La politica decide per i negozianti

Per «sollecitare i singoli negozi a fidelizzare la clientela», l’assessore regionale al commercio Parolini ha proposto ai commercianti di autorizzare sì i presaldi, ma solo con le carte fedeltà. Sembrerebbe un passo in avanti nella direzione della liberalizzazione. E tuttavia è curioso che all’autorizzazione dei saldi anticipati si accompagni la volontà di decidere, politicamente, quale debba esserne la clientela.

A Milano si dice: «Ofelè fa el to mesté». Ognuno veda per l’appunto di far bene il proprio mestiere, che già non è poco. I commercianti, dal momento che sono esseri umani al pari dei politici, sicuramente sbaglieranno. Ma non è del tutto irragionevole immaginare che il problema di come fidelizzare la propria clientela, vendano maglioni di cachemire oppure gelati, l’abbiano ben presente. La carta fedeltà è uno strumento come tanti: va bene per alcune rivendite, meno per altre. È uno strumento utilizzato dai grandi supermercati, forse funziona meno bene per altri tipi di esercizi. Per i quali, magari, oggi è più importante strappare un «Like» su Facebook, che regalare la tessera di un club poco o punto esclusivo. Forse davvero la Regione dovrebbe pensare ad altro: ofelè fa el to mesté. E invece le vendite promozionali sono un eterno tormentone della politica italiana, come pure di quella lombarda.

Dal Corriere della sera, 30 ottobre 2014
Twitter: @amingardi

Non basta un commissario per fare la spending review. Cottarelli saluta e se ne va con risultati (molto) modesti

Quanto è difficile tagliare la spesa pubblica in Italia? Si è tenuta lunedì a Milano la “lectio Minghetti” organizzata dall’Istituto Bruno Leoni, in occasione della quale è intervenuto l’ormai ex commissario alla spending review Carlo Cottarelli, in procinto di ritornare in America, dopo aver ultimato il lavoro per cui l’allora presidente del Consiglio Enrico Letta l’aveva nominato: elaborare un serio piano di riduzione della spesa pubblica, ponendo in essere principi di maggiore efficienza, trasparenza ed economicità nella pubblica amministrazione. E se una cosa è certa è che del suo assai più ambizioso piano, il governo italiano è stato capace di realizzarne solo una parte a causa dell’inevitabile resistenza delle istituzioni ad essere riformate e per il mutato contesto politico italiano ed europeo.

L’1 PER CENTO DI RISPARMI
Prima i numeri. La proposta di spending review avanzata dall’allora neo commissario Carlo Cottarelli, come ha ricordato lui stesso, era di realizzare «interventi per 32 miliardi di euro di risparmio». Siamo scesi a una cifra, non ancora ben specificata, compresa tra gli 8 e i 14 miliardi di euro. «Sempre che gli Enti locali facciano la loro parte», ha precisato Cottarelli. Che tradotto significa: se Regioni, Province e Comuni saranno in grado di fare i tagli che competono queste istituzioni per complessivi 6 miliardi di euro. Senza aumentare i tributi locali, s’intende. Ebbene, la prima amara evidenza è che la spending review è scesa da un potenziale impatto pari al 4 per cento degli 800 miliardi di spesa pubblica a un misero 1 per cento oppure, nella migliore delle ipotesi, 1,75 per cento. Senza contare che l’iniziale vincolo di non impiegare le risorse della spending per finanziare nuova spesa pubblica, con il bonus 80 euro di Renzi, è stato cancellato. Legittimamente, certo, ma va detto.

Leggi il resto su Tempi, 29 ottobre 2014

Ecco lo stress test anti statalismo

Da «Europa» a «spesa pubblica», un piccolo dizionario d’autore dell’anti-statalismo. Quante voci condividi?

In Italia sono tutti liberali ma solo a parole. Nei fatti molti nascondono,anche a se stessi, un’anima collettivista. In questa pagina pubblichiamo un mini-dizionario del pensiero liberale tratto da Il liberista tascabile, a cura dell’Istituto Bruno Leoni, disponibile in e-book nei prossimi giorni. I più grandi pensatori liberali offrono il proprio punto di vista su temi chiave, dal diritto all’Europa, dalla burocrazia all’economia. Se troppe «voci» scatenano in voi il dissenso, forse siete socialisti senza saperlo. E quanti partiti italiani adotterebbero una piattaforma riformista fondata su queste idee? Mah... Scherzi a parte, il divertente (e nutriente) libro a cura dell’Istituto Bruno Leoni mostra cosa dovrebbe essere la cultura liberale: innanzi tutto una avventura intellettuale, un atto di coraggio. Per usare le parole di Friedrich von Hayek, citate nell’ultima pagina de Il liberista tascabile: «Ciò che manca è un’Utopia liberale,  un programma che non sembri una mera difesa delle cose così come sono, né una sorta di socialismo diluito, ma un radicalismo sinceramente liberale, che non risparmi le suscettibilità dei potenti (inclusi i sindacati), che non sia troppo rigidamente pragmatica e che non si limiti a ciò che appare oggi politicamente possibile». Hayek scrisse queste parole nel 1949. Sono ancora attuali.

Autodeterminazione
Il diritto di autodeterminazione, in ordine alla questione dell’appartenenza a uno Stato, significa questo: che se gli abitanti di un territorio – si tratti di un singolo villaggio, di una regione o di una serie di regioni contigue – hanno espresso chiaramente attraverso libere votazioni il desiderio di non rimanere nella compagine statale cui attualmente appartengono e la volontà di costituire un nuovo Stato autonomo, o l’aspirazione ad appartenere a un altro Stato, di questa situazione bisogna tener conto.
Il diritto di autodeterminazione di cui parlo non riguarda le nazioni, ma gli abitanti di qualunque territorio abbastanza grande da formare un distretto amministrativo autonomo. Se, al limite, fosse possibile concedere a ogni singolo cittadino questo diritto di autodeterminazione, bisognerebbe farlo.
Ludwig von Mises, Liberalismo, 1929


Burocrazia
Cosa ho imparato, perciò, dopo quasi sei mesi da ministro? Soltanto, sembrerebbe, che sono praticamente inerme di fronte ad un’onnipotente burocrazia senza volto. Tuttavia, il solo fatto che me ne renda conto è un bene, perché vuol dire che non sono riusciti ad addomesticarmi, altrimenti ora sarei convinto a) di avere un potere enorme e b) che i miei funzionari seguono i miei ordini. 
James Hacker, Yes Minister: The Diaries of a Cabinet Minister, 1981

Capitalismo
Il capitalismo è essenzialmente un sistema di produzione su larga scala, per il soddisfacimento dei bisogni delle masse. Riversa una cornucopia sull’uomo comune. Ha elevato il livello medio di vita ad un’altezza mai sognata in età precedenti. Ha reso accessibili a milioni di persone godimenti che alcune generazioni fa erano solo alla portata di una piccola élite.
Ludwig von Mises, La mentalità anticapitalistica, 1956

Collettivismo
Collettivismo significa umiliazione dei migliori ed esaltazione dei peggiori. Il collettivismo è per i vili che vogliono sottrarsi alla responsabilità individuale per rifugiarsi nell’ombra della irresponsabilità collettiva.
Giovannino Guareschi, Lettera al postero: l’albero della libertà, 1956

Comunismo
Come si riconosce un comunista? Beh, è uno che ha letto Marx e Lenin. E come si riconosce un anticomunista? È uno che ha capito Marx e Lenin.
Ronald Reagan, Discorso alla convention annuale delle Concerned Women for America, Arlington, Virginia, 25 settembre 1987

Conformismo
Di norma, i non-conformisti viaggiano in gruppo. È raro trovare un non-conformista da solo. E guai a chi, facendo parte di un gruppo di non-conformisti, osi non conformarsi alla non-conformità.
Eric Hoffer, Reflections on the Human Condition, 1973

Dignità
Una società che non riconosca a ciascun individuo valori propri e il diritto di perseguirli non può nutrire rispetto per la dignità dell’individuo e non può veramente sapere cosa sia la libertà.
Friedrich A. von Hayek, La società libera, 1960

Esperti
Non sarebbe esagerato affermare che oggi il maggior pericolo per la libertà proviene da questi uomini necessarissimi e potentissimi, ossia dagli esperti ed efficienti amministratori preoccupati esclusivamente di quello che secondo loro è il bene pubblico. 
Friedrich A. von Hayek, La società libera, 1960

Euro
Sino all’adozione dell’Euro, quando una crisi mordeva, i governi e le banche centrali agivano invariabilmente alla stessa maniera: iniettavano tutta la liquidità necessaria, permettevano alla loro moneta di muoversi liberamente sui cambi internazionali e la deprezzavano, rimandando indefinitamente le necessarie e dolorose riforme strutturali che prevedevano la liberalizzazione dell’economia, la deregolamentazione, l’aumento della flessibilità dei prezzi e dei mercati (specialmente il mercato del lavoro), la riduzione della spesa pubblica e lo smantellamento dei sindacati e dello stato sociale. Con l’euro, nonostante tutti gli errori, le debolezze e le concessioni, questo tipo di comportamento irresponsabile e di fuga dalla realtà non è più possibile.
Jesús Huerta de Soto, In difesa dell’Euro: un approccio austriaco, 2012

Europa
Non abbiamo fatto arretrare le frontiere dello Stato in Gran Bretagna solo per vederle imporre di nuovo, a livello europeo, da un nuovo super-Stato europeo che esercita un nuovo dominio da Bruxelles. 
Margaret Thatcher, Lezione al Collegio d’Europa, Bruges, 20 settembre 1988

Governo
La preoccupazione maggiore di un buon governo dovrebbe essere quella di abituare poco alla volta i popoli a fare a meno del governo stesso. 
Alexis de Tocqueville, Viaggio in America, 1831-2

Gratis
Il valore delle cose gratis è pari al loro prezzo.
Robert Heinlein, Lazarus Long l’immortale, 1973

Idealismo
Chi è disposto a sacrificare un’intera generazione per realizzare un ideale è un nemico dell’umanità.
Eric Hoffer, The Passionate State of Mind, 1955

Individuo
Man mano che cresce lo Stato decresce l’individuo.
Nicolás Gómez Dávila, In margine a un testo implicito, 1977

Legge
Le persone perbene non devono obbedire troppo attentamente alla legge.
Ralph Waldo Emerson, Politics, 1844

Legislazione
La legislazione è senz’altro incompatibile con l’iniziativa individuale quando raggiunge quel limite che oggi abbiamo ampiamente superato. 
Bruno Leoni, La libertà e la legge, 1961

Libertà
La libertà economica è la condizione necessaria della libertà politica. 
Luigi Einaudi, Chi vuole la libertà?, 1948

Mercato
Il mercato non è l’invenzione di qualche economista accademico. La libertà di comprare, vendere e scambiare è una delle più antiche libertà conosciute dall’uomo. I consumatori decidono cosa comprare, i produttori cosa produrre e la competizione determina il prezzo. 
Margaret Thatcher, Conferenza al Rajiv Gandhi Golden Jubilee Memorial, Bangalore, 21 agosto 1995

Partiti
Uno dei migliori argomenti in pro’ del liberismo è che attualmente nessun partito italiano (…) sta sostenendo il liberismo.
Sergio Ricossa, Straborghese, 1981

Politica Industriale
Il concetto che lo Stato ha dell’economia può essere riassunto così: se si muove, tassatela; se continua a muoversi, regolamentatela; se smette di muoversi, sussidiatela.
Ronald Reagan, Discorso alla White House Conference on Small Business, Washington DC, 15 agosto 1986


Potere
Non è moderno il male di una vita pubblica moralmente inquinata: sotto tutti i cieli, in tutte le epoche, con qualsiasi forma di governo, la vita pubblica risente i tristi effetti dell’egoismo umano. Quanto più è accentrato il potere e quanto più larghi sono gli afflussi di denaro nell’amministrazione pubblica (stato, enti statali e parastatali, enti locali), tanto più gravi ne sono le tentazioni. La funzione di controllo sulle pubbliche amministrazioni è un necessario limite agli abusi del potere, ma non è mai tale da impedirli.
Don Luigi Sturzo, “L’Italia”, 3 novembre 1946

Progresso
Progresso è precisamente ciò che regole e normative non prevedono. 
Ludwig von Mises, Burocrazia, 1944

Proprietà
Tutte le civiltà sono state basate sulla proprietà privata dei mezzi di produzione. 
Ludwig von Mises, L’azione umana, 1949

Regolamentazione
Bisogna lasciar fare alla natura, che quanto il commercio (interno ed esterno) e l’industria è più libera, tanto più prospera, e tanto meglio camminano gli affari della nazione; che quanto più è regolata tanto più decade e vien meno.
Giacomo Leopardi, Zibaldone, 1823

Salvataggi
Solo le aziende dei poveri diavoli possono fallire; le altre sono degne di salvataggio, entrando per questa porta a far parte degli enti statali, para-statali e pseudo-statali.
Don Luigi Sturzo, Politica di questi anni (1951-1953), 1966

Spesa Pubblica
O Signori Fiorentini, come è mala provedenza accrescere l’entrata del Comune, della sustanza e povertà de’ cittadini, colle sforzate gabelle, per fornire le folli imprese! Or non sapete voi, che come è grande il mare, è grande la tempesta. E come cresce l’entrata, è apparecchiata la mala spesa? Temperate carissimi, i disordinati disideri, e piacerete a Dio, e non graverete il popolo innocente.
Giovanni Villani, Nuova cronica, 1537

Stato
Lo Stato può stampare un’ottima edizione delle opere di Shakespeare, ma non potrebbe farle scrivere.
Alfred Marshall, The Social Possibilities of Economic Chivalry, 1907

Da Il Giornale, 27 ottobre 2014

Cottarelli: «La Spending Review è entrata nella testa degli italiani»

Carlo Cottarelli lascia l’Italia in direzione Fondo Monetario Internazionale, a Washington. Prima di partire, ha voluto però fare il punto su un anno di attività da commissario alla Spending Review elencando i molti successi ma anche le molte difficoltà che ha incontrato sul suo cammino, iniziato sotto l’esecutivo guidato da Enrico Letta. Secondo l’ex Commissario il suo lavoro, insieme a quello dell’esecutivo precedente e dell’attuale, ha avuto un effetto benefico. Ormai la Spending Review è entrata nella testa degli italiani. Per questo non crede ci sarà un suo successore: «Non spetta a me dirlo, ma probabilmente non ci sarà un altro commissario».

«ESISTONO GROSSE DIFFICOLTÀ SULLA REVISIONE»
«Il processo di revisione della spesa non è ancora terminato. Tuttavia esistono grosse difficoltà sulla strada della revisione». Queste le parole di Cottarelli, con le quali ha aperto la Lectio Magistralis Marco Minghetti, organizzata dall’Istituto Bruno Leoni. Non è tutto da buttare. Anzi. I risultati, più che apprezzabili, sono sotto gli occhi di tutti. L’ormai ex commissario alla Spending Review ha spiegato che, a suo dire, l’azione di revisione della spesa si è concretizzata in tre momenti: l’approvazione del decreto legge 66 che aveva portato alla nascita dello sgravio da 80 euro per i dipendenti, la riforma della Pubblica Amministrazione e la Legge di Stabilità 2015. Cottarelli ha poi voluto sottolineare che quanto ottenuto è frutto dell’azione dell’esecutivo nel suo complesso.

«UNA RIDUZIONE COMPRESA TRA 8 E 14 MILIARDI»
Secondo Cottarelli tali provvedimenti hanno portato «ad una riduzione della spesa tra gli 8 ed i 14 miliardi di euro». Tale discrepanza nel risultato secondo l’ex Commissario va ricercata nel ruolo futuro degli enti locali: «è necessario verificare ex post cosa verrà fatto da queste realtà per raggiungere il risparmio richiesto. Se tutti faranno la loro parte, allora avremmo 14 miliardi di euro di tagli». Questi soldi, calcolati al lordo, verranno usati per finanziare nuovi progetti, come ad esempio «la buona scuola». Una scelta che però non sembra apprezzata da Cottarelli che avrebbe preferito che questi soldi venissero usati per alleviare ulteriormente la pressione fiscale: «La scelta è legittima, se sono spese prioritarie. Tuttavia senza questi aumenti di spesa si sarebbero potute tagliare ulteriormente le tasse».

Leggi il resto su Giornalettismo, 28 ottobre 2014

Cottarelli: «Statali lo stipendio sia legato ai risultati»

Dalla settimana prossima quando Carlo Cottarelli tornerà a lavorare negli Usa, al Fondo Monetario, l'Italia non avrà più un commissario alla spending review. «Non spetta a me dirlo, ma probabilmente non ce ne sarà un altro», ha spiegato infatti lui stesso a Milano, durante la Lectio Minghetti organizzata dall'Istituto Bruno Leoni.

Tema: bilancio della spending review. Il lavoro fatto finora non ha deluso Cottarelli, anzi, il commissario arrivato a piedi dalla stazione a Via Toti vuole dare un «messaggio di speranza: sfatiamo il mito che non si può tagliare la spesa pubblica». Con quanto già fatto con lo "Sblocca Italia", con la riforma della Pa. e la legge di stabilità il risparmio, secondo Cottarelli, sarà tra gli 8 e i 14 miliardi.

Certo però «il processo non è ancora terminato e ci sono grossi ostacoli sulla strada della revisione della spesa». Tra questi la farraginosità nel mettere in pratica le leggi e anche la fatica a essere disponibili a risparmiare in ciascuno dei tre settori della spesa pubblica primaria: beni e servizi, trasferimenti a famiglie e imprese, personale.
«Non si può presumere ha osservato Cottarelli che il numero dei dipendenti pubblici non vada toccato». Questo non significa licenziamenti, ma per esempio la riduzione del turnover. E, per migliorare l'efficienza, lo stipendio di tutti i lavoratori pubblici andrebbe collegato ai risultati.

Da Avvenire, 28 ottobre 2014

L’addio di Cottarelli: dopo di me non ci sarà un altro commissario

Un addio dai toni pacati ma che però potrebbe suonare anche come un de profundis per il lavoro di un anno. Carlo Cottarelli sta per rientrare a Washington dove dal primo novembre assumerà l’incarico di direttore esecutivo per l’Italia. Ieri parlando a Milano all’istituto Bruno Leoni l’ormai ex commissario alla revisione della spesa pubblica ha fatto sapere, tra le altre cose, che con tutta probabilità non avrà un successore. «Passo il testimone» ha detto aggiungendo però che «il processo non è ancora terminato, esistono ancora grossi ostacoli».
Richiesto però di fare i nomi di chi si oppone al processo di revisione della spesa Cottarelli ha preferito non rispondere spiegando che «l’elenco è troppo lungo». Ha poi voluto definire «apprezzabili» i risultati raggiunti con la legge di Stabilità che contiene «una riduzione della tassazione». I risparmi messi insieme a suo parere oscillano tra gli 8 e i 14 miliardi.

Questo però non gli ha impedito di evidenziare alcuni aspetti problematici. Ad esempio a proposito della pubblica amministrazione. «Non si può presumere che il numero dei dipendenti pubblici non vada toccato dall’efficientamento» ha detto, aggiungendo che «bisogna essere disposti a risparmiare» in tutti e tre i settori principali della spesa primaria cioè beni e servizi, personale, e trasferimenti a famiglie o imprese. Se si creano esuberi, secondo Cottarelli, bisogna vedere cosa fare. «Non si parla di licenziamenti» ha sottolineato accennando a soluzioni come la riduzione del turnover.

La pubblica amministrazione
Ma la pubblica amministrazione è fatta anche di dirigenti «Le leggi vanno implementate da manager motivati – ha spiegato – la legge delega sulla pubblica amministrazione dovrebbe legare le retribuzioni sia dei manager che dei dipendenti a risultati conseguiti e performance». Oltre a questo secondo l’ex commissario bisognerebbe «dare ai manager sufficiente autonomia e libertà nel prendere decisioni. I vincoli a loro imposti sono ancora tanti».

Infine alcune riflessioni di metodo. «Le scelte impopolari – secondo Cottarelli – a volte sono necessarie, occorre riconoscerlo: ci sono programmi di spesa che toccano interessi particolari ma anche la fascia più ampia della popolazione». Ma la riduzione della spesa «può portare benefici per tutti, riducendo ad esempio la pressione fiscale. Bisognerebbe guardare al medio-lungo termine».

Da Il Messaggero, 28 ottobre 2014

Se la crisi è pure un'anarchia

Da molti anni la riflessione antropologica offre spunti di analisi a quanti riflettono sulle istituzioni politiche, sulla crisi che caratterizza lo Stato moderno di matrice europea e sulle possibili alternative al modo attuale di organizzare la vita sociale. È sufficiente pensare alle ricerche etnologiche sulle «società senza Stato» e sulle origini dell'organizzazione politica condotte da Pierre Clastres, uno studioso francese morto negli anni Settanta a soli 43 anni, e anche dall'americano Robert Carneiro.

In questo stesso filone si colloca un breve lavoro scritto una decina di anni fa dal canadese Harold B. Barclay (Lo Stato. Breve storia del Leviatano, 12 euro), ora edito in italiano da Elèuthera, in cui si prova a ripercorre la storia umana degli ultimi cinque millenni con due obiettivi fondamentali, legati alle passioni di questo ricercatore, che unisce decenni di studio antropologico e un'esplicita adesione all'anarchismo anticapitalistico. In primo luogo, l'obiettivo è mostrare come l'antropologia e lo studio delle popolazioni primitive possano fornire categorie cruciali alla riflessione sulle istituzioni, aiutando a cogliere taluni parametri cruciali: sia di tipo strutturale, sia di tipo evolutivo. La dimensione protettiva, la dimensione economica e la dimensione simbolico-religiosa attraversano tutta la storia umana e possono essere rinvenute nelle loro forme più semplici proprio nelle comunità egualitarie del nostro passato remoto o anche nelle tribù rimaste ai margini delle varie rivoluzioni economico-sociali (agricola, industriale e via dicendo).

Barclay è persuaso che, specie in questo momento di grave perdita di legittimità degli apparati statali, l'antropologia possa allora essere in grado di contribuire al ripensamento istituzionale. È però lecito essere scettici, anche in ragione del fatto che lo Stato moderno rappresenta davvero una radicale discontinuità rispetto alle istituzioni che l'hanno preceduto. Con l'avvento dei poteri sovrani impostisi dopo l'età medievale, il potere ha infatti acquisito tratti del tutto nuovi e ben poco ci possono essere utili, in questo senso, le indagini volte a realizzare una sorta di archeologia della nostra vissuta associata. Per giunta, l'ordine senza Stato a cui pensa Barclay è senza diseguaglianze. Nelle comunità autarchiche dei cacciatori e dei raccoglitori non c'era vera specializzazione, divisione del lavoro, differenziazione sociale. Ma già nel contesto proto-indoeuropeo Georges Dumézil individuò le figure del sacerdote, del guerriero e del lavoratore, e questi archetipi sono rinvenibili ben oltre questo ambito etnico-culturale. Tutto ciò ci dice che una differenziazione di ruoli e attività affonda nel passato più remoto e che, di conseguenza, ogni egualitarismo rischia di risultare assai utopico.

Quanti vogliano allora affrontare la sfida attuale e la dissoluzione dei paradigmi statuali devono pensare a un superamento della violenza statuale (regolazione, tassazione, imperialismo), e non già a una dissoluzione della civiltà stessa. A porre problema non sono le diseguaglianze sociali di carattere funzionale, ma il potere di alcuni uomini su altri. Lo stesso volume di Barclay è espressione di competenze specialistiche e, di conseguenza, di una società caratterizzata da un insieme di gerarchie.

In fondo, tutto questo conferma quanto l'anarchismo egualitario appaia assai inadeguato dinanzi ai problemi che siamo chiamati ad affrontare. Se la teoria anarchica non include in sé le ragioni della proprietà e dello scambio, rigettando in tal modo i contributi della civiltà, può solo condannarsi a una radicale marginalizzazione.

Da La Gazzetta del Mezzogiorno, 27 ottobre 2014

Le arance quotidiane del legislatore improvvido

Nei giorni scorsi, la Camera ha approvato una misura che innalza dal 12% al 20% il contenuto minimo di frutta prescritto per bibite come le aranciate. Un'analoga previsione del decreto Balduzzi del 2012 era stata bocciata dalla Commissione Europea; ma le cattive idee sono spesso le più persistenti. 

La norma persegue una duplice ispirazione. In primo luogo, vi sarebbe un intento di tutela della salute dei consumatori. Tuttavia, non esiste alcuna evidenza del preteso beneficio derivante da una maggior quota di succo di frutta; è, anzi, plausibile che – per limitare l'impatto della riformulazione sul sapore della bevanda – tale incremento dovrà essere bilanciato da un più intenso utilizzo di zuccheri, l'altro spauracchio del legislatore in materia di soft drink.

Il secondo obiettivo del provvedimento è quello di sostenere la produzione agricola italiana, che subisce la pressione competitiva degli altri paesi mediterranei. Anche in questo caso, però, difficilmente i risultati si allineeranno alle intenzioni: se il vincolo influirà sulle scelte di approvvigionamento, sarà proprio per esasperare la convenienza dei produttori dal prezzo più competitivo, a fronte della maggior quantità acquistata. Inoltre, dal momento che, come ovvio, il requisito del contenuto minimo si applica unicamente ai produttori stabiliti in Italia, c'è da temere una spinta autolesionistica alla delocalizzazione, proprio a danno dei produttori agricoli, il cui bacino d'interesse si restringerà ulteriormente, e del sistema produttivo nel suo complesso.

L'interesse del consumatore ne esce mortificato due volte: dal motivo protezionistico, che restringerà l'offerta, e da quello paternalistico, che calpesterà la domanda. Il mercato già offre numerose e varie bevande del genere che il legislatore sembra approvare: si chiamano succhi di frutta; se il consumatore rivolge altrove la propria attenzione non è certo per mancanza di scelta, bensì perché, talora, egli desidera un prodotto differente per concezione e fruizione. L'intervento sul contenuto minimo di frutta, volto a proteggere i produttori e i consumatori nostrani, rischia di nuocere a questi e a quelli. Conseguenze inintenzionali: le arance quotidiane del legislatore improvvido.

Una legge di stabilità da manuale. Se non fossimo in Italia

Notoriamente l’Italia è un’economia in buona misura autosufficiente (il peso dei rapporti con l’estero non è nullo ma certo non è particolarmente rilevante) che soffre però da qualche tempo di un temporaneo significativo sottoutilizzo della capacità produttiva, evidente nei livelli di disoccupazione. Per fortuna, le condizioni della finanza pubblica non destano preoccupazione. E non solo nei flussi. Il livello di capitale pubblico – la dotazione infrastrutturale – è adeguato in tutto il paese ed il livello e le tendenze del debito pubblico non pongono problemi di sostenibilità.

