Lasciate che i libri vengano al web
Oggi a Roma, un dirigente del colosso Google, il principale motore di ricerca internet al mondo, Nikesh Arora, il ministro per i Beni e le Attività culturali Sandro Bondi e il direttore generale per la Valorizzazione del patrimonio culturale Mario Resca, parlano alla sede del ministero e alzano il velo su quello che hanno già definito uno «storico accordo». Vedremo di che si tratta. Ma la questione in gioco è talmente fluida che rischia di sfuggire da tutte le parti come una cesta di anguille rovesciata.
Innanzitutto: che cos'è Google? «Un algoritmo, uno straordinario sistema di ricerca d'informazioni che ne permette lo scambio a livello planetario», spiega Alberto Mingardi, direttore dell'Istituto Bruno Leoni, un think tank con sede a Torino e a Milano, di chiara impronta economica liberista, e che in questi giorni ha preso le difese del gruppo statunitense, i cui tre responsabili in Italia sono stati condannati dal tribunale di Milano per la divulgazione tramite YouTube di un filmato che mostrava violenze di ragazzini su un coetaneo disabile. Un filmato su cui i tre non avevano tuttavia nessun controllo, non avendolo né girato né messo online né visionato preventivamente. Ora, Google fa paura. Ma per altre ragioni.
Prendiamo il campo editoriale. Google, si sa, da anni sta "digitalizzando" migliaia di libri, li trasferisce cioè dalla carta al formato elettronico, un formato che ne permette la diffusione, la consultazione e lo scambio in tempi rapidissimi. E' come se stesse creando una specie di biblioteca universale, copia digitale di tutte quelle cartacee al mondo. La prospettiva ha spaventato gli editori, che si sono sentiti a rischio di assalti pirateschi, un po' come è capitato all'industria discografica.
La Fieg (Federazione Italiana Editori Giornali) ha citato in giudizio la compagnia per abuso di posizione dominante. Il presidente dell'Associazione italiana editori Marco Polillo ha fatto notare come Google Books abbia «accelerato le sue operazioni seguendo il principio: cominciamo a fare il più possibile, poi vediamo che cosa succede. E' come non prendere in considerazione l'esistenza del diritto d'autore». L'Aie ha partecipato a una class action negli Stati Uniti, al tribunale di New York. Ma le questioni tecniche si confrontano con lacune legislative. «Il punto cruciale», spiega ancora Mingardi, «sta nel fatto che Google non è un'impresa editoriale. Svolge una straordinaria opera di divulgazione, un'operazione fantastica che aumenta la libertà di accesso ai libri. E poi si può sempre distinguere fra le opere coperte da diritto d'autore e le altre».
Il libro cartaceo rischia qualcosa? Il formato digitale è compatibile, almeno in parte, con nuovi strumenti tecnologici co me l'e-book, l'ultimo modello del quale, Kindle, permette di scaricare i volumi direttamente dalla gigantesca libreria virtuale amazon.com, o come l'Ipad (appena lanciato dalla Apple), senza contare i personal computer. Una moltiplicazione dei mezzi attraverso i quali leggere i libri.
Secondo un editore molto all'avanguardia, Stefano Mauri, presidente e amministratore delegato del Gruppo Editoriale Mauri Spagnol (Gems, di cui fanno parte marchi come Longanesi, Garzanti, Salani, Guanda e così via) «la pirateria è un inconveniente. Ma l'e-book e relativi lettori sono più che altro una curiosità che stimola i giovani e chi ama le novità». Insomma, il libro di carta non rischia. «Anzi, gli autori sarebbero avvantaggiati dalla digitalizzazione delle loro opere», sostiene un acuto osservatore dei media come Gianluca Nicoletti, scrittore, conduttore radiofonico di Radio24 (la trasmissione quotidiana "Melog") e ora autore, con il filosofo della scienza Stefano Moriggi, del saggio Perché la tecnologia ci rende umani (Sironi editore). «I libri in libreria ci restano poco, poi vanno al macero. Perciò, meglio che vadano in Rete. La pirateria? Un falso problema. I libri che vendono tanto sono stampati comunque illecitamente, è successo anche con Roberto Saviano. Magari, essere piratati! Vuol dire che si hanno tanti lettori. E poi, per quanto tutti restiamo legati al fascino dell'oggetto libro, ci sono in casa problemi di spazio e catalogazione. Io stesso, grazie a Facebook, ho trovato chi è venuto a prendere quelli che non potevo più tenere, salvandoli. Così come la digitalizzazione può salvare dall'oblio le opere. E permetterci di stivarne migliaia in piccoli spazi, salvo consultarle rapidamente al bisogno».
