Cercasi banche di sistema disperatamente

Le banche sono state al centro dell'intero sistema economico italiano. Il capitalismo di relazione ha di fatto bloccato l'economia con patti più o meno segreti che hanno cercato di mantenere uno status quo. Un intervento delle banche era sempre benvenuto dai governi al fine di raggiungere determinati obiettivi politici per delle aziende particolarmente «sensibili». Questi accordi sono alla base del capitalismo all'italiana: quello dí relazione. Una relazione che avvicina determinati «industriali» ai principali istituti di credito e che vedono come terzo partner interessato lo Stato italiano. Il capitalismo di relazione non ha mai previsto un'indipendenza totale delle aziende private. Nel momento del bisogno c'era sempre una banca spinta dal governo pronta ad aiutare. Quanto è stato dannoso un sistema del genere? Di fatto questo interventismo economico dello Stato mediato dalle banche ha bloccato anche l'arrivo di capitali esteri, interessati allo sviluppo di aziende italiane. È stato il caso della vecchia Alitalia nel momento in cui i francesi di AirFrance-Klm volevano prenderne il controllo nel 2008. Ancora prima era stata Telecom Italia al centro delle attenzioni di America Movil e di At&t: in quel caso, l'italianità era stata difesa dalle banche di sistema tramite la scatola Telco, la cui maggioranza era nelle loro mani.

Quella stessa scatola che è venuta meno alla fine dello scorso anno, quando gli spagnoli di Telefonica avevano prima deciso di prenderne il controllo e successivamente di smontarla. Il capitalismo di relazione sembrava essere terminato con l'operazione Telefónica-Telecom Italia, nonostante le proteste di senatori che volevano mantenere lo status quo del sistema.

Qualcosa è davvero cambiato allora? Telecom Italia sembrava dimostrare che il clima potesse cambiare. Le banche di sistema sembravano avere sempre meno potere e pareva che di fatto fossero meno inclini a scendere ad accordi con i diversi governi che pretendevano un determinato interventismo. Indubbiamente la crisi bancaria aveva reso più deboli le banche stesse che dovevano tornare a focalizzare i propri investimenti più in funzione del ritorno finanziario che in funzione della spendibilità politica. Ora è il turno della crisi della società energetica Sorgenia. E ancora una volta le banche sono tornate al centro dell'azione. Il caso della società della famiglia De Benedetti sembra indicare che questo capitalismo di relazione sia tornato in auge.

L'accordo raggiunto pochi giorni fa dimostra ancora una volta che le banche non abbandonano gli «amici» nei momenti di difficoltà; specialmente quegli amici che controllando direttamente i giornali hanno ancora una certa influenza. Situazione un po' differente invece da quanto successo in Alitalia, dove le banche hanno accettato il taglio del debito in cambio dell'entrata del nuovo socio forte Etihad: in questo caso il piano industriale proposto dalla nuova Alitalia insieme ai soci emiratini è indubbiamente forte e nel medio periodo è previsto anche un ritorno all'utile. Le banche, dunque, continuano a rimanere al centro del sistema Italia, ma un po' meno da protagoniste. I prossimi mesi saranno decisivi poiché nuove partite si apriranno e il ruolo del capitalismo di relazione rischia di ritornare in auge.

Da Panorama, 31 luglio 2014

Ci possono essere stimoli che sanno essere rigorosi

Stop all'austerità, sì alla crescita: è il motto dei referendum per abrogare parti della legge che attua il principio costituzionale del pareggio di bilancio. Iniziativa per più versi singolare: non è impresa da poco raccogliere le firme; è controverso che sia "referendabile" una legge approvata con speciali modalità; il pareggio di bilancio è da sempre una bandiera della destra e tra i proponenti ci sono persone che della destra sono stati esponenti di rilievo.

E soprattutto si vogliono togliere obbiettivi di bilancio più gravosi di quelli europei: ma non era l'Ue a strangolarci?
Non è austerità il pareggio di bilancio: anche la nuova formulazione, dopo che quella del vecchio art. 81 aveva consentito il formarsi di uno dei maggiori debiti al mondo, consente elasticità per tener conto del ciclo. Il trattato di Maastricht ne fissa il limite nel 3% del Pil, oltre scatta la procedura di infrazione: rispettare quel limite di elasticità viene chiamato austerità. Quanto al debito, doveva essere il 60% del Pil, siamo a più del doppio, abbiamo firmato un trattato che ci impegna a rientrare in 20 anni: rispettare quell'impegno è chiamato austerità. Certo è diverso ripagare i debiti quando l'inflazione è al 2% e la crescita al 3% reale, o quando inflazione e crescita sono entrambi prossimi a zero. Quindi all'inflazione ci pensi la Bce, alla crescita i governi dell'Europa, rendendosi conto che questa è una crisi da domanda, da cui è possibile uscire con interventi che la stimolino: non riconoscere questa soluzione è "austerità". Ma siccome fare debiti nuovi per meglio pagare quelli vecchi è un'idea che i creditori potrebbero trovare stravagante, si cerca di trovare come, e a spese di chi, sforare sui vincoli senza far sorgere dubbi. Così Paolo Savona sul Sole 24 Ore, considerando che per noi sarebbe un suicidio obbligarsi a decenni di avanzi primari, propone che l'Italia abbatta il debito vendendo cartelle di una maxiprivatizzazione da 400 mld. Jean Claude Juncker, per avere i voti socialdemocratici, promette di spendere 300 mld in infrastrutture. Ma le privatizzazioni dànno soldi veri solo se chi compera può liberamente disporre dei beni acquistati; per le infrastrutture bisogna che i soldi spesi ritornino come profitti.

Leggi il resto su Il Sole 24 Ore, 31 luglio 2014
Twitter: @Fdebenedetti

Sui conti si gioca la credibilità dell'Italia. Pericolose le tentazioni sull'articolo 81

È noto che gli oppositori delle riforme istituzionali, versione Renzi, vorrebbero che la Costituzione restasse così com'è. Ma fanno un'eccezione: per l'articolo 81, modificato nel 2011 perché prescrivesse l'«equilibrio» fra uscite e entrate dello Stato. Nei giorni scorsi ne hanno parlato, in due interviste, sia Nichi Vendola sia Massimo Mucchetti (Corriere, rispettivamente il 29 e il 28 luglio).

È una battaglia tutta simbolica: la sinistra ci legge una sorta di rifiuto costituzionale del keynesismo. Per la verità, la stessa cosa si poteva dire dell'art. 81 originario, che obbligava a indicare i mezzi per far fronte alle nuove spese. Sappiamo come andò a finire: sul punto, la Costituzione più bella del mondo rimase lettera morta. Il nuovo art. 81 esige l'«equilibrio» di bilancio, ma aggiustato al ciclo economico, da quest'anno. Subito le Camere hanno votato per consentire al governo di disattenderlo. Si può considerare eccessivamente inflessibile una norma che sì lascia forzare già al momento del debutto? Gioverebbe forse ricordare perché, nel 2011, ci si affrettò a riscrivere l'art. 81. La marcia apparentemente inarrestabile dello spread imponeva di dare un segnale circa la serietà delle nostre intenzioni, quanto a riordino della finanza pubblica (seguendo l'esempio dei tedeschi, che per primi hanno costituzionalizzato il pareggio). Il percorso di revisione costituzionale ebbe inizio sotto il governo Berlusconi e si concluse con il governo Monti ed è in coerenza con il trattato detto Fiscal compact.

Che il legislatore abbia voluto tenersi le mani libere, si capisce dal fatto che si parla di «equilibrio» di bilancio, più rassicurante del «pareggio». Le norme costituzionali sono materia plastica nelle mani del ceto politico: la «sterilizzazione» dell'art.81, quest'anno, lo conferma. Cosa pensare, però, di una classe politica così ansiosa di divellere un argine, sia pure tanto debole, alla propria voracità? Che ne direbbero investitori e partner europei? Chi vuole riscrivere l'art. 81 intende affermare il principio della più ampia discrezionalità nella spesa pubblica. Principio che in Italia ha un'antica tradizione e solide realizzazioni: a cominciare dai nostri 2.200 miliardi di debito.

Dal Corriere della sera, 31 luglio 2014
Twitter: @amingardi

Tutti giannizzeri della solidarietà?

“In sostanza ciò che distingue lo schiavo è che lavora sotto coercizione per soddisfare i desideri di un altro”. Ma, come ammoniva Herbert Spencer in un “parabola” rimasta celebre nella storia del pensiero politico, cambia poco, per lo schiavo, se anziché di un altro deve soddisfare i desideri di altri: della comunità, della patria, dello Stato. Schiavo era e schiavo resta, perché in un caso e nell’altro non è padrone delle proprie decisioni.

Siamo fra quelli che ritengono che quando questo Paese ha abolito il servizio militare obbligatorio (il ministro che governò il passaggio a un servizio militare di professionisti era uno dei pochi liberal-liberisti mai arrivati al governo, Antonio Martino) ha fatto un grande passo in avanti, sotto il profilo della civiltà. Ha riconosciuto ai giovani italiani un diritto all’apparenza banale: il diritto di scegliere che fare del proprio tempo.

Nel disegno di legge delega sul “terzo settore”, si parla di istituire di nuovo un servizio civile. È per ora una scatola vuota: il governo deve ancora “prevedere un limite di durata” che “contemperi le finalità del servizio con le esigenze di vita e di lavoro dei giovani coinvolti”.

Nessuno, finora, ha neppure squittito una qualche perplessità.

E come, del resto, si potrebbe essere men che d’accordo con l’idea di un “servizio civile universale” che sia “finalizzato alla difesa non armata”? Soprattutto tenendo conto che, a quanto pare, “difesa non armata” significa “attività di solidarietà, inclusione sociale, cittadinanza attiva, tutela e valorizzazione del patrimonio culturale, paesaggistico e ambientale della nazione, sviluppo della cultura dell’innovazione e della legalità”. Il tutto in vista di un ancor più nobile obiettivo: “realizzare una effettiva cittadinanza europea e favorire la pace tra i popoli”.

C’è solo un piccolo problema. Che non esiste la schiavitù a fin di bene.

La leva militare pretendeva di esserlo: lo Stato requisiva un anno di vita a un giovane, per garantire a tutti – ai loro nonni e ai loro nipoti, alle loro fidanzate e ai loro vicini di casa – il bene supremo della sicurezza nazionale. Ma per Giacomo, Andrea e Giovanni era comunque un anno non loro: un anno in cui altri decidevano che fare della loro vita.

Ora non si parla più di difendere i patri confini, ma di costruire una “cittadinanza europea” più coesa. La leva non serve a proteggere il prossimo, ma ad impegnarsi attivamente per il suo bene. Anziché fornire manodopera all’esercito, la fornirà al volontariato (che a quel punto dovrà cambiar nome). Anziché forgiare buoni soldati, formerà bravi cittadini.

Dal punto di vista degli individui coinvolti, cambia poco: siano sei mesi o sia un anno, sarà tempo impegnato come decide la comunità, e non loro.

Il fine può giustificare i mezzi? Anche noi – che siamo peraltro una organizzazione non profit – avremmo qualche idea su come mettere a buon frutto l’operosità di qualche giovane di buona volontà, pur non potendolo pagare. Tanto basta a darci il diritto di sequestrare i vostri figli?

Come stritolare un po’ di debito pubblico senza dirigismi. Parla Nicola Rossi

Abbattere il debito pubblico? E come? Con il piano del renziano Marco Carrai? O coinvolgendo i fondi pensione, come avanzato in un seminario organizzato da Dexia con investitori e rappresentanti del Tesoro sul tema del debito?

L’economista Nicola Rossi, già parlamentare del Pd e poi del gruppo misto, ora tornato all’insegnamento universitario, ha partecipato al seminario di cui ha parlato Formiche.net con alcune indiscrezioni e soprattutto può analizzare con un distacco da accademico le ipotesi in cantiere. Ecco la conversazione con Formiche.net.

Prof, è necessaria o no una riduzione dello stock del debito pubblico italiano?
Una riduzione dello stock di debito pubblico è necessaria. E da tempo. Un debito pubblico delle dimensioni di quello italiano costituisce un fattore continuo di vulnerabilità ed è il vero limite principale alla politica economica (in particolare, dal mio punto di vista, ad una significativa riduzione della pressione fiscale). Molto più di quanto non lo siano le regole europee che ci hanno aiutato a contenerlo. Ma la strada per ridurre il debito pubblico non contempla scorciatoie: avanzi primari perduranti nel tempo e dismissioni di attivi pubblici sono le sole alternative possibili. Le scorciatoie implicano, in realtà, in una maniera o nell’altra, implicitamente o esplicitamente, il ricorso alla tassazione e producono conseguenze largamente più negative e pesanti di ogni altra soluzione.

Leggi il resto dell'intervista su Formiche.net, 22 luglio 2014

Un FOIA italiano per riequilibrare il rapporto tra cittadini e amministrazione

Con l’organizzazione di Digital Venice, Matteo Renzi ha ribadito di voler colorare il semestre europeo a guida italiana con una forte attenzione all’impatto della tecnologia sui processi politici. I commentatori più distratti si sono concentrati sulla sua padronanza dell’inglese. Qualcun altro, invece, ha approfittato della presenza del premier in laguna per ricordargli un impegno assunto nel discorso per la fiducia e non ancora adempiuto: l’introduzione in Italia di un provvedimento che garantisca ai cittadini il più ampio accesso ai documenti della pubblica amministrazione, sul modello del Freedom of Information Act approvato quasi cinquant’anni fa negli Stati Uniti e, in seguito, emulato in oltre 90 paesi.

L’iniziativa si segnala, prima di tutto, per il metodo: 32 organizzazioni hanno collaborato alla predisposizione di una bozza di articolato e l’hanno pubblicata sul sito foia4italy.it, a disposizione di chiunque desideri leggerla e apportarvi miglioramenti. All’esito di questa limatura collettiva, il testo sarà sottoposto a Governo e Parlamento, per avviarne – auspicabilmente – il vero e proprio iter normativo. Una presa di responsabilità della società civile di fronte all’inerzia della classe politica.

Ma è sul piano del merito che la proposta coglie nel segno. Lo schema della legge n. 241/90 restringe il diritto di accesso all’informazione detenuta dall’Amministrazione ai casi d’interesse “diretto, concreto e attuale” del privato, escludendo espressamente le richieste “preordinate ad un controllo generalizzato dell’operato delle pubbliche amministrazioni”. Occorre capovolgere questo paradigma, introducendo un diritto d’accesso generalizzato e derogabile unicamente per esigenze di segretezza specifiche, tipizzate e motivate.

Una più estesa e diffusa facoltà di sorvegliare l’operato dei poteri pubblici è, in primo luogo, una garanzia di libertà: l’informazione è potere e una sua distribuzione più capillare varrebbe a riequilibrare il rapporto di forze tra i cittadini e il potere esecutivo. Inoltre, una tutela più intensa della trasparenza gioverebbe anche all’efficienza dell’azione amministrativa, superando un modello antiquato e spesso circolare di controllo. Solo l’introduzione di un FOIA italiano permetterebbe di sgretolare le fondamenta del privilegio amministrativo, avvicinando i cittadini all’amministrazione e, in ultima analisi, l’amministrazione ai cittadini.

Disprezzare il capitalismo? Fa conquistare il mercato...

Nessuna anarchia, poco Stato e molta utopia. con questa formula, Nicola Iannello sintetizza il percorso di Robert Nozick, il filosofo che portò alla luce il pensiero libertario con un libro di successo.

Era il 1974, e Anarchy, State, and Utopia, esordio di Nozick, divenne un classico del pensiero politico contemporaneo, attaccato con eguale forza da «destra» (una destra anarco-capitalista, inconcepibile in Italia) e da «sinistra» (una sinistra socialista in assenza di socialismo, altrettanto inconcepibile in Italia). Nozick confutava l'anarchia in chiave capitalistica ma optava per uno Stato così minimo da non prevedere l'imposizione fiscale, trovandosi così contestato da autori inconciliabili tra loro.

A quarant'anni dalla pubblicazione, l'Istituto Bruno Leoni ha dedicato un ciclo di seminari all'opera prima di Robert Nozick, ora confluiti nell'e-book Nessuna anarchia, poco Stato e molta utopia. Robert Nozick quarant'anni dopo, a cura di Nicola Iannello (pagg. 244, euro 3, 99). Sono inclusi saggi di Raimondo Cubeddu, Lorenzo Infantino, Piero Vernaglione, Stefano Moroni, Eugenio Soimani, Carlo Lottieri e Alberto Mingardi. Quest'ultimo contributo tocca un tema di costante attualità in Italia. Nel 1983, Nozick tenne una conferenza al Trinity College di Hartford, Connecticut, in seguito stampata e ristampata, dal titolo Why Do Intellectuals Oppose Capitalism? (Perché gli intellettuali si oppongono al capitalismo?). La questione è classica, Nozick infatti si inserisce in un filone di cui fanno parte, tra gli altri, Ludwig von Mises, Joseph Schumpeter, Friedrich von Hayek.

Leggi il resto su Il Giornale, 18 luglio 2014

Dal Mondiale più costoso della storia, un invito all'austerità

Si è appena concluso il Mondiale più costoso della storia, che rimarrà nelle cronache sportive per il 7-1 rimediato dai padroni di casa e in quelle finanziarie per l'entità delle spese sostenute dagli organizzatori. Nel Focus “Brasile 2014: la vittoria dell'austerità” (PDF), Massimiliano Trovato (Fellow dell'Istituto Bruno Leoni) dimostra che nemmeno il Brasile si è sottratto alla trappola dei grandi eventi sportivi, in cui la grave sottovalutazione degli investimenti si affianca a un ottimismo infondato sulla loro ricaduta. 

Secondo Trovato, «siamo di fronte a una rappresentazione esemplare delle criticità che, ormai da anni, gli economisti denunciano con riguardo alla gestione di Olimpiadi e Mondiali: esborsi fuori controllo, impianti senza alcuna possibilità di utilizzo duraturo, scarse sinergie tra le esigenze della manifestazione e quelle del paese ospitante – il tutto mentre la Fifa, a dispetto delle accuse di corruzione, batte ogni record d'incasso. C'è da sperare», conclude Trovato, «che la vittoria della Germania faccia scuola: insegnando una maggior disciplina non solo tattica, ma in primis finanziaria». 

Il Focus “Brasile 2014: la vittoria dell'austerità” di Massimiliano Trovato è liberamente scaricabile dal sito IBL. (PDF

Andiamo così di fretta che ci siamo persi persino l'Occidente

Viviamo in un mondo che muta a grande velocità: nuove tecnologie, declino dei centri decisionali consolidati, crisi dello Stato sociale, mutamento dei quadri culturali. Attorno a questo intrico di trasformazioni è costruito il volume del ventottenne Michele Silenzi Mover.

Odissea contemporanea (Liberilibri, pagg. 202, euro 12), un testo che unisce letteratura, memorialistica e analisi sociale sforzandosi soprattutto d'interrogare il presente.

Nelle sue riflessioni, l'autore elogia la complessità di una società senza frontiere la quale è tanto più inafferrabile quanto più dipende dalle scelte di innumerevoli persone: da tutti noi. Al fondo di queste riflessioni c'è allora una contrapposizione assai netta tra la vita, che per sua natura è incertezza e disordine, e la sopravvivenza, che può invece anche accontentarsi di un tirare avanti che già anticipa l'inesorabilità della fine.

Leggi il resto su Il Giornale, 13 luglio 2014

Il rischio di smontare le liberalizzazioni

Dal 2009, l'Autorità Antitrust invia al governo le sue segnalazioni per predisporre la legge annuale per la concorrenza. Peccato che i governi succedutisi dal 2009 ad oggi questa legge annuale non hanno mai trovato il tempo di licenziarla. Pare che il ministro Guidi voglia segnare in questo senso una positiva discontinuità con i suoi predecessori. L'impressione, però, è che oggi la priorità sul fronte delle liberalizzazioni non sia andare avanti: ma, più modestamente, evitare di tornare indietro, a un'economia ancora più presidiata dallo Stato che pure molti guardano con nostalgia. Alcuni esempi, dalla cronaca politica degli ultimi giorni.

L'Antitrust ricorda che «assetti regolatori meno restrittivi consentono dì generare reddito e occupazione; la rimozione delle barriere all'entrata e dei vincoli ingiustificati che gravano sulle imprese incrementa i tassi di investimento di lungo periodo e la crescita della produttività». Se molto resta da fare, qualche passo in questa direzione è stato fatto, negli ultimi vent'anni. Per esempio, il commercio è stato progressivamente liberalizzato e da ultimo il governo Monti ha abolito i giorni di chiusura obbligatoria. Il che non significa che gli esercenti oggi debbano sottostare a una «apertura obbligatoria». Al contrario, si chiamano «liberalizzazioni» proprio perché restituiscono «libertà» alle persone e alle imprese. In questo caso, la libertà di intercettare nel modo che si ritiene migliore le necessità dei propri clienti, alzando o tenendo abbassata la saracinesca, come più pare opportuno al singolo commerciante e non ad altri che decidono per lui.

La Commissione Industria della Camera si appresta a discutere una norma che istituisce nuovamente le chiusure obbligatorie: dodici festività l'anno, di cui sei a discrezione dei Comuni. Se la norma passasse, qualcun altro tornerebbe a decidere al posto del singolo commerciante. L'Antitrust sostiene «l'esigenza di promuovere una cultura della concorrenza diffusa a tutti i livelli di governo». Nei giorni scorsi un articolo di Bloomberg ha suggerito che il governo starebbe pensando ad allargare l'ambito di applicazione dei cosiddetti golden power, per impedire a Telecom Italia di vendere la propria filiale brasiliana.

Come ha ricordato Massimiliano Trovato (leoniblog), la logica (già discutibile) dei «poteri speciali» è quella di prevenire l'ingresso di operatori stranieri in Italia in ambiti ritenuti «strategici». Ma sulla base di quale principio tali «poteri» dovrebbero essere utilizzati per decidere ciò che le imprese italiane possono o non possono fare all'estero? Anche «voci» e «rumor» come questi rivelano il tasso di penetrazione della «cultura della concorrenza». L'Antitrust raccomanda di ridisegnare la sanità italiana con l'obiettivo di «garantire la libertà di iniziativa economica e aumentare la concorrenza tra le strutture sanitarie». L'Autorità guarda alla riforma della sanità del 1992 e soprattutto al cosiddetto «modello lombardo» che, pure imperfetto come tutte le cose dì questo mondo, ha garantito servizi di elevata qualità a `fronte di una spesa sanitaria sotto controllo, grazie proprio a un certo grado di competizione fra erogatori pubblici e privati. Altri Paesi che hanno riformato la loro sanità Olanda, Germania, Spagna hanno seguito strade non dissimili da quella presa dalla Lombardia, puntando sulla concorrenza per ridurre i costi senza restringere il perimetro del servizio universale. Il Presidente della Lombardia ha presentato di recente un «Libro Bianco» che vanta i meriti del «modello lombardo», salvo proporne lo stravolgimento. Al posto della competizione, si vorrebbe una «regia» unitaria, che renda residuale il ruolo del privato e accentri più potere nelle mani dei pianificatori regionali. Si contempla anche un'opera di bonifica del vocabolario: scomparirebbe l'odiata «azienda», per tornare a una più rassicurante «agenzia sanitaria locale».

Speriamo che quelle elell'Antitrust non restino prediche inutili, ma soprattutto che non si proceda a smontare quanto di buono è stato fatto nella direzione di una più efficace separazione fra economia e Stato: privatizzando e liberalizzando. La libertà non basta a garantire la crescita, però il suo contrario cioè l'abbraccio asfissiante di regolatori, pianificatori, ministri, assessori regionali; eccetera è la strada sicura per il declino.

Da La Stampa, 9 luglio 2014
Twitter: @amingardi

Il partito unico della spesa alle grandi manovre

Se il ping-pong sul nuovo Senato durerà, come sembra, più dello sceneggiato tv Incantesimo, tanto vale abolire la cosiddetta Camera Alta. Di questo passo, infatti, non solo si rischia di non approdare a nulla, ma si rischia di approvare una riforma peggiorativa dello status quo. Matteo Renzi vuole vendere in Europa l'approdo al monocamerialismo. Gli serve per convincere la Merkel e colleghi che lui non brilla soltanto nella comunicazione, ma anche nella realizzazione. Ma non è detto che un Senato ridimensionato, privato del potere di votare la fiducia ai governi (com'è il progetto renziano) debba perdere il proprio potere di interdizione. Specie se il nuovo Senato dovesse essere composto da rappresentanti delle Regioni e dovesse trasformarsi in una sorta di megafono di tutte le richieste provenienti dai 20 mini-Stati che formano l'Italia. 

La prospettiva di vedere crescere vieppiù la spesa pubblica sarebbe, con queste premesse, più realistica di una finale Argentina-Brasile ai mondiali di calcio. Meglio, molto meglio, a questo punto, commettere il delitto perfetto, eliminando del tutto l'assemblea di Palazzo Madama, soluzione sicuramente meno pasticciata del Senato non elettivo.

Sappiamo benissimo che non sarà così, che il Senato rimarrà vivo e vegeto, e che il possibile compromesso potrà essere tentato sulla riduzione del numero dei senatori. In ogni caso, sarà un percorso accidentato, perché la resistenza di chi teme la perdita dello scranno parlamentare sarà più aspra della strenua difesa abbozzata dal mito del tennis, Roger Federer, due giorni fa a Wimbledon, nei confronti del vittorioso Nole Djokovic. Non sarà facile mettersi d'accordo su una riforma come-si-deve perché, in Italia, il partito unico della spesa pubblica (Pusp) non va mai in ferie. E anche se, periodicamente, pure si rincorrono le lamentele e le denunce contro gli sprechi della Casta, la sostanza cambierebbe poco se la spesa (allegra) dovesse passare, vieppiù, dallo Stato centrale agli enti di periferia. Sempre i contribuenti pagherebbero il conto finale.

La verità è che lo statalismo italiano non conosce confini. Lo scenario politico nazionale si divide tra statalisti del centro e statalisti di periferia. I primi si rifugiano sotto l'ombrello dello Stato unitario, i secondi trovano riparo sotto il mantello dello Stato federalistico. Probabilmente, anzi sicuramente, i secondi sono peggiori dei primi, perché 20 micro-Stati risultano ancora più sfuggenti e incontrollabili di una sola entità. Ma, sotto sotto, la filosofia non muta: allargare il proprio potere, spendere senza rispettare il principio di responsabilità. Tanto, ci penseranno poi i cittadini a pagare i debiti attraverso l'unica industria che in Italia non conosce crisi: la fabbrica delle tasse.

La Germania ha parecchie virtù, ma quando pecca pecca più di Satana. Ma se l'Italia allineasse la propria spesa pubblica ai livelli tedeschi, troverebbe le risorse per abolire l'Irap e ridurre l'Irpef del 10-15 per cento. Non lo sostiene un imbonitore televisivo, ma l'Istituto Bruno Leoni, uno tra i centri studi più seri e documentati del Paese. La spesa pubblica fuori controllo è all'origine di due principali guai: debito pubblico alle stelle e imposizione (per chi paga) ai limiti dell'esproprio.