Se questo fosse il quadro economico italiano, la Legge di stabilità appena varata sarebbe un provvedimento da manuale. Nel senso tecnico del termine: da manuale di Economia 1. Un modesto stimolo alla domanda interna attraverso una riduzione in disavanzo del carico fiscale valutabile, nella migliore delle ipotesi, in 7 o 8 decimi di punto (in non più di 4 decimi nella peggiore), pressoché interamente dedicati alla conferma di riduzioni già in atto (e sarebbe interessante capire cosa lascia supporre che la trasformazione a debito di un provvedimento temporaneo in permanente possa consolidare in qualche senso aspettative positive). Una ricomposizione marginale della spesa (più o meno 1 punto di prodotto) ottenuta spostando risorse da questa a quella voce ma in massima parte all’interno della spesa corrente e della sua dinamica attuale (che, non a caso, porta la spesa pubblica corrente primaria dal 44,6% del prodotto nel 2014 al 44,9% nel 2015). Nessun intervento inteso ad incidere sugli stock (se si esclude una contrazione ulteriore della spesa pubblica in conto capitale fissata all’1,2% del prodotto nel 2015 contro l’1,5% del 2014) ed in particolare sul livello e sulla dinamica del debito. Un compitino pulito, burocratico nella sua linearità, che deve aver impegnato le competenze governative in proporzione agli scarni risultati. È la stessa Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza a quantificare, infatti, in un decimo di punto l’impatto della Legge di stabilità sulla crescita del 2015. Come dire, paghi 7 e prendi 1. Niente male, per una televendita.

Ma… e se le cose stessero diversamente? E se il marziano di Ennio Flaiano, piombato a Roma, non avesse tutti i torti nel descrivere l’economia italiana come un’economia altamente integrata in un’area economica più ampia e a gran parte di essa legata da un accordo di cambio? E se insistesse a ricordarci che nel corso degli ultimi anni oltre 500 mila imprese sono evaporate (e con esse è scomparso il loro capitale fisico imprenditoriale) e che 6 disoccupati su 10 lo sono da più di un anno, il che implica che anche quel capitale umano è ormai andato? In altre parole che una bella fetta del nostro potenziale produttivo se n’è andata per non più ritornare? E se si ostinasse a sottolineare, indelicatamente, che solo tre anni fa il nostro debito ci aveva spinto sull’orlo dell’abisso? E che da allora è solo cresciuto?

Beh, se prendessimo sul serio il nostro marziano allora il nostro compitino pulito – pardon la nostra Legge di stabilità – diventerebbe un esercizio accademico lontano mille miglia dalla realtà. Un gesto inutile ed inutilmente costoso. E forse anche rischioso. Mutatis mutandis, un po’ come “l’inchino” – ormai passato alla storia – del capitano Schettino davanti all’Isola del Giglio (che ex post è difficile non definire una svolta).

Perché se il nostro marziano avesse solo un po’ di ragione, allora sarebbe facile concludere che, nelle condizioni date, buona parte dello stimolo fiscale alla domanda si tradurrà soprattutto in importazioni (e non serve, in questo caso, guardare speranzosi alla Francia: laddove una iniziativa dell’intera eurozona potrebbe forse funzionare, una iniziativa parziale – Francia, Italia e Grecia, i FIG, per fare solo un esempio – finirebbe solo per costarci in termini di spread, ammesso e non concesso che l’Unione possa tollerarla).

E poi, chi lo dice che lo stimolato potrebbe rispondere allo stimolo? Il solito marziano ci ricorderebbe che al centro dell’economia italiana sono oggi collocate due idrovore capaci di assorbire qualunque liquidità si formi nelle tasche delle famiglie e nelle casse delle imprese: le banche ed il fisco. Le prime stanno digerendo lentamente i problemi annidati nei loro bilanci – per lo più a carico delle piccole e medie imprese – e lo faranno ancora per qualche anno visto che nessuno a Roma ha considerato in passato e considera oggi il bancocentrismo come uno dei nostri principali problemi. Il secondo viene da quindici anni in cui si è spacciata per lotta all’evasione una normativa sulla riscossione in più punti incostituzionale. Che ha dato i suoi frutti, non c’è dubbio, ma non verso gli evasori. Risultato: se liquidità c’è va a coprire i piani di rientro bancari e le rateizzazioni Equitalia. E lo farà per i prossimi anni. È mai possibile – nota il nostro marziano – che l’esperienza degli 80 euro e del pagamento dei debiti della P.A. non abbia insegnato nulla?

Molto altro potrebbe aggiungere il nostro marziano: sulla intangibilità della spesa corrente e sul triste destino della spending review, sulla intoccabilità del patrimonio pubblico, sulla scomparsa del termine liberalizzazioni dai radar della politica economica, sulla incapacità di leggere i limiti strutturali del nostro mercato del credito, sulla indubbia genialità insita nello sforzarsi di dare un lavoro ai giovani svuotando simultaneamente la loro pensione futura. E sarebbe difficile non concludere, con lui, che prima ancora che nei numeri, la povertà di questa Legge di stabilità è nella lettura che si dà dello stato del paese. Nelle idee.

Farà danni, questa Legge di stabilità? Limitati, forse, se Jyrki Katainen farà fino in fondo la sua parte (come c’è vivamente da sperare). Farà del bene? Molto probabilmente no. Ma gli italiani ormai si accontentano di poco, tanto poco da considerare forse anche questa una svolta.

Le vere Regioni e la sfida dei costi

Lo scontro tra il premier Matteo Renzi e le Regioni, che resistono di fronte all’ipotesi di tagli nei trasferimenti, la dice lunga sulla situazione del dibattito politico.Alla luce di ciò, è davvero irrealistico essere ottimisti in merito alle prospettive dell’Italia. In qualche modo tutti hanno un po’ ragione e al tempo stesso ma molto di più tutti hanno torto, poiché sono incapaci di vedere quali siano i veri problemi strutturali.

Renzi e Delrio vogliono che le Regioni mettano ordine nei loro conti. Per loro la questione chiave è quella dei “costi standard”: l’individuazione di costi più contenuti, già adottati in talune regioni più virtuose, che dovrebbero essere imposti ovunque. In tal modo si potrebbe raggiungere l’obiettivo di 4 miliardi di tagli.

Tanta ragionevolezza fa un poco a pugni con un dato elementare: e cioè che Renzi a casa sua fa ben peggio.

È noto come sia lo Stato centrale la fonte prima dei maggiori sprechi: eppure ben poco è stato fatto, come dimostra anche la vicenda del commissario alla spending review, Massimo Cottarelli, ormai in procinto di lasciare Roma per Washington.

Oltre a ciò, la logica dei costi standard continua a rifiutare la strada della responsabilizzazione, e cioè l’avvio di un percorso che conduca verso un sistema federale. In questo senso le Regioni sbagliano due volte: quando sono restie a tagliare le loro spese e, al tempo stesso, quando non rivendicano il diritto a porre fine a ogni trasferimento, dotandosi di entrate proprie. In un certo senso, non è molto importante quanto costa una siringa alla Regione Calabria se è quella stessa Regione che tassa I propri cittadini e che, con le proprie risorse, compie quelle scelte.

Le Regioni che difendono i trasferimenti e lo Stato che vuole tagliarli e “razionalizzarli” sono allo stesso modo prigionieri del mondo che ci ha portato in questo disastro: dove tutti sono tassati dallo Stato, che poi distribuisce risorse a soggetti irresponsabili.

Non si esce da questa situazione immaginando costi standard per ogni voce di spesa: una cosa tutt’altro che facile anche su piano tecnico. Al contrario, si possono rimettere le cose un po’ più in ordine se le Regioni e (perché no?) gli stessi Comuni vengono calati in un contesto competitivo: se ognuno può fissare le proprie imposte ed è chiamato a vivere solo di ciò. Se Lombardia e Piemonte dovessero competere tra loro sul piano fiscale (e non solo per voci marginali) vi sarebbero imprese che opterebbero per l’una o per l’altra sulla base delle diverse performance: dei costi e dei servizi. In questa maniera sia a Torino che a Milano ci si preoccuperebbe di eliminare sprechi.

Le Regioni dovrebbero allora accettare i tagli, che sono necessari, e però dovrebbero negoziare per avere in cambio due cose: analoghi e anche più consistenti tagli da parte dello Stato centrale; una maggiore libertà d’azione, che le porti a non dipendere più da quelle risorse che oggi lasciano la periferia per affluire a Roma per poi tornare nelle varie regioni.

Una simile logica concorrenziale non può facilmente piacere alle classi politiche delle regioni a statuto speciale e del Mezzogiorno. È normale. Ma che siano in silenzio su questo tema anche quanti dovrebbero rappresentare le principali vittime (in Veneto e in Emilia, e soprattutto in Lombardia) lascia senza parole.

Da La Provincia, 24 ottobre 2014

L’utopia secondo Vargas Llosa: chi vuole la cerchi, ma il Paradiso è altrove

Futuro e passato, progresso e rimpianto, l’utopia è l’una cosa e l’altra. Che sarebbe stato, il socialismo, senza nostalgia? A inquietare l’Europa era lo spettro dell’accumulazione originaria, dei contadini trasformati a forza in operai salariati, le grandi città come verminai e il sogno di campagne linde, quiete, sempre uguali a se stesse. Dovendo scegliere due volti per l’utopia, Mario Vargas Llosa pesca nel suo Perù e nella grande repubblica delle intelligenze di cui è cittadino. Ecco la femminista Flora Tristan e suo nipote, il pittore Paul Gauguin, protagonisti di undici capitoli ciascuno de “Il paradiso è altrove”, e davvero per una volta nel titolo c’è tutto. La storia e la sua morale. Il percorso di Vargas Llosa non è troppo diverso da quello degli spiriti critici della sua generazione. Le simpatie comuniste in gioventù, l’entusiasmo per Castro, la disillusione e con essa il baratto fra Sartre e Aron. Ma se gli anni sparigliano le certezze, si può cambiare idea senza rinnegare il passato. Ammettere gli errori, e rimanervi affezionati.

Flora Tristan “non era intimorita dalla prospettiva di mettere in moto la macchina che in qualche anno avrebbe trasformato l’umanità, facendo scomparire l’ingiustizia”. Il lettore di Vargas Llosa ne resta rapito. Che coraggio, questa donna. Tiene continuamente allenato il suo sdegno, e la realtà gliene fornisce ampie occasioni. Punta il dito contro un ex operaio diventato “padrone”, dedito a spremer proletari identici a lui com’era pochi anni prima. Nulla di male, “se ogni mattina all’alba si affollano qui decine ai uomini e donne implorandomi di dar loro lavoro”. Flora non capisce. Vede lo sporco, il tedio, la fatica e la violenza dei rapporti di produzione. Con il suo “Promenades dans Londres”, anticipa l’Engels de “La situazione della classe operaia in Inghilterra”. S’emoziona incontrando i saint-simoniani, ammira il falansterio di Fourier, disprezza il radicalismo quando esonda nel privato: gli uomini con le donne “copulano, come i maiali o come i cavalli”, nient’altro.

Se in ogni teoria si nasconde un’autobiografia, nella sua c’è un marito terribile e rabbioso. Consacra la vita _ rabbioso. e dispera degli uomini in carne e ossa. Persino degli operai: sordi alle sue parole, che dovrebbero cambiare do, e invece “contagiati dai pregiudizi borghesi”.

Flora respira la povertà sin da piccola. Suo nipote Paul abbandona un’esistenza borghese, vuole “vivere al naturale, della terra, come i popoli sani”. Il sesso, prima alla periferia della sua vita, finisce per dominarla. Desidera sottomettersi alla natura, sfuggire al tempo della locomotiva, del telegrafo, delle Borse.

Non li uniscono soltanto i cromosomi. L’umanitarismo di lei, il solipsismo di lui, non sono privi di grandezza. Ma poi c’è il mondo di fuori, la realtà dove quando c’è un problema si prova a risolverlo, la società delle convenzioni che è anche decoro e non pura ipocrisia, una rivoluzione industriale che non è solo ingiustizia ma la più incredibile moltiplicazione dei pani e dei pesci della storia.

Da Il Foglio, 24 ottobre 2014

Cari economisti, non capite un accidente!


A volte si maturano idee e convinzioni ragionando in modo spregiudicato ma non si ha il coraggio di esprimerle compiutamente. Esse contrastano troppo col senso comune, con quello che viene considerato giusto credere o pensare, per non destare il sospetto o addirittura gli insulti degli spiriti gregari, che soprattutto fra gli intellettuali sono sempre la maggioranza.

Quindi ci si ritrae, in attesa di tempi migliori per parlare con qualche speranza almeno di essere ascoltati. Almeno che non ci sia qualcuno più esperto di te, e quindi con più cognizione di causa e competenza specifica, che ti aiuta a dire quello che tu avevi semplicemente intuito, nella fattispecie che la scienza economica, così come si è venuta elaborando negli ultimi sessanta anni, è una colossale bufala.

Faccio qui riferimento ad un agile ma impietoso volume scritto da una affermata economista americana che, seppur pubblicato per la prima volta ad Amsterdam nel 1996, vede ora la luce in edizione italiana: I vizi degli economisti, le virtù della borghesia, IBLLibri (pp. 138, euro 16). L’autrice (che in realtà è donna solo da una ventina di anni essendosi sottoposta a intervento chirurgico per cambiare sesso) si chiama Deirdre N. McCloskey: è docente a Chicago e a Rotterdam e ha un curriculum di tutto rispetto e una vasta e importante bibliografia. A prima vista, McCloskey sembra porsi la stessa domanda che si pongono in molti oggi dopo la crisi del 2008: perché gli economisti non sono capaci di prevedere questi choc? Perché se fanno previsioni sono tutte sbagliate? Ora, se vi aspettate che ella possa darvi una risposta ideologica del tipo di quella che dà un Premio Nobel come Paul Krugman, o un giornalista politicamente corretto come Federico Rampini, sbagliate di grosso. McCloskey non pensa affatto che la colpa sia del dogma liberista secondo cui i mercati si autoregolerebbero e l’intervento dello Stato sarebbe dannoso. Ma ugualmente fuori strada andrete, se pensate il contrario: la nostra, pur essendosi formata nell’alveo della Scuola di Chicago di Milton Friedman, ritiene che gli economisti non sbaglino a prevedere questo piuttosto che quello. Essi, più radicalmente, sbagliano sempre e comunque perché non sono in grado per principio di prevedere alcunché.

Anzi, stante gli sviluppi del secondo dopoguerra, si può dire che la scienza economica sia oggi perfettamente inutile se non fuorviante e dannosa. Il fatto è che gli economisti hanno pensato di capire la realtà economica in laboratorio: buttare uno sguardo fuori avrebbe per loro significato rendere “impura” la loro scienza.

Ma una scienza “pura”, continuamente contraddetta dalla “impurità” del reale, che valore ha? Più radicalmente, che ce ne facciamo di una “verità” che ha valore in un mondo di idee che non esiste, diciamo pure nell’iperuraniano di platonica memoria? È ancora scienza una siffatta attività? Non è un caso che gli economisti, che hanno fatto propri i “valori del dipartimento di matematica”, non riescano più a prevedere un bel nulla: le loro previsioni sono contraddette dalla realtà delle cose umane che per fortuna sono liberi e imprevedibili. McCloskey è categorica: «Oggi l’economia come materia di studio ha un grosso problema: i suoi metodi sono sbagliati e, pertanto, producono risultati sbagliati». E individua i tre principali vizi contratti dall’economista “modernista”, come lo chiama: il credere, sulla scia degli studi di Lawrence Klein, che la statistica sia non semplicemente un supporto alla comprensione ma il modo di accedere a una incontrovertibile verità; la convinzione, risalente a Paul Samuelson, che l’economia possa studiarsi “alla lavagna”, cioè porsi come una teoria astratta; l’arroganza, risalente a Jan Tinbergen, di credere che la società, e quindi le vite umane, possano essere modellate e progettate come fa un’ingegnere con le sue costruzioni.

Vista con occhio disincantato, la vasta letteratura scientifica prodotta negli ultimi anni è costituita per lo più da sofisticati “giochi sulla sabbia”, come li chiama, di nessuna utilità pratica.

O meglio, questa enorme produzione di libri a mezzo di libri, potremmo dire echeggiando la nota espressione di Piero Sraffa, chiusi per lo più in un cerchio di stretta autoreferenzialità, hanno una utilità solo per chi li scrive: tramite essi, secondo un processo che come smascherato da Richard Rorty è simile a quello realizzatosi nell’ambito della filosofia analitica o normativistica (come con brutta parola si dice) americana, gli economisti hanno costruito carriere per se stessi e si sono fatti consiglieri tanto fallimentari quanto profumatamente pagati di governi e istituzioni.

McCloskey auspica un ritorno dell’economia alle origini, quando era una “scienza della prudenza” o una sapienza pratica che si calibrava sulla realtà e aveva la capacità di autocorreggersi. Comunque sia, sarebbe importante che anche in questo caso la politica riprendesse in mano lo scettro e cominciasse a rompere quel circolo vizioso che si è creato fra esperti, accademie, amministrazione e sapere diffuso o mainstream dominante e irriflesso. Il quale non a caso, aggiungo, è per lo più di ispirazione liberal. E proprio infatti del liberal (si pensi appunto a Krugman ma anche ad altri fra gli ultimi premi Nobel, ad esempio Stiglitz) quello di delineare “ricette” di facile portata e comprensione col fine di creare, essi dicono, un “mondo migliore”.

Una vera e propria hybris pedagogica verso i singoli e i governi che sa molto di quell’aristocraticismo intellettuale che l’autrice di questo libro critica aspramente nelle sue conclusioni considerandolo un’eredità otto-novecentesca.

E che non ha nulla a che vedere non solo con la sapienza liberale, che a lei come al sottoscritto sta a cuore, ma nemmeno col genuino realismo politico della tradizione classica di sinistra.

La quale, come è noto, confidava nel cambiamento dei rapporti di forza e nel movimento generale di consapevolezza democratica della società, non certo nel cambiamento imposto per via professorale.

Da Cronache del Garantista, 24 ottobre 2014

Cari politici, giù le mani da internet

Nelle prime settimane del proprio mandato di presidente della Camera, Laura Boldrini si fece notare per alcune dichiarazioni spericolate sui presunti effetti collaterali della libertà di espressione in rete; è confortante osservare che il suo approccio al tema è maturato, tanto da indurla a promuovere l'elaborazione di una dichiarazione dei diritti in internet. Che la politica smetta di chiedersi cosa fare della rete per cominciare a interrogarsi su cosa fare per la rete è senz'altro una felice evoluzione. Sfortunatamente, le buone intenzioni non bastano e la bozza diffusa nei giorni scorsi sconta una serie di equivoci di fondo.

Quando parliamo di diritti in rete, ci riferiamo pressoché indifferentemente a vecchi diritti (la libertà d'espressione), nuovi diritti (la riservatezza), diritti sociali (il diritto d'accesso), quasi-diritti (il diritto all'oblio), pseudo-diritti (il diritto all'identità) e persino assetti regolamentari il cui collegamento con i diritti – comunque intesi – è, al più, accessorio ed eventuale (la neutralità della rete): una vaghezza problematica per un documento che ambisce a fungere da bussola per il legislatore.

Al contempo, spicca la disattenzione verso i diritti di libertà economica che su internet trovano terreno di espressione diretta per una platea di soggetti enormemente più ampia della tradizionale classe imprenditoriale. Più in generale, il prologo e l'articolato tradiscono una profonda diffidenza nei confronti degli operatori economici su internet, considerati non come gli artefici di questo straordinario strumento di sviluppo e innovazione, bensì come una minaccia alla sua sopravvivenza, al pari dei politici meno illuminati – da cui il riferimento ai "poteri pubblici e privati".

Ne risulta un documento al contempo troppo ambizioso, perché include garanzie che mal si prestano a una traduzione nel linguaggio dei diritti o – per così dire – a una costituzionalizzazione informale; e non abbastanza ambizioso, perché adotta un punto di vista evidentemente parziale. Quest'ultima preoccupazione potrà essere affievolita da un'ampia partecipazione alla consultazione pubblica cui la bozza sarà sottoposta dal 27 ottobre. Quanto alla prima questione, sarebbe necessario chiarire preventivamente l'obiettivo finale dell'operazione: se fosse quello di affermare mere posizioni di principio, il problema non si porrebbe; ma se la dichiarazione deve fungere da cartamodello per un'azione regolamentare o legislativa, allora è indispensabile pervenire a uno schema coerente, chiaramente definito, veramente condiviso.

Cosa sopravviverebbe all'esito di una simile attività di affinamento? Probabilmente non molto. Alcune previsioni appaiono ridondanti alla luce dei principi generali dell'ordinamento, altre sono troppo caratterizzate per poter essere rappresentative di un sentire diffuso, altre ancora troppo vaghe per avere un valore precettivo, sia pure mediato da provvedimenti attuativi. Più di una dichiarazione altisonante, allora, quel che può garantire la salute di internet nel nostro paese è un credibile impegno della politica a tenersene lontana. Una professione di umiltà regolamentare; l'ammissione che il successo di internet è il frutto di un'evoluzione spontanea e quasi anarchica. Qualcuno ha scritto che internet ha bisogno di regole perché, se non le farà il pubblico, le faranno i privati. È vero; ma siamo certi che sia una prospettiva disprezzabile?

Da Il Giornale, 23 ottobre 2014

Il mercato secondo Vargas Llosa: indice e motore di libertà individuale

Cosa voglia dire liberale è una domanda con tante risposte. Motivi storici e di storia del pensiero politico fanno sì che molti ne pretendano l'uso esclusivo, per ragioni diverse e persino opposte, e che sia sempre ambiguo definirsi, e definire, un "liberale".

Per lo scrittore e premio Nobel Mario Vargas Llosa, essere liberale vuol dire riconoscere la democrazia politica, il libero mercato e la preminenza dell'individuo quali fondamenti essenziali della società. Tre pilastri distinti ma non autonomi, come altre dottrine possono credere, poiché tutti originati da una concezione unica e indivisibile della libertà quale valore supremo. "La libertà politica, economica, sociale, culturale - ha scritto Vargas Llosa in un articolo apparso ne El País nel gennaio di quest'anno - sono una cosa sola e tutte conducono verso il progredire della giustizia, della ricchezza, dei diritti umani, delle opportunità e la coesistenza pacifica in una società". Non può darsi, quindi, economia libera senza diritti politici, senza tolleranza, senza una libertà di critica e di espressione, senza la possibilità dì confronto democratico delle idee. Ma non può neanche darsi una società libera senza il libero mercato, che, come scrive l'autore nelle Confessioni di un liberale, "rappresenta il migliore strumento esistente per produne ricchezza e, se ben integrato in altre istituzioni e negli usi della cultura democratica, porta il progresso materiale di una nazione alle spettacolari vette alle quali siamo ormai abituati".

Infine, ritenere che la libertà individuale sia anteposta all'organizzazione sociale è la naturale conseguenza di credere che la libertà, integralmente intesa, sia il valore per eccellenza, giacché "la misura della libertà in una società è data dal grado di autonomia con cui i cittadini possono organizzare la propria vita e operare per il raggiungimento dei propri scopi senza interferenze illegittime".

Quella di Vargas Llosa è una visione a tutto tondo della libertà umana come valore assoluto e essenziale per la promozione personale e, quindi, dell'intera società, attraverso una aperta e genuina competizione a ogni livello. Ne deriva che il ruolo dello stato, residuale e di cornice, "non è produrre ricchezza, funzione che viene svolta con migliori risultati dalla società civile in un contesto di libero mercato", ma garantire "la sicurezza, dell'ordine pubblico, del rispetto della legalità, della salute e dell'educazione, non, tuttavia, in maniera monopolistica, ma in stretta collaborazione con la società civile". Spente le aspirazioni marxiste e socialiste dell'età giovanile proprio quando "l'intellighenzia dell'Occidente sembrava, per frivolezza o opportunismo, soccombere al richiamo del socialismo sovietico" (dal discorso al conferimento del premio Nobel),

Vargas Llosa è un convinto sostenitore del libero mercato come indice e strumento al tempo stesso di libertà individuale, arrivando a sostenere, all'epoca della nazionalizzazione del settore finanziario nel suo paese, che una simile riforma rappresentava, molto più che una scelta di indirizzo semplicemente politico-economico, "la scelta tra uno stato di tipo democratico e uno di tipo totalitario".

Da Il Foglio, 23 ottobre 2014
Twitter: @seresileoni

L'imprenditore secondo Vargas Llosa: non un pidocchio ma un eroe discreto

Don Felicito Yanaqué, alle elementari, non aveva mai messo le scarpe. A cinquantacinque anni, quando lo incontriamo all'inizio dell'ultimo libro di Mario Vargas Llosa, "L'eroe discreto", è un signore perennemente incravattato, piccolino, silenzioso. Si tiene in forma con gli esercizi mattutini di qi gong. Ha una moglie che non l'ha mai reso felice, due figli, una piccola impresa di trasporti. Quelli come lui, in un romanzo, non fanno mai bella figura. Grandi fortune, grandi imbrogli: questo è un binomio che può scatenare la penna, che le ricchezze celino passioni rovinose, il lacerante bisogno di fare i conti col passato, o solo un'avidità inesausta. Don Felicito di passioni a divorarlo ne ha appena una: Mabel. Davvero ha amato solo fra le sue braccia. Ma neanche Mabel, l'euforia della bellezza, e il piacere cui si scopre goffamente dedito, scalfisce in Don Felicito quella forma che è la vera sua sostanza.

L'ultimo romanzo di Mario Vargas Llosa rivela un Perù diverso da quello de "La Casa Verde", immenso classico vargasllosiano, al quale strappa il personaggio del sergente Lituma. Fra criminali smargiassi e forze dell'ordine imbelli, c'è la sorpresa di un ottimismo che albeggia. E l'ottimismo ha il volto e le mani callose di Don Felicito: un bambino scalzo, abbandonato dalla madre, tirato su alla maniera dura da un padre devoto non al dio dell'amore ma ai lumi della mobilità sociale. Un uomo inflessibile che si toglie il pane di bocca per far studiare il figlio. Che poi a Piura non vuol mica dire andare all'università: ma imparare a guidare, apprendere un mestiere.