Marco Aime, antropologo, ha appena scritto per Einaudi, insieme con Anna Cossetta “Il dono al tempo di Internet”, un saggio che mette in luce come la Rete promuova una nuova cultura dello scambio di quei beni cosiddetti «non rivali», cioè quelli «di cui una persona può fare uso senza ridurne la disponibilità per un'altra».
Quello che conta veramente, ci dice Aime «è il fatto che Internet crea reti di contatti tra le persone, e che questi contatti possono diventare anche momenti di socialità vera, cioè produrre relazioni autentiche. O almeno dovrebbero. Perché il rovescio della medaglia è che la tecnologia isoli l'uomo. Però è un dato di fatto che Sergej Brin e Larry Page, i fondatori di Google, hanno favorito la democrazia. Sono le dittature che avversano il web, vedi il caso Cina».
La Rete, e tutto quello che la percorre, non ammette filtri. Perlomeno, non li ama. In compenso arriva quasi dappertutto. E', dunque, uno straordinario veicolo di pubblicità, dal potenziale ancora inespresso. E questo è un altro snodo cruciale del tema. I tre relatori di oggi non potranno fare a meno di tenerne conto.
Da Libero, 10 Marzo 2010
Perché ogni liberale che si rispetti dovrebbe studiarsi Ricossa
Lo stralcio pubblicato lunedì dal Foglio del pamphlet “Straborghese” di Sergio Ricossa, da questa settimana in libreria, fornisce una splendida illustrazione dello stile dell’economista torinese, della sua arguzia e del suo anticonformismo.
Conosco Sergio dal 1976, da quando nella sua veste di membro della commissione di concorso contribuì alla mia nomina a professore straordinario di Economia politica. Conoscevo i suoi scritti, ero un suo ammiratore e avevo sentito parlare di lui alla Mont Pelerin Society, di cui era socio, ma non l’avevo mai incontrato. Quando appresi (da Federico Caffè) di avere vinto il concorso, andai alla Facoltà di Economia e Commercio di Roma per ringraziare i membri della commissione e lo incontrai ma non ebbi modo di parlargli, se non brevemente.
Avemmo modo di conoscerci meglio negli anni seguenti e di diventare amici: è una persona straordinaria. Quelli che, non conoscendolo, leggono i suoi scritti possono essere tentati di considerarlo un aristocratico, per la raffinata eleganza delle sue tesi che poco concedono alla demagogia, e un raffinato letterato per il suo italiano forbito e colto.
Ricossa non è né l’una né l’altra cosa, non ha studiato lettere classiche ma ragioneria ed economia, non ama i privilegiati e non proviene dalle classi ricche e fortunate della società. Sergio è un borghese per scelta, per cultura, per mentalità, ama gli individui operosi, concreti, produttivi, non sfoggia mai la sua peraltro considerevole cultura, aborre il lusso e l’ostentazione, ha sempre lavorato con impegno e con passione, ricavando grandi soddisfazioni intellettuali, la stima e l’ammirazione dei suoi studenti, dei suoi lettori e dei suoi amici. Non è ricco e non lo è stato mai, ma non è nemmeno povero né credo lo sia mai stato davvero, ma non ritiene la ricchezza una colpa né la povertà un merito.
Questa forse troppo lunga premessa serve solo a mettere in guardia il lettore: non sono né voglio essere obiettivo nel parlare di Sergio. Ho avuto modo di conoscerlo bene, anche se i nostri incontri sono stati infrequenti: abbiamo partecipato assieme, il 23 novembre del 1986, alla marcia dei contribuenti di Torino, quando 35.000 italiani convennero a spese loro nel capoluogo piemontese a manifestare la loro disapprovazione per un sistema fiscale iniquo, vessatorio e illiberale. Non fu una scelta facile. Eravamo osteggiati da tutti: sinistra, sindacati, Confindustria, benpensanti assortiti. Persino la direzione nazionale del Pli decise di passare dalla adesione alla marcia alla attenzione per essa! L’unico politico che volle manifestare con la sua presenza la simpatia per l’iniziativa fu Marco Pannella, per tutti gli altri eravamo soltanto qualunquisti, poujadisti, eversori o evasori.