Certo, non è semplice tagliare le spese. Anche perché è comodo mettersi d'accordo solo nel potare le spese degli altri. Ma ci si potrebbe mettere d'accordo sul freno agli strumenti che favoriscono le eccessive uscite finanziarie. Il presidente della Regione Campania, Stefano Caldoro, chiama in causa esplicitamente il ruolo delle Regioni, la cui degenerazione da enti di programmazione e orientamento a organismi di mera amministrazione, è tra le cause storiche dell'exploit dell'indebitamento pubblico. Caldoro è così scettico nei confronti della possibilità e volontà di autoemendarsi da parte delle Regioni, da auspicare la loro eutanasia, o, come subordinata, il loro accorpamento in aree istituzionali più vaste. Ma siamo nel campo dell'inverosimile.

L'autocombustione delle Regioni è più improbabile di una scottatura sul ghiaccio. Primo, perché il tema non sembra destinato a svettare presto nell'ordine del giorno. Secondo, perché anche se il tema irrompesse nel dibattito generale, la rivolta da parte delle classi politiche territoriali scatterebbe con l'impetuosità di uno tsunami. Piuttosto, si dovrebbe intervenire sul fattibile: ad esempio riducendo il numero delle leggi; scoraggiando la navetta legislativa tra Camera e Senato; sfoltendo tutti gli enti che appaltano le spese (lo scandalo Mose in materia è più istruttivo di mille trattati).

Ma, soprattutto, bisognerebbe placare la libidine sprecaiòla che caratterizza gli enti locali. Non bisognerebbe finire mai di esecrare e arginare la Lega Nord, perché la sua apparizione sul teatrino della politica italiana ha prodotto più danni di un disastro bellico. Il più grave danno riguarda il no a tutti i propositi di intervento contro il socialismo o capitalismo reale di Comuni e Province (ora sostituite dalle Città Metropolitane). Mai vista una forza politica, come la Lega, liberista a Roma e iperstatalista sui suoi territori. E siccome i cattivi esempi sono come le monete cattive che scacciano le monete buone, la schizofrenia leghista ha incontrato parecchi, anche se spesso invisibili, imitatori. Ne fanno fede, tuttora, le cronache dal Parlamento sulle manovre sotterranee il cui retropensiero inconfessabile è il rilancio della spesa pubblica, autorizzando gli enti locali a tassare a più non posso. Poveri noi.

Dalla Gazzetta del Mezzogiorno, 8 luglio 2014

Cambiamo assieme

Negli anni Novanta Bill Clinton prometteva che «l'era del big government è finita». Le cose sono andate poi diversamente. Anche negli Stati Uniti, a torto o a ragione considerati la patria del libero mercato, il successore di Clinton, George W. Bush, allargò il raggio d'azione del pubblico come nessuno dai tempi di Lyndon Johnson, l'artefice della «Big Society». Per non dire dell'Europa.

E allora, se quella di Thatcher e Reagan è stata nel migliore dei casi «una rivoluzione a metà», davvero l'alternativa è rassegnarsi a una crescita irrefrenabile della cosa pubblica? Il peso dello Stato e della fiscalità non può che aumentare? Nel loro The Fourth Revolution: The Global Race to Reinvent the State, il direttore dell'Economist John Micklethwait e Adrian Wooldridge ci invitano a essere più ottimisti: dopotutto, lo Stato per come lo conosciamo in Occidente è a un passo dalla bancarotta, e questo è un forte incentivo all'autoriforma.

«Per il prossimo futuro, gli Stati dell'Occidente continueranno a toglierci cose, molte più di quante non immaginiamo». Ma fino a che punto questa rapacità è sostenibile? Lo stesso John Maynard Keynes, ricordano Micklethwait e Wooldridge, «sosteneva che lo Stato non dovrebbe mai consumare più di circa un quarto del prodotto interno lordo». Il «pellegrinaggio obbligatorio per chiunque voglia vedere il futuro dello Stato» è a Singapore. Quello costruito dal tecnocrate Lee Kuan Yew è uno Stato-mamma ma l'anziano autocrate, «più di ogni altro leader moderno, si è dedicato a limitare l'ambito della cosa pubblica e a far sì che gli individui fossero responsabili del proprio benessere». In Europa, «il problema dello Stato» è che ragiona come un'impresa conglomerata di cinquant'anni fa. Il processo decisionale è troppo centralizzato, e improntato a quello che gli autori chiamano «il gusto della burocrazia per l'uniformità». Il leviatano ha scarsa agilità di manovra, e anche per questo i gruppi che lo occupano e lo dirigono esibiscono una formidabile resistenza ai cambiamenti. Per aumentare la produttività delle burocrazie, servono profonde modifiche sul piano istituzionale e incrementi di produttività che possono venire dalle nuove tecnologie. È necessario riscoprire «la gioia del pluralismo», avvicinando quanto più possibile governanti e governati, e «il fascino della diversità», che significa passare da una produzione di beni pubblici rigidamente programmata dall'alto a risposte basate sui bisogni effettivi.

Come fare? I due autori ricordano che c'è una calcificazione dei processi democratici, che rende più difficile il cambiamento. Proprio per questo, suggeriscono di aprire la porta a tanti piccoli esperimenti. Il web, per esempio, può servire come strumento per «consentire alla gente di fare per sé ciò che lo Stato tendeva a fare per loro». O come strumento per parlare coi decisori: in Inghilterra il sito fixmystreet.com consente di segnalare le buche nel manto stradale.
Lo Stato di Micklethwait e Wooldridge è un fornitore di servizi, può salvare dall'obsolescenza solo se impara a sintonizzarsi sulla domanda dei suoi "consumatori".

Da Il Sole 24 ore, 6 luglio 2014

Riformare la Pa è privatizzare (e viceversa)

Per riformare la Pa il governo Renzi ha introdotto una certa mobilità dei dipendenti e promosso un largo ricambio generazionale dal basso. Ha scelto cioè meccanismi che agiscono dall'interno: buoni per rompere dipendenze e incrostazioni, c'è da dubitare che siano adeguati a far prevalere le ragioni dell'efficienza su quelle della propria convenienza. L'efficienza si può definire solo con un riferimento esterno, alle convenienze degli altri, di quelli che stanno dall'altra parte dello sportello. Non c'è coscienza individuale, non accordo collettivo, non questionari scambiati con gli utenti che serva a fare quello che la concorrenza sul mercato fa automaticamente: scoprire quanto valgono beni e servizi. Per A. Gambardella e G. Tabellini (Il Sole 24 Ore del 22 giugno), sarebbe poco importante se a sviluppare le infrastrutture che aspettiamo dall'epoca dello "sportello del cittadino" (1988) fossero informatici di Google o di Poste Italiane.

Si tratta invece di una differenza essenziale perché diversi che più non si potrebbe sono gli ambienti in cui sono cresciuti: nel primo "solo i paranoici sopravvivono", nel secondo in cui la sopravvivenza dipende dal potere del sindacato. Questa è la ragione per cui le privatizzazioni (e le varie forme di outsourcing) non sono un capitolo a se stante dell'agenda di governo, ma sono il capitolo finale del processo di riforma della Pa.

Leggi il resto su Il Sole 24 ore, 6 luglio 2014

Liberalizzazioni: una città più aperta

Fino al 1970, in Italia il sale si poteva comprare soltanto nelle rivendite di «sali e tabacchi». Il suo arrivo nelle rivendite di generi alimentari e nei supermercati è stata una delle prime «liberalizzazioni» - e fra le più rilevanti, sul piano simbolico. Il sale, fondamentale per la conservazioni dei cibi, era stato oggetto delle pretese monopolistiche dei governi dall’alba dei tempi.

La nostra adesione alla Comunità europea, da una parte, e il frigorifero, dall’altra, ne fecero giustizia. La liberalizzazione del commercio, in Italia, procede lentamente da quarant’anni (restano regolamentati i saldi, che cominciano oggi). Con l’esecutivo guidato da Mario Monti, sono stati completamente liberalizzati gli orari d’apertura. Questo non significa che i negozianti siano obbligati a stare aperti ventiquattr’ore al giorno sette giorni su sette: ma piuttosto che possono decidere quando è più opportuno abbassare la saracinesca, sulla base delle loro aspettative circa le esigenze dei loro clienti.

Leggi il resto su Corriere.it, 7 luglio 2014

Le tasse non sono una cosa bella

In un incontro tenuto la settimana scorsa al Cnel, la neo direttrice dell’Agenzia delle entrate ha echeggiato l’allora ministro dell’economia Padoa-Schioppa al ribadire che le tasse sono, se non una cosa bellissima, una cosa bella.

Anche senza l’enfasi del superlativo, l’asserzione stride con il comune sentire di milioni di contribuenti.

E non perché sia difficile dare alle tasse un giudizio estetico. Certo non si sentirà dire, tra i contribuenti, che le tasse sono belle o brutte. Al più, se ne potranno dare giudizi quantitativi (leggere o pesanti, tante o poche), o qualitativi (occulte o palesi, complicate o semplici da onorare), ma la distanza tra l’affermazione della direttrice Orlandi e l’opinione dei contribuenti è qualcosa di più profondo della semantica.

La bellezza delle tasse è la metafora di un giudizio morale, un modo di dire che le tasse sono giuste, che è cosa buona pagarle perché pagarle è parte dell’essenza della cittadinanza. Essere in regola col fisco, nel linguaggio dello Stato, significherebbe essere in ordine con la propria coscienza, per aver agito non solo nella legalità, ma anche nella correttezza dei comportamenti sociali, perché le tasse, sempre nel linguaggio dello Stato, sono l’onere necessario per una società resa migliore dai servizi da esso forniti.

Nel linguaggio dei contribuenti, la parole sono diverse. Con una tassazione che arriva alla metà di quello che guadagniamo, le tasse sono il cappio al collo delle imprese, sono l’aggressiva sottrazione dei nostri guadagni, sono ciò che impoverisce noi e le nostre famiglie per mantenere il ceto dei governanti. Più che il contributo pagato per un maggior benessere collettivo, sono il fio dovuto per essere al di qua della soglia di chi governa e, governando, non ha limiti nel decidere quanto e come tassarci.

Nessun palese legame mutualistico vediamo tra quello che paghiamo e i servizi che lo Stato rende alla comunità. Ne è caso emblematico la tariffa comunale sui rifiuti, a cui ora è stata aggiunta una componente per servizi indivisibili che rende impossibile avere anche solo una minima idea del rapporto tra quello che paghiamo e la qualità del servizio reso. Secondo stime della CGIA di Mestre, negli ultimi dieci anni, tra cui quelli successivi all’esito referendario sulla gestione dei servizi locali, le tariffe dei principali servizi pubblici hanno registrato un aumento record, mentre l’inefficienza della loro gestione rende sempre più evidente che vi possono essere alternative migliori alla gestione pubblica. In altro settore, che la spesa sanitaria regionale sia coperta in buona misura con una tassa sulle imprese (l’IRAP) vuol dire slegare del tutto l’obbligazione tributaria dalla spesa che copre. 

Se è questo legame che dovrebbe giustificare la virtù delle imposte, prima di ribadire che sono belle, coloro che ci governano dovrebbero farci sapere chiaramente cosa ne fanno. Altrimenti, in un sistema di tassazione che conosce solo la strada dell’aumento, continueremo ad avere l’impressione che, tolti gli apparenti sforzi delle varie spending review, esse servano soltanto a giustificare la loro esistenza.

Cercasi banche di sistema disperatamente

Le banche sono state al centro dell'intero sistema economico italiano. Il capitalismo di relazione ha di fatto bloccato l'economia con patti più o meno segreti che hanno cercato di mantenere uno status quo. Un intervento delle banche era sempre benvenuto dai governi al fine di raggiungere determinati obiettivi politici per delle aziende particolarmente «sensibili». Questi accordi sono alla base del capitalismo all'italiana: quello dí relazione. Una relazione che avvicina determinati «industriali» ai principali istituti di credito e che vedono come terzo partner interessato lo Stato italiano. Il capitalismo di relazione non ha mai previsto un'indipendenza totale delle aziende private. Nel momento del bisogno c'era sempre una banca spinta dal governo pronta ad aiutare. Quanto è stato dannoso un sistema del genere? Di fatto questo interventismo economico dello Stato mediato dalle banche ha bloccato anche l'arrivo di capitali esteri, interessati allo sviluppo di aziende italiane. È stato il caso della vecchia Alitalia nel momento in cui i francesi di AirFrance-Klm volevano prenderne il controllo nel 2008. Ancora prima era stata Telecom Italia al centro delle attenzioni di America Movil e di At&t: in quel caso, l'italianità era stata difesa dalle banche di sistema tramite la scatola Telco, la cui maggioranza era nelle loro mani.

Quella stessa scatola che è venuta meno alla fine dello scorso anno, quando gli spagnoli di Telefonica avevano prima deciso di prenderne il controllo e successivamente di smontarla. Il capitalismo di relazione sembrava essere terminato con l'operazione Telefónica-Telecom Italia, nonostante le proteste di senatori che volevano mantenere lo status quo del sistema.

Qualcosa è davvero cambiato allora? Telecom Italia sembrava dimostrare che il clima potesse cambiare. Le banche di sistema sembravano avere sempre meno potere e pareva che di fatto fossero meno inclini a scendere ad accordi con i diversi governi che pretendevano un determinato interventismo. Indubbiamente la crisi bancaria aveva reso più deboli le banche stesse che dovevano tornare a focalizzare i propri investimenti più in funzione del ritorno finanziario che in funzione della spendibilità politica. Ora è il turno della crisi della società energetica Sorgenia. E ancora una volta le banche sono tornate al centro dell'azione. Il caso della società della famiglia De Benedetti sembra indicare che questo capitalismo di relazione sia tornato in auge.

L'accordo raggiunto pochi giorni fa dimostra ancora una volta che le banche non abbandonano gli «amici» nei momenti di difficoltà; specialmente quegli amici che controllando direttamente i giornali hanno ancora una certa influenza. Situazione un po' differente invece da quanto successo in Alitalia, dove le banche hanno accettato il taglio del debito in cambio dell'entrata del nuovo socio forte Etihad: in questo caso il piano industriale proposto dalla nuova Alitalia insieme ai soci emiratini è indubbiamente forte e nel medio periodo è previsto anche un ritorno all'utile. Le banche, dunque, continuano a rimanere al centro del sistema Italia, ma un po' meno da protagoniste. I prossimi mesi saranno decisivi poiché nuove partite si apriranno e il ruolo del capitalismo di relazione rischia di ritornare in auge.

Da Panorama, 31 luglio 2014

Liscia, gassata, depurata: il successo dei chioschi con l’acqua del sindaco

Si torna a prendere l’acqua alla fontana, come negli anni Cinquanta. Un pezzo consistente del Paese sembra aver vinto l’atavica diffidenza per gli acquedotti nazionali ed è tornato a bere acqua pubblica. L’avanzata delle case dell’acqua è più di un dato di fatto, è un successo. A fine 2013 si sono contati 817 chioschi: erano meno della metà354  -nel 2011. Le aree di prelievo pioniere hanno già vent’anni d’età: Buccinasco, Parco Sud di Milano. Ma ancora nel 2008 in Toscana c’erano due punti, oggi sono sessanta. L’ex sindaco di Firenze, Matteo Renzi, ne fece aprire uno in piazza della Signoria, il primo autorizzato dalle soprintendenze in un centro storico. E Milano è diventato il centro del progetto italiano, abbracciato dal ministero dell’Ambiente: “Obiettivo strategico nazionale”. Oggi in Lombardia ci sono 382 casette, quasi la metà del totale nazionale.

L’esperimento dell’acqua alla spina è semplice, e forse anche per questo di successo. Il cliente ripresenta al chiosco con le proprie bottiglie, preferibilmente di vetro, e preleva da una macchina erogatrice l’acqua pubblica. I limiti al prelievo sono alti: da sei litri a persona fino a cinquanta. Il costo è nullo (o di 5 centesimi al litro) in caso di acqua liscia e tra I sei 10 centesimi se si chiede di mineralizzarla. Si schiaccia un pulsante e si mette la bottiglia sotto la fontana sapendo che l’acqua che scende ha la stessa origine di quella che ci arriva dal rubinetto, solo che è filtrata a valle, spesso refrigerata e sottoposta a controlli settimanali da parte dell’Arpa. «È più buona di quella di casa, lo dicono i cittadini». Così dice il sindaco di Pioltello, provincia di Milano. L’acqua di casa, spesso, ha il problema che nell’ultimo miglio – la conduttura condominiale – non c’è stata manutenzione recente e sapore e qualità vengono alterati dalle impurità. Le “case dell’acqua”, invece, sono inserite in luoghi protetti (la Coop, l’Ikea) o in parchi chiusi la notte per evitare il l’alterazione dei filtri e i pediluvi.

In queste stagioni si stanno allestendo chioschi anche al Sud (14 in Campania, 5 in Sardegna), ma la novità è l’esplosione dei self-erogatori nei centri medio-piccoli e nei paesi. Nell’autunno 2013 si sono inaugurate casette dell’acqua ad Angri (nel Salernitano), a Poggiomarino (nel Napoletano, è la seconda), a Busseto (Parma), Monsano (Ancona), Caltagirone (Catania). A Caltagirone, iniziativa pubblico-privata applaudita da due deputati Cinque Stelle, si paga con una card elettronica disponibile dall’edicolante: 4 centesimi la naturale e 6 centesimi la frizzante. Un quarto degli italiani oggi vive in un territorio che ospita case dell’acqua.

L’installazione di un distributore di acqua filtrata costa dai 15 ai 50 mila. Sono soldi di Regioni, Province e Comuni, o delle municipalizzate controllate. La Lombardia, per dire, nel 2011 ha investito 800 mila euro per avere acqua pubblica sicura, far diminuire la plastica circolante, abbattere l’anidride carbonica prodotta per gli spostamenti della merce da supermercato. L’Istituto Bruno Leoni, che sul tema ha prodotto due dossier, ha preso il punto di vista delle aziende di acque minerali e ha attaccato: «Se i chioschi fossero iniziative di mercato rappresenterebbero uno strumento di libertà per i consumatori, ma sono parte del servizio pubblico e quindi un investimento discriminatorio per chi continua a bere l’acqua del rubinetto e paga i costi per gli altri». Un investimento ingannevole, «quando si mostra il risparmio dieci volte rispetto all’acqua minerale, prodotto di altra qualità e spesso utilizzato a fini terapeutici». L’istituto Leoni calcola che gli 817 chioschi fin qui allestiti sono costati 24 milioni più altri 5 milioni ogni anno per controlli e manutenzione. Un’inchiesta di Altroconsumo, tra l’altro, ha parificato le acque del rubinetto a quelle delle case refrigerate: «I nostri test dicono che si equivalgono». Mario Soldano, sindaco di Cologno Monzese: «Spendiamo 9 mila euro l’anno e quando il servizio è rimasto fermo siamo stati sommersi dalle proteste».

Da La Repubblica, 30 luglio 2014

Continuano a chiamarla competitività

Dopo riunioni intense e lavori in notturna, è arrivato in Aula al Senato il decreto competitività su cui il governo ha posto la fiducia. Si tratta di un maxiemendamento che tocca gli argomenti più disparati, dall’Ilva all’anatocismo, dalle bollette ai debiti della Pa, il cui scopo è rilanciare la capacità di produrre ricchezza.

Quanto però il paese sia resiliente al cambiamento e all’innovazione lo si vede non da ciò che nel decreto c’è ma da ciò che manca. Un esempio su tutti sono gli emendamenti bocciati in commissione che abbozzavano una leggera liberalizzazione nel settore del trasporto pubblico non di linea, niente di rivoluzionario, solo la rimozione di qualche barriera anacronistica che differenzia il servizio taxi dal noleggio con conducente (Ncc). Non si trattava di ridisegnare il sistema sul modello di concorrenza assoluta perseguito da Trevis Kalanick, il fondatore di Uber che ama “distruggere i monopoli”, ma semplicemente, come ricorda in un recente studio sul tema l’Istituto Bruno Leoni, di seguire le proposte che da almeno un decennio segnala l’Antitrust: eliminare barriere all’ingresso, tariffe minime e distorsioni concorrenziali.

Leggi il resto su Il Foglio, 26 luglio 2014

Big. Il ritorno delle fusioni tra giganti

Grande è bello? Questa semplice domanda è tornata di moda nell'ultimo periodo, dato che le fusioni tra le aziende sono cresciute del 75 per cento in valore rispetto allo scorso anno. Negli ultimi giorni, tra sussurri e offerte pubbliche, la tendenza di completare aggregazioni tra colossi sembra essere confermata.
Prima è balzato agli onori della cronaca il tentativo di scalata da parte di 21st Century Fox, il colosso dei media e delle produzioni di Hollywood controllato da Rupert Murdoch, che ha offerto 80 miliardi di dollari per prendersi Time Warner. Successivamente si sono sparse sui mercati le voci, subito smentite, su un possibile accordo tra Fiat e Volkswagen, per creare il primo gruppo automotive mondiale
Cosa sta succedendo? Indubbiamente, nonostante tutte le resistenze, il mondo sta diventando sempre più globale e competitivo. A volte è lo sviluppo della tecnologia che modifica il mercato stesso. Basti pensare alle telecomunicazioni: Amazon produce ormai smartphone e serie televisive e il colosso americano At&t ha conquistato il primo operatore via satellite negli Stati Uniti, Direct Tv.

Il mercato unico digitale sta diventando una realtà ed è la ragione per la quale gli operatori sono sempre più grandi e sempre più globali. C'è una forte concorrenza orizzontale, in termini geografici, e una competizione verticale nel settore, dove chi produce contenuti diventa un competitor diretto di chi trasmette dati, le classiche Telecom, o addirittura concorrente di servizi di e-commerce. È chiaro che in un mercato che diventa sempre più ampio è necessario avere dimensioni sempre maggiori e con una diversificazione molto spinta. Al tempo stesso i regolatori devono comprendere e agire al fine di favorire la nascita dí questi colossi.

In Europa troppo spesso la Commissione europea ha mostrato timidezza in questo senso, bloccando le fusioni tra operatori. Un altro esempio, sempre nel settore tecnologico, ,deriva dall'acquisto di Nokia Devices da parte di Microsoft. in questo caso il gigante del software americano ha deciso di entrare nella produzione di smartphone per cercare di non perdere terreno nel confronti dei suoi maggiori competitor.
La fusione ha provocato un taglio di 18 mila posti di lavoro. Le economie di scala che nascono dalle fusioni portano inevitabilmente a una razionalizzazione delle attività per aumentare la competitività aziendale. Quasi fosse un processo di distruzione creativa, ma con conseguenze non certo facili da sopportare a livello sociale.
Tuttavia è quasi inevitabile questo processo di distruzione e nel medio periodo le aziende saranno sempre più efficienti e creeranno nuovi posti di lavoro. L'onda tecnologica mostra proprio come si stiano creando nuovi posti di lavoro ad alto valore aggiunto nel mercato unico digitale. Le start-up nascono e crescono veloci, soprattutto negli Stati Uniti, dove la legislazione tende a essere maggiormente favorevole al business. Nei paesi europei e in particolare in Italia, invece, il fisco oppressivo e una burocrazia eccessiva tendono a bloccare il processo creativo. Le fusioni sono dunque necessarie nei mercati sempre più grandi e sempre più globali. Un altro esempio deriva appunto dal mondo dell'automobile dove il primo produttore mondiale ha poco più del 10 per cento del mercato, mostrando una grande possibilità di integrazione futura.
Se non vedrà il matrimonio Fiat-Volkswagen, molto probabilmente nei prossimi anni il settore andrà comunque in direzione di case automobilistiche sempre più globali. Per potere competere è necessario avere una presenza nei paesi maturi e in quelli in via di sviluppo. Il primo mercato automotive è quello cinese e quasi il 50 per cento delle vendite sono effettuate in Asia.
Gli stessi produttori cinesi stanno crescendo e aziende che producono meno di 6 milioni di veicoli avranno difficoltà a resistere da sole. Essere grandi quindi non è una questione di estetica, quanto una necessità per potere sopravvivere di fronte alla crescita di gruppi asiatici e per potere competere in mercati sempre più complessi e grandi.

Da Panorama, 24 luglio 2014
Twitter: @AndreaGiuricin

Perchè seppellire l'unica riforma liberale (utile alla gente e all'erario) che è stata fatta in questo Paese?

Premetto che sono un estimatore, e amico, di un giovane, per dirlo in termini calcistici, «un '80», Alberto Mingardi: non è né un Erasmus, né un Telemaco, ma semplicemente una delle menti più lucide fra i nostri giovani, per di più un liberale come me, anche se più «puro» di me.

Alberto, che scrive indifferentemente sul Wall Street Journal o sui grandi giornali italiani, ha pubblicato sul Corriere un pezzo esemplare sulla Sanità Lombarda che invito tutti a leggere; purtroppo nessuno ha sollevato il dibattito che il tema imponeva. Confesso pure che c'è un aspetto egoistico da parte mia nell'affrontare questo tema: pur vivendo in Svizzera, alla mia età sapere che al di là del confine, che attraverso di frequente, posso finire sia in un nosocomio pubblico che in uno privato, con la certezza di avere lo stesso trattamento, mi tranquillizza. Alla luce del recente «Libro Bianco» sul sistema socio-sanitario in Lombardia, del Governatore Maroni, temo che non sarà più così, e ciò mi preoccupa molto.

Leggi il resto su Italia Oggi, 23 luglio 2014

Uber sfida i taxi romani. +20% di clienti al mese

Il servizio Taxi di Roma rimane parcheggiato nei bassifondi delle graduatorie europee e le applicazioni come Uber il programma per smartphone che permette di trovare vetture alternative grazie a un tocco di polpastrello scala le classifiche dei download (+19% al mese). Secondo l'ultimo report dell'Istituto Bruno Leoni però «l'avvento di smartphone e nuove tecnologie ha ormai rivoluzionato il settore» tanto da rendere non più rinviabile una "deregulation". Anche perché «nei Paesi stranieri che hanno messo in pratica le liberalizzazioni - dall'Irlanda, alla Svezia - si è registrata una riduzione media delle tariffe e un significativo aumento della domanda» dei consumatori.