Di che cosa sia lastricata la strada della crescita economica non si sa, ma ogni blocchetto di pietra lo mettono personaggi come Don Felicito. Tipi più industriosi che brillanti, sono i self-made man della porta accanto. I comprimari del romanzo del boom, Sono i fedeli del culto della dedizione e del risparmio, spengono la luce quando escono da una stanza, si alzano prima di quanto potrebbero, la mattina, perché altrimenti si sentono in difetto. Vargas Llosa mescola tutti gli ingredienti che, in proporzione diverse, quasi invariabilmente segnano la vita di ciascuno di loro: il ricordo dell'antica indigenza, un genitore severo, l'orgoglio del "aiutati che il ciel t'aiuta".

Don Felicito non è perfetto, e si rivelerà, a conclusione della paradossale vicenda in cui resta impigliato, implacabile fino alla spietatezza. Ma guai che si allontani da un senso del rigore cui riconosce sovranità assoluta sulle sue azioni. Vittima di un ricatto, dichiara che "il punto non sono i soldi. Nella vita, un uomo non deve permettere a nessuno di mettergli i piedi in testa. Il punto è questo". Sono, si direbbe, valori vittoriani, che riaffiorano nella vita come tante di un miero-imprenditore come tanti, in un Perù che potrebbe essere la Brianza di cinquant'anni fa. Don Felicito si è liberato dalla povertà, senza venire meno a nessuna delle sue convinzioni. E lo stesso si può dire dell'altra eroina del romanzo, Armida, che compie con straordinaria eleganza il passo da serva a ereditiera.

L'agiatezza non è dissoluta per definizione, e anzi l'aspirazione al tepore borghese ben si concilia con una vita morale. Arricchirsi è una fatica, e la fatica per qualcuno è una vocazione. Per questo si può essere ottimisti.

Da Il Foglio, 22 ottobre 2014
Twitter: @amingardi

La politica decide per i negozianti

Per «sollecitare i singoli negozi a fidelizzare la clientela», l’assessore regionale al commercio Parolini ha proposto ai commercianti di autorizzare sì i presaldi, ma solo con le carte fedeltà. Sembrerebbe un passo in avanti nella direzione della liberalizzazione. E tuttavia è curioso che all’autorizzazione dei saldi anticipati si accompagni la volontà di decidere, politicamente, quale debba esserne la clientela.

A Milano si dice: «Ofelè fa el to mesté». Ognuno veda per l’appunto di far bene il proprio mestiere, che già non è poco. I commercianti, dal momento che sono esseri umani al pari dei politici, sicuramente sbaglieranno. Ma non è del tutto irragionevole immaginare che il problema di come fidelizzare la propria clientela, vendano maglioni di cachemire oppure gelati, l’abbiano ben presente. La carta fedeltà è uno strumento come tanti: va bene per alcune rivendite, meno per altre. È uno strumento utilizzato dai grandi supermercati, forse funziona meno bene per altri tipi di esercizi. Per i quali, magari, oggi è più importante strappare un «Like» su Facebook, che regalare la tessera di un club poco o punto esclusivo. Forse davvero la Regione dovrebbe pensare ad altro: ofelè fa el to mesté. E invece le vendite promozionali sono un eterno tormentone della politica italiana, come pure di quella lombarda.

Dal Corriere della sera, 30 ottobre 2014
Twitter: @amingardi

Tav, i conti non tornano (e non da oggi)

Ieri, improvviso e inaspettato dietrofont del senatore Stefano Esposito, da sempre tra i più strenui sostenitori della Torino-Lione. Appresa la notizia di una possibile lievitazione dei costi della tratta transfontaliera della Tav, ha reso noto il suo "non ci sto" (più). Per la verità, l'elemento di novità di questi giorni non è particolarmente eclatante. L'aumento dei costi di cui si parla è infatti, al momento, in larga misura ipotetico. Esso è stato stimato per tenere in considerazione le variazioni di prezzo che interverranno fra il momento dell'approvazione del progetto ed il suo effettivo completamento. Ed il tasso di crescita annuale ipotizzato è superiore al livello attuale di inflazione. Peraltro, l'eventualità che a consuntivo il conto da pagare per la Tav si discosti in misura significativa da quello ipotizzato a preventivo è tutt'altro che remota. Ci sarebbe piuttosto da stupirsi se accadesse l'opposto.

Come dimostrato alcuni anni fa da uno studio che prendeva in esame oltre duecentocinquanta grandi opere in tutto il mondo, vi è sempre uno scostamento non piccolo tra le previsioni iniziali ed i costi effettivi. Tale divario si attesta in media intorno al 20% per le strade ed al 45% per le ferrovie. Nel caso della rete alta velocità italiana il divario è stato ancor maggiore: a partire da una stima iniziale di poco superiore ai 15 miliardi, i costi sono cresciuti progressivamente fino a raggiungere i 32 miliardi.

Leggi il resto su Lo Spiffero, 30 ottobre 2014

Gestione delle frequenze: è l’ora del mercato

Dal futuro della banda UHF, oggetto di discussione in sede nazionale e internazionale, dipenderà lo sviluppo dei servizi televisivi e di comunicazione mobile nei prossimi anni. In un nuovo studio, l’Istituto Bruno Leoni raccomanda di resistere alla tentazione di interventi radicali e prematuri e di abbandonare la tradizionale logica dirigistica nella gestione dello spettro.

Secondo Massimiliano Trovato, Fellow IBL e autore dello Special Report “Contro il dirigismo radioelettrico. Un approccio di mercato alla gestione dello spettro” (PDF), “una pianificazione minuziosa della destinazione d’uso delle frequenze impone di sostituire il pregiudizio dei burocrati al giudizio del mercato, nel determinare l’utilizzo più efficiente delle stesse”.

Continua Trovato: “è assai difficile prevedere l’evoluzione relativa delle diverse tecnologie. Proprio per questo, i regolatori dovrebbero fare uno sforzo di umiltà. Solo un maggior ricorso al trading delle frequenze da parte degli operatori può assicurare che la traiettoria dell’innovazione e quella del mercato rimangano allineate tra loro.”

Lo Special Report “Contro il dirigismo radioelettrico. Un approccio di mercato alla gestione dello spettro” di Massimiliano Trovato è liberamente disponibile qui (PDF)

Le frequenze? Sono beni economici, siano vendute

Per decenni, l'amministrazione dello spettro elettromagnetico è stata un affare relativamente semplice, dovendo accomodare quasi esclusivamente le trasmissioni radiotelevisive, tipicamente in regime di monopolio.
La nascita dell'emittenza privata, prima, e della telefonia mobile, poi, ha aumentato la domanda di banda, richiedendo e talvolta imponendo una cornice più articolata; al contempo, l'innovazione tecnologica ha fatto spazio per nuovi pretendenti, consentendo a parità di contenuti un più parco utilizzo delle risorse.

E' il tema del cosiddetto dividendo digitale: come distribuire tale sopravvenienza è materia controversa. Assegnarla alle comunicazioni mobili sulla scia del percorso intrapreso con la banda a 800 MHz nel nostro Paese, l'asta del 2011 ha fruttato all'erario quasi 4 miliardi oppure, proprio in considerazione di quell'ancora recente iniziativa, mantenere la ripartizione attuale fra telefonia mobile e televisione? La discussione - oggetto di uno studio dell'Istituto Bruno Leoni - ferve anche nelle sedi internazionali.

Alla Commissione europea va reso il merito di avere cercato una difficile mediazione, attraverso i lavori di un gruppo di alto livello in cui fossero rappresentate entrambe le prospettive: operazione riuscita in parte. Il compromesso prevede l'assegnazione alle comunicazioni mobili della banda a 700 MHz nel 2020, a fronte della garanzia di destinazione del resto della banda UHF ai servizi televisivi fino al 2030. Un progetto che, pur nella ricerca di equilibro, tradisce un pregiudizio di fondo: l'idea che il tempo della televisione tradizionale si stia esaurendo e che il futuro appartenga alle comunicazioni mobili, di cui sarebbe lungimirante rabboccare sin d'ora la dotazione di frequenze. Opinione plausibile, ma che non considera i costi della transizione e gli scenari alternativi: il mobile di domani non sarà quello di oggi e già s'intravvedono sviluppi che potrebbero contenerne le esigenze di banda. Tuttavia, più che nel merito, il problema è nel metodo.

È opportuno continuare a privilegiare decisioni centralizzate e neCessariamente arbitrarie, che sovrappongono le previsioni dei burocrati alle decisioni degli operatori economici? Le regole influenzano direttamente l'evoluzione tecnologica, con il rischio di alimentare un percorso circolare in cui non sono le risorse ad andare verso l'innovazione, ma l'innovazione a seguire l'assegnazione di risorse. Un approccio alternativo esiste.
Già nel 1959, il premio Nobel per l'economia Ronald Coase avvertiva che i diritti di utilizzo delle frequenze non sono che beni economici: e raccomandava, pertanto, il superamento del prevalente regime di concessione amministrativa con un sistema di diritti di proprietà chiaramente definiti e assegnati attraverso meccanismi d'asta. Questo secondo corno della lezione coasiana è stato assimilato dai decisori pubblici, pur con molto ritardo, una volta compresane la ricaduta finanziaria.

Viceversa, l'idea di diritti di proprietà sulle frequenze rimane inattuata. La normativa nazionale e comunitaria apre, in principio, al commercio delle frequenze, che sono, però, sottoposte a vincoli di durata e di destinazione d'uso. Un effettivo mercato dello spettro permetterebbe di destinare le frequenze agli usi più efficienti, meglio coordinando l'evoluzione tecnologica e quella industriale e riducendo l'impatto delle decisioni regolamentari.

Dal Corriere della sera, 27 ottobre 2014
Twitter: @masstrovato

Il mercato secondo Vargas Llosa: indice e motore di libertà individuale

Cosa voglia dire liberale è una domanda con tante risposte. Motivi storici e di storia del pensiero politico fanno sì che molti ne pretendano l'uso esclusivo, per ragioni diverse e persino opposte, e che sia sempre ambiguo definirsi, e definire, un "liberale".

Per lo scrittore e premio Nobel Mario Vargas Llosa, essere liberale vuol dire riconoscere la democrazia politica, il libero mercato e la preminenza dell'individuo quali fondamenti essenziali della società. Tre pilastri distinti ma non autonomi, come altre dottrine possono credere, poiché tutti originati da una concezione unica e indivisibile della libertà quale valore supremo. "La libertà politica, economica, sociale, culturale - ha scritto Vargas Llosa in un articolo apparso ne El País nel gennaio di quest'anno - sono una cosa sola e tutte conducono verso il progredire della giustizia, della ricchezza, dei diritti umani, delle opportunità e la coesistenza pacifica in una società". Non può darsi, quindi, economia libera senza diritti politici, senza tolleranza, senza una libertà di critica e di espressione, senza la possibilità dì confronto democratico delle idee. Ma non può neanche darsi una società libera senza il libero mercato, che, come scrive l'autore nelle Confessioni di un liberale, "rappresenta il migliore strumento esistente per produne ricchezza e, se ben integrato in altre istituzioni e negli usi della cultura democratica, porta il progresso materiale di una nazione alle spettacolari vette alle quali siamo ormai abituati".

Infine, ritenere che la libertà individuale sia anteposta all'organizzazione sociale è la naturale conseguenza di credere che la libertà, integralmente intesa, sia il valore per eccellenza, giacché "la misura della libertà in una società è data dal grado di autonomia con cui i cittadini possono organizzare la propria vita e operare per il raggiungimento dei propri scopi senza interferenze illegittime".

Quella di Vargas Llosa è una visione a tutto tondo della libertà umana come valore assoluto e essenziale per la promozione personale e, quindi, dell'intera società, attraverso una aperta e genuina competizione a ogni livello. Ne deriva che il ruolo dello stato, residuale e di cornice, "non è produrre ricchezza, funzione che viene svolta con migliori risultati dalla società civile in un contesto di libero mercato", ma garantire "la sicurezza, dell'ordine pubblico, del rispetto della legalità, della salute e dell'educazione, non, tuttavia, in maniera monopolistica, ma in stretta collaborazione con la società civile". Spente le aspirazioni marxiste e socialiste dell'età giovanile proprio quando "l'intellighenzia dell'Occidente sembrava, per frivolezza o opportunismo, soccombere al richiamo del socialismo sovietico" (dal discorso al conferimento del premio Nobel),

Vargas Llosa è un convinto sostenitore del libero mercato come indice e strumento al tempo stesso di libertà individuale, arrivando a sostenere, all'epoca della nazionalizzazione del settore finanziario nel suo paese, che una simile riforma rappresentava, molto più che una scelta di indirizzo semplicemente politico-economico, "la scelta tra uno stato di tipo democratico e uno di tipo totalitario".

Da Il Foglio, 23 ottobre 2014
Twitter: @seresileoni

Eresie via internet

Che cosa ha a che fare il nuovo premio Nobel Jean Tirole con la vecchia questione della rete Telecom? Direttamente non molto. Ma la crescita di Big Data crea in Europa problemi di regolazione; la crescita della quantità dei dati da trasmettere crea in Italia problemi di infrastrutture.
Il premio dato all'autore di teorie che servono per capire i primi, può essere stimolo a risolvere i secondi: prendendo di petto la questione della rete. Tirole è noto per la teoria dei mercati a due versanti; l'idea gli venne ragionando sul funzionamento del mercato delle carte dì credito. Chi le emette si colloca su una sorta di displuvio: raccoglie su un versante clienti a cui fa comodo non pagare in contanti e li convoglia sull'altro ai negozianti disposti a pagare qualcosa per soddisfare chi ha più desideri che contanti nel portafoglio. Stessa cosa con la televisione commerciale: il suo business è "vendere occhi agli inserzionisti". Tirole dimostra che nei mercati a due versanti non valgono le regole dei mercati tradizionali, in particolare per i profili di concorrenza: un maggior grado di concentrazione può avere effetti positivi sul benessere sociale. Fu quindi fuori luogo il giudizio di posizione dominante di Mediaset nel mercato pubblicitario; sbagliata la legge Gentiloni che voleva limitarne la raccolta al 45 per cento; senza motivo la polemica contro il famoso Sic della legge Gasparri.

Su internet fioriscono mercati a due versanti. Google spende moltissimo per indicizzare il web, sviluppare gli algoritmi di ricerca, gestire giganteschi centri di calcolo, mentre aggiungere un cliente ha un costo infinitesimo; il cliente quindi non paga nulla, ma accresce la dimensione della base, la quantità di informazioni, che Google può vendere sull'altro versante. "Se non paghi per il prodotto - si dice - sei tu il prodotto". Apple vende iPhone ai clienti e incamera il 30 per cento del prezzo lordo delle app vendute da AppStore; adesso, facendo del nuovo iPhone uno strumento di pagamento, si vede riconoscere dalle banche lo 0,15 per cento dell'importo di ogni transazione. Mail e sms, voce e dati, film e libri, le infinità delle app e il nascente fiume dell'intemei delle cose", tutto il traffico nasce da mercati a due versanti. Le reti non sono né su un versante né sull'altro, ma tutto passa di lì. A Tirole va il premio per la teoria dei mercati a due versanti, a noi resta il problema della rete di Telecom.

Eppure tutto questo traffico aumenta la richiesta di connettività. Lo sviluppo di internet fa crescere il valore delle reti esistenti, quello che resta dei vecchi monopoli aumenta di pregio. Le aziende chiedono servizi affidabili e qualità, back up, cloud, videoconferenze, i produttori di contenuti cercano canali preferenziali per accedere ai clienti. Per chi dispone di una rete, vendere connettività di qualità e accessi capillari dovrebbe essere un'interessante opportunità di business. Certo, un business con i suoi problemi: la scelta della tecnologia, la selezione degli investimenti, il modo di finanziarli, come garantire il principio delle neutralità della rete, che è stato importante per lo sviluppo di internet. Ma da noi le soluzioni si inchiodano su questioni arrugginite: recriminiamo per il passato di Telecom, ci lamentiamo per il futuro con Telecom. Partiamo dai punti fermi. Punto fermo è che non ha senso separare rete fisica da rete software, la separazione rende più complicate e lente le decisioni di investimento.

Punto fermo è difendere la rete dalle censure politiche: certo, la Cina è lontana, ma i governi sono interventisti per definizione, quindi meglio se il pubblico non entra nella proprietà, per dare il buon esempio agli altri ed evitare tentazioni a noi. Altra cosa è la net neutrality intesa come proibizione di vendere a prezzi differenziati connettività diverse per caratteristiche di velocità, precedenza, sicurezza. Questo deve invece essere consentito, e non solo per ragioni economiche: il successo di internet nel disintermediare funzioni che sembravano granitiche, deriva proprio dall'avere sostituito la personalizzazione del market of one dove prima imperava la rigidità del one size fits all.

Quanto a Telecom, può darsi che sia stata una privatizzazione fatta male; può darsi che l'indebitamento della doppia scalata a debito le abbia messo piombo nelle ali; può darsi che c'entri anche una generale ritirata del nostro capitalismo. Ma punto fermo è che gli obbiettivi di mantenere il controllo nazionale, sviluppare la rete, conservare la partecipazione brasiliana, non sono raggiungibili tutti insieme. Imponendocelo, siamo caduti in una impasse strategica: bisogna cedere qualcosa.

Questo qualcosa è il Brasile. Tim Brasile non è più il tassello di una strategia, è solo la testimonianza di un'ambizione: anche se un po' meno di ieri, ha ancora una buona valutazione, la si venda. Liberati dall'ossessione del debito, si esca da questo imbroglio di scorpori di dubbia legittimità, di fusioni di incerta utilità, di governante di scarsa funzionalità. Telecom è la sua rete, si concentri a trarre profitti dalla vendita di connettività. Gestire la rete è sempre stato il suo mestiere, lo riaffermi con risolutezza, il paese adegui la propria valutazione dell'azienda e del settore a questa realtà: quella della rete nei mercati a due versanti studiati dal Nobel Tirole.

Ps. Perché dovrebbe essere tabù anche vendere il marchio e le attività commerciali di Tim, impegnandosi contrattualmente a fornire la connettività di cui ha bisogno? Per oggi, fermiamoci qui, un'eresia per volta.

Da Il Foglio, 22 ottobre 2014
Twitter: @Fdebenedetti

Più succo nell'aranciata. La rivolta dei produttori

La decisione era nell'aria da più di un anno ma ieri il Parlamento, con il parere favorevole del Governo, ha approvato definitivamente un nuovo vincolo su alcune bibite, tra cui le «aranciate», applicabile a chi produce in Italia. La nuova norma prevede che le aranciate contengano almeno il 20% di succo (prima il limite massimo era il 12%) con l'obiettivo evidente di favorire gli agricoltori e i produttori italiani di agrumi. Non a caso è stata Coldiretti a esultare maggiormente per questa vittoria.
Di contro, però, la decisione solleva le proteste di Assobibe, l'associazione di Confindustria che rappresenta i produttori di bevande analcoliche. «La scelta di discriminare e penalizzare la produzione made in Italy attacca il presidente di Assobibe, Aurelio Ceresoli rimane incomprensibile per tutte le aziende che producono, investono e creano occupazione in Italia. Un caso di autolesionismo, anziché di tutela delle industrie nazionali e dei loro lavoratori.

C'è da riflettere su uno Stato che impone una ricetta in maniera arbitraria e vieta la produzione in Italia di aranciate apprezzate da decenni, senza alcuna evidenza scientifica o motivi di tutela della salute dei consumatori. In questo modo si rischia di vanificare investimenti significativi realizzati in Italia nel corso degli ultimi decenni e condizionare anche quelli futuri».

Anche l'Istituto Bruno Leoni, qualche mese fa, aveva divulgato uno studio secondo il quale l'aumento della percentuale di frutta contenuta nelle bevande analcoliche avrebbe indotto molte di loro a negoziare prezzi più vantaggiosi con venditori stranieri meno cari, per esempio gli spagnoli e i nordafricani. Inoltre, non è escluso che le stesse imprese italiane trovino più conveniente delocalizzare i propri impianti in altri Paesi europei dove non sarebbero sottoposte agli stessi vincoli.
In base alla nuova legge, infatti, l'aranciata deve contenere il 20% di frutta soltanto se si produce in Italia, se invece la bibita arriva da qualsiasi Paese appena fuori dai nostri confini, resta valido il vecchio 12%. «Non è vero, né dimostrabile aggiunge Ceresoli che l'aumento al 20% si tradurrà automaticamente in un maggior impiego di forniture di succo solo italiano. Infatti più si indebolisce la quota di mercato di bibite made in Italy a favore di quelle prodotte all'estero, minori saranno le forniture di succo italiano».
Con il rischio concreto che le arance si rivelino molto amare per i coltivatori italiani.

Dal Corriere della sera, 22 ottobre 2014

Oggi ha ancora senso l'articolo 18?

Fa parte dello Statuto dei lavoratori e disciplina il licenziamento illegittimo, comminato in modo ingiustificato o senza che vengano comunicati i motivi. I governi hanno tentato di riformarlo più volte, ma i sindacati si sono sempre opposti, giudicandolo un passo indietro nella tutela dei lavoratori.

Come viene applicato, oggi, l'articolo 18?
«Dopo la modifica introdotta dalla riforma Fornero, i licenziamenti si dividono in discriminatori, disciplinari e per motivi economici. I primi sono sempre illegittimi per qualsiasi impresa e impongono la reintegrazione del lavoratore. Più complesse e discusse sono le altre ipotesi.»

Perché alcune forze politiche premono per un cambiamento?
«Perché l'articolo 18 è il simbolo di una concezione anacronistica del mondo delle imprese e del lavoro, che identifica la caratteristica principale delle relazioni industriali nella conflittualità tra datore di lavoro e lavoratore. È una visione tipicamente sindacalista dei rapporti di lavoro.»

È un articolo ancora attuale?
«Dal punto di vista ideologico, sì. Nella sua applicazione pratica, meno. In primo luogo perché le imprese con almeno 15 dipendenti sono circa il 3%. In secondo luogo perché si sono già sperimentate ipotesi di contrattazione aziendale in deroga, consentite da qualche anno.»

Andrebbe modificato?
«Più che modificato, andrebbe abrogato. Premesso che il licenziamento discriminatorio è sempre illegittimo, è davvero necessario tutelare il lavoratore dipendente da altre forme di licenziamento? Un datore di lavoro che licenzia lo fa per considerazioni razionali ed economiche.»

Da Viversani e Belli, 24 ottobre 2014

Tasse & web company, Trovato: "Concorrenza fiscale unica soluzione"

È la concorrenza fiscale lo strumento utile a risolvere la questione della tassazione dei big del web che tiene banco in Europa. È quanto emerge da un report dell’Istituto Bruno Leoni - "La tassazione dell'economia digitale: una soluzione in cerca di un problema?" – firmato da Massimiliano Trovato.
Secondo Trovato, le proposte avanzate in materia – prima fra tutte la web tax o forme simili – “introdurrebbero problematiche disparità di trattamento tra le imprese digitali e il resto dell'economia, travolgendo i principi del diritto tributario internazionale, e limitando fortemente la portata della concorrenza fiscale, a danno di tutti i contribuenti e dei consumatori”.

Il report parte dall’assunto che le aliquote medie sopportate dalle multinazionali digitali sono comparabili a quelle sostenute dalle imprese di altri settori e che il gettito della tassazione d'impresa nei paesi Ocse è cresciuto costantemente negli ultimi trent'anni - eccetto a ridosso della crisi.

In questo contesto, occorrerebbe ragionare di misure che possano incentivare gli investimenti e l'inasprimento del carico fiscale del settore non è certamente tra queste. Al contrario, la concorrenza fiscale potrebbe funzionare, a patto che – come avviene per la concorrenza tout court - sia quanto più ampia per avvantaggiare la generalità delle imprese e dei cittadini.

“La concorrenza fiscale amplia l’estensione dei mercati, favorendo l’innovazione e la crescita – spiega Trovato nel report - e, contrariamente alle previsioni degli scettici, non è accompagnata da catastrofici effetti collaterali. Il livello assoluto dell’imposta raccolta, come abbiamo visto, è aumentato costantemente negli ultimi trent’anni; le aliquote legali si sono ridimensionate, ma certo non si è verificata quella scriteriata corsa al ribasso preconizzata da alcuni”.

Leggi il resto su Corriere delle Comunicazioni, 20 ottobre 2014

Tassazione del digitale: no alla demagogia, sì alla concorrenza fiscale

La necessità d'intervenire sul regime tributario applicabile alle imprese digitali è data ormai per acquisita nel dibattito internazionale. Il nuovo Special Report dell'Istituto Bruno Leoni “La tassazione dell'economia digitale: una soluzione in cerca di un problema?” (PDF) discute le premesse e le conseguenze di tale opzione. 

Secondo Massimiliano Trovato, Fellow IBL e autore dello studio, «l'evidenza disponibile non conferma la narrativa di un'emergenza da contrastare: le aliquote medie sopportate dalle multinazionali digitali sono comparabili a quelle sostenute dalle imprese di altri settori, e il gettito della tassazione d'impresa nei paesi Ocse è cresciuto costantemente negli ultimi trent'anni – eccetto a ridosso della crisi».

Per Trovato, «nonostante le affermazioni contrarie, le proposte avanzate in materia introdurrebbero problematiche disparità di trattamento tra le imprese digitali e il resto dell'economia, travolgendo i principi del diritto tributario internazionale, e limitando fortemente la portata della concorrenza fiscale, a danno di tutti i contribuenti e dei consumatori».

«In un momento in cui discute molto di come favorire lo sviluppo del digitale in Europa», conclude Trovato, «occorrerebbe ragionare di misure che possano incentivare gli investimenti: l'inasprimento del carico fiscale del settore non è certamente tra queste».

Lo Special Report “La tassazione dell'economia digitale: una soluzione in cerca di un problema?” di Massimiliano Trovato è liberamente disponibile qui (PDF).

Tutti i punti di contatto tra il Nobel Tirole e la Renzinomics

L'Italia ha molto da imparare da Jean Tirole, che lunedì ha ricevuto il Premio Nobel per l'Economia 2014. L'economista francese ha determinato una profonda evoluzione in un vasto numero di ambiti, dall'organizzazione industriale alla teoria dei contratti, dalla regolazione dei mercati alla finanza aziendale. Ma, soprattutto, ha innovato gli strumenti con cui tutti questi problemi vengono affrontati: l'utilizzo rigoroso della teoria dei giochi con lo scopo di capire l'effetto degli incentivi comportamentali sulle scelte degli agenti economici. E, di conseguenza, in quale modo disegnarli con l'obiettivo di raggiungere fini socialmente desiderabili quali la crescita economica e la promozione della concorrenza. Un'intuizione chiave sua e del suo co-autore storico, Jean-Jacques Laffont, scomparso dieci anni fa ma virtualmente destinatario del Nobel assieme a Tirole, è che una stessa regola può produrre conseguenze radicalmente diverse a seconda del contesto in cui viene calata.