Sergio crede fortemente che la nostra civiltà sia borghese e provinciale: le grandi idee in tutti i campi non vengono dai privilegiati né dai diseredati, vengono da pensatori appartenenti a quella classe media che specie in quegli anni veniva unanimemente disprezzata; erano i piccoli centri o le città di medie dimensioni le fucine del pensiero innovativo, non certo le megalopoli. Sapeva benissimo di appartenere a una minoranza minuscola: quando ci trovammo sullo stesso aereo assieme a un collega che la pensava come noi, osservò: “Non dobbiamo farlo più, un disastro aereo priverebbe l’Italia di tutti i suoi liberali”! Era consapevole che le sue tesi gli avrebbero fruttato critiche e lo avrebbero estraniato dai grandi circuiti, procurandogli anche l’ostilità dei suoi colleghi. Non fece mai nulla per evitarlo, anche se non ne era entusiasta, l’unica cosa importante per lui è stata sempre la possibilità di dire soltanto ciò in cui crede.
Oggi i tempi sono, per molti versi, meno bui di allora per ciò che riguarda le idee liberali e si moltiplicano, specie fra i giovani, le prese di posizione a favore della libertà anche economica. Ma Ricossa, che da troppo tempo ha scelto di non scrivere sui giornali, ci manca ugualmente: il suo stile è inimitabile. Per questo, ritengo molto utili le iniziative volte a fare conoscere i suoi scritti e, se ciò lo inducesse a riprendere a scrivere, sarebbe bellissimo.
Da Il Foglio, 10 marzo 2010
Hanno ragione gli islandesi a diffidare dei salvataggi statali
Le colpe dei banchieri non ricadano sui contribuenti. Almeno non lo faranno in Islanda, dove il 93 per cento dei cittadini ha votato contro la "tassa" da 12 mila euro a testa per salvare i crediti olandesi e britannici. Reykjavik aveva infatti deciso di soddisfare, con risorse pubbliche, le richieste di Londra e dell'Aia, le quali chiedevano garanzie per 3,9 miliardi di euro nei confronti della banca islandese Landsbanki, fallita nel 2008. Fondata nel 1885, Landsbanki è stata per oltre un secolo la più importante banca del paese, per il quale ha addirittura svolto (tra il 1927 e il 1961) le funzioni di banca centrale. Le successive riforme hanno portato alla sua privatizzazione, tra il 1998 e il 2003.
Travolta dall'esuberanza degli anni Duemila, non ha retto l'impatto della crisi e, il 7 ottobre 2008, è entrata in amministrazione controllata. Prima di allora, però, il suo successo era travolgente: con utili per 456 milioni di euro nel 2007 e un Roe dopo le tasse del 27 per cento, non aveva avuto problemi a piazzare i suoi prodotti - come il conto online Icesave - in patria e all'estero. Le operazioni estere sono cominciate proprio nel 2008, quando già gli scricchiolii cominciavano a farsi sentire.
Un investitore attento, insomma, avrebbe dovuto esitare. Ciò non impedì a trecentomila inglesi e centoventicinquemila olandesi di lasciarsi sedurre (ironicamente, nel Regno Unito Landsbanki promuoveva la sua "clear difference", in Olanda si presentava come "de transparante spaarbank"). Dopo il collasso, fu subito ovvia la sproporzione tra il debito esterno della banca e il pil islandese (12 miliardi di euro nel 2009, il 30 per cento in meno del 2008). Da qui, un lungo tira e molla politico, amplificato dal bullismo internazionale (Londra ha chiesto il congelamento degli asset britannici della banca in ossequio alle norme antiterrorismo), che è sfociato nel no referendario.
Sul piano legale, la battaglia è incerta: come membro dell'Area economica europea, Reykjavik è tenuta a garantire i primi 20 mila euro dei depositi, e non può discriminare tra creditori islandesi e stranieri. Sul primo punto, il governo sostiene che i conti aperti nelle filiali straniere non sono sotto la sua giurisdizione. Sulla seconda obiezione, dice che la discriminazione non riguarda la nazionalità dei correntisti, ma delle sussidiarie interessate.
Il referendum di sabato è, come sempre, una miscela tra diverse componenti: dall'aspirazione opportunistica a non sborsare quattrini fino al tradizionale euroscetticismo islandese. Ma fondamentalmente esprime l'avversione al bailout, dovuta forse alla percezione dell'inefficacia dei salvataggi altrove. La crisi ha diviso le persone in due categorie: quelle che condannano il fallimento di Lehman Brothers e chi pensa sia stata l'unica cosa giusta perché ne ha sanzionato l'irresponsabilità. In un mercato libero, nessuno dovrebbe essere "too big to fail": neppure una piccola banca islandese.
Da Il Foglio, 9 Marzo 2010
Quali aeroporti per il low-cost Alitalia?
Rocco Sabelli ha annunciato la nascita di un comparto low cost dell'Alitalia: «stiamo avviando la copertura con un prodotto ad hoc, con aerei di taglio più piccolo da 100 posti e un costo inferiore». La questione non è di poco conto, anche perché è imminente il varo di un nuovo piano aeroportuale nazionale (l'ultimo risale agli anni Novanta) e quella che è in gioco è la possibilità di avere un minimo di concorrenza in questo settore cruciale. C'è già una data di partenza: 28 marzo.
Bisogna partire da un dato elementare: e cioè che fino ad oggi abbiamo dovuto fare i conti con tariffe molto alte, servizi di qualità modesta e sprechi di denaro pubblico a ogni livello. Il "salvataggio" di Alitalia è costato un'enormità ai contribuenti, ma a quelle tasche continuano ad attingere tutti i politici locali che - in mancanza di meglio - si mettono in testa uno scolapiatti e si credono imprenditori, progettando nuovi aeroporti o difendendo l'esistenza di scali fallimentari. In poche parole, c'è una drammatica carenza di mercato in tutto il settore e ciò continua a produrre conseguenze drammatiche. Sul fatto che Sabelli abbia qualità, non si discute. Il bilancio 2009 ha chiuso con perdite operative di 270 milioni di euro ma già si assiste a notevoli miglioramenti, come evidenziava qualche settimana fa Andrea Giuricin su "Chicago-blog". La cura avviata dalla nuova gestione sta insomma producendo effetti, anche grazie ad alcune buone operazioni (come, ad esempio, un massiccio acquisto di carburante quando il barile erano scambiato a soli 35 dollari). E però importante che la nuova Alitalia giochi sempre più su un piano di parità con le altre imprese, italiane oppure no. In tal senso, la questione cruciale è quella degli slot (i diritti a volare da un aeroporto all'altro), a dispetto del fatto che, grazie a Dio, il monopolio aereo sul Milano-Roma è già oggi molto contestato da Trenitalia e il prossimo anno sulla medesima tratta si avrà anche la presenza della NTV di Montezemolo. C'è però da fare chiarezza egualmente su tutto il resto, perché difficilmente usciremo dalla situazione attuale (ripetiamolo: tariffe alte, servizi modesti, sprechi pubblici) senza un'apertura del mercato e il passaggio ad un quadro veramente concorrenziale. Per questo è cruciale che il nuovo piano non rappresenti una camicia di forza per gli aeroporti minori (da Bologna a Bari, da Genova a Trapani, da Pisa a Bergamo, ecc.), che finora sono cresciuti sfruttando il dinamismo di Ryanair e Easyjet. Tempo fa il ministro comunista Alessandro Bianchi, poi passato al Pd, aveva lanciato l'idea di una sostanziale decapitazione di tutti gli aeroporti secondari. Allora l'obiettivo era aiutare l'azienda di Stato: oggi il rischio è che si segua una strada magari in parte diversa, ma sempre allo scopo di favorire Alitalia. All'interno di tale quadro, la stessa proprietà degli aeroporti è un dato non secondario, perché vi sono situazioni (quella di Milano, in particolare) in cui i medesimi enti locali controllano più aeroporti che, in teoria, dovrebbero competere e si guardano bene dal farlo.