RANKING EUROPEI
L'ultima indagine Eurostat piazza i taxi della Capitale al penultimo posto per qualità del servizio, davanti solo a Lubiana, e dietro a tutte le grandi metropoli del continente. E anche il costo delle corse dentro al Raccordo è maggiore rispetto a Napoli, Palermo, Bologna e Firenze. Ecco perché molti consumatori decidono di rivolgersi altrove. E Uber, spiegano dall'headquorter italiano della società nata a San Francisco quattro anni fa, «oggi cresce a una media del 19-20% ogni mese e negli ultimi mesi a Roma c'è stata un'ulteriore accelerazione».
Questa app – presente ormai in ottanta città di tutto il mondo, da Amsterdam a Singapore, da Londra a Melbourne, e in Italia a Roma e Milano – si scarica gratuitamente e permette di visualizzare su una mappa la posizione in cui si trova l'utente e quella dell'auto con conducente più vicina. In pochi secondi viene calcolato il tempo di attesa previsto e e per la prenotazione basta un click. Il pagamento avviene con carta di credito e i prezzi sono circa il 20% superiori a quelli dei taxi. Una differenza che però non spaventa i consumatori, se è vero che oggi Uber capitalizza 17 miliardi di dollari, ovvero di più di due giganti dell'autonoleggio come Hertz ($12.5 miliari) o Avis/Budget Group (6.32 miliardi).

CLIENTI E PREZZI
Secondo l'ultimo rapporto dell'Istituto Bruno Leoni sul “Servizio di Taxi e auto a noleggio” le nuove tecnologie «hanno fatto venire meno le distinzioni» tra auto bianche e Ncc. «Nel 1993 – spiega Diego Menegon di Ibl – la giurisprudenza poteva ancora sostenere che le “attività di servizio di taxi e di noleggio con conducente si differenziano per la natura del servizio effettuato”. Ma oggi l'evoluzione tecnologica e la possibilità di reperire con un semplice sms la macchina più vicina consente di metterlo in dubbio». Secondo Menegon, che ha curato il rapporto, «nonostante le distinzioni normative, gli Ncc svolgono di fatto un ruolo almeno in parte sostitutivo del taxi». Rivolgendosi alla stessa clientela: «Oggi l'applicazione Uber si è diffusa anche tra la clientela occasionale».
Ecco perché, secondo l'Istituto Bruno Leoni, serve una vera liberalizzazione. «Lo suggeriva già nel 2006 l'Autorità per la concorrenza. Ora è venuto il momento di abolire quelli che l'Antitrust ha individuato come “elementi di discriminazione competitiva tra taxi e Ncc in una prospettiva di piena sostituibilità dei due servizi”.
In questo modo si otterrebbe una riduzione media delle tariffe e un significativo aumento della domanda».

Da Il Messaggero, 23 luglio 2014

Autopubbliche. Superare le vecchie regole

Taxi e auto a noleggio con conducente si contendono oggi un mercato simile, la cui domanda è costituita dalle esigenze di spostamento più o meno imprevedibili delle persone. Rispetto a un’epoca, non lontana nel tempo ma molto distante per tecnologia, in cui per avere il servizio di auto pubbliche si era costretti a recarsi “su piazza” o prenotare da telefono fisso una corsa, oggi l’innovazione tecnologica rende facile e rapido trovare l’auto più vicina, sia dell’uno che dell’altro servizio. L’IT ha consentito il superamento del servizio taxi come servizio di interesse pubblico, rendendo taxi e NCC parte di un’unica offerta integrata.

Il Briefing Paper “Servizio di taxi e auto a noleggio: il narcisismo delle piccole differenze” (PDF) di Diego Menegon - fellow dell'Istituto Bruno Leoni - esamina l’adeguatezza dell’attuale disciplina delle auto pubbliche, che ancora distingue taxi e NCC, rispetto alla domanda e alle possibilità offerte dall’IT, proponendo alcune modifiche per superare gli anacronismi di una legislazione ormai di fatto superata.

“Il settore del trasporto non di linea - conclude Menegon - ha bisogno di aprirsi alla concorrenza e all’innovazione per soddisfare una domanda e bisogni in continua evoluzione. Ogni restrizione all’uso delle nuove tecnologie dell’informazione in difesa di una categoria da proteggere dalla concorrenza avrebbe ricadute negative non solo sui consumatori, ma anche sulle prospettive del settore, visto che la chiusura del mercato avrebbe come effetto il soffocamento di ogni stimolo a progredire e migliorare i servizi”.

Il paper “Servizio di taxi e auto a noleggio: il narcisismo delle piccole differenze” di Diego Menegon è liberamente disponibile qui (PDF).

Taxi ed Ncc, due mondi destinati all’integrazione

Il punto lampante di come sta cambiando la mobilità cittadina è uno: i due servizi, taxi e noleggio con conducente, sono ormai convergenti. È stata la tecnologia ad avvicinare gli ambiti. Gli smartphone, ovviamente, e l’iperconnessione in mobilità dei cittadini. Così come, per esempio nel caso dei primi, l’innovazione aveva già di molto staccato le (ex) auto gialle dai posteggi pubblici per farle circolare più virtuosamente tramite radiotaxi e, più di recente, app di geolocalizzazione.

“Un Ncc e un tassista, all’atto pratico, sono oggi molto più simili di quanto non fossero venti anni fa – scrive Diego Menegon, ricercatore ed economista dell’Istituto Bruno Leoni, in un paper in cui delinea una serie di soluzioni – ciò non solo perché la scarsità dei secondi conduce spesso il cliente a prenotarli in anticipo, ma anche perché lo sviluppo tecnologico ha consentito ai primi di essere più facilmente raggiungibili. Di conseguenza, essi oggi si trovano in concorrenza l’uno con l’altro per soddisfare un segmento importante del mercato”.

Leggi il resto su Wired.it, 23 luglio 2014

Clicca per scaricare il Paper "Servizio di taxi e auto a noleggio. Il narcisismo delle piccole differenze" di Diego Menegon

File al parco per prendere l'acqua di rubinetto

Libero anticipa l'inchiesta di Luciano Capone per l'Istituto Bruno Leoni dal titolo "Limpido come l'acqua. Il lato oscuro delle «case dell'acqua»".

Per circa duemila anni le persone si sono approvvigionate di acqua in luoghi pubblici come fiumi, laghi, sorgenti o pozzi e fontane. A partire dal dopoguerra la distribuzione dell' acqua potabile è giunta in ogni singola casa, comportando un declino di fontane e fontanini. Negli ultimi anni c'è stata un'inversione di tendenza, con una rapida propagazione negli spazi pubblici delle "case dell'acqua", discendenti delle vecchie fontane. Questi impianti distribuiscono acqua proveniente dall'acquedotto attraverso appositi erogatori con in aggiunta la possibilità di refrigerarla o renderla frizzante. Si è passati dalle 354 nel 2011 alle 817 nel 2013. Sono tutti impianti costruiti con fondi pubblici, erogati da Regioni, Province e Comuni, o in alcuni casi alle Autorità di ambito (Ato) o dalle multiutility controllate dagli enti locali. La regione con il più alto numero di installazioni è la Lombardia (circa i1 47%) grazie a un investimento regionale di 800.000 euro solo nel 2011, provvedimenti simili sono stati adottati anche dalla Campania. Altre volte dagli ATO (autorità di ambito ottimale) e si tratta di cifre tutt'altro che trascurabili: l'Ato del Sele con una delibera del 2012 ha destinato alla costruzione di case dell'acqua un importo di 380 mila euro, la cosa sorprendente è che, secondo i dati sulle perdite idriche, l'area del Sele è tra quelle con le performance peggiori, con perdite che sfiorano i170%. Oltre agli Ato, molto attive nel finanziare le case dell'acqua sono anche società pubbliche come Hera, Iren, Cap Holding e altre multiutility. Solo la Cap Holding, che opera nella provincia di Milano, nel corso del 2012 ha inaugurato 15 nuove case dell'acqua, per 325 mila euro e speso per "interventi su impianti e case dell'acqua" altri 167 mila euro. Bisogna considerare che ogni installazione ha un costo medio di 30 mila euro, quindi per la costruzione delle oltre 800 case dell'acqua gli enti pubblici hanno investito circa 24 milioni di euro, a cui vanno aggiunti i costi di gestione e manutenzione, una cifra che va dai 6 agli 8 mila euro (altri 5 milioni di euro Fanno).

La motivazione che sta alla base di questi ingenti investimenti è di tipo ambientale, la sensibilizzazione dell'opinione pubblica al consumo dell'"acqua pubblica" al posto delle acque minerali imbottigliate al fine di evitare le emissioni e ridurre i costi di riciclo delle bottiglie. Inoltre i consumatori avrebbero anche un vantaggio economico dall'acquisto di un'acqua che costa intorno ai 5 centesimi al litro, mentre il prezzo dell'acqua in bottiglia è intorno ai 20/30 centesimi. Ma il confronto non può essere fatto con le acque minerali che sono completamente diverse, bensì deve essere fatto con l'acqua del rubinetto di casa che è esattamente la stessa erogata dai chioschi e il cui costo medio è almeno 10 volte inferiore, 0,2 centesimi/litro. Secondo un'inchiesta di Altroconsumo «le analisi parlano chiaro: il confronto tra acqua delle fontanelle pubbliche e quella delle case dell'acqua dimostra che gli acquedotti svolgono bene il loro lavoro. Le due acque dal punto di vista della qualità si equivalgono». La conclusione paradossale è che l'installazione di queste strutture, non solo è inutile perché «non c'è motivo per preferire l'acqua delle casette a quella di casa», ma addirittura controproducente perché «se si prende apposta la macchina per rifornirsi di bottiglie, ci perde sia il portafogli sia l'ambiente». Se il vostro comune vi dicesse che ha intenzione di spendere 30 mila euro più altri 6 mila euro l'anno per vendervi a un prezzo dieci volte superiore la stessa acqua che sgorga dai rubinetti delle vostre case, la riterreste una buona idea?

In conclusione, il finanziamento pubblico delle moderne fontanelle è:

1) Ingiustificato, in quanto aggiuntivo al già garantito servizio universale di acqua potabile.
2) Discriminatorio nei confronti dei cittadini che preferiscono bere acqua minerale o acqua di casa, costretti da contribuenti a partecipare alla spesa di queste strutture.
3) Distorsivo della concorrenza in quanto penalizza i produttori e le attività che operano nel settore delle acque minerali.
4) Ingannevole nel far ritenere agli utenti di poter risparmiare rispetto al costo dell'acqua in bottiglia, come se si trattasse di prodotti equivalenti.
Si tratta invece di un prodotto analogo all'acqua domestica, venduto ad un costo 10 volte più elevato e che ha un impatto negativo sull'ambiente se i consumatori producono emissioni per raggiungere le case dell' acqua. Ma forse la realizzazione delle "case dell'acqua" serve a soddisfare la sete mediatici da "taglio dei nastri" degli amministratori locali.

Da Libero, 16 luglio 2014
Twitter: @lucianocapone

Chioschi dell'acqua: invasione pubblica di un mercato privato

Negli ultimi anni, è aumentato rapidamente il numero delle case dell’acqua, distributori di acqua potabile e filtrata costruiti con soldi pubblici e gestiti dagli enti locali, direttamente o tramite loro società.

Nel focus “Limpido come l’acqua? Il lato oscuro delle «case dell’acqua»” (PDF), Luciano Capone indaga la gestione e il finanziamento dei chioschi dell’acqua, analizzando le ragioni che dovrebbero giustificare i relativi investimenti pubblici. “Se si trattasse di iniziative puramente merchant – sostiene Capone – rappresenterebbero senza dubbio uno strumento di maggiore libertà di scelta per i consumatori [...] Tuttavia, esse sono spesso - ed erroneamente - considerate parte del servizio pubblico, e come tali remunerate nelle tariffe idriche”.

Secondo Serena Sileoni, vice direttore generale dell'Istituto Bruno Leoni, “oltre ad essere ingiustificato, l'intervento pubblico a favore della costruzione dei chioschi dell'acqua è ingannevole nel far ritenere che l’acqua alla fonte possa sostituire l'acqua minerale, che è invece un prodotto diverso, e quindi anche discriminatorio nei confronti di coloro che consumano acqua in bottiglia per finalità terapeutiche, e che si trovano comunque a partecipare, da contribuenti, alle spese per la costruzione e la gestione delle case dell'acqua senza poterne usufruire”.

Il focus “Limpido come l’acqua? Il lato oscuro delle «case dell’acqua»” di Luciano Capone è liberamente disponibile qui (PDF).

Sono buoni i Flash boys?

Nathan Rothschild aveva un'informazione privilegiata: sapeva che Wellington aveva vinto. Ma qualunque cosa avesse fatto, comperare o vendere, sarebbe stata anch'essa un'informazione, che altri avrebbero sfruttato, erodendo il valore della sua. Così quella mattina in Borsa andò al solito posto vicino a una colonna, senza che nulla potesse trasparire dal suo comportamento: quello che poi avvenne fa parte delle leggende della finanza.
Oggi usare informazioni privilegiate è reato, reato è il front running, cioè "scavalcare" chi sta per eseguire un'operazione e beneficiare dell'oscillazione di prezzo che essa provocherà. Ma ogni ordine contiene un'informazione: che si è disposti a comprare un certo ammontare di titoli a un certo prezzo. Questa informazione ha valore: lo High frequency trading (Hft) è un metodo per estrarre informazioni dagli ordini. È legale? È morale? È pericoloso?

È ciò di cui tratta Flash boys, a revolt in Wall Street. Michael Lewis usa uno schema di successo: lo strumento tecnico astratto e le persone in carne e ossa, le sfide tecnologiche e le passioni, i "buoni" e i "cattivi". Così è stato con The big short per la bolla dei subprime, Moneyline per il mercato dei giocatori di baseball, Liar's poker per le obbligazioni alla Salomon Brothers. Perché la ricetta funzioni, bisogna che la questione tecnica sia spiegata in modo chiaro, e le passioni esposte in modo coinvolgente. Se qui la ricetta sembra funzionare meno bene, è perché non è facile spiegare come funziona lo Hft, ed è difficile individuare chi siano i buoni e chi i cattivi.

Leggi il resto su Il Sole 24 ore, 13 luglio 2014
Twitter: @Fdebenedetti

Gli esuberi Alitalia non coinvolgano le altre compagnie

Chi fino a ieri ha fatto la hostess o lo stewart in Alitalia vanta un “diritto” a continuare a fare lo stesso mestiere e ad essere assunto obbligatoriamente da altre compagnie?  E questo “diritto” merita di essere tutelato, anche se farne le spese è invece un giovane che volesse intraprendere quella carriera?

Il problema degli esuberi Alitalia preoccupa, comprensibilmente, l’opinione pubblica e il mondo politico. La compagnia di bandiera è stata “salvata” per l’ultima volta nel 2008, con una discussa operazione a carattere “nazionalistico”. Già allora ci furono migliaia di esuberi, gestiti con una “cassa integrazione” lunga (ed è un bene che questa volta non si faccia ricorso al medesimo strumento). L’arrivo di Etihad nella compagina azionaria di Alitalia è condizionato a un ulteriore efficientemento: e siccome questo significa persone che perderanno il posto di lavoro, nessuno può restare insensibile.

Il Presidente dell’ENAC Vito Riggio, in una intervista a “Repubblica”, ha immaginato una soluzione. L’ente da lui rappresentato, che svolge funzioni di regolamentazione e coordinamento delle complesse attività legate all’aviazione civile, specie quelle legate alla sicurezza, agirà da ufficio di collocamento per gli ex impiegati Alitalia. Non è facile individuare, tra le funzioni di controllo e vigilanza di ENAC, quella sotto cui ricomprendere un compito simile, ma tant’è. Il problema, più che quello della possibilità di ENAC di svolgere una funzione simile, è quello di obbligare la delimitazione delle prospettive occupazionali nelle altre compagnie a tutela del personale ex Alitalia. Se bene comprendiamo quanto ha dichiarato Riggio, l’ENAC, ammesso che possa farlo, dovrebbe preparare delle “liste di collocamento” da sottoporre ad eventuali altre compagnie che fossero alla ricerca di di personale, obbligandole a pescare dalla lista degli ex Alitalia per l’assunzione di nuove risorse umane di cui avessero bisogno.

Le motivazioni di Riggio sono alte e nobili: garantire un po’ di sicurezza a chi l’ha persa, e preservare un patrimonio di competenze che comunque Alitalia ha assicurato negli anni. Ma queste motivazioni alte e nobili si traducono subito nella più classica soluzione di welfare all’italiana: tutele assolute per gli insider, azzeramento delle opportunità per gli outsider, imprese private considerate alla stregua di enti pubblici, cui si può dire cosa fare e cosa no.

Easyjet o Ryan Air (esplicitamente menzionate dal Presidente dell’ENAC) avranno forse interesse ad acquisire personale competente che ha già maturato esperienza professionale in una compagnia come Alitalia. Ma è solo una possibilità. E’ altrettanto possibile che preferiscano assumere giovani e formarli, o chiamare personale proveniente da altre realtà. Essendo compagnie private, hanno la legittima aspettativa di poter scegliere loro come selezionare il proprio personale. Noi non sappiamo di che figure professionali abbiano bisogno: lo sanno loro. Se è il regolatore a scegliere di quali collaboratori un’impresa privata debba avvalersi, è lecito chiedersi che diamine significhi, oggi, l’aggettivo “privata”.

Ma non è solo nell’interesse delle compagnie aeree che fanno scalo in Italia che la soluzione di Riggio sembra impraticabile. Anche non avessimo la crisi occupazionale, specie giovanile, di cui soffriamo, c’è da pensare che il ricollocamento obbligatorio presso altre aziende rispetto ad Alitalia e alle sue collegate è un ostacolo all’ingresso nel mercato del lavoro di tutti quelli che sono al di fuori del personale Alitalia. Non si comprende perché chi ha già cominciato una certa carriera dovrebbe poterla conservare a spese di chi ne coltiva l’ambizione. L’ENAC “ufficio di collocamento” svolgerebbe così la funzione di impedire l’accesso dei giovani alle professioni, pure molto ambite, del trasporto aereo. Ma gli applausi a Riggio, per un giorno, sembrano sormontare la giaculatorie sull’occupazione giovanile.

Non lasciate che i pargoli vadano a Freemium. Il paternalismo dell’Antitrust

«Come puntualizzato dal presidente Pitruzzella nella sua relazione annuale, l'antitrust sta intensificando il proprio sforzo di vigilanza nel settore del commercio elettronico. È auspicabile che, in quest'ambito, il regolatore adotti un approccio estremamente cauto per non rallentare l'innovazione e lo sviluppo».

Lo sostiene Massimiliano Trovato, Fellow dell'Istituto Bruno Leoni e autore del Focus “L’Antitrust contro il freemium. O del fanciullino del consumatore” (PDF), che analizza i presupposti dell'istruttoria avviata dal Garante della concorrenza nei confronti di Amazon, Apple e Google e del produttore di videogiochi Gameloft per la possibile messa in atto di pratiche commerciali scorrette nella proposta al pubblico dell'app Littlest Pet Shop.

«L'indagine dell’Agcm», continua Trovato, «sembra obliterare l'impatto benefico del mercato delle app sui consumatori, che godono di un'immediatezza di utilizzo senza precedenti e approfittano, in particolare, dell'emersione di nuovi modelli di business. Tra questi, il freemium, che – contrariamente agli addebiti – garantisce una decisione di spesa più consapevole e una maggior corrispondenza tra la fruizione di un'app e l'esborso per il suo acquisto. Sarebbe miope chiudere questa strada in virtù di un infondato riflesso paternalistico».

Il Focus “L’Antitrust contro il freemium. O del fanciullino del consumatore” di Massimiliano Trovato è liberamente disponibile qui (PDF).

Sono buoni i Flash boys?

Nathan Rothschild aveva un'informazione privilegiata: sapeva che Wellington aveva vinto. Ma qualunque cosa avesse fatto, comperare o vendere, sarebbe stata anch'essa un'informazione, che altri avrebbero sfruttato, erodendo il valore della sua. Così quella mattina in Borsa andò al solito posto vicino a una colonna, senza che nulla potesse trasparire dal suo comportamento: quello che poi avvenne fa parte delle leggende della finanza.
Oggi usare informazioni privilegiate è reato, reato è il front running, cioè "scavalcare" chi sta per eseguire un'operazione e beneficiare dell'oscillazione di prezzo che essa provocherà. Ma ogni ordine contiene un'informazione: che si è disposti a comprare un certo ammontare di titoli a un certo prezzo. Questa informazione ha valore: lo High frequency trading (Hft) è un metodo per estrarre informazioni dagli ordini. È legale? È morale? È pericoloso?

È ciò di cui tratta Flash boys, a revolt in Wall Street. Michael Lewis usa uno schema di successo: lo strumento tecnico astratto e le persone in carne e ossa, le sfide tecnologiche e le passioni, i "buoni" e i "cattivi". Così è stato con The big short per la bolla dei subprime, Moneyline per il mercato dei giocatori di baseball, Liar's poker per le obbligazioni alla Salomon Brothers. Perché la ricetta funzioni, bisogna che la questione tecnica sia spiegata in modo chiaro, e le passioni esposte in modo coinvolgente. Se qui la ricetta sembra funzionare meno bene, è perché non è facile spiegare come funziona lo Hft, ed è difficile individuare chi siano i buoni e chi i cattivi.

Leggi il resto su Il Sole 24 ore, 13 luglio 2014
Twitter: @Fdebenedetti

Il rischio di smontare le liberalizzazioni

Dal 2009, l'Autorità Antitrust invia al governo le sue segnalazioni per predisporre la legge annuale per la concorrenza. Peccato che i governi succedutisi dal 2009 ad oggi questa legge annuale non hanno mai trovato il tempo di licenziarla. Pare che il ministro Guidi voglia segnare in questo senso una positiva discontinuità con i suoi predecessori. L'impressione, però, è che oggi la priorità sul fronte delle liberalizzazioni non sia andare avanti: ma, più modestamente, evitare di tornare indietro, a un'economia ancora più presidiata dallo Stato che pure molti guardano con nostalgia. Alcuni esempi, dalla cronaca politica degli ultimi giorni.

L'Antitrust ricorda che «assetti regolatori meno restrittivi consentono dì generare reddito e occupazione; la rimozione delle barriere all'entrata e dei vincoli ingiustificati che gravano sulle imprese incrementa i tassi di investimento di lungo periodo e la crescita della produttività». Se molto resta da fare, qualche passo in questa direzione è stato fatto, negli ultimi vent'anni. Per esempio, il commercio è stato progressivamente liberalizzato e da ultimo il governo Monti ha abolito i giorni di chiusura obbligatoria. Il che non significa che gli esercenti oggi debbano sottostare a una «apertura obbligatoria». Al contrario, si chiamano «liberalizzazioni» proprio perché restituiscono «libertà» alle persone e alle imprese. In questo caso, la libertà di intercettare nel modo che si ritiene migliore le necessità dei propri clienti, alzando o tenendo abbassata la saracinesca, come più pare opportuno al singolo commerciante e non ad altri che decidono per lui.

La Commissione Industria della Camera si appresta a discutere una norma che istituisce nuovamente le chiusure obbligatorie: dodici festività l'anno, di cui sei a discrezione dei Comuni. Se la norma passasse, qualcun altro tornerebbe a decidere al posto del singolo commerciante. L'Antitrust sostiene «l'esigenza di promuovere una cultura della concorrenza diffusa a tutti i livelli di governo». Nei giorni scorsi un articolo di Bloomberg ha suggerito che il governo starebbe pensando ad allargare l'ambito di applicazione dei cosiddetti golden power, per impedire a Telecom Italia di vendere la propria filiale brasiliana.

Come ha ricordato Massimiliano Trovato (leoniblog), la logica (già discutibile) dei «poteri speciali» è quella di prevenire l'ingresso di operatori stranieri in Italia in ambiti ritenuti «strategici». Ma sulla base di quale principio tali «poteri» dovrebbero essere utilizzati per decidere ciò che le imprese italiane possono o non possono fare all'estero? Anche «voci» e «rumor» come questi rivelano il tasso di penetrazione della «cultura della concorrenza». L'Antitrust raccomanda di ridisegnare la sanità italiana con l'obiettivo di «garantire la libertà di iniziativa economica e aumentare la concorrenza tra le strutture sanitarie». L'Autorità guarda alla riforma della sanità del 1992 e soprattutto al cosiddetto «modello lombardo» che, pure imperfetto come tutte le cose dì questo mondo, ha garantito servizi di elevata qualità a `fronte di una spesa sanitaria sotto controllo, grazie proprio a un certo grado di competizione fra erogatori pubblici e privati. Altri Paesi che hanno riformato la loro sanità Olanda, Germania, Spagna hanno seguito strade non dissimili da quella presa dalla Lombardia, puntando sulla concorrenza per ridurre i costi senza restringere il perimetro del servizio universale. Il Presidente della Lombardia ha presentato di recente un «Libro Bianco» che vanta i meriti del «modello lombardo», salvo proporne lo stravolgimento. Al posto della competizione, si vorrebbe una «regia» unitaria, che renda residuale il ruolo del privato e accentri più potere nelle mani dei pianificatori regionali. Si contempla anche un'opera di bonifica del vocabolario: scomparirebbe l'odiata «azienda», per tornare a una più rassicurante «agenzia sanitaria locale».

Speriamo che quelle elell'Antitrust non restino prediche inutili, ma soprattutto che non si proceda a smontare quanto di buono è stato fatto nella direzione di una più efficace separazione fra economia e Stato: privatizzando e liberalizzando. La libertà non basta a garantire la crescita, però il suo contrario cioè l'abbraccio asfissiante di regolatori, pianificatori, ministri, assessori regionali; eccetera è la strada sicura per il declino.

Da La Stampa, 9 luglio 2014
Twitter: @amingardi

Il ragazzo ucciso dallo Stato fuorilegge (che vessa noi con gli ispettori)

La morte del giovane colpito dai calcinacci staccatisi dalla galleria Umberto di Napoli deve indurre a qualche riflessione, anche perché questo è solo l'ultimo di tanti episodi. Qualche anno fa fece discutere la morte di un ragazzo, Vito Scafidi, ucciso a Rivoli dal cedimento del soffitto dell'aula del liceo. La scorsa estate una donna morì a causa del crollo di un albero, che si abbatté sulla sua autovettura. Ma l'elenco di analoghe tragedie sarebbe troppo lungo.

Un dato è chiaro: l'apparato statale è esigente fino all'inverosimile nei riguardi dei privati, che vengono vessati da norme che - dalla famigerata 626 del 1994 in poi - quasi impediscono ogni genere di iniziativa, mentre è del tutto incapace di gestire in maniera responsabile ciò che è sotto il suo controllo. È di queste ore lo sfacelo del fiume Seveso, che è esondato a Milano causando danni di varia natura, e tale disastro è da imputarsi ad anni di incurie da parte delle amministrazioni pubbliche di ogni colore.
Tutto ciò è grave, dato che uno dei pilastri dei nostri sistemi politici - che si parli di rule of law, come nel mondo anglosassone, oppure di Stato di diritto, come da noi, in Francia o in Germania - è che tutti devono sottostare alle medesime regole. Non esiste insomma un sistema legale per i governanti e uno per i governati, ma l'intera società dovrebbe essere vincolata al rispetto delle stesse norme.

Leggi il resto su Il Giornale, 10 luglio 2014

Gare gas, Ibl: bene Autorità su delta Vir/Rab. Probabile “saldo positivo” per consumatori

Le gare per la distribuzione gas sono imminenti: è importante rimuovere gli ostacoli alla contendibilità degli affidamenti, e la soluzione proposta dall'Autorità per l'energia in merito al delta Vir/Rab (cioè la discrasia tra i valori degli asset "contrattualizzati" e quelli "regolati" ai fini del rimborso da corrispondere al gestore uscente) appare un ragionevole compromesso nella giusta direzione.

Lo sostiene il Policy Paper dell'Istituto Bruno Leoni "A chi ha sarà dato? La distribuzione locale gas, il delta Vir/Rab e la concorrenza". Nel paper Ibl rileva che "la proposta dell'Autorità per l'energia di introdurre - qualora la gestione di una rete di distribuzione locale gas fosse affidata a un newcomer in esito a una procedura competitiva - una nuova componente tariffaria a copertura del relativo delta Vir/Rab appare coerente con gli obiettivi che l'Aeegsi è tenuta a perseguire. Tali obiettivi sono la promozione della concorrenza, il contenimento dei costi e la creazione di un ambiente normativo certo e stabile”. La distribuzione locale gas, pur essendo stata aperta formalmente alla concorrenza per il mercato sin dal decreto Letta (2000), di fatto arriva oggi, per la prima volta, a misurarsi col mercato. Questo richiede non solo l'indizione di gare disegnate in modo pro-concorrenziale, trasparenti e aperte, ma anche l'eliminazione, per quanto possibile, delle esistenti barriere all'ingresso."

Sotto il profilo dell'impatto sui consumatori attraverso le tariffe, a fronte di un onere massimo teorico stimato da alcuni di 6-7 miliardi (nel caso improbabile in cui tutte le gare fossero vinte da newcomer con la conseguente necessità di corrispondere riscatti per tutti gli impianti) – onere che scende a 1,4-1,6 miliardi in uno scenario più verosimile – secondo l'Ibl “è molto probabile che sull'aggregato di tutte le risultanze delle gare”, che includeranno anche i guadagni di efficienza indotti dalle procedure, “le conseguenze della proposta Aeegsi daranno favorevoli al consumatore”.

Da Staffetta Quotidiana, 25 giugno 2014

Ibl: “Gare gas, condivisibile soluzione Autorità su Vir/Rab”

Una soluzione non indolore ma necessaria. In sostanza è questo il giudizio dell'Istituto Bruno Leoni sugli orientamenti prospettati dall'Autorità per l'Energia in tema di scostamento tra Vir e Rab per la valorizzazione delle reti di distribuzione gas in vista delle prossime gare.

Il tema è ormai noto: l'eventuale gestore subentrante dovrà riconoscere a quello uscente il valore industriale residuo degli impianti non pienamente ammortati tecnicamente. I criteri per quantificarlo sono due: il Vir, che è frutto del rapporto contrattuale con l'ente appaltante, e la Rab, ossia il valore a fini regolatori. Il primo è mediamente più alto della seconda. Anche perché, sottolinea non senza malizia il report di Ibl, gli enti appaltanti sono spesso azionisti degli operatori concessionari.

Insomma, costringere i partecipanti alla gara a un sforzo economico più elevato può rappresentare una consistente barriera d'ingresso, a favore di chi ha già la concessione.

Adeguare il Vir alla Rab, sostiene Ibl, esporrebbe al rischio di contenziosi, mentre alzare la Rab al livello del Vir farebbe aumentare i costi per i consumatori e scoraggerebbe comunque la partecipazione alle gare.

L'Autorità ha quindi proposto di introdurre una nuova componente tariffaria che, solo in caso di vincita della gara di un "newcomer", vada a coprire la differenza tra Vir e Rab. Una soluzione che l'Istituto giudica "coerente con gli obiettivi" di promozione della concorrenza, contenimento dei costi e creazione di un ambiente normativo stabile.
Il meccanismo dovrebbe infatti abbassare le barriere d'ingresso, ed il conseguente aumento della concorrenza potenziale dovrebbe contribuire a ridurre i costi, compensando così l'aggravio in bolletta. Infine, verrebbe finalmente definito un quadro normativo e regolatorio certo, nel quale "il valore degli asset sia non ambiguo".

Ora si attende che gli orientamenti dell'Autorità vengano codificati in una delibera.

Da Quotidiano Energia, 20 giugno 2014

Gare gas: bene la soluzione AEEG sul delta VIR/RAB

Le gare per la distribuzione gas sono imminenti: è importante rimuovere gli ostacoli alla contendibilità degli affidamenti, e la soluzione proposta dall’Autorità per l’energia in merito al delta Vir/Rab (cioè la discrasia tra i valori degli asset “contrattualizzati” e quelli “regolati”) appare un ragionevole compromesso nella giusta direzione. Lo sostiene il Policy Paper dell’Istituto Bruno Leoni “A chi ha sarà dato? La distribuzione locale gas, il delta Vir/Rab e la concorrenza” (PDF).
 
Si legge nel Policy Paper: “la proposta dell’Autorità per l’energia di introdurre – qualora la gestione di una rete di distribuzione locale gas fosse affidata a un newcomer in esito a una procedura competitiva – una nuova componente tariffaria a copertura del relativo delta Vir/Rab appare coerente con gli obiettivi che l’Aeegsi è tenuta a perseguire. Tali obiettivi sono la promozione della concorrenza, il contenimento dei costi e la creazione di un ambiente normativo certo e stabile. La distribuzione locale gas, pur essendo stata aperta formalmente alla concorrenza per il mercato sin dal decreto Letta (2000), di fatto arriva oggi, per la prima volta, a misurarsi col mercato. Questo richiede non solo l’indizione di gare disegnate in modo pro-concorrenziale, trasparenti e aperte, ma anche l’eliminazione, per quanto possibile, delle esistenti barriere all’ingresso.”
 
Il Policy Paper “A chi ha sarà dato? La distribuzione locale gas, il delta Vir/Rab e la concorrenza” è liberamente disponibile qui (PDF).

Remunerazione energia: consigli per il nuovo periodo regolatorio

Le reti elettriche e gas hanno ottenuto in questi anni rendimenti superiori agli obiettivi della regolazione. In vista del nuovo periodo regolatorio, l’Istituto Bruno Leoni indica una serie di interventi per contenere questa voce delle bollette degli italiani.
 
Lo studio “Chi non risica rosica? La remunerazione degli operatori di rete nei settori dell’elettricità e del gas” (PDF), condotto da Rosamaria Bitetti ed Emilio Rocca, evidenzia che “Quasi tutti gli operatori esaminati hanno ottenuto nel periodo un ritorno medio sugli investimenti (Roi) superiore al rendimento target fissato dall’Autorità per l’energia”. Questo ha determinato un aggravio non necessario tra i costi sostenuti dai consumatori. Bitetti e Rocca indicano pertanto una serie di misure strutturali in vista del nuovo periodo regolatorio: “si suggerisce che l’Autorità per l’energia riconsideri le attuali componenti tariffarie, anche introducendo una maggiore esposizione al rischio per gli operatori regolati e attraverso il ricorso a strumenti di regolazione output-based”. Inoltre, “l’attuale Strategia Energetica Nazionale deve essere ripensata, specie nelle parti in cui essa estende – anziché ridurre – il perimetro dell’infrastruttura regolata, particolarmente sotto il profilo della socializzazione del rischio d’investimento”. Ulteriori problemi derivano dagli effetti perversi della Robin Hood Tax e dalla pervasiva presenza della proprietà pubblica.

Il paper “Chi non risica rosica? La remunerazione degli operatori di rete nei settori dell’elettricità e del gas” di Rosamaria Bitetti ed Emilio Rocca è liberamente disponibile qui (PDF).

Energia Concorrente: “Tagliare extra-profitti reti”

L'ottica è quella della spending revew, che sta trovando in parte il proprio compimento nel provvedimento sul taglia-bollette (QE 18/6). Ma la posizione presa oggi da Energia Concorrente contro le attività regolate di rete, sia nell'elettricità che nel gas, va ben oltre questo. Sembra anche una chiara presa di distanze dal resto del settore rappresentato da Assoelettrica, che per contro ha appena sancito l'ingresso tra gli associati di Enel Distribuzione (QE 10/3).

Partendo da uno studio dell'Istituto Bruno Leoni (disponibile sul sito di QE) dal provocatorio titolo "Chi non risica rosica", che ha analizzato i bilanci relativi al periodo 2007-2012 della stessa Enel Distribuzione, di Terna, Snam Rete Gas, Enel Rete Gas (ora 2i Rete Gas), Italgas e Stogit, l'associazione chiede di tagliarne gli extra-profitti, riportando "i parametri di redditività dei soggetti regolati entro limiti coerenti all'assenza di rischio".

L'analisi evidenzia infatti che tali extra-profitti sono stati "nell'ordine di 600-1.200 milioni di euro/anno nel periodo 2006-2012", frutto di un "ritorno medio sugli investimenti (Roi) decisamente superiore al rendimento target fissato dall'Autorità", con l'unica eccezione di Enel Rete Gas. Lo scostamento medio va dal 30% di Snam Rete Gas al 70% di Enel Distribuzione e Italgas. Ciò ha avuto un impatto in bolletta: tra il 2° trimestre 2010 e il 2° trimestre 2013 i costi di rete sono aumentati dell'11%.

Lo studio evidenzia quindi "l'opportunità di introdurre interventi diretti sia a limitare il perimetro delle attività regolate, recuperando spazio al mercato, sia a contenere la remunerazione riconosciuta, suggerendo una serie di misure volte a limitare gli extraprofitti, rimuovere gli incentivi perversi, evitare un uso improprio della qualificazione strategica delle infrastrutture, e garantire trasparenza e linearità alle politiche tariffarie".

Ma il presidente di Energia Concorrente, Giuseppe Gatti, va anche oltre. "Con l'iniziativa di oggi - afferma in una nota - intendiamo non solo contribuire all'obiettivo di ridurre il peso della bolletta energetica per i consumatori, ma avviare una più ampia riflessione sul ruolo e la posizione della distribuzione sia nel sistema elettrico sia in quello gas. In questa prospettiva credo si debba considerare con attenzione l'opportunità di una completa separazione, anche proprietaria, delle attività regolate rispetto a quelle di mercato".

In definitiva, conclude lo studio Ibl, "occorre ripensare obiettivi e strumenti della regolazione alla luce di un mondo che è cambiato profondamente, e per il quale l'obiettivo primario non è solo il potenziamento delle reti, ma la creazione, mantenimento e promozione dell'efficienza e della flessibilità nel sistema delle infrastrutture. Ciò implica una più precisa definizione del perimetro di attività dei soggetti regolati, con l'introduzione di vincoli stringenti su investimenti che possono essere più utilmente affidati al mercato e alla concorrenza tra gli operatori".

Una rivoluzione che probabilmente non piacerà a molti big dell'energia.
Intanto Energia Concorrente ha pubblicato sul proprio sito le osservazioni (disponibili sul sito di QE) al dco dell'Autorità sul capacity market e sul capacity payment transitorio (QE 5/6). Pur "accogliendo con favore" le misure proposte, l'associazione paventa il rischio che il meccanismo disincentivi la partecipazione proprio degli impianti più flessibili a causa in particolare "dell'ampiezza temporale dell'obbligazione contrattuale" e dei "vincoli imposti al mercato dei servizi dagli strike price". Si invita quindi l'Autorità a "dare attuazione, senza ulteriori ritardi, ad un meccanismo fortemente selettivo".

Riguardo al transitorio, E.C. "ritiene necessario anticipare al 2014 almeno una parte della valorizzazione della capacità flessibile", per lo meno per alcuni impianti.

Da Quotidiano Energia, 18 giugno 2014

Perché un Mondiale non fa (mai) pil. Manaus e altri stadi

Uno stadio da 42.000 posti e 300 milioni di dollari per una città di 1.800.000 abitanti. Un investimento forse sostenibile, se la città in questione non fosse Manaus, enclave urbanizzata nel mezzo della Foresta amazzonica, raggiungibile solo in aereo o via fiume. Ritmi di lavorazione dettati dalla stagione delle piogge; tecniche di costruzione appositamente studiate per ovviare all'umidità proibitiva; l'acciaio ricevuto dal Portogallo dopo venti giorni di navigazione.

Il Nacional, la più gloriosa squadra locale s'arrabatta in Quarta divisione, di fronte a poche centinaia di tifosi: per questo s'immagina di riconvertire l'impianto, dopo il Mondiale, in un penitenziario. Li chiamano elefantes brancos elefanti bianchi o "cattedrali nel deserto" e l'Arena da Amazónia ne è solo il più fulgido esemplare.
I conti del più costoso Mondiale della storia sono zavorrati da stadi grandiosi innestati in località improbabili: 190 milioni per l'Arenas das Dunas di Natal, 270 milioni per l'Arena Pantanal di Cuiabà, 850 milioni per l'Estàdio Mané Garrincha di Brasilia. Tenendo conto delle spese per le infrastrutture e di quelle per la sicurezza, con l'impiego preventivato di 170.000 uomini, l'esborso complessivo del governo e delle amministrazioni locali è stimato tra gli 11 e i 14 miliardi di dollari. E nel computo non rientrano i costi sociali, sottolineati dalle proteste di queste settimane.

E' la maledizione dei grandi eventi: tutti si affannano per organizzarli, facendo affidamento su costi controllabili e su un impulso sostanzioso al turismo, all'occupazione, all'attività economica in generale. I problemi iniziano con l'incoronazione del paese ospitante: le spese lievitano, i pretesi benefici evaporano. A nulla valgono le cautele degli economisti, che predicano contro il mito dello stimolo keynesiano impartito da Mondiali e Olimpiadi. Così, a ogni nuova tornata di selezione, abbondano i pretendenti disposti a tutto pur di ottenere l'agognato incarico. Per ragioni politiche: vecchie e nuove potenze tentano di accreditarsi sulla scena mondiale per via sportiva Cina, Brasile, Russia, Qatar. E per ragioni economiche: da un lato, il potere monopolistico del Cio e della Fifa, che non esitano a estrarre tutto il valore possibile dai paesi candidati; dall'altro, all'interno di questi ultimi, la divisione tra le minoranze organizzate che beneficiano degli investimenti (i politici che li dirigono e le imprese che li percepiscono) e la maggioranza silenziosa che li alimenta (i contribuenti).
Ecco il paradosso del Mondiale: il Brasile è condannato a vincere, ma i brasiliani sono destinati a perdere.

Da Il Foglio, 18 giugno 2014
Twitter: @masstrovato

The case for allowing negative electricity prices

Negative electricity prices have become an increasingly frequent occurrence on the power exchanges that allow them. However, there are still many power exchanges, both within and outside of the EU, that do not allow negative prices. Simona Benedettini and Carlo Stagnaro of the Italian think tank Istituto Bruno Leoni argue that, with a booming renewable sector and a weak demand outlook, negative prices are an important tool for the market to correctly price electricity. They call on all major power exchanges to adapt their rules accordingly.

Leggi il resto su Energypost.eu, 27 maggio 2014

Turkey could benefit from EU bid to diversify energy sources

The EU’s bid to diversify its energy sources and guarantee supply security could bring about the opening of the fifteenth "chapter" or EU's accession policy area on energy, currently being blocked by the Greek Cypriots, in Turkey’s accession process say experts.

Turkey has to successfully conclude negotiations in 35 policy "chapters," which require reforms and the adoption of European standards, for its EU membership.

Since 2005 Turkey has been in negotiations on 13 of these policy areas and back in November 2013, following three years of deadlock, negotiations began on chapter 22 covering regional policy after Germany lifted its block following a positive progress report in October 2013.

A spokesperson for EU Energy Commissioner Gunther Oettinger said "the Commission has been considering for years that Turkey is sufficiently prepared to start negotiations on the energy chapter," adding, "in our view the chapter could be opened and the Commission has repeatedly expressed this view in public. However, all 28 EU member states need to agree on this unanimously and so far this has not been possible."

The spokesperson continued saying that the problem with the opening of this chapter is the unresolved issue of Cyprus.

According to Samuel Doveri Vesterbye, an expert on Turkey at the Canada-based BBA consulting and engineering firm and board-member of the pro-EU-Turkey dialogue group Young Friends of Turkey, said "France has changed its position vis-a-vis Turkey, as can be see with the opening of chapter 22. Secondly, the situation in Cyprus is changing quickly. This is a result of increased U.S. pressure on the island, while Turkish, EU, local players as well as private companies are pushing for more meetings and negotiations."

Research director at the Italy-based free marketeering think tank Istituto Bruno Leoni, Carlo Stagnaro, said, "both parties would benefit from market integration and more efficient use of energy assets on either side."

There is also large scope for cooperation on energy security insofar as Turkey is a key transit country for natural gas from the EU's point of view and Europe is the most important end market for natural gas going through Turkey, Stagnaro noted.

Meanwhile, Peter Stano, spokesperson for the EU's top enlargement official Stefan Fule, explained that for the period 2014-2020 the objectives are to "improve Turkey's interconnectivity and integration with European electricity and gas markets […] and to enhance the regulatory and operational framework of nuclear safety in line with EU standards."

However, Aylin Caglayan Ozcan, head of sectoral policies department at Turkey’s EU Ministry head, says Turkey is already harmonizing its energy policies with the EU’s as if the chapter is already open as they are regarded "as works that should already be done."

Da Anadolu Agency, 18 maggio 2014

Arriva il taglia-bollette

Non verrà impugnata l'accetta, come ha fatto il governo di Madrid, ma un bel paio di forbici sì. Entro fine maggio (si parlava del 15, ma è più probabile che ci sarà uno slittamento), il ministero dello Sviluppo Economico metterà a punto il piano taglia-bollette, un insieme di misure che dovrebbe alleggerire il costo dell'energia a carico delle pmi. Federica Guidi, titolare del ministero dello Sviluppo, ne ha parlato nei giorni scorsi con il premier Matteo Renzi, perché una bozza di massima degli interventi c'è già, e le prossime settimane serviranno per le limature, per poi approdare al decreto legge. L'obiettivo è ridotto rispetto alle cifre circolate, ma più realistico: tagliare di almeno il 10%, già dal 2015, le bollette a carico delle pmi. Considerando che le piccole e medie imprese pagano mediamente dai 12 ai 15 miliardi di euro l'anno, i risparmi che si pensa di realizzare saranno perciò nell'ordine degli 1,2-1,5 miliardi.

In che modo ci si arriverà? Dopo aver sentito tutti gli attori in campo, a cominciare dalle utility, società di produzione, distribuzione e trasmissione dell'energia elettrica, e quindi Enel, Terna, A2A, Acea e così via, ma anche i gruppi industriali classificati come grandi energivori, allo Sviluppo hanno ben chiaro che nessuno uscirà contento da questa tornata di tagli, perché tutti ne saranno colpiti. Partendo dalla cifra da raggiungere, perciò, si tratta di capire come centrarla distribuendo equamente i sacrifici senza arrivare agli eccessi del governo Rajoy. Ovviamente si interverrà solo sulla parte della bolletta che riguarda gli oneri di sistema, quindi incentivi alle fonti rinnovabili e assimilate (componente A3), oneri per la messa in sicurezza del nucleare e compensazioni territoriali (componenti A2 e Mct), regimi tariffari speciali per la società Ferrovie dello Stato (componente A4), copertura del bonus elettrico (componente As), copertura delle agevolazioni per le imprese a forte consumo di energia elettrica (componente Ae) e così via. Sono voci che tutte insieme pesano per circa il 20% sul costo totale dell'energia.

Si andrà per gradi. Il taglio retroattivo e tout court degli incentivi alle rinnovabili, per esempio, non è praticabile. Meglio pensare di allungare i sussidi dagli attuali 20 anni a 30, perché ripartirli su un orizzonte temporale più lungo avrebbe l'effetto di diminuirne il peso sulla bolletta. Da questa voce si pensa di poter realizzare un risparmio di circa 400 milioni. Altra misura di cui si parla da tempo, senza risultati concreti, è la chiusura anticipata del capitolo Cip6, vecchio sistema di incentivazione già mandato in pensione dal decreto del Fare del 21 giugno 2013, ma senza che alla legge seguissero i fatti. Eppure c'è già una delibera dell'Autorità dell'Energia, pubblicata a novembre scorso, che spiega come fare. Basterebbe perciò darle immediata attuazione per risparmiare, si stima, fino a 500 milioni. Più delicato il tema delle esenzioni previste per le aziende che dispongono di reti interne private: le hanno realizzate a proprie spese e per questo sono sollevate dall'obbligo di pagare gli oneri di sistema per l'utilizzo della rete nazionale. Abolire l'esenzione non è pensabile. Meglio allora prevedere una rimodulazione, cominciando a chiedere a questa particolare categoria di imprese titolari di Riu (Reti interne di utenza) e Seu (Sistemi efficienti di utenza) un contributo, seppur limitato. La stima sui possibili benefici in bolletta, perciò, è ancora vaga.

Altro tasto dolente, sul quale al ministero dovranno necessariamente pigiare, è quello dei grandi energivori. Cinque anni fa fece scalpore il caso di Alcoa, il colosso americano dell'alluminio che dopo 14 anni di tariffe privilegiate si rifiutava di perdere il diritto alla bolletta scontata, e aveva stimato in 100 milioni l'anno le perdite causate dal pagamento di energia a prezzo pieno sulla produzione dei suoi impianti italiani di Portovesme (Carbonia-Iglesias) e Fusina (Venezia). Per le aziende energivore sono previsti bonus finanziati con gli oneri di sistema, che pesano per il 7% circa in bolletta. Il requisito che garantisce condizioni di particolare favore è la clausola dell'interrompibilità, cioè la disponibilità da parte dell'azienda a subire interruzioni di energia, qualora per ragioni sicurezza il Gestore della rete lo richieda, fornendo, quindi, un servizio al sistema.

A spiegare nel dettaglio come funziona il meccanismo è la Ccse (Cassa conguaglio per il settore elettrico) che gestisce il conto per i «contributi a copertura degli oneri connessi al servizio di interrompibilità». Terna ne ha appena pubblicato le assegnazioni per il mese in corso: si tratta di 167 Mw, la totalità di quelli disponibili, per un premio di 7 mila euro per Mw all'anno. Tra le aziende che hanno accettato il rischio di verdersi staccare temporaneamente la corrente figurano anche gruppi come Pirelli e Colgate-Palmolive. Il rischio, però, è sempre più basso. Ma siccome eliminare di colpo il bonus non si può, anche in questo caso i tecnici del ministero dello Sviluppo stanno ragionando su una sua possibile rimodulazione.

Altro privilegio ormai consolidato e da rivedere riguarda il tariffario speciale di cui beneficiano le Ferrovie, in particolare la controllata Rfi. Risale a più di 40 anni fa e garantisce uno sconto sul costo dell'energia elettrica. Carlo Stagnaro, che è tra i consulenti della Guidi, nel policy paper pubblicato per l'Istituto Bruno Leoni osserva che «tale sussidio è del tutto ingiustificato e dovrebbe essere eliminato, con un risparmio atteso di 300 milioni all'anno. Occorre precisare», si legge nel documento, «che tale intervento potrebbe condurre, nel breve termine e in assenza di riforme che migliorino l'efficienza del servizio ferroviario, a incrementare i trasferimenti di natura fiscale. Di conseguenza l'impatto aggregato potrebbe essere inferiore a quello qui indicato o addirittura nullo, pur avendo comunque conseguenze dal punto di visto redistributivo».

Più semplice il caso di altre due sacche di privilegio, di cui godono il Vaticano e San Marino. Entrambi i piccoli Stati hanno mantenuto il diritto a un'assegnazione di riserve sulla capacità di importazione di energia elettrica, che poi finisce per ricadere sulle bollette degli italiani. In questo caso, però, il problema potrebbe risolversi da solo, senza bisogno di un intervento del regolatore. La Santa Sede ha già comunicato che per quest'anno non usufruirà del sussidio, e lo stesso dovrebbe avvenire per San Marino, a partire dall'anno prossimo, con benefici attesi per circa 10 milioni di euro.

Da Milano Finanza, 3 maggio 2014

Tante sorprese nella bolletta tra mercato libero e tutelato

«Bisogna prevedere modalità di progressivo abbandono dei regimi di tutela per la vendita di energia e gas affinché siano le forze di mercato a garantire efficienza sul versante dei prezzi». Non è una frase ripescata a caso dall'archivio di un giornale dei primi anni Duemila. Sono le parole pronunciate pochi giorni fa durante un'audizione alla Camera dal presidente dell'Antitrust Giovanni Pitruzzella. Vanno nella stessa direzione propugnata da Chicco Testa, il capo di Assoelettrica: la lobby dei produttori di elettricità lamenta come meno della metà dei 300 miliardi di chilowattora consumati nell'ultimo anno in Italia sia sottoposto a meccanismi competitivi, e sollecita il superamento del "servizio di maggior tutela".

Di che cosa stiamo parlando? Per le piccole utenze il mercato dell'energia elettrica e del gas è diviso in due: libero e tutelato. La completa liberalizzazione, in vigore da inizio luglio 2007, ha fatto sì che tutti i clienti finali possano scegliere il proprio fornitore di elettricità e gas, andando a caccia delle offerte migliori. Nello stesso tempo si prevede un altro meccanismo, in teoria residuale: il "servizio di maggior tutela". Ovvero, un sistema di prezzi tariffati per clienti domestici e piccole imprese (fatturato inferiore a10 milioni e meno di 50 dipendenti) che non hanno scelto un fornitore sul libero mercato. In questo caso, a fissare i prezzi, aggiornati ogni tre mesi, ci pensa l'Autorità per l'energia elettrica e il gas (Aeeg).

Ora, dalla liberalizzazione dell'energia elettrica sono passati sette anni, mentre quella del gas ne ha appena compiuti undici. Qualcosa non è andato per il verso giusto se la stragrande maggioranza degli utenti associa il mercato libero a costi esorbitanti, scarsa trasparenza e in alcuni casi vere e proprie truffe. Certo, il fenomeno dei venditori porta a porta a porta che attivavano contratti di fornitura a clienti del tutto ignari non ha contribuito a creare un clima di fiduciaverso la libera concorrenza. Ma a forza di multe, Antitrust e Aeeg sono riuscite a contenere l'ondata di truffe.

Secondo Pitruzzella, la tutela dovrebbe essere riservata solo alle "utenze effettivamente vulnerabili", fermo restando che il passaggio al mercato dovrebbe essere "progressivo, rigidamente scadenzato". La speranza è che il settore elettrico, dove gli operatori attivi sono oltre 300 a fronte di 9 milioni di clienti, compia lo stesso sprint che ebbe quello della telefonia, dove la concorrenza ha portato vantaggi evidenti ai consumatori.

Il problema è che la scorsa estate, la stessa Autorità per l'energia ha divulgato un'indagine i cui risultati non sono esattamente uno spot per il mercato libero. Secondo lo studio, basato sui prezzi del 2011, chi è passato al mercato libero ha avuto bollette elettriche più care del 12,8% (+2% nel caso del gas) rispetto a un cliente rimasto sotto tutela dell'Aeeg. Insomma, nel mercato italiano dell'energia la concorrenza sembra non portare vantaggi al cliente finale. Ma è vera concorrenza? Fino a un certo punto.

Carlo Stagnaro, direttore ricerche e studi dell'Istituto Bruno Leoni e oggi consulente della ministra dello Sviluppo economico Federica Guidi, ha fatto notare che gli ex monopolisti «giocano arbitrando tra maggior tutela e mercato libero e non hanno alcun interesse a fare offerte commerciali aggressive a una clientela che si dimostra piuttosto pigra».
Sempre Stagnaro è stato tra i più duri critici. dell'indagine Aeeg, evidenziandone numerose carenze: un campione ridotto e un metodo discutibile, che tiene conto dei prezzi medi anziché delle offerte più competitive. Seguendo quest'ultimo metodo, infatti, il ricercatore ha scoperto che un cliente che consuma trai 5 e i 15 chilowattora all'anno avrebbe notevoli risparmi se passasse alle offerte del libero mercato. E sapete come ha fatto? Consultando il Trovagjirte: il servizio comparativo offerto dalla stessa Aeeg. «Sul piano puramente teorico, Pitruzzella ha ragione al 300 per cento dice Pietro Giordano, presidente nazionale di Adiconsum -. Il problema è che il cosiddetto mercato libero è pieno di aziende che lavorano anche nel mercato tutelato. Allora o si liberalizza davvero, e gradualmente, o è meglio lasciare tutto così com'è».

«La diffidenza verso il mercato libero è anzitutto un problema di trasparenza», è il parere di Domenico Romito, responsabile nazionale dell'associazione Avvocati dei Consumatori.
«Chi passa al mercato libero spesso non sa che gli sconti promessi scattano solo al raggiungimento di una certa soglia di consumo. Chi consuma poco non solo non risparmia ma si ritrova a pagare bollette altissime, che sembrano studiate apposta per risultare incomprensibili».

Se la speranza di Pitruzzella è condivisibile, le associazioni di consumatori fanno notare come le componenti in ballo in una bolletta energetica siano molte di più, e assai meno decifrabili, di quelle di una fattura telefonica. La ministra Guidi ha annunciato bollette «più leggere, eque e trasparenti».
Vedremo. I fatti, registrati dalle statistiche Eurostat, dicono che tra la seconda metà del 2011 e la seconda metà del 2012 la bolletta elettrica degli italiani è lievitata dell'11,2% (quasi il doppio dell'aumento registrato nella Ue) mentre quella del gas è salita del 10,6 per cento.

Da Pagina 99, 19 aprile 2014

Energia, arriva la rivoluzione fossile

Se n'è parlato per anni: la "Rivoluzione Rinnovabile" avrebbe cambiato le nostre vite. Saremmo passati presto a un sistema di produzione elettrica indipendente dal petrolio, diffuso e sostenibile, che avrebbe reso la nostra bolletta meno cara e l'atmosfera meno satura di anidride carbonica. La rivoluzione aveva degli eroi la Germania solare ed eolica e degli ideologi, che sempre in terra tedesca hanno teorizzato paragoni con il passaggio dalla trazione animale al carbone, e dal carbone al petrolio (è statala Freie Universitàt prendeteli).

Il problema è che la Rivoluzione Rinnovabile rimane sulla carta, macchiata da dubbi di marketing, e già stracciata per far posto alla vera rivoluzione ín atto: la Rivoluzione Neofossile. Ci si pensi bene: di rinnovabili ormai si parla solo in merito a quanto siano care. In Italia si stima che gli incentivi costeranno 220 miliardi di euro tra il 2009 e il 2032. In Germania il serissimo Fraunhofer Institut ha calcolato che tra il 2012 e il 2030 i tedeschi pagheranno 225 miliardi di euro per il sostegno all'installazione delle tecnologie, tanto che nel 2014 gli incentivi rappresenteranno oltre un quarto del costo totale da pagare in bolletta. Si può obbiettare che si tratti di un investimento dovuto, visto che il futuro non aspetta e non possiamo permetterci troppa CO2 aggiuntiva nell'atmosfera. Ma siamo costretti a osservare la realtà per ciò che è: a trionfare, senza troppe presentazioni e battaglie politiche, è ben altro tipo di tecnologia: la nuova estrazione di gas e petrolio,
Lo shale gas è tecnica nota da anni: anziché essere intrappolato in grandi giacimenti unificati, in questo caso il gas è contenuto in formazioni sotterranee più piccole, da perforare pneumaticamente "in orizzontale" una volta raggiunta la profondità necessaria. È grazie a esso che gli Stati Uniti diventeranno entro dieci anni esportatori netti di gas. Per quanto riguarda il petrolio, sono migliorate le tecniche di recupero del greggio dai giacimenti, e se ne riesce a estrarre economicamente anche da rocce da sbriciolare, da sabbie da centrifugare, e dai fondali marini più profondi. È così che le regioni centrali degli Stati Uniti hanno preso il titolo di Saudi America. e si ritiene che entro il 2030 gli Usa potrebbero diventare indipendenti dal punto di vista energetico. Con una nota a margine: per alcuni anni a partire dal 2017, gli Stati Uniti produrranno più petrolio dell'Arabia Saudita stessa. Prima di addentrarci in considerazioni di merito, conviene notare che tutto questo avviene per un semplice motivo: questa "Rivoluzione Neofossile" è assai più simile alle altre rivoluzioni energetiche del passato, di quanto non lo sia la supposta "Rivoluzione Rinnovabile". Questo perché diversamente da quanto non insegnino a scuola le rivoluzioni energetiche non avvengono solo perché una qualche nuova tecnologia diventa disponibile. Serva anche che si presenti la necessità di adottarla. Tale necessità, purtroppo per noi, è rappresentata dalla crisi delle risorse, che spinge alla scelta della soluzione alternativa più affidabile. È successo per il sistema dell'Inghilterra pre-vittoriana, che era entrata in crisi a causa della mancanza di risorse disponibili per alimentare i cavalli, e in parte di legno per costruire navi per il trasporto interno nei canali. L'adozione delle macchine a carbone è incominciata all'apice di una fase di problemi economici assai significativi. Nella nostra epoca digitale i segnali di crisi non mancano, e tra essi il più palese è l'esplosione del prezzo dell'olio combustibile a 147 dollari nel luglio del 2008. Sicuramente al boom ha contribuito una buona dose di speculazione come da tradizione anglosassone ma anche la reale necessità di greggia per le nuove economie ha contribuito in modo significativo.

Si è aperta anche una discussione sul fatto che nelle rinnovabili occorre investire in quanto "creano lavoro", addirittura "milioni di posti di lavoro" secondo quanto dichiarato da un Obama prima maniera in odore di berlusconismo prima maniera. Ciò è certamente vero, ma non meno vero di tante altre cose. La più ovvia è che anche le neofossili creano lavoro, e purtroppo per l'ambiente anche di più rispetto alle rinnovabili.
Questo perché la rinnovabile s'installa e abbisogna di manutenzione relativamente ridotta. Le neofossili, invece, impiegano una quantità permanente di forza lavoro addetta all'estrazione peraltro con un modello economicamente sostenibile, dovuto all'alto valore aggiunto delle risorse. Si crea così un meccanismo perverso: gli incentivi stimolano l'installazione di tecnologie rinnovabili, ma il settore rimane in vita finché ci sono nuove tecnologie da installare.
Così, non appena si riduce lo spazio disponibile tra campagne e colline per tirar su pale e pannelli, il settore entra in crisi. Il secondo aspetto riguarda il costo per il resto del sistema economico. Caratteristica peculiare delle rivoluzioni energetiche precedenti è stata il fatto che fino a ieri le nuove tecnologie hanno ridotto la spesa in elettricità e non l'anno aumentata. Per le rinnovabili, a parità di elettricità prodotta, è il contrario. È difficile quindi che una rivoluzione energetica, nel mezzo di una crisi economica in parte generata dal problema energetico stesso, possa svilupparsi grazie a tecnologie ancora inefficienti.

Dal loro punto di vista, bene hanno fatto dunque i cinesi, che per tanti anni hanno sfruttato la rivoluzione energetica per creare posti di lavoro in casa, vendendo pannelli e pale eoliche all'estero (l'installazione in Cina, paragonata al totale del sistema energetico, è stata minima). Dal punto di vista liberale, un paper dell'Istituto Bruno Leoni a firma di Luciano Lavecchia e Carlo Stagnaro riporta che per ogni green job creato se ne perdono 4,8 in altri settori (disinvestendo gli incentivi dalle rinnovabili e reindirizzandoli verso il privato di qualsiasi natura). Aspetto collegato a esso è quello relativo all'abbassamento del costo dell'installazione degli impianti. Un piccolo impianto privato da 3 chilowattora ancora nel 2010 costava circa 20 mila euro, mentre adesso l'esborso è sceso a ottomila. Incrociamo però tale informazione con altri dati: in Occidente sono fallite decine e decine di fabbriche di produzione di pannelli, e lo scorso gennaio la Cina ha dichiarato che avrebbe interrotto finanziamenti agevolati a circa il 75 per cento delle fabbriche nazionali di pannelli. Ciò significa che, a livello globale, la Cina statale stava pompando denaro nel settore per abbassare i costi e far fuori la concorrenza. Ci è riuscita, ma con una conseguenza impossibile da trascurare: il prezzo dei pannelli negli ultimi anni è stato artificialmente basso. La normalizzazione significherà un brusco arresto nella discesa dei prezzi. Non è una sorpresa, se si considera peraltro che appena il 2 per cento degli utili realizzati dalle aziende produttrici di pannelli è investito in innovazione tecnologica. Il resto, per chi ci riusciva, era solo profitto.

Ci sono speranze allora per una rivoluzione rinnovabile? Si può solo provare a suggerire, per quanto esperibile, di non chiamarla più "rivoluzione", ma "trasformazione". L'assetto economico capitalista non è in grado di percepire adesso i danni ecologici ed economici dell'effetto serra, che saranno assai più incisivi tra una ventina d'anni.
Il ruolo dello Stato è quello di anticipare la percezione del mercato. Finora nessun governo si è dimostrato all'altezza del compito, e gli incentivi sono stati impiegati per l'elargizione diffusa di rendite. Il caso italiano è esemplare, visto che per caso o correlazione le aree più disagiate sono anche quelle con più risorse rinnovabili, e verso le quali sono fluiti più soldi.
L'impiccio attuale dimostra anche che una rivoluzione non si fa da soli, perché si corre il rischio di farsi sparare dalle mitragliatrici, mentre gli altri "aspettano" e si fanno i conti in tasca propria. Non coinvolgere le economie emergenti nel processo ha fatto in modo che quanto si è risparmiato in emissioni in Occidente, sia stato più che compensato da emissioni aggiuntive altrove.

Tra il 2010 e il 2012 la Cina ha incrementato le proprie emissioni di 1,6 miliardi di tonnellate l'anno. Questo solo incremento è superiore al totale delle emissioni annuali di Germania, Italia e Francia combinate. A cosa serve ridurre le nostre emissioni di un mero 10 per cento, tra sforzi immani, se poi c'è chi non segue il cambiamento?
E così che in Italia il "Piano Energetico Nazionale" prescrive una brusca svolta verso il gas, se non altro come palliativo nei confronti del carbone (che, a parità di elettricità prodotta, emette circa il doppio della CO2 rispetto al gas). In Germania da parte della Cdu (il partito del cancelliere Angela Merkel) ci sono state già dichiarazioni ufficiali sul fatto che il paese non sarà in grado di far fede alla promessa energetica di arrivare al 50 per cento di rinnovabili entro il 2030 per non parlare dell'80 per cento al 2050.

Non è in realtà un problema dí tecnologie, ma solo di cattiva politica, consensualmente influenzata da lobby di sorta. Come uscire da questo pasticcio? Per ora si parla solo di diminuire gli incentivi futuri che è sacrosanto, vista la situazione. La Germania sta surrettiziamente costruendo nuove centrali a carbone, tanto per cercare di risparmiare dove può. Si stanno aprendo scenari geopolitici assurdi: questi impianti nella Ruhr stanno causando l'aumento delle polveri sottili a Parigi, con Francia e Germania che, anziché collaborare nelle rinnovabili, si fanno i dispetti come ai bei tempi della crisi del Reno (anno 1840). Se le rinnovabili richiederebbero coesione politica internazionale, il loro fallimento sta portando a nuove spaccature.

Da Pagina 99, 12 aprile 2014

Libera aranciata in libero Stato

È stata sventata la manovra di lobbying della Cia volta a far approvare una legge che impedisca ai consumatori italiani di bere le bibite che preferiscono. Non parliamo dell’agenzia di intelligence statunitense diretta da John Brennan, ma della Confederazione Italiana Agricoltori guidata da Secondo Scanavino che, insieme ad altre associazioni come la Coldiretti e Legambiente, voleva innalzare dal 12% al 20% la percentuale minima obbligatoria di frutta nelle bevande analcoliche. L’emendamento, presentato alcuni deputati del Pd e originariamente contenuto nel decreto Balduzzi, è stato per fortuna bocciato dalla commissione Affari Europei dopo il parere negativo del ministro Maurizio Martina. Contro il ministro dell’Agricoltura sono state scagliate critiche feroci: «È il ministro delle Politiche agricole o delle multinazionali?» lo hanno attaccato alcuni compagni di partito, «Dobbiamo prendere atto che le più bieche lobby industriali sono riuscite ad avere il sopravvento sulla logica della salute e della qualità» ha dichiarato la Coldiretti, «Fra il benessere dei bambini e gli interessi delle multinazionali, il governo ha scelto i più forti» sono state le parole di Matteo Salvini della Lega.

Del tema se n’è occupato qualche mese fa l’Istituto Bruno Leoni in uno studio di Luigi Ceffalo , in cui sono spiegati gli effetti negativi di una legge del genere: limita la varietà e l’offerta di bibite analcoliche, impone extracosti alle industrie e ai consumatori ad esclusivo beneficio dei produttori di frutta (non per forza italiani), comporta sanzioni per la violazione dei Trattati europei sulla libera circolazione delle merci. Ma senza scomodare le normative europee che spesso sono più assurde di quelle nazionali, basterebbe un po’ di buonsenso per bloccare sul nascere norme liberticide come queste. Con buona pace degli onorevoli “democratici” e delle lobby degli agricoltori, le “multinazionali” fanno e farebbero soldi anche producendo bibite con il 20, 30 o 40% di succo di frutta e se continuano a vendere bevande con il 12% di succo è solo perché ci sono consumatori che le richiedono. Ancora più risibile è l’accusa di Matteo Salvini secondo cui il governo, d’accordo con le solite multinazionali, ruberebbe la frutta e le vitamine ai bambini. Salvini, da padre premuroso prima che da leader di partito, dovrebbe sapere che già oggi esiste un’ampissima libertà di scelta e i genitori possono acquistare in tutti i super e minimarket bevande contenenti fino al 100% di succo di frutta. Nessuno impedisce a nessun altro di scegliere e comprare per sé e i propri figli succhi di frutta e spremute, non si comprende quindi perché alcune categorie e partiti debbano impedire altre persone di bere un’aranciata annacquata attraverso un’imposizione statale. Non vorremmo, se passa il principio dell’obbligo minimo di frutta nelle bevande analcoliche, che un giorno ci venga imposto di spremere arance nell’acqua o limoni nel tè.

Come sempre accade, dietro il paternalismo di Stato si nascondono gli interessi di produttori a caccia di rendite pagate dai cittadini. Le uniche garanzia per i consumatori di prodotti conformi ai propri gusti sono la libertà di informazione e la libertà di scelta. Libera aranciata in libero Stato.

Da L'intraprendente, 4 aprile 2014
Twitter: @lucianocapone

Quella domanda serissima che i secessionisti veneti pongono agli economisti

Per mesi il dibattito pubblico si è con centrato su una riduzione del cosiddetto cuneo fiscale che valeva uno zero-virgola-qualcosa-per-cento in meno del costo del lavoro. Nelle ultime settimane, alcuni hanno presentato come rivoluzionario uno sconto fiscale che, se effettivamente messo in pratica, ridurrebbe le imposte a chi guadagna sino a 25.000 euro l'anno, lasciando inalterata la situazione di chi ne guadagna 26.000, sulla base dell'ipotetica diversa propensione al risparmio dell'uno e dell'altro. Al contrario, 2 milioni di cittadini veneti, che si sono espressi via internet a favore dell'indipendenza della Serenissima dal resto del paese, sono considerati dalla stampa alla stregua di un fenomeno folcloristico. Forse, nel dibattito pubblico italiano, a essere sbagliate sono le domande ancor prima delle risposte. E' curioso che si sia spento il dibattito sulla principale peculiarità del nostro sistema economico e politico: un divario permanente fra i livelli di sviluppo delle diverse aree del paese che non ha eguali al mondo.

La "questione meridionale" è seppellita sotto numerosissime ricette proposte dal pasticciere di turno: tutte basate sull'intervento pubblico, e tutte egualmente fallimentari. La "questione settentrionale" è stata appaltata a un partito il cui peso politico sembra declinare, e così facendo fornisce un comodo alibi a chi preferisce fingere non esista. Il referendum popolare veneto suggerisce, però, che qualcosa cova sotto la cenere. Al cuore di queste due "questioni" vi è un trasferimento territoriale di risorse che, come la differenza fra le due aree del paese, ha pochi precedenti nella storia e pochi confronti nel tempo, per persistenza e per dimensione. Anche in questo caso l'attenzione spesso si appunta sui numeri sbagliati. Si guarda cioè all'entità dei trasferimenti "straordinari", ai "fondi per le aree depresse", agli "incentivi allo sviluppo" e simili. Ma il trasferimento di risorse avviene soprattutto attraverso gli strumenti ordinari della finanza pubblica. Il prelievo fiscale è sostanzialmente proporzionato al reddito, anzi cresce più che proporzionalmente con il crescere del reddito (anche perché nelle aree meno sviluppate vi è più economia informale); la spesa pubblica è invece sostanzialmente proporzionale al numero dei cittadini residenti (più o meno lo stato offre in tutta Italia lo stesso numero di classi per studente, di insegnanti per classe, di letti in ospedale per abitante, e simili). Quindi il prelievo è sbilanciato a carico del nord, ove i redditi sono più alti; la spesa è sbilanciata verso il sud, ove è maggiore il numero di abitanti rispetto al reddito prodotto.

Paradigma Buchanan e un'Irpef di troppo
Qualche anno fa due ricercatori della Banca d'Italia stimarono il volume di quello che James Buchanan chiamava "residuo fiscale", cioè la differenza fra quanto un cittadino paga al fisco e quanto riceve in termini di spesa pubblica. Si tratta di risultati impressionanti, che non è azzardato immaginare invariati, dal momento che i fattori che influenzano la distribuzione di entrate e spese, rispettivamente reddito e popolazione, non sono cambiati di molto. Nel solo nord, scorporando le regioni a statuto speciale (che hanno tutte residui positivi), il residuo fiscale risultava negativo per 76 miliardi; nel sud (escludendo sempre le regioni a statuto speciale) positivo per 37 miliardi. Per comprendere la dimensione della cosa, basta pensare che il residuo fiscale del nord non era dissimile dall'Irpef complessiva pagata da quelle regioni. Altrimenti detto, senza i trasferimenti verso il sud, e senza dover contribuire in via esclusiva a pagare gli interessi sul debito pubblico, il nord avrebbe potuto evitare di pagare l'imposta sul reddito delle persone fisiche, e ciò nonostante mantenere lo stesso livello di spesa pubblica. Il residuo fiscale del sud era pari a circa una volta e mezzo l'Irpef pagata dai cittadini meridionali. Come se, per ogni euro di imposta pagata, ciascun cittadino meridionale ne ricevesse due e mezzo in termini di servizi e trasferimenti pubblici.

Siamo facili profeti nel prevedere che la "questione settentrionale" è solo momentaneamente sopita. Ma anche "visto da sud", il problema non è meno serio. Volumi di spesa pubblica così elevati distorcono in modo sistematico l'allocazione delle risorse: da chi si vuole che le persone cerchino lavoro, se non dal datore di lavoro pubblico? Se stato ed enti pubblici continuano a offrire salari determinati sul livello dei prezzi e sulle condizioni del mercato del lavoro del centro-nord, come faranno le imprese private meridionali a competere?
I trasferimenti sottraggono al nord risorse preziose, ma nel mezzogiorno inceppano sistematicamente lo sviluppo dell'economia privata. L'assistenzialismo perpetua se stesso. In queste condizioni, come pensare che tornare a crescere, al nord come al sud, sia un obiettivo raggiungibile?

Da Il Foglio, 17 marzo 2014

Buono il piano industriale di Moretti. Ma non basta

I ricavi dovrebbero aumentare di 9,5 miliardi, gli utili del 6,9% l’anno e gli investimenti giungere a quota 24 miliardi, di cui 8,5 in autofinanziamento. Dopo le polemiche sullo stipendio, arriva la presentazione del piano industriale 2014-2017 per l’amministratore delegato di Fs Mauro Moretti. Ed è una specie di rivincita. Il manager ne ha un po’ per tutti. Dal presidente del Consiglio («Vediamo se riesce a convincermi») a chiunque lo abbia criticato per i suoi toni («Fare l’a.d. è fatica, non un gioco»). Davvero i suoi numeri bastano a suffragare la rappresentazione del gruppo come esempio di eccellenza internazionale? «Il paragone andrebbe fatto con le Ferrovie della Gran Bretagna, dove i biglietti sono un po’ più cari, ma non esistono sussidi e la qualità maggiore», risponde Ugo Arrigo, l’economista che ha indicato Fs come una delle aziende di trasporto più sussidiate d’Europa. Scatenando le ire di Moretti, con tanto di minacce di querela all’Istituto Bruno Leoni, che ha pubblicato lo studio. «Vorrà dire che dopo aver calcolato quel che Fs è costata agli italiani negli ultimi vent’anni» aggiunge Arrigo «ci dedicheremo al capitolo successivo: analizzare in dettaglio come spende i suoi soldi».

In tal caso la querela arriverà di sicuro: già ora Moretti vi accusa di danneggiare l’immagine di Fs, confondendo quel che lo Stato paga per le corse dei treni con gli investimenti sulla rete, che non entrano nei bilanci dell’azienda.
Che i soldi degli investimenti non passino per i bilanci di Fs è verissimo. Ma Moretti dimentica di aggiungere che a disporne è comunque la sua azienda. Se viene fuori che la somma fra questa voce e i sussidi che riceve dallo Stato è maggiore della media dei paesi europei a chi dobbiamo chiederne conto?

Lo stesso uso del termine “sussidi” ha suscitato una reazione sdegnata. È giusto chiamare così il corrispettivo pagato per un servizio?
Lo possiamo chiamare come ci pare. Il fatto è che Trenitalia, oltre ai ricavi dai biglietti, prende soldi dallo Stato per i servizi a media-lunga percorrenza (con l’eccezione dell’alta velocità, ndr), e dalle Regioni per i trasporti locali.

Però le tariffe sono più basse rispetto ai grandi paesi europei, ben al di sotto di quelle inglesi.
Vero. Ma anche qui c’è un elemento che viene taciuto: la differenza nel costo della vita e nelle retribuzioni fra i vari paesi. Un operaio inglese o tedesco guadagna molto meglio del collega italiano. Se si considerasse anche questo elemento difficilmente le ferrovie italiane risulterebbero convenienti. Prima ancora di parlare della qualità e della puntualità dei treni.

L’altro cavallo di battaglia dell’amministratore delegato di Fs è quello dei conti. “Quando ho preso l’azienda, nel 2006” dice “perdeva 2 miliardi di euro e ora è in attivo”. Non è così?
Questo è un argomento che mi lascia davvero sorpreso: non fa che confermare le nostre analisi sulle Fs.

In che senso, scusi?
Fs non è un’azienda qualunque che viva di mercato e di concorrenza. Il suo obiettivo non è fare utili, ma fornire un servizio efficiente al più basso costo possibile. Se è in utile vuol dire che ricava troppi soldi dai biglietti o dai trasferimenti dello Stato e delle Regioni. Esattamente quel che è sostenuto nel nostro studio.

Moretti dice che fa utili perché è efficiente e sa stare sul mercato.
Ma stiamo parlando di un soggetto pubblico che, se si fa eccezione per l’alta velocità, opera in condizioni di monopolio. E’ significativo al riguardo quel che accadde quando un’azienda privata chiamata Arenaways tentò di offrire, senza chiedere sussidi, un servizio fra Torino e Milano.

Come andò?
Che il soggetto pubblico e sussidiato, ossia Trenitalia, ottenne che a quello privato e privo di sussidi fosse impedito di effettuare fermate intermedie fra Torino e Milano, perché questo avrebbe alterato il suo conto economico, nonostante i sussidi. E Arenaways chiuse.

Infuria la polemica sulla retribuzione di Moretti e degli altri suoi colleghi del settore pubblico. L’amministratore delegato di Anas, Pietro Ciucci ha detto che il suo stipendio non prevede il trattamento di fine rapporto. Lei che cosa ne pensa?
Che gli amministratori delegati in uscita dalle aziende pubbliche prendono cifre ben più alte dei tfr dei lavoratori. Basti pensare a quel che ebbe il predecessore di Moretti, Giancarlo Cimoli. Tra l’altro nella maggior parte dei casi non si tratta di manager strappati alla concorrenza, ma di persone nate e cresciute nel settore pubblico. Qualcosa vorrà pur dire, no?

Da Panorama.it, 26 marzo 2014

Perchè seppellire l'unica riforma liberale (utile alla gente e all'erario) che è stata fatta in questo Paese?

Premetto che sono un estimatore, e amico, di un giovane, per dirlo in termini calcistici, «un '80», Alberto Mingardi: non è né un Erasmus, né un Telemaco, ma semplicemente una delle menti più lucide fra i nostri giovani, per di più un liberale come me, anche se più «puro» di me.

Alberto, che scrive indifferentemente sul Wall Street Journal o sui grandi giornali italiani, ha pubblicato sul Corriere un pezzo esemplare sulla Sanità Lombarda che invito tutti a leggere; purtroppo nessuno ha sollevato il dibattito che il tema imponeva. Confesso pure che c'è un aspetto egoistico da parte mia nell'affrontare questo tema: pur vivendo in Svizzera, alla mia età sapere che al di là del confine, che attraverso di frequente, posso finire sia in un nosocomio pubblico che in uno privato, con la certezza di avere lo stesso trattamento, mi tranquillizza. Alla luce del recente «Libro Bianco» sul sistema socio-sanitario in Lombardia, del Governatore Maroni, temo che non sarà più così, e ciò mi preoccupa molto.

Leggi il resto su Italia Oggi, 23 luglio 2014

Sanità lombarda, i rischi di cambiare

Il servizio sanitario, in Lombardia come altrove, è ampiamente perfettibile. E tuttavia la nostra Regione appare in grado di garantire cure di elevata qualità, a fronte di un impegno non superiore al 5% del suo Pil. Che quello lombardo sia un «modello» ce lo conferma un dato: siamo la Regione che più attrae pazienti da altre Regioni.

Questo felice stato di cose è possibile in virtù della particolare interpretazione che la Lombardia, nel 1997, ha dato delle «riforme» della sanità italiana. Mentre a livello nazionale, attraverso le Asl, lo Stato produce, eroga e controlla tutte le prestazioni, da noi aziende sanitarie locali e aziende ospedaliere sono state mantenute distinte.

In questo modo, si è tentato di eliminare (per carità, solo in parte con successo) il conflitto d'interesse in capo all'ente pubblico che pianifica, paga, fornisce e regolamenta il servizio, e di dare sostanza al principio della libertà di scelta del luogo di cura. Ciò ha consentito lo sviluppo di erogatori di diritto privato che non svolgono un ruolo residuale, ma che forniscono servizi di elevata complessità: dall'urgenza-emergenza (chi abbia bisogno del n8, a Milano, ha il 50% di probabilità di finire in un ospedale privato) all'oncologia e alla chirurgia cardiovascolare.

Neanche in Lombardía esiste un «mercato» della sanità: le prestazioni vengono sempre pagate con le nostre tasse. Eppure, quegli elementi pro-concorrenziali che sono stati introdotti ormai diciassette anni fa hanno consentito di mantenere i conti in ordine e di sviluppare una rete ospedaliera di prim'ordine.

Nel «Libro bianco» diffuso dalla Regione si dà conto dei successi del «modello lombardo». Nello stesso tempo, però, se ne propone una rapida conversione in una specie di «modello tosco-emiliano 2.0». Si va nella direzione di una forte centralizzazione, con la Regione che assume sempre più funzioni di «regia» (ma non è proprio a una «regia» regionale troppo presente che si debbono gli scandali degli ultimi anni?). Si immagina un superamento, almeno parziale, del pagamento a prestazione: essenziale strumento di trasparenza.

L'ostilità al privato porta persino alla bonifica lessicale: le aziende sanitarie locali tornano ad essere «agenzie».

Il «modello lombardo» non è perfetto. Serve più trasparenza (a cominciare dai bilanci delle Asl), e più competizione fra pubblico e privato, e fra privato e privato.

E vero, come si legge nel «Libro bianco», che i bisogni sanitari dei lombardi potrebbero variare, a causa dell'invecchiamento della popolazione. Chi l'ha detto che la risposta più efficace, però, è accentrare e pubblicizzare, quand'anche a livello regionale? La Lombardia ha fatto da apripista a realtà diverse in Europa, dalla Germania alla Spagna all'Olanda, che hanno usato, in modo diverso, la concorrenza e il privato per contenere i costi e salvare il servizio universale dai morsi della spending review. Nella sua segnalazione per la legge annuale della concorrenza, l'Antitrust ha raccomandato, in buona sostanza, la «lombardizzazione» della sanità italiana. Perché, proprio adesso, dovremmo «italianizzare» la sanità lombarda?

Da Corriere della sera, 17 luglio 2014

La risposta del Presidente Roberto Maroni è disponibile QUI.

Le tasse nuocciono gravemente alla salute

Il governo Renzi ha preso in mano la scure: sembra sia arrivato finalmente il momento della "spending review", di una revisione certosina della spesa pubblica, per sanare gli sprechi e eliminare le sacche di rendita. Nel contempo, però, il governo è apparso determinato a non toccare la spesa sanitaria. Politicamente, è stata una grande vittoria del ministro Lorenzin: possibile proprio perché il servizio sanitario nazionale era già stato oggetto di tagli significativi, negli scorsi anni.

Attenzione, però. La possibilità di soddisfare quelli che saranno in futuro i nostri bisogni di "pazienti" non è salva e anche questo governo le ha inferto un colpo. In parte, perché è stato detto alle Regioni di mettere mano al proprio bilancio: e all'incirca il 70% del bilancio delle Regioni consta, per l'appunto, di spese per la sanità. Ma soprattutto perché il governo con una mano ha dato e con l'altra ha tolto: con una mano ha "restituito" ( il primo ministro ha fatto benissimo ad utilizzare questo verbo) 80 euro al mese ai contribuenti al di sotto della soglia di 25.000 curo l'anno di reddito. Con l'altra ha aumentato la tassazione sulle cosiddette "rendite finanziarie". L'imposta al 26% colpirà anche gli interessi su conti correnti, depositi a risparmio e certificati di deposito. In più grava sui risparmiatori un'imposta di bollo che è una piccola patrimoniale del 2 per mille. Paradossalmente, questa escalation di imposte è stata salutata con quasi unanime favore.

Il principio che si debbano alzare le tasse sul risparmio per abbassare quelle sul lavoro sottende un'idea curiosa. Che, cioè, alcuni di noi siano "risparmiatori" e altri siano "lavoratori", come alcuni di noi sarebbero "consumatori" e altri "produttori". Ma basterebbe guardarci allo specchio la mattina per comprendere che le cose non stanno proprio così. Il lavoratore dipendente, è vero, ha un reddito falcidiato dalle troppe imposte. Quel che gli rimane, dopo che lo Stato ha preso tutto quel che pretende, lo utilizza per pagare l'affitto, la benzina della macchina, portare il pane in tavola, mandare i figli a scuola, e ogni tanto uscire a mangiare una pizza. Ma lo stesso lavoratore tenta di accantonare, per quel che può, una parte del reddito guadagnato.
E a maggior ragione lo fa in un periodo come questo, nel quale si sente sovrastato dall'incertezza e ha l'impressione che l'andamento futuro dei suoi redditi dipenda da cose più grandi di lui (le banche riprenderanno a prestare denaro? si faranno gli Eurobond? si liberalizzerà il mercato del lavoro? eccetera).

Il ministro Lorenzin è stata abilissima ad evitare tagli al comparto sanitario nell'anno 2014, ma tutti sappiamo che la spesa sanitaria nel nostro Paese tende a crescere. La ragione è di carattere demografico: siamo un Paese che invecchia, e ci tiene ad invecchiar bene. Tutti sappiamo anche che i nostri conti pubblici sono precari: non basta qualche sforbiciata per metterli in sicurezza. Il debito pubblico l'anno prossimo sarà il 136% del PIL. E' quasi inevitabile che altre correzioni saranno necessarie.

Non è improbabile, pertanto, che un giorno i cittadini saranno chiamati a partecipare in misura vieppiù rilevante alle spese per la sanità. Il perimetro del servizio universale si restringerà. Ciò può avvenire in modo trasparente, o in modo opaco, per esempio attraverso le liste d'attesa.

In un caso e nell'altro, tassare oggi il risparmio significa ridurre i risparmi che saranno nelle nostre disponibilità. Avremo meno risorse dalle quali attingere, anche per pagarci cure e aiuti in campo medico-sanitario. Le tasse nuocciono gravemente alla salute.

Da Mondo Salute, giugno 2014
Twitter: @amingardi

Moralisti masochisti

Lo stato moralizzatore sta uccidendo lo stato biscazziere. Già, perché il prezzo delle campagne salutiste contro il fumo, contro l'uso smodato dell'auto o contro la dipendenza dal gioco lo paga direttamente l'erario in termini di minore gettito. Lo scorso anno si sono incassati 670 milioni di euro in meno in tasse sulle sigarette. Dal capitolo carburanti manca all'appello circa un miliardo. Mentre 1,2 miliardi è l'introito perso dal gioco. In totale si sfiora un deficit di tre miliardi. Un po' troppo per un paese che ha lanciato il lotto su scala nazionale appena due anni dopo l'Unità d'Italia, nel 1863, anche per ripagare la ricostruzione e i debiti contratti dopo le campagne sabaude.

Di solito, gli economisti consigliano di tagliare i costi fissi per riequilibrare i ricavi. Lo stato invece persevera nella direzione opposta, un brutto vizio. Siccome gli italiani comprano marche di sigarette meno note pur di risparmiare, il governo si accinge a riequilibrare il sistema delle accise nella parte fissa, con il risultato che le cosiddette "nazionali", le bionde a buon mercato, potrebbero costare da ottobre anche un euro in più. Questo almeno prevede la delega fiscale, alla quale è legata anche la proposta di un balzello fisso di 6,5 euro sulle ricariche di nicotina liquida per le sigarette elettroniche. Al riguardo i produttori dell'Anafe (Associazione nazionale produttori fumo elettronico) hanno fatto notare che ogni confezione costa 6 euro, ergo il costo complessivo raddoppierebbe. E se per la benzina si attende di capire cosa dirà l'Europa, la delega porterà in autunno l'esecutivo ad aumentare la tassazione sui giochi per finanziare un apposito fondo contro la ludopatia. Intanto i sempre litigiosi Federvini, Assodístil, l'Istituto nazionale grappa e Assobirra si sono unite per bloccare le nuove accise su lieviti e fermentati, che entro il 2015 dovrebbero salire del 30 per cento.

Carlo Lottieri, filosofo libertario che in "Credere nello Stato?" (Rubbettino) ha analizzato tutti i limiti del centralismo e della regolamentazione statuale sorda e settaria, vede qui "un'applicazione pratica della Curva di Laffer (che arriva a un punto morto quando una tassa non produce più il gettito sperato, ndr). Ma oltre a disincentivare i consumi, lo stato, con la sua ipocrisia, prova anche a dissimulare i suoi veri obiettivi. E non lo fa soltanto con la leva più pratica, quella delle accise. Vedi ad esempio la campagna per portare al 20 per cento la percentuale di succo concentrato nelle bibite a base di arancia, campagna concretizzatasi con un primo passaggio parlamentare in queste settimane. La motivazione non è tutelare la salute dei bambini, perché assumono poche vitamine, ma assecondare le lobby dei produttori di agrumi", dice Lottieri al Foglio.
Più che la vicenda in sé, quello che irrita Lottieri, è "la scarsa considerazione dello stato verso i suoi cittadini: cosa credono, che gli italiani sono così stupidi che quando comprano la Fanta pensano poi di bersi una spremuta di arance fresche?". Gli italiani forse saranno meno sensibili dell'allievo prediletto di Sergio Ricossa e Gianfranco Miglio. Certo è che hanno risposto all'elevata pressione fiscale dello stato nella maniera più aggressiva a loro disposizione: complice la crisi, hanno smesso (o quasi) di fumare, prendono i mezzi pubblici o fanno lunghe camminate per risparmiare carburante, o hanno iniziato a diffidare della potenza del Superenalotto.

La deriva della clandestinità, secondo Ibl
Il fallimento delle campagne moralizzatrici, come detto, è tutto nei numeri. Lo scorso anno gli ex fumatori sono saliti a quota 6,6 milioni, anche perché circa mezzo milione è passato alle sigarette elettroniche. Risultato? Nonostante Iva e accise coprano il 76,5 per cento del prezzo totale di un pacchetto, l'erario ha incassato 670 milioni in meno rispetto all'anno precedente. Una perdita alla quale va aggiunto lo smacco subito dopo che il Tar del Lazio ha bloccato la maxi aliquota del 58,5 per cento sulle sigarette elettroniche, con la quale lo stato pensava di incassare un miliardo di euro. Sono diminuiti anche il consumo di benzina (meno 5,7 per cento) e quello di gasolio (del 4,7 per cento), facendo crollare di un miliardo il prelievo fiscale e dell'Il per cento il fatturato del settore.
Uno stato di cose che ha spinto grandi famiglie del settore come i Garrone a riconvertirsi alle energie rinnovabili. Sul versante del gioco soltanto il Poker online mantiene alto (87 miliardi di euro) il livello delle entrate. Ma gli economisti Andrea Giuricin e Lucio Scudiero in un focus scritto per l'Istituto Bruno Leoni, think tank torinese di stampo liberista, sostengono che "ulteriori incrementi delle imposte potrebbero nuovamente rendere attrattivo il gioco illegale". Qualcosa del genere sta già succedendo con il contrabbando di sigarette.

Da Il Foglio, 2 luglio 2014

A Londra le free school offrono un banco anche a chi si trova in un «buco nero». Dove lo Stato, da solo, non arriva

A Richmond, quartiere benestante nel sudovest di Londra, c’era un «buco nero». Così gli inglesi chiamano le zone della città dove le scuole non sono facilmente raggiungibili dalla comunità locale. E a patirne maggiormente i disagi erano soprattutto le famiglie meno agiate e i loro figli. Se lo Stato avesse voluto costruire una scuola statale in quell’area avrebbe dovuto spendere 6 milioni di sterline. Ma grazie alle free school, le scuole lanciate dal governo inglese sul modello delle charter school svedesi e statunitensi, ne ha spesi solo 4,5 di milioni. Risparmiando, oltre al tempo, il 25 per cento di spesa.

A raccontare la storia di quella scuola, la Thomson House School, che sorge all’interno di una vecchia chiesa a lato della ferrovia, è Matteo Rossetti, milanese trentasettenne, trapiantato oltremanica dai tempi dell’università, che di quell’istituto è il fondatore, nonché presidente del consiglio di amministrazione, in occasione di una tavola rotonda organizzata ieri a Milano dall’Istituto Bruno Leoni. Un’occasione interessante per illustrare anche in Italia l’efficienza di questo innovativo esempio di autonomia scolastica.

Leggi il resto su Tempi.it, 17 giugno 2014

Oltre la maturità: vogliamo le “free school” pure in Italia

A parte questi giorni in cui si parla di maturità, il dibattito sulla scuola è sempre incentrato sulla dicotomia fra scuola pubblica e privata, fra i suoi (pochi) sostenitori e i (molti) detrattori. Quello che non si tiene in debita considerazione è che fra i due modelli può esserci benissimo una “terza via”: la scuola libera, finanziata dallo Stato che ne garantisce la fruizione a tutti, ma gestita da privati.

Un’esperienza che, in Inghilterra (dove l’ha introdotta il governo thatcheriano di David Cameron), funziona benissimo. A raccontarlo, in occasione del Breakfast meeting dell’Istituto Bruno Leoni di oggi a Milano, Matteo Rossetti, italo-inglese fondatore della Thomson House una primary free school (scuola elementare libera) a Richmond, pochi chilometri da Londra.
Cosa cambia rispetto a una scuola tradizionale?

Leggi il resto su L'Intraprendente, 17 giugno 2014

Portafogli da svecchiare

Per i fondi pensione è l'ora di cambiare i portafogli. Pur essendo diventato quest'anno maggiorenne, il decreto 703 sui limiti agli investimenti è del 1996, ha appena compiuto 18 anni, non è più adeguato ai tempi perché figlio di un'epoca lontana anni luce da quella attuale. Basti pensare che la norma sulla copertura valutaria del 703 menziona ancora l'eco quale valuta di riferimento domestico. E dopo una gestazione di diversi anni adesso tutto sembra pronto perché le nuove regole sulle gestioni previdenziali vedano la luce. Dopo la pronuncia del Consiglio di Stato del 4 febbraio, pare «oggi corretto affermare che vi siano finalmente tutti gli elementi per considerare l'adozione del nuovo 703 esclusivamente una questione di tempo», afferma Paolo Pellegrini nell'ultima newsletter del Mefop. Non solo. «Un'ulteriore ragione di urgenza è rappresentata dalla circostanza che dopo l'aggiornamento del 703 per i fondi pensione, seguirà la messa in consultazione del nuovo 703 per le casse, vale a dire il provvedimento di regolamentazione dei limiti agli investimenti, conflitti di interesse e banca depositaria, rivolto alle casse professionali.
L'adozione di questo secondo provvedimento, cui le istituzioni stanno lavorando, è particolarmente pressante, atteso che in questa fase le casse professionali stanno modificando la loro politica di investimento e avrebbero tutto l'interesse di conoscere quanto prima le disposizioni di cui dovranno tenere conto», aggiunge Pellegrini. Quanto alle indicazioni del Consiglio di Stato, i tecnici di Palazzo Spada, pur indicando alcuni possibili miglioramenti del testo, hanno sostanzialmente confermato l'impianto normativo del nuovo 703. «Va premesso che le nuove regole entreranno in vigore dopo un regime transitorio di 18 mesi, adattarsi non dovrebbe comportare quindi problemi particolari», aggiunge Pellegrini.
Quali le novità? «Nel nuovo testo, pur mantenendo principi e criteri di gestione analoghi a quelli attuali, l'obbligo di esporre un parametro obiettivo di riferimento viene riferito non più necessariamente al benchmark, quando questo tipo di indicatore non è coerente con gli obiettivi e la politica di investimento posta in essere dal fondo pensione. Questa previsione normativa, apre di fatto a gestioni alternative a quelle a benchmark, prevalentemente adottate oggi dai fondi pensione», spiega Pellegrini. L'idea di fondo del decreto è quella opposta al vecchio 703 perchè non si danno ex ante molti limiti quantitativi agli investimenti, ma si pone l'accento sul controllo dei rischi dando maggiore libertà al gestore. «Il nuovo decreto rende l'investimento più libero, ma si tratta tuttavia di una libertà che implica una maggiore responsabilità. Al di là delle residue restrizioni quantitative, è tendenzialmente ammesso , qualsiasi tipo di investimento a patto che il fondo sia in grado di gestire, in caso di gestione diretta, o controllare, per la gestione convenzionata, l'andamento della gestione», sottolinea Pellegrini.

Il tutto sotto il controllo della Covip che nel frattempo ha emanato le nuove regole sul documento sulla politica degli investimenti. In sostanza rispetto al decreto 703/96, che limitava l'universo investibile a un numero chiuso di attività, le nuove norme appaiono ben più ampie «riferendosi a categorie giuridiche note e potenzialmente suscettibili di coprire l'intero universo investibile: strumenti finanziari, oicr, depositi bancari, derivati. Restano non ammesse, invece, le vendite allo scoperto e le operazioni in derivati equivalenti a vendite allo scoperto», avverte Pellegrini. Restano soltanto alcuni limiti quantitativi, come si diceva. «In particolare si prevede un limite minimo agli investimenti in strumenti quotati pari al 70%, equiparando comunque gli oicr (fondi e sicav, ndr) armonizzati aperti agli strumenti quotati. Si prevede, poi, un limite di concentrazione del 5% in titoli emessi da un unico emittente, portato al 10% per gli investimenti nel gruppo, che però non opera per i titoli di Stato», prosegue Pellegrini. Mentre gli investimenti non in euro sono possibili fino al 30% del totale, un livello inferiore all'attuale pari a due terzi del portafoglio. «I derivati, come oggi, sono ammessi se utilizzati per finalità di copertura o gestione più efficiente. Si prescrive, però, che i contratti siano stipulati con una controparte centrale», spiega ancora Pellegrini.

Merita attenzione anche la disciplina degli investimenti in fondi. «In linea generale il ricorso agli oicr è ammesso - a patto che il fondo motivi le ragioni che lo hanno indotto a tale forma di investimento, ad esempio per le dimensioni ridotte del portafoglio», dice Pellegrini. Ci sono anche limitazioni. Ad esempio l'investimento in fondi chiusi e alternativi va contenuto entro il 20% del patrimonio del fondo pensione e il 25% del patrimonio del fondo chiuso o alternativo oggetto di investimento. Restano ferme le deroghe previste per i preesistenti. «Qualche ulteriore ritardo nell'approvazione, non più di qualche settimana, potrebbe arrivare per la necessità di tenere conto del recepimento della direttiva Aifind in materia di fondi alternativi, appena introdotta con il decreto 44 del 4 marzo 2014. Nel frattempo, il 27 marzo è stata approvata la proposta di revisione della Direttiva sugli enti pensionistici aziendali e professionali (Iorp II). Rispetto alle nuove proposte la normativa italiana risulta già molto avanzata, sotto più punti di vista. Alcuni aspetti, tuttavia, se saranno confermati nel testo finale, ci richiederanno l'adozione di qualche accorgimento, ad esempio sulla governance per la quale si prevede l'obbligo di pubblicità delle politiche di remunerazione degli organi direttivi. Qualche ritocco», conclude Pellegrini, «riguarderà anche la parte relativa alla gestione finanziaria, per la quale è stata annunciata la prossima adozione di una comunicazione relativa all'incoraggiamento di investimenti di lungo periodo».

Proprio sul ruolo che il risparmio previdenziale può svolgere per la crescita dell'economia reale italiana si concentrerà tra l'altro la relazione 2013 della Covip che sarà presentata a Roma il prossimo 28 maggio dal neopresidente Rino Tarelli. Il tema del contributo che possono dare i fondi pensione all'economia reale è anche al centro di un'analisi curata da Silvio Bencini, partner di European investment consulting, per l'Istituto Bruno Leoni «La discussione intorno al contributo che i fondi pensione potrebbero dare al rilancio dell'economia ruota intorno a un tema più specifico», sottolinea Bencini, «e cioè all'investimento in fondi chiusi». Bencini spiega che con questo termine si intendono veicoli che, avendo come obiettivo l'acquisto di attività illiquide come immobili o azioni di società non quotate, hanno un ciclo di vita predeterminato, con una fase di investimento e una di graduale distribuzione del capitale e degli utili agli investitori. «Questo tipo di investimenti ha una serie di caratteristiche che li rendono molto adatti al portafoglio dei fondi pensione, tanto che rappresentano il 27% del patrimonio dei fondi americani e il 16,5% dei fondi europei», aggiunge l'esperto. Bencini ricorda che, anche se la normativa consente dal 1996 l'investimento in fondi chiusi fino al 20% del patrimonio, i fondi pensione italiani hanno fino ad oggi investito in questi veicoli in misura marginale (pressoché nulla nel caso dei fondi negoziali), e inferiore al peso che anche il più prudente consulente assegnerebbe a questi investimenti. «Si apre dunque uno spazio sicuramente interessante, che concilia il bisogno dei fondi pensione di rendimenti più elevati con bassa volatilità con la domanda di finanziamenti dell'economia italiana. Il tutto ricordando che l'obiettivo deve essere l'efficienza del portafoglio», dice Bencini.

La presenza di fondi pensione italiani in questa nuova arena che si sta aprendo, ma man mano che si riduce il ruolo delle banche nel finanziamento dell'economia a favore di forme di raccolta più diretta da parte delle imprese, con bond o mini bond, sarà importante per tutelare tutti gli attori. «Il mercato del credito e delle infrastrutture non può svilupparsi se non attraendo i flussi di capitale che dall'estero sono pronti a cogliere le opportunità offerte dal credit crunch nel Sud Europa» spiega Bencini, «dalle migliaia di Pini italiane in cerca di capitale per crescere e dal deficit infrastrutturale accumulato, in questi anni, in diversi Paesi europei. In questo ambito i fondi pensione possono dare un contributo importante, sia spingendo affinché le operazioni siano, come si dice, di mercato, cioè che presentino un'opportunità di guadagno indipendentemente da considerazioni politiche, sia agendo come primi investitori rispetto agli investitori esteri». Secondo Bencini, a queste condizioni un poco di home bias (tendenza a investire nei titoli domestici) da parte dei fondi pensione italiani potrebbe costituire un'opportunità per l'economia italiana. Anche perché in tutto il mondo si registra una preferenza degli investimenti domestici da parte dei gestori istituzionali molto più pronunciata che in Italia.

Da Milano Finanza, 26 maggio 2014

Nuova convenzione Agenzia delle Entrate: un passo avanti?

Nella convenzione triennale tra il ministero dell’economia e l’Agenzia delle entrate per la dotazione finanziaria a carico del bilancio statale compare la voce della quota incentivante, che consente la corresponsione di compensi premiali per il personale dell’Agenzia al raggiungimento degli obiettivi fissati dalla convenzione stessa.

Nel Focus IBL “A pensar male... la dotazione finanziaria dell’Agenzia delle entrate” (PDF) Serena Sileoni, vice direttore dell’Istituto Bruno Leoni sostiene che dall’analisi delle ultime due convenzioni “viene naturale chiedersi quanta malizia vi sia nel pensare che lo zelo con cui negli anni appena passati l’Agenzia delle entrate ha spedito avvisi di accertamento e combattuto l’evasione sia stato in parte anche incentivato, è il caso di dirlo, dal premio finale”. L’ultima convenzione corregge in buona parte questo metodo, benché, continua Sileoni, i funzionari pubblici non dovrebbero essere solo premiati se adempiono correttamente ai loro uffici, ma dovrebbero anche essere sanzionati quando non lo fanno. Ciò è tanto più vero per un’amministrazione, come quella fiscale, che si confronta con i contribuenti in un rapporto impari.”

Il focus “A pensar male... la dotazione finanziaria dell’Agenzia delle entrate” di Serena Sileoni è liberamente disponibile qui (PDF).

Le nostre nonne ne sapevano una di più dello Stato dietologo

Dello Stato etico si può forse parlare al passato. Invece lo Stato dietologo appartiene al presente. A New York, l'ex sindaco Bloomberg aveva vietato la vendita di bibite gassate in bottiglie e lattine superiori al 500 ml (ma il tribunale aveva bocciato la misura). In Europa, Finlandia e Danimarca hanno adottato imposte sulle bevande zuccherine. Il governo di Copenhagen ha sperimentato un'accisa, presto abrogata, sugli alimenti con più del 2,3% di grassi saturi. Le persone sovrappeso "costerebbero di più" al sistema sanitario: penalizzando il loro stile di vita, verrebbero "aiutate" a cambiarlo. È un'aritmetica complicata. Un beneficio pubblico, difficile da dimostrare, implica rinunce concrete, che si verificano al ristorante o al supermercato. In molti sostengono che le "fat tax" rischierebbero di spostare i consumi verso alimenti altrettanto grassi, ma di inferiore qualità, con effetti paradossali sulla salute. L'emergenza obesità è una scusa formidabile per regolamentare la tavola, chiedendo un pedaggio per ogni trasgressione alla quaresima.

Non potendo costruire una società in cui tutti siano egualmente ricchi, lavoriamo a una in cui tutti siano egualmente magri. Lo sapevano già le nostre nonne: esistono cibi più sani e altri meno, anche se è la dose che fa il veleno. L'uomo però non è solo ciò che mangia: non si può pensare che abitudini e spot siano ininfluenti. Siccome non può obbligarci alla palestra, lo Stato ci tassa, unendo l'utile (incamerare nuove entrate) al dilettevole (indurci a comportamenti più virtuosi). Ci risparmi almeno la predica. È difficile che il fisco abbia successo dove hanno fallito le nonne: nell'insegnarci l'equilibrio.

Da Wired, maggio 2014
Twitter: @amingardi

La spending review serve a nulla

«Lo statalismo in Italia? Una condizione che pare fisiologica». Ne è convinta Serena Sileoni, giovane avvocato maceratese, vicedirettore generale dell'Istituto Bruno Leoni, think tank liberista, ispirato al grande filoso del diritto.

Dunque dallo statalismo non ci si libera, avvocato?
Parrebbe prescindere da qualsiasi dichiarazione o presa di posizione, non solo politico-partitica, ma anche intellettuale.

Peraltro, sono tutti liberali. A parole.
L'idea liberale dello Stato, dei rapporti fra Stato e cittadini, di una non-ingerenza del primo nella vita dei secondi, a parole piace a tantissimi. E in effetti molti se ne fregiano. Ma poi, di qui all'applicazione pratica, alla traduzione politica, ce ne corre.

Però, oggi c'è un premier, a Palazzo Chigi, Matteo Renzi, che qualche speranza in molti liberali italiani l'ha suscitata...
Direi che la suscita ancora, se ascoltiamo quello che dice, se leggiamo le famose slide della prima conferenza stampa o i 44 punti sulla Pubblica amministrazione, troviamo argomenti interessanti. La questione è che hanno, per il momento, valore di sola comunicazione politica.

Diciamo quello che, almeno a parole, Renzi farebbe di liberale?
Beh, cambiare il rapporto Stato-cittadino per quello che riguarda un fisco più equo, una giustizia più veloce, la già citata riforma PA, la pubblicità ai bilanci dei sindacati, l'idea di trasparenza, la riduzione di enti come il Cnel. Però, appunto, è come fosse il seguito di una Leopolda che si è svolto nella sala delle conferenze stampa di Palazzo Chigi.

E invece, nella traduzione pratica, cosa non va?
Gli 80 euro sono tutt'altro che liberali, per esempio.

E perché?
Una forma di redistribuzione di ricchezza abbastanza marginale, ma anche priva di equità perché lascia fuori, per esempio, i lavoratori autonomi, oltre che pensionati e incapienti. La riduzione dell'Irpef dovrebbe riguardare la generalità dei soggetti. Non è consentendo di comprare un paio di scarpe al mese e, al tempo stesso, tassando ancora di più il risparmio dello stesso consumatore, penso all'aumento della tassazione delle rendite finanziarie, che si rende più liberi i cittadini.

Ribaltiamo la questione: cosa potrebbe fare Renzi di liberale?
Tagliare la spesa pubblica. C'è un lavoro importante da fare. Uno nostro studio recente, firmato da Dario Menegon, mostra che dalla crisi in poi, la spesa pubblica ha continuato ad aumentare. L'autore analizza i governi di Silvio Berlusconi, Mario Monti, Enrico Letta ma arriva anche ai primi provvedimenti del governo Renzi.

E la pressione fiscale sale...
Infatti. A fronte dell'aumento della pressione fiscale per 30 miliardi di euro, derivante dalle misure anti-crisi del biennio 2011-2012, la riduzione pari allo 0,2% del Pil, decisa da Letta, non rappresenta un segnale di normalizzazione. Anzi, il Def evidenzia come, a normativa vigente, la pressione fiscale è destinata a risalire al 44% nel 2014 e nel 2015.

Qual è il punto?
È che la spending review si risolve spesso nel cercare di rendere l'attività amministrativa più improntata al principio di economicità, ma se i compiti dello Stato restano gli stessi, se non se ne riduce il perimetro, non ne veniamo fuori.

Facciamo un esempio?
La digitalizzazione della Pa, ottima cosa, crea un risparmio comprensibile: banalmente chiede meno carta e meno spese di cancelleria e segreteria, ma in un paese che ha un livello di spesa pubblica come il nostro, parlare di economicità non basta. Il problema sono il numero dei soggetti pubblici e i compiti che assolvono.

Uno Stato obeso, diciamo...
Figlio della nostra ossessione di essere accompagnati dalla culla alla tomba. È chiaro che, in questa nostra ossessione, le risorse non bastino mai.

E allora diamogli due dritte, al premier, visto che il suo sarà un governo di legislatura. Da dove dovrebbe cominciare dalle pensioni? Toccare i diritti acquisiti, come aveva detto nelle primarie?
Lì credo che converrebbe una moratoria e pensare seriamente a quello che vogliamo fare nel futuro. Lo dico con amarezza, però da giurista sono anche convinta del valore enorme che ha il principio di certezza del diritto: non è possibile che lo Stato ritratti sempre ciò che ha disposto, non è accettabile. Ci sono cose forse più semplici, dal punto di vista della tenuta giuridica, da fare.

Per esempio?
Privatizzazioni e liberalizzazioni che sono due paragrafi di uno stesso capitolo: vanno insieme.

Le Poste?
Ovviamente sì ma non nella maniera che aveva iniziato a fare il governo Letta, una privatizzazione fittizia senza passare prima dalla separazione dell'attività postale da quella finanziaria in primo luogo. E che dire della Ferrovie, ancora un monopolio a livello del trasporto locale? O dell'Inail che Renzi propose alla Leopolda di liberalizzare. Senza dimenticare il livello, che resta molto nascosto, delle municipalizzate e delle partecipate locali.

Un programma thatcheriano. Però, sui servizi locali, c'è di mezzo anche un referendum, il cui esisto è andato in tutt'altra direzione.
Su quel referendum si è fatta molta disinformazione: gli italiani pensavano di votare per «l'acqua pubblica», come si fece credere loro, e in realtà si opposero alle privatizzazioni dei servizi locali tout-court, dal gas al trasporto pubblico. Si può però ritenere che il tempo trascorso e il mutamento del quadro economico e politico possa consentire una nuova legislazione.

Secondo lei, cioè una nuova legge in materia non sarebbe bocciata dalla Consulta, come ha già fatto rispetto alla norma che il governo Berlusconi si affrettò ad approvare dopo i referendum, pur escludendo il servizio idrico?
Quella legge venne approvata a un mese di distanza dalle consultazioni. Oggi sono passati due anni, la crisi persiste e la situazione politica è cambiata. Ci potrebbero essere quindi le condizioni per ritenere il contesto mutato. Su questo Renzi potrebbe svolgere una importante battaglia politica.

Sul fisco, invece, cosa dovrebbe fare?
Per ora il provvedimento vero l'ha fatto il governo Letta, con l'approvazione della delega fiscale. Penso per esempio al punto relativo all'abuso di diritto (l'elusione fiscale, che finora era lasciata all'interpretazione del giudice, ndr). Ora spetta all'esecutivo di Renzi fare i decreti attuativi.

E poi c'è la giustizia, sulla quale Renzi è intervenuto spesso. Nell'ultimo Leopolda, aveva promesso di intervenire su certe storture della custodia cautelare.
Aspettiamo il giorno che sia posto fine all'abuso delle misure cautelari, che dovrebbero essere estrema ratio ma che, in realtà, si risolvono in un'anticipazione della pena. Il nodo vero è però è la responsabilità dei magistrati. Chi paga, quando il giudice sbaglia? Ma mettere mano alla giustizia è uno dei veri tabù di questo Paese.

Anche in quel caso c'era stato un referendum, quello del 1987, di fatto aggirato.
Sì, e c'è anche l'opinione della Corte di giustizia europea che i forti limiti alla responsabilità da errore giudiziario in Italia siano incompatibili col diritto europeo.

Soluzioni liberali, per così dire, quali potrebbero essere?
Soluzioni da Stato di diritto, prima ancora che liberali, richiederebbero di riformare il Consiglio superiore della magistratura-Csm, congegnato con sistemi deterministici, che non esercita un controllo sui giudici, quanto una vera e propria tutela.

Qualcuno, come l'editore liberale Aldo Canovari, che lei conosce, essendo stata la responsabile editoriale della sua casa editrice la LiberiLibri, propone l'estrazione a sorte dei componenti del Csm. Che ne pensa?
Ottima idea: le pare possibile che un organo che dovrebbe occuparsi fondamentalmente della gestione di un personale delicato come la magistratura sia composto in base all'appartenenza a correnti politico-culturali, lasciando che queste influenzino il suo operato?

Da Italia Oggi, 8 maggio 2014

Libera aranciata in libero Stato

È stata sventata la manovra di lobbying della Cia volta a far approvare una legge che impedisca ai consumatori italiani di bere le bibite che preferiscono. Non parliamo dell’agenzia di intelligence statunitense diretta da John Brennan, ma della Confederazione Italiana Agricoltori guidata da Secondo Scanavino che, insieme ad altre associazioni come la Coldiretti e Legambiente, voleva innalzare dal 12% al 20% la percentuale minima obbligatoria di frutta nelle bevande analcoliche. L’emendamento, presentato alcuni deputati del Pd e originariamente contenuto nel decreto Balduzzi, è stato per fortuna bocciato dalla commissione Affari Europei dopo il parere negativo del ministro Maurizio Martina. Contro il ministro dell’Agricoltura sono state scagliate critiche feroci: «È il ministro delle Politiche agricole o delle multinazionali?» lo hanno attaccato alcuni compagni di partito, «Dobbiamo prendere atto che le più bieche lobby industriali sono riuscite ad avere il sopravvento sulla logica della salute e della qualità» ha dichiarato la Coldiretti, «Fra il benessere dei bambini e gli interessi delle multinazionali, il governo ha scelto i più forti» sono state le parole di Matteo Salvini della Lega.

Del tema se n’è occupato qualche mese fa l’Istituto Bruno Leoni in uno studio di Luigi Ceffalo , in cui sono spiegati gli effetti negativi di una legge del genere: limita la varietà e l’offerta di bibite analcoliche, impone extracosti alle industrie e ai consumatori ad esclusivo beneficio dei produttori di frutta (non per forza italiani), comporta sanzioni per la violazione dei Trattati europei sulla libera circolazione delle merci. Ma senza scomodare le normative europee che spesso sono più assurde di quelle nazionali, basterebbe un po’ di buonsenso per bloccare sul nascere norme liberticide come queste. Con buona pace degli onorevoli “democratici” e delle lobby degli agricoltori, le “multinazionali” fanno e farebbero soldi anche producendo bibite con il 20, 30 o 40% di succo di frutta e se continuano a vendere bevande con il 12% di succo è solo perché ci sono consumatori che le richiedono. Ancora più risibile è l’accusa di Matteo Salvini secondo cui il governo, d’accordo con le solite multinazionali, ruberebbe la frutta e le vitamine ai bambini. Salvini, da padre premuroso prima che da leader di partito, dovrebbe sapere che già oggi esiste un’ampissima libertà di scelta e i genitori possono acquistare in tutti i super e minimarket bevande contenenti fino al 100% di succo di frutta. Nessuno impedisce a nessun altro di scegliere e comprare per sé e i propri figli succhi di frutta e spremute, non si comprende quindi perché alcune categorie e partiti debbano impedire altre persone di bere un’aranciata annacquata attraverso un’imposizione statale. Non vorremmo, se passa il principio dell’obbligo minimo di frutta nelle bevande analcoliche, che un giorno ci venga imposto di spremere arance nell’acqua o limoni nel tè.

Come sempre accade, dietro il paternalismo di Stato si nascondono gli interessi di produttori a caccia di rendite pagate dai cittadini. Le uniche garanzia per i consumatori di prodotti conformi ai propri gusti sono la libertà di informazione e la libertà di scelta. Libera aranciata in libero Stato.

Da L'intraprendente, 4 aprile 2014
Twitter: @lucianocapone

Cosa bevi oggi? Lo decidono i parlamentari

Sembra quasi una presa in giro, un po' come la celebre direttiva europea sulla curvatura delle banane: una cosa tragicamente vera, che nel 1994 stabilì tra le altre cose che tale frutto deve avere un diametro di almeno 27 millimetri. Ebbene, c'è una fetta significativa della classe politica italiana che sembra voler rinverdire quei fasti e così oggi è schierata sulla trincea dell'innalzamento del succo di frutta minimo nei soft drink. Attualmente è solo al 12% e si vuole che arrivi al 20%. Attenzione: non al 18% e neppure al 30%, perché nel primo caso sarebbe troppo poco e nell'altro troppo...

Le aziende chiudono per una tassazione da rapina e una regolazione asfissiante? Le aree più produttive sono boccheggianti e dunque c'è chi predispone referendum autoconvocati? I giovani hanno sempre meno prospettive e pensano a emigrare? Poco conta, tutto questo, per i nostri politici. Ciò che davvero li ossessiona è il progetto di incrementare dell'8% il succo di frutta presente in aranciata, limonata e altre bevande. E questo perché ritengono che la gente sia fondamentalmente stupida, perfino più di loro, e compri una bibita al vago sapore d'arancia persuasa di avere acquistato una spremuta. Un simile paternalismo fa sorridere e ispira fatalmente ogni genere di ironia, male cose sono assai più serie. Questa battaglia viene giustificata invocando il benessere dei bambini e la lotta alle feroci multinazionali, che ci vogliono centellinare questo o quel prezioso succo. Nei fatti, però, sono in gioco interessi ben precisi.
Tra le aziende che realizzano i prodotti e i consumatori che liberamente li acquistano si inseriscono, infatti, lobby in rappresentanza di produttori. In questo caso si tratta di aziende agricole localizzate nelle aree di produzione degli agrumi che, di tutta evidenza, non amano stare sul mercato competitivo e quindi hanno bisogno di usare la regolazione per obbligare questo o quel produttore di bibite ad acquistare una quantità maggiore di arance o limoni.

Nelle scorse ore un emendamento non è stato approvato a Roma nei lavori di una commissione parlamentare, ma la partita si sposterà a Bruxelles, dove gli esperti in curvatura delle banane ci spiegheranno che una spuma al gusto d'arancia deve avere almeno il 20% del succo. Burocrati e politici non sanno, o fingono di non sapere, che in un'economia di mercato le imprese fanno tutto il possibile per trovare il migliore equilibrio tra costo e qualità, in modo tale da soddisfare i consumatori. E ignorano che l'unico effetto di quella disposizione illiberale consisterà nel mettere fuori mercato talune bibite (quelle al 12%: alcune delle quali hanno nomi assai noti) e il lavoro che è stato necessario per elaborarle. Con argomenti assai solidi era già intervenuto sulla questione uno studio di Luigi Ceffalo realizzato per l'Istituto Bruno Leoni, in cui si evidenziavano le pretestuose ragioni sanitarie, le reali motivazioni economiche (sostanzialmente parassitarie) e le serie conseguenze in tema di libertà e responsabilità.
Il paternalismo è sempre paradossale, ma lo è ancor di più quando si èin presenza di una classe politica tanto screditata. È penoso che adultivengano trattati da bambini da parte di altri adulti, ma questo è particolarmente grave se si considera che quanti vorrebbero educarci sono i nostri ben noti governanti. Qualcuno faccia capire loro che siamo capaci di comprare le banane che più ci aggradano e le bibite che ci piacciono di più.

Da Il Giornale, 31 marzo 2014

Educazione a stella marina

«La cosa più facile da fare per qualsiasi movimento sociale che voglia avere successo è chiedere "di più", specialmente il tipo di cose che ha già avuto». Quello di un'istruzione universale, pubblica e obbligatoria è un sogno potente, che ha ispirato riforme a vasto raggio. Anche e soprattutto quando pensiamo ai Paesi in via di sviluppo, siamo tutti convinti che solo la conoscenza possa spezzare le catene della povertà. Ma è davvero facendo più scuole, e obbligando le persone a frequentarle più a lungo, che si migliorano i tassi d'apprendimento? In un libro pieno di dati e di idee, Lant Pritchett, professore alla Harvard Kennedy School of Government, suggerisce che la risposta non è così scontata.

«Oggi la popolazione in età di lavoro scrive Pritchett nei Paesi in via di sviluppo ha frequentato la scuola per un numero di anni triplo rispetto al 1950, quando il 60% delle persone in questa fascia di età non aveva avuto alcuna formazione scolastica. Nei sei decenni tra il 1950 e il 2010 gli anni di frequenza scolastica degli adulti sono passati in media da 2,0 a 7,2». Parrebbe un successo: nel 2010, il cittadino medio di Haiti o del Bangladesh ha fatto più anni di scuola di quanti ne avesse conclusi l'italiano o il francese medio nel 1960. Ma una cosa è organizzare un sistema scolastico, con i suoi docenti e la sua amministrazione, altra equipaggiare le persone con capacità e nozioni utili.

Nel suo The Rebirth of Education, Pritchett descrive un «profilo d'apprendimento piatto»: in molte realtà, l'aumento degli anni passati fra i banchi non coincide se non con incrementi davvero marginali, nelle competenze apprese. «Alla fine della seconda media, in Tanzania solo il 41% degli studenti padroneggia le competenze [tipiche della seconda elementare] [...]. A questi ritmi, se anche tutti gli allievi finissero la scuola secondaria non otterremmo un livello universale di competenze di seconda elementare». In India «la percentuale di allievi di quinta elementare che non sa leggere una storia al livello di seconda elementare è in crescita da sette anni a questa parte».

«Nel tentativo, perfettamente legittimo, di favorire la frequenza scolastica, spesso gli attivisti dimenticano di quanto la scuola possa essere triste e alienante». Questo è vero «in particolar modo per quei ricercatori intellettualmente dotati che hanno frequentato scuole di qualità». Ci sono fattori «pull», che "tirano" fuori dalla scuola, ma anche fattori «push», ogni tanto è proprio la scuola a essere respingente. Metà delle bambine che abbandona le aule lo fa per cause legate alla famiglia o alle disponibilità economiche: ma le altre "mollano" perché insoddisfatte dell'offerta. «È difficile far sì che i ragazzi che non stanno imparando e che sanno di non imparare nullacontinuino a frequentare la scuola». Ogni progetto per ampliare immatricolazione e frequenza scolastica non fa che presumere che tanto basti a garantire il raggiungimento di certi standard d'apprendimento.

Il guaio è che mentre «più scuole» è un obiettivo politicamente facile da pianificare e da verificare, sulla qualità del servizio al massimo si moltiplicano le promesse di investimenti: si vuole «dì più», ma sempre della medesima cosa. I Paesi in via di sviluppo, spiega Pritchett, tendono a copiare le nostre «mode educative»: però i loro problemi pedagogici sono diversi, e perciò richiedono risposte diverse. Pritchett si rifà a Brafman e Beckstrom (Senza leader. Da internet ad al Qaeda: il potere segreto delle organizzazioni a rete) e distingue fra sistemi «ragno», basati su una gerarchia, e sistemi «stelle marine», acefali e composti da unità indipendenti. Il ragno tesse la sua tela ma, per quanto vasta essa possa diventare, la più piccola vibrazione di un filo di seta dovrà essere compresa e interpretata dal suo cervello. La stella marina si muove, si nutre, si rigenera grazie a singole parti che possono vivere e riprodursi anche senza controllo centrale.

Per Pritchett, a garantire un apprendimento migliore non bastano insegnanti meglio pagati, né docenti più istruiti o aggiornati, e nemmeno una maggiore diffusione dei libri di testo, o classi meno numerose. Rispetto alla spesa, nota come gli Stati Uniti e la Polonia possano vantare risultati analoghi, in termini d'apprendimento, per come vengono misurati dai test internazionali, e tuttavia gli americani spendono per alunno quasi il 65% in più dei polacchi. La storia della scuola è la storia dello Stato. I sistemi educativi che conosciamo e apprezziamo sono caratterizzati dalla frequenza obbligatoria, da un forte controllo centralizzato, dal monopolio pubblico nella fornitura del servizio. Gli Stati nazionali hanno l'ambizione di «controllare il processo di socializzazione»: la scuola non trasmette solo abilità ma anche credenze. La diffusione delle competenze può essere esternalizzata, la necessità di inculcare taluni principi invece no. È per questo che gli Stati tendono a monopolizzare l'offerta, anziché limitarsi a sussidiare la domanda, per esempio attraverso un «buono scuola» liberamente spendibile in diversi istituti.

Migliorare non è impossibile: bisognerebbe abbandonare l'ambizione del ragno e abbracciare sistemi «a stella marina» aperti, decentralizzati, orientati a obiettivi chiari e misurabili. Non mancano esperienze incoraggianti: per esempio quelle delle scuole private "low cost" su cui molto ha scritto James Tooley. Modelli aperti all'evoluzione incoraggerebbero innovazione e cambiamento. Dalle lezioni di piano allo sport, sono molti gli ambiti in cui l'insegnamento ha più successo che nelle scuole. Servono i giusti incentivi, per imparare a insegnare e per imparare a imparare.

Da Il Sole 24 ore, 31 marzo 2014
Twitter: @amingardi

Perché i pediatri non sono mai abbastanza? Un Focus IBL

Oggi si dà per scontato che tutti i bambini siano curati e curabili da un medico pediatra, eppure nei fatti non è sempre così ovvio.
L’organizzazione del servizio è infatti regolata da un convenzione, un contratto che disciplina il rapporto di lavoro tra il SSN (Servizio Sanitario Nazionale) e il pediatra. 

Il Focus di Lucia Quaglino “Perché i pediatri non sono mai abbastanza?” (PDF) esamina gli effetti della regolamentazione esistente e l’organizzazione del servizio pediatrico, ipotizzando soluzione alternative rispetto a quelle vigenti, orientate a ridurre e contenere gli effetti distorsivi dell’attuale sistema a vantaggio della qualità del servizio offerto.

“La cosiddetta libera scelta del pediatra per i propri figli - afferma Quaglino - è piuttosto circoscritta, in quanto l’accesso limitato alla professione e il contingentamento del numero di bambini seguiti creano un eccesso di domanda insoddisfatta, quindi nei fatti i genitori hanno poche opzioni a loro disposizione. Inoltre, lo stipendio fisso per numero di pazienti disincentiva un miglioramento della qualità delle cure, per cui il diritto a cure appropriate è solo parzialmente assicurato. Infine, le norme che regolano i rapporti tra pediatri e Asl all’interno della convenzione sono facilmente eludibili e difficilmente controllabili”. “Lasciando invece ai pediatri la possibilità di operare quali liberi professionisti, pur all’interno di un sistema pubblico, e remunerandoli anche in base alle prestazioni fornite, è possibile soddisfare le esigenze della domanda incentivando il miglioramento dell’assistenza fornita.”

Il Focus “Perché i pediatri non sono mai abbastanza?” di Lucia Quaglino è liberamente disponibile qui (PDF).

Sanità, la Regione dal gioco del cerino alla roulette russa

Come si dice Tasi in russo? Forse c'è la grande incertezza riguardo la tassazione degli immobili nel nostro Paese, dietro il flop dei genovesi a Mosca. O forse la diffusa percezione di farraginosità che aleggia e che a maggior ragione grava su chi voglia imbarcarsi in una ristrutturazione immobiliare. Certo, il risultato desolante di questo viaggio della speranza ha l'effetto della proverbiale prima tessera del domino.
Tutto nasce dal "gioco del cerino" con cui si è tentato di arginare il profondo rosso della sanità ligure: solo che, adesso, la miccia rischia di restare in mano ai contribuenti. Come tutte le brutte storie, anche questa inizia con le buone intenzioni: che, tradotto dal politichese all'italiano, vuol dire "costruzione del consenso". Il capitolo di gran lunga più importante nel bilancio delle Regioni è la sanità. Molte Regioni, Liguria inclusa, hanno pertanto usato questa leva per (come si dice pudicamente) stare vicine al territorio.

Poiché, però, nessun pasto è gratis, questa politica, che solo negli ultimi anni è stata oggetto di profondi ripensamenti, ha aperto una voragine nei conti. Tra il 2002 e il 2010, la nostra sanità ha accumulato un disavanzo complessivo pro capite pari a 764 euro, il più alto del Nord Italia e nettamente al di sopra della media nazionale (577 euro). Solo nel 2010, le Asl liguri hanno perso quasi 90 milioni di euro.

Di fronte a dati così drammatici, peraltro in presenza di una qualità del servizio non sempre eccelsa, ci sono due strade: quella giusta e quella facile. Per troppo tempo l'amministrazione regionale ha battuto quest'ultima, nascondendo la polvere sotto il tappeto. Così, ha commesso la prima di una lunga serie di leggerezze: ha scelto di finanziare la spesa sanitaria corrente con un'entrata straordinaria, cioè la cessione degli immobili della sanità.

Ma alla Regione non bastava trovare dei soldi: le servivano "pochi, maledetti e subito". Sicché, anziché montare una privatizzazione per benino (che avrebbe potuto pure essere un'occasione di riqualificazione urbana), la Regione ha venduto gli edifici alla sua partecipata Arte, obbligandola per legge a comprare, come hanno ricostruito Guido Filippi ed Emanuele Rossi. Purtroppo, però, i soldi non li aveva neppure Arte: che, per racimolarli, ha dovuto accendere linee di credito con Banca Carige (istituto finanziario a sua volta in condizioni non floride). Arte, però, finora non è riuscita a collocare gli immobili presso terzi: da qui il pellegrinaggio della giunta sotto il Cremlino, le grandi speranze di ieri, le cocenti delusioni di oggi. Risultato: la Regione è intervenuta sull'emorragia sanitaria in modo tardivo e timido. Acuendo così la crisi finanziaria di Arte, che potrebbe causare enormi problemi tanto in Regione, quanto in Carige. Riassumendo, la Regione si è resa responsabile di una catena di irresponsabilità.

Prima coltivando la malerba della spesa pubblica, poi tentando il gioco delle tre carte (la vendita ad Arte), quindi con l'assunzione di rischi ingiustificati (l'indebitamento di Arte), infine scommettendo sulla generosità degli oligarchi. Purtroppo, da Mosca l'amministrazione sembra aver portato a casa una sola cosa: la roulette russa. E già diversi colpi sono andati a vuoto.

Da Il Secolo XIX, 28 marzo 2014
Twitter: @CarloStagnaro

Uber sfida i taxi romani. +20% di clienti al mese

Il servizio Taxi di Roma rimane parcheggiato nei bassifondi delle graduatorie europee e le applicazioni come Uber il programma per smartphone che permette di trovare vetture alternative grazie a un tocco di polpastrello scala le classifiche dei download (+19% al mese). Secondo l'ultimo report dell'Istituto Bruno Leoni però «l'avvento di smartphone e nuove tecnologie ha ormai rivoluzionato il settore» tanto da rendere non più rinviabile una "deregulation". Anche perché «nei Paesi stranieri che hanno messo in pratica le liberalizzazioni - dall'Irlanda, alla Svezia - si è registrata una riduzione media delle tariffe e un significativo aumento della domanda» dei consumatori.

RANKING EUROPEI
L'ultima indagine Eurostat piazza i taxi della Capitale al penultimo posto per qualità del servizio, davanti solo a Lubiana, e dietro a tutte le grandi metropoli del continente. E anche il costo delle corse dentro al Raccordo è maggiore rispetto a Napoli, Palermo, Bologna e Firenze. Ecco perché molti consumatori decidono di rivolgersi altrove. E Uber, spiegano dall'headquorter italiano della società nata a San Francisco quattro anni fa, «oggi cresce a una media del 19-20% ogni mese e negli ultimi mesi a Roma c'è stata un'ulteriore accelerazione».
Questa app – presente ormai in ottanta città di tutto il mondo, da Amsterdam a Singapore, da Londra a Melbourne, e in Italia a Roma e Milano – si scarica gratuitamente e permette di visualizzare su una mappa la posizione in cui si trova l'utente e quella dell'auto con conducente più vicina. In pochi secondi viene calcolato il tempo di attesa previsto e e per la prenotazione basta un click. Il pagamento avviene con carta di credito e i prezzi sono circa il 20% superiori a quelli dei taxi. Una differenza che però non spaventa i consumatori, se è vero che oggi Uber capitalizza 17 miliardi di dollari, ovvero di più di due giganti dell'autonoleggio come Hertz ($12.5 miliari) o Avis/Budget Group (6.32 miliardi).

CLIENTI E PREZZI
Secondo l'ultimo rapporto dell'Istituto Bruno Leoni sul “Servizio di Taxi e auto a noleggio” le nuove tecnologie «hanno fatto venire meno le distinzioni» tra auto bianche e Ncc. «Nel 1993 – spiega Diego Menegon di Ibl – la giurisprudenza poteva ancora sostenere che le “attività di servizio di taxi e di noleggio con conducente si differenziano per la natura del servizio effettuato”. Ma oggi l'evoluzione tecnologica e la possibilità di reperire con un semplice sms la macchina più vicina consente di metterlo in dubbio». Secondo Menegon, che ha curato il rapporto, «nonostante le distinzioni normative, gli Ncc svolgono di fatto un ruolo almeno in parte sostitutivo del taxi». Rivolgendosi alla stessa clientela: «Oggi l'applicazione Uber si è diffusa anche tra la clientela occasionale».
Ecco perché, secondo l'Istituto Bruno Leoni, serve una vera liberalizzazione. «Lo suggeriva già nel 2006 l'Autorità per la concorrenza. Ora è venuto il momento di abolire quelli che l'Antitrust ha individuato come “elementi di discriminazione competitiva tra taxi e Ncc in una prospettiva di piena sostituibilità dei due servizi”.
In questo modo si otterrebbe una riduzione media delle tariffe e un significativo aumento della domanda».

Da Il Messaggero, 23 luglio 2014

Il rischio di smontare le liberalizzazioni

Dal 2009, l'Autorità Antitrust invia al governo le sue segnalazioni per predisporre la legge annuale per la concorrenza. Peccato che i governi succedutisi dal 2009 ad oggi questa legge annuale non hanno mai trovato il tempo di licenziarla. Pare che il ministro Guidi voglia segnare in questo senso una positiva discontinuità con i suoi predecessori. L'impressione, però, è che oggi la priorità sul fronte delle liberalizzazioni non sia andare avanti: ma, più modestamente, evitare di tornare indietro, a un'economia ancora più presidiata dallo Stato che pure molti guardano con nostalgia. Alcuni esempi, dalla cronaca politica degli ultimi giorni.

L'Antitrust ricorda che «assetti regolatori meno restrittivi consentono dì generare reddito e occupazione; la rimozione delle barriere all'entrata e dei vincoli ingiustificati che gravano sulle imprese incrementa i tassi di investimento di lungo periodo e la crescita della produttività». Se molto resta da fare, qualche passo in questa direzione è stato fatto, negli ultimi vent'anni. Per esempio, il commercio è stato progressivamente liberalizzato e da ultimo il governo Monti ha abolito i giorni di chiusura obbligatoria. Il che non significa che gli esercenti oggi debbano sottostare a una «apertura obbligatoria». Al contrario, si chiamano «liberalizzazioni» proprio perché restituiscono «libertà» alle persone e alle imprese. In questo caso, la libertà di intercettare nel modo che si ritiene migliore le necessità dei propri clienti, alzando o tenendo abbassata la saracinesca, come più pare opportuno al singolo commerciante e non ad altri che decidono per lui.

La Commissione Industria della Camera si appresta a discutere una norma che istituisce nuovamente le chiusure obbligatorie: dodici festività l'anno, di cui sei a discrezione dei Comuni. Se la norma passasse, qualcun altro tornerebbe a decidere al posto del singolo commerciante. L'Antitrust sostiene «l'esigenza di promuovere una cultura della concorrenza diffusa a tutti i livelli di governo». Nei giorni scorsi un articolo di Bloomberg ha suggerito che il governo starebbe pensando ad allargare l'ambito di applicazione dei cosiddetti golden power, per impedire a Telecom Italia di vendere la propria filiale brasiliana.

Come ha ricordato Massimiliano Trovato (leoniblog), la logica (già discutibile) dei «poteri speciali» è quella di prevenire l'ingresso di operatori stranieri in Italia in ambiti ritenuti «strategici». Ma sulla base di quale principio tali «poteri» dovrebbero essere utilizzati per decidere ciò che le imprese italiane possono o non possono fare all'estero? Anche «voci» e «rumor» come questi rivelano il tasso di penetrazione della «cultura della concorrenza». L'Antitrust raccomanda di ridisegnare la sanità italiana con l'obiettivo di «garantire la libertà di iniziativa economica e aumentare la concorrenza tra le strutture sanitarie». L'Autorità guarda alla riforma della sanità del 1992 e soprattutto al cosiddetto «modello lombardo» che, pure imperfetto come tutte le cose dì questo mondo, ha garantito servizi di elevata qualità a `fronte di una spesa sanitaria sotto controllo, grazie proprio a un certo grado di competizione fra erogatori pubblici e privati. Altri Paesi che hanno riformato la loro sanità Olanda, Germania, Spagna hanno seguito strade non dissimili da quella presa dalla Lombardia, puntando sulla concorrenza per ridurre i costi senza restringere il perimetro del servizio universale. Il Presidente della Lombardia ha presentato di recente un «Libro Bianco» che vanta i meriti del «modello lombardo», salvo proporne lo stravolgimento. Al posto della competizione, si vorrebbe una «regia» unitaria, che renda residuale il ruolo del privato e accentri più potere nelle mani dei pianificatori regionali. Si contempla anche un'opera di bonifica del vocabolario: scomparirebbe l'odiata «azienda», per tornare a una più rassicurante «agenzia sanitaria locale».

Speriamo che quelle elell'Antitrust non restino prediche inutili, ma soprattutto che non si proceda a smontare quanto di buono è stato fatto nella direzione di una più efficace separazione fra economia e Stato: privatizzando e liberalizzando. La libertà non basta a garantire la crescita, però il suo contrario cioè l'abbraccio asfissiante di regolatori, pianificatori, ministri, assessori regionali; eccetera è la strada sicura per il declino.

Da La Stampa, 9 luglio 2014
Twitter: @amingardi

L'Antitrust e i dubbi sulle regole

La vicenda Avastin Luceritis è molto complessa non solo dal punto di vista farmacologico ma anche dal punto di vista normativo. Condannando Roche e Novartis, l'Agcm ha sostenuto che l'una casa farmaceutica avrebbe ingigantito i rischi derivanti dalla somministrazione di un farmaco per curare patologie diverse da quelle per cui è nato, al fine di favorire la vendita dell'altro, più costoso, di cui è titolare l'altra.

Due elementi sorprendono, in questa condanna. In primo luogo, il mercato dei farmaci è sottoposto a numerosissimi vincoli e controlli. Non si può mettere in commercio un prodotto se non è passato al vaglio di apposite autorità nazionali o comunitarie e, una volta in commercio, il farmaco è sottoposto a fasi di controllo relativamente alla sua appropriatezza e sicurezza.

La condanna dell'Antitrust è quindi una condanna, prima ancora che delle aziende coinvolte, alle autorità e al sistema di regole che tutelano la salute dei pazienti. Dubitare delle scelte circa l'uso di un farmaco vuol dire in realtà dubitare della funzionalità e della legittimità di tali istituzioni, in una sorta di paradosso della vigilanza per cui il paziente, tra tanti garanti, non sa più di chi fidarsi. Ne è conferma l'annuncio da parte di Altroconsumo di una class action contro l'Aifa, che muove proprio da questa vicenda e dal provvedimento dell'Antitrust. E che dire del Ministero della Salute, che vigila sull'Aifa ma ora chiede un risarcimento a Novartis e Roche?

C'è poi un secondo elemento. Uno dei due farmaci, quello per cui la casa farmaceutica titolare avrebbe artificiosamente ingigantito i rischi di sicurezza terapeutica, è più conveniente dell'altro.
Un risparmio per la spesa sanitaria stimato dall'Antitrust in 540 milioni di euro per il 2013 e 613 per il 2014. Un paese in cui l'autorità giudiziaria chiude impianti industriali sulla base del principio di precauzione, può dimenticarsi dello stesso principio se la contropartita è il risparmio della spesa sanitaria?

E' ammissibile che l'Antitrust, deputata al solo controllo della correttezza dei comportamenti concorrenziali, sindachi la natura di un farmaco, la sua appropriatezza e la sua sicurezza terapeutica - questioni di competenza di altre autorità specifiche - ravvisando un comportamento anticoncorrenziale dovuto a un eccesso di precauzione, altrove tanto declamata?
In questa vicenda emergono i nodi di un sistema di tutela della salute che pretende di essere universale e pienamente efficiente senza potervi riuscire. Anche la delegittimazione delle regole può minare il diritto alla salute.

Da La Stampa, 30 maggio 2014

Autopubbliche. Superare le vecchie regole

Taxi e auto a noleggio con conducente si contendono oggi un mercato simile, la cui domanda è costituita dalle esigenze di spostamento più o meno imprevedibili delle persone. Rispetto a un’epoca, non lontana nel tempo ma molto distante per tecnologia, in cui per avere il servizio di auto pubbliche si era costretti a recarsi “su piazza” o prenotare da telefono fisso una corsa, oggi l’innovazione tecnologica rende facile e rapido trovare l’auto più vicina, sia dell’uno che dell’altro servizio. L’IT ha consentito il superamento del servizio taxi come servizio di interesse pubblico, rendendo taxi e NCC parte di un’unica offerta integrata.

Il Briefing Paper “Servizio di taxi e auto a noleggio: il narcisismo delle piccole differenze” (PDF) di Diego Menegon - fellow dell'Istituto Bruno Leoni - esamina l’adeguatezza dell’attuale disciplina delle auto pubbliche, che ancora distingue taxi e NCC, rispetto alla domanda e alle possibilità offerte dall’IT, proponendo alcune modifiche per superare gli anacronismi di una legislazione ormai di fatto superata.

“Il settore del trasporto non di linea - conclude Menegon - ha bisogno di aprirsi alla concorrenza e all’innovazione per soddisfare una domanda e bisogni in continua evoluzione. Ogni restrizione all’uso delle nuove tecnologie dell’informazione in difesa di una categoria da proteggere dalla concorrenza avrebbe ricadute negative non solo sui consumatori, ma anche sulle prospettive del settore, visto che la chiusura del mercato avrebbe come effetto il soffocamento di ogni stimolo a progredire e migliorare i servizi”.

Il paper “Servizio di taxi e auto a noleggio: il narcisismo delle piccole differenze” di Diego Menegon è liberamente disponibile qui (PDF).

Chioschi dell'acqua: invasione pubblica di un mercato privato

Negli ultimi anni, è aumentato rapidamente il numero delle case dell’acqua, distributori di acqua potabile e filtrata costruiti con soldi pubblici e gestiti dagli enti locali, direttamente o tramite loro società.

Nel focus “Limpido come l’acqua? Il lato oscuro delle «case dell’acqua»” (PDF), Luciano Capone indaga la gestione e il finanziamento dei chioschi dell’acqua, analizzando le ragioni che dovrebbero giustificare i relativi investimenti pubblici. “Se si trattasse di iniziative puramente merchant – sostiene Capone – rappresenterebbero senza dubbio uno strumento di maggiore libertà di scelta per i consumatori [...] Tuttavia, esse sono spesso - ed erroneamente - considerate parte del servizio pubblico, e come tali remunerate nelle tariffe idriche”.

Secondo Serena Sileoni, vice direttore generale dell'Istituto Bruno Leoni, “oltre ad essere ingiustificato, l'intervento pubblico a favore della costruzione dei chioschi dell'acqua è ingannevole nel far ritenere che l’acqua alla fonte possa sostituire l'acqua minerale, che è invece un prodotto diverso, e quindi anche discriminatorio nei confronti di coloro che consumano acqua in bottiglia per finalità terapeutiche, e che si trovano comunque a partecipare, da contribuenti, alle spese per la costruzione e la gestione delle case dell'acqua senza poterne usufruire”.

Il focus “Limpido come l’acqua? Il lato oscuro delle «case dell’acqua»” di Luciano Capone è liberamente disponibile qui (PDF).

Dal Mondiale più costoso della storia, un invito all'austerità

Si è appena concluso il Mondiale più costoso della storia, che rimarrà nelle cronache sportive per il 7-1 rimediato dai padroni di casa e in quelle finanziarie per l'entità delle spese sostenute dagli organizzatori. Nel Focus “Brasile 2014: la vittoria dell'austerità” (PDF), Massimiliano Trovato (Fellow dell'Istituto Bruno Leoni) dimostra che nemmeno il Brasile si è sottratto alla trappola dei grandi eventi sportivi, in cui la grave sottovalutazione degli investimenti si affianca a un ottimismo infondato sulla loro ricaduta. 

Secondo Trovato, «siamo di fronte a una rappresentazione esemplare delle criticità che, ormai da anni, gli economisti denunciano con riguardo alla gestione di Olimpiadi e Mondiali: esborsi fuori controllo, impianti senza alcuna possibilità di utilizzo duraturo, scarse sinergie tra le esigenze della manifestazione e quelle del paese ospitante – il tutto mentre la Fifa, a dispetto delle accuse di corruzione, batte ogni record d'incasso. C'è da sperare», conclude Trovato, «che la vittoria della Germania faccia scuola: insegnando una maggior disciplina non solo tattica, ma in primis finanziaria». 

Il Focus “Brasile 2014: la vittoria dell'austerità” di Massimiliano Trovato è liberamente scaricabile dal sito IBL. (PDF

Bene l'emendamento SEL perché non ci siano “libri più uguali degli altri”

Si apprende dalla stampa che alcuni deputati di Sel hanno presentato un emendamento al decreto cultura per equiparare l'IVA applicata agli e book, attualmente ordinaria al 22%, a quella dei libri tradizionali, ridotta al 4%. L'emendamento, che riproduce un'analoga proposta di legge di iniziativa parlamentare sempre di Sel, ripristina e anzi supera l'intenzione originaria del ministero della cultura di abbassare l'IVA sugli ebooks. Nella prima formulazione del decreto, infatti, l'imposta era ridotta al 10%, nel tentativo di un parziale allineamento all'IVA applicata ai libri cartacei.
"L'allineamento - sostiene Alberto Mingardi, direttore generale dell'Istituto Bruno Leoni - non può però che essere totale. L'IVA sugli ebooks va abbassata per un ovvio e semplice motivo di eguaglianza fiscale: "I Promessi sposi" restano sempre gli stessi, che siano impressi su un supporto informatico o su carta. Non c'è quindi ragione, in termini di equità, di trattare fiscalmente come beni diversi un libro cartaceo e lo stesso libro in formato elettronico"

Al via su Reteconomy Sky 816 “Il punto di vista” dell’Istituto Bruno Leoni


“Il punto di vista” di IBL
Ha preso il via questa settimana una nuova iniziativa nata dalla collaborazione tra Reteconomy e Istituto Bruno Leoni, due realtà giovani e dinamiche che mettono al centro della propria attività una nuova visione dell’economia.
Ogni giorno, nel contenitore Buongiorno Economia, va in onda Il punto di vista degli esperti di IBL, che commentano i principali fatti di attualità – dalla politica agli scandali corruzione, dai trasporti alle telecomunicazioni, dall’energia alla fiscalità – con lo sguardo sempre rivolto a un obiettivo: mettere in circolo idee e proposte per il libero mercato, volano di crescita e competitività, a tutto vantaggio dei consumatori.

I protagonisti dell’iniziativa
Raccontare con il linguaggio delle immagini il Paese che lavora e che produce e aiutarlo a crescere e a guardare al futuro. È la mission di Reteconomy, la nuova piattaforma multicanale di informazione economica ideata per dare voce a imprenditori, professionisti, manager. Chiara, accurata, originale: la nuova visione dell’economia.

Nato dieci anni fa sul modello dei think tank anglosassoni, l’Istituto Bruno Leoni vuole rappresentare un pungolo ed una risorsa per la classe politica, stimolando nel contempo una maggiore attenzione e consapevolezza dei cittadini verso tutte le questioni che attengono le politiche pubbliche e il ruolo dello Stato nell’economia.

"La collaborazione con IBL – spiega Elisa Padoan, Direttore responsabile di Reteconomy – è una preziosa occasione di riflessione sui limiti e sulle lacune della classe politica italiana, che si inserisce perfettamente nella linea editoriale della nostra emittente. Lo scopo? Smettere di piangersi addosso e cercare soluzioni per un Paese che vuole e deve diventare “moderno”".

“Ci fa piacere poterci rivolgere al pubblico di Reteconomy con regolarità, per portare il punto di vista delle idee di mercato. – dichiara Alberto Mingardi, Direttore generale di IBL – Il dibattito pubblico ha bisogno di luoghi dove avere una discussione libera e di qualità. Siamo contenti di poter portare il nostro piccolo contributo”.

I temi di questa settimana
- Gli scenari europei nel post-elezioni, di Alberto Mingardi (Direttore generale IBL)
- Alitalia: azienda privata o bandiera di italianità?, di Alberto Mingardi
- Liberalizzazione taxi e caso Uber, di Alberto Mingardi
- Il nuovo avanza e il legislatore arranca, di Alberto Mingardi
- La corruzione? frutto di uno stato troppo invadente, di Carlo Lottieri (Direttore Teoria politica IBL)

IlMioDono.it: vota e fai votare per IBL, fino al 7 luglio

UniCredit ha deciso di rinnovare l'iniziativa a sostegno del Non Profit, mettendo a disposizione un importo complessivo di € 100.000, a titolo di donazione, da distribuire tra le Organizzazioni aderenti al servizio IlMioDono.it che riceveranno più voti.

Votando per l'Istituto Bruno Leoni potrai aiutarci concretamente a diffondere le idee di libertà nel nostro Paese. Abbiamo inoltre pensato a un piccolo ringraziamento per te: l'invio di un eBook a scelta fra i seguenti titoli: Breve storia della libertà di David Schmidtz e Jason Brennan, Contro Keynes di Friedrich A. von Hayek, L'economia in una lezione di Henry Hazlitt e Le origini della virtù di Matt Ridley. Potrai votare (e far votare) fino al 7 luglio 2014.

Votare IBL è semplice: basta cliccare QUI , poi su "Vota questa organizzazione" e infine esprimi la preferenza in una delle due modalità proposte, come nell'immagine sopra.

Dopo avere votato, inoltra a info@brunoleoni.it l'email generata automaticamente da IlMioDono che certifica il tuo voto, ricordando di comunicarci quale eBook desideri ricevere (gli eBook sono disponibili in formato ePub e mobi).

IlMioDono.it è il portale di Unicredit creato per effettuare in maniera semplice e veloce una donazione senza commissioni. Oltre a votare l'Istituto, attraverso IlMioDono.it potete ovviamente fare anche una donazione a suo favore, sia per sostenere il complesso delle sue attività, sia per contribuire alla realizzazione di due progetti specifici: Wikispesa , l'enciclopedia diffusa della spesa pubblica, e "IBL nelle scuole", le due "prime lezioni di economia" che i nostri ricercatori portano nelle scuole superiori.

Istituto Bruno Leoni, Giugno 2014

Cercasi banche di sistema disperatamente

Le banche sono state al centro dell'intero sistema economico italiano. Il capitalismo di relazione ha di fatto bloccato l'economia con patti più o meno segreti che hanno cercato di mantenere uno status quo. Un intervento delle banche era sempre benvenuto dai governi al fine di raggiungere determinati obiettivi politici per delle aziende particolarmente «sensibili». Questi accordi sono alla base del capitalismo all'italiana: quello dí relazione. Una relazione che avvicina determinati «industriali» ai principali istituti di credito e che vedono come terzo partner interessato lo Stato italiano. Il capitalismo di relazione non ha mai previsto un'indipendenza totale delle aziende private. Nel momento del bisogno c'era sempre una banca spinta dal governo pronta ad aiutare. Quanto è stato dannoso un sistema del genere? Di fatto questo interventismo economico dello Stato mediato dalle banche ha bloccato anche l'arrivo di capitali esteri, interessati allo sviluppo di aziende italiane. È stato il caso della vecchia Alitalia nel momento in cui i francesi di AirFrance-Klm volevano prenderne il controllo nel 2008. Ancora prima era stata Telecom Italia al centro delle attenzioni di America Movil e di At&t: in quel caso, l'italianità era stata difesa dalle banche di sistema tramite la scatola Telco, la cui maggioranza era nelle loro mani.

Quella stessa scatola che è venuta meno alla fine dello scorso anno, quando gli spagnoli di Telefonica avevano prima deciso di prenderne il controllo e successivamente di smontarla. Il capitalismo di relazione sembrava essere terminato con l'operazione Telefónica-Telecom Italia, nonostante le proteste di senatori che volevano mantenere lo status quo del sistema.

Qualcosa è davvero cambiato allora? Telecom Italia sembrava dimostrare che il clima potesse cambiare. Le banche di sistema sembravano avere sempre meno potere e pareva che di fatto fossero meno inclini a scendere ad accordi con i diversi governi che pretendevano un determinato interventismo. Indubbiamente la crisi bancaria aveva reso più deboli le banche stesse che dovevano tornare a focalizzare i propri investimenti più in funzione del ritorno finanziario che in funzione della spendibilità politica. Ora è il turno della crisi della società energetica Sorgenia. E ancora una volta le banche sono tornate al centro dell'azione. Il caso della società della famiglia De Benedetti sembra indicare che questo capitalismo di relazione sia tornato in auge.

L'accordo raggiunto pochi giorni fa dimostra ancora una volta che le banche non abbandonano gli «amici» nei momenti di difficoltà; specialmente quegli amici che controllando direttamente i giornali hanno ancora una certa influenza. Situazione un po' differente invece da quanto successo in Alitalia, dove le banche hanno accettato il taglio del debito in cambio dell'entrata del nuovo socio forte Etihad: in questo caso il piano industriale proposto dalla nuova Alitalia insieme ai soci emiratini è indubbiamente forte e nel medio periodo è previsto anche un ritorno all'utile. Le banche, dunque, continuano a rimanere al centro del sistema Italia, ma un po' meno da protagoniste. I prossimi mesi saranno decisivi poiché nuove partite si apriranno e il ruolo del capitalismo di relazione rischia di ritornare in auge.

Da Panorama, 31 luglio 2014

Ci possono essere stimoli che sanno essere rigorosi

Stop all'austerità, sì alla crescita: è il motto dei referendum per abrogare parti della legge che attua il principio costituzionale del pareggio di bilancio. Iniziativa per più versi singolare: non è impresa da poco raccogliere le firme; è controverso che sia "referendabile" una legge approvata con speciali modalità; il pareggio di bilancio è da sempre una bandiera della destra e tra i proponenti ci sono persone che della destra sono stati esponenti di rilievo.

E soprattutto si vogliono togliere obbiettivi di bilancio più gravosi di quelli europei: ma non era l'Ue a strangolarci?
Non è austerità il pareggio di bilancio: anche la nuova formulazione, dopo che quella del vecchio art. 81 aveva consentito il formarsi di uno dei maggiori debiti al mondo, consente elasticità per tener conto del ciclo. Il trattato di Maastricht ne fissa il limite nel 3% del Pil, oltre scatta la procedura di infrazione: rispettare quel limite di elasticità viene chiamato austerità. Quanto al debito, doveva essere il 60% del Pil, siamo a più del doppio, abbiamo firmato un trattato che ci impegna a rientrare in 20 anni: rispettare quell'impegno è chiamato austerità. Certo è diverso ripagare i debiti quando l'inflazione è al 2% e la crescita al 3% reale, o quando inflazione e crescita sono entrambi prossimi a zero. Quindi all'inflazione ci pensi la Bce, alla crescita i governi dell'Europa, rendendosi conto che questa è una crisi da domanda, da cui è possibile uscire con interventi che la stimolino: non riconoscere questa soluzione è "austerità". Ma siccome fare debiti nuovi per meglio pagare quelli vecchi è un'idea che i creditori potrebbero trovare stravagante, si cerca di trovare come, e a spese di chi, sforare sui vincoli senza far sorgere dubbi. Così Paolo Savona sul Sole 24 Ore, considerando che per noi sarebbe un suicidio obbligarsi a decenni di avanzi primari, propone che l'Italia abbatta il debito vendendo cartelle di una maxiprivatizzazione da 400 mld. Jean Claude Juncker, per avere i voti socialdemocratici, promette di spendere 300 mld in infrastrutture. Ma le privatizzazioni dànno soldi veri solo se chi compera può liberamente disporre dei beni acquistati; per le infrastrutture bisogna che i soldi spesi ritornino come profitti.

Leggi il resto su Il Sole 24 Ore, 31 luglio 2014
Twitter: @Fdebenedetti

Sui conti si gioca la credibilità dell'Italia. Pericolose le tentazioni sull'articolo 81

È noto che gli oppositori delle riforme istituzionali, versione Renzi, vorrebbero che la Costituzione restasse così com'è. Ma fanno un'eccezione: per l'articolo 81, modificato nel 2011 perché prescrivesse l'«equilibrio» fra uscite e entrate dello Stato. Nei giorni scorsi ne hanno parlato, in due interviste, sia Nichi Vendola sia Massimo Mucchetti (Corriere, rispettivamente il 29 e il 28 luglio).

È una battaglia tutta simbolica: la sinistra ci legge una sorta di rifiuto costituzionale del keynesismo. Per la verità, la stessa cosa si poteva dire dell'art. 81 originario, che obbligava a indicare i mezzi per far fronte alle nuove spese. Sappiamo come andò a finire: sul punto, la Costituzione più bella del mondo rimase lettera morta. Il nuovo art. 81 esige l'«equilibrio» di bilancio, ma aggiustato al ciclo economico, da quest'anno. Subito le Camere hanno votato per consentire al governo di disattenderlo. Si può considerare eccessivamente inflessibile una norma che sì lascia forzare già al momento del debutto? Gioverebbe forse ricordare perché, nel 2011, ci si affrettò a riscrivere l'art. 81. La marcia apparentemente inarrestabile dello spread imponeva di dare un segnale circa la serietà delle nostre intenzioni, quanto a riordino della finanza pubblica (seguendo l'esempio dei tedeschi, che per primi hanno costituzionalizzato il pareggio). Il percorso di revisione costituzionale ebbe inizio sotto il governo Berlusconi e si concluse con il governo Monti ed è in coerenza con il trattato detto Fiscal compact.

Che il legislatore abbia voluto tenersi le mani libere, si capisce dal fatto che si parla di «equilibrio» di bilancio, più rassicurante del «pareggio». Le norme costituzionali sono materia plastica nelle mani del ceto politico: la «sterilizzazione» dell'art.81, quest'anno, lo conferma. Cosa pensare, però, di una classe politica così ansiosa di divellere un argine, sia pure tanto debole, alla propria voracità? Che ne direbbero investitori e partner europei? Chi vuole riscrivere l'art. 81 intende affermare il principio della più ampia discrezionalità nella spesa pubblica. Principio che in Italia ha un'antica tradizione e solide realizzazioni: a cominciare dai nostri 2.200 miliardi di debito.

Dal Corriere della sera, 31 luglio 2014
Twitter: @amingardi