E' per questo che egli, pur non essendo in alcun modo definibile come un "liberista", ha finito per assumere posizioni assai nette su una serie di questioni. Parlando della Francia a poche ore dal Premio, per esempio, ha detto: "Non abbiamo adottato riforme del mercato del lavoro simili a quelle tedesca e scandinava. Né abbiamo ridotto il peso dello stato. Io sono molto favorevole al nostro modello sociale, ma non è sostenibile se lo stato è troppo grosso". In un'intervista al Foglio nel 2012, sull'Italia, si era spinto a proporre la "rottamazione" dell'articolo 18, prevedendo delle forme di compensazione a carico dell'azienda. Il succo è appunto quello di lasciare libere le imprese di gestire la propria forza lavoro, definendo però una sorta di onere finanziario quando contribuiscono a produrre "esternalità negative" per il paese attraverso l'aumento della disoccupazione. Queste riflessioni derivano direttamente dall'approccio di Tirole all'economia. Uno dei campi dove la sua influenza è stata maggiore, tanto sulla letteratura successiva quanto sulle scelte di policy, è la teoria della regolazione dei monopoli naturali. La questione cruciale riguarda l'asimmetria informativa tra operatori regolati e autorità di regolazione. La ricerca di Tirole in tale ambito ha fornito strumenti importanti per la definizione delle tariffe e delle regole di accesso per le "infrastrutture essenziali" e ai conseguenti incentivi che il disegno di mercato trasmette agli operatori. E' in questo contesto che la questione dell'ownership unbundling, ossia della separazione proprietaria dell'infrastruttura essenziale (rete elettrica, gas, di trasporto e altro) dall'ex-monopolista verticalmente integrato, ha trovato suo organico inquadramento teorico.

L'altro ambito di ricerca che è valso il Nobel a Tirole è quello dell'analisi dell'interazione tra imprese che operano in contesti oligopolistici, dove una o più imprese possono esercitare potere di mercato impedendo o scoraggiando l'ingresso di nuove imprese e determinando, per i consumatori, prezzi e quantità prodotte sub-ottimali. La sua teoria oligopolistica è "moderna" anche perché esamina i profili competitivi di mercati nuovi come i cosiddetti two-sided market (cioè quei mercati che si rivolgono a due distinti gruppi di consumatori ciascuno dei quali produce benefici per gli altri, come le piattaforme di gioco e i videogame). L'approccio di Tirole è stato centrale per i regolatori competenti. L'intero sforzo di apertura dei mercati praticato in molti paesi in particolare l'Ue è enormemente debitore a Tirole. A legare tale vastità di contributi l'idea che la regolazione e l'esame della concorrenza non possano assumere una dimensione "one size fits all". Ogni settore, ogni mercato, ha le sue peculiarità. In un mondo complesso, il rigore analitico è l'unico vaccino contro le soluzioni semplicistiche.

Da Il Foglio, 16 ottobre 2014
Twitter: @CarloStagnaro - @SimoBenedettini

Provaci ancora Dario

Nulla di fatto. Ma, per quanto fosse difficile immaginare il contrario, qualcuno sperava in un'azione di pressione più forte e incisiva. Invece dell'argomento se ne è parlato. E parlato, per carità. Ma pur sempre solo parlato. Ancora una volta.
Si tratta della vicenda legata all'Iva degli eBook (mercato in crescita in uno scenario che frena) in agenda al summit informale tra i ministri europei della Cultura andato in scena in Italia, nella sontuosa Reggia di Venaria Reale (Torino) lo scorso 24 settembre.

La questione della riduzione dell'aliquota è ormai annosa e stucchevole. A parole tutti (o quasi) la vogliono ridurre dal 22% (nel nostro Paese) ed equiparare (al 4%) a quella dei formati cartacei. Ma come nella miglior tradizione, l'argomento resta sospeso per aria.
Alla riunione di Torino il nostro ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini, aveva promesso che sull'argomento ci sarebbe tornato. Promessa mantenuta. Anche in questo caso almeno a parole. "E' tempo di equiparare l'Iva imposta alle pubblicazioni digitale a quella dei libri", ha dichiarato il titolare del dicastero nella conferenza stampa di chiusura della riunione. "Non è competenza dei ministri fare questo ma ci può essere una indicazione comune in tale direzione. Il tema del digitale deve essere affrontato quanto meno a livello europeo ma servono regole comuni".

Per dirla tutta, già nello scorso agosto, un mese dopo l'approvazione definitiva del Senato del Decreto Cultura che aveva lasciato inalterata l'Iva sugli eBook al 22%, (generando non pochi malumori) il ministro Dario Franceschini aveva fatto intendere che l'obiettivo del governo fosse quello di portarla al 10%, per poi approdare al 4%, invocando un'azione comune da parte dei 28 paesi dell'Unione. Che evidentemente anche su questo tema fatica a stare compatta e a trovare un accordo. Insomma ancora una volta sugli eBook restano le parole.

Eppure, la questione non è da sottovalutare. Da tempo giace sul tappeto e ha generato scontri tra il governo centrale di Bruxelles e alcuni importanti Stati membri. Il Lussemburgo aveva aperto la strada con la decisione di ridurre l'imposizione sugli eBook dal 15%, aliquota Iva standard, al 3%, seguito a ruota dalla Francia che, nel 2012, aveva disposto un abbassamento dell'imposta dal 19,5% standard al 5,5%. E non era mancato l'intervento della Commissione, che aveva aperto una procedura d'infrazione nei confronti dei due Stati, accusati di dumping. Ma non solo. La Corte di Giustizia Europea ha recentemente stabilito e ribadito che gli Stati membri dell'Ue sono liberi di praticare tariffe diverse per l'Iva sugli eBook rispetto a quella applicata ai libri di carta. Questo permette, di fatto, a tutti i paesi membri di cambiare il regime Iva sui diversi formati di libri senza per questo infrangere la "neutralità fiscale", concetto che guida le legislazioni nazionali degli stati membri per evitare che il mercato comune sia falsato da diverse aliquote fiscali applicate alle medesime merci.

Ma è pur vero che proprio la recente sentenza della Corte appare abbastanza 'fluida' per non dire contraddittoria. Molti sostengono che lasci ampi spazi d'interpretazione. Quasi a dire che da un lato i ministri sono nella condizione di non cambiare nulla. Oppure potrebbero varare la tanto annunciata e agognata equiparazione. In proposito, Serena Sileoni, dell'Istituto Bruno Leoni, in una nota apparsa sul quotidiano Il Giornale, non ha dubbi: "Fortunatamente, la Corte di Giustizia ha rigettato la palla agli Stati. In un caso speculare, la Corte aveva ritenuto possibile che l'Iva tra libri di carta ed elettronici sia diversa non perché essi siano diversi, quanto perché spetta ai singoli ordinamenti stabilire se i medesimi possono essere considerati, secondo l'intendimento del consumatore medio, prodotti analoghi". E ancora: "Decidere cosa e quanto tassare è la più antica prerogativa degli Stati e la politica fiscale è uno degli elementi istituzionali che determina i destini delle interazioni economiche in un Paese", conclude Serena Sileoni. "Può esistere dunque una reale ipotesi di dumping fiscale tra Stati che mantengono, tra i loro poteri, la regolazione fiscale? Dove si può tracciare il confine tra fenomeno distorsivo della concorrenza e legittima scelta politica?".

Insomma: nella realtà gli spazi di manovra ci sono. Ciascun Paese è sovrano e legittimato a operare come ritiene opportuno. Ma è come se nessuno volesse fare la prima mossa, o peggio accendere il cerino per poi ritrovarselo tra le dita. Nel frattempo annunci, promesse e parole continuano a volare. Ma il dato resta. L'Iva sugli eBook al momento non viene abbassata e contribuisce a generare distonie e a frenare il business. Il prossimo tentativo? La riunione formale dei ministri della Cultura, in agenda a Bruxelles il 25 novembre, potrebbe essere la giusta occasione. Forse. Sperando che dalle parole si passi ai fatti. Insomma: provaci ancora, Dario.

Da hi-tech magazine, 15 ottobre 2014

Se «Job Italia» vuol dire cuneo fiscale

Un lavoratore oggi prende in busta paga il 50% di quanto costa all'azienda. Che cosa succederebbe per le casse dello Stato se, anche solo per i neoassunti, anche solo per la durata di 4 anni, il lavoratore, invece del 50% prendesse l'80 per cento?

Luca Ricolfi non ha dubbi: con il "job-Italia" - questo il nome che ha dato alla sua proposta - ci sarebbero almeno 300mila posti di lavoro in più. Diminuirebbero i contributi Inps e Inail, ma aumenterebbero le tasse (Iva, Irpef, Irap, Ires) derivanti dal maggior valore aggiunto del lavoro creato da ogni nuovo assunto, che altrimenti non ci sarebbe stato. E siccome il gettito delle tasse è 5 volte quello dei contributi, a un certo punto il minor gettito dei contributi è più che compensato dal maggior gettito delle imposte.

Ricolfi calcola questo punto a 1,4, cioè quando gli assunti in più superano del 40% quelli che le aziende comunque avrebbero assunto. Un'indagine sul campo lascia prevedere una riposta molto positiva delle aziende, il rapporto arriverebbe addirittura a 2,6. Ma anche con un valore 2, sarebbero 600-800 mila posti di lavoro (anzichè i 300 mila nuovi posti tradizionali) con 3 miliardi di gettito netto in più per lo Stato. Ricolfi è mosso da preoccupazioni macroeconomiche, la difficoltà di rispettare i saldi di bilancio, la previsione di un'occupazione che cresce appena di 20.000 unità in presenza di 3 milioni di disoccupati. Io propongo una verifica microeconomica: perché un'azienda dovrebbe assumere questo 40% di dipendenti in più? Retribuire i nuovi assunti più generosamente dei lavoratori con anni di anzianità aziendale creerebbe sicuramente problemi interni.

Leggi il resto su Il Sole 24 ore, 14 ottobre 2014
Twitter: @FDebenedetti

Commissioni interbancarie: buone intenzioni e cattivi risultati

Tra le iniziative legislative europee, è all'esame del Consiglio una proposta di regolamento per porre un tetto massimo alle commissioni interbancarie sui pagamenti elettronici. 

Lo Special Report “Il controllo dei prezzi sulle commissioni interbancarie” (PDF), di Todd J. Zywicki, Geoffrey A. Manne e Julian Morris, analizza gli effetti di una misura simile già adottata negli Stati Uniti, mostrando come essi siano ben lontani, se non opposti rispetto alle intenzioni del legislatore. 

Le scienze sociali non dispongono di metodi sperimentali rigorosi, ma la storia e la comparazione internazionale possono fornire utili indicazioni sull’impatto di una determinata misura di policy. Il regolamento attualmente in discussione in Europa presuppone che i benefici derivanti dalla riduzione delle commissioni interbancarie si propaghino dalle banche acquirer agli esercenti e da questi ai consumatori, attraverso una riduzione generalizzata dei prezzi di vendita; e ipotizza, inoltre, che ciò avvenga senza ripercussioni per i consumatori sull’altro versante del mercato – cioè, senza che le banche emittenti reagiscano in alcun modo al mutato scenario. L’analisi del caso americano, qui proposta, è utile a verificare la distanza tra gli obiettivi attesi e quelli verosimili.

Lo Special Report “Il controllo dei prezzi sulle commissioni interbancarie” (PDF), di Todd J. Zywicki, Geoffrey A. Manne e Julian Morris è liberamente disponibile qui (PDF).

I modelli stranieri

Annunciata la rivoluzione, ieri è stata avviata la procedura di licenziamento dei 182 dipendenti (orchestra e coro) del Teatro dell'Opera di Roma. È facile immaginare che i prossimi 75 giorni (tanto durerà tale procedura) saranno turbolenti, per tutto il settore. Non sono poi da escludersi eventuali retromarce o cambiamenti di scenario. Nel frattempo, già è cominciata l'attribuzione di colpe tra i sindacati: con la Cisl che accusa la Cgil di aver prodotto tale situazione.

Si affaccia infatti per la prima volta nel nostro paese un modello nuovo: l'«esternalizzazione» del coro e dell'orchestra. Se la presenza in Italia di orchestre «autonome» non è una novità, diverso è il discorso per un ente lirico senza la sua orchestra stabile. Il teatro valuterà con quale orchestra o quali orchestre stringere un rapporto di collaborazione per allestire la propria stagione. Potranno anche essere gli ex dipendenti della fondazione romana, costituitisi autonomamente, a fornire «servizi orchestrali» (se ritenuti meritevoli).

Qualche esperienza di questo tipo in Europa già esiste. La Dutch National Opera di Amsterdam non ha una propria orchestra stabile, ma si affida a una pluralità di soggetti (le principali orchestre olandesi) per realizzare i propri spettacoli. La Orquesta Sinfónica di Madrid, costituitasi nel 1903 come associazione culturale, è dal 1997 l'orchestra «titolare» del Teatro Real. Come soggetto autonomo ha proprie norme di funzionamento e si autogoverna. Non avendo il Teatro Real una sua stagione sinfonica, l'orchestra svolge una parte delle sua attività fuori dal teatro stesso.

La realtà dei teatri d'opera europei è alquanto eterogenea: non solo per il modo con cui si avvalgono dei servizi di coro e orchestra, ma anche a proposito della titolarità dei teatri, delle forme di gestione e del finanziamento. In Italia, una normativa uniforme ha imbrigliato per anni il settore, mentre un elevato costo del lavoro e una bassa produttività hanno contribuito a rendere instabili i conti delle fondazioni liriche. Coro e orchestra costa(va)no al Teatro dell'Opera di Roma più di 12 milioni.

Leggi il resto su Il Giornale, 4 ottobre 2014

Shock da bolletta

Ci sono due dati che, se letti assieme, fanno paura. Il primo: le piccole e medie imprese italiane pagano la bolletta elettrica più cara d'Europa, dopo quelle danesi e cipriote. Il secondo: il 95% delle imprese italiane ha meno di 10 addetti, e la loro dimensione media 4 addetti è del 40% inferiore alla media europea. Il combinato disposto di questi fatti è: "abbiamo un problema, Houston". Infatti, il costo dell'energia è uno dei principali elementi di competitività per le aziende, che ne può determinare la maggiore o minore capacità di imporsi sulla concorrenza internazionale. Se si aggiunge che il nostro Paese dipende fortemente dal traino dell'export, è ovvio quali siano le dimensioni dell'emergenza. Se questo è vero, allora bisogna porsi due domande: perché e come ci siamo trovati in questa situazione? E come uscirne? È essenziale rispondere a entrambe per esprimere una diagnosi, e per individuare un sentiero che consenta di ridimensionare il sottostante handicap competitivo e accompagni le imprese italiane verso una ritrovata competitività. Da questo assieme naturalmente ad altre misure che vadano a incidere su altri fattori di debolezza italiani dipende la capacità del Paese di crescere.

Ciò è di fondamentale importanza perché, nel lungo termine, solo il ritorno a tassi di crescita positivi, sostenuti e persistenti nel tempo può mettere l'Italia in sicurezza rispetto ai suoi maggiori fattori di rischio, quali la disoccupazione (specie giovanile, femminile, e di lunga durata) e il debito pubblico (in rapporto al prodotto interno lordo). La risposta alla prima domanda è semplice quanto deprimente: la bolletta elettrica è stata trattata, negli ultimi vent'anni e a dispetto del profondo processo di riforma che ha investito il settore, alla stregua di un bancomat. A partire dalla metà degli anni Novanta, sulla scorta di tre pacchetti europei di liberalizzazione, il comparto elettrico ha completamente cambiato aspetto.
Si è passati da un monopolio pubblico verticalmente integrato a un mercato sostanzialmente liberalizzato, dove sia la domanda sia l'offerta sono libere e le reti sono segregate rispetto alle attività di mercato. Questo avrebbe dovuto portare, nelle intenzioni, a un importante ciclo d'investimenti nel rinnovo del parco centrali (che c'è stato) e alla riduzione dei prezzi. Quest'ultima si è verificata solo se si guarda alla componente all'ingrosso dei prezzi. Purtroppo, il consumatore (incluse le imprese), in aggiunta alla commodity, paga anche una serie di servizi, oneri e imposte che appesantiscono il totale. In particolare, egli deve sostenere i costi di vettoriamento dell'energia (e i relativi investimenti nelle reti) e un gran numero di voci che sono poco o per nulla collegate al servizio. Ora, i costi di rete sono probabilmente eccessivi, come si può desumere dagli elevati rendimenti sul capitale investito degli operatori. Ma, soprattutto, le altre componenti sono cresciute a dismisura, sia in numero sia per la loro entità. Molte di esse finanziano attività che hanno poca attinenza col servizio elettrico: dallo smantellamento delle ex centrali nucleari alla cosiddetta ricerca di sistema fino alla "riserva di capacità" per San Marino e il Vaticano.

Altre sono state oggetto di una crescita vertiginosa e incontrollata (ancorché ampiamente prevedibile): il peso dei sussidi alle fonti rinnovabili è esploso da poche centinaia di milioni di euro a quasi 13 miliardi l'anno (l'impatto del solo fotovoltaico è passato da 5 euro / MWh nel 2010 a a 21 euro / MWh nel 2013). Altre ancora riflettono il peso politico di specifici gruppi di consumatori: i grandi consumatori, come le imprese cosiddette energivore e le ferrovie, godono di agevolazioni il cui costo si riversa sulle spalle delle Pmi. Infine, l'attuale sistema di "maggior tutela" in virtù del quale la maggior parte dei consumatori, incluse le Pmi, pur potendo teoricamente accedere al libero mercato, si rifornisce a un prezzo fissato dall'Autorità per l'energia ha ingessato la domanda limitando i benefici potenziali della liberalizzazione. Se questa è la diagnosi, la terapia deve essere coerente: poiché l'eccesso di costo dipende dal peso degli oneri e dalla concorrenza insufficiente, l'unica via d'uscita consiste nel ridurre gli oneri e stimolare la concorrenza. Sul primo fronte, il governo è già intervenuto mettendo in moto un processo di efficientamento. Il pacchetto "taglia bollette" varato a giugno mette le briglie alla crescita degli oneri, e interviene su molti di essi eliminandoli o comunque limitandone l'impatto.
Sull'altro fronte, l'Autorità Antitrust nell'ambito della sua periodica segnalazione finalizzata alla legge annuale per la concorrenza ha sottolineato l'esigenza di restringere fino a superare del tutto il perimetro della "tutela", spingendo i consumatori sul mercato. Naturalmente essi devono essere "accompagnati", ma non è pensabile che, finché verranno trattenuti nello zoo dei prezzi regolati, siano in grado di cogliere i vantaggi della concorrenza.

Su questo punto è necessario essere precisi. La concorrenza, al livello del mercato retail, funziona se non solo l'offerta è contendibile, ma anche la domanda è mobile. Tuttavia, difficilmente questo accade in assenza di una "spinta" che costringa i consumatori a rendersi conto del "nuovo mondo" che si può aprire davanti ai loro occhi. In un certo senso, esiste un parallelo con le telecomunicazioni: fino alla piena apertura del mercato e alla scomparsa delle forme dirette e indirette di regolazione dei prezzi era impensabile che cittadini e imprese cambiassero con disinvoltura il loro gestore telefonico. Eppure, oggi è proprio questa opportunità a trainare lo sviluppo del servizio, l'ampliamento dell'offerta e la riduzione dei prezzi. Non c'è ragione di credere che lo stesso non possa accadere nel caso dell'elettricità.

Ridurre i prezzi dell'energia elettrica è un passaggio cruciale, ancorché non sufficiente, per aiutare le Pmi italiane a ridimensionare i loro svantaggi competitivi. Purtroppo, i costi dell'energia riflettono una lunga serie di scelte passate, molte delle quali scarsamente coerenti le une con le altre e comunque tali da generare una escalation delle componenti tariffarie. Inoltre è necessario riconnettere l'Italia alla spinta europea verso la progressiva apertura del mercato, una spinta che se non si è esaurita appare comunque indebolita, non solo nel nostro paese ma anche in diversi altri Stati membri dell'Ue. Paradossalmente diverse scelte, anche relativamente recenti, anziché andare verso una maggiore competizione sembrano accreditare l'idea di un ritorno prepotente dello Stato al centro della politica energetica.
La pretesa di guidare investimenti e comportamenti degli operatori è incompatibile con un mercato vivace, efficiente e dinamico.

Da Genova Impresa, 27 ottobre 2014
Twitter: @CarloStagnaro

Hinkley Point C decision further undermines competition in the electricity market

The European Commission has given the green light to the construction of a new nuclear plant at Hinkley Point. This may or may not be part of a nuclear renaissance, but it is definitely a further weakening of the British model of liberalisation of the electricity market.

The Hinkley Point C scheme will be made possible by a number of state-backed financial guarantees. The most important one is the introduction of a ‘strike price’ of £92.50 /MWh, about twice as much as the current wholesale price of electricity. This arrangement will be kept in place for as long as 35 years, vis-á-vis an expected technical life of the plant of 60 years. According to the EU Commission’s estimates, the new plant will become operational in a time of 10 years for an investment cost of £34 billion. If the past can provide guidance, both costs and timetables are likely to overrun.

A brief analysis of the figures illustrates the economic shortcomings of the scheme. Under the assumption that electricity wholesale prices will stay around the current level for the next 35 years and that the extra-cost is justified by the alleged positive externalities deriving from more carbon-free energy, it follows that the external benefit is priced at £40-50/MWh. Under the further assumption that the additional nuclear power will displace electricity produced by Combined Cycle Gas Turbines at the margin, with average emissions of 340 kg CO2/MWh, it follows that British consumers will pay an average of £117-147 per ton of CO2. The same ton of CO2 is now priced on the EU Emissions Trading Scheme (a cap-and-trade mechanism designed to find the most cost-effective ways to reduce emissions) well below £8. This implies consumers will be forced to pay 14-18 times more for the same product (i.e. the positive externalities from carbon-free power). The fact that other green sources, such as wind or solar power, are subsidised just as much, or even more, does not make the impact any less painful.

Leggi il resto su Iea.org.uk, 10 ottobre 2014

Energia elettrica: è l’ora dei prezzi negativi

Le direttive europee sull’apertura dei mercati energetici sono finalizzate non solo a incoraggiare la concorrenza nei mercati nazionali, ma anche a favorire l’integrazione tra i mercati europei. L’allargamento della dimensione fisica dei mercati – e, in prospettiva, la creazione del “mercato interno” per l’energia elettrica – può infatti produrre benefici importanti in termini di prezzo, di maggiore efficienza nell’utilizzo degli impianti esistenti e di riduzione degli impatti ambientali. Per raggiungere l’obiettivo la Commissione Europea ha promosso iniziative diverse: tra le altre, oltre l’introduzione di regole armonizzate per la disciplina dei mercati nazionali e la realizzazione di investimenti infrastrutturali cross border, il cosiddetto market coupling. Si tratta di “un meccanismo di integrazione dei mercati che, nel determinare il valore dell’energia elettrica nelle diverse zone europee di mercato coinvolte, contestualmente alloca la capacità di trasporto disponibile tra dette zone, ottimizzandone l’utilizzo”.

Attraverso l’adozione di regolamenti comuni per il funzionamento delle rispettive borse elettriche, in particolare in relazione ai mercati del giorno prima, 17 paesi europei hanno già raggiunto il market coupling. Entro la fine del 2014 anche l’Italia (che dal 2011 opera in accoppiamento sulla frontiera slovena) dovrà unirsi a questi paesi adeguando le proprie regole di mercato. L’esperienza con la Slovenia ha finora prodotto risultati positivi e fa presagire che la futura integrazione del mercato italiano con quelli dei maggiori paesi europei può potenzialmente portare a risultati altrettanto positivi e di più vasta portata. Affinché ciò diventi realtà, è tuttavia necessario che il nostro paese adotti una serie di riforme. I cambiamenti necessari a tal fine sono riassunti efficacemente in un recente documento di consultazione dell’Autorità per l’energia elettrica il gas ed il sistema idrico. Tra di essi, la possibilità per i prezzi di assumere valori negativi, peraltro già annunciata dal Ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi, nell’ambito del “pacchetto taglia-bollette”.

Leggi il resto su LaVoce.Info, 26 settembre 2014
Twitter: @CarloStagnaro@SimoBenedettini

In defence of TTIP: Good for the economy – and for the climate

The TTIP which is being discussed between the EU and the US is no doubt a landmark treaty that will have important repercussions on the economy of the two blocs and indeed the global economy. And energy trade is an important part of it. Both European and American negotiators seem willing to get to a conclusion. As far as the EU is concerned, TTIP has been set as a top priority under the Italian Presidency, as the country’s Minister for Economic Development, Federica Guidi, emphasized in her first hearing before the Italian Parliament.

But is this TTIP a good idea? There is, in fact, little discussion among professional economists about the healthy consequences of free trade. Indeed, if negotiators fail to reach an agreement, each party would immensely benefit from unilateral trade liberalization, as Prof. Heribert Dieter argued recently in The Wall Street Journal.

There are several reasons why closing a free trade agreement (FTA) would be preferable, though. Bilateral (or pluri-lateral) liberalization is more likely to gain political support than unilateral market opening. Reducing barriers to trade, while resulting in more economic efficiency and ultimately increasing the available income on both sides of the Atlantic, may cause short-term adjustment costs. If two countries achieve greater economic integration, each of them would specialize in the productive processes at which it is comparatively more efficient. At the same time, the industries that are comparatively less efficient will suffer and there may be closings or layoffs. Therefore a strong political effort is required to smooth the transition. Moreover, mutual market opening entails larger opportunities and gains.

Leggi il resto su EnergyPost.eu, 24 settembre 2014
Twitter: @CarloStagnaro

Mercato elettrico: è importante consentire i prezzi negativi

L'Italia deve introdurre la possibilità per i prezzi elettrici di assumere valori negativi: non solo perché fa parte degli obblighi assunti in direzione del market coupling europeo, ma anche per ragioni di efficienza e concorrenza nel mercato. Lo sostiene Tommaso Pavoncello nel Focus "I prezzi negativi dell'energia elettrica in Italia" (PDF).

Scrive Pavoncello: "Il prezzo negativo dell’energia elettrica può costituire un incentivo per i produttori a investire per aumentare la flessibilità delle centrali. Una maggiore flessibilità consentirebbe al produttore di regolare il livello di produzione di energia alla domanda, permettendogli di interrompere la produzione qualora le energie rinnovabili fossero in grado di soddisfare interamente la domanda stessa. Inoltre, i prezzi negativi potrebbero costituire un’opportunità non da poco per le fabbriche che, producendo miratamente nelle ore in cui i prezzi sono più bassi o addirittura negativi, ridurrebbero significativamente i costi di produzione. Per concludere, una domanda e una offerta di energia più dinamiche e flessibili, capaci di reagire a picchi positivi e negativi del prezzo, avrebbero un effetto endogeno di mitigazione della volatilità del prezzo stesso. L’abolizione di vincoli di prezzo favorirebbe la circolazione d’informazioni corrette tra gli agenti del mercato incrementandone l’efficienza".

Il Focus "I prezzi negativi dell'energia elettrica in Italia" di Tommaso Pavoncello è liberamente disponibile qui (PDF).

Sbilanciamenti, IBL: l'Autorità lasci fare al mercato

Sì a una valorizzazione unica degli sbilanciamenti effettivi prodotti da tutte le fonti, meglio ancora se con una sola franchigia a dispetto dei paletti del Consiglio di Stato, che andrebbero superati con una norma ad hoc. No invece a meccanismi centralizzati con un corrispettivo unitario definito da Terna, soluzione apparentemente preferita dall'Autorità ma che mortifica le dinamiche di mercato. L'Istituto Bruno Leoni interviene così nel dibattito sulla disciplina degli sbilanciamenti per gli impianti da rinnovabili intermittenti, pubblicando le proprie osservazioni nel giorno in cui scade il termine della consultazione lanciata in giugno dall'Autorità per l'energia (v. Staffetta 24/06).

L'IBL esprime in particolare la propria preferenza per la prima delle tre soluzioni ipotizzate dall'Autorità - una valorizzazione dell'energia elettrica oggetto di sbilanciamento al di fuori della franchigia uguale per tutte le fonti e determinata con le medesime modalità con cui vengono valorizzati gli sbilanciamenti delle unità di produzione abilitate, con franchigie al 42% per l'eolico, al 25% per il fotovoltaico, all'1% per l'idro ad acqua fluente e per le altre. Al contrario, si legge nelle osservazioni, “qualora l'Autorità intendesse orientarsi verso l'opzione 3 (come sembra emergere dalla lettura del Dco, ndr) IBL manifesta fin d'ora la propria più netta contrarietà, trattandosi di un ulteriore, sostanziale passo nella direzione opposta a quella della concorrenza e del mercato”.

Per il think tank liberista una gestione centralizzata di questo tipo, che sostituisce alla valorizzazione degli sbilanciamenti effettivi un corrispettivo definito da Terna che approssima l'impatto delle Fer sui costi di gestione della rete è giudicata “meno convincente e potenzialmente costosa – in termini di rallentamento delle dinamiche di mercato e di ostruzione del processo di scoperta e scambio dell'informazione – nel lungo termine. Per quanto possa apparire attraente, per la sua semplicità intuitiva, nell'immediato, tale opzione non solo manterrebbe gli operatori rinnovabili nell'attuale limbo di non-mercato, sottraendo loro qualunque leva di vantaggio competitivo, ma finirebbe inevitabilmente per cambiare la stessa natura del Tso. Data l'entità del parco intermittente esistente – aggiunge IBL - affidarne la gestione a Terna farebbe dell'operatore di rete de facto un attore del mercato, sollevando profili potenzialmente molto critici nel confronto competitivo”.

Quanto alla franchigia differenziata per fonte, che il regolatore ha previsto in attuazione delle pronunce definitive del Cds ha impongono di trattare diversamente le diverse fonti in ragione della loro diversa prevedibilità, per IBL “il vincolo posto dal giudice amministrativo appare economicamente irrazionale” e andrebbe rimosso. In tal senso si suggerisce all'Autorità di segnalare a Parlamento e Governo l'opportunità di un intervento normativo che consenta una franchigia unica. Secondo l'Istituto la franchigia differenziata rischia anche di ostacolare l'evoluzione del sistema verso una gestione di portafoglio (aggregata) degli impianti, che andrebbe invece favorita anche valutando di passare da un sistema in cui i punti di immissione in rete si riferiscono a un singolo impianto, a un sistema che consenta (per il dispacciamento) punti di offerta multipli.

da Staffetta Quotidiana, 8 settembre 2014

Ecco come è possibile intaccare i privilegi dei "soliti pochi"

L'Italia ha molti problemi economici, ma uno dei principali è anche tra i meno discussi: gli alti prezzi dell'energia elettrica. Gli italiani, e soprattutto le piccole e medie imprese, pagano le terze tariffe elettriche più salate d'Europa, dopo Danimarca e Cipro, e la loro bolletta è del 35 per cento sopra la media dell'Unione europea. Questo impone una significativa zavorra alla crescita: ecco perché il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha infine messo mano alla questione con una legge a lungo attesa e recentemente votata dal Parlamento.

La principale ragione del caro-energia è che Roma ha sempre trattato i consumatori elettrici alla stregua di un bancomat, una fonte facilmente accessibile per le risorse necessarie a finanziare gli obiettivi redistributivi dei politici e conquistare voti. Tutto iniziò all'epoca del monopolio, quando i dipendenti delle imprese pubbliche avevano diritto a prezzi scontati. Quel "diritto" è rimasto in vigore per gli ex dipendenti anche dopo la privatizzazione dell'operatore dominante e la liberalizzazione del mercato elettrico. Tale concessione a un gruppo di lavoratori è stata sussidiata dai consumatori fino a ora. Nel tempo, i sussidi si sono aggiunti ad altri sussidi che si sono aggiunti ad altri sussidi ancora.

Da quando il monopolio è stato superato, il governo ha mantenuto un ruolo centrale nella definizione dei prezzi, e lo ha utilizzato con generosità. Dal 1963 le Ferrovie pagano l'elettricità a prezzo ridotto. Più recentemente diversi settori industriali, e in particolare le imprese energivore, hanno ottenuto un trattamento preferenziale. I costi di rete sono superiori a quello che può essere considerato un ragionevole "livello efficiente", dato il profilo di rischio degli investimenti sottostanti. Tutto questo è sussidiato dal normale consumatore che deve pagare sempre di più.

A peggiorare le cose, i produttori rinnovabili italiani godono di quelli che sono forse i sussidi più generosi d'Europa. I sussidi alle energie rinnovabili valgono circa un quinto del costo dell'energia per il consumatore finale. La famiglia italiana tipo oggi paga circa 94 euro all'anno, in aggiunta alla propria bolletta, per sostenere le energie "verdi", contro i 31 euro all'anno del 2010. La crescita è stata particolarmente rapida in ragione degli incentivi al fotovoltaico, il cui impatto è salito a 21 euro/MWh nel 2013 da 5 euro/MWh nel 2010. Per ogni MWh solare, il produttore riceve sussidi che sono dalle cinque alle sette volte superíorí al valore dell'energia stessa. Roma fa gravare altre tasse e oneri sui consumatori elettrici, come le accise, una componente tariffaria per coprire i costi dell'uscita dal nucleare e una per sostenere la ricerca di sistema nel settore elettrico. Tutti questi oneri, che finanziano vari altri schemi redistributivi, spiegano circa la metà del gap tra i prezzi energetici italiani e la media europea. Le tariffe sarebbero "soltanto" del 17 per cento superiori, anziché l'attuale 35 per cento, se tali oneri fossero allineati alla media Ue. Il problema è diventato particolarmente serio con la recessione. La crisi economica ha abbattuto i consumi energetici. Di conseguenza i consumatori pagano sempre più sia perché la base dei gruppi sussidiati si è dilatata, sia perché il numero di quanti pagano prezzi pieni si va restringendo. Occorre trovare un nuovo equilibrio tra gli interessi delle piccole imprese in affanno e quelli degli investitori finanziari sussidiati che ricavano il loro reddito da risorse sottratte forzosamente ai consumatori.

Fortunatamente, sembra che la tendenza stia cambiando. Il ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi, ha promosso un pacchetto di riforme, di cui fanno parte un decreto convertito in legge dal Parlamento il mese scorso e altre misure. A partire dalla fine del 2014, grazie a tali provvedimenti, l'ammontare dei sussidi ai vari gruppi di interesse si ridurrà di circa 1,5 miliardi di euro l'anno. Si tratta grossomodo del 10 per cento del monte complessivo dei sussidi. L'obiettivo è ridurre i prezzi per i normali consumatori.

I precedenti tentativi di riforma hanno cercato di contenere il tasso di crescita dei sussidi, oppure di proteggere alcuni influenti gruppi di pressione dal peso di tasse e oneri, ma non hanno mai affrontato il relativo groviglio di sussidi che ha spinto le tariffe inesorabilmente verso l'alto. Il nuovo pacchetto è diverso perché aggredisce il problema a testa bassa e senza guardare in faccia a nessuno. Nessuno è stato risparmiato. Tutti i sussidi citati sono stati ridotti o rimodulati allo scopo di renderli meno onerosi per i consumatori. La riforma naturalmente ha generato grande scontento. I vari interessi particolari hanno fatto una rumorosa opposizione. Né, a dispetto di tutto il clamore, questa è una riforma perfetta. Secondo alcuni, i tagli avrebbero dovuto essere ancora più profondi. Ma il meglio non dovrebbe essere nemico del bene. Quello che realmente conta è che per la prima volta le piccole e medie imprese, anziché mettere mano al portafoglio, vedranno un beneficio concreto.

Anche in Italia, insomma, se ci sono volontà politica, visione e coraggio, i risultati possono essere raggiunti, e i "diritti acquisiti" dei cacciatori di rendite possono essere controbilanciati dalle istanze dei portatori del "dovere acquisito" di pagare il conto. Per parafrasare lo slogan elettorale di Renzi, almeno sulla politica energetica si sta cambiando verso.

Da Il Foglio, 3 settembre 2014
Twitter: @CarloStagnaro

Italy Powers Down Energy Subsidies

Italy has many economic problems, but one of the most significant is also one of the least discussed: high electricity prices. Italians, and especially small - and medium-size companies, pay the third-highest electricity rates in the European Union, behind Denmark and Cyprus, and their power is 35% more expensive than the European Union average. This is a significant drag on growth, which is why Prime Minister Matteo Renzi is finally doing something about it in a long overdue law recently approved by the parliament.

The main reason for such high rates is that Rome traditionally regarded electricity consumers as the equivalent of an ATM, an easily accessible source of the funds they need to achieve the politicians' redistributive goals and win votes. This started in the era of state monopoly, when employees of state-owned utilities had a right to discounted electricity prices. That "right" was kept in place for former employees even after the privatization of the incumbent and the liberalization of the electricity market were enacted. This handout to a favored group of workers has been subsidized by all consumers until now. Over time, subsidies were added to subsidies that were added to subsidies.

Even since the monopoly was broken up, the government has retained a central role in rate setting, and has used that power generously. Since 1963, railways have enjoyed a discounted energy price. More recently, a number of industrial sectors, particularly energy-intensive industries, also receive preferential tariffs. Network costs are also above a reasonable "efficient level" given the risk profile of the underlying investments. All of this is subsidized by all the ordinary consumers who must pay more for power.

Making matters worse, Italian renewable generators enjoy what are perhaps the most generous subsidies in Europe. Renewable subsidies account for about one-fifth of the cost of energy to end consumers. The average Italian household now pays about €94 ($125) per year to support green energies on top of their energy bill, up from €31 per year in 2010. The growth has been particularly rapid for solar incentives, whose impact has grown to €21 per megawatt-hour in 2013 from €5 per megawatt-hour in 2010. For each solar megawatt-hour, the generator gets subsidies that are five- to seven-times higher than the average value of energy itself.

Rome piles other taxes and levies onto electricity consumers, such as an excise tax, a levy related to the costs of phasing out nuclear power and a fee to support general R&D in the electricity industry. All these levies, which fund various other redistributive schemes, account for about half of Italy's excess over the EU average. Electricity rates would be "only" 17% above average, rather than the current 35%, if these levies were equal to the EU average.

The problem has grown particularly serious since the recession. The economic crisis drove down energy consumption. Therefore Italian consumers pay more and more both because the base of subsidized groups has grown, and because the number of those paying full rates is shrinking. A new balance must be found between the interests of struggling small companies and subsidized financial investors that make their salary off resources forcibly taken from consumers.

Fortunately, the tide at last seems to be turning. Federica Guidi, Italy's minister for economic development, has promoted a reform package, which includes a decree converted into law by the parliament last month as well as other measures. Starting by the end of 2014, the reforms will reduce by approximately €1.5 billion per year the amount of subsidies awarded to various interest groups. This represents about 10% of the overall subsidy bill. The goal is to pull down prices for ordinary consumers.

Previous reform efforts have either tried to contain the rate of growth of subsidies, or shielded some powerful groups from the burden of taxes and levies, but these never addressed the underlying tangle of subsidies that have pushed rates inexorably higher. The new measure is different because it deals with the subsidy problem head-on, and for everyone. No special-interest group has been spared. All of the subsidies that have been mentioned above have been reduced or reframed in order to make them less onerous to consumers.

The reform has created a lot of discontent. Vested interests have noisily opposed it. Nor, for all their fuss, is this a perfect reform for consumers. Some argue that cuts should have been even deeper. But no one should make the perfect the enemy of the good. What really matters is that for the first time small and medium firms aren't paying the bill but rather will see a concrete benefit.

Even in Italy, if you have political will, a vision and courage, results can be delivered, and the "vested rights" of rent seekers may be counterbalanced by the voice of those who bear the "vested duty" of paying the bill. To paraphrase Mr. Renzi's electoral slogan, at least with regard to energy, the trend is being reversed.

Dal Wall Street Journal, 2 settembre 2014
Twitter: @CarloStagnaro

The failure of Germany’s green energy policies

You can’t have your cake and eat it too – even when it comes to energy. Germany has been a champion of the ‘green economy’ for the past decade, but now the time has come to pay the bill. And the country seems a very long way from capturing the supposed ‘double dividend’ – environmental sustainability and economic growth – that promoters of Energiewende (Berlin’s ‘energy revolution’) promised.

As the Wall Street Journal’s Matthew Karnitschnig reports, the cost of energy to German businesses has risen by 60 per cent in just five years, driven by subsidies and other costs (such as the financing of new infrastructure and addressing problems with system imbalances). The largest energy-intensive businesses are not yet feeling the pain, because they are granted an exemption from such surcharges, but even this may come to an end if the EU Commission rules that it represents unfair state aid. And if this doesn’t happen, small and medium enterprises will continue to bear a disproportionate share of the costs, becoming less and less competitive.

Even Angela Merkel, a strong proponent of Energiewende, has admitted it is not working as planned. Therefore a reform was passed in June, under which subsidies for new installations are capped and a new tax on self-consumption is introduced to achieve a fairer distribution of the renewable levies. But this is no solution: at best it will prevent the problem from getting even worse.

Read more, here: Iea.org.uk, 1 September 2014

Meglio vendere le caserme

Quante volte abbiamo sentito parlare, negli scorsi anni, della possibilità di dismettere le caserme inutilizzate? Grazie a un protocollo siglato con il ministero della Difesa, ora la palla passa al Comune, che è l’ente che può agire sugli strumenti di pianificazione urbanistica. Questo è un passaggio cruciale: il problema non è la proprietà della caserma, ma la sua destinazione d’uso. Visto che quest’ultima è determinata dalle autorità locali, tanto vale fare gestire a loro il processo di riqualificazione.

Il sindaco Pisapia ha parlato di restituire i siti militari inutilizzati alla città «come spazi verdi e servizi». Parliamo dei Magazzini di Baggio in via Olivieri e di piazza delle Armi in via Forze Armate (che, di fatto, appartengono allo stesso plesso) e della Caserma Mameli in viale Suzzani, non lontano da Niguarda. Nel primo caso il sindaco ha ipotizzato la creazione di un «parco in una zona di periferia», nel secondo «interventi di edilizia convenzionata, oltre al recupero di strutture per servizi sociali o per iniziative culturali». Pare non sia contemplata un’altra soluzione: la cessione di quelle aree ai privati.

Leggi il resto sul Corriere.it, 11 agosto 2014
Twitter: @amingardi

Il ragazzo ucciso dallo Stato fuorilegge (che vessa noi con gli ispettori)

La morte del giovane colpito dai calcinacci staccatisi dalla galleria Umberto di Napoli deve indurre a qualche riflessione, anche perché questo è solo l'ultimo di tanti episodi. Qualche anno fa fece discutere la morte di un ragazzo, Vito Scafidi, ucciso a Rivoli dal cedimento del soffitto dell'aula del liceo. La scorsa estate una donna morì a causa del crollo di un albero, che si abbatté sulla sua autovettura. Ma l'elenco di analoghe tragedie sarebbe troppo lungo.

Un dato è chiaro: l'apparato statale è esigente fino all'inverosimile nei riguardi dei privati, che vengono vessati da norme che - dalla famigerata 626 del 1994 in poi - quasi impediscono ogni genere di iniziativa, mentre è del tutto incapace di gestire in maniera responsabile ciò che è sotto il suo controllo. È di queste ore lo sfacelo del fiume Seveso, che è esondato a Milano causando danni di varia natura, e tale disastro è da imputarsi ad anni di incurie da parte delle amministrazioni pubbliche di ogni colore.
Tutto ciò è grave, dato che uno dei pilastri dei nostri sistemi politici - che si parli di rule of law, come nel mondo anglosassone, oppure di Stato di diritto, come da noi, in Francia o in Germania - è che tutti devono sottostare alle medesime regole. Non esiste insomma un sistema legale per i governanti e uno per i governati, ma l'intera società dovrebbe essere vincolata al rispetto delle stesse norme.

Leggi il resto su Il Giornale, 10 luglio 2014

Gare gas, Ibl: bene Autorità su delta Vir/Rab. Probabile “saldo positivo” per consumatori

Le gare per la distribuzione gas sono imminenti: è importante rimuovere gli ostacoli alla contendibilità degli affidamenti, e la soluzione proposta dall'Autorità per l'energia in merito al delta Vir/Rab (cioè la discrasia tra i valori degli asset "contrattualizzati" e quelli "regolati" ai fini del rimborso da corrispondere al gestore uscente) appare un ragionevole compromesso nella giusta direzione.

Lo sostiene il Policy Paper dell'Istituto Bruno Leoni "A chi ha sarà dato? La distribuzione locale gas, il delta Vir/Rab e la concorrenza". Nel paper Ibl rileva che "la proposta dell'Autorità per l'energia di introdurre - qualora la gestione di una rete di distribuzione locale gas fosse affidata a un newcomer in esito a una procedura competitiva - una nuova componente tariffaria a copertura del relativo delta Vir/Rab appare coerente con gli obiettivi che l'Aeegsi è tenuta a perseguire. Tali obiettivi sono la promozione della concorrenza, il contenimento dei costi e la creazione di un ambiente normativo certo e stabile”. La distribuzione locale gas, pur essendo stata aperta formalmente alla concorrenza per il mercato sin dal decreto Letta (2000), di fatto arriva oggi, per la prima volta, a misurarsi col mercato. Questo richiede non solo l'indizione di gare disegnate in modo pro-concorrenziale, trasparenti e aperte, ma anche l'eliminazione, per quanto possibile, delle esistenti barriere all'ingresso."

Sotto il profilo dell'impatto sui consumatori attraverso le tariffe, a fronte di un onere massimo teorico stimato da alcuni di 6-7 miliardi (nel caso improbabile in cui tutte le gare fossero vinte da newcomer con la conseguente necessità di corrispondere riscatti per tutti gli impianti) – onere che scende a 1,4-1,6 miliardi in uno scenario più verosimile – secondo l'Ibl “è molto probabile che sull'aggregato di tutte le risultanze delle gare”, che includeranno anche i guadagni di efficienza indotti dalle procedure, “le conseguenze della proposta Aeegsi daranno favorevoli al consumatore”.

Da Staffetta Quotidiana, 25 giugno 2014

Ibl: “Gare gas, condivisibile soluzione Autorità su Vir/Rab”

Una soluzione non indolore ma necessaria. In sostanza è questo il giudizio dell'Istituto Bruno Leoni sugli orientamenti prospettati dall'Autorità per l'Energia in tema di scostamento tra Vir e Rab per la valorizzazione delle reti di distribuzione gas in vista delle prossime gare.

Il tema è ormai noto: l'eventuale gestore subentrante dovrà riconoscere a quello uscente il valore industriale residuo degli impianti non pienamente ammortati tecnicamente. I criteri per quantificarlo sono due: il Vir, che è frutto del rapporto contrattuale con l'ente appaltante, e la Rab, ossia il valore a fini regolatori. Il primo è mediamente più alto della seconda. Anche perché, sottolinea non senza malizia il report di Ibl, gli enti appaltanti sono spesso azionisti degli operatori concessionari.

Insomma, costringere i partecipanti alla gara a un sforzo economico più elevato può rappresentare una consistente barriera d'ingresso, a favore di chi ha già la concessione.

Adeguare il Vir alla Rab, sostiene Ibl, esporrebbe al rischio di contenziosi, mentre alzare la Rab al livello del Vir farebbe aumentare i costi per i consumatori e scoraggerebbe comunque la partecipazione alle gare.

L'Autorità ha quindi proposto di introdurre una nuova componente tariffaria che, solo in caso di vincita della gara di un "newcomer", vada a coprire la differenza tra Vir e Rab. Una soluzione che l'Istituto giudica "coerente con gli obiettivi" di promozione della concorrenza, contenimento dei costi e creazione di un ambiente normativo stabile.
Il meccanismo dovrebbe infatti abbassare le barriere d'ingresso, ed il conseguente aumento della concorrenza potenziale dovrebbe contribuire a ridurre i costi, compensando così l'aggravio in bolletta. Infine, verrebbe finalmente definito un quadro normativo e regolatorio certo, nel quale "il valore degli asset sia non ambiguo".

Ora si attende che gli orientamenti dell'Autorità vengano codificati in una delibera.

Da Quotidiano Energia, 20 giugno 2014

Gare gas: bene la soluzione AEEG sul delta VIR/RAB

Le gare per la distribuzione gas sono imminenti: è importante rimuovere gli ostacoli alla contendibilità degli affidamenti, e la soluzione proposta dall’Autorità per l’energia in merito al delta Vir/Rab (cioè la discrasia tra i valori degli asset “contrattualizzati” e quelli “regolati”) appare un ragionevole compromesso nella giusta direzione. Lo sostiene il Policy Paper dell’Istituto Bruno Leoni “A chi ha sarà dato? La distribuzione locale gas, il delta Vir/Rab e la concorrenza” (PDF).
 
Si legge nel Policy Paper: “la proposta dell’Autorità per l’energia di introdurre – qualora la gestione di una rete di distribuzione locale gas fosse affidata a un newcomer in esito a una procedura competitiva – una nuova componente tariffaria a copertura del relativo delta Vir/Rab appare coerente con gli obiettivi che l’Aeegsi è tenuta a perseguire. Tali obiettivi sono la promozione della concorrenza, il contenimento dei costi e la creazione di un ambiente normativo certo e stabile. La distribuzione locale gas, pur essendo stata aperta formalmente alla concorrenza per il mercato sin dal decreto Letta (2000), di fatto arriva oggi, per la prima volta, a misurarsi col mercato. Questo richiede non solo l’indizione di gare disegnate in modo pro-concorrenziale, trasparenti e aperte, ma anche l’eliminazione, per quanto possibile, delle esistenti barriere all’ingresso.”
 
Il Policy Paper “A chi ha sarà dato? La distribuzione locale gas, il delta Vir/Rab e la concorrenza” è liberamente disponibile qui (PDF).

Remunerazione energia: consigli per il nuovo periodo regolatorio

Le reti elettriche e gas hanno ottenuto in questi anni rendimenti superiori agli obiettivi della regolazione. In vista del nuovo periodo regolatorio, l’Istituto Bruno Leoni indica una serie di interventi per contenere questa voce delle bollette degli italiani.
 
Lo studio “Chi non risica rosica? La remunerazione degli operatori di rete nei settori dell’elettricità e del gas” (PDF), condotto da Rosamaria Bitetti ed Emilio Rocca, evidenzia che “Quasi tutti gli operatori esaminati hanno ottenuto nel periodo un ritorno medio sugli investimenti (Roi) superiore al rendimento target fissato dall’Autorità per l’energia”. Questo ha determinato un aggravio non necessario tra i costi sostenuti dai consumatori. Bitetti e Rocca indicano pertanto una serie di misure strutturali in vista del nuovo periodo regolatorio: “si suggerisce che l’Autorità per l’energia riconsideri le attuali componenti tariffarie, anche introducendo una maggiore esposizione al rischio per gli operatori regolati e attraverso il ricorso a strumenti di regolazione output-based”. Inoltre, “l’attuale Strategia Energetica Nazionale deve essere ripensata, specie nelle parti in cui essa estende – anziché ridurre – il perimetro dell’infrastruttura regolata, particolarmente sotto il profilo della socializzazione del rischio d’investimento”. Ulteriori problemi derivano dagli effetti perversi della Robin Hood Tax e dalla pervasiva presenza della proprietà pubblica.

Il paper “Chi non risica rosica? La remunerazione degli operatori di rete nei settori dell’elettricità e del gas” di Rosamaria Bitetti ed Emilio Rocca è liberamente disponibile qui (PDF).

Sanità: il Libro Bianco mette a rischio il modello lombardo

La Regione Lombardia ha diffuso, a luglio, un “Libro Bianco sullo sviluppo del Sistema Sanitario e Sociosanitario”, che dovrebbe definire le linee guida per un suo aggiornamento. Pur trattandosi di un documento poco preciso per tutto quel che riguarda gli interventi proposti, le linee di riforma in esso adombrate tuttavia preconizzano la sostanziale compressione di una delle caratteristiche centrali del modello lombardo in sanità: la concorrenza fra pubblico e privato, nella quale si esplica la libertà di scelta dei cittadini.

I contenuti del “Libro Bianco” sono analizzati in dettaglio nel Policy Paper “Quale futuro per la sanita` lombarda? Le proposte confuse del Libro Bianco” (PDF), a cura di Silvio Boccalatte, Fellow dell’Istituto Bruno Leoni.

Colpisce, sottolinea Boccalatte, che il Libro Bianco presenti un quadro fortemente positivo del “modello lombardo” per come si è realizzato negli scorsi anni, salvo auspicarne una radicale revisione. “Le premesse poste dallo stesso Libro Bianco non espongono un quadro tale da legittimare una riforma complessiva, incisiva e rivoluzionaria.”

“Le proposte del Libro Bianco”, spiega Alberto Mingardi, direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni, “paiono spingere la Lombardia verso una maggiore centralizzazione. Questa Regione ha sviluppato, dal 1997, una sanità d’eccellenza, proprio grazie alla competizione fra erogatori di diritto pubblico ed erogatori di diritto privato. Non è un sistema perfetto e sono molti i cambiamenti auspicabili: servirebbe, per esempio, molta più trasparenza. Ma bisogna prestare molta attenzione a che non vengano ridotti gli spazi di concorrenza, dal momento che essa ha assicurato buona qualità delle cure, una spesa più contenuta che altrove, e la libertà di scelta dei pazienti”.

Il Policy Paper “Quale futuro per la sanita` lombarda? Le proposte confuse del Libro Bianco”, a cura di Silvio Boccalatte è liberamente disponibile qui (PDF).

«Sanità, la riforma non fermi la libertà di scelta»

Loro stessi si definiscono liberali, liberisti, individualisti, libertari: «Quel che importa - dicono all'Istituto Bruno Leoni, guidato da Alberto Mingardi - è che a orientare la nostra azione è la fedeltà a quello che Lord Acton ha definito "il fine politico supremo": la libertà individuale». Così nel nuovo paper «Quale futuro per la sanità lombarda? Le proposte confuse del Libro bianco», firmato dal ricercatore Silvio Boccalatte, l'Istituto Bruno Leoni interviene per criticare la riforma della sanità allo studio al Pirellone. Nel mirino, i cambiamenti che possono limitare il margine di manovra della sanità privata: «Le nuove Aziende integrate per la salute (Ais) dovrebbero fornire le prestazioni non più e non tanto in concorrenza, quanto in una forma di "concorrenza e/o collaborazione (coopetition) con gli erogatori privati accreditati" si legge nel loro rapporto -. E una formula ambigua, che potrebbe essere solo un flatus vocis, ma che, al contrario, potrebbe anche significare una grave inversione di tendenza rispetto al modello sanitario che è stato pazientemente costruito in Lombardia negli ultimi vent'anni, prevedendo una maggiore discrezionalità amministrativa nel rilasciare gli accreditamenti e nello stipulare le convenzioni, in un quadro di restaurata subordinazione del privato alle scelte pianificatorie pubbliche». I punti cardine della riforma della sanità criticati sono praticamente gli stessi contro i quali già si sono espressi i big della sanità privata: il pagamento a prestazione, che prevede una tariffa uguale per tutti gli erogatori pubblici e privati, e la nascita delle Ais.

«Quando il Libro bianco affronta il sistema di remunerazione delle prestazioni esordisce con un concetto che proprio non si comprende: "L'organizzazione del prendersi cura del paziente male si concilia con quella del finanziamento delle singole prestazioni che porta concorrenza più che integrazione" rimarca l'Istituto Bruno Leoni -. Desta qualche dubbio che, senza un apparente scopo e solo come premessa alla programmazione di un nuovo sistema di remunerazione, si aggredisca la "concorrenza", etichettata come inadeguata allo sviluppo del sistema sanitario lombardo in relazione con la sfida dell'invecchiamento della popolazione e del corrispondente aumento dell'incidenza delle patologie croniche. Perché la "concorrenza" sia un problema non è dato sapere; perché 'Integrazione" sia qualcosa da preferire non è dato sapere». In sintesi, per l'istituto diretto da Mingardi, per un buon uso delle risorse il ruolo della Regione dovrebbe essere quello di garantire le cure e la loro qualità, «disinteressandosi della natura giuridica degli operatori e lasciando al quasi-mercato la spontanea ricerca dell'assetto migliore». Una visione, per l'appunto, liberista.

Dal Corriere della sera, 23 settembre 2014

Costodellostato.it: dove vanno i nostri soldi

Segui i soldi. È una regola regina per le indagini di ogni genere, appresa grazie a investigatori reali e immaginari, protagonisti delle inchieste giudiziarie e dei romanzi gialli. Ad agosto, sotto l'ombrellone, tra un tuffo e una nuotata, sarete Maigret e Nero Wolfe, Ingravallo e Carvalho, Sheridan e Montalbano dei vostri stessi soldi.

Grazie all'Istituto Bruno Leoni, (il più autorevole centro studi liberale italiano, che porta il nome del grande pensatore che in solitudine negli anni dello statalismo imperante, predicava le virtù del liberalismo), sarà infatti possibile "leggere e scrivere" il romanzo giallo dei propri soldi. Lo potrete fare grazie a un "giochino" presente sul sito www.costodellostato.it preparato dall'istituto. Vi appassionerete al doppio ruolo di vittime ed ispettori. Il romanzo non è lungo e l'assassino è già noto.

Non è un dispetto di chi scrive rivelarvelo in anticipo. Non tappatevi le orecchie anche perché in cuor vostro lo immaginate già: È lo Stato. Anche se non sarà proprio rilassante, vi esortiamo a questa "lettura" che sarà istruttiva e piena di sorprese e magari vi farà tornare dalle vacanze un po' arrabbiati ma certamente più consapevoli di cosa accade ai vostri soldi che lo Stato vi prende con le tasse.

Il dispositivo realizzato dall'Istituto Bruno Leoni parte dall'idea di visualizzare l'ammonimento di Frederic Bastiat, pensatore liberale francese della prima metà dell'Ottocento che viene considerato anche l'ispiratore e precursore della scuola liberale austriaca. «La differenza tra un cattivo economista e un buon economista risiede nel fatto che uno si limita all'effetto visibile, mentre l'altro tiene conto dell'effetto che vede e di quelli che occorre prevedere». L'applicazione infatti cerca di prevedere quanta spesa pubblica riceverete in cambio delle imposte che il socio occulto vi preleva, e quanto gli stessi servizi che vi verranno obbligatoriamente offerti dallo Stato, sarebbero costati con gli stessi standard dei paesi dell'Eurozona o dell'Europa a 27. Insomma, nel vostro personalissimo libro giallo scriverete e scoprirete quante gocce del vostro sudato lavoro vi verranno sottratte dallo Stato, e quanto vi ritorna in termini di servizi e soprattutto verrà misurato quanto inefficiente sia lo Stato italiano rispetto a un qualsiasi prudente gestore di fondi privati oppure rispetto agli altri paesi europei, con o senza euro.

Il meccanismo approntato, avverte l'istituto, è maggiormente attendibile per i redditi vicino alla media che non per quelli estremi, e tuttavia è più che realistico rispetto ai risultati sia in termini d'inefficienza di spesa pubblica sia per il computo dell'acquisto degli stessi servizi. In più è assai preciso nel calcolare lo "spread" tra gli stessi servizi offerti obbligatoriamente da altri Stati in area euro o in quella dell'Europa a 27. Insomma se poteste comprarvi autonomamente i servizi che lo Stato vi offre con le vostre tasse sareste più ricchi. Non avreste quella che in gergo si chiama una "perdita secca", e vi rendereste conto che in media se lavoraste in un altro Stato dell'Unione o dell'area euro comunque i soldi prelevati dallo Stato dal vostro reddito sarebbero spesi per voi in maniera assai più efficiente.
L'applicazione è semplice da usare, basta scrivere età, sesso e ovviamente reddito. Attendete qualche secondo e vi appare il calcolo di quanto ho cercato di spiegare. Cioè, numeri alla mano, in che misura lo Stato italiano sia sprecone. Poi vai a biasimarli i tedeschi. Non spaventatevi delle cifre però, perché il calcolo riguarda la vostra vita lavorativa attesa, cioè il vostro livello di reddito moltiplicato per gli anni che vi restano prima della pensione.

Ecco, all'apparir della quantità di soldi che darete allo Stato in futuro e alla consistenza del gap di efficienze dei vostri soldi, presi dalle vostre tasche ma sprecati dallo Stato, siete autorizzati a sovrapporre tutte le facce che vorrete, dal Premier Renzi al ministro dell'economia Padoan, dal volto angelico del ministro della Funzione Pubblica Marianna Madia, a quello sciupato di Maurizio Lupi, se avete tendenze mistiche è possibile che vi immaginiate quello gravato dalla sofferenza del Sottosegretario alla presidenza Graziano Del Rio. I più bonari avranno di fronte a loro l'immagine gaudente e rubizza dell'ex presidente delle Coop e ministro del Lavoro Poletti. Ah, dimenticavo che i senza lavoro, i precari e i disoccupati non avranno l'opportunità di arrabbiarsi sotto il sole d'agosto.

Certo, l'inefficienza italiana non è solo una responsabilità dell'ultimo governo, parte da più lontano, da anni di pressione fiscale sempre più ossessiva e una sinistra visione statalista della società, da scelte industriali scellerate, da aperture lasche all'immigrazione, dal sostegno statale alle aziende decotte, da assetti pubblicistici per monopoli inefficienti fino a giungere alle assunzioni pubbliche scriteriate.

Tipo Alitalia, Rai, per intenderci, solo per citare alcuni casi ancora da risolvere. Tutto questo è stato possibile grazie alle cambiali del debito pubblico rinnovate di volta in volta, fino a quando la montagna del debito pubblico non ha oscurato il sole e l'inefficienza di una spesa pubblica incontrollata, pronta a rispondere alle peggiori rivendicazioni sindacali e clientelari, si è scontrata con la nascita della moneta unica, per di più a un tasso di cambio irragionevole. Ora però a dirigere l'Italia ci sono Renzi & soci, e governare comporta onori ed oneri. Dal giorno dell'insediamento sono ormai passati più di cinque mesi e di risultati se ne sono visti pochi, per non dire zero. Al debito si è aggiunto altro debito ed altra spesa inutile, come gli 80 euro, che non hanno generato alcun effetto sui consumi, visto l'impatto pari a zero sulla crescita attesa. Anzi probabilmente sono stati un fattore addirittura negativo. Né il governo Renzi con il suo frenetico agitarsi in tema di riforme e "spending review" è riuscito a produrre una sola riforma. Di Cottarelli poi si sono perse le tracce nelle nebbie mattutine di questa estate dove il sole fatica ad imporsi. Anche lui ha una bella faccia da inserire nel vostro giallo estivo che volge ormai all'epilogo, è scritto bene e scorre come un racconto di sir Arthur Conan Doyle.

D'altronde la ricerca dell'efficienza dei vostri soldi è facile da fare e da capire, ma non vi adombrate però, anche perché al vostro ritorno con tutta probabilità vi attende un nuovo e più cruento delitto, ed il killer si chiamerà "Legge di Stabilità".

Farete questo brutto incontro il 20 settembre, giorno in cui il governo ne renderà noto il quadro complessivo. Penserete al "dispositivo" del Bruno Leoni e guarderete alla legge di Stabilità con la consapevolezza dei giallisti esperti. Non sarete più sotto l'ombrellone ma un ritornello vi ronzerà in testa: Segui i soldi. Anche perché sono i tuoi.

Da Area, agosto 2014

Perchè seppellire l'unica riforma liberale (utile alla gente e all'erario) che è stata fatta in questo Paese?

Premetto che sono un estimatore, e amico, di un giovane, per dirlo in termini calcistici, «un '80», Alberto Mingardi: non è né un Erasmus, né un Telemaco, ma semplicemente una delle menti più lucide fra i nostri giovani, per di più un liberale come me, anche se più «puro» di me.

Alberto, che scrive indifferentemente sul Wall Street Journal o sui grandi giornali italiani, ha pubblicato sul Corriere un pezzo esemplare sulla Sanità Lombarda che invito tutti a leggere; purtroppo nessuno ha sollevato il dibattito che il tema imponeva. Confesso pure che c'è un aspetto egoistico da parte mia nell'affrontare questo tema: pur vivendo in Svizzera, alla mia età sapere che al di là del confine, che attraverso di frequente, posso finire sia in un nosocomio pubblico che in uno privato, con la certezza di avere lo stesso trattamento, mi tranquillizza. Alla luce del recente «Libro Bianco» sul sistema socio-sanitario in Lombardia, del Governatore Maroni, temo che non sarà più così, e ciò mi preoccupa molto.

Leggi il resto su Italia Oggi, 23 luglio 2014

Sanità lombarda, i rischi di cambiare

Il servizio sanitario, in Lombardia come altrove, è ampiamente perfettibile. E tuttavia la nostra Regione appare in grado di garantire cure di elevata qualità, a fronte di un impegno non superiore al 5% del suo Pil. Che quello lombardo sia un «modello» ce lo conferma un dato: siamo la Regione che più attrae pazienti da altre Regioni.

Questo felice stato di cose è possibile in virtù della particolare interpretazione che la Lombardia, nel 1997, ha dato delle «riforme» della sanità italiana. Mentre a livello nazionale, attraverso le Asl, lo Stato produce, eroga e controlla tutte le prestazioni, da noi aziende sanitarie locali e aziende ospedaliere sono state mantenute distinte.

In questo modo, si è tentato di eliminare (per carità, solo in parte con successo) il conflitto d'interesse in capo all'ente pubblico che pianifica, paga, fornisce e regolamenta il servizio, e di dare sostanza al principio della libertà di scelta del luogo di cura. Ciò ha consentito lo sviluppo di erogatori di diritto privato che non svolgono un ruolo residuale, ma che forniscono servizi di elevata complessità: dall'urgenza-emergenza (chi abbia bisogno del n8, a Milano, ha il 50% di probabilità di finire in un ospedale privato) all'oncologia e alla chirurgia cardiovascolare.

Neanche in Lombardía esiste un «mercato» della sanità: le prestazioni vengono sempre pagate con le nostre tasse. Eppure, quegli elementi pro-concorrenziali che sono stati introdotti ormai diciassette anni fa hanno consentito di mantenere i conti in ordine e di sviluppare una rete ospedaliera di prim'ordine.

Nel «Libro bianco» diffuso dalla Regione si dà conto dei successi del «modello lombardo». Nello stesso tempo, però, se ne propone una rapida conversione in una specie di «modello tosco-emiliano 2.0». Si va nella direzione di una forte centralizzazione, con la Regione che assume sempre più funzioni di «regia» (ma non è proprio a una «regia» regionale troppo presente che si debbono gli scandali degli ultimi anni?). Si immagina un superamento, almeno parziale, del pagamento a prestazione: essenziale strumento di trasparenza.

L'ostilità al privato porta persino alla bonifica lessicale: le aziende sanitarie locali tornano ad essere «agenzie».

Il «modello lombardo» non è perfetto. Serve più trasparenza (a cominciare dai bilanci delle Asl), e più competizione fra pubblico e privato, e fra privato e privato.

E vero, come si legge nel «Libro bianco», che i bisogni sanitari dei lombardi potrebbero variare, a causa dell'invecchiamento della popolazione. Chi l'ha detto che la risposta più efficace, però, è accentrare e pubblicizzare, quand'anche a livello regionale? La Lombardia ha fatto da apripista a realtà diverse in Europa, dalla Germania alla Spagna all'Olanda, che hanno usato, in modo diverso, la concorrenza e il privato per contenere i costi e salvare il servizio universale dai morsi della spending review. Nella sua segnalazione per la legge annuale della concorrenza, l'Antitrust ha raccomandato, in buona sostanza, la «lombardizzazione» della sanità italiana. Perché, proprio adesso, dovremmo «italianizzare» la sanità lombarda?

Da Corriere della sera, 17 luglio 2014

La risposta del Presidente Roberto Maroni è disponibile QUI.

Le tasse nuocciono gravemente alla salute

Il governo Renzi ha preso in mano la scure: sembra sia arrivato finalmente il momento della "spending review", di una revisione certosina della spesa pubblica, per sanare gli sprechi e eliminare le sacche di rendita. Nel contempo, però, il governo è apparso determinato a non toccare la spesa sanitaria. Politicamente, è stata una grande vittoria del ministro Lorenzin: possibile proprio perché il servizio sanitario nazionale era già stato oggetto di tagli significativi, negli scorsi anni.

Attenzione, però. La possibilità di soddisfare quelli che saranno in futuro i nostri bisogni di "pazienti" non è salva e anche questo governo le ha inferto un colpo. In parte, perché è stato detto alle Regioni di mettere mano al proprio bilancio: e all'incirca il 70% del bilancio delle Regioni consta, per l'appunto, di spese per la sanità. Ma soprattutto perché il governo con una mano ha dato e con l'altra ha tolto: con una mano ha "restituito" ( il primo ministro ha fatto benissimo ad utilizzare questo verbo) 80 euro al mese ai contribuenti al di sotto della soglia di 25.000 curo l'anno di reddito. Con l'altra ha aumentato la tassazione sulle cosiddette "rendite finanziarie". L'imposta al 26% colpirà anche gli interessi su conti correnti, depositi a risparmio e certificati di deposito. In più grava sui risparmiatori un'imposta di bollo che è una piccola patrimoniale del 2 per mille. Paradossalmente, questa escalation di imposte è stata salutata con quasi unanime favore.

Il principio che si debbano alzare le tasse sul risparmio per abbassare quelle sul lavoro sottende un'idea curiosa. Che, cioè, alcuni di noi siano "risparmiatori" e altri siano "lavoratori", come alcuni di noi sarebbero "consumatori" e altri "produttori". Ma basterebbe guardarci allo specchio la mattina per comprendere che le cose non stanno proprio così. Il lavoratore dipendente, è vero, ha un reddito falcidiato dalle troppe imposte. Quel che gli rimane, dopo che lo Stato ha preso tutto quel che pretende, lo utilizza per pagare l'affitto, la benzina della macchina, portare il pane in tavola, mandare i figli a scuola, e ogni tanto uscire a mangiare una pizza. Ma lo stesso lavoratore tenta di accantonare, per quel che può, una parte del reddito guadagnato.
E a maggior ragione lo fa in un periodo come questo, nel quale si sente sovrastato dall'incertezza e ha l'impressione che l'andamento futuro dei suoi redditi dipenda da cose più grandi di lui (le banche riprenderanno a prestare denaro? si faranno gli Eurobond? si liberalizzerà il mercato del lavoro? eccetera).

Il ministro Lorenzin è stata abilissima ad evitare tagli al comparto sanitario nell'anno 2014, ma tutti sappiamo che la spesa sanitaria nel nostro Paese tende a crescere. La ragione è di carattere demografico: siamo un Paese che invecchia, e ci tiene ad invecchiar bene. Tutti sappiamo anche che i nostri conti pubblici sono precari: non basta qualche sforbiciata per metterli in sicurezza. Il debito pubblico l'anno prossimo sarà il 136% del PIL. E' quasi inevitabile che altre correzioni saranno necessarie.

Non è improbabile, pertanto, che un giorno i cittadini saranno chiamati a partecipare in misura vieppiù rilevante alle spese per la sanità. Il perimetro del servizio universale si restringerà. Ciò può avvenire in modo trasparente, o in modo opaco, per esempio attraverso le liste d'attesa.

In un caso e nell'altro, tassare oggi il risparmio significa ridurre i risparmi che saranno nelle nostre disponibilità. Avremo meno risorse dalle quali attingere, anche per pagarci cure e aiuti in campo medico-sanitario. Le tasse nuocciono gravemente alla salute.

Da Mondo Salute, giugno 2014
Twitter: @amingardi

Moralisti masochisti

Lo stato moralizzatore sta uccidendo lo stato biscazziere. Già, perché il prezzo delle campagne salutiste contro il fumo, contro l'uso smodato dell'auto o contro la dipendenza dal gioco lo paga direttamente l'erario in termini di minore gettito. Lo scorso anno si sono incassati 670 milioni di euro in meno in tasse sulle sigarette. Dal capitolo carburanti manca all'appello circa un miliardo. Mentre 1,2 miliardi è l'introito perso dal gioco. In totale si sfiora un deficit di tre miliardi. Un po' troppo per un paese che ha lanciato il lotto su scala nazionale appena due anni dopo l'Unità d'Italia, nel 1863, anche per ripagare la ricostruzione e i debiti contratti dopo le campagne sabaude.

Di solito, gli economisti consigliano di tagliare i costi fissi per riequilibrare i ricavi. Lo stato invece persevera nella direzione opposta, un brutto vizio. Siccome gli italiani comprano marche di sigarette meno note pur di risparmiare, il governo si accinge a riequilibrare il sistema delle accise nella parte fissa, con il risultato che le cosiddette "nazionali", le bionde a buon mercato, potrebbero costare da ottobre anche un euro in più. Questo almeno prevede la delega fiscale, alla quale è legata anche la proposta di un balzello fisso di 6,5 euro sulle ricariche di nicotina liquida per le sigarette elettroniche. Al riguardo i produttori dell'Anafe (Associazione nazionale produttori fumo elettronico) hanno fatto notare che ogni confezione costa 6 euro, ergo il costo complessivo raddoppierebbe. E se per la benzina si attende di capire cosa dirà l'Europa, la delega porterà in autunno l'esecutivo ad aumentare la tassazione sui giochi per finanziare un apposito fondo contro la ludopatia. Intanto i sempre litigiosi Federvini, Assodístil, l'Istituto nazionale grappa e Assobirra si sono unite per bloccare le nuove accise su lieviti e fermentati, che entro il 2015 dovrebbero salire del 30 per cento.

Carlo Lottieri, filosofo libertario che in "Credere nello Stato?" (Rubbettino) ha analizzato tutti i limiti del centralismo e della regolamentazione statuale sorda e settaria, vede qui "un'applicazione pratica della Curva di Laffer (che arriva a un punto morto quando una tassa non produce più il gettito sperato, ndr). Ma oltre a disincentivare i consumi, lo stato, con la sua ipocrisia, prova anche a dissimulare i suoi veri obiettivi. E non lo fa soltanto con la leva più pratica, quella delle accise. Vedi ad esempio la campagna per portare al 20 per cento la percentuale di succo concentrato nelle bibite a base di arancia, campagna concretizzatasi con un primo passaggio parlamentare in queste settimane. La motivazione non è tutelare la salute dei bambini, perché assumono poche vitamine, ma assecondare le lobby dei produttori di agrumi", dice Lottieri al Foglio.
Più che la vicenda in sé, quello che irrita Lottieri, è "la scarsa considerazione dello stato verso i suoi cittadini: cosa credono, che gli italiani sono così stupidi che quando comprano la Fanta pensano poi di bersi una spremuta di arance fresche?". Gli italiani forse saranno meno sensibili dell'allievo prediletto di Sergio Ricossa e Gianfranco Miglio. Certo è che hanno risposto all'elevata pressione fiscale dello stato nella maniera più aggressiva a loro disposizione: complice la crisi, hanno smesso (o quasi) di fumare, prendono i mezzi pubblici o fanno lunghe camminate per risparmiare carburante, o hanno iniziato a diffidare della potenza del Superenalotto.

La deriva della clandestinità, secondo Ibl
Il fallimento delle campagne moralizzatrici, come detto, è tutto nei numeri. Lo scorso anno gli ex fumatori sono saliti a quota 6,6 milioni, anche perché circa mezzo milione è passato alle sigarette elettroniche. Risultato? Nonostante Iva e accise coprano il 76,5 per cento del prezzo totale di un pacchetto, l'erario ha incassato 670 milioni in meno rispetto all'anno precedente. Una perdita alla quale va aggiunto lo smacco subito dopo che il Tar del Lazio ha bloccato la maxi aliquota del 58,5 per cento sulle sigarette elettroniche, con la quale lo stato pensava di incassare un miliardo di euro. Sono diminuiti anche il consumo di benzina (meno 5,7 per cento) e quello di gasolio (del 4,7 per cento), facendo crollare di un miliardo il prelievo fiscale e dell'Il per cento il fatturato del settore.
Uno stato di cose che ha spinto grandi famiglie del settore come i Garrone a riconvertirsi alle energie rinnovabili. Sul versante del gioco soltanto il Poker online mantiene alto (87 miliardi di euro) il livello delle entrate. Ma gli economisti Andrea Giuricin e Lucio Scudiero in un focus scritto per l'Istituto Bruno Leoni, think tank torinese di stampo liberista, sostengono che "ulteriori incrementi delle imposte potrebbero nuovamente rendere attrattivo il gioco illegale". Qualcosa del genere sta già succedendo con il contrabbando di sigarette.

Da Il Foglio, 2 luglio 2014

A Londra le free school offrono un banco anche a chi si trova in un «buco nero». Dove lo Stato, da solo, non arriva

A Richmond, quartiere benestante nel sudovest di Londra, c’era un «buco nero». Così gli inglesi chiamano le zone della città dove le scuole non sono facilmente raggiungibili dalla comunità locale. E a patirne maggiormente i disagi erano soprattutto le famiglie meno agiate e i loro figli. Se lo Stato avesse voluto costruire una scuola statale in quell’area avrebbe dovuto spendere 6 milioni di sterline. Ma grazie alle free school, le scuole lanciate dal governo inglese sul modello delle charter school svedesi e statunitensi, ne ha spesi solo 4,5 di milioni. Risparmiando, oltre al tempo, il 25 per cento di spesa.

A raccontare la storia di quella scuola, la Thomson House School, che sorge all’interno di una vecchia chiesa a lato della ferrovia, è Matteo Rossetti, milanese trentasettenne, trapiantato oltremanica dai tempi dell’università, che di quell’istituto è il fondatore, nonché presidente del consiglio di amministrazione, in occasione di una tavola rotonda organizzata ieri a Milano dall’Istituto Bruno Leoni. Un’occasione interessante per illustrare anche in Italia l’efficienza di questo innovativo esempio di autonomia scolastica.

Leggi il resto su Tempi.it, 17 giugno 2014

Oltre la maturità: vogliamo le “free school” pure in Italia

A parte questi giorni in cui si parla di maturità, il dibattito sulla scuola è sempre incentrato sulla dicotomia fra scuola pubblica e privata, fra i suoi (pochi) sostenitori e i (molti) detrattori. Quello che non si tiene in debita considerazione è che fra i due modelli può esserci benissimo una “terza via”: la scuola libera, finanziata dallo Stato che ne garantisce la fruizione a tutti, ma gestita da privati.

Un’esperienza che, in Inghilterra (dove l’ha introdotta il governo thatcheriano di David Cameron), funziona benissimo. A raccontarlo, in occasione del Breakfast meeting dell’Istituto Bruno Leoni di oggi a Milano, Matteo Rossetti, italo-inglese fondatore della Thomson House una primary free school (scuola elementare libera) a Richmond, pochi chilometri da Londra.
Cosa cambia rispetto a una scuola tradizionale?

Leggi il resto su L'Intraprendente, 17 giugno 2014

Portafogli da svecchiare

Per i fondi pensione è l'ora di cambiare i portafogli. Pur essendo diventato quest'anno maggiorenne, il decreto 703 sui limiti agli investimenti è del 1996, ha appena compiuto 18 anni, non è più adeguato ai tempi perché figlio di un'epoca lontana anni luce da quella attuale. Basti pensare che la norma sulla copertura valutaria del 703 menziona ancora l'eco quale valuta di riferimento domestico. E dopo una gestazione di diversi anni adesso tutto sembra pronto perché le nuove regole sulle gestioni previdenziali vedano la luce. Dopo la pronuncia del Consiglio di Stato del 4 febbraio, pare «oggi corretto affermare che vi siano finalmente tutti gli elementi per considerare l'adozione del nuovo 703 esclusivamente una questione di tempo», afferma Paolo Pellegrini nell'ultima newsletter del Mefop. Non solo. «Un'ulteriore ragione di urgenza è rappresentata dalla circostanza che dopo l'aggiornamento del 703 per i fondi pensione, seguirà la messa in consultazione del nuovo 703 per le casse, vale a dire il provvedimento di regolamentazione dei limiti agli investimenti, conflitti di interesse e banca depositaria, rivolto alle casse professionali.
L'adozione di questo secondo provvedimento, cui le istituzioni stanno lavorando, è particolarmente pressante, atteso che in questa fase le casse professionali stanno modificando la loro politica di investimento e avrebbero tutto l'interesse di conoscere quanto prima le disposizioni di cui dovranno tenere conto», aggiunge Pellegrini. Quanto alle indicazioni del Consiglio di Stato, i tecnici di Palazzo Spada, pur indicando alcuni possibili miglioramenti del testo, hanno sostanzialmente confermato l'impianto normativo del nuovo 703. «Va premesso che le nuove regole entreranno in vigore dopo un regime transitorio di 18 mesi, adattarsi non dovrebbe comportare quindi problemi particolari», aggiunge Pellegrini.
Quali le novità? «Nel nuovo testo, pur mantenendo principi e criteri di gestione analoghi a quelli attuali, l'obbligo di esporre un parametro obiettivo di riferimento viene riferito non più necessariamente al benchmark, quando questo tipo di indicatore non è coerente con gli obiettivi e la politica di investimento posta in essere dal fondo pensione. Questa previsione normativa, apre di fatto a gestioni alternative a quelle a benchmark, prevalentemente adottate oggi dai fondi pensione», spiega Pellegrini. L'idea di fondo del decreto è quella opposta al vecchio 703 perchè non si danno ex ante molti limiti quantitativi agli investimenti, ma si pone l'accento sul controllo dei rischi dando maggiore libertà al gestore. «Il nuovo decreto rende l'investimento più libero, ma si tratta tuttavia di una libertà che implica una maggiore responsabilità. Al di là delle residue restrizioni quantitative, è tendenzialmente ammesso , qualsiasi tipo di investimento a patto che il fondo sia in grado di gestire, in caso di gestione diretta, o controllare, per la gestione convenzionata, l'andamento della gestione», sottolinea Pellegrini.

Il tutto sotto il controllo della Covip che nel frattempo ha emanato le nuove regole sul documento sulla politica degli investimenti. In sostanza rispetto al decreto 703/96, che limitava l'universo investibile a un numero chiuso di attività, le nuove norme appaiono ben più ampie «riferendosi a categorie giuridiche note e potenzialmente suscettibili di coprire l'intero universo investibile: strumenti finanziari, oicr, depositi bancari, derivati. Restano non ammesse, invece, le vendite allo scoperto e le operazioni in derivati equivalenti a vendite allo scoperto», avverte Pellegrini. Restano soltanto alcuni limiti quantitativi, come si diceva. «In particolare si prevede un limite minimo agli investimenti in strumenti quotati pari al 70%, equiparando comunque gli oicr (fondi e sicav, ndr) armonizzati aperti agli strumenti quotati. Si prevede, poi, un limite di concentrazione del 5% in titoli emessi da un unico emittente, portato al 10% per gli investimenti nel gruppo, che però non opera per i titoli di Stato», prosegue Pellegrini. Mentre gli investimenti non in euro sono possibili fino al 30% del totale, un livello inferiore all'attuale pari a due terzi del portafoglio. «I derivati, come oggi, sono ammessi se utilizzati per finalità di copertura o gestione più efficiente. Si prescrive, però, che i contratti siano stipulati con una controparte centrale», spiega ancora Pellegrini.

Merita attenzione anche la disciplina degli investimenti in fondi. «In linea generale il ricorso agli oicr è ammesso - a patto che il fondo motivi le ragioni che lo hanno indotto a tale forma di investimento, ad esempio per le dimensioni ridotte del portafoglio», dice Pellegrini. Ci sono anche limitazioni. Ad esempio l'investimento in fondi chiusi e alternativi va contenuto entro il 20% del patrimonio del fondo pensione e il 25% del patrimonio del fondo chiuso o alternativo oggetto di investimento. Restano ferme le deroghe previste per i preesistenti. «Qualche ulteriore ritardo nell'approvazione, non più di qualche settimana, potrebbe arrivare per la necessità di tenere conto del recepimento della direttiva Aifind in materia di fondi alternativi, appena introdotta con il decreto 44 del 4 marzo 2014. Nel frattempo, il 27 marzo è stata approvata la proposta di revisione della Direttiva sugli enti pensionistici aziendali e professionali (Iorp II). Rispetto alle nuove proposte la normativa italiana risulta già molto avanzata, sotto più punti di vista. Alcuni aspetti, tuttavia, se saranno confermati nel testo finale, ci richiederanno l'adozione di qualche accorgimento, ad esempio sulla governance per la quale si prevede l'obbligo di pubblicità delle politiche di remunerazione degli organi direttivi. Qualche ritocco», conclude Pellegrini, «riguarderà anche la parte relativa alla gestione finanziaria, per la quale è stata annunciata la prossima adozione di una comunicazione relativa all'incoraggiamento di investimenti di lungo periodo».

Proprio sul ruolo che il risparmio previdenziale può svolgere per la crescita dell'economia reale italiana si concentrerà tra l'altro la relazione 2013 della Covip che sarà presentata a Roma il prossimo 28 maggio dal neopresidente Rino Tarelli. Il tema del contributo che possono dare i fondi pensione all'economia reale è anche al centro di un'analisi curata da Silvio Bencini, partner di European investment consulting, per l'Istituto Bruno Leoni «La discussione intorno al contributo che i fondi pensione potrebbero dare al rilancio dell'economia ruota intorno a un tema più specifico», sottolinea Bencini, «e cioè all'investimento in fondi chiusi». Bencini spiega che con questo termine si intendono veicoli che, avendo come obiettivo l'acquisto di attività illiquide come immobili o azioni di società non quotate, hanno un ciclo di vita predeterminato, con una fase di investimento e una di graduale distribuzione del capitale e degli utili agli investitori. «Questo tipo di investimenti ha una serie di caratteristiche che li rendono molto adatti al portafoglio dei fondi pensione, tanto che rappresentano il 27% del patrimonio dei fondi americani e il 16,5% dei fondi europei», aggiunge l'esperto. Bencini ricorda che, anche se la normativa consente dal 1996 l'investimento in fondi chiusi fino al 20% del patrimonio, i fondi pensione italiani hanno fino ad oggi investito in questi veicoli in misura marginale (pressoché nulla nel caso dei fondi negoziali), e inferiore al peso che anche il più prudente consulente assegnerebbe a questi investimenti. «Si apre dunque uno spazio sicuramente interessante, che concilia il bisogno dei fondi pensione di rendimenti più elevati con bassa volatilità con la domanda di finanziamenti dell'economia italiana. Il tutto ricordando che l'obiettivo deve essere l'efficienza del portafoglio», dice Bencini.

La presenza di fondi pensione italiani in questa nuova arena che si sta aprendo, ma man mano che si riduce il ruolo delle banche nel finanziamento dell'economia a favore di forme di raccolta più diretta da parte delle imprese, con bond o mini bond, sarà importante per tutelare tutti gli attori. «Il mercato del credito e delle infrastrutture non può svilupparsi se non attraendo i flussi di capitale che dall'estero sono pronti a cogliere le opportunità offerte dal credit crunch nel Sud Europa» spiega Bencini, «dalle migliaia di Pini italiane in cerca di capitale per crescere e dal deficit infrastrutturale accumulato, in questi anni, in diversi Paesi europei. In questo ambito i fondi pensione possono dare un contributo importante, sia spingendo affinché le operazioni siano, come si dice, di mercato, cioè che presentino un'opportunità di guadagno indipendentemente da considerazioni politiche, sia agendo come primi investitori rispetto agli investitori esteri». Secondo Bencini, a queste condizioni un poco di home bias (tendenza a investire nei titoli domestici) da parte dei fondi pensione italiani potrebbe costituire un'opportunità per l'economia italiana. Anche perché in tutto il mondo si registra una preferenza degli investimenti domestici da parte dei gestori istituzionali molto più pronunciata che in Italia.

Da Milano Finanza, 26 maggio 2014

Nuova convenzione Agenzia delle Entrate: un passo avanti?

Nella convenzione triennale tra il ministero dell’economia e l’Agenzia delle entrate per la dotazione finanziaria a carico del bilancio statale compare la voce della quota incentivante, che consente la corresponsione di compensi premiali per il personale dell’Agenzia al raggiungimento degli obiettivi fissati dalla convenzione stessa.

Nel Focus IBL “A pensar male... la dotazione finanziaria dell’Agenzia delle entrate” (PDF) Serena Sileoni, vice direttore dell’Istituto Bruno Leoni sostiene che dall’analisi delle ultime due convenzioni “viene naturale chiedersi quanta malizia vi sia nel pensare che lo zelo con cui negli anni appena passati l’Agenzia delle entrate ha spedito avvisi di accertamento e combattuto l’evasione sia stato in parte anche incentivato, è il caso di dirlo, dal premio finale”. L’ultima convenzione corregge in buona parte questo metodo, benché, continua Sileoni, i funzionari pubblici non dovrebbero essere solo premiati se adempiono correttamente ai loro uffici, ma dovrebbero anche essere sanzionati quando non lo fanno. Ciò è tanto più vero per un’amministrazione, come quella fiscale, che si confronta con i contribuenti in un rapporto impari.”

Il focus “A pensar male... la dotazione finanziaria dell’Agenzia delle entrate” di Serena Sileoni è liberamente disponibile qui (PDF).

Le nostre nonne ne sapevano una di più dello Stato dietologo

Dello Stato etico si può forse parlare al passato. Invece lo Stato dietologo appartiene al presente. A New York, l'ex sindaco Bloomberg aveva vietato la vendita di bibite gassate in bottiglie e lattine superiori al 500 ml (ma il tribunale aveva bocciato la misura). In Europa, Finlandia e Danimarca hanno adottato imposte sulle bevande zuccherine. Il governo di Copenhagen ha sperimentato un'accisa, presto abrogata, sugli alimenti con più del 2,3% di grassi saturi. Le persone sovrappeso "costerebbero di più" al sistema sanitario: penalizzando il loro stile di vita, verrebbero "aiutate" a cambiarlo. È un'aritmetica complicata. Un beneficio pubblico, difficile da dimostrare, implica rinunce concrete, che si verificano al ristorante o al supermercato. In molti sostengono che le "fat tax" rischierebbero di spostare i consumi verso alimenti altrettanto grassi, ma di inferiore qualità, con effetti paradossali sulla salute. L'emergenza obesità è una scusa formidabile per regolamentare la tavola, chiedendo un pedaggio per ogni trasgressione alla quaresima.

Non potendo costruire una società in cui tutti siano egualmente ricchi, lavoriamo a una in cui tutti siano egualmente magri. Lo sapevano già le nostre nonne: esistono cibi più sani e altri meno, anche se è la dose che fa il veleno. L'uomo però non è solo ciò che mangia: non si può pensare che abitudini e spot siano ininfluenti. Siccome non può obbligarci alla palestra, lo Stato ci tassa, unendo l'utile (incamerare nuove entrate) al dilettevole (indurci a comportamenti più virtuosi). Ci risparmi almeno la predica. È difficile che il fisco abbia successo dove hanno fallito le nonne: nell'insegnarci l'equilibrio.

Da Wired, maggio 2014
Twitter: @amingardi

La spending review serve a nulla

«Lo statalismo in Italia? Una condizione che pare fisiologica». Ne è convinta Serena Sileoni, giovane avvocato maceratese, vicedirettore generale dell'Istituto Bruno Leoni, think tank liberista, ispirato al grande filoso del diritto.

Dunque dallo statalismo non ci si libera, avvocato?
Parrebbe prescindere da qualsiasi dichiarazione o presa di posizione, non solo politico-partitica, ma anche intellettuale.

Peraltro, sono tutti liberali. A parole.
L'idea liberale dello Stato, dei rapporti fra Stato e cittadini, di una non-ingerenza del primo nella vita dei secondi, a parole piace a tantissimi. E in effetti molti se ne fregiano. Ma poi, di qui all'applicazione pratica, alla traduzione politica, ce ne corre.

Però, oggi c'è un premier, a Palazzo Chigi, Matteo Renzi, che qualche speranza in molti liberali italiani l'ha suscitata...
Direi che la suscita ancora, se ascoltiamo quello che dice, se leggiamo le famose slide della prima conferenza stampa o i 44 punti sulla Pubblica amministrazione, troviamo argomenti interessanti. La questione è che hanno, per il momento, valore di sola comunicazione politica.

Diciamo quello che, almeno a parole, Renzi farebbe di liberale?
Beh, cambiare il rapporto Stato-cittadino per quello che riguarda un fisco più equo, una giustizia più veloce, la già citata riforma PA, la pubblicità ai bilanci dei sindacati, l'idea di trasparenza, la riduzione di enti come il Cnel. Però, appunto, è come fosse il seguito di una Leopolda che si è svolto nella sala delle conferenze stampa di Palazzo Chigi.

E invece, nella traduzione pratica, cosa non va?
Gli 80 euro sono tutt'altro che liberali, per esempio.

E perché?
Una forma di redistribuzione di ricchezza abbastanza marginale, ma anche priva di equità perché lascia fuori, per esempio, i lavoratori autonomi, oltre che pensionati e incapienti. La riduzione dell'Irpef dovrebbe riguardare la generalità dei soggetti. Non è consentendo di comprare un paio di scarpe al mese e, al tempo stesso, tassando ancora di più il risparmio dello stesso consumatore, penso all'aumento della tassazione delle rendite finanziarie, che si rende più liberi i cittadini.

Ribaltiamo la questione: cosa potrebbe fare Renzi di liberale?
Tagliare la spesa pubblica. C'è un lavoro importante da fare. Uno nostro studio recente, firmato da Dario Menegon, mostra che dalla crisi in poi, la spesa pubblica ha continuato ad aumentare. L'autore analizza i governi di Silvio Berlusconi, Mario Monti, Enrico Letta ma arriva anche ai primi provvedimenti del governo Renzi.

E la pressione fiscale sale...
Infatti. A fronte dell'aumento della pressione fiscale per 30 miliardi di euro, derivante dalle misure anti-crisi del biennio 2011-2012, la riduzione pari allo 0,2% del Pil, decisa da Letta, non rappresenta un segnale di normalizzazione. Anzi, il Def evidenzia come, a normativa vigente, la pressione fiscale è destinata a risalire al 44% nel 2014 e nel 2015.

Qual è il punto?
È che la spending review si risolve spesso nel cercare di rendere l'attività amministrativa più improntata al principio di economicità, ma se i compiti dello Stato restano gli stessi, se non se ne riduce il perimetro, non ne veniamo fuori.

Facciamo un esempio?
La digitalizzazione della Pa, ottima cosa, crea un risparmio comprensibile: banalmente chiede meno carta e meno spese di cancelleria e segreteria, ma in un paese che ha un livello di spesa pubblica come il nostro, parlare di economicità non basta. Il problema sono il numero dei soggetti pubblici e i compiti che assolvono.

Uno Stato obeso, diciamo...
Figlio della nostra ossessione di essere accompagnati dalla culla alla tomba. È chiaro che, in questa nostra ossessione, le risorse non bastino mai.

E allora diamogli due dritte, al premier, visto che il suo sarà un governo di legislatura. Da dove dovrebbe cominciare dalle pensioni? Toccare i diritti acquisiti, come aveva detto nelle primarie?
Lì credo che converrebbe una moratoria e pensare seriamente a quello che vogliamo fare nel futuro. Lo dico con amarezza, però da giurista sono anche convinta del valore enorme che ha il principio di certezza del diritto: non è possibile che lo Stato ritratti sempre ciò che ha disposto, non è accettabile. Ci sono cose forse più semplici, dal punto di vista della tenuta giuridica, da fare.

Per esempio?
Privatizzazioni e liberalizzazioni che sono due paragrafi di uno stesso capitolo: vanno insieme.

Le Poste?
Ovviamente sì ma non nella maniera che aveva iniziato a fare il governo Letta, una privatizzazione fittizia senza passare prima dalla separazione dell'attività postale da quella finanziaria in primo luogo. E che dire della Ferrovie, ancora un monopolio a livello del trasporto locale? O dell'Inail che Renzi propose alla Leopolda di liberalizzare. Senza dimenticare il livello, che resta molto nascosto, delle municipalizzate e delle partecipate locali.

Un programma thatcheriano. Però, sui servizi locali, c'è di mezzo anche un referendum, il cui esisto è andato in tutt'altra direzione.
Su quel referendum si è fatta molta disinformazione: gli italiani pensavano di votare per «l'acqua pubblica», come si fece credere loro, e in realtà si opposero alle privatizzazioni dei servizi locali tout-court, dal gas al trasporto pubblico. Si può però ritenere che il tempo trascorso e il mutamento del quadro economico e politico possa consentire una nuova legislazione.

Secondo lei, cioè una nuova legge in materia non sarebbe bocciata dalla Consulta, come ha già fatto rispetto alla norma che il governo Berlusconi si affrettò ad approvare dopo i referendum, pur escludendo il servizio idrico?
Quella legge venne approvata a un mese di distanza dalle consultazioni. Oggi sono passati due anni, la crisi persiste e la situazione politica è cambiata. Ci potrebbero essere quindi le condizioni per ritenere il contesto mutato. Su questo Renzi potrebbe svolgere una importante battaglia politica.

Sul fisco, invece, cosa dovrebbe fare?
Per ora il provvedimento vero l'ha fatto il governo Letta, con l'approvazione della delega fiscale. Penso per esempio al punto relativo all'abuso di diritto (l'elusione fiscale, che finora era lasciata all'interpretazione del giudice, ndr). Ora spetta all'esecutivo di Renzi fare i decreti attuativi.

E poi c'è la giustizia, sulla quale Renzi è intervenuto spesso. Nell'ultimo Leopolda, aveva promesso di intervenire su certe storture della custodia cautelare.
Aspettiamo il giorno che sia posto fine all'abuso delle misure cautelari, che dovrebbero essere estrema ratio ma che, in realtà, si risolvono in un'anticipazione della pena. Il nodo vero è però è la responsabilità dei magistrati. Chi paga, quando il giudice sbaglia? Ma mettere mano alla giustizia è uno dei veri tabù di questo Paese.

Anche in quel caso c'era stato un referendum, quello del 1987, di fatto aggirato.
Sì, e c'è anche l'opinione della Corte di giustizia europea che i forti limiti alla responsabilità da errore giudiziario in Italia siano incompatibili col diritto europeo.

Soluzioni liberali, per così dire, quali potrebbero essere?
Soluzioni da Stato di diritto, prima ancora che liberali, richiederebbero di riformare il Consiglio superiore della magistratura-Csm, congegnato con sistemi deterministici, che non esercita un controllo sui giudici, quanto una vera e propria tutela.

Qualcuno, come l'editore liberale Aldo Canovari, che lei conosce, essendo stata la responsabile editoriale della sua casa editrice la LiberiLibri, propone l'estrazione a sorte dei componenti del Csm. Che ne pensa?
Ottima idea: le pare possibile che un organo che dovrebbe occuparsi fondamentalmente della gestione di un personale delicato come la magistratura sia composto in base all'appartenenza a correnti politico-culturali, lasciando che queste influenzino il suo operato?

Da Italia Oggi, 8 maggio 2014

Libera aranciata in libero Stato

È stata sventata la manovra di lobbying della Cia volta a far approvare una legge che impedisca ai consumatori italiani di bere le bibite che preferiscono. Non parliamo dell’agenzia di intelligence statunitense diretta da John Brennan, ma della Confederazione Italiana Agricoltori guidata da Secondo Scanavino che, insieme ad altre associazioni come la Coldiretti e Legambiente, voleva innalzare dal 12% al 20% la percentuale minima obbligatoria di frutta nelle bevande analcoliche. L’emendamento, presentato alcuni deputati del Pd e originariamente contenuto nel decreto Balduzzi, è stato per fortuna bocciato dalla commissione Affari Europei dopo il parere negativo del ministro Maurizio Martina. Contro il ministro dell’Agricoltura sono state scagliate critiche feroci: «È il ministro delle Politiche agricole o delle multinazionali?» lo hanno attaccato alcuni compagni di partito, «Dobbiamo prendere atto che le più bieche lobby industriali sono riuscite ad avere il sopravvento sulla logica della salute e della qualità» ha dichiarato la Coldiretti, «Fra il benessere dei bambini e gli interessi delle multinazionali, il governo ha scelto i più forti» sono state le parole di Matteo Salvini della Lega.

Del tema se n’è occupato qualche mese fa l’Istituto Bruno Leoni in uno studio di Luigi Ceffalo , in cui sono spiegati gli effetti negativi di una legge del genere: limita la varietà e l’offerta di bibite analcoliche, impone extracosti alle industrie e ai consumatori ad esclusivo beneficio dei produttori di frutta (non per forza italiani), comporta sanzioni per la violazione dei Trattati europei sulla libera circolazione delle merci. Ma senza scomodare le normative europee che spesso sono più assurde di quelle nazionali, basterebbe un po’ di buonsenso per bloccare sul nascere norme liberticide come queste. Con buona pace degli onorevoli “democratici” e delle lobby degli agricoltori, le “multinazionali” fanno e farebbero soldi anche producendo bibite con il 20, 30 o 40% di succo di frutta e se continuano a vendere bevande con il 12% di succo è solo perché ci sono consumatori che le richiedono. Ancora più risibile è l’accusa di Matteo Salvini secondo cui il governo, d’accordo con le solite multinazionali, ruberebbe la frutta e le vitamine ai bambini. Salvini, da padre premuroso prima che da leader di partito, dovrebbe sapere che già oggi esiste un’ampissima libertà di scelta e i genitori possono acquistare in tutti i super e minimarket bevande contenenti fino al 100% di succo di frutta. Nessuno impedisce a nessun altro di scegliere e comprare per sé e i propri figli succhi di frutta e spremute, non si comprende quindi perché alcune categorie e partiti debbano impedire altre persone di bere un’aranciata annacquata attraverso un’imposizione statale. Non vorremmo, se passa il principio dell’obbligo minimo di frutta nelle bevande analcoliche, che un giorno ci venga imposto di spremere arance nell’acqua o limoni nel tè.

Come sempre accade, dietro il paternalismo di Stato si nascondono gli interessi di produttori a caccia di rendite pagate dai cittadini. Le uniche garanzia per i consumatori di prodotti conformi ai propri gusti sono la libertà di informazione e la libertà di scelta. Libera aranciata in libero Stato.

Da L'intraprendente, 4 aprile 2014
Twitter: @lucianocapone

Cosa bevi oggi? Lo decidono i parlamentari

Sembra quasi una presa in giro, un po' come la celebre direttiva europea sulla curvatura delle banane: una cosa tragicamente vera, che nel 1994 stabilì tra le altre cose che tale frutto deve avere un diametro di almeno 27 millimetri. Ebbene, c'è una fetta significativa della classe politica italiana che sembra voler rinverdire quei fasti e così oggi è schierata sulla trincea dell'innalzamento del succo di frutta minimo nei soft drink. Attualmente è solo al 12% e si vuole che arrivi al 20%. Attenzione: non al 18% e neppure al 30%, perché nel primo caso sarebbe troppo poco e nell'altro troppo...

Le aziende chiudono per una tassazione da rapina e una regolazione asfissiante? Le aree più produttive sono boccheggianti e dunque c'è chi predispone referendum autoconvocati? I giovani hanno sempre meno prospettive e pensano a emigrare? Poco conta, tutto questo, per i nostri politici. Ciò che davvero li ossessiona è il progetto di incrementare dell'8% il succo di frutta presente in aranciata, limonata e altre bevande. E questo perché ritengono che la gente sia fondamentalmente stupida, perfino più di loro, e compri una bibita al vago sapore d'arancia persuasa di avere acquistato una spremuta. Un simile paternalismo fa sorridere e ispira fatalmente ogni genere di ironia, male cose sono assai più serie. Questa battaglia viene giustificata invocando il benessere dei bambini e la lotta alle feroci multinazionali, che ci vogliono centellinare questo o quel prezioso succo. Nei fatti, però, sono in gioco interessi ben precisi.
Tra le aziende che realizzano i prodotti e i consumatori che liberamente li acquistano si inseriscono, infatti, lobby in rappresentanza di produttori. In questo caso si tratta di aziende agricole localizzate nelle aree di produzione degli agrumi che, di tutta evidenza, non amano stare sul mercato competitivo e quindi hanno bisogno di usare la regolazione per obbligare questo o quel produttore di bibite ad acquistare una quantità maggiore di arance o limoni.

Nelle scorse ore un emendamento non è stato approvato a Roma nei lavori di una commissione parlamentare, ma la partita si sposterà a Bruxelles, dove gli esperti in curvatura delle banane ci spiegheranno che una spuma al gusto d'arancia deve avere almeno il 20% del succo. Burocrati e politici non sanno, o fingono di non sapere, che in un'economia di mercato le imprese fanno tutto il possibile per trovare il migliore equilibrio tra costo e qualità, in modo tale da soddisfare i consumatori. E ignorano che l'unico effetto di quella disposizione illiberale consisterà nel mettere fuori mercato talune bibite (quelle al 12%: alcune delle quali hanno nomi assai noti) e il lavoro che è stato necessario per elaborarle. Con argomenti assai solidi era già intervenuto sulla questione uno studio di Luigi Ceffalo realizzato per l'Istituto Bruno Leoni, in cui si evidenziavano le pretestuose ragioni sanitarie, le reali motivazioni economiche (sostanzialmente parassitarie) e le serie conseguenze in tema di libertà e responsabilità.
Il paternalismo è sempre paradossale, ma lo è ancor di più quando si èin presenza di una classe politica tanto screditata. È penoso che adultivengano trattati da bambini da parte di altri adulti, ma questo è particolarmente grave se si considera che quanti vorrebbero educarci sono i nostri ben noti governanti. Qualcuno faccia capire loro che siamo capaci di comprare le banane che più ci aggradano e le bibite che ci piacciono di più.

Da Il Giornale, 31 marzo 2014

Le frequenze? Sono beni economici, siano vendute

Per decenni, l'amministrazione dello spettro elettromagnetico è stata un affare relativamente semplice, dovendo accomodare quasi esclusivamente le trasmissioni radiotelevisive, tipicamente in regime di monopolio.
La nascita dell'emittenza privata, prima, e della telefonia mobile, poi, ha aumentato la domanda di banda, richiedendo e talvolta imponendo una cornice più articolata; al contempo, l'innovazione tecnologica ha fatto spazio per nuovi pretendenti, consentendo a parità di contenuti un più parco utilizzo delle risorse.

E' il tema del cosiddetto dividendo digitale: come distribuire tale sopravvenienza è materia controversa. Assegnarla alle comunicazioni mobili sulla scia del percorso intrapreso con la banda a 800 MHz nel nostro Paese, l'asta del 2011 ha fruttato all'erario quasi 4 miliardi oppure, proprio in considerazione di quell'ancora recente iniziativa, mantenere la ripartizione attuale fra telefonia mobile e televisione? La discussione - oggetto di uno studio dell'Istituto Bruno Leoni - ferve anche nelle sedi internazionali.

Alla Commissione europea va reso il merito di avere cercato una difficile mediazione, attraverso i lavori di un gruppo di alto livello in cui fossero rappresentate entrambe le prospettive: operazione riuscita in parte. Il compromesso prevede l'assegnazione alle comunicazioni mobili della banda a 700 MHz nel 2020, a fronte della garanzia di destinazione del resto della banda UHF ai servizi televisivi fino al 2030. Un progetto che, pur nella ricerca di equilibro, tradisce un pregiudizio di fondo: l'idea che il tempo della televisione tradizionale si stia esaurendo e che il futuro appartenga alle comunicazioni mobili, di cui sarebbe lungimirante rabboccare sin d'ora la dotazione di frequenze. Opinione plausibile, ma che non considera i costi della transizione e gli scenari alternativi: il mobile di domani non sarà quello di oggi e già s'intravvedono sviluppi che potrebbero contenerne le esigenze di banda. Tuttavia, più che nel merito, il problema è nel metodo.

È opportuno continuare a privilegiare decisioni centralizzate e neCessariamente arbitrarie, che sovrappongono le previsioni dei burocrati alle decisioni degli operatori economici? Le regole influenzano direttamente l'evoluzione tecnologica, con il rischio di alimentare un percorso circolare in cui non sono le risorse ad andare verso l'innovazione, ma l'innovazione a seguire l'assegnazione di risorse. Un approccio alternativo esiste.
Già nel 1959, il premio Nobel per l'economia Ronald Coase avvertiva che i diritti di utilizzo delle frequenze non sono che beni economici: e raccomandava, pertanto, il superamento del prevalente regime di concessione amministrativa con un sistema di diritti di proprietà chiaramente definiti e assegnati attraverso meccanismi d'asta. Questo secondo corno della lezione coasiana è stato assimilato dai decisori pubblici, pur con molto ritardo, una volta compresane la ricaduta finanziaria.

Viceversa, l'idea di diritti di proprietà sulle frequenze rimane inattuata. La normativa nazionale e comunitaria apre, in principio, al commercio delle frequenze, che sono, però, sottoposte a vincoli di durata e di destinazione d'uso. Un effettivo mercato dello spettro permetterebbe di destinare le frequenze agli usi più efficienti, meglio coordinando l'evoluzione tecnologica e quella industriale e riducendo l'impatto delle decisioni regolamentari.

Dal Corriere della sera, 27 ottobre 2014
Twitter: @masstrovato

«Una mano dà, l’altra toglie. Troppi rincari fiscali e spending poco incisiva».

Una manovra descritta come semplice e lineare, che a una verifica più attenta non sembra così semplice, né così lineare.
«La lettura è attenta per quel che si può – avverte Serena Sileoni, vice-direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni – perché al momento abbiamo visto le slide del premier e alcune bozze del provvedimento, ma non c’è ancora un testo definitivo da valutare».

Avvocato Sileoni, il premier ha parlato di «manovra che abbassa le tasse». Non è abbastanza lineare?
«L’annuncio lo è, eccome. L’applicazione di questo principio linearissimo mi pare molto più complessa. Sul versante delle entrate quasi metà manovra è fatta di revisione della spesa, e non sono tagli cui si sottopone lo Stato ma gli enti locali. Significa accettare, implicitamente, la possibilità che gli enti locali aumentino le tasse: una mano dà, l’altra toglie. E poi ci sono rincari fiscali veri e propri».

Per esempio?
«Per le casse previdenziali, le rendite finanziarie, la banda larga e le slot machine. Mi rendo conto che, quando si parla di gioco d’azzardo, aumentare il carico paghi da un punto di vista dell’immagine. Anche per le rendite finanziarie il meccanismo comunicativo funziona bene. Però chiamiamo le cose con il loro nome: qui le tasse aumentano».

C’è senz’altro un impegno forte per le imprese e il lavoro, però.

«Gli interventi per il settore produttivo sono senz’altro un’ottima cosa. A cascata, migliorano le condizioni di vita e le capacità di spesa delle famiglie».

Ci sono settori o aree geografiche del paese premiati? Il taglio kap diventa sempre più apprezzabile per le grandi imprese. Le agevolazioni Iva aiutano gli artigiani...
«Si incoraggia quanto di buono c’è già, le aree e i settori che trainano la nostra economia da sempre. E qui torniamo all’impostazione della manovra, che a me sembra molto poco innovativa: un’altra fetta consistente delle risorse si fa ricorrendo al deficit. E poi cose piccole ma significative: tornano i fondi per i Forestali calabresi, tradizione che ci portiamo dietro dal secolo scorso, mentre si era parlato di accorpare quella funzione nella polizia. Continuiamo a fare poco sulle partecipate degli enti locali, altra voragine dei conti pubblici che conosciamo da lungo tempo. E sul versante delle entrate ci sono voci aleatorie».

Un contributo robusto dovrebbe arrivare dall’evasione fiscale.
«Che è aleatoria per definizione. A meno che uno non dia mandato all’Agenzia delle Entrate di mettere in piedi un’operazione di recupero molto aggressiva, cosa che non mi pare nelle intenzioni di questo governo. Lo stesso discorso mi pare si possa fare per la spending review. Lo Stato non riesce a farla in modo incisivo».

Domanda secca: una cosa che ha apprezzato.
«Sono stati tolti dei soldi ai patronati».

Seconda domanda secca: cosa le è piaciuto di meno?
«Non stiamo aggredendo la spesa pubblica. A mio parere bisognerebbe cominciare da lì».

Da La Stampa, 17 ottobre 2014

L'economista anti-Piketty: «Solo la borghesia ci salverà»

Ricordate la borghesia? E la middle class? Esistono ancora. A nome loro, un'economista americana lancia un'accusa all'intellighenzia dell'Occidente: dal 1848 le svalutate, ma sono tuttora la nostra ricchezza. Su questa base, Deirdre McCloskey ha deciso dí montarne una poderosa rivalutazione, storica e attuale. Fatto non frequente tra gli economisti, lo fa su basi etiche: sono il solo rimedio contro la povertà. La professoressa di Economia alla University of Illinois, Chicago, e alla Gothenburg University, Svezia, ha consegnato allo stampatore il terzo volume di una trilogia, The Bourgeois Era, che viene dopo The Bourgeois Virtues e The Bourgeois Dignity. In Italia ha appena pubblicato I vizi degli economisti, le virtù della borghesia, edito da Ibl Libri (pp. 138, € 16). E in questi giorni è nel nostro Paese per una serie di incontri e conferenze organizzati dall'Istituto Bruno Leoni.
«Il fallimento delle rivoluzioni liberali del 1848 - sostiene in questa intervista - ha provocato nei ceti intellettuali di Italia, Germania, Francia, Spagna una reazione contro le classi medie che è arrivata fino a oggi». Un'opposizione che ha preso la forma del conservatorismo, del materialismo storico, del marxismo, del fascismo, dello statalismo: del rifiuto della carica innovativa e liberale della borghesia. «Ancora oggi c'è la tendenza a creare nuove aristocrazie», dice.

Il punto fondante dell'elaborazione della signora McCloskey sta nel ritenere le idee il motore dello sviluppo di quello che - termine che non apprezza - è chiamato capitalismo. «Il nostro benessere - sostiene - viene dalle idee. Nel 1800, il reddito giornaliero di un italiano era di tre dollari; oggi, a parità di valori, è di ottanta. In più, ci sono gli avanzamenti della medicina, dei trasporti, della tecnologia. Una completa trasformazione. Ma non è il risultato della lotta di classe, come sostiene la sinistra, o degli investimenti, come sostengono i conservatori. È il risultato delle idee che hanno prodotto innovazioni come l'elettricità, la radio, i sistemi idraulici». E, passaggio chiave, queste idee sono nate e hanno trovato gambe «dalla liberazione delle persone, dal liberalismo di Adam Smith e dalla caduta delle gerarchie che ponevano al centro l'aristocrazia». Sono le persone comuni e le idee lasciate libere di correre che creano la base del capitalismo.

La professoressa individua la nascita di questo spirito nell'Olanda della guerra contro la Spagna dal 1568 al 1648 e poi nella guerra civile inglese dal 1642 al 1651. «Tutto avvenne per un accidente della storia, grazie alla Riforma: ma non in senso weberiano, nel senso invece che il movimento protestante dette al popolo la governance, la possibilità di scegliere i propri pastori e quindi di liberarsi dalle gerarchie della Chiesa. I Paesi Bassi furono pionieri dell'attività borghese. Poi, gli inglesi presero tutto dagli olandesi: importarono il re, aprirono anch'essi una Borsa, crearono una banca centrale. Diventarono la New Holland. Lo spirito si estese poi all'America e immagino che, se non fosse successo, le forze della reazione avrebbero vinto. Mi spingo a dire che, senza i Paesi Bassi e l'Inghilterra, la Francia non avrebbe mai avuto una rivoluzione industriale, perché tutto era centralizzato, sottoposto ad autorizzazioni. Anche Italia e Germania non vissero i cambiamenti». Dopo le rivoluzioni liberali fallite del 1848, «si comincia a scrivere che il capitalismo è brutto, l'intellighenzia si schiera contro la borghesia, contro Voltaire e Thomas Paine e il libero mercato. Il Romanticismo, che dura ancora oggi, è servito ai conservatori per idealizzare il passato e alla sinistra per idealizzare la città futura: il nazionalismo, il razzismo, il marxismo, il socialismo, l'eugenetica vanno a dominare il pensiero. Nel XVIII secolo si scopre che, se liberi la gente, se lasci fare le persone e onori i loro risultati, il limite è il cielo. Nel XIX secolo si dice invece che quel che conta è la scienza, non le idee. È un conflitto: quando, nei Promessi sposi, Manzoni parla del rapporto tra controllo dei prezzi e carestia, è un liberale, scrive pagine da Adam Smith; ma, vent'anni dopo, Flaubert odia la borghesia».

L'incarnazione odierna di questi spiriti illiberali è nella tendenza a regolare tutto, a un paternalismo di Stato. Fino al 1995, Deirdre McCloskey era un uomo, Donald, poi ha cambiato sesso. Oggi scherza e dice di sentirsi, in opposizione al paternalismo di Stato, «una libertaria materna, e non avrebbe funzionato se fossi rimasta un ragazzo». Risultato: combatte battaglie attualissime. Di recente, è stata definita la più efficace economista anti-Piketty: ritiene che le teorie sulla diseguaglianza insita nel capitalismo, sostenute dall'economista francese Thomas Piketty, non stiano in piedi. «L'uguaglianza come questione etica dice è una sciocchezza. Etico è ridurre la povertà. Il gap tra poveri e ricchi non conta. Stabilire regole per diminuire le differenze non aiuta: il go per cento della riduzione della povertà deriva dalla crescita economica. E il dato di fatto è che, grazie alla libertà delle idee, alle innovazioni, alla middle class oggi siamo enormemente più ricchi. Anche nello spirito».

Dal Corriere della sera, 27 settembre 2014

Gestione delle frequenze: è l’ora del mercato

Dal futuro della banda UHF, oggetto di discussione in sede nazionale e internazionale, dipenderà lo sviluppo dei servizi televisivi e di comunicazione mobile nei prossimi anni. In un nuovo studio, l’Istituto Bruno Leoni raccomanda di resistere alla tentazione di interventi radicali e prematuri e di abbandonare la tradizionale logica dirigistica nella gestione dello spettro.

Secondo Massimiliano Trovato, Fellow IBL e autore dello Special Report “Contro il dirigismo radioelettrico. Un approccio di mercato alla gestione dello spettro” (PDF), “una pianificazione minuziosa della destinazione d’uso delle frequenze impone di sostituire il pregiudizio dei burocrati al giudizio del mercato, nel determinare l’utilizzo più efficiente delle stesse”.

Continua Trovato: “è assai difficile prevedere l’evoluzione relativa delle diverse tecnologie. Proprio per questo, i regolatori dovrebbero fare uno sforzo di umiltà. Solo un maggior ricorso al trading delle frequenze da parte degli operatori può assicurare che la traiettoria dell’innovazione e quella del mercato rimangano allineate tra loro.”

Lo Special Report “Contro il dirigismo radioelettrico. Un approccio di mercato alla gestione dello spettro” di Massimiliano Trovato è liberamente disponibile qui (PDF)

Tassazione del digitale: no alla demagogia, sì alla concorrenza fiscale

La necessità d'intervenire sul regime tributario applicabile alle imprese digitali è data ormai per acquisita nel dibattito internazionale. Il nuovo Special Report dell'Istituto Bruno Leoni “La tassazione dell'economia digitale: una soluzione in cerca di un problema?” (PDF) discute le premesse e le conseguenze di tale opzione. 

Secondo Massimiliano Trovato, Fellow IBL e autore dello studio, «l'evidenza disponibile non conferma la narrativa di un'emergenza da contrastare: le aliquote medie sopportate dalle multinazionali digitali sono comparabili a quelle sostenute dalle imprese di altri settori, e il gettito della tassazione d'impresa nei paesi Ocse è cresciuto costantemente negli ultimi trent'anni – eccetto a ridosso della crisi».

Per Trovato, «nonostante le affermazioni contrarie, le proposte avanzate in materia introdurrebbero problematiche disparità di trattamento tra le imprese digitali e il resto dell'economia, travolgendo i principi del diritto tributario internazionale, e limitando fortemente la portata della concorrenza fiscale, a danno di tutti i contribuenti e dei consumatori».

«In un momento in cui discute molto di come favorire lo sviluppo del digitale in Europa», conclude Trovato, «occorrerebbe ragionare di misure che possano incentivare gli investimenti: l'inasprimento del carico fiscale del settore non è certamente tra queste».

Lo Special Report “La tassazione dell'economia digitale: una soluzione in cerca di un problema?” di Massimiliano Trovato è liberamente disponibile qui (PDF).

Commissioni interbancarie: buone intenzioni e cattivi risultati

Tra le iniziative legislative europee, è all'esame del Consiglio una proposta di regolamento per porre un tetto massimo alle commissioni interbancarie sui pagamenti elettronici. 

Lo Special Report “Il controllo dei prezzi sulle commissioni interbancarie” (PDF), di Todd J. Zywicki, Geoffrey A. Manne e Julian Morris, analizza gli effetti di una misura simile già adottata negli Stati Uniti, mostrando come essi siano ben lontani, se non opposti rispetto alle intenzioni del legislatore. 

Le scienze sociali non dispongono di metodi sperimentali rigorosi, ma la storia e la comparazione internazionale possono fornire utili indicazioni sull’impatto di una determinata misura di policy. Il regolamento attualmente in discussione in Europa presuppone che i benefici derivanti dalla riduzione delle commissioni interbancarie si propaghino dalle banche acquirer agli esercenti e da questi ai consumatori, attraverso una riduzione generalizzata dei prezzi di vendita; e ipotizza, inoltre, che ciò avvenga senza ripercussioni per i consumatori sull’altro versante del mercato – cioè, senza che le banche emittenti reagiscano in alcun modo al mutato scenario. L’analisi del caso americano, qui proposta, è utile a verificare la distanza tra gli obiettivi attesi e quelli verosimili.

Lo Special Report “Il controllo dei prezzi sulle commissioni interbancarie” (PDF), di Todd J. Zywicki, Geoffrey A. Manne e Julian Morris è liberamente disponibile qui (PDF).

Il Premio Bruno Leoni a Mario Vargas Llosa

Ieri sera, durante la cena annuale dell’Istituto Bruno Leoni (che ha visto la partecipazione di 540 persone), è stato consegnato a Mario Vargas Llosa il premio “Bruno Leoni” 2014. Il premio “Bruno Leoni” 2014 è stato assegnato a Mario Vargas Llosa, per la sua elegante, imaginifica, sapiente opera di traduzione delle parole in immagini, delle immagini in simboli, e dei simboli in insegnamenti di libertà.
I romanzi di Mario Vargas Llosa, raccontando i rapporti di forza e sottomissione tra le persone, il quotidiano impegno a fronteggiare le costrizioni sociali, siano esse reprimende della morale comune o forme di violenza istituzionalizzata, hanno insegnato a tante persone cosa voglia dire la ricerca della felicità.

È noto l’impegno politico e civile di Mario Vargas Llosa per una società che trovi nella concorrenza, nella riduzione del potere politico, nell’impresa privata la via del benessere e della libertà, a partire dalla sua polemica contro la nazionalizzazione del settore finanziario, che lo condusse all’avventura per le presidenziali.
In una profonda integrazione tra vita e scrittura, memoria e fantasia, l’impegno di Vargas Llosa ci ricorda che la società perfetta non esiste, e che ogni tentativo di costruirla a tavolino è solo la via della tirannia e dell’«inferno».

Fra i precedenti vincitori del Premio “Bruno Leoni”, ricordiamo Vernon L. Smith, N. Nassim Taleb, Lord Nigel Lawson.

Orari dei negozi: dimezzare i giorni di chiusura obbligatoria non basta a riconoscere la libertà di impresa

La Commissione Attività produttive della Camera prosegue l’esame della proposta di legge che, nel ripristinare limiti di orari all’apertura dei negozi, cancellerebbe una delle poche e definitive – se non l’unica - liberalizzazioni avvenute negli ultimi anni in Italia, senza che sia chiaro l’interesse generale che giustificherebbe il ritorno indietro. Pur con le modifiche già introdotte rispetto al testo originario, l'Istituto Bruno Leoni ritiene che il progetto continui a integrare una violazione dei principi a tutela della concorrenza, come peraltro già segnalato dall'Antitrust in merito al progetto. 

 "Di certo - dichiara Serena Sileoni, vicedirettore generale dell'Istituto Bruno Leoni - l’obiettivo non può essere il rispetto per le festività nazionali: un emendamento approvato ieri dalla Commissione consente infatti ai singoli esercenti di derogare alla chiusura per un numero di giorni pari alla metà di quelli di chiusura obbligatoria. Se, quindi, i negozi possono scegliere di restare aperti in 6 dei 12 giorni festivi in cui dovrebbero essere chiusi, l’obiettivo di onorare le feste è automaticamente smentito.

"La dotazione di un fondo di 18 milioni di euro l’anno per le medio, piccole e micro imprese rivela invece la scelta, del tutto discrezionale, di proteggere una categoria di imprenditori sulla base di criteri quantitativi che nulla provano rispetto allo stato di salute del commercio e alla tutela dei consumatori.

Un ulteriore potere di intervento dei sindaci, l’obbligo di comunicazione per i negozianti che vogliono sfruttare la deroga anzidetta, l’introduzione di nuovi accordi territoriali mostrano infine un vero e proprio tic regolatorio di cui la politica soffre nell’irresistibile tendenza ad aumentare la burocrazia anche quando dice di volerla ridurre.

"La libertà di scegliere se, prima ancora che quando, essere aperti al pubblico è un aspetto intrinseco alla libertà degli esercenti e dei clienti di provare a venirsi incontro, di fronte alla quale tentativi come il ripristino degli obblighi di chiusura in alcuni giorni svelano una battaglia di retroguardia rispetto all’innovazione – si pensi al commercio elettronico, aperto 24 ore su 24 – e alla continua ricerca della soddisfazione del cliente."

Sugli orari dei negozi, l'Istituto Bruno Leoni ha appena pubblicato il Briefing Paper “Gli orari di apertura dei negozi: una regola che vale un principio” di Serena Sileoni (PDF).

Bene l'emendamento SEL perché non ci siano “libri più uguali degli altri”

Si apprende dalla stampa che alcuni deputati di Sel hanno presentato un emendamento al decreto cultura per equiparare l'IVA applicata agli e book, attualmente ordinaria al 22%, a quella dei libri tradizionali, ridotta al 4%. L'emendamento, che riproduce un'analoga proposta di legge di iniziativa parlamentare sempre di Sel, ripristina e anzi supera l'intenzione originaria del ministero della cultura di abbassare l'IVA sugli ebooks. Nella prima formulazione del decreto, infatti, l'imposta era ridotta al 10%, nel tentativo di un parziale allineamento all'IVA applicata ai libri cartacei.
"L'allineamento - sostiene Alberto Mingardi, direttore generale dell'Istituto Bruno Leoni - non può però che essere totale. L'IVA sugli ebooks va abbassata per un ovvio e semplice motivo di eguaglianza fiscale: "I Promessi sposi" restano sempre gli stessi, che siano impressi su un supporto informatico o su carta. Non c'è quindi ragione, in termini di equità, di trattare fiscalmente come beni diversi un libro cartaceo e lo stesso libro in formato elettronico"

La politica decide per i negozianti

Per «sollecitare i singoli negozi a fidelizzare la clientela», l’assessore regionale al commercio Parolini ha proposto ai commercianti di autorizzare sì i presaldi, ma solo con le carte fedeltà. Sembrerebbe un passo in avanti nella direzione della liberalizzazione. E tuttavia è curioso che all’autorizzazione dei saldi anticipati si accompagni la volontà di decidere, politicamente, quale debba esserne la clientela.

A Milano si dice: «Ofelè fa el to mesté». Ognuno veda per l’appunto di far bene il proprio mestiere, che già non è poco. I commercianti, dal momento che sono esseri umani al pari dei politici, sicuramente sbaglieranno. Ma non è del tutto irragionevole immaginare che il problema di come fidelizzare la propria clientela, vendano maglioni di cachemire oppure gelati, l’abbiano ben presente. La carta fedeltà è uno strumento come tanti: va bene per alcune rivendite, meno per altre. È uno strumento utilizzato dai grandi supermercati, forse funziona meno bene per altri tipi di esercizi. Per i quali, magari, oggi è più importante strappare un «Like» su Facebook, che regalare la tessera di un club poco o punto esclusivo. Forse davvero la Regione dovrebbe pensare ad altro: ofelè fa el to mesté. E invece le vendite promozionali sono un eterno tormentone della politica italiana, come pure di quella lombarda.

Dal Corriere della sera, 30 ottobre 2014
Twitter: @amingardi

Tav, i conti non tornano (e non da oggi)

Ieri, improvviso e inaspettato dietrofont del senatore Stefano Esposito, da sempre tra i più strenui sostenitori della Torino-Lione. Appresa la notizia di una possibile lievitazione dei costi della tratta transfontaliera della Tav, ha reso noto il suo "non ci sto" (più). Per la verità, l'elemento di novità di questi giorni non è particolarmente eclatante. L'aumento dei costi di cui si parla è infatti, al momento, in larga misura ipotetico. Esso è stato stimato per tenere in considerazione le variazioni di prezzo che interverranno fra il momento dell'approvazione del progetto ed il suo effettivo completamento. Ed il tasso di crescita annuale ipotizzato è superiore al livello attuale di inflazione. Peraltro, l'eventualità che a consuntivo il conto da pagare per la Tav si discosti in misura significativa da quello ipotizzato a preventivo è tutt'altro che remota. Ci sarebbe piuttosto da stupirsi se accadesse l'opposto.

Come dimostrato alcuni anni fa da uno studio che prendeva in esame oltre duecentocinquanta grandi opere in tutto il mondo, vi è sempre uno scostamento non piccolo tra le previsioni iniziali ed i costi effettivi. Tale divario si attesta in media intorno al 20% per le strade ed al 45% per le ferrovie. Nel caso della rete alta velocità italiana il divario è stato ancor maggiore: a partire da una stima iniziale di poco superiore ai 15 miliardi, i costi sono cresciuti progressivamente fino a raggiungere i 32 miliardi.

Leggi il resto su Lo Spiffero, 30 ottobre 2014

Non basta un commissario per fare la spending review. Cottarelli saluta e se ne va con risultati (molto) modesti

Quanto è difficile tagliare la spesa pubblica in Italia? Si è tenuta lunedì a Milano la “lectio Minghetti” organizzata dall’Istituto Bruno Leoni, in occasione della quale è intervenuto l’ormai ex commissario alla spending review Carlo Cottarelli, in procinto di ritornare in America, dopo aver ultimato il lavoro per cui l’allora presidente del Consiglio Enrico Letta l’aveva nominato: elaborare un serio piano di riduzione della spesa pubblica, ponendo in essere principi di maggiore efficienza, trasparenza ed economicità nella pubblica amministrazione. E se una cosa è certa è che del suo assai più ambizioso piano, il governo italiano è stato capace di realizzarne solo una parte a causa dell’inevitabile resistenza delle istituzioni ad essere riformate e per il mutato contesto politico italiano ed europeo.

L’1 PER CENTO DI RISPARMI
Prima i numeri. La proposta di spending review avanzata dall’allora neo commissario Carlo Cottarelli, come ha ricordato lui stesso, era di realizzare «interventi per 32 miliardi di euro di risparmio». Siamo scesi a una cifra, non ancora ben specificata, compresa tra gli 8 e i 14 miliardi di euro. «Sempre che gli Enti locali facciano la loro parte», ha precisato Cottarelli. Che tradotto significa: se Regioni, Province e Comuni saranno in grado di fare i tagli che competono queste istituzioni per complessivi 6 miliardi di euro. Senza aumentare i tributi locali, s’intende. Ebbene, la prima amara evidenza è che la spending review è scesa da un potenziale impatto pari al 4 per cento degli 800 miliardi di spesa pubblica a un misero 1 per cento oppure, nella migliore delle ipotesi, 1,75 per cento. Senza contare che l’iniziale vincolo di non impiegare le risorse della spending per finanziare nuova spesa pubblica, con il bonus 80 euro di Renzi, è stato cancellato. Legittimamente, certo, ma va detto.

Leggi il resto su Tempi, 29 ottobre 2014