Non stupisce comunque che anche Alitalia voglia entrare nel settore del low-cost: e anzi la cosa può solo essere salutata positivamente dai consumatori. E probabile che l'azienda di Sabelli punti ad usare la propria posizione (non solo l'antica alleanza con Air France, ma soprattutto il fatto che i francesi sono oggi il primo azionista) per spostare su Parigi una parte rilevante del traffico internazionale. L'idea è che per andare da Genova oTrapani verso l'America o l'Asia si faccia insomma scalo nella capitale francese. Fin qui tutto bene. Ma è essenziale che l'arbitro agisca correttamente e che quindi si proceda rapidamente a far sì che tutte le compagnie rispondano alle stesse regole, introducendo una gestione trasparente e non discriminante degli slot. Il piano che il ministro Altero Matteoli, a quanto è dato di intendere, presto renderà noto dovrà insomma evitare di fare figli e figliastri. Sarebbe stato un grave errore quanto Alitalia era pubblica ed "italiana"; lo è evidentemente anche oggi, con un'azienda che è ormai in mani private e sempre più francesi.
Da Liberal, 6 Marzo 2010
L'Opera e Roma prima di tutti
La riforma riforma del Fondo Unico per lo Spettacolo (Fus) è in dirittura d'arrivo poiché il comitato ristretto della Camera ne ha appena licenziato il testo (un articolato di 20 pagine a stampa fitta). Merita di essere seguito con attenzione non per ragioni campanilistiche ma per le implicazioni che ha per Roma in quanto Capitale d'Italia. In sintesi, la riforma amplia la dotazione del Fus (del 50% nell'arco dei 12 mesi dal varo della norinativa che negli ultimi esercizi ha oscillato tra 500 e 350 milioni di euro circa) facendo ricorso a destinazioni specifiche (al Fus) di quote dei proventi dal lotto e dalle lotterie, delle entrate del sistema audiovisivo pubblico, dei fondi Ue e dei fondi della Arcus spa (la società pubblica per il potenziamento di beni ed attività culturali).
Chiarisce il ruolo di indirizzo di Regioni, Province e città metropolitane nell'operatività del Fus ed amplia la platea dei beneficiari, tramite, ad esempio, uno sportello per i giovani talenti e fondi perequativi per le aree dove lo spettacolo dal vivo è poco sviluppato.Questi i punti specifici di interesse:
a) In primo luogo, evitare la polverizzazione degli interventi. Un'analisi comparata dell'Istituto Bruno Leoni dimostra come tale approccio abbia diminuito l'efficacia e l'efficienza del Fus per tutti, beneficiari compresi.
b) In secondo luogo, tenere presente che circa un terzo dell'occupazione culturale italiana (stimata in mezzo milione) fa capo direttamente o indirettamente a Roma. Pur se non ci sono dati precisi, una proporzione importante è nello spettacolo dal vivo.
c) In terzo luogo, nella prospettiva delle Olimpiadi lo spettacolo dal vivo a Roma va potenziato non compresso. Ci sono numerosi studi economici in materia. Un esempio è eloquente: Pechino ha creato il Teatro dell'Opera occidentale (il magnifico National Center for Performing Arts) in occasione dei giochi.
d) In quarto luogo, la metà circa del Fus è destinata alla lirica, arte dal vivo "italianissima" che altrimenti sparirebbe il totale è inferiore a quanto il Governo federale austriaco destina ai 4 teatri d'opera di Vienna e al Festival di Salisburgo. Vanno fugate al più presto le voci secondo cui il Teatro dell'Opera di Roma verrebbe relegato "in seconda posizione" nelle categorie Fus. Lo stesso Sindaco, Presidente del Teatro, non ha mancato di sottolinearlo, il primo marzo, nel corso di un concerto a inviti in Campidoglio.
e) In quinto luogo, Roma è la sede di due grandi orchestre sinfoniche - quella dell'Accademia di Santa Cecilia (che ha appena compito 103 anni) e la giovane Orchestra Sinfonica di Roma, Osf (8 anni di vita ma già grandi successi internazionali e due serie fitte di abbonati). Alla prima il Fus destina circa 10-I1 milioni di euro l'anno, alla seconda 10 mila. Volendo incoraggiare i giovani talenti (e la partecipazione dei privati che tra biglietteria e sponsor finanