in Italia la creatività resta nei confini del monopolio.
Da Corriere della sera, 17 luglio 2010
Lettera di sfida
Ci penseranno le vedove scozzesi a creare la vera concorrenza postale in Italia? Lo spera Luca Palermo, il boss del gruppo olandese Tnt per l'Italia. Tnt, public company quotata ad Amsterdam, tra i cui soci principali c'è il famoso fondo pensioni Scottish Widows, è un colosso attivo in 200 paesi, con 10,4 miliardi di curo di ricavi e 160 mila addetti, ma in Italia è un piccolo Davide in confronto al Golia delle Poste Italiane. Con 1.600 dipendenti e 147 filiali, Tnt Post è comunque il più importante operatore privato. Finora s'è rivolto alla clientela business interessata a spedire raccomandate, comunicazioni ai clienti, atti amministrativi, e a fare del direct marketing. Fattura 200 milioni e ha poco più del 5 per cento del mercato ma, nel giro di 5-6 anni, vuole arrivare al 20.
«Con che armi? Apparentemente banali: prezzi competitivi e qualità del servizio», sostiene Palermo. Per mettersi a fare sul serio, il manager di Ivrea deve aspettare che parta davvero la privatizzazione dei servizi di recapito, il primo gennaio 2011. Quando l'Italia dovrà completare il processo di liberalizzazione. La posta cartacea, però, da noi è in forte declino, molto più che altrove. I pezzi annui recapitati per abitante sono scesi a 90 nel 2009: meno della metà del dato medio dell'Unione e un terzo rispetto a diverse nazioni dell'Europa centro-settentrionale. Dove il direct marketing e il "non indirizzato" (i volantini della grande distribuzione) sono in ascesa e considerati alle stregua di un media. «Il contributo del mercato postale italiano rispetto al Pil e all'occupazione non arriva alla metà della media europea. Persino gli sloveni spendono in un anno più degli italiani in servizi di recapito», sottolinea Ugo Arrigo, docente di Scienza delle Finanze a Milano Bicocca, nello studio "Indice delle liberalizzazioni 2010", realizzato dall'Istituto Bruno Leoni.
Secondo Arrigo, dal 1999 a oggi in Italia non vi è più stato né pluralismo né concorrenza, nonostante nel 2003 e nel 2005, la seconda direttiva postale dell'Unione europea abbia aperto segmenti consistenti del settore. «Oggi, circa metà del mercato è legalmente libera, ma Poste Italiane vi permane come attore solitario e incontrastato, non essendovi operatori autonomi in grado di competervi. Tuttavia, in assenza di concorrenza, il mercato è rimasto asfittico e sottosviluppato». Non potendo competere nelle buste di peso inferiore ai 50 grammi, a meno che il servizio non abbia un particolare valore aggiunto, parecchi potenziali giocatori sono rimasti alla finestra. Ecco perché, quando scatteranno le nuove regole che il ministero dello Sviluppo economico sta predisponendo, non dovrebbero essere in troppi ad andare all'assalto del monopolio delle Poste Italiane guidate da Massimo Sarmi. L'unico certo di farlo è proprio Palermo. «D'altronde, Tnt è presente in Italia da dieci anni e non può tirarsi indietro, se vuole salvaguardare tutti gli investimenti fatti finora», spiega il manager. Dopo una carriera nel marketing e nel comparto commerciale, snodatasi tra Johnson & Johnson, Bosch e Vodafone, Palermo è entrato in Tnt nel 2005 e ne è il capo italiano dal 2009. È lui che ha lanciato Formula certa, il servizio che fattura cento milioni ed è stato un primo esempio di concorrenza a Poste Italiane. Formula certa si basa su una soluzione studiata insieme agli esperti della Scuola Sant'Anna di Pisa. Grazie alla tecnologia satellitare e al codice a barre piazzato su ogni busta, che viene letto dal palmare in dotazione ai postini di Tnt, vengono registrati luoghi, data e ora di consegna del plico, il cuì viaggio può essere controllato su Internet. Un prodotto di successo che ha scatenato una querelle all'esame dell'Autorità per la concorrenza.
L'anno scorso, Poste Italiane ha cominciato a offrire un servizio simile, PostaTime. «Proponendolo ad alcuni dei più importanti clienti di Tnt e a prezzi estremamente bassi, sostenibili solo grazie alla rete integrata di Poste Italiane. Per noi, si tratta di un caso di comportamento lesivo della concorrenza», dice Palermo. L'istruttoria dell'Antitrust deve concludersi entro metà novembre, a pochi giorni dal via libera alla competizione totale. Scrive ancora Arrigo: «A pochi mesi dalla piena liberalizzazione, l'Italia non ha ancora definito le regole comuni, individuato un arbitro indipendente del mercato. E non ha ancora dimostrato di voler abbandonare lo storico protezionismo verso l'azienda pubblica». Sposato, due bambini, una passione per la moto, corsa e arrimpicate in montagna, Palermo racconta che nello sport il suo punto di forza è la resistenza, più che la velocità. Ne avrà bisogno, per rosicchiare quote a Poste Italiane.
Da L’Espresso, 16 luglio 2010
Il governo fa bene a mediare ma no a un'altra Alitalia
Telecom dovrà confrontarsi col governo sul piano di licenziamenti annunciato nei giorni scorsi. Lo ha annunciato il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi: «La nostra intenzione è quella di chiedere all'azienda di dare la propria disponibilità ad un ulteriore approfondimento del piano e circa investimenti relativi alla manutenzione della rete tradizionale e allo sviluppo alla rete di nuova generazione per la quale è in atto un tavolo negoziale anche con gli altri gestori».
L'intervento dell'esecutivo è comprensibile di fronte a un programma di tagli che, pur non avendo dimensioni epocali, è comunque importante: circa 6800 licenziamenti entro il 2012, di cui 3.700 entro l'anno prossimo. Bisogna però prestare estrema attenzione a non trasformare un ragionevole interessamento - che può rispondere anche all'esigenza di agevolare una mediazione tra l'impresa e i sindacati - in una forma di ingerenza vecchio stile, come succedeva per esempio con la vecchia Alitalia. Negli ultimi mesi, Sacconi ha caratterizzato la sua azione in senso opposto. Lo si è visto molto bene nel caso di Pomigliano, che chiaramente il ministero ha seguito da vicino senza, però, impicciarsene. E segno di una maturazione nelle relazioni industriali del nostro paese, che vedono contemporaneamente l'assunzione di responsabilità da parte di gran parte del mondo sindacale, una giusta propensione al dialogo dal lato datoriale, e il governo che si preoccupa principalmente di questioni emergenziali ma, per il resto, lascia fare.
Contemporaneamente, la crisi dell'ex monopolista telefonica è sintomatica dei nodi di una privatizzazione mal fatta, che oggi vengono al pettine. I lettori di Libero conoscono bene la vicenda e le magagne grazie alle inchieste di Davide Giacalone. Il punto è che, nel caso di Telecom come in altri, la politica ha ceduto (a malincuore) le vecchie partecipazioni statali, senza però avere in mente un chiaro progetto di liberalizzazione.
Nel caso delle tlc, l'Istituto Bruno Leoni stima un grado di apertura appena del 41 per cento: troppo poco per innescare vere dinamiche concorrenziali, specie nel segmento più legato al passato monopolistico, cioè la telefonia fissa. Così mancano gli investimenti, così si distruggono valore e occupazione. In breve, è utile che Sacconi segua da vicino l'evolversi dalla vicenda, restando coerente col suo approccio.
Il mestiere della politica è fare regole giuste, e nel caso delle telecomunicazioni ce n'è un fottutissimo bisogno. Non tanto per il futuro di Telecom, che è di relativo interesse nell'ottica del paese, maper il bene di un settore cruciale per la nostra competitività.
Da Libero Mercato, 15 luglio 2010
Concorrenza, Italia liberalizzata a metà
L'economia italiana è liberalizzata al 49%, un punto percentuale in meno dei 2009, con un ribasso causato dal peggioramento dei grado di apertura dei mercato nei settori dei trasporto, ferroviario e aereo, e dei servizi idrici, mentre il mercato elettrico rimane il più liberalizzato. Lo sottolinea l’Indice delle liberalizzazioni 2010, realizzato dall'istituto Bruno Leoni. L'indice, che analizza la percentuale di apertura dei mercato rispetto al paese più liberalizzato d'Europa in quindici settori, è stato presentato ieri da Carlo Stagnaro, capo dell'Ufficio studi dell'Ib1, con il ministro dei Lavoro, Maurizio Sacconi e il commissario Antitrust, Antonio Pilati. «La variazione - spiega il rapporto dell'istituto - non è significativa per il modo in cui è costruito l'indice. Di fatto, nel 2010, sono proseguite le tendenze in atto negli anni precedenti, e in particolare si è osservato un trend verso il miglioramento nei settori che hanno gradi di liberalizzazione relativamente alti e possono contare sulla presenza di un regolatore indipendente». Il settore più liberalizzato è l'energia elettrica (7 1%), in costante crescita da quando l'indice viene rilevato, nel 2007. II settore meno liberalizzato è quello dei servizi idrici (17%), nonostante l'effetto positivo dei decreto Ronchi. Tra i settori che evidenziano un miglioramento più significativo, si osserva il mercato dei lavoro (dal 55 al 60%).
Da Avvenire, 13 luglio 2010
Un'agenda liberista per il Cav
Per tornare a crescere, l'Italia deve liberare i suoi spiriti animali. Secondo l'Indice delle liberalizzazioni, presentato ieri dall'Istituto Bruno Leoni, il grado di apertura complessivo del nostro paese è del 49 per cento. In questo numero - e soprattutto nel 51 per cento che resta da fare - si nasconde un'agenda liberista con cui il Cav. e Tremonti potrebbero contemporaneamente stimolare la crescita economica e, grazie all'allargamento della base imponibile, tendere verso l'equilibrio fiscale. L'esperienza parla da sé: i settori che hanno conosciuto riforme di mercato, come l'elettricità e la telefonia mobile, hanno attratto investimenti e prodotto benefici per i consumatori, l'occupazione e l'economia in generale. Per il resto, abbiamo solo l'imbarazzo della scelta: se il governo vuole creare le condizioni per una ripresa più sostenuta, non deve far altro che darsi delle priorità (magari approfittando dell'attesa legge annuale sulla concorrenza).
Suggeriamo tre interventi urgenti. Il primo, inderogabile, sul mercato postale: secondo l'Ibl è liberalizzato al 43 per cento, troppo poco se si considera che il l° gennaio 2011 scatta la piena liberalizzazione europea. Qui bisogna muoversi in fretta - a partire dal conferimento delle competenze al Garante delle comunicazioni - se non altro per schivare la possibile apertura di una procedura di infrazione comunitaria. Secondo: i servizi idrici. Il decreto Ronchi-Fitto, oggetto di una campagna referendaria disinformante e denigratoria contro l'inesistente "privatizzazione" dell'acqua, introduce il principio dell'affidamento tramite gara, ma ancora mancano i regolamenti attuativi, e va sistemata la faccenda della regolazione indipendente. Terzo: a livello locale, troppi servizi sono presidiati da aziende municipalizzate che si muovono nella penombra di un conflitto d'interessi permanente in capo ai comuni, azionisti e regolatori al tempo stesso. Specie in un momento di austerity come questo, i comuni dovrebbero essere indotti a privatizzare, in assenza di carote, col bastone di ulteriori tagli ai trasferimenti per i comuni che non lo fanno. Così si coniugano rigore e sviluppo.
Da Il Foglio, 13 luglio 2010
Mercato del lavoro, cresce la soglia di libertà
Meno lacciuoli sul mercato dei lavoro. Il grado di libertà infatti è cresciuto, dal 2009 al 2010, dal 55 al 60%. Un incremento dovuto, prevalentemente, alle misure contenute nella Legge finanziaria 2010, con il ripristino di alcuni istituti della riforma Biagi (il digs n. 27612003). Secondo la ricerca presentata dall'Istituto Bruno Leoni, in particolare, il 2009 ha visto il governo impegnato soprattutto a contrastare gli effetti della crisi economica che, sul piano del lavoro, si sono concretizzati in un aumento considerevole della disoccupazione (a pagarne di più le spese sono stati i giovani).
Così, il quadro normativo che regola i rapporti di lavoro non ha visto particolari riforme. Eppure, quei pochi interventi realizzati, racchiusi nella Finanziaria 2010 e che hanno interessato il fronte contrattuale, hanno contribuito a elevare il grado di libertà del mercato del lavoro. ira l'altro, è stato reintrodotto l'istituto della somministrazione di lavoro a tempo indeterminato (staff leasing); è stata modificata la disciplina della somministrazione di lavoro a tempo determinato; ed è stato ampliato il lavoro accessorio (i voucher). Il capitolo più importante è stato quello degli ammortizzatori sociali. Ma anche in tal caso, secondo la ricerca, si è trattato di iniziative che hanno comunque inciso sul funzionamento del mercato del lavoro.
Non si è trattato, infatti, di semplici politiche passive di sostegno al reddito o di indennità di disoccupazione, ma sono stati previsti vari incentivi, soprattutto a carattere economico, per favorire il collocamento di categorie svantaggiate di lavoratori.
Da Italia Oggi, 13 luglio 2010
Concorrenza, ordini aperti a metà
Ordini professionali aperti al mercato solo per metà. Ma in linea con gli altri anni. Quello delle professioni si conferma come un settore statico; con l'unica vera minaccia della crescita degli iscritti agli albi che spingono verso una proletarizzazione dei professionisti. Il che non vuol dire che bisogna spingere sulle liberalizzazioni in maniera unilaterale.
Le prime lenzuolate di Bersani, in questo senso, hanno rappresentato un modo di operare che ha portato a scarsissimi risultati. La percentuale di apertura al mercato da parte degli ordini era del 46% nel 2006 è del 470f nel 2010. Meglio quindi procedere con una riforma del comparto che coinvolga i diretti interessati. A suggerirlo è l'Istituto Bruno Leoni. Che ieri a Milano ha presentato l'indice delle liberalizzazioni, edizione 2010. Il report, che comprende anche altri settori, fa il punto sugli effetti delle norme nei singoli settori. Quello che riguarda le professioni, anche per quest'anno, si è confermato statico. «In realtà», spiega il centro studi, «il mondo delle professioni ha vissuto tutto l'anno in una strana atmosfera di attesa dell'imminente cambiamento. Ciò deriva dal fermo intendimento del ministro della giustizia, Angelino Alfano, di riorganizzare l'intero settore.
Sotto un primo profilo, ciò va valutato favorevolmente: procedere a una riforma in modo unilaterale, senza alcuna forma di rapporto con i diretti interessati rischierebbe di condurre a un quadro normativo non conforme alla realtà e, ancor peggio, coscientemente e volutamente boicottato dagli operatori (in buona parte accadde proprio così nel 2006/2007, dopo la miniriforma Bersani). Inoltre, dalle dichiarazioni del ministro Alfano, l'idea di una legge quadro in grado di dettare le norme generali in materia di professioni sembra essersi finalmente fatta largo nel dibattito politico: meglio ancora sarebbe se la disciplina generale fosse nuovamente integrata nel corpo del codice civile. Nondimeno», continua il report, «permangono molte e gravi perplessità in relazione ai plausibili sviluppi futuri: discutere approfonditamente con i professionisti non può e non deve trasformare il parlamento e il governo in meri recettori delle istanze corporative provenienti dai rispettivi ordini e collegi».
È chiara l'esigenza però di riformare il comparto. «Il mondo dei professionisti», si legge, «si è sempre distinto per la presenza di notevolissime competenze individuali e soprattutto per una particolare preparazione culturale: negli ultimi decenni tali caratteristiche si sono pressoché annullate e si è potuto constatare un vero e proprio crollo della professionalità in contemporanea con un incremento spropositato di iscritti a ordini e albi, molto spesso poco qualificati e destinati a una sorta di «proletarizzazione» intellettuale. Rendersi conto di questo fenomeno, e realizzare anche che i professionisti stanno sostenendo la crisi solo con le loro forze, senza alcun aiuto o ammortizzatore sociale, sono constatazioni importanti: le risposte e le soluzioni, però, non possono perseguire la difesa a oltranza dei privilegi di chi «è già dentro» né possono cercare di riportare l'orologio della storia al periodo d'oro del professionista individuale, ormai archiviato da alcuni decenni».
Si auspica, dunque, una marcata apertura al mercato, in modo da conferire al professionista italiano gli strumenti giuridici necessari per competere con i propri pari, con organizzazioni cooperativeimprenditoriali e con professionisti stranieri. Continuare a negare a ogni costo l'esistenza stessa del concetto di concorrenza nella realtà delle professioni non porterà ad altro se non all'ulteriore impoverimento (non solo culturale) del settore».
Da Italia Oggi, 13 luglio 2010
Concorrenza in gabbia
Che fine ha fatto la stagione delle liberalizzazioni? Stando ai dati sembrerebbe se non morta quanto meno in coma vegetale. Secondo l'indice annuale che misura il grado di "libertà" dell'economia italiana, elaborato dall'istituto Bruno Leoni, nel nostro Paese siamo fermi al 49%, un punto in meno rispetto al 2009 ma soprattutto il primo stop dopo un trend positivo cominciato quindici anni fa. Nel 2007 ci trovavamo al 47%, nel 2008 al 48%, nel 2009 al 50%.
L'indice prende a riferimento del mercato italiano i quindici settori più importanti come l'energia, il trasporto aereo, quello pubblico locale, gas, acqua e telecomunicazioni, e li mette a confronto con il paese leader su questo piano rappresentato dalla Gran Bretagna. Stando alle conclusioni del rapporto, presentato ieri da Carlo Stagnaro, capo dell'Ufficio studi dell'Ibl, con il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi e il commissario Antitrust, Antonio Pilati. Sul tema siamo in piena stagnazione confermando i maggiori progressi per i settori più aperti e con la presenza di un regolatore indipendente ína registrando nel complesso una battuta di arresto «dovuta sicuramente alla crisi economica», che ha spostato l'attenzione del governo sulla libertà di fare impresa rispetto alla liberalizzazione del mercato in cui essa è inserita e che lo vede in assoluto ritardo rispetto alla presentazione dell'annunciata legge annuale sulle liberalizzazione (doveva essere presentata entro giugno).
«Nel complesso - dice Carlo Stagnaro, direttore ricerche e studi dell'Istituto e curatore dell'Indice - l'Italia si trova in un equilibrio instabile, reso precario dalla crisi. L'assenza di un contesto concorrenziale inibisce le nostre speranze di ripresa». Come lo scorso anno, il settore più liberalizzato è quello dell'energia, (71 per cento), in costante crescita da quando l'indice viene rilevato, nel 2007. Il settore meno liberalizzato sono i servizi idrici (17 per cento), nonostante l'effetto positivo del decreto Ronchi. Tra i settori che evidenziano un miglioramento più significativo, si osservano il mercato del lavoro (dal 55 al 60 per cento). Oltre ai servizi idrici, che peggiorano solo in termini relativi in virtù dei grandi passi avanti compiuti in Gran Bretagna, i settori con l'arretramento più significativo sono il trasporto ferroviario (dal 49 al 41 per cento) e il trasporto aereo (dal 68 al 60 per cento). Un dato molto rilevante è l'assenza di liberalizzazione nei servizi postali (43 per cento), che teoricamente a partire dal 1 gennaio 2011 dovrebbero adeguarsi alla piena apertura del mercato imposta dalle direttive comunitarie. C'è poi la televisione (65%) i mercati finanziari (63%), il trasporto aereo (60 per cento); mercato del lavoro (60 per cento); gas naturale (55 per cento); fisco (54 per cento); Ordini professionali (47 per cento); pubblica amministrazione (46 per cento); trasporto pubblico locale (43 per-cento)'sérvizi postali (43 per cento); telecomunicazioni (41 per cento); trasporto ferroviario (41 per cento); infrastrutture autostradali (29 per cento); servizi idrici (17 per cento).
Il settore più liberalizzato é quello dell'energia (71 per cento). Quello meno sono I servizi idrici (17%) . L'arretramento più significativo si registra per il trasporto ferroviario (dal 49 al 41%) e il trasporto aereo.
Da Terra, 13 luglio 2010
Perché la conversione verde di Bjorn Lomborg non è una conversione
Il fascino discreto dei convertiti vale doppio, quando si riconvertono alla fede originaria. La notizia del giorno è l'apparente rientro nel recinto ecologista di Bjorn Lomborg, lo statistico danese ex socio di Greenpeace secondo cui "non è vero che la Terra è in pericolo" (così il sottotitolo all'edizione italiana del suo best seller, "L'ambientalista scettico"). La bomba era in prima pagina sul Guardian di lunedì ("Sceptical environmentalist and critic of climate scientists to declare global warming a chief concern facing world"). Lomborg si è così trasformato, da epigono di Adolf Hitler (come lo definì l'allora onnipotente, e oggi tramontante, capo dell'Ipcc, Rajendra Pachauri) a pecorella smarrita. Le circostanze della conversione sono sospette: proprio in questi giorni esce l'ultimo libro di Lomborg, "Smart Solutions to Climate Change", che raccoglie i contributi di una trentina di economisti e scienziati, dal premio Nobel Vernon Smith allo "scettico" Roger Pielke, dal critico Richard Tol all'italiano Carlo Carraro, sulla domanda: che fare? Così, se i guru verdi allargano le braccia accoglienti e diffidenti, la verità può averla colta un tale Rod Shone di Walkern, che in una lettera al Guardian di ieri scrive: "Osservo con interesse che Lomborg ha cambiato idea sul riscaldamento globale. Osservo anche che ha un libro da vendere". Quello che né Rod Shone di Walkern, né gli altri hanno osservato è che "la conversione, il voltafaccia, la retromarcia del più noto, ostinato, agguerrito negazionista dell'effetto serra" (Enrico Franceschini su Rep. di mercoledì) è, più che un'inversione a U, un percorso in linea retta. Tanto per cominciare, Lomborg non è un negazionista, nel senso che non nega né l'effetto serra né la colpa dell'uomo: scriveva nel 2001 che "esiste il problema di un riscaldamento globale di origine antropica", confermava nel 2007 che ciò "è fuori discussione", e dice oggi: "Se il mondo sta per spendere centinaia di miliardi sul clima, dove si raccoglie il massimo risultato?". Per Lomborg il problema non è l'esistenza del riscaldamento globale. Il problema era, ed è, in primo luogo capire, tra le grandi sfide globali, quanto sia rilevante quella del clima; secondariamente, quali strumenti siano più appropriati per non gettare i soldi. Da quanto è possibile intuire dalle anticipazioni, le "Smart Solutions" suggerite in questo volume semmai raffinano proposte che non sono nuove. Anzi, esprimono quel che c'è di più simile a un "consensus". Se le élite verdi e il ceto politico europeo ci mettono la firma per il gusto di annettersi Lomborg, la conversione è la loro. Di cosa stiamo parlando? E' Lomborg stesso, il 2 luglio sul Telegraph, a chiarire: "Piani di riduzione delle emissioni costosi e malamente organizzati, come quello dell'Ue, arrecheranno grandi danni economici e conflittualità politica, facendo ben poco per rallentare il global warming". Viceversa, secondo il Guardian, Lomborg ragiona su due binari. Per internalizzare i costi esterni, suggerisce una carbon tax di 7 dollari per tonnellata di C02. Questo valore va confrontato con quello dei certificati di emissione sul mercato europeo dei fumi (attorno ai 20 euro a tonnellata) e col costo di abbattimento delle emissioni attraverso le fonti rinnovabili: per esempio, con un sussidio di 40 centesimi per kWh, una tonnellata di CO2 viene valorizzata circa 1.000 euro. In sostanza, secondo i criteri di Lomborg, il "Cap and trade" dell'Ue va rottamato e i pannelli fotovoltaici messi in soffitta. Dal lato della spesa pubblica, "Smart Solutions" propone un fondo da 100 miliardi di dollari all'anno da investire principalmente in ricerca sulle fonti di energia pulite (incluso il nucleare) e gli strumenti di adattamento e al "riaggiustamento" del clima. Se 100 miliardi (di dollari) in tutto il mondo vi sembran tanti, considerate che, secondo le stime ottimistiche di Bruxelles, il solo piano europeo di riduzione del 20 per cento delle emissioni al 2020 costerà 50 miliardi (di euro) all'anno. L'abbaglio sulla carambola da credente a miscredente ad ateo devoto del clima mostra che tutti sbagliano. Specie quando confrontano un libro che non hanno letto ancora con uno che non hanno letto mai.
Da Il Foglio, 3 settembre 2010
Tra i 5 punti programmatici del Pdl manca il nucleare e questo è un errore
Gli sforzi compiuti per l’approvazione della legge delega sul nucleare e per l’emanazione del decreto attuativo andrebbero al più presto raccolti e messi a frutto. Gli ultimi mesi hanno lasciato intravedere una qualche intenzione di sciogliere il nodo che tiene ferma l’Agenzia per la Sicurezza Nucleare, ossia la nomina dei vertici dell’autorità di regolazione tecnica e vigilanza de settore, ma anche motore della fase di avvio della politica nucleare. Non si è però andati oltre alle buone intenzioni e ai nomi dei possibili candidati alla presidenza.
La maggioranza è chiamata ad impegnarsi su cinque punti programmatici da perseguire nel prosieguo della legislatura. Grande assente, il nucleare.
Eppure il programma approvato dagli Italiani annunciava un’apertura all’atomo. Per di più, due estati fa l’impennata dei prezzi dei prodotti petroliferi e del gas aveva reso viva la percezione che il ripristino dell’opzione nucleare era una priorità per il paese. Un’economia come la nostra, che dipende per oltre 2/3 dall’energia ricavata dagli idrocarburi è estremamente sensibile alla dinamica dei prezzi di queste materie prime. La vulnerabilità del sistema è un dato costante che va tenuto presente anche in tempi come questi, in cui il costo di gas e derivati dal petrolio non destano grande allarme. Va poi ricordato come gli impegni assunti in ambito comunitario, a favore di un significativo, se non proibitivo, abbattimento delle emissioni di CO2 abbiano in un primo tempo esercitato un’ulteriore pressione sulle politiche di governo.
Desta non pochi sospetti, quindi, la trascuratezza con cui si lascia ai margini dell’agenda politica una questione di tale rilevanza. Gli sforzi compiuti per l’approvazione della legge delega sul nucleare e per l’emanazione del decreto attuativo andrebbero quindi al più presto raccolti e messi a frutto. Gli ultimi mesi hanno lasciato intravedere una qualche intenzione di sciogliere il nodo che tiene ferma l’Agenzia per la Sicurezza Nucleare, ossia la nomina dei vertici dell’autorità di regolazione tecnica e vigilanza de settore, ma anche motore della fase di avvio della politica nucleare. Non si è però andati oltre alle buone intenzioni e ai nomi dei possibili candidati alla presidenza; resta d’attualità il nome di Umberto Veronesi, pronto a lasciare il Senato per partecipare al programma nucleare.
Anche il ministero dello Sviluppo economico, che dovrebbe dettare la volontà politica in materia energetica, resta sospeso nell’interim assegnato alla Presidenza del Consiglio. Il nuovo ministro doveva essere nominato entro un mese dalle dimissioni di Claudio Scajola, rassegnate il 4 maggio scorso. Da allora si sono susseguite alcune voci, Emma Marcegaglia ha declinato l’invito a sostituirlo, si è fatto il nome di Paolo Romani, già viceministro, e prima della pausa estiva si è affacciata l’ipotesi di un ritorno di Claudio Scajola.
Nel frattempo, tocca al sottosegretario all’energia Stefano Saglia, nei limiti delle attribuzioni conferitegli, sopperire alla mancanza di un ministro a tempo pieno.
Pochi giorni fa ha confermato l’impegno a presentare la strategia nucleare, il documento programmatico che traccerà gli obiettivi e le linee del programma nucleare, nel mese di ottobre, per consentire alle imprese di presentare i propri progetti di investimento già da gennaio. Ma la buona volontà e le migliori intenzioni espresse non bastano a smentire un dato di fatto: centrata la deadline autunnale, occorrerà circa un anno per approvare in via definitiva la strategia nucleare. Questa, infatti, dovrà sottoposta a Valutazione Ambientale Strategica, un procedimento in capo al Ministero dell’ambiente che si protrae in genere per circa 8 mesi. Il fatto che il dicastero retto da Stefania Prestigiacomo partecipi sin dal principio alla stesura del documento può servire ad accelerare i tempi, ma il cosiddetto codice ambiente, novellato prima dell’estate, detta scadenze alquanto termini alquanto lunghi che non lasciano presagire una particolare speditezza. Oltre al rischio di tradursi in un indebito controllo sull’economia di settore, quindi, il disegno pianificatorio tracciato dal decreto nucleare pare essere d’intralcio al concreto attuarsi della politica energetica.
La strategia nucleare dovrà poi essere accompagnata dai parametri per l’individuazione delle aree idonee ad ospitare gli impianti nucleare. Un aspetto cruciale che compete all’Agenzia per la Sicurezza Nucleare.
Nonostante la natura prettamente tecnica dei criteri che saranno utilizzati per definire le aree idonee (vi ricadono considerazioni di carattere prevalentemente geologico o comunque tecnico-scientifico), lo schema di parametri dovrà essere posto all’esame delle regioni prima di essere sottoposto alla Valutazione Ambientale Strategica. Ne consegue che l’Agenzia potrà assolvere al meglio ai suoi compiti e rispettare le scadenze indicate dal sottosegretario all’energia solo se la sua composizione sarà definita nelle prossime settimane. E se questa non è una priorità…
Da L’Occidentale, 31 agosto 2010
Perché l’ondata di moratorie è peggio della marea nera di Bp
Ora che “quel maledetto buco” è stato tappato – come disse Barack Obama quando il petrolio continuava a sgorgare nel Golfo del Messico – il presidente americano si trova impicciato in un cul de sac. La moratoria sulle estrazioni offshore, segno tangibile della volontà di Obama di “fare qualcosa”, sta causando più problemi del previsto. Dichiarata il 28 maggio, è stata rigettata da una Corte federale il 22 giugno in quanto “arbitrary and capricious”, sentenza confermata in Appello l’8 luglio. Il 12 luglio l’Amministrazione ha adottato una seconda iniziativa che, come spiega il segretario all’Interno, Ken Salazar, non colpisce la profondità delle operazioni, ma “le configurazioni e le tecnologie di perforazione”. Intanto, la Casa Bianca chiede regole più severe per i permessi di esplorazione ed estrazione, al punto che “la moratoria continuerà in modo non ufficiale” dopo la scadenza del 30 novembre, ha detto Bruce H. Vincent, capo della Independent Petroleum Association of America che raccoglie i piccoli e medi produttori indipendenti.
In realtà, l’inasprimento regolatorio è un modo per superare gli ostacoli legali della moratoria: Michael Bromwich, responsabile dell’agenzia che rilascia i permessi, dice che così si potrà anticipare la fine del bando. Insomma: un pasticcio. Anche perché Obama viene tirato per la giacchetta in tutte le direzioni. L’industria petrolifera è pronta a combattere l’iper regolamentazione (la dichiarazione di guerra, sul Financial Times di ieri). Il movimento ambientalista – una parte importante della constituency del presidente – accusa le misure prese di essere fin troppo morbide, e nega che gran parte del petrolio versato in mare sia stato recuperato o riassorbito dall’ambiente (come dichiarato da Bp e dal governo). Lo scontro è ancora più feroce sul piano politico: in California, per la democratica Barbara Boxer, l’apertura di nuove piattaforme metterebbe a repentaglio 400 mila posti nell’economia costiera (tra turismo, pesca, etc.). Nel Mississippi, il governatore repubblicano, Haley Barbour, la mette così: “La perdita è stata una cosa terribile, ma la moratoria è una cosa terribile non solo per la regione, ma per l’America”.
Ma le grane per Obama sono soprattutto altre. Proprio quando il gradimento per la gestione del disastro Bp migliora (secondo l’ultima rilevazione Ap, è al 50 per cento contro il 45 per cento di giugno), gli americani perdono interesse per una battaglia che (nelle intenzioni) doveva essere tanto di immagine quanto di sostanza. Il “blowout” è un “tema importante” per il 60 per cento del campione, 27 punti meno di due mesi fa. I favorevoli all’offshore drilling (48 per cento) ormai superano ampiamente i nemici delle trivelle (in calo dal 41 al 36 per cento). Dietro questo cambiamento non c’è, probabilmente, solo la diffusa euforia da scampato pericolo, ma anche la consapevolezza delle conseguenze economiche di un intervento a gamba tesa. Così la reazione all’incidente della Deepwater Horizon si mischia al confronto più antico sull’utilità delle perforazioni sottomarine. Per la Union of Concerned Scientists, “sfruttare le coste atlantiche e del Golfo finora chiuse farebbe scendere i prezzi della benzina di appena 2 centesimi al gallone tra vent’anni, fornendo una quantità di petrolio pari a meno di due mesi di consumo per i prossimi due decenni”.
Invece secondo Joseph Mason, economista alla Louisiana State University, la moratoria, che “congela” le attività dei 33 pozzi esplorativi attualmente esistenti e sospende le nuove autorizzazioni, in soli sei mesi distruggerà 2,7 miliardi di dollari (di cui 2,1 negli stati costieri nel Golfo del Messico), e fino a 12 mila posti di lavoro a livello nazionale (8 mila negli stati del Golfo).
Alla luce di questi dati, si capisce l’opposizione nelle zone più colpite, che temono di vedersi penalizzate pure sul fronte economico. Intanto l’idea dei bandi fa proseliti all’estero. Per il Commissario europeo all’Energia, il tedesco Günther Oettinger, “una moratoria sulle nuove estrazioni sarebbe una buona idea”, e – nel suo piccolo – perfino l’Italia si è mossa: l’interessamento della Bp a un potenziale giacimento al largo delle coste libiche ha convinto il ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, a chiedere che il Mediterraneo sia reso off limits. Ma forse il mare in questione non è più abbastanza nostrum da renderci rilevanti, come testimonia l’irritazione di Tripoli.
La variegata coalizione “no triv.”, tuttavia, deve fare i conti con le dimensioni del problema. Ogni giorno vengono cavati dai fondali marini 24 milioni di barili di greggio, circa un terzo del totale. Sono i barili “marginali”, aggiunti anno dopo anno alla produzione per compensare il declino dei vecchi giacimenti e soddisfare la domanda. Le terre emerse sono meno promettenti degli oceani, o perché sono già mature (come in Nordamerica) oppure per le ritrosie politiche nei paesi produttori (come nelle nazioni Opec). Proprio per l’immensità delle risorse, i petrolieri si sono avventurati in acque sempre più profonde con tecnologie sempre più sofisticate: se le prime piattaforme di cui si abbia notizia pescavano pochi metri sotto il Grand Lake St. Maris nell’Ohio (era il 1891), oggi si scende per migliaia di metri – e poi ancora migliaia sotto il fondale fino al “reservoir”. La Deepwater Horizon è solo una delle circa 600 piattaforme attualmente in funzione, ed è irrealistico pensare che l’incidente sia generalizzabile. Un conto è cercare di migliorare la performance e la sicurezza delle attività; altra cosa è buttarla in politica e spiccare una corsa verso il peggio.
Da Il Foglio, 20 agosto 2010
È domani la fine del mondo
A che ora è la fine del mondo? Non lo sappiamo ma – ci avverte il Footprint Network, una rete di organizzazioni ecologiste ed enti pubblici e di ricerca – la data è domani. Il 21 agosto 2010, infatti, è l’“Earth Overshoot Day”. Spiegano: “Oggi l’umanità usa l’equivalente di 1,3 pianeti ogni anno. Ciò significa che oggi la Terra ha bisogno di un anno e quattro mesi per rigenerare quello che usiamo in un anno”. Scenari “alquanto ottimistici” suggeriscono che, se non cambieremo strada, “entro il 2050 avremo bisogno dell’equivalente di due pianeti per il nostro sostentamento”.
Con rispetto parlando, sono ragionamenti senza senso, per ragioni teoriche e per ragioni metodologiche. Le ragioni teoriche derivano dal fatto che è ridicolo considerare come dato lo stock di risorse che il globo ci mette a disposizione: le risorse non vengono solo “consumate” dall’uomo, vengono anche “create”, nel senso che il progresso tecnologico trasforma in risorse quello che prima era polvere (quanto valeva un barile di petrolio, prima della rivoluzione industriale?). C’è, poi, una divertente questione metodologica. La stima bizzarra sul fatto che consumiamo un pianeta virgola tre nasce dal “Living Planet Report” del Wwf, che valuta l’“impronta ecologica” delle attività umane secondo una serie di parametri più o meno discutibili. I risultati parlano da soli: i cinque paesi più “virtuosi” sono Malawi, Afghanistan, Haiti, Congo e Bangaldesh. I cinque nemici pubblici numero uno sono Emirati Arabi, Stati Uniti, Kuwait, Danimarca e Australia.
Sarà un caso, ma i criteri scelti fanno sì che i paesi più poveri e disgraziati siano promossi a pieni voti. Sarà un altro caso, ma i povericristi migrano dai “paradisi” verso gli “inferni”. Delle due l’una: o sono tutti scemi, o è bacato chi – giocando al computer in un comodo ufficio di Washington, DC – confonde l’ecologia con la miseria.
Da Il Foglio, 20 agosto 2010
Errare è umano, perseverare è ambientalismo militante
Qualche giorno fa ha circolato in rete un articolo del Corriere della Sera in cui si annunciava con la dovuta enfasi che l’energia solare fotovoltaica è divenuta economicamente più conveniente del nucleare.
Questo grafico (in verità un po’ grossolano) ha fatto il giro dei social network ed è stato ripreso da tutti i blog ambientalisti. Fin qui nulla di strano, ovviamente: noi blogger siamo professionisti del copia e incolla, e se la notizia viene dal Corsera possiede tutti i crismi dell’autenticità. È più che legittimo presupporre che la verifica delle fonti l’abbia già fatta qualcun altro, soprattutto se l’autorevole quotidiano di Via Solferino cita l’ancor più autorevole New York Times, da cui proviene la notizia originale.
Ma per lo stesso principio, sarebbe stato legittimo aspettarsi che nel momento in cui il New York Times corregge lo stesso articolo e pubblica una nota di scuse ai lettori, per aver omesso di segnalare che gli autori dello studio sono i membri di un’associazione ambientalista fortemente impegnata per la promozione del fotovoltaico, e per aver omesso di citare studi che giungono esattamente alla conclusione opposta, i nostri copincollatori più o meno autorevoli si fossero messi nuovamente al lavoro per correggere gli errori di copiatura. Invece no. Tutto tace, anche sul Corriere della Sera.
Solo Carlo Stagnaro e Daren Bakst sul Foglio, ben prima tra l’altro della correzione del NYT, avevano fatto notare come la notizia di cui sopra fosse una palese bufala, in quanto, oltre a sovrastimare in maniera esagerata il rendimento degli impianti fotovoltaici, non tiene conto (o meglio tiene conto, ma non lo dice) degli incentivi pubblici di cui godono le rinnovabili, grazie ai quali il risparmio si trasforma in un costo per i contribuenti.
Giorni prima era stata Repubblica a conquistarsi il suo quarto d’ora di celebrità sul web con un articolo in cui si sosteneva che l’Italia poteva coprire il proprio fabbisogno domestico con le fonti rinnovabili, dando a credere che per rinnovabili si intendesse in questo caso solo il solare fotovoltaico. Andando a vedere per sfizio i dati di Terna, era stato abbastanza facile rendermi conto (l’aveva fatto anche Claudio Gravina su CM) come in realtà sarebbe stato più corretto evidenziare come tra le rinnovabili la parte del leone la fa l’idroelettrico e non il solare (53.442,7 GWh contro 676 GWh).
Evidentemente l’ammissione dei propri errori e le scuse (così come la verifica delle fonti e dei dati riportati) non sono abitudini consolidate nelle redazioni dei nostri giornali, e anche in quel caso nessuno si è sentito in dovere di rettificare.
Ci sarebbe da riflettere sull’attività di redattori che, bavagli o meno, usano le notizie politiche come carne da dare in pasto alle belve, e considerano il resto dell’impaginato (o del palinsesto), come spazio da riempire con qualsiasi cosa passi il convento, o l’agit prop di turno, e faccia abbastanza volume.
La ricerca delle notizie, l’analisi dei dati e la verifica della loro correttezza sono attività noiose e forse anche costose, e l’uso del tasto destro del mouse è evidentemente molto più semplice e gratificante. Ultimamente, soprattutto se si parla di energia, quella che sembrerebbe solo una pessima abitudine figlia della scarsa professionalità comincia a prendere sempre più le sembianze di un gioco poco pulito.
Da Libertiamo.it, 17 agosto 2010
La green economy produce poco e succhia tanti incentivi pubblici
Come va la «green economy», quella fatta di vento, sole, industrie rarefatte e C02 quotata in Borsa?
Non decolla, e parrebbe anche portare una discreta sfortuna. La prima a credere nei profitti da mercato delle emissioni era stata infatti la Enron, che aveva investito massicciamente nel lobbying a supporto del Trattato di Kyoto. Non meno iellata la AIG, che poco prima di fallire aveva lanciato un ambizioso programma di polizze assicurative legato al cambiamento climatico. Più recentemente ci si era buttata la Goldman Sachs, ma anche la banca più potente del mondo è stata bloccata, accusata di frode nel marzo scorso da parte della SEC americana.
Ma fuori dal mercato volatile della C02 (i cui titoli viaggiano intorno ai 12 dollari rispetto ai 70-100 su cui puntavano i loro creatori), il business verde è di due tipi: quello che funziona, incentrato su geotermia, biotecnologie, ibride e nucleare; e quello che funziona solo grazie ai finanziamenti statali, incentrato su eolico e fotovoltaico. Purtroppo è soprattutto su quest'ultimo che gli stati hanno investito miliardi negli ultimi anni, puntando a risolvere, insieme al problema energetico, anche il problema della disoccupazione.
Il caso più clamoroso è quello della Spagna che, in percentuale sul Pil, aveva speso più di ogni altro per il solare e l'eolico: lungi dal creare lavoro, la disoccupazione è salita quasi al 20 per cento, in quanto ogni nuovo posto creato nel settore verde, costato in media 774mi1a dollari, si calcola che di posti «tradizionali» ne abbia distrutti 2,2. Per questo non fa meraviglia che l'anno scorso, senza clamore, la Spagna abbia ridotto i suoi programmi del 60%.
Pure il caso Italia dimostra che investire in eolico e fotovoltaico non crea posti di lavoro. Secondo uno studio dell'Istituto Bruno Leoni ogni «green job» assorbe in in media un quantità di risorse che, se investita in altri settori dell'economia, di posti ne potrebbe generare 4,8.
Quanto ai costi, secondo un recente rapporto dell'Autorità per l'Energia, le incentivazioni in Italia supereranno nel 2010 i 3 miliardi di euro: pari al 10% circa del costo annuale dell'intero sistema elettrico. Ciò significa che l'energia da sole e vento ci costa tre volte di più di quella convenzionale.
Ma almeno questi impianti funzionano? Guardiamo la Germania, vetrina del più forte partito verde d'Europa: a fronte di una spesa massiccia ha avuto risultati irrisori. Solo nel 2009 le installazioni fotovoltaiche ai tedeschi sono costate oltre 10 miliardi di euro e così sarà per i prossimi 20 anni.
Per ottenere cosa? All'incirca lo 0,3% del fabbisogno nazionale di elettricità. E, mentre ai cittadini arrivano bollette più alte del 30%, il guadagno qualcuno l'ha fatto: i produttori di energia solare, che lo Stato paga a prezzi 7 volte più alti di quelli normali.
Citiamo infine l'ultima disavventura spagnola: la Commissione nazionale per l'energia (Cne) ha scoperto che l'inverno scorso vari impianti fotovoltaici avrebbero prodotto di notte 6 mila megawatt di energia. Come è possibile, se senza sole i pannelli solari non funzionano? E possibile con i generatori diesel. Ricorrendo cioè agli odiati combustibili fossili.
Tutto questo però non scoraggia Barack Obama il quale, oltre a premere per limitare la C02 e farne una merce di scambio, spende per solare ed eolico assicurando che ne scaturiranno milioni di posti di lavoro. I suoi modelli? La Spagna, la cui performance abbiamo visto, e la Cina, che parla bene ma con ogni settimana che passa costruisce un nuovo impianto a carbone.
Da Italia Oggi, 17 agosto 2010
Il paradosso Bp. Chi di regole ferisce di mercato perisce
Nel dubbio, vietare. La maggiore conseguenza dell'incidente alla piattaforma Deepwater Horizon della Bp sarà un proliferare di aree off limits per l'esplorazione petrolifera. E ciò a dispetto sia della dinamica del blowout, sia del suo bilancio ambientale. In 87 giorni, il pozzo di Macondo ha riversato in mare 4,9 milioni di barili di petrolio: circa 56 mila barili al giorno, pari a poco più della metà della produzione petrolifera italiana. I tre quarti sono stati riassorbiti. Il danno c'è, ma poteva andare peggio. Invece, appare più profonda la linea di frattura sul versante politico.
Secondo un sondaggio condotto da Harris per conto del Financial Times in cinque paesi, la larga maggioranza chiede «più regolamentazione»: si va dal 73% nel Regno Unito a più del 90% in Italia e Francia. In ballo non c'è l'adeguamento degli standard tecnici – che può o non può essere necessario – quanto la versione più brutale della regolamentazione: stop alle trivelle in acque profonde. Il campionario è ampio, dalla moratoria maldestramente dichiarata dal presidente americano, Barack Obama, fino alle incursioni italiane nel Mediterraneo.
Una reazione del genere è istintiva e comprensibile, ma tradisce un fraintendimento: sconta la fede irrazionale nelle capacità della regolamentazione di cancellare ogni rischio (e di essere priva di costi sociali). Di conseguenza, impedisce di comprendere che cose normalmente buone – quale l'estrazione di greggio dal fondale marino – possono, occasionalmente, andar male, senza che ciò le renda automaticamente cattive. Il tic interventista finisce fatalmente, ed erroneamente, per sovrapporre una vicenda specifica con un fallimento generalizzato dell'industria petrolifera e, nel nome di una sicurezza astratta, pretende di sacrificare un'opportunità concreta.
Dietro questa tendenza verso l'inasprimento regolatorio c'è un triplice paradosso. C'è, anzitutto, la realtà di un mercato che risponde alla criticità più rapidamente della politica. Mentre i politici discutono di cosa e come (e, riservatamente, chi) l'industria si muove: per capire cosa sia accaduto, come sarebbe stato possibile prevenirlo e come reagire in modo più efficiente. È prevedibile, nei prossimi mesi e anni, l'emergere di tecnologie ancora più sicure di quelle attualmente in uso. Tutto ciò a prescindere dalle condizioni oggettive che hanno portato al blowout, e che – verosimilmente – non sono comuni.
Qui sta il secondo paradosso: nel blame game, si diluisce la percezione delle responsabilità oggettive nel disastro. Eppure sta emergendo evidenza sulle negligenze del colosso britannico e dei suoi subcontractor. Non è che le regolamentazioni mancassero; sono state probabilmente dribblate, o eluse. Ma questo, se verrà confermato, indica colpe individuali, non delinea un peccato originale di tutti quelli che bucano gli abissi.
Semmai, stupisce che tante leggerezze siano state commesse da un gruppo normalmente considerato environment friendly. E se – terzo paradosso – tra le due cose ci fosse un nesso? Bp ha subito, nel tempo, una mutazione genetica, da compagnia "coi piedi per terra" a compagnia "con le mani in pasta". Questa ipotesi acquista peso se si mette l'incidente della Deepwater a sistema con una serie di altri episodi simili, dalle perdite dall'oleodotto di Prudhoe Bay in Alaska all'esplosione della raffineria di Texas City nel 2005. Mentre scendevano le spese per la sicurezza e aumentavano le esternalizzazioni (e con esse i costi di coordinamento di sistemi complessi) saliva l'esposizione della nuova Bp verde, non più "British" ma "Beyond" Petroleum. Come dire: dall'estrazione di petrolio all'estrazione di rendite regolatorie, spesso col pretesto dell'ambiente. Per esempio, Bp è stata – con Enron e Lehman Brothers – tra i maggiori sponsor dell'adozione del protocollo di Kyoto negli Stati Uniti.
In tutto questo, c'è un paradosso dei paradossi: mentre monta l'ondata dei divieti, altre regolamentazioni, figlie di stratificazioni lobbistiche precedenti, evaporano. Se c'è una vittima certa, nell'esperienza della Deepwater, è proprio quella norma che limita la responsabilità civile delle compagnie petrolifere alla ridicola cifra di 75 milioni di euro. Si dice che, in verità, nessuno l'abbia mai presa sul serio, quindi i petrolieri si sono sempre comportati come se la responsabilità fosse illimitata. Ma l'accordo (quasi) raggiunto tra Bp e l'amministrazione Obama sulla costituzione di un fondo da almeno 20 miliardi di dollari fa colare a picco quest'ultima illusione. Chi di regolamentazione ferisce, di mercato perisce.
Da Il Sole 24 Ore, 15 agosto 2010
C'era una volta l'ambientalismo a fin di bene
Che cosa sta diventando l’ambientalismo? Questa settimana, un gruppo di “Disobbedienti” è penetrato nei campi di un agricoltore di Pordenone, Giorgio Fidenato, per raderlo al suolo, compiendo quello che nella vecchia civiltà contadina sarebbe stato il più efferato dei delitti: la distruzione a freddo di un raccolto. L’ex ministro dell’agricoltura e ora governatore del Veneto Luca Zaia ha sostenuto si sia trattato di un gesto teso a “ripristinare la legalità”: Fidenato aveva piantato sementi Ogm. L’attuale ministro dell’agricoltura ed ex governatore del Veneto Giancarlo Galan ha definito i centro sociali protagonisti del blitz “violenti squadristi”. Chi fra i due abbia ragione mi sembra una cosa talmente ovvia, che non vale neppure la pena scriverlo.
Tuttavia, credo sia venuto il momento di preoccuparsi, per l’evoluzione che sta vivendo l’ambientalismo. Essa è paradossalmente figlia, almeno in parte, del suo successo. Esso ha messo radici nel pensiero comune. La sensibilità ambientale è molto più diffusa oggi di quanto non fosse vent’anni. E’ straordinario che in Italia questa sensibilità abbia saputo affermarsi nella valorizzazione di modi di vivere e di attitudini che riguardano nel concreto la vita di tutti. I prodotti tipici, la fermentazione del vino fatta in un modo anziché in un altro, il formaggio di fossa, eccetera. Non solo peana contro la cementificazione selvaggia (o, in altri tempi, il nucleare): l’ambientalismo, grazie soprattutto a Carlin Petrini, è riuscito ad informare un’idea della buona vita.
Proprio questo successo porta alcuni ad alzare enormemente l’asticella. I barbari che hanno distrutto la proprietà di Giorgio Fidenato sono individui che hanno fatto una scelta. Il loro portavoce ha urlato la loro protesta “contro la violenza che gli Ogm portano sull’ambiente e per gli esseri umani. In questo modo la vita viene messa a disposizione del mercato e del profitto”. Immaginate che “violenza” possa fare una spighetta di grano. Per la precisione: immaginate che “violenza” possano fare sei piantine Ogm, in un campo del resto già sotto sequestro giudiziario per verificare se sia avvenuta o meno “contaminazione”. Per affermare il diritto di un agricoltore a scegliere che cosa coltivare sul suo, Fidenato esprimeva in una forma che più lineare non si può il senso e la vocazione di una manifestazione non-violenta.
I suoi nemici hanno deciso che le sue ragioni non meritavano discussione né dibattito. La sola idea che sia stato fatto un dispetto alla Madre Terra, annulla l’individualità degli agricoltori. Da una parte avevamo un gesto dimostrativo, messo in atto in una situazione in cui fra l’altro le norme sono carenti e non è chiaro quanto legittime nel contesto europeo. L’obiettivo era: sensibilizzare.
Dall’altra, si è risposto con la repressione. Immaginate che un gruppo neonazista devasti un campo in cui un attivista per i diritti umani aveva fatto una semina dimostrativa di marijuana (quella, peraltro, illegale senza dubbio). Che ne penserebbero, i disubbidienti?
La diffusione di una maggiore sensibilità ambientale nella nostra società implica la necessità di una vera polifonia, anche in quest’ambito. Se si parla di problemi che interessano tutti, non è possibile che alcuni pretendano venga loro riconosciuto il monopolio delle soluzioni. Men che meno essi possono sentirsi religiosamente investiti del potere di soffocare il dissenso, costi quel che costi.
Sfortunatamente, i semi della follia sono piantati, e quelli non li sradica nessuno. Pensiamo al “km 0”. L’accoppiata vincente ambiente-stili di vita è il terreno di elezione di una crociata che parte da un obiettivo sensato (la valorizzazione dei prodotti del territorio), per arrivare potenzialmente al più liberticida e anti-umano degli approdi ideologici. Ogni manufatto, ogni prodotto, ogni scatola di pelati e ogni lattina di Coca Cola che “viaggia” contribuisce a produrre emissioni. Lo stesso vale, beninteso, per ogni essere umano.
Per smettere di produrre emissioni, allora, la soluzione è semplice: smettere di viaggiare. Gli apostoli del km 0 ci dicono che è assurdo che a New York gli americani bevano San Pellegrino (o Evian), perché ogni bottiglietta di minerale ha dovuto affrontare un lungo volo dall’Europa appestando i cieli di questo mondo. Per coerenza, dovrebbero aggiungere che è parimenti assurdo che un signore in California possa bere Pinot nero francese, visto dalle stesse uve c’è un’abbondante produzione locale.
Presa sul serio, la campagna sui consumi “km 0” porterebbe noi tutti a vivere dei prodotti dell’orto di casa, e se va bene di quello dei nostri vicini. La gente scambia precisamente perché i prodotti dell’orto di casa non ci bastano per avere una dieta equilibrata, e perché ciascuno di noi ha il diritto di avere dei gusti, e di soddisfarli come può nei suoi consumi. Un mondo in cui per assaggiare un vino israeliano non serve andare in Israele è un posto indubitabilmente migliore. E un mondo in cui la frutta del mercato locale è esposta alla concorrenza dei frutti del resto del pianeta, del resto trasportati in modo sempre più efficiente e capillare, è un posto in cui la frutta è più buona. L’ambientalismo ha saputo intelligentemente farsi forte di un’idea di vita buona. Oggi può diventarne il peggiore nemico.
Da Il Riformista, 15 agosto 2010
Il progresso ci difende dall'ambiente
Il supermonsone punta sull'Europa. In Russia, ondata di calore e incendi hanno ucciso almeno 62 poveri cristi. In Cina, frane e inondazioni hanno falciato 702 persone. In India, il fango ha fatto 165 vittime, tra cui un italiano. In Pakistan, i numeri fanno paura: 1600 morti, 14 milioni di sfollati, 700 mila case distrutte. Il bollettino potrebbe andare avanti: non sembra esserci area del globo esente dalla furia del clima. Siamo alla vendetta di Madre Natura contro l'uomo impiccione? Ê la nemesi dello sviluppo capitalista, che crea ricchezza a scapito del pianeta? Sembra pensarlo il vicepresidente dell'Ipcc (l'organizzazione dell'Onu per i cambiamenti climatici), Jean-Pascal van Ypersele: «Si tratta di eventi destinati a ripetersi ed intensificarsi in un clima alterato dai gas serra: non possiamo giurare che nulla di questo sarebbe successo duecento anni fa, ma il sospetto c'è».
Fortunatamente, le cose non stanno così, e parole del genere non fanno che incrinare ulteriormente la credibilità dell'ente (in una prospettiva scientifica, non significano nulla, sono parole a vanvera). Semmai, queste informazioni terribili dovrebbero farci riflettere non sulle cause ultime della violenza delle forze naturali (le emissioni? Il caso? Dio?), ma su quello che possiamo fare contro di esse, per resistere a esse. Pensare di prevenire un uragano o un terremoto è, semplicemente, sciocco. Non si può. Curarlo è troppo costoso (in termini di vite perse e di danni materiali).
C'è, però, una terza via tra prevenire e curare, in questo caso specifico. È quella di adattarsi, di dotarsi di strumenti per limitare al massimo i danni. La risposta è parzialmente evidente se solo si confrontano i dati di questi giorni col tragico consuntivo dell'uragano Katrina, che devastò il Sudest degli Stati Uniti nel 2005 e che, tra l'altro, non fu gestito nel migliore dei modi. Pur trattandosi del terzo più forte uragano che abbia niai raggiunto le coste americane, tolse la vita "solo" a 1836 esseri umani: un numero enorme, beninteso, ma considerata l'eccezionalità dell'evento, non confrontabile con quello che accade altrove. Perché? La ragione è semplice e brutale: gli Usa sono un paese ricco, mentre - al confronto - India e Cina, Pakistan e Russia sono paesi poveri. Lo sviluppo economico provvede alla creazione di quel capitale umano, tecnologico e finanziario necessario a sviluppare edifici più resistenti, sistemi di risposta più efficaci, forze e mezzi per l'intervento rapido migliori e più veloci e capillari. In uno studio per la Civil Society Coalition for Climate Change, Indur Goklany ha dimostrato che, a livello globale, le vittime degli eventi climatici estremi sono scese da 242 per milione di individui all'anno negli anni Venti a 3 per milione di individui all'anno nel periodo 2000-2006. L'unico modo di spiegare questa tendenza positiva è la crescita economica.
Più Pil non significa meno disastri, ma una maggiore resilienza contro i disastri. Poi, se qualcuno preferisce cavarsela con la danza della pioggia, fatti suoi, ma i dati suggeriscono che il progresso è la migliore arma con cui l'uomo può difendersi dall'ambiente.
Da Il Tempo, 11 agosto 2010
Proprio sicuri che l'energia solare costi meno del nucleare?
I1 solare costa meno del nucleare, quindi niente atomo, solo sole. Lo dice uno studio realizzato dagli economisti John Blackburn e Sam Cunningham, per conto dell'organizzazione ambientalista del North Carolina NC Warn. Il paper ha fatto rapidamente il giro del mondo: grazie prima al lancio del New York Times, poi all'attenzione dei maggiori quotidiani, anche nel nostro paese; e forse anche grazie alla penuria estiva di notizie. Nessun dubbio, del resto, che ne escano numeri sensazionali. Ma sono numeri convincenti?
Secondo gli autori, l'energia solare ha un costo medio di generazione di 15,9 centesimi di dollaro al kilowattora (in discesa), contro i 17 centesimi del nucleare (in salita) e un prezzo di mercato di circa 8 centesimi (nel 2008 in North Carolina, stato americano a cui lo studio si riferisce). Dietro questi dati ci sono una serie di ipotesi che tendono a sottostimare il costo del solare: per esempio, i due economisti assumono che i pannelli producano energia per quasi 1.600 ore l'anno, contro le circa 1.400 ore effettivamente registrate in North Carolina. Anche prendendo tutto per buono, si ottiene un risultato diverso: cioè 35 centesimi. Per scendere fino a 15,9 centesimi - cioè far apparire competitivo ciò che non lo è - ci vuole un trucco, immediatamente smascherato, ieri, in una nota dell'Associazione italiana nucleare: basta includere il credito fiscale federale e quello dello stato del North Carolina, rispettivamente del 30 e del 35 per cento. Con questo sussidio il costo unitario dell'investimento precipita da 6.000 a 2.730 dollari/kilowatt. Equasi triviale dire che, con la stessa logica, con una detassazione del 100 per cento, l'energia potrebbe sgorgare gratis... Ovviamente, così non è: semplicemente, anziché pagare i consumatori in proporzione a quanto consumano, lo farebbero i contribuenti in proporzione a quanto dichiarano. Cambiando l'ordine degli addendi, possono intervenire considerazioni di efficienza allocativa (che sconsigliano il ricorso alla leva fiscale, peraltro), ma non muta il risultato: il solare è ancora maledettamente costoso.
Un discorso uguale e contrario vale per il nucleare. Blackburn e Cunningham si affidano a una sola fonte, che pure fornisce stime largamente inferiori ai 35 centesimi. Il bello è che, applicando la stessa formula al nucleare, pur facendo una serie di ipotesi peggiorative e aggiungendo i costi del personale e della gestione degli impianti (ignorati per il solare), si arriva attorno ai 15 centesimi: cioè al di sotto sia del costo "vero" del solare, sia addirittura del suo costo "sussidiato". Tutto ciò senza neppure considerare i costi di rete. Come la leggendaria formichina, Blackburn e Cunningham si concentrano sulla foglia, e perdono di vista la foresta. A leggere il loro paper, infatti, pare che le utility del North Carolina - e, implicitamente, tutte le altre - abbiano una scelta secca: nucleare oppure solare. Non è così. La competizione non è mai tra una singola fonte e l'altra, ma tra un portafoglio di generazione e l'altro. Soddisfare la domanda elettrica di una società moderna richiede di sfruttare tutte le fonti disponibili, nella misura e per gli scopi in cui sono relativamente più convenienti. Il futuro non è, quindi, sole oppure atomo. L'unica cosa che sappiamo del futuro è che ci saranno sia i pannelli fotovoltaici, sia gli impianti nucleari: e pure il carbone, il gas, l'idroelettrico, eccetera. Beato quel mondo che non ha bisogno di tecnologie eroiche, ma usa razionalmente quel che l'ingegno umano ha creato, nell'attesa delle prossime, e migliori, invenzioni.
* Carlo Stagnaro, Istituto Bruno Leoni Daren Bakst, John Locke Foundation
Da Il Foglio, 30 luglio 2010
Kill climate bill
“Dovevo prendere una decisione. Ecco la mia decisione. Sappiamo di non avere i voti”. Con poche e fredde parole, il capogruppo democratico al Senato Usa, Harry Reid, ha alzato la bandiera bianca sul “cap and trade” per ridurre le emissioni di gas serra. Dopo 18 mesi di confronto durissimo al Senato, e nonostante la norma abbia già ricevuto da più di un anno il via libera della Camera, è arrivato il momento della resa. I numeri sono inequivocabili: ci vogliono 60 voti. I senatori democratici sono 59. Non è stato possibile trovare un solo dissidente repubblicano. In compenso, non mancano i franchi tiratori nel partito dell’Asinello: lo scorso 10 giugno il Senato ha respinto di strettissima misura un emendamento della repubblicana Lisa Murkowski che puntava a limitare la facoltà dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente di regolamentare la CO2 come un gas inquinante. In quell’occasione, tre democratici erano tra i firmatari della mozione, e altri tre l’hanno supportata.
Dietro il fallimento democratico ci sono varie componenti. Una è, ovviamente, il peso della crisi, che fin dalle promesse elettorali di Barack Obama il Foglio aveva individuato come l’iceberg contro cui il l’eco Titanic si sarebbe sfasciato: di fronte ai primi germogli di ripresa, gli avversari hanno avuto gioco facile a bollare il “climate bill” come “a job-killing energy tax” o “the greatest tax increase in American history”. Mettere un tetto alle emissioni in un paese dove il carbone soddisfa metà della produzione elettrica e impiega 174.000 addetti avrebbe l’effetto di far crescere i prezzi dell’energia e indebolire la crescita economica. A nulla è servita la retorica sul “green deal”, né quella sui posti di lavoro verdi in cambio di quelli “sporchi”: del resto, il Congressional budget office – il centro studi del Congresso – ha certificato che il provvedimento avrebbe ridotto, seppur lievemente, sia l’occupazione, sia il livello medio dei salari. Né l’evidenza dall’Europa, che ha documentato la potenziale distruzione di posti di lavoro in Spagna, Germania, Danimarca e Italia ha aiutato il mondo ambientalista americano a tenere il punto. Cruciale è stato pure l’inatteso successo dei tea parties, che hanno costretto i repubblicani alle barricate contro i principali provvedimenti obamiani, dal clima all’immigrazione, dalla riforma sanitaria a quella della finanza: senza le pressioni della società civile, è probabile che alcuni repubblicani moderati avrebbero fornito il loro aiuto.
Questa sconfitta avrà ripercussioni pesanti. Negli Usa, nonostante i democratici della Camera ancora ci sperino, e a dispetto del tentativo dello stesso Reid di fare proposte meno ambiziose ma comunque significative, si tratta di un’oggettiva sconfitta del presidente, proprio alla vigilia delle elezioni di mid term. A livello globale, la battuta d’arresto americana sancisce l’assoluta inutilità del vertice delle Nazioni unite in programma a dicembre a Cancun. Senza il voto del Senato su una manovra puramente domestica, è impensabile che l’amministrazione possa negoziare alcunché a livello internazionale. E il 2012, anno di scadenza del protocollo di Kyoto, si fa sempre più vicino. Ciò potrebbe sancire il fallimento di un processo negoziale iniziato nel 1992, culminato nel 1997 a Kyoto, e poi segnato da una progressiva disillusione – tranne per la speranza che Obama potesse invertire la rotta fissata dall’odiatissimo George W. Bush, da cui in verità Washington non si è discostata.
Ma, soprattutto, quello che resta è il sapore acre della sconfitta per chi ha assistito impotente al crepuscolo degli dei: a Copenhagen è svanito il sogno di una comunità internazionale eco entusiasta, poi lo scandalo del Climategate ha segnato la credibilità dell’Ipcc (il comitato dell’Onu sul clima), oggi si sciolgono le residue aspettative su Obama. Nel silenzio e nello sconforto, resta l’eco del discorso – a suo modo illuminante – del venezuelano Hugo Chávez a Copenhagen: “Se il clima fosse una banca, l’avrebbero salvato”. Nelle intenzioni, stava accusando le élite occidentali di disinteresse per l’ambiente. Le sue parole, però, si possono leggere anche in un altro senso: a differenza delle banche, forse sta crescendo semplicemente la convinzione che il clima non è in pericolo.
Da Il Foglio, 24 luglio 2010
Ecco perché la legge delega sul nucleare non tradisce la nostra Carta
La Corte Costituzionale ha reso note le motivazioni della sentenza con cui ha respinto i ricorsi delle regioni contro la legge delega sul nucleare (legge 99/09). Secondo la Consulta, la delega conferita al Governo per disciplinare il processo che porta alla realizzazione di nuove centrali nucleari è conforme alla Costituzione perché non lede direttamente la sfera di competenze delle amministrazioni regionali. Queste lamentavano il loro insufficiente coinvolgimento sia nel procedimento normativo (ove si prevede il solo parere della Conferenza di servizi per l’adozione dei decreti d’attuazione) che in quello amministrativo di autorizzazione degli impianti.
Quanto al primo aspetto, la sentenza ricorda che “le procedure di cooperazione o di concertazione possono rilevare ai fini dello scrutinio di legittimità di atti legislativi, solo in quanto l’osservanza delle stesse sia imposta, direttamente o indirettamente, dalla Costituzione, il che nella specie non si verifica”.
Per chiarire il secondo punto, il giudice delle leggi fa un richiamo al “fondamentale canone dell’interpretazione costituzionalmente conforme (sentenza n. 292 del 2000), la cui osservanza si impone allo stesso Governo, sicché a radicare l’interesse regionale al ricorso non sarà sufficiente che essa si presti ad una lettura lesiva dell’autonomia regionale, ma occorrerà che tale lettura sia l’unica possibile, pur impegnando ogni strumento interpretativo utile”. Insomma, una delega legislativa è conforme alla costituzione se può esser interpretata in modo ad essa coerente. Nella fattispecie, la delega in materia nucleare detta criteri direttivi e principi non in contrasto con la Costituzione; piuttosto, manca di dire qualcosa già previsto dalla Costituzione.
Le regioni lamentavano la mancata previsione di strumenti di leale collaborazione, ovvero l’intesa regionale, cui deve essere subordinata la chiamata in sussidiarietà per l’esercizio accentrato delle funzioni amministrative da parte dello Stato in una materia di competenza legislativa concorrente come quella relativa alla produzione di energia. È tuttavia da rimarcare che l’intesa regionale, se non è espressamente prevista dalla delega, non è nemmeno preclusa dalla stessa.
Ricorda la Consulta che “non determinano illegittimità costituzionale della delega eventuali omissioni, da parte del legislatore delegante, nella configurazione dei princìpi e dei criteri direttivi, pur in sé suscettibili di evolvere in un vulnus costituzionale, ove le carenze di idonei riferimenti ai princìpi costituzionali non siano colmate dalla successiva attività di “coerente sviluppo e, se del caso, di completamento”. Pertanto, è scontato che il Governo debba sempre rispettare la Costituzione, oltre che i criteri fissati nella delega al parlamento; non è quindi necessario che nella delega siano ripetuti principi e limiti che si evincono dal dettato costituzionale. Quello che conta, allora, è il modo in cui la delega è esercitata, ossia quanto previsto dal decreto legislativo 31/10, con cui il Governo ha dettato la disciplina del procedimento di autorizzazione degli impianti nucleari.
L’obbiettivo si sposta quindi sulle norme d’attuazione. La delega e la scelta di fondo operata con quest’ultima, ossia il ritorno al nucleare, non è in discussione. Pezzi della nuova disciplina rimangono però in bilico. Il citato decreto è, infatti, oggetto di un ulteriore ricorso da parte delle Regioni, su cui la Corte costituzionale dovrà prossimamente pronunciarsi. Va comunque detto che nel testo del decreto sono previste sia forme di intesa con le regioni, che con le altre amministrazioni coinvolte. Nemmeno se riferite al decreto attuativo, sembrano quindi fondate le predette censure delle regioni.
Fatta salva la delega e la struttura portante della normativa in materia di energia nucleare, l’unico elemento che rischia di cedere sotto il peso di una futura pronuncia della Consulta riguarda il potere sostitutivo del Governo in caso di mancata intesa regionale. La delega ha previsto la possibilità per lo Stato di ricorrervi in caso di mancata intesa degli enti locali. Le Regioni vi si oppongono nella misura in cui il potere sostitutivo può essere esercitato anche nei confronti dell’intesa regionale.
Secondo la Corte, l’argomentazione “si basa sull’erroneo presupposto interpretativo, per il quale la disposizione impugnata si applicherebbe alle intese con le Regioni: infatti, nel vigente assetto istituzionale della Repubblica, la Regione gode di una particolare posizione di autonomia, costituzionalmente protetta, che la distingue dagli enti locali (art. 114 Cost.), sicché si deve escludere che il legislatore delegato abbia potuto includere le Regioni nella espressione censurata (sentenza n. 20 del 2010)”.
Sulle modalità di superamento della mancata intesa regionale previste dal decreto legislativo 31/10 si scontreranno quindi le tesi delle regioni ricorrenti e quelle difese dall’avvocatura dello Stato. Per la localizzazione degli impianti, in caso di mancato rilascio dell’intesa, si prevede la costituzione di un comitato interistituzionale e, se i lavori di questo non si concludono con un accordo, si procede con una delibera del Consiglio dei Ministri in composizione allargata al presidente della Regione. La localizzazione di tutti gli impianti viene poi ratificata dall’intesa della Conferenza unificata.
Nel successivo iter di autorizzazione dell’impianto (momento separato dalla sua localizzazione), il potere sostitutivo del Governo è, invece, previsto solo per la mancata intesa di un ente locale. Su queste disposizioni si attende ora il giudizio della Corte Costituzionale, che dovrà dire se sono sufficienti o meno le garanzie di autonomia così riconosciute alla regioni. Ma la sentenza depositata la scorsa settimana dà indicazioni sull’orientamento della Corte Costituzionale in materia di energia nucleare utili per pronosticare l’esito degli altri ricorsi che vedranno le regioni sul banco degli imputati, anziché lo stato. Nelle motivazioni, infatti, la Corte afferma che non può essere in discussione “la scelta operata dal legislatore nazionale di rilancio della fonte nucleare, la quale esprime con ogni evidenza un princìpio fondamentale della produzione dell’energia”.
Per quanto sia quasi lapalissiana l’appartenenza delle norme che consentono la produzione di energia nucleare al rango dei principi fondamentali che lo Stato è chiamato a fissare nell’ambito delle materie a competenza concorrente, è significativo che la Corte si esprima al riguardo, quando si attende un suo giudizio sulle interdizioni poste per legge da alcune regioni alla realizzazione di centrali nel proprio territorio. Insomma, un’anticipazione del probabile esito dei ricorsi presentati contro le leggi regionali che, di fatto, si pongono in contrasto con quello che ora possiamo chiamare senza tema un principio fissato dallo Stato in una materia concorrente, ossia la libera produzione di energia da fonte nucleare.
Da L’Occidentale, 26 luglio 2010
Ortis e la buona novella: l'energia oggi è mercato, non più parastato
Testone come solo i friulani (è nato a Udine), quadrato come un militare (ha studiato alla Nunziatella), tosto come un ingegnere (è ing. nucleare): ieri Alessandro Ortis, presidente dell'Autorità per l'energia, ci ha messo tutto se stesso, nell'ultima relazione annuale del suo mandato. L'appuntamento istituzionale gli ha fornito l'occasione per trarre un bilancio del suo settennato. E togliersi qualche sassolino dalla scarpa. Sul mercato elettrico, a suo avviso, la concorrenza è un fatto ormai metabolizzato. Dal 1999, anno della liberalizzazione, si è avuta "una riduzione di oneri stimabile in più di 4,5 miliardi di euro all'anno. A questo dato ha contribuito, per il 40 per cento, la riduzione di componenti tariffarie regolate e, per il 60 per cento, la pressione competitiva che ha indotto investimenti per impianti nuovi e più efficienti". Non significa che tutto vada bene. Le interconnessioni di rete sono ancora precarie, e dentro il paese convivono zone che faticano a comunicare: da qui la necessità di ulteriori investimenti nelle reti, nonostante siano raddoppiati rispetto al 2003, quando Ortis prese la guida dell'Autorità assieme a Tullio Fanelli (e Fabio Pistella, dimissionario pochi mesi dopo e mai sostituito per incapacità decisionale dei nostri politici). Altro anello debole è il sostegno alle fonti rinnovabili: 3 miliardi di euro nel 2010, che - in assenza di correttivi - potrebbero nel 2020 arrivare ad assorbire un quinto della spesa per elettricità. Nel mirino del presidente ci sono l'inefficienza e la confusione degli strumenti di incentivazione, che andrebbero unificati e ricondotti alle competenze dell'Aeeg. La bocciatura delle politiche italiane si accompagna a quella dello schema europeo di "cap and trade", di cui il regolatore sollecita l'abbandono "per considerare invece un approccio integrato (a livello internazionale) di politiche ambientali e commerciali". Si può (si dovrebbe) discutere sui dettagli: il punto è, però, sostituire le disarticolate politiche europee con un approccio organico e orientato all'efficienza. Più complessa è la situazione del gas, che - pur avendo fatto dei progressi - è segnato dalla posizione dominante del l'ex monopolista. La tensione tra Ortis e l'Eni è un leitmotiv della relazione annuale, ma quest'anno - forse proprio per l'intenzione di lasciare un messaggio duraturo - cresce di volume. C'è la consueta richiesta di separazione proprietaria della rete, ma è soprattutto un attacco frontale: "Si deve recuperare un grave ritardo, legato sì a lente autorizzazioni ma anche a omissioni dell'Eni, che controlla quasi tutte le capacità nazionali di stoccaggio, attive e potenziali". Difficilmente il recente decreto risolverà la situazione: infatti, per aumentare la capacità di stoccaggio senza colpire i grandi consumatori, rischia di sacrificare la concorrenza e le prospettive di quegli attori privati che si sono mossi per entrare in un mercato ostico e iper-regolamentato. Il dato generale, comunque, è che l'energia oggi è un mercato - non più una provincia del parastato. E' in quest'ottica che va letta l'ultima rivendicazione, periferica nell'economia del discorso ma baricentrica nella sostanza: le direttive europee tendono a "rafforzare autonomia, indipendenza e sindacabilità (dei regolatori), con soluzioni molto simili a quelle già fissate proattivamente per l'Autorità italiana". Un modo elegante per difendere, senza polemica esplicita, l'attuale assetto, più volte messo in discussione negli scorsi mesi. Il giudizio di Ortis sul mercato si sovrappone, fatalmente, a un giudizio del mercato su Ortis e la sua gestione. Se si guarda ai risultati, non può che essere positivo, proprio per la determinazione con cui l'indipendenza dell'Autorità è stata difesa, dando un messaggio di stabilità, credibilità e autorevolezza. La controprova sta nella spontanea sollevazione dei soggetti regolati, coi quali pure non è mancata una dialettica concitata, ogni volta che il ruolo del regolatore è stato messo in discussione. Questo patrimonio di indipendenza Ortis non l'ha solo ereditato, ma ha saputo proteggerlo e farlo crescere, rischiando spesso e non poco, con la stessa allegra spensieratezza di Jim Malone negli "Intoccabili": "Diavolo, si deve pur morire di qualcosa!".
Da Il Foglio, 16 luglio 2010
Istituto Bruno Leoni: gli investimenti nelle rinnovabili sono efficienti?
Gli investimenti in sussidi alle rinnovabili possono avere impatti macroeconomici ed occupazionali negativi e non sono efficienti, in quanto un posto di lavoro nel settore delle fonti di energia rinnovabile costa poco meno di cinque posti di lavoro nell'economia generale ed è pari a quello di sette posti di lavoro nel settore industriale.
È quanto afferma uno studio elaborato dall'Istituto Bruno Leoni, illustrato dal direttore ricerche e studi dell'IBL, Carlo Stagnaro, nel corso di un'audizione presso la Commissione Territorio, ambiente e beni ambientali del Senato nell'ambito di una indagine conoscitiva sulle problematiche relative alle fonti di energia alternative e rinnovabili.
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Certificati verdi, la manovra tiene col fiato sospeso il settore delle rinnovabili
Nessun passo indietro dalla maggioranza. L’abolizione dell’obbligo di ritiro dei certificati verdi da parte del Gestore dei Servizi Elettrici (GSE) disposto dall’articolo 45 della manovra finanziaria rimane. Sembra questa la linea tracciata con la presentazione dell’emendamento del relatore, Antonio Azzolini, che la commissione bilancio del Senato voterà tra oggi e domani.
Un duro colpo per il settore delle rinnovabili, che l’anno scorso ha riscosso 630 milioni di euro dalla cessione al GSE dei certificati verdi eccedenti la domanda. Fino ad ora, la crescita del comparto ha potuto contare sulla certezza di poter cedere qualsiasi quantitativo di certificati verdi ai produttori e importatori di energia da fonti tradizionali, tenuti al loro acquisto in proporzione all’energia immessa sul sistema elettrico o, per la parte eccedente la domanda, al GSE. Il futuro offre ora meno certezze.
Per questo, la manovra ha allarmato e mobilitato il settore, che chiede l’immediato ripristino dell’obbligo di ritiro o, in alternativa, un rinvio dell’abolizione a dicembre. Entro la fine dell’anno, infatti, il Governo dovrà metter mano alla normativa di settore ed in quella sede si potranno discutere le soluzioni possibili e trovare un compromesso che soddisfi tutte le parti coinvolte. Gli operatori delle rinnovabili temono che l’effetto della norma abrogatrice non si limiti ai mancati introiti derivanti dalla cessione dei certificati verdi eccedenti, ma intacchi anche il valore dei certificati verdi richiesti dai grandi produttori per adempiere agli obblighi di quota verde.
Il ragionamento fila: è plausibile, infatti, che dinanzi ad una domanda rigida, il lato dell’offerta si avventuri in una corsa al ribasso con la vendita a prezzi infimi dei titoli che altrimenti, di lì a pochi mesi, non varrebbero nulla. I produttori da fonte rinnovabile si troverebbero in mano poco più che carta straccia, anziché i costosi titoli ora loro riconosciuti.
Ma vediamo chi ci guadagna dall’operazione. I costi sostenuti dalla società pubblica per il ritiro dei certificati verdi hanno sinora trovato copertura nella componente A3 della tariffa elettriche che la generalità dei consumatori paga. Con l’abolizione dell’obbligo di ritiro dei certificati verdi da parte del GSE restituirebbero quindi 630 milioni di euro agli utenti. In media equivale a oltre 10 euro all’anno per abitante, abitate che oggi nella più parte dei casi, non sa di contribuire con i propri soldi allo sviluppo delle rinnovabili.
L’emendamento del relatore Azzolini, tuttavia, devia i benefici della norma dai consumatori al mondo della ricerca. La proposta, infatti, interviene per destinare due terzi delle minori spese del GSE alle attività di ricerca, lasciando solo un terzo dei risparmi conseguiti agli utenti del servizio elettrico.
Non è ancora chiaro l’orientamento del Governo, se è vero che Stefania Prestigiacomo si aspettava la presentazione in commissione di una ben diversa proposta e spera ancora che venga ripristinato l’obbligo di ritiro che mette al riparo il comparto delle rinnovabili. A suo avviso, un taglio così deciso agli incentivi al comparto mal si combina con gli obiettivi nazionali e comunitari in materia e crea imbarazzo tra i titolari dei dicasteri dello sviluppo economico, della ricerca e dell’ambiente. Di buon senso le parole del sottosegretario Stefano Saglia: “Usare le risorse che derivano dai CV e dalle fonti rinnovabili per fare altro non mi sembra giusto. Se non vogliamo più darle alle rinnovabili abbassiamo la bolletta ai cittadini”. Senza il consenso dai ministeri dello sviluppo economico e dell’ambiente difficile andare lontani e forzare una proposta. Insomma, per quel che si può intuire, il porto d’attracco non dà ancora segni di sé.
Di sicuro l’abolizione dell’obbligo di ritiro, se confermata, avrà conseguenze drammatiche su chi ha fatto affidamento sui sistemi incentivanti vigenti. L’abolizione dell’obbligo di ritiro metterebbe probabilmente in ginocchio una parte del settore delle rinnovabili che passerebbe da una comoda posizione di rentier alla bancarotta.
D’altra parte, è oggi una priorità raggiungere, magari in modo meno traumatico, un nuovo equilibrio che superi gli effetti distorsivi del meccanismo incentivante sino ad ora operante; ma ciò deve avvenire in primo luogo a vantaggio della trasparenza e del minor aggravio possibile sulle spalle dei consumatori, che oggi pagano troppo, spesso senza nemmeno saperlo.
Da L’Occidentale, 5 luglio 2010
Buffet, Gates & Co. La filantropia e il nuovo Welfare
Alcuni mesi fa Warren Buffett e Bill Gates hanno invitato i “colleghi” miliardari a seguire il loro esempio e a donare metà del proprio patrimonio in beneficenza . Non sono rimasti soli a lungo: hanno promesso di dar loro manforte George Lucas, il sindaco di New York Michael Bloomberg, Ted Turner, Larry Ellison,David Rockfeller, Paul Allen 8IL cofondatore di Microsoft) e un’altra trentina di Paperoni. La lista viene costantemente aggiornata sul sito http://givingpledge.org/.
L’iniziativa non è sorprendente. Warren Buffett sostiene da lungo tempo, con la lucidità che gli è propria, di essere bravo a “fare” soldi e non a spenderli. Il figlio Howard, al contrario, è un filantropo “professionale”.
Buffett è apparentemente un uomo modesto: da anni va al lavoro guidando la stessa macchina e vive ancora nella casa che ha comprato negli anni Settanta. La sua fortuna si basa sulla velocità e sulla forza delle sue intuizioni. I soldi gli danno felicità nella misura in cui segnalano che ha fatto scelte appropriate. Sono suoi, e può disfarsene nel modo che trova più opportuno. Sostiene di non essere bravo a spenderli, e perciò anche l’opera di smontare la fortuna che ha accumulato è stata “esternalizzata” in nome di una efficiente divisione del lavoro. Spetterà in parte ai figli, e in parte alla Fondazione degli amici Bill e Melinda Gates.
Fu proprio Gates, al forum di Davos due anni fa, a profetizzare un capitalismo più “creativo”, capace di “attivare in maniera più estesa le forze di mercato in modo che più gente possa accedere alle tecnologie e si riducano le disuguaglianze tra paesi”.
Il ragionamento parte da una constatazione semplice e avveduta: mentre i sistemi economici “alternativi” hanno prodotto miseria e distruzione, il ventesimo secolo ha confermato come l’economia di mercato sia il contesto migliore, per consentire agli individui di esprimere appieno la propria individualità, contribuendo, ciascuno perseguendo il proprio interesse, al benessere di tutti. Tuttavia, il mercato è stato limitato e compresso dalla crescita del settore pubblico. In alcuni settori, il privato semplicemente non è stato lasciato entrare. Eppure, pensa Gates e noi con lui, si tratta di ambiti essenziali alla vita associata. Lo Stato sociale è molte cose ma non “efficiente”: perché rifiutare aprioristicamente la possibilità che possa essere proprio il privato, a giocare un ruolo cruciale nella fornitura dei servizi alla persona?
Analogamente, se pensiamo alla lotta alla povertà nei Paesi cosiddetti “in via di sviluppo”, è difficile sostenere che negli scorsi cinquant’anni gli Stati occidentali abbiano fatto grandi progressi - a meno che per progresso non s’intenda un crescendo di dichiarazioni roboanti. Molto di più ha fatto l'apertura degli scambi, l’interconnessione economica. E perché non scommettere che possa esserci un ruolo per un privato “sociale”, per associazioni sorte spontaneamente dall’incontro di alcuni grandi filantropi, che cercano di fare del bene adottando però strategie e valutazioni dei risultati mutuate dal mondo del business e non da quello delle burocrazie?
Sono buone domande. Ma attenzione a non dare delle scelte dei Buffett e dei Gates una lettura ideologica. Chiunque ha diritto di fare del suo ciò che meglio crede. Sul piano morale è legittimo valutare diversamente il desiderio di mettere fine alla fame del mondo e l’acquisto di una batteria di ville ai Caraibi, ma se una persona dispone di quattrini guadagnati legalmente, e non estorti ad altri con il furto, l’una decisione e l’altra sono entrambe legittime.
Altra cosa è pensare che chi raggiunge un certo livello di reddito, o ha successo nell’accumulare uno straordinario patrimonio, debba “restituire qualcosa alla comunità”. Già l’espressione restituire implica che quel qualcosa prima alla comunità sia stato sottratto. Quando non è così.
Bill Gates può moltiplicare in ogni modo i suoi sforzi per combattere la povertà, ma la sua attività filantropica, da questo punto di vista, non eguaglierà mai per efficacia il suo trascorso di uomo d’affari. Fondando e guidando per lunghi anni la Microsoft, Gates ha creato ricchezza a vantaggio di piccoli e grandi azionisti. Ha dato lavoro a un esercito di tecnici, ingegneri, comunicatori, addetti alle pulizie, subfornitori. Ha aiutato milioni di altre imprese ad essere più efficienti, potendo contare su software che ne hanno reso più snelli e intelligenti i processi. Ha contribuito forse come nessuno a quel grande processo che ha unito i popoli della terra, consentendo a tutti noi di essere più vicini gli uni agli altri - il che è una grande cosa non solo per scambiarsi facezie su Facebook, ma anche perché consente a chi vive in situazioni difficili di aprire gli occhi sul mondo e di imparare la lingua della speranza.
L’investitore che contribuisce a trovare la migliore allocazione dei fattori produttivi, il manager che porta fantasia ed efficienza in una grande azienda, il creativo che colora la vita degli altri con il suo stile e le sue intuizioni: tutti costoro stanno già facendo più bello e più ricco il mondo. La grande speranza del “capitalismo creativo” à la Gates è che possano ampliare il raggio dei propri interessi, che possano dedicare un poco della loro intelligenza e dei loro talenti a questioni con cui gli apparati pubblici si baloccano da anni trascinandosi di fallimento in fallimento. Tuttavia, non hanno nulla da “restituirci”.
Una beneficenza intelligente ed imprenditoriale può aiutare a risolvere il rebus dello Stato sociale. Ma per combattere la povertà bisogna creare ricchezza. Come avviene ogni giorno, nelle imprese private, sul mercato.
Da Il Riformista, 29 agosto 2010
Il welfare non è più strumento di emancipazione
Questa settimana abbiamo appreso dai tabloid inglesi che Lynne Beckham, la sorella di David, prostrata da un divorzio difficile e messa alle corde da un fidanzato cocainomane, avrebbe fatto richiesta di un sussidio da poco più di 200 euro al mese. Ovvero, hanno calcolato impietosi i giornali, tanto quanto il fratello minore guadagna in due secondi.
Capita che una persona cresciuta al fianco ad un altra, che viene dalla stessa famiglia e ha avuto pressapoco le stesse opportunità e le stesse sfortune, raggiunga un esito - in termini di reddito, di affermazione sociale, di realizzazione personale e famigliare - completamente diverso. E’ la vita.
Che fare? Non è possibile espropriare gli individui dei loro talenti: le capacità di David Beckham, che gli hanno spianato la via verso il successo, e il suo bell’aspetto, che gliel’ha asfaltata, restano solo suoi (beninteso: magari una telefonata alla sorella, per accertarsi delle sue condizioni, avrebbe pure potuto farla). Si può provare a redistribuire la ricchezza che di questa diseguale distribuzione dei talenti è la conseguenza. Ma la redistribuzione non è gratis. Una tassazione fortemente progressiva si rivela fortemente disincentivante. Coloro che guadagnano molto sono tentati dal tirare i remi in barca, perché troppo grande è la quota di reddito che debbono sacrificare allo Stato. E meno remano loro, più piano va la barca dell'economia.
Nell’Ottocento vittoriano, uno dei libri più popolari fu “Self-help” di Samuel Smiles, efficacemente tradotto in italiano come “Chi s’aiuta Dio l’aiuta”. La filosofia di Smiles lungo tempo fu propria anche di ampi settori del movimento operaio. Primogenito di undici figli, Smiles aveva dovuto interrompere anzitempo gli studi, per andare a bottega all’età di quattordici anni e contribuire a portare a casa il pane. Ma con determinazione e costanza riuscì a diventare dottore, facendo apprendistato presso uno studio medico. Alla pratica alternò l’impegno politico e giornalistico: scrisse a favore del voto alle donne, dell’estensione del suffragio, del libero scambio.
Per Smiles, era fondamentale che ciascuno chiamasse da sé l’ascensore sociale. La mobilità doveva essere spinta non dalla redistribuzione della ricchezza prodotta grazie a talenti inegualmente distribuiti: ma, al contrario, dalla rigorosa coltivazione ciascuno del proprio, di talento, grande o piccolo che fosse. Ai tempi della Regina Vittoria, la preoccupazione per la formazione di crescenti sacche di povertà, soprattutto nelle città, si accompagna a strategie di emancipazione che cercano in ogni modo di non creare quella che più in là nel tempo sarà chiamata “dipendenza da welfare”. L’assistenzialismo che nel Novecento è stato la moneta con cui più frequentemente si sono comprati i voti delle classi popolari, implica la separazione di “merito” e “beneficio”. Octavia Hill, che sempre nell’Inghilterra vittoria inventò il “social housing”, reclutava famiglie operaie perché vivessero in belle case borghesi, in tranquilli quartieri borghesi, perfettamente fornite con buone biblioteche borghesi. ma insisteva che si pagasse l’affitto (un affitto agevolato e men che modesto) nei tempi e nei modi stabiliti.
Quella società sapeva benissimo che talvolta la povertà è solo figlia dell’avversa fortuna, e proprio per questo si rifiutava di giocare con gli alibi. L’aiuto non poteva prescindere dall’ “auto-aiuto”: da una cultura del lavoro, in assenza della quale ogni quattrino investito in assistenza sarebbe andato sprecato. La responsabilità è la pietra angolare dell'"aiutati che il ciel t'aiuta".
Il welfare novecentesco è stato molto diverso. L’assistenza si è burocratizzata, allontanandosi dalle forme più estreme di disagio ed al contrario avvicinandosi a chi, pure certo privo di grandi mezzi, era sufficientemente integrato nella società da potere presentare domanda di sostegno agli uffici competenti. E’ stato detto che il Welfare State è una creazione delle classi medie, a vantaggio delle classi medie. C’è del vero. Ancora oggi, anche nelle nostre città, laddove la povertà è più dura e laddove le condizioni sono più disagevoli, si muovono enti benefici, organizzazioni laiche e religiose, volontari, che portano la loro opera in un mondo sconosciuto alle carte bollate e ai timbri dei supervisori dei “servizi alla persona”.
A New York Michael Bloomberg ha deciso di affidarsi a Stephen Goldsmith (già sindaco di Indiapolis, e autore di diversi volumi fra cui “Governare con la rete”, IBL Libri) per inventare un nuovo welfare che non vada a sovrapporsi, ma anzi faccia da moltiplicare degli sforzi spontanei delle persone e delle associazioni. Non è solo un problema di budget: diminuendo le risorse pubbliche, qualsiasi amministratore se non è del tutto scriteriato deve interrogarsi su come spenderle meglio.
In questo modo, il welfare smette di essere uno strumento di consenso, per ridiventare una leva di emancipazione. Alle lezioni dell’età vittoriana si uniscono gli strumenti della finanza più moderna, che - in una sorta di “venture capital sociale” - possono diventare veicoli di finanziamento di nuove iniziative. Sapendo bene che il tasso di fallimento delle nuove imprese è sempre molto alto, specie in un ambito in cui (mancando il profitto) manca il fondamentale “segnale” del successo di un’azienda. I rischi non mancano - ma sono nulla in confronto alla rovinosa bancarotta di uno Stato sociale che costa sempre di più, senza per questo aver curato la piaga della povertà più estrema.
Da Il Riformista, 22 agosto 2010
L'offensiva non sia giustizialista. Adesso vanno tagliate le tasse
Ci sono elementi inquietanti nella volontà del governo, sempre più esplicita, di dichiarare una guerra senza quartiere agli evasori: moltiplicando i controlli, incrociando i dati, affinando le tecniche di definizione dei redditi presunti.
In primo luogo va ricordato una società è tanto più liberale quanto meno gli uomini di Stato mettono le mani nelle tasche della gente, dato che l'imposizione è una forma violenta di esproprio, che va dunque minimizzata e tenuta sotto controllo.
C'è poi un serio problema di civiltà giuridica, dato che ormai vige un «giustizialismo tributario» che trasforma una semplice ipotesi in una prova, un indizio in una certezza. Il fatto stesso che già ora in molti casi il reddito sia presupposto (l'inversione dell'onere della prova è un'aberrazione giuridica) e che il contribuente debba dimostrare di avere entrate inferiori a quelle ipotizzate dall'amministrazione attesta che siamo davvero su una pessima strada. Per questo è preoccupante che la Lega annunci ronde anti-evasione, lasciando intendere che potremmo avere cittadini pronti alla delazione, alla denuncia del vicino, alla segnalazione al fisco del proprio concorrente.
Per di più, affrontare l'economia sommersa mobilitando la Guardia di finanza significa non avere compreso che se in Italia si evade tanto questo non è il frutto di una (pretesa) maggiore propensione all'illegalità dei nostri concittadini, ma del fatto che una fiscalità così alta è insostenibile. Chi conosce il Mezzogiorno sa bene che entro quell'economia un prelievo come quello attuale, pensato per il Centro-Nord, non è semplicemente sostenibile. La maggior parte della produzione meridionale sparirebbe se fosse costretta a venire alla luce del sole. Bisogna, allora, abbassare le imposte a tutti e ridare fiato a chi lavora.
Questo appare tanto più necessario nel momento in cui si comprende che una lotta all'evasione non accompagnata da una riduzione delle aliquote produrrà un aumento della tassazione. Come ha mostrato un'indagine degli artigiani di Mestre, quando dai dati ufficiali scorporiamo l'economia in nero il nostro diventa il Paese con la più alta pressione fiscale al mondo, dato che per chi rispetta le norme il prelievo è del 52%. Fino ad ora l'Italia ha retto perché ben pochi sono tanto ligi, ma se il nuovo rigore dovesse imporsi il sistema produttivo crollerebbe. In altre parole, se il giro di vite contro gli evasori e se le indagini sugli yacht dovessero avere successo senza che si proceda a una correlativa cancellazione di taluni tributi, ci troveremmo ad essere il peggiore degli inferni fiscali.
Non si pensi che questo gioverebbe a quanti adesso pagano tutto, magari perché le imposte sono trattenute in busta paga. Anche questi ultimi, infatti, potrebbero essere presto nelle condizioni di chi non ha più un lavoro.
Chi specula sull'odio di classe va buttando benzina sul fuoco, ma l'incendio che ne può derivare rischia di danneggiare tutti. E, come sempre, a pagare il prezzo più alto saranno i più deboli.
Da Il Giornale, 16 agosto 2010
Fisco: nell'inferno italiano uno scampolo di paradiso?
Far pagare alle imprese tasse col regime fiscale più conveniente? Per l’Istituto Bruno Leoni, l’art.41 della manovra finanziaria - che consente alle imprese straniere che investono in Italia di usufruire, temporaneamente, del regime fiscale per loro preferibile tra quelli esistenti in Europa - istituisce un principio giusto e condivisibile. Se ne occupa Silvio Boccalatte, fellow dell’IBL, nel Focus “Un pizzico di paradiso all’inferno (fiscale)?” (PDF).
Per Boccalatte, tuttavia, l’attuale formulazione dell’art.41 rischia di essere considerata incostituzionale in quanto “Se lo scopo della norma è quello di favorire l’apertura di nuove imprese sul territorio italiano, infatti, si fatica a comprendere per quale motivo siano da preferire nuove imprese straniere a nuove imprese italiane. Dunque non si capisce perché un soggetto straniero, già imprenditore all’estero, dovrebbe godere di un regime fiscale vistosamente favorevole per l’esordio della sua impresa in Italia, rispetto a un qualunque italiano, sia egli già imprenditore o meno”. Per superare questo dubbio, occorre ampliare lo spettro di applicazione della norma: “si permetta a ogni nuova attività imprenditoriale (e professionale) di optare, per un determinato periodo di tempo, a favore del sistema fiscale comunitario che preferisce”.
Il Focus di Silvio Boccalatte, “Un pizzico di paradiso all’inferno (fiscale)?”, è liberamente scaricabile qui: (PDF).
Al Sud una chance federalista
Il consenso è ormai ampio e diffuso. Autorevoli commentatori, illustri saggisti, istituzioni importanti, meridionalisti pensosi, e per ultima la Cei, insomma tutti – nessuno escluso – non esitano a indicare in una «inadeguata classe dirigente» il tallone d'Achille del Sud d'Italia. È questo il "motore primo", se così si può dire, di un Mezzogiorno eternamente fermo ai blocchi di partenza. Come dar loro torto? In questo senso, chi voleva, solo qualche anno fa, «abolire il Mezzogiorno» è arrivato tardi.
Ci avevano già pensato, prima di lui, i ministri del Mezzogiorno che hanno gestito l'intervento straordinario fra la metà degli anni Sessanta e i primi anni Novanta, e dopo di loro, gli architetti e i fautori della Nuova Programmazione, sia che agissero da soli sia che agissero al seguito di quei ministri che stavolta venivano più pudicamente chiamati dello Sviluppo e della Coesione territoriale. Non possiamo negare che la loro sia stata una "missione compiuta" (la quale, ora, aspetta solo il "partito del Sud" per compiersi in modo definitivo e irreparabile). Forse per alcuni si è trattato addirittura di un omicidio preterintenzionale, ma questo, dal punto di vista della vittima, non cambia la sostanza delle cose.
In altre parole, 50 anni di politiche economiche profondamente sbagliate e potenzialmente corruttive (nel senso non del codice penale, ma della cultura civica e politica) che nell'ultimo quindicennio hanno trovato la loro espressione più sofisticata, più compiuta e forse inconsapevolmente, anche più alta, sono stati in grado non solo di non risolvere la "questione meridionale" (e questo va da sé, visto non era il loro vero obiettivo), ma anche di impedire che il Mezzogiorno potesse pensare a se stesso e pensare se stesso alla guida dell'intero paese.
Invertire questa tendenza è tutt'altro che semplice, è certamente questione non di breve periodo ma non è impossibile, ma è dalla logica che informa le attuali politiche per il Mezzogiorno che bisogna partire e non dalla vuota invocazione di una nuova classe dirigente. Per azzerarle, semplicemente. Nelle prossime settimane e nei prossimi mesi vedrà la luce un nuovo Piano per il Mezzogiorno – l'ennesimo progetto, prodotto (guarda caso) da quelle stesse burocrazie che hanno sfornato i precedenti. E nei prossimi mesi verranno alla luce i primi provvedimenti relativi al cosiddetto federalismo fiscale. Ora, questi provvedimenti dovranno misurarsi in base alla logica complessiva di tutto l'impianto, in base alla sua capacità di annullare (senza accontentarsi di limature) l'intermediazione politica e burocratica che è rimasta l'unica, vera, autentica scelta politica assolutamente bipartisan che ha interessato il Mezzogiorno in modo ininterrotto sin dagli anni Sessanta.
Sulla carta, soprattutto per quanto riguarda il federalismo fiscale, l'inversione di rotta rispetto alle scelte degli ultimi decenni dovrebbe essere netta. La struttura di incentivi proposta alle classi dirigenti e alla società meridionale dovrebbe essere radicalmente innovata. Il principio di responsabilità affermato in maniera inequivoca. Ma il diavolo si cela, come sappiamo, nei dettagli, e le pieghe della normativa, forse anche troppo condivisa, che ha introdotto in Italia il federalismo fiscale sono talmente vaste e numerose da non consentire soverchie illusioni.
Lo stesso percorso di attuazione della legge delega n. 42/2009 («Delega al governo in materia di federalismo fiscale») lascia non pochi dubbi circa l'esito del processo stesso. A oggi, le informazioni quantitative di cui si dispone sono, numero più numero meno, non dissimili da quelle di cui si disponeva negli anni Novanta, quando si cominciò a dare forma concreta al tema del federalismo. I vincoli di finanza pubblica sono tali da consigliare questa strada: in altre parole, solo avendo ben chiaro il quadro contabile di riferimento si potrebbe procedere al computo dei costi standard e alla definizione dei livelli essenziali di assistenza, e dunque alla disseminazione della relativa informazione.
Ora, pur apprezzando la prudenza di questa impostazione, è difficile condividerla. L'essenza del messaggio federalista richiederebbe, infatti, un percorso pressoché opposto: calcolo dei costi standard (standard e non, in qualche maniera surrettizia, storici) e individuazione dei livelli essenziali (essenziali e non, in qualche maniera furbesca, desiderabili) di assistenza, in modo tale da garantire comunque il rispetto dei vincoli di finanza pubblica e la loro eventuale revisione in presenza di vincoli meno stringenti del previsto (evento improbabile ma non impossibile).
Per dirla diversamente – e contrariamente all'opinione di molti – il federalismo fiscale è oggi una straordinaria opportunità per il Mezzogiorno. Anche rischiosa, certo, ma l'unica forse in grado di rovesciare i valori e le priorità che quarant'anni ininterrotti di sciagurate politiche meridionalistiche hanno imposto al Mezzogiorno. E l'unica, forse, in grado di riattivare meccanismi di selezione della classe dirigente e dunque restituire una voce al Mezzogiorno ormai afono.
Da Il Sole 24 Ore, 14 luglio 2010
Contro la tirannia fiscale
Nel focus del primo luglio n. 164 (PDF) “Solve et repete: Verso lo Stato di polizia tributaria”, abbiamo segnalato il pericolo che la manovra finanziaria reintroduca l’ingiusto e incostituzionale principio del “prima paghi e poi contesti”, che obbligherebbe i contribuenti a pagare debiti provenienti da contributi previdenziali, imposta sui redditi e IVA prima che siano verificati e che si possano contestare, sulla base della notifica dell’avviso di accertamento.
Rispetto alla situazione attuale (avviso di accertamento – possibilità per il cittadino di contestazione – iscrizione a ruolo esaurita la possibilità di ricorso – emissione della cartella esattoriale – valore esecutivo della cartella), la manovra salta i passaggi intermedi e rende immediatamente esecutivo l’avviso di accertamento, che, come spiegato nel focus, non è un “reale” accertamento, ma solo una valutazione dell’amministrazione che i conti non tornano, valutazione che il contribuente ha il sacrosanto diritto di contestare davanti all’autorità giudiziaria (art. 24 Cost: “Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi. La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento”).
Sulla natura vessatoria di questo furto di Stato si è già detto nel focus.
Il sacrificio del diritto di difesa e del diritto di godimento dei propri beni (i quali dovrebbero restare appunto tali finché non se ne accerti davvero l’indebita proprietà) ci spaventava tanto più considerando che la posizione presuntivamente debitoria fosse aggravata, nel decreto legge, dalla circostanza che il giudice, a cui il presunto debitore deve fare ricorso contro un avviso di accertamento che ora costituisce già titolo esecutivo) non potesse concedere una sospensione dell’atto impugnato superiore a 150 giorni. E 150 giorni sono sicuramente un termine inferiore rispetto alla conclusione del procedimento giurisdizionale contro la pretesa creditoria dell’amministrazione (la durata media di un procedimento di merito davanti alle commissioni tributarie è di 3 anni e 10 mesi, fonte: “Più cause nei tribunali del fisco”, Il Sole 24 Ore, 10 maggio 2010). Dunque, le possibilità che davvero il presunto debitore dovesse pagare nelle more del giudizio di accertamento sarebbero state altissime.
Il brevissimo e surreale termine dei 150 giorni era motivato dalla finalità di pungolare le commissioni tributarie a essere veloci nel trattare le cause. L’idea che il giudice, solo perché stimolato da un sano spirito civico e solidale nei confronti del contribuente, potesse per ciò solo ridurre di mesi e mesi la durata del procedimento ci sembrava quanto meno irresponsabile.
Alcuni emendamenti proposti in Commissione bilancio al Senato temperano timidamente ma significativamente le disposizioni criticate.
Al di là di un emendamento soppressivo dell’art. 30 presentato dal Sen. Musso sulla riscossione dei contributi previdenziali, sembra verosimile che i tempi della sospensione verranno raddoppiati.
Numerosi emendamenti vanno in tal senso chiedendo persino l’abrogazione del termine. Ma è soprattutto l’emendamento proposto dal relatore del disegno di legge (e dunque condiviso dal governo) a far sperare che i termini per la sospensione siano portati da 150 a 300 giorni, termine derivante dalla possibilità per il giudice, allo scadere dei primi 150 giorni, di confermare la sospensione per una durata massima di ulteriori 150 giorni.
Il Governo non può fallire
A suo modo, il governo ha mantenuto le promesse: non metterà le mani nelle tasche degli italiani. Non direttamente. Infatti, spingerà altri a farlo al posto suo. Il rincaro delle tariffe autostradali a scopo parafiscale è una delle mosse più ipocrite che si potessero concepire.
Infatti, con una mano è stato aumentato il canone che i concessionari devono versare ad Anas per fare il proprio mestiere, con l'altra gli si è detto: se i conti non vi tornano, aumentate pure il pedaggio. Come dire: l'esecutivo neppure si prende la briga di riscuotere le imposte. Taglieggia un gruppo ristretto di grandi imprese - come già aveva fatto con la cosiddetta Robin Tax su compagnie petrolifere, banche e assicurazioni - e lascia che siano queste a sbrigarsela coi consumatori. Il risultato netto è che tutti saranno più poveri, tranne l'erario. Come dimostrano i dati. L'Italia - l'abbiamo scoperto negli scorsi giorni - è il paese europeo con la più alta tassazione sui redditi da lavoro, e il quinto dell'Ue per livello della pressione fiscale. Purtroppo, non è il quinto, ma il tredicesimo, per Pil pro capite. In breve, abbiamo un reddito un pelo superiore alla media europea - nel 2009, a parità di potere d'acquisto 24.000 euro contro 23.600 - ma paghiamo più imposte. La pressione fiscale è del 43,2 per cento (0,3 punti percentuali in più del 2008), contro una media europea del 39,5 per cento. Quelli che sono più masochisti di noi (Danimarca, Svezia, Belgio e Austria) sono anche più ricchi: fatto 100 il Pil pro capite europeo nel 2009, gli italiani stavano a 101,6, i danesi a 117,3, gli svedesi a 120,3, i belgi a 114,9 e gli austriaci a 124.
Morale: noi siamo i più fessi. L'aspetto più paradossale è che, almeno dalla fine della prima repubblica, c'è virtualmente consenso - tranne forse i comunisti più inveterati - che il paese soffre di troppe tasse, troppo debito e troppa spesa pubblica. Questi tre parametri vanno mossi in parallelo. Il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, ha posto tutta l'enfasi sul debito, e ha tentato di contenere la spesa attraverso espedienti più o meno efficaci, ma generalmente orientati o al breve termine, oppure a scaricare il compito di alzare le tasse su altri soggetti dai concessionari autostradali agli enti locali, la cui mano è stata prontamente armata con la nuova imposta sugli immobili. Ë evidente che non se ne esce in questa maniera, ed è evidente soprattutto che, proprio quando l'economia dà qualche segnale di ripresa, lo sguardo truce del fisco e la promessa che la parte produttiva del paese sarà sempre più colpita e sempre più sfruttata ammazzano ogni speranza. Il governo oggi ha un compito difficilissimo. Guidare la nave durante una tempesta impone degli obblighi e delle responsabilità che, nei momenti di bonaccia, sono meno gravosi. Tanto più con una nave, come quella italiana, zavorrata da una regolamentazione eccessiva, da un fisco pesante e inefficiente e da un debito pubblico mostruoso. Eppure, se ci troviamo in queste condizioni è anche perché chi ha governato negli scorsi anni - sia il centrodestra sia il centrosinistra non ha saputo o voluto intervenire. Questo rende tutto più complicato e più urgente. Ma, forse, senza il pungolo della crisi staremmo ancora a cullarci nell'illusione che il paese possa stare assieme con lo scotch. L'Italia ha bisogno di essere rifondata su basi nuove e moderne. Guai se il governo fallisce nella missione. E vergogna se neppure ci prova, o se rema nella direzione opposta.
Da Il Tempo, 2 luglio 2010
Oggi brindiamo al Tax freedom day ma restiamo un Paese malato di Stato
Cin cin. Da oggi smettiamo di pagare le tasse, e cominciamo a guadagnare. E’ il 23 giugno, giorno della liberazione fiscale. Un giorno che, anno dopo anno, è sempre andato avanti, quasi mai indietro, sia coi governi che “le tasse sono bellissime”, sia con quelli che “mai metteremo le tasche negli italiani”. E’ una costante e forse è giusto così.
Il governo non è un’entità astratta, è un gruppo di persone che ha come scopo ultimo quello di massimizzare il proprio potere e la propria influenza. Sono solo due le condizioni che possono remare contro questa tendenza naturale alla bulimia pubblica: il passaggio di un “cigno nero” positivo, cioè di una leadership politica fortemente determinata ad affamare la bestia, come fu per Ronald Reagan e Margaret Thatcher. Oppure, l’esistenza di oggettivi vincoli esterni per cui non si può fare altrimenti: sul fronte della spesa pubblica, Giulio Tremonti cerca di tagliare perché non può fare altrimenti (che poi lo faccia in modo efficiente o convincente, è un altro discorso).
La seconda condizione è quasi verificata, in Italia. L’invadenza dello stato – invadenza nel prelievo, nella spesa, nella regolamentazione – ha raggiunto livelli ormai insostenibili. Le scelte che, quotidianamente, le imprese sono costrette a compiere ne sono testimonianza. L’Italia, dicono le classifiche internazionali e lo dicono tutte, da qualunque fonte provengano e qualunque cosa misurino, è uno dei peggiori posti al mondo dove fare affari. Se il settore pubblico vive parassitariamente alle spalle di quello privato, il nostro paese è arrivato al punto di massima sopportazione, il punto in cui una crescita ulteriore ucciderebbe l’organismo ospite e, con esso, i parassiti stessi.
La competitività della nostra economia, la produttività del nostro lavoro, hanno bisogno di una riduzione drastica e immediata del peso dello Stato: un credibile e improvviso taglio di spesa, tasse e complicazioni normative varie. La transizione fa sempre degli scontenti, specie tra coloro che campano all’ombra dell’inefficienza: ma non si può pensare di chiudere gli occhi e tirare avanti perché il paese è stremato, finito, kaputt.
Quello che manca è una leadership politica convinta e capace, con poche e lodevoli eccezioni (tra i ministri, l’unico che pare veramente determinato a perseguire questa via è Renato Brunetta). E’ difficile spiegare perché, ma almeno due motivi è possibile rintracciarli. Primo: gli accidenti del caso, che agli americani ha dato Reagan, agli inglesi la Thatcher, a molti Stati ex sovietici ha regalato dei leader coraggiosi e illuminati, e a noi ha dato... bé, ha dato quello che abbiamo e che ci meritiamo. Secondo: appunto, abbiamo quello che ci meritiamo. L’elettorato italiano è fondamentalmente populista: pronto a chiedere meno tasse, meno pronto a chiedere meno regole (anzi, felice di chiederne di più, come nel caso degli ordini professionali), per nulla pronto ad accettare riduzioni della spesa, come dimostrano le reazioni scomposte alla manovra di Tremonti.
Il problema è, dunque, culturale e profondo, nonostante i guizzi di vitalità che occasionalmente si sono visti. L’exploit della Lega negli anni Novanta, il primo berlusconismo, l’immediato successo delle “liberalizzazioni” nella base del Partito democratico sono stati segnali incoraggianti, ma troppo esili e troppo discontinui. Gli italiani vogliono meno tasse, ma vogliono ancora di più conservare vizi e privilegi, e possibilmente conquistarne di nuovi. Per questo non ci scandalizziamo più di tanto che per più della metà del tempo lavoriamo per mantenere il baraccone pubblico. Siamo malati di Stato, e non potremo guarire finché non capiremo che quella che finora abbiamo ingoiato come una medicina, è la causa del male.
Da L’Occidentale, 23 giugno 2010
Quando non si può fumare al bar
Il successo dell’iniziativa federale sul divieto di fumare generalizzato è sorprendente. È notizia del 18 maggio che la Lega polmonare svizzera abbia già depositato a Berna 130'000 firme, benché la scadenza sia in novembre. Si vuole ovviamente proteggere i fumatori passivi, ma ci sono buone ragioni per credere che finirà paradossalmente proprio con aggravarne la situazione, soprattutto dei bambini.
L’iniziativa colpisce tutti i luoghi di lavoro e tutti gli spazi chiusi accessibili al pubblico (ristoranti, bar, scuole e ospedali) e permette solo “fumoir” senza servizio. Per giudicare cosa sarebbero le conseguenze basta guardare al di là dell’Atlantico e valutare gli effetti di vent’anni di accanimento contro i fumatori. È quanto due ricercatori londinesi, Jérôme Adda e Francesca Cornaglia, hanno fatto in un articolo apparso lo scorso gennaio sull’American Economic Journal in Applied Economics, una rivista dell’American Economic Association, la più prestigiosa associazione di economisti al mondo.
Negli USA, il 15% della popolazione fuma regolarmente. Tuttavia, il 70% dei non fumatori hanno nei propri fluidi corporei sostanze chimiche legate al tabacco, il che mostra l’estensione del fumo passivo. Negli anni ’90 non c’era ancora quasi nessun divieto, mentre nel 2006 il 40% della popolazione viveva in un’area con un divieto di fumare sul posto di lavoro o nei locali pubblici. Esattamente come in Svizzera, l’introduzione dei divieti è avvenuta con ritmi ed intensità diversi a seconda degli stati (qui dei cantoni). Questa dinamica irregolare ha permesso ai due ricercatori interessanti valutazioni statistiche sull’esteso periodo dal 1988 al 2006.
Il primo sorprendente risultato è che l’introduzione dei divieti (sia sul luogo di lavoro, sia nei bar o nei ristoranti) non ha modificato l’attitudine a fumare. Né se si considera il consumo di sigarette, né se si considera la cessazione. Vi è sì una generale diminuzione nel corso degli anni, che tuttavia i divieti non spiegano. Il secondo e più importante risultato? I divieti di fumare hanno spostato il luogo in cui i fumatori baciano la loro bionda. Mediamente, un divieto riduce di sei minuti al giorno il tempo speso in un locale pubblico. Un risultato su cui gli esercenti potrebbero riflettere. Se non può essere fumata al bar o al lavoro e il consumo non diminuisce, la sigaretta verrà necessariamente accesa altrove. Adda e Cornaglia hanno scoperto che la quantità di cotinina (un metabolita della nicotina la cui quantità nel corpo si dimezza in 20 ore e che indica fumo passivo) dei non fumatori che vivono con fumatori è diminuita tra il 1988 e il 2006 più lentamente di quella dei non fumatori che vivono senza fumatori. Con i divieti, i fumatori fumano di più in casa.
I risultati di Adda e Cornaglia hanno implicazioni politiche molto chiare, e molto scomode per tutti i salutisti di Stato: senza considerare con cura il luogo in cui vanno applicati, i divieti indiscriminati aumentano l’esposizione dei non fumatori al fumo passivo! Peggio ancora, chi ne fa le spese sono soprattutto i bambini, purtroppo ancor più vulnerabili ai danni del fumo passivo e che hanno poche alternative per evitare quello domestico. Dallo studio risulta invece che l’aumento delle accise riduce l’esposizione dei non fumatori al fumo di sigaretta, e che se del caso sarebbe quindi la politica da preferire ai divieti.
In fondo, le conseguenze dell’iniziativa della Lega polmonare svizzera sono prevedibili: al contrario delle tasse sul tabacco, un divieto non rende più cara una sigaretta, bensì solo il posto in cui la si consuma. Ci accorgeremo per tempo di questa perversa dinamica, o aspetteremo che tanti piccoli innocenti, colpevoli solo di aver un genitore che non può più fumare al bar, soffriranno degli effetti indesiderati della nuova religione salutista?
Paolo Pamini – Economista non fumatore, ETHZ e Liberales Institut
Da Il Corriere del Ticino, 20 maggio 2010
Se gli imprenditori non amano la sanità in Borsa
È normale che un gruppo di “imprenditori e dirigenti” faccia appello alle autorità per impedire la quotazione in borsa di un’impresa? E’ quello che ha fatto l’Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti con un annuncio a pagamento pubblicato la settimana scorsa sul Corriere della sera.
L’oggetto del contendere è l’annunciata quotazione di KOS, società del gruppo CIR di cui pure nella pagina pubblicitaria non si faceva apertamente il nome. Una scelta coraggiosa, un po’ per il periodo: anche prima delle turbolenze di questa fine settimana, non si segnalavano grandi approdi in borsa da parte di società italiane. E anche, proprio per la natura stessa della quotazione, che obbliga le imprese a diventare più “accountable” rispetto a tutti i portatori d’interessi rilevanti, una scelta di trasparenza. Che sarebbe da guardare con sincera curiosità, in un ambito come quello della sanità accusato spesso, non a torto, di essere eccessivamente opaco.
Invece, l’UCID ha fatto appello alla Consob e alla coscienza dei cittadini perché le residenze per anziani (e, immagino, in generale il settore della non autosufficienza) non vengano lasciate in balia del “profitto finanziario”. Angelo Ferro, presidente dell’associazione (cui collaborano persone degnissime), legge il tentativo del gruppo CIR come “una deriva della finanziariazzazione dove tutto, anche le persone anziane non autosufficienti, diventano un bene da comprare e da vendere”. Non è dato sapere se alla stesura dell’appello abbia partecipato anche Roman Zaleski, veterano di Piazza Affari e membro del comitato tecnico-scientifico dell’UCID.
Ad esser coerenti, ci si aspetterebbe quindi una netta preferenza per la sanità pubblica dalla testa ai piedi, finanziamento ed erogazione del servizio. Invece l'UCID, giustamente, riconosce il ruolo svolto da strutture private e non profit. Per chi si richiama alla dottrina sociale della Chiesa, vale il principio di sussidiarietà. Agli imprenditori cristiani non dovrebbe sfuggire, però, che il non profit è pur sempre privato, e non a caso è tanto più solido e florido in quelle realtà in cui la sanità non è rigidamente monopolizzata dal pubblico.
Paradossalmente, la preferenza a favore della competizione è particolarmente necessaria al privato sociale: perché, laddove lo Stato lascia ad altri un ruolo meramente residuale, sopravvive solo chi ha gli artigli più grossi, cioè il privato privato. I modelli ibridi, privati nella persona giuridica ma votati a non distribuire gli eventuali utili, implicano nella prassi una notevole complessità gestionale. Il privato “for profit” gli è utile come benchmark, crea una pressione alla limitazione dei costi e per questo allevia le loro difficoltà. L'essere “non profit” dovrebbe implicare un approccio diverso alla distribuzione dei guadagni, non alla cura gestionale.
Per l'UCID, non si capisce “da dove la KOS potrà trovare i margini per dare dividendi agli azionisti”. Il gruppo De Benedetti ha scelto di entrare nella sanità non nell’alta specialità, ma nel long term care e nella riabilitazione, situandosi in un segmento di mercato dove le professionalità costano meno e tanto di più conta la capacità di offrire un buon livello di cura “alberghiera” ai degenti. È un settore ampiamente regolamentato, e in cui è inimmaginabile che un singolo gruppo privato acquisisca una posizione di monopolio, da cui - chissà perché - dovrebbe smerciare ai poveri anziani non autosufficienti servizi di pessima qualità.
Né è chiaro perché a rappresentare un problema sarebbe la quotazione (già oggi, la controllante di KOS è una quotata). Un’impresa che va in borsa chiede capitali in modo trasparente e si apre alla sfida della contendibilità. Questo non solo dovrebbe stimolarne l’efficienza nel lungo periodo, ma la espone a controlli più stringenti sulle sue attività. Dovremmo pensare che un’impresa quotata sia per definizione guidata da manager più avidi e meno scrupolosi, di quelli che conducono un’impresa familiare? E perché mai?
In realtà proprio i cattolici che credono nel principio di sussidiarietà, e che difendono un’idea di welfare meno centrata sullo Stato e più sull’interazione spontanea fra individui e corpi intermedi, dovrebbero guardare con interesse a questa operazione. Il problema infatti del lento declino dello Stato sociale è che non abbiamo ancora ben chiaro con cosa sostituirlo. Non sappiamo dove trovare attori privati forti abbastanza da subentrargli nelle funzioni essenziali.
La quotazione di KOS potrebbe essere la cartina di tornasole: se i De Benedetti vincessero la loro scommessa, sarebbe un piccolo segnale positivo. Vorrebbe dire che ci sono investitori pronti a mettere a disposizione capitale, per i servizi alla persona.
Come KOS immagini di fare utili non è un problema che debba interessare l’UCID, a meno che essa non immagini di acquistare un pacchetto azionario.
Il privato fa profitto nel settore della sanità, in un sistema comunque a guida statale come il nostro, limando le inefficienze del pubblico e cercando, laddove può, di attrarre “consumatori”. Le inefficienze sono tali e tante che una buona gestione manageriale può fare miracoli, aprendo scenari prima impensate.
La quotazione in borsa rende le imprese non solo più attente ai conti, ma anche a un valore intangibile con tangibilissime conseguenze sul titolo: la reputazione. Gli ospiti di residenze per anziani non autosufficienti hanno un solo interesse: che chi non offre servizi di qualità, venga severamente punito. Il mercato avrà tanti difetti, ma questo lo sa fare.
Da Il Riformista, 9 maggio 2010
Le dolenti note della lirica. Si rischiano enti di serie A e B.
Approvato dal consiglio dei ministri lo scorso 16 aprile, il decreto legge di riforma delle fondazioni lirico-sinfoniche è approdato qualche giorno dopo al Quirinale, per la firma del presidente della Repubblica. Con il trascorrere dei giorni, la mancata firma di Napolitano ha fatto tingere di giallo la vicenda. Ben presto si è cominciato a vociferare di un testo sottoposto a continue limature. I sindacati di categoria non hanno tardato a far sentire la loro voce e a minacciare numerosi scioperi o addirittura il blocco delle attività. E i commenti sui contenuti del decreto hanno fatto emergere tutta l’incertezza su quanto realmente presente nel testo.
Alle suppliche a non firmare avanzate dai lavoratori del comparto (soprattutto in occasione delle celebrazioni del 25 aprile), Napolitano era sembrato dare una risposta che faceva pensare a un esito differente. E invece: mercoledì sera abbiamo finalmente appreso che il testo non convince proprio il presidente della Repubblica. Il quale ha chiesto chiarimenti di natura tecnica a Bondi.
Sulle ragioni di questa (per il momento) mancata firma, anche qui, non esiste una grande chiarezza. La maggior parte dei commentatori mette l’accento su due questioni: la maggiore autonomia che il decreto accorderebbe a due fondazioni (la Scala e l’Accademia di Santa Cecilia) e l’articolo volto a fare nascere il nuovo Imaie (Istituto per la tutela dei diritti degli artisti, interpreti, esecutori). Altri invece ritengono che i dubbi di Napolitano siano legati alle norme di natura giuslavoristica contenute nel testo.
In effetti, queste ultime rappresentano la parte più sostanziosa e dettagliata del decreto. Il governo è partito dal presupposto incontestabile che a gravare in misura preponderante sulle fondazioni liriche siano i costi del personale. Se i bilanci delle 14 fondazioni languono da anni, e se il 70 per cento dei costi che devono sostenere sono riferiti al personale, allora è su questo punto che occorre incidere. In realtà, il decreto si propone di risolvere diversi nodi critici, che messi insieme creano una riforma complessiva dell’intero settore. Ma se la questione legata al personale è affrontata in maniera capillare e con effetti immediati, gli altri punti rappresentano pure dichiarazioni d’intenti, rimandando a successive disposizioni che dovrà emanare il ministero.
Come detto, l’aspetto dolente delle fondazioni lirico-sinfoniche è quello dei bilanci. Per far presente a tutti che la situazione è prossima al collasso, il ministero per i beni e le attività culturali ha reso pubblici sul proprio sito i dati degli enti lirici. Il quadro, come già si sapeva, è particolarmente preoccupante. Se così non fosse stato, non si sarebbe ricorsi alla pratica del commissariamento. Come è successo, ad esempio, al San Carlo di Napoli e al Carlo Felice di Genova. Le cifre parlano chiaro: nel 2004, solamente 4 enti su 14 hanno chiuso l’esercizio in attivo. Nel 2008, si è passati a una situazione un po’ migliore. In media, la metà delle fondazioni chiude l’esercizio annuale con il bilancio in rosso.
Il tutto, con un finanziamento pubblico che copre la quasi totalità dei contributi erogati. Al comparto della lirica viene destinato ogni anno quasi il 50 per cento del Fondo unico per lo spettacolo. La relazione sull’utilizzo del Fus (l’ultima disponibile è quella del 2008) ci dice che a concorrere maggiormente nel finanziamento degli enti lirici è lo Stato, a seguire le autonomie locali (Comuni, Regioni e, in piccola parte, Province) e per ultimo il settore privato. Quest’ultimo è il grande assente. A più di dieci anni dalla trasformazione degli enti lirici in fondazioni, si può dire che su questo punto la riforma abbia fallito. Con la “privatizzazione” della lirica, stando agli intenti del legislatore, si sarebbe alleggerito il ruolo del settore pubblico, a tutto vantaggio di quello privato. I fatti però ci dicono che questo fenomeno, se è avvenuto, è stato marginale. Nonostante le varie realtà presentino differenze di cui va tenuto conto, i privati danno soldi al comparto per un 5-10 per cento del totale dei finanziamenti. L’unica eccezione è rappresentata dalla Scala (nel 2008, più di 15 milioni ricevuti dai privati).
Ma se la Scala di Milano rappresenta un mondo a sé rispetto alle altre fondazioni, queste ultime si oppongono affinché questa diversità venga riconosciuta da una legge dello Stato. Uno dei grandi punti di scontro fra ministro e rappresentanti del comparto è proprio questo: la paura di veder riconosciuta una disparità di trattamento fra fondazioni di serie A e fondazioni di serie B. Nessuno però sa, se non Napolitano e il ministero, se il riferimento alla autonomia della Scala e alla Accademia di Santa Cecilia sia ancora contenuto nel testo del decreto. Se stralciato, in ogni caso potrebbe rientrare in una delle tante disposizioni successive. Perché il decreto si propone, tra le altre cose, di risolvere la questione dell’autonomia delle fondazioni e di creare quegli incentivi affinché i privati finalmente possano giocare un ruolo di primo piano.
Un altro aspetto contenuto nel testo prevede infatti la rideterminazione dei criteri attraverso i quali vengono conferiti i contributi alle fondazioni. Nonostante sia stata superata la storicità del contributo, ancora oggi non sono assegnati in maniera premiante, soprattutto verso quelle realtà che dimostrano una maggiore efficienza nella gestione. Il nodo più spinoso, poi, è proprio quello rappresentato dal personale.
Nei dati resi pubblici dal ministero, sono presenti anche quelli riferiti al personale attivo nelle fondazioni lirico-sinfoniche. In totale, gli addetti assommano a quasi 5.700 unità. Ad occupare il maggior numero di persone è la Scala (802 addetti), che si sobbarca anche i costi più elevati (nel 2008, 63 milioni di euro). Il dato che però rende chiaro il quantitativo di risorse coinvolte è quello legato alla differenza fra i contributi statali e le spese per il personale. Nel 2008, queste ultime sono state pari a 340 milioni di euro, mentre il finanziamento statale è stato di quasi 250 milioni.
Oggettivamente, la situazione non è più sostenibile.
Da Il Riformista, 30 aprile 2010
Idee per la sanità. Il paziente diventi "utente attivo”
La sanità assorbe oltre l’80% dei fondi delle regioni, ma è la grande assente dal dibattito pubblico. È assente perché è difficile rendere immediate questioni complesse come quelle che riguardano il mondo della salute. Azzardarne una sintesi facendo appello al vocabolario della politica porta ad uscite un po’ incongrue - all’estremo, il “cureremo il cancro” di Berlusconi - mentre formulare proposte puntuali che abbiano connotati realistici aliena consensi. Questo perché gli andamenti della spesa sono inevitabilmente in crescita, la domanda di salute va ad esplodere con l’invecchiamento della popolazione, e l’una e l’altra cosa s’inseriscono in uno scenario nel quale aumentare le tasse per pagare la sanità pare uno scambio cui nessun elettorato al mondo sarebbe disponibile.
Ha fatto bene allora “ItaliaFutura” a gettare il cuore oltre l’ostacolo, presentando un rapporto di Walter Ricciardi (direttore dell’Istituto di Igiene della Cattolica di Roma) che assieme fa una fotografia della situazione attuale e lancia qualche ipotesi d’intervento. La fotografia è interessante, in particolare quando si sottolinea che il Sud presenta “crescenti fattori rischio per malattie cardiovascolari e tumori” (meno attenzione alla prevenzione) e nello stesso tempo il sistema è peggio gestito e produce più sprechi.
Sul piano delle ricette, invece, l’advocacy group diretto da Andrea Romano pecca di eccessiva timidezza. IF propone una serie di passi da compiersi, per razionalizzare il sistema così com’è. A parte alcune formule ad effetto ma un po’ oscure (in che senso il Ministero della Salute, rafforzandosi, deve “comunicare direttamente con i cittadini?”), le idee di IF appaiono molto ragionevoli. Ma il piatto piange, e bisognerebbe tenerne conto.
“ItaliaFutura” pone due temi importanti: l’ “empowerment” del cittadino nella sanità, cioè la trasformazione del paziente sempre più in un utente attivo (in un consumatore) dei servizi alla salute, e la trasparenza. Quest’ultima questione è cruciale, perché le strutture sanitarie pubbliche, anche nelle regioni considerate “virtuose”, oggi agiscono sostanzialmente senza alcuna accountability.
È tuttavia impossibile pensare qualsiasi ragionamento sulla sanità, all’in fuori di un triangolo i cui tre vertici sono: l’invecchiamento della popolazione e quindi l’aumento della domanda, la maggiore informazione e quindi il “raffinarsi” della domanda (non solo più servizi: ma cure più innovative e servizi migliori), la situazione della finanza pubblica. Dice un vecchio proverbio genovese: la salute senza i soldi è una mezza malattia. E non c’è modo che possa essere il settore pubblico ad aumentare le risorse disponibili per la sanità, neanche “riducendo gli sprechi”, per usare il più abusato degli abracadra della politica. Perché gli sprechi in realtà sprechi non sono per nulla: nel momento in cui è la politica che decide come investire risorse, quelle risorse inevitabilmente finiranno ad alimentare i circuiti del consenso. Quello che il resto del mondo chiama spreco, la classe politica lo chiama “investimento”. La spesa corrente non si può ridurre perché si perderebbero voti, la dispersione degli ospedali sul territorio non è razionalizzabile per lo stesso motivo.
L’unica chance è allora non retoricamente “fare uscire la politica dalla sanità”, ma farci uscire, per quel che si può, lo Stato. Questo significa: concorrenza nell’erogazione del servizio (a vantaggio della reale libertà di scelta delle persone: questo è il vero empowerment dei pazienti), e responsabilizzazione dell’utente. È vero, come scrive Ricciardi, che la spesa sanitaria è in crescita ma continuiamo a spendere (un pochettino) meno della media OCSE. Ma le risorse pubbliche sono quelle che sono, e pertanto la componente “out of pocket”, cioé: pagata di tasca propria dai cittadini, della spesa sanitaria non va considerata un’anomalia da risolvere ma una benedizione. Per controllare le spese del servizio sanitario, l’unica via è una sempre più ampia compartecipazione dei cittadini (cominciando da chi può), per evitare un fenomeno ovvio: l’esplosizione di una domanda sussidiata.
Da questo punto di vista, lascia perplessi che “IF” proponga “fondi regionali integrativi per l’erogazione di particolari servizi”, fra cui le cure odontoiatriche, che per fortuna in Italia sono rimaste al di fuori delle fauci del moloch.
Una considerazione d’altro genere. Bisognerebbe pensare la sanità anche come comparto dell’economia, e non solo come voce di spesa. Perché l’Italia non valorizza e anzi distrugge i suoi bacini di innovazione? Giustamente, e il rapporto di IF lo sottolinea, bisogna valorizzare le professioni mediche (magari abbattendo qualche barriera all’entrata, a cominciare dal numero chiuso a medicina). Nel contempo, IF propone una nuova agenzia nazionale che “valuti sistematicamente, anche in collaborazione con analoghe agenzie internazionali, le nuove tecnologie sanitarie da introdurre e quelle da abbandonare”. Meglio sarebbe abolire anche l’agenzia nazionale del farmaco, perché non c’è ragione per cui il mercato comune europeo non possa essere anche un mercato comune delle forniture mediche, con una sola agenzia, l’European Medicines Agency, che si accerti che i nuovi trattamenti non danneggino la salute degli italiani come quella dei polacchi. In questo mercato comune, bisognerebbe cercare perlomeno di non ostacolare le nostre imprese che innovano. Tutti parlano di “ricerca”, ma tutti le mettono i bastoni fra le ruote.
Da Il Riformista, 18 aprile 2010
Obama avrà la riforma che il popolo non vuole
Il trionfo di un’ossessione. Se oggi Barack Obama riuscirà a far passare alla Camera dei rappresentanti il suo piano decennale da 940 miliardi di dollari per ampliare l'intervento pubblico nell'assistenza medica negli Usa, i suoi demoni personali l’avranno avuta vinta sul suo istinto di sopravvivenza. La sua popolarità è al 46% e l’opposizione alla legge in transito alla Camera dei Rapresentanti è capillarmente diffusa. In Europa la questione riesce difficile da capire. Per esempio, leggo sul sito del Corriere che, in Emilia Romagna, il candidato “grillino” Giovanni Favia ha rintuzzato le critiche di Anna Maria Bernini e Gian Luca Galletti, aspiranti governatori rispettivamente per il Pdl e per l’Udc, alla sanità regionale. “Obama si dà da fare per fare diventare pubblicità la sanità e noi silenziosamente la privatizziamo”, avrebbe detto Favia. Immagine quantomai forte, che evocherebbe da una parte un confronto democratico aperto, teso a rispondere a una domanda di giustizia sociale della gente (così a Obamaland), e dall’altra un frenetico lavorio nelle segrete stanze, a vantaggio di pochi amici degli amici (e sarebbe il caso dei “privatizzatori”).
È innegabile che sulla sanità negli Usa ha avuto luogo un dibattito che per complessità dei temi e passione politica fa impallidire qualsiasi cosa noi si sia mai visto, in Italia, negli ultimi quindici anni. Ma chi crede nella democrazia dovrebbe ricordarsi che è il “governo del popolo, dal popolo, per il popolo”. Se i segnali che vengono “dal” popolo” e corrispondono alle intenzioni “del” popolo indicano chiaramente che il popolo una sanità universalistica non la vuole, è giusto imporgliela solo perché un pezzo dell’élite è convinto che sia la cosa migliore “per” esso?
La nuova sanità americana sortirà da un peculiare processo legislativo, per cui la Camera approverà due diversi testi di legge: quello sortito dal Senato lo scorso autunno, e un altro disegno di legge che emenda quello. Questo farà sì che votando gli emendamenti si eviti di discutere un testo di legge che è profondamente diverso da quello precedentemente approvato al Senato, il pacchetto ritornerà con una procedura detta di “reconciliation”, per cui verrà considerato speditamente e con esclusiva attenzione rispetto al profilo dei costi che rappresenta per il bilancio americano. Della serie: in amore, in guerra e in politica tutto è lecito.
Gli Usa non hanno un sistema sanitario universalistico: la copertura assicurativa arriva di norma come benefit ancillare ai contratti di lavoro, sulla base di un “contratto sociale” che risale più o meno agli anni Cinquanta. Si verificò allora la nascita di un sistema sanitario che, attraverso polizze stipulate per il lavoratore dall’azienda per cui lavora, esentasse, va a tutelare essenzialmente gli occupati. Il sistema non lascia fuori l’urgenza-emergenza, come si vede nei telefilm: le strutture ospedaliere sono obbligate a prestare soccorso a chi si trova in condizione di pericolo. I più anziani e i più poveri sono già ora coperti da un sistema sanitario statale, che ha di per sé problemi di sostenibilità: è di questa settimana la notizia che la catena di farmacie Walgreens non accetterà più ricette di pazienti Medicaid (il programma che fornisce aiuti per la salute alle famiglie con basso reddito) nello Stato di Washington, perché i rimborsi sono stati limati all’osso.
Le distorsioni sono numerose: ad esempio, le polizze vanno sempre stipulate con una compagnia assicurativa che abbia sede nello stesso Stato in cui lo ha l’impresa stipulante, il che rappresenta una artificiale limitazione della concorrenza. Eppure, questo “incrocio” di diverse tipologie di copertura ha sempre tutelato almeno un diritto: quello di uscirvi, ricorrendo al risparmio privato o scegliendo di non lavorare per il governo, nel caso dei fornitori.
Obama dice la verità quando sottolinea che vi è una fascia di persone che ha un reddito troppo alto per poter essere coperta da Medicaid, ma troppo basso per poter acquistare un'assicurazione privata nel caso in cui non goda della copertura del datore di lavoro. Dice la verità quando sottolinea come la spesa sanitaria in America sia ben più alta che altrove nel mondo (il 16% del PIL). Ma mente quando, per convincere i “blue dog” (democratici fiscalmente responsabili) sostiene che il suo programma farà risparmiare quattrini.
In una lettera al repubblicano Paul Ryan (che l’ha resa pubblica su Facebook), il direttore del Congressional Budget Office Douglas Elmendorf dice che Obamacare influirà sul deficit nei prossimi dieci anni e nei successivi “i fattori di incertezza sono tali che non è possibile fare stime”. Obamacare prevede un aumento dei sussidi alla domanda, quindi un aggravio dei costi, e un tentativo di calmierare i premi assicurativi attraverso la tassazione e non attraverso la concorrenza. La svolta “all’europea” sarà graduale, ma in un sistema fondato vieppiù su obblighi assicurativi e intermediazione pubblica sarà nei fatti. Pesando sul deficit e molto probabilmente andando a scoraggiare l’innovazione da parte delle imprese medicali, nel Paese che più ha contribuito agli avanzamenti della tecnologia negli ultimi quarant’anni. Sono rischi il popolo americano in tutta evidenza non vuole correre. Non sarà un grande momento nella storia di una grande democrazia: ma solo il trionfo dell’ossessione di un singolo uomo.
Da Il Riformista, 21 marzo 2010
Sì all’arbitrato nel lavoro
Per l’Istituto Bruno Leoni, la possibilità di dirimere controversie lavoristiche di fronte a un arbitro concordato dalle parti, anziché attraverso il consueto rito processuale davanti al giudice del lavoro, è un importante passo avanti. Lo sostiene Andrea Bozzi nel Focus “Arbitrato nel lavoro: i vantaggi dell’alternativa della scelta del metodo” (PDF).
Per Bozzi, “l’impatto delle Alternative Dispute Resolution nella materia lavoristica ha dei vantaggi notevoli rispetto al giudizio ordinario in materia di controversie di lavoro”. Di fatto la riforma introdotta nel collegato alla Finanziaria non fa altro che ampliare le opportunità di scelta, il che “avvantaggia molto anche il lavoratore, che può comunque scegliere di devolvere ad arbitri con spese ridotte le proprie controversie. È, quindi, un passo avanti notevole per la flessibilizzazione delle controversie del lavoro”. L’introduzione dell’arbitrato pone le premesse per flessibilizzare e velocizzare la risoluzione delle controversie: “La maggiore rapidità di questi metodi, in un sistema di lavoro flessibilizzato, consente di definire con la massima rapidità tutte le dispute sui licenziamenti. Anche il lavoratore da tale disciplina trarrebbe enormi vantaggi: lo stesso, infatti, avrà la garanzia di poter scegliere il metodo più adeguato per risolvere nei tempi più brevi la propria controversia”.
Il Focus di Andrea Bozzi, “Arbitrato nel lavoro: i vantaggi dell’alternativa della scelta del metodo”, è liberamente disponibile qui: (PDF).
Articolo 18. Le norme sul lavoro si possono cambiare
Le forme di risoluzione stragiudiziale delle controversie di lavoro sono diventate un nuovo spauracchio. Commentatori autorevoli, e financo autorevolissimi “riformisti” di sinistra, hanno ripreso a suonare la grancassa del “furto delle opportunità”. Com’era avvenuto nella giusta, e sfortunata, campagna contro l’articolo 18 della Confindustria di Antonio D’Amato, si grida allo scippo dello statuto dei lavoratori.
Premessa. Sarebbe molto meglio se l’articolo 18 lo abolissimo e basta. Sarebbe molto meglio non per quello che è (lo statuto dei lavoratori è un documento sostanzialmente obsoleto), ma per il potenziale simbolico di cui si è caricato con gli anni. La sostanziale illicenziabilità del lavoratore in qualsiasi impresa sopra la fatidica soglia dei quindici dipendenti è profondamente dannosa per la nostra economia, a maggior ragione in un periodo come questo, in cui la crisi economica costringe le imprese a ripensare se stesse, a ristrutturarsi in profondità oltre gli sforzi già fatti con la “prima ondata” della globalizzazione ad inizio anni Duemila. Nel discorso comune, pare che il mondo si divida in due: coloro che ambiscono a tutelare il salario, e quindi la qualità della vita, dei lavoratori e i crudeli “mercatisti” che godono ogni volta che un povero cristo viene sbattuto fuori da un’impresa. La questione è un po’ più complessa. È utile a tutti che le imprese riescano a ristrutturarsi nel modo più semplice, lineare ed immediato, in questi periodi difficili. Prima adeguano la propria struttura dei costi a un mercato profondamente mutato, prima possono pensare di ricominciare a crescere. Il tempo che si perde, lo pagheremo tutti se e quando avremo la ventura d’incontrare la ripresa.
È evidente che, in questo processo, qualcuno perde il lavoro e si formano pertanto sacche di disagio sociale. Ma l’alternativa è avere ancora più persone che restano a spasso, domani anziché oggi, se le imprese per cui lavorano non riescono a sopravvivere alla crisi. L’idea per cui le riforme del mercato del lavoro andrebbero fatte in periodi di vacche grasse è surreale. In quei momenti, il sistema riesce a sopportare senza grossa difficoltà l’esistenza di inefficienza e rendite di posizioni. È in situazioni come quella che stiamo attraversando, invece, che ciò non è più possibile. Veniamo alle norme approvate dal Parlamento. Come ha ben spiegato Giuliano Cazzola su libertiamo.it, il provvedimento non muta la disciplina del licenziamento né il ricorso a procedure stragiudiziali rappresenta una novità assoluta. Le innovazioni rispetto alla normativa vigente stanno nella “possibilità di inserire nei contratti clausole compromissorie a due condizioni imprescindibili: 1) che ciò sia previsto dalla contrattazione nazionale ufficiale; 2) che tali clausole siano sottoposte alla valutazione di una commissione di garanzia chiamata ad accertare le reali intenzioni delle parti (il lavoratore deve essere presente di persona, perché non può farsi rappresentare ma solo assistere)”.
Scrive Cazzola: “ecco spiegato perché l’impianto del «collegato» in materia si basa su alcuni valori assolutamente positivi: contrattualità, volontarietà, equità. È sbagliato continuare a considerare i lavoratori come degli incorreggibili ed irresponsabili «minus habentes», confusi e spauriti, sempre pronti a rinunciare alla difesa dei propri diritti in cambio del classico piatto di lenticchie. È un salto culturale, questo, che vale assai di più di qualunque norma”.
Ha ragione. Parafrasando Romano Prodi, a questo Paese servono dei “giuslavoristi adulti”. È necessario che il diritto del lavoro sia adeguato a un’economia in trasformazione, e a un mondo profondamente mutato. Un mondo in cui i dipendenti sono molto più informati che in passato, in cui l’organizzazione degli interessi si basa su altre premesse rispetto a quelle che l’hanno informata per la più parte del Novecento, un mondo in cui l’idea di una contrapposizione capitale-lavoro è superata dai fatti. E anzi è più evidente che mai che datori di lavoro ed impiegati stanno sulla stessa barca. Ancora di più, vale la pena sottolinearlo, in tempi come questi. In cui il motto del Paese dovrebbe essere “primum crescere”. L’utilizzo di ADR e strumenti conciliativi serve appunto a fluidificare e snellire i processi.
I conservatori dell’articolo 18, nelle loro diverse mutazioni, continuano a pensare come già otto anni fa che “basti dire no”. Parlano come se il diritto del lavoro in Italia fosse fatto di norme generali astratte, facilmente conoscibili, economicamente razionali. Come se la differenza fra “garantiti” e non andasse colmata “garantendo” anche questi ultimi secondo categorie del secolo scorso, anziché attrezzando la nostra economia per tornare ad attrarre investimenti esteri, a stimolare un’imprenditorialità diffusa, per creare opportunità e non per distribuire garanzie. L’ha scritto con la consueta lucidità Michele Tiraboschi sul “Sole 24 Ore”: la “cifra del riformismo in materia di lavoro” sta nel “liberare il lavoro dal peso della cattiva regolazione. Da un formalismo giuridico esasperato”.
L’introduzione dell’arbitrato per i licenziamenti va in questa direzione? Sicuramente. È sufficiente per “liberare il lavoro” in Italia? Non lo è, e la strada che abbiamo davanti resta lunga. Ma siccome questo governo abbiamo già tante occasioni per criticarlo, quando fa qualcosa di buono onestà intellettuale impone che lo si dica. Questo dovrebbe valere anche per i “riformisti” del PD.
Da Il Riformista, 7 marzo 2010
Quale personaggio del passato potrebbe aiutarci a ripartire?
Sappiamo cos'andrebbe fatto, ma non sapremmo come farci rieleggere una volta fattolo. La frase scappò di bocca al premier lussemburghese Jean-Claude Juncker, ma la fotografia calza a pennello al nostro paese, come a tante altre democrazie del mondo. C'è una specie di fosso che si è scavato fra la politica democratica e l'elaborazione di soluzioni per sgomitare fuori dalla crisi dello stato sociale che, in un modo o nell'altro, segna gli scorsi vent'anni.
Da una parte stanno quelli con i voti, dall'altra quelli con le idee. E il problema non è solo italiano, non è roba di leader, di partiti carismatici anchilosati, di élite intellettuali autoreferenziali e rattrappite. È una questione grande e ubiqua. Mobilitare i molti, a vantaggio di proposte e non solo con slogan e appelli emotivi.
In questo senso, pochi svettano nella storia come Richard Cobden. Come ebbe a scrivere il suo biografo John Morley, Cobden fu una personalità unica «per la sua intrepida fede nella perfettibilità dell'uomo e della società». Per J.A. Hobson, «pochi grandi uomini pubblici in qualsiasi epoca e in qualsiasi paese hanno col proprio impegno personale contribuito così largamente al raggiungimento di una grande politica nazionale, come ha fatto Cobden col libero scambio».
A Manchester, nel 1838, Cobden partecipò - da principio, erano appena in otto - alla fondazione della Anti-Corn Law League. In Inghilterra, il commercio del grano era regolato dallo stato sin dal XII secolo, ma sono le Corn Laws del 1815 a essere passate alla storia come simbolo del protezionismo.
Grazie a esse, i prezzi dei prodotti cerealicoli rimanevano elevati come al tempo del blocco commerciale cui l'Inghilterra era stata sottoposta durante le guerre napoleoniche: le Corn Laws proibivano le importazioni fintanto che il prezzo domestico non avesse raggiunto i due penny a libbra. In un'epoca in cui un salariato percepiva in media dieci scellini a settimana, questo significava che doveva spendere uno scellino solo per una pagnotta. A beneficiarne era essenzialmente l'aristocrazia terriera.
Nato in una fattoria del Sussex nel 1804, secondo di undici fratelli, Cobden seppe fare di un principio economico una battaglia politica. Di origini modeste, prima del 1838 era riuscito a farsi da sé come industriale del cotone. Quando la passione politica prese il sopravvento, Cobden finì per rendere più ricchi gli inglesi e impoverire se stesso.
Educatosi da sé, Cobden aveva ben chiare le lezioni di Adam Smith sul "sistema della libertà naturale". In assenza di restrizioni allo scambio, aveva letto nella Ricchezza delle nazioni, «il semplice e chiaro sistema della libertà naturale si stabilisce spontaneamente da solo. Ognuno, nella misura in cui non viola le leggi della giustizia, è lasciato perfettamente libero di perseguire il suo interesse a modo suo. Il sovrano è lasciato completamente libero da un dovere per cui mai la saggezza o la conoscenza umana sarebbero necessarie: il dovere di sovrintendere all'industriosità dei singoli, e di dirigerla verso impieghi che siano i più opportuni per l'interesse della società».
Quest'idea di libertà doveva esser però veicolata verso un obiettivo opportuno e raggiungibile, doveva innervarsi in un tessuto di interessi e bisogni, per non restare accademia. L'abolizione delle Corn Laws. Esse erano, almeno in parte, non tanto il risultato di idee economiche erronee quanto il prodotto di un sistema politico sbilanciato, nel quale si riaffermava la preminenza dell'aristocrazia a scapito della borghesia industriale e delle classi medie.
Cobden, spiega Hobson, «credeva fortemente che le classi medie fossero il primo degli strumenti del progresso politico e sociale, e perciò più potere avevano e meglio era». Infatti, «la loro prosperità avrebbe avuto immediatamente un riflesso su quella del loro prossimo, si trattasse dei loro impiegati, della loro nazione, oppure - attraverso il libero scambio e le comunicazioni a lunga distanza - del mondo intero». Per Cobden, l'apertura degli scambi era uno strumento per rendere vieppiù interdipendenti l'uno dall'altro tutti i paesi del mondo. Creando relazioni economiche stabili e durature, si sarebbero alzati i "costi della guerra". Più le nazioni fossero state collegate e dipendenti l'una dall'altra, più avrebbero avuto da perdere sfidandosi in nome di qualche progetto di conquista.
Sempre Adam Smith aveva concesso che in Scozia c'erano tutte le condizioni per cominciare a coltivare dell'ottima uva - spendendo trenta volte tanto quanto costava produrre vino in Francia. «Sarebbe ragionevole una legge che proibisse l'importazione di tutti i vini stranieri, solamente per incoraggiare la produzione di Bordeaux e Borgogna a Edimburgo?».
Questo era il vento che Richard Cobden si sentiva soffiare nelle vele. Le grandi verità della scienza economica. La loro forza non solo nel dissodare antichi privilegi, ma anche nel mettere in dubbio la legittimità politica dell'imperialismo britannico. Cobden fu davvero un international man, curioso del resto del mondo e per questo convinto che la Gran Bretagna dovesse improntare le proprie relazioni con altri paesi al rifiuto dell'aggressione e alla costruzione di una pace stabile.
Ma non era un pacifista velleitario. Credeva che sarebbe stato il libero gioco degli interessi, la partecipazione di tutti alla divisione internazionale del lavoro, a far sì che la guerra non apparisse più "conveniente" a nessuno.
Cobden era uomo di molte monogamie. Legatissimo alla moglie Kate, di nove anni più giovane e corteggiata quando già lui aveva 36 anni, ma col garbo e la timidezza di un adolescente, improntò il suo movimento a un principio solo. La missione della Lega era una: liberare lo scambio. In parte fu una scelta tattica: già allora, la Lega doveva competere per l'attenzione del pubblico con movimenti di altro genere, tra cui il Cartismo, che avevano un obiettivo più esplicitamente politico, l'allargamento del suffragio.
Ma Cobden non voleva costruire consenso ammassando proposte e opinioni, ambiva a riunire dietro di sé interessi i più differenziati e vari possibili (la Lega tentò perfino un'operazione di radicamento nelle campagne, sfumata per l'opposizione dei proprietari terrieri) che trovassero un unico punto di convergenza. Saltato il tappo del protezionismo, non si sarebbe certo chiuso il percorso delle riforme: ma la strada sarebbe stata in discesa. Anche per la riforma elettorale.
È così che il "libero scambio" divenne una bandiera politica, di cui si appropriarono anche le classi popolari. L'azione della Lega univa anziché dividere: e sulla scia nacquero gruppi e gruppuscoli, gli operai per il libero scambio, le donne per il libero scambio... Fu un miracolo: la Lega trasformò i "consumatori", uniti dall'essere tali, in un soggetto politico.
In più, c'era una questione di metodo. Chi crede nella libertà e vuole fare politica deve ricorrere al metodo dell'abrogazione: il suo mestiere è rimuovere ostacoli, abolire leggi, liberare dal presidio pubblico quanti più territori possibile, nell'economia e nella società. Questo signore di Manchester riuscì in quella che in politica è la più titanica delle imprese: vincere, e rimanere fedele a se stesso.
Deputato di Stockport dal 1841, Cobden per la Lega fece di tutto. Scrisse pamphlet, s'improvvisò editore, entrò in Parlamento. Ne era uno dei leader, col quacquero John Bright e con George Wilson, che del movimento era l'anima amministrativa. Bright rappresentava una larga fetta del popolo della Lega, composta da "non-conformisti". Proprio la sofferenza e gli abusi subiti per via della Chiesa d'Inghilterra avevano radicato nei non-conformisti una profonda diffidenza nei confronti dello stato.
Cobden era un oratore accorto, e pare sia stato l'unico a mettere a tacere, con un discorso ai comuni nel 1845, il premier Robert Peel. Fu proprio Peel, l'anno successivo, anche sull'onda dell'emozione e della paura per la grande carestia irlandese, ad abolire le Corn Laws. Nel farlo, il primo ministro Tory non ebbe paura di riconoscere l'influenza del rivale.
La vittoria politica lasciò Cobden in bancarotta, disinteressato come si era della sua azienda. Negli ultimi anni si dedicò invece a questioni di politica internazionale, fondò il quotidiano pacifista Morning Star, fece lunghi viaggi in Europa. Sopravvisse al dolore della morte di un figlio rimanendone inevitabilmente segnato.
Per capire chi era davvero, per capire per che cosa lottava, vale la pena citare un suo discorso del gennaio 1846. Quando sapeva di essere sul punto di raggiungere il successo della vita. In un'assemblea a Manchester, chiese che tutti i membri della Lega, sul punto di vincere la loro battaglia sui dazi sul grano, si impegnassero «come commercianti e come industriali, a non chiedere mai qualsiasi genere di protezione per i prodotti manifatturieri di questo paese, e per abolire qualsiasi dazio protettivo contro tali importazioni». Ecco chi era Richard Cobden.
Il profilo
LA VITA
Richard Cobden nacque nel 1804 in una fattoria vicino alla cittadina di Midhurst, nel Sussex. Secondo di 11 figli di una modesta famiglia di agricoltori, come i suoi fratelli venne mandato a vivere presso parenti più abbienti. Richard visse la prima giovinezza da uno zio nello Yorkshire, dove ricevette un'istruzione basica. Nel 1828, con due giovani soci, intraprese un'attività nel settore del commercio della lana e nel 1831 fondò nel Lanchashire un'industria per la stampa dei tessuti. Iniziative che ebbero successo e lo arricchirono.
LA POLITICA
Le esperienze derivate dai viaggi per lavoro all'estero dettero l'avvio all'attività politica di Richard Cobden attraverso la pubblicazione di due pamphlet (Inghilterra, Irlanda e America nel 1830 e Russia nel 1836) in cui chiedeva un nuovo approccio da parte della Gran Bretagna verso la politica estera. In particolare, fu il tema della libertà degli scambi tra i paesi a essere sempre presente nel corso della sua vita. Quando entrò in parlamento - due volte: nel 1841 e nel 1859 - potè portare avanti le sue istanze non solo attraverso la mobilitazione pubblica, ma anche con un confronto diretto con il primo ministro di allora, Sir Robert Peel. Cobden giocò infatti un ruolo importante nel convincere Peel ad abolire nel 1946 le Corn Laws, i provvedimenti che regolavano dal 1815 il commercio del grano con una sorta di protezionismo a favore dell'aristocrazia britannica terriera. In seguito Cobden fondò il quotidiano pacifista Morning Star.
L'ANTI-CORN LAW LEAGUE
Venne fondata a Manchester nel 1838. Le due principali figure del movimento furono Richard Cobden e John Bright. Presidente dell'Anti-Corn Law League era George Wilson. Scopo della Lega - nata sulle orme della Anti-Corn Law Association del 1836, che non aveva riscosso successo - era l'abolizione delle Corn Laws che, al termine di una lunga battaglia, venne appunto ottenuta nel 1846.
Da Il Sole 24 Ore, 21 agosto 2010
Il paradosso Bp. Chi di regole ferisce di mercato perisce
Nel dubbio, vietare. La maggiore conseguenza dell'incidente alla piattaforma Deepwater Horizon della Bp sarà un proliferare di aree off limits per l'esplorazione petrolifera. E ciò a dispetto sia della dinamica del blowout, sia del suo bilancio ambientale. In 87 giorni, il pozzo di Macondo ha riversato in mare 4,9 milioni di barili di petrolio: circa 56 mila barili al giorno, pari a poco più della metà della produzione petrolifera italiana. I tre quarti sono stati riassorbiti. Il danno c'è, ma poteva andare peggio. Invece, appare più profonda la linea di frattura sul versante politico.
Secondo un sondaggio condotto da Harris per conto del Financial Times in cinque paesi, la larga maggioranza chiede «più regolamentazione»: si va dal 73% nel Regno Unito a più del 90% in Italia e Francia. In ballo non c'è l'adeguamento degli standard tecnici – che può o non può essere necessario – quanto la versione più brutale della regolamentazione: stop alle trivelle in acque profonde. Il campionario è ampio, dalla moratoria maldestramente dichiarata dal presidente americano, Barack Obama, fino alle incursioni italiane nel Mediterraneo.
Una reazione del genere è istintiva e comprensibile, ma tradisce un fraintendimento: sconta la fede irrazionale nelle capacità della regolamentazione di cancellare ogni rischio (e di essere priva di costi sociali). Di conseguenza, impedisce di comprendere che cose normalmente buone – quale l'estrazione di greggio dal fondale marino – possono, occasionalmente, andar male, senza che ciò le renda automaticamente cattive. Il tic interventista finisce fatalmente, ed erroneamente, per sovrapporre una vicenda specifica con un fallimento generalizzato dell'industria petrolifera e, nel nome di una sicurezza astratta, pretende di sacrificare un'opportunità concreta.
Dietro questa tendenza verso l'inasprimento regolatorio c'è un triplice paradosso. C'è, anzitutto, la realtà di un mercato che risponde alla criticità più rapidamente della politica. Mentre i politici discutono di cosa e come (e, riservatamente, chi) l'industria si muove: per capire cosa sia accaduto, come sarebbe stato possibile prevenirlo e come reagire in modo più efficiente. È prevedibile, nei prossimi mesi e anni, l'emergere di tecnologie ancora più sicure di quelle attualmente in uso. Tutto ciò a prescindere dalle condizioni oggettive che hanno portato al blowout, e che – verosimilmente – non sono comuni.
Qui sta il secondo paradosso: nel blame game, si diluisce la percezione delle responsabilità oggettive nel disastro. Eppure sta emergendo evidenza sulle negligenze del colosso britannico e dei suoi subcontractor. Non è che le regolamentazioni mancassero; sono state probabilmente dribblate, o eluse. Ma questo, se verrà confermato, indica colpe individuali, non delinea un peccato originale di tutti quelli che bucano gli abissi.
Semmai, stupisce che tante leggerezze siano state commesse da un gruppo normalmente considerato environment friendly. E se – terzo paradosso – tra le due cose ci fosse un nesso? Bp ha subito, nel tempo, una mutazione genetica, da compagnia "coi piedi per terra" a compagnia "con le mani in pasta". Questa ipotesi acquista peso se si mette l'incidente della Deepwater a sistema con una serie di altri episodi simili, dalle perdite dall'oleodotto di Prudhoe Bay in Alaska all'esplosione della raffineria di Texas City nel 2005. Mentre scendevano le spese per la sicurezza e aumentavano le esternalizzazioni (e con esse i costi di coordinamento di sistemi complessi) saliva l'esposizione della nuova Bp verde, non più "British" ma "Beyond" Petroleum. Come dire: dall'estrazione di petrolio all'estrazione di rendite regolatorie, spesso col pretesto dell'ambiente. Per esempio, Bp è stata – con Enron e Lehman Brothers – tra i maggiori sponsor dell'adozione del protocollo di Kyoto negli Stati Uniti.
In tutto questo, c'è un paradosso dei paradossi: mentre monta l'ondata dei divieti, altre regolamentazioni, figlie di stratificazioni lobbistiche precedenti, evaporano. Se c'è una vittima certa, nell'esperienza della Deepwater, è proprio quella norma che limita la responsabilità civile delle compagnie petrolifere alla ridicola cifra di 75 milioni di euro. Si dice che, in verità, nessuno l'abbia mai presa sul serio, quindi i petrolieri si sono sempre comportati come se la responsabilità fosse illimitata. Ma l'accordo (quasi) raggiunto tra Bp e l'amministrazione Obama sulla costituzione di un fondo da almeno 20 miliardi di dollari fa colare a picco quest'ultima illusione. Chi di regolamentazione ferisce, di mercato perisce.
Da Il Sole 24 Ore, 15 agosto 2010
I costi delle leggi e i risparmi sulla carta
Quindici milioni all'anno. Di possibili risparmi per il Parlamento, facili facili e a portata di mano. Basterebbe solo che il Parlamento stesso rispettasse, per primo, le leggi e i vincoli in tema di informatizzazione proprio per le amministrazioni pubbliche, approvate da Camera e Senato. Dove, per inciso, ogni atto e documento pubblicato su Internet viene anche stampato e distribuito a ciascuno dei 952 parlamentari, comprese le comunicazioni ufficiali e gli emendamenti (2.550 solo quelli che sono stati presentati per l'ultima manovra finanziaria).
L'Istituto Bruno Leoni, che sull'argomento ha elaborato uno studio che sarà diffuso tra qualche giorno, ha fatto due conti: nel 2008 il Senato ha speso 4,8 milioni per la stampa e la riproduzione di atti parlamentari; per il 2010 sono stati stanziati per lo stesso scopo 7,4 milioni; la Camera ha sostenuto nel 2009 costi per più di 7 milioni per la stampa di atti e documenti parlamentari e per quest'anno, in previsione di una crescita degli atti, lo stanziamento è stato aumentato a 7,15 milioni.
Eppure c'è un decreto legislativo del 2005, il numero 82 sul Codice dell'amministrazione digitale, che impone regole precise a Stato, Regioni e autonomie locali, in fatto di utilizzo della firma digitale e della posta elettronica certificata. E c'è il decreto legge 112 del 2008, sulla «dematerializzazione della gestione documentale» delle amministrazioni, che ha definito, a partire dal gennaio 2009, l'obiettivo di ridurre del 50% l'utilizzo della carta in tutti gli atti.
Evidentemente i vincoli previsti dal legislatore per le amministrazioni pubbliche non vincolano lo stesso autore delle leggi.
Da Corriere della Sera, 14 agosto 2010
Hello telefonino: la storia del cellulare
Il capitalismo è fatto di grandi visionari, intuizioni geniali e coincidenze fortuite. Renato Calvanese ricostruisce la storia del telefono cellulare nel Focus “Hello Telefonino. Grazie Capitano Kirk! Storia di un arnese con i bottoni nato da una puntata di Star Trek” (PDF).
Alle origini del telefonino, spiega Calvanese, c’è un’idea di Martin Cooper, direttore della divisione comunicazione della Motorola: “Cooper aveva avuto l’idea di un telefono portatile mentre sul divano di casa guardava la prima serie di Star Trek. I suoi occhi erano tutti per il communicator del capitano Kirk, un arnese che il nocchiere dell’Enterprise teneva sempre con sé utilizzandolo proprio come un telefonino ante litteram. Un giorno di dicembre del 1972 Cooper chiamò Rudy Krolopp, capo dello staff design di Motorola e gli disse: “Dobbiamo costruire un telefono cellulare portatile”. “Ok”, disse Krollop “ma che diavolo è un telefono cellulare portatile?”. Una cosa era certa, Krolopp non guardava Star Trek”.
Il Focus di Renato Calvanese, “Hello Telefonino. Grazie Capitano Kirk! Storia di un arnese con i bottoni nato da una puntata di Star Trek”, è liberamente scaricabile qui: (PDF)
Digitalizzare il Parlamento: un Focus IBL
Digitalizzazione dei documenti parlamentari, posta elettronica certificata e firma digitale: la piena informatizzazione dei lavori parlamentari farebbe risparmiare 15 milioni di euro. Lo dimostra Diego Menegon, fellow dell’Istituto Bruno Leoni, nel Focus “Dematerializzare il Parlamento” (PDF).
Spiega Menegon: “il sistema informatico del Parlamento soddisfa le aspettative del visitatore. Ma i costi di digitalizzazione non si sono sostituiti ai costi di stampa, si sono semplicemente sommati a questi. Ogni atto e documento pubblicato su internet è anche stampato e distribuito ai parlamentari. Nel 2008 il Senato della Repubblica ha speso 4,8 milioni di euro per la stampa e la riproduzione di atti parlamentari. Per il 2010 sono stati stanziati all’uopo 7,4 milioni di euro. La Camera dei Deputati ha sostenuto nel 2009 costi pari a oltre 7,05 milioni di euro per la stampa di atti e documenti parlamentari. Per il 2010 si prevede una leggera crescita e sono pertanto stanziati 7,15 milioni di euro”. Tutto questo senza contare le ore-uomo di personale altamente qualificato dedicate alla revisione dei documenti parlamentari, resa necessariamente più farraginosa dall’impossibilità di svolgerla per via telematica.
Non è solo il movente del risparmio a rendere necessario l’adeguamento digitale dei lavori parlamentari: è anche una questione culturale. Per Menegon, “In ogni azienda, a fronte degli investimenti per l’informatizzazione del lavoro, si pretende una riduzione delle spese tradizionali di cancelleria e di stampa, oltre che una diminuzione del numero di ore-uomo impegnate nella gestione documentale e nei servizi di comunicazione interna ed esterna”. È urgente che il Parlamento si allinei alle migliori pratiche del settore privato.
Il Focus “Dematerializzare il Parlamento” di Diego Menegon è liberamente scaricabile qui: (PDF).
Fisco: nell'inferno italiano uno scampolo di paradiso?
Far pagare alle imprese tasse col regime fiscale più conveniente? Per l’Istituto Bruno Leoni, l’art.41 della manovra finanziaria - che consente alle imprese straniere che investono in Italia di usufruire, temporaneamente, del regime fiscale per loro preferibile tra quelli esistenti in Europa - istituisce un principio giusto e condivisibile. Se ne occupa Silvio Boccalatte, fellow dell’IBL, nel Focus “Un pizzico di paradiso all’inferno (fiscale)?” (PDF).
Per Boccalatte, tuttavia, l’attuale formulazione dell’art.41 rischia di essere considerata incostituzionale in quanto “Se lo scopo della norma è quello di favorire l’apertura di nuove imprese sul territorio italiano, infatti, si fatica a comprendere per quale motivo siano da preferire nuove imprese straniere a nuove imprese italiane. Dunque non si capisce perché un soggetto straniero, già imprenditore all’estero, dovrebbe godere di un regime fiscale vistosamente favorevole per l’esordio della sua impresa in Italia, rispetto a un qualunque italiano, sia egli già imprenditore o meno”. Per superare questo dubbio, occorre ampliare lo spettro di applicazione della norma: “si permetta a ogni nuova attività imprenditoriale (e professionale) di optare, per un determinato periodo di tempo, a favore del sistema fiscale comunitario che preferisce”.
Il Focus di Silvio Boccalatte, “Un pizzico di paradiso all’inferno (fiscale)?”, è liberamente scaricabile qui: (PDF).
Acqua, IBL aderisce al comitato per il no
L’Istituto Bruno Leoni aderisce al Comitato per il no ai referendum sulla “privatizzazione” dell’acqua.
Dice Carlo Stagnaro, direttore ricerche e studi dell’IBL: “un milione e quattrocentomila persone sono state ingannate: gli è stato chiesto di firmare contro la ‘privatizzazione’ dell’acqua e contro gli aumenti tariffari, quando in realtà stavano firmando per consegnare alla casta il controllo delle risorse idriche. In Italia, infatti, l’acqua non è mai stata privatizzata e nessuno propone di privatizzarla: semplicemente, il nostro paese si è parzialmente allineato agli standard europei che prevedono di affidare il servizio idrico tramite gara.
Solo in questo modo è possibile costruire una cornice legale e regolatoria favorevoli agli investimenti necessari in tutto il ciclo idrico, dalla captazione delle acque fino alla depurazione. L’alternativa, naturale conseguenza dell’eventuale vittoria dei sì ai referendum, è la gestione politicizzata, clientelare e sprecone che ci ha portato nell’attuale situazione in cui più di un terzo dell’acqua va sprecata e troppi comuni sono ancora privi di impianti di depurazione decenti. La normativa esistente è per molti versi inadeguata, ma occorre farle fare dei passi avanti verso una maggiore apertura al mercato, non un balzo indietro verso un passato partitocratico che nessuno rimpiange”.
IBL: Italia liberalizzata al 49%, un equilibrio instabile?
L'Italia è liberalizzata al 49 per cento. Lo mostra l'edizione 2010 dell'Indice delle liberalizzazioni, che verrà presentata lunedì, a partire dalle 10,30 a Milano presso l'Hotel Four Seasons (via Gesù 6/8).
L'Indice delle liberalizzazioni studia il grado di apertura di 15 diversi settori dell'economia italiana, rispetto al paese più liberalizzato d'Europa. Nel 2010, l'economia italiana è risultata globalmente liberalizzata al 49 per cento, un punto percentuale in meno rispetto al 2009: una variazione che, per il modo in cui è costruito l'indice, non è considerata significativa. Di fatto, nel 2010 sono proseguite le tendenze in atto negli anni precedenti, e in particolare si è osservato un trend verso il miglioramento nei settori che (a) hanno gradi di liberalizzazione relativamente alti e (b) possono contare sulla presenza di un regolatore indipendente.
Il settore più liberalizzato è l'energia elettrica (71 per cento), in costante crescita da quando l'indice viene rilevato, nel 2007. Il settore meno liberalizzato sono i servizi idrici (17 per cento), nonostante l'effetto positivo del decreto Ronchi. Tra i settori che evidenziano un miglioramento più significativo, si osservano il mercato del lavoro (dal 55 al 60 per cento). Oltre ai servizi idrici, che peggiorano solo in termini relativi in virtù dei grandi passi avanti compiuti in Gran Bretagna, i settori con l'arretramento più significativo sono il trasporto ferroviario (dal 49 al 41 per cento) e il trasporto aereo (dal 68 al 60 per cento). Un dato molto rilevante è l'assenza di liberalizzazione nei servizi postali (43 per cento), che teoricamente a partire dal 1 gennaio 2011 dovrebbero adeguarsi alla piena apertura del mercato imposta dalle direttive comunitarie.
"Nel complesso - dice Carlo Stagnaro , direttore ricerche e studi dell'IBL e curatore dell'Indice - l'Italia si trova in un equilibrio instabile, reso precario dalla crisi. L'assenza di un contesto concorrenziale inibisce le nostre speranze di ripresa. Solo con decisi interventi riformatori sarà possibile portare il paese sul sentiero della crescita economica. In caso contrario, usciremo dalla crisi ancora più deboli di prima e più deboli degli altri".
I settori indagati nell'Indice delle liberalizzazioni sono: energia elettrica (liberalizzata al 71 per cento); televisione (65 per cento); mercati finanziari (63 per cento); trasporto aereo (60 per cento); mercato del lavoro (60 per cento); gas naturale (55 per cento); fisco (54 per cento); ordini professionali (47 per cento); pubblica amministrazione (46 per cento); trasporto pubblico locale (43 per cento); servizi postali (43 per cento); telecomunicazioni (41 per cento); trasporto ferroviario (41 per cento); infrastrutture autostradali (29 per cento); servizi idrici (17 per cento). Gli autori dei capitoli sono: Fabiana Alias, Ugo Arrigo, Massimo Beccarello, Rosamaria Bitetti, Silvio Boccalatte, Luigi Ceffalo, Piercamillo Falasca, Daniela Floro, Andrea Giuricin, Christian Pala, Paolo Pamini e Massimiliano Trovato.
L'Indice delle liberalizzazioni verrà presentato lunedì 12 luglio a partire dalle ore 10,30 presso l'Hotel Four Seasons di Milano.
L'IBL in Senato
Questa mattina l'Istituto Bruno Leoni è stato audito (link) dalla Tredicesima Commissione ("Territorio, ambiente e beni ambientali") del Senato, presieduta dal Sen. Antonio D'Alì, nell'ambito di una indagine conoscitiva sulle problematiche relative alle fonti di energia alternative rinnovabili (link).
La delegazione dell'IBL - composta dal direttore ricerche e studi dell'IBL, Carlo Stagnaro, e da un nostro fellow, Diego Menegon - ha illustrato I risultati dello studio sui green jobs (PDF) e fornito alcune indicazioni di policy in relazione alla complessità e incertezza delle procedure autorizzative (PDF).
Le slide utilizzate da Menegon e Stagnaro sono disponibili qui (PDF).
Perché la conversione verde di Bjorn Lomborg non è una conversione
Il fascino discreto dei convertiti vale doppio, quando si riconvertono alla fede originaria. La notizia del giorno è l'apparente rientro nel recinto ecologista di Bjorn Lomborg, lo statistico danese ex socio di Greenpeace secondo cui "non è vero che la Terra è in pericolo" (così il sottotitolo all'edizione italiana del suo best seller, "L'ambientalista scettico"). La bomba era in prima pagina sul Guardian di lunedì ("Sceptical environmentalist and critic of climate scientists to declare global warming a chief concern facing world"). Lomborg si è così trasformato, da epigono di Adolf Hitler (come lo definì l'allora onnipotente, e oggi tramontante, capo dell'Ipcc, Rajendra Pachauri) a pecorella smarrita. Le circostanze della conversione sono sospette: proprio in questi giorni esce l'ultimo libro di Lomborg, "Smart Solutions to Climate Change", che raccoglie i contributi di una trentina di economisti e scienziati, dal premio Nobel Vernon Smith allo "scettico" Roger Pielke, dal critico Richard Tol all'italiano Carlo Carraro, sulla domanda: che fare? Così, se i guru verdi allargano le braccia accoglienti e diffidenti, la verità può averla colta un tale Rod Shone di Walkern, che in una lettera al Guardian di ieri scrive: "Osservo con interesse che Lomborg ha cambiato idea sul riscaldamento globale. Osservo anche che ha un libro da vendere". Quello che né Rod Shone di Walkern, né gli altri hanno osservato è che "la conversione, il voltafaccia, la retromarcia del più noto, ostinato, agguerrito negazionista dell'effetto serra" (Enrico Franceschini su Rep. di mercoledì) è, più che un'inversione a U, un percorso in linea retta. Tanto per cominciare, Lomborg non è un negazionista, nel senso che non nega né l'effetto serra né la colpa dell'uomo: scriveva nel 2001 che "esiste il problema di un riscaldamento globale di origine antropica", confermava nel 2007 che ciò "è fuori discussione", e dice oggi: "Se il mondo sta per spendere centinaia di miliardi sul clima, dove si raccoglie il massimo risultato?". Per Lomborg il problema non è l'esistenza del riscaldamento globale. Il problema era, ed è, in primo luogo capire, tra le grandi sfide globali, quanto sia rilevante quella del clima; secondariamente, quali strumenti siano più appropriati per non gettare i soldi. Da quanto è possibile intuire dalle anticipazioni, le "Smart Solutions" suggerite in questo volume semmai raffinano proposte che non sono nuove. Anzi, esprimono quel che c'è di più simile a un "consensus". Se le élite verdi e il ceto politico europeo ci mettono la firma per il gusto di annettersi Lomborg, la conversione è la loro. Di cosa stiamo parlando? E' Lomborg stesso, il 2 luglio sul Telegraph, a chiarire: "Piani di riduzione delle emissioni costosi e malamente organizzati, come quello dell'Ue, arrecheranno grandi danni economici e conflittualità politica, facendo ben poco per rallentare il global warming". Viceversa, secondo il Guardian, Lomborg ragiona su due binari. Per internalizzare i costi esterni, suggerisce una carbon tax di 7 dollari per tonnellata di C02. Questo valore va confrontato con quello dei certificati di emissione sul mercato europeo dei fumi (attorno ai 20 euro a tonnellata) e col costo di abbattimento delle emissioni attraverso le fonti rinnovabili: per esempio, con un sussidio di 40 centesimi per kWh, una tonnellata di CO2 viene valorizzata circa 1.000 euro. In sostanza, secondo i criteri di Lomborg, il "Cap and trade" dell'Ue va rottamato e i pannelli fotovoltaici messi in soffitta. Dal lato della spesa pubblica, "Smart Solutions" propone un fondo da 100 miliardi di dollari all'anno da investire principalmente in ricerca sulle fonti di energia pulite (incluso il nucleare) e gli strumenti di adattamento e al "riaggiustamento" del clima. Se 100 miliardi (di dollari) in tutto il mondo vi sembran tanti, considerate che, secondo le stime ottimistiche di Bruxelles, il solo piano europeo di riduzione del 20 per cento delle emissioni al 2020 costerà 50 miliardi (di euro) all'anno. L'abbaglio sulla carambola da credente a miscredente ad ateo devoto del clima mostra che tutti sbagliano. Specie quando confrontano un libro che non hanno letto ancora con uno che non hanno letto mai.
Da Il Foglio, 3 settembre 2010
Una via «Von Mises» per scordare la violenza
Solo pochi giorni fa, sulla spiaggia di Soverato, un killer ha ucciso a colpi di pistola Ferdinando Rombolà, nell’ultimo episodio di una faida di ’ndrangheta volta al controllo del territorio. Ma la stessa cittadina della costa ionica torna ora al centro della cronaca per ragioni del tutto diverse, dato che sarà il primo Comune d’Italia a dedicare una via al grande economista e scienziato sociale Ludwig von Mises. Su iniziativa del sindaco Raffaele Mancini, nelle prossime ore Soverato consacrerà infatti una strada a questo studioso ebreo che - con un celebre articolo del 1920 - svelò l’irrazionalità della pianificazione economica e in seguito dovette lasciare l’Europa per sfuggire alle persecuzioni antisemite.
C’è indubbiamente qualcosa di curioso in questo incrocio tra violenza e ricerca intellettuale, episodi luttuosi e iniziative culturali. Perché se c’è un Mezzogiorno che lavora per sconfiggere le organizzazioni mafiose (spesso legate ad ampi settori della politica), al tempo stesso c’è un Sud che costruisce e innova, offre occasioni di riflessione e confronto, elabora idee, avanza proposte originali. La decisione di gettare uno spruzzo di civiltà asburgica sulla toponomastica calabrese è infatti anche il frutto di un lavoro che da anni viene condotto da quanti animano la Fondazione Vincenzo Scoppa e la rivista Liberamente. Nel periodo estivo, Soverato ospita pure una serie di incontri su saggistica e letteratura (LiberaEstate) che si concludono con la consegna del Premio Internazionale Liberamente, quest’anno assegnato a Gianfranco Fabi, Francesco Sisci e Alessandro Vitale. Durante l’inverno, per giunta, la stessa Fondazione propone con successo una serie di incontri sulla teoria e la storia del liberalismo presso l’università di Catanzaro.
Discutere le idee di Locke o di Hayek, presentare un romanzo o anche dedicare una strada a uno studioso che pochi conoscono possono sembrare iniziative sterili. Eppure è vero il contrario, dato che solo il quotidiano impegno di chi elabora la possibilità di un futuro differente, basato sul rispetto del prossimo, può impedire che il Mezzogiorno resti prigioniero delle cosche e delle loro logiche. Sul prossimo numero di Liberamente, tra l’altro, un articolo muoverà dalle tesi di von Mises e di altri liberali per discutere l’ipotesi di avere spiagge veramente private, gestite da proprietari in concorrenza tra loro e quindi obbligati a servire al meglio i clienti, investire, promuovere il turismo.
Da Il Giornale, 2 settembre 2010
Tra i 5 punti programmatici del Pdl manca il nucleare e questo è un errore
Gli sforzi compiuti per l’approvazione della legge delega sul nucleare e per l’emanazione del decreto attuativo andrebbero al più presto raccolti e messi a frutto. Gli ultimi mesi hanno lasciato intravedere una qualche intenzione di sciogliere il nodo che tiene ferma l’Agenzia per la Sicurezza Nucleare, ossia la nomina dei vertici dell’autorità di regolazione tecnica e vigilanza de settore, ma anche motore della fase di avvio della politica nucleare. Non si è però andati oltre alle buone intenzioni e ai nomi dei possibili candidati alla presidenza.
La maggioranza è chiamata ad impegnarsi su cinque punti programmatici da perseguire nel prosieguo della legislatura. Grande assente, il nucleare.
Eppure il programma approvato dagli Italiani annunciava un’apertura all’atomo. Per di più, due estati fa l’impennata dei prezzi dei prodotti petroliferi e del gas aveva reso viva la percezione che il ripristino dell’opzione nucleare era una priorità per il paese. Un’economia come la nostra, che dipende per oltre 2/3 dall’energia ricavata dagli idrocarburi è estremamente sensibile alla dinamica dei prezzi di queste materie prime. La vulnerabilità del sistema è un dato costante che va tenuto presente anche in tempi come questi, in cui il costo di gas e derivati dal petrolio non destano grande allarme. Va poi ricordato come gli impegni assunti in ambito comunitario, a favore di un significativo, se non proibitivo, abbattimento delle emissioni di CO2 abbiano in un primo tempo esercitato un’ulteriore pressione sulle politiche di governo.
Desta non pochi sospetti, quindi, la trascuratezza con cui si lascia ai margini dell’agenda politica una questione di tale rilevanza. Gli sforzi compiuti per l’approvazione della legge delega sul nucleare e per l’emanazione del decreto attuativo andrebbero quindi al più presto raccolti e messi a frutto. Gli ultimi mesi hanno lasciato intravedere una qualche intenzione di sciogliere il nodo che tiene ferma l’Agenzia per la Sicurezza Nucleare, ossia la nomina dei vertici dell’autorità di regolazione tecnica e vigilanza de settore, ma anche motore della fase di avvio della politica nucleare. Non si è però andati oltre alle buone intenzioni e ai nomi dei possibili candidati alla presidenza; resta d’attualità il nome di Umberto Veronesi, pronto a lasciare il Senato per partecipare al programma nucleare.
Anche il ministero dello Sviluppo economico, che dovrebbe dettare la volontà politica in materia energetica, resta sospeso nell’interim assegnato alla Presidenza del Consiglio. Il nuovo ministro doveva essere nominato entro un mese dalle dimissioni di Claudio Scajola, rassegnate il 4 maggio scorso. Da allora si sono susseguite alcune voci, Emma Marcegaglia ha declinato l’invito a sostituirlo, si è fatto il nome di Paolo Romani, già viceministro, e prima della pausa estiva si è affacciata l’ipotesi di un ritorno di Claudio Scajola.
Nel frattempo, tocca al sottosegretario all’energia Stefano Saglia, nei limiti delle attribuzioni conferitegli, sopperire alla mancanza di un ministro a tempo pieno.
Pochi giorni fa ha confermato l’impegno a presentare la strategia nucleare, il documento programmatico che traccerà gli obiettivi e le linee del programma nucleare, nel mese di ottobre, per consentire alle imprese di presentare i propri progetti di investimento già da gennaio. Ma la buona volontà e le migliori intenzioni espresse non bastano a smentire un dato di fatto: centrata la deadline autunnale, occorrerà circa un anno per approvare in via definitiva la strategia nucleare. Questa, infatti, dovrà sottoposta a Valutazione Ambientale Strategica, un procedimento in capo al Ministero dell’ambiente che si protrae in genere per circa 8 mesi. Il fatto che il dicastero retto da Stefania Prestigiacomo partecipi sin dal principio alla stesura del documento può servire ad accelerare i tempi, ma il cosiddetto codice ambiente, novellato prima dell’estate, detta scadenze alquanto termini alquanto lunghi che non lasciano presagire una particolare speditezza. Oltre al rischio di tradursi in un indebito controllo sull’economia di settore, quindi, il disegno pianificatorio tracciato dal decreto nucleare pare essere d’intralcio al concreto attuarsi della politica energetica.
La strategia nucleare dovrà poi essere accompagnata dai parametri per l’individuazione delle aree idonee ad ospitare gli impianti nucleare. Un aspetto cruciale che compete all’Agenzia per la Sicurezza Nucleare.
Nonostante la natura prettamente tecnica dei criteri che saranno utilizzati per definire le aree idonee (vi ricadono considerazioni di carattere prevalentemente geologico o comunque tecnico-scientifico), lo schema di parametri dovrà essere posto all’esame delle regioni prima di essere sottoposto alla Valutazione Ambientale Strategica. Ne consegue che l’Agenzia potrà assolvere al meglio ai suoi compiti e rispettare le scadenze indicate dal sottosegretario all’energia solo se la sua composizione sarà definita nelle prossime settimane. E se questa non è una priorità…
Da L’Occidentale, 31 agosto 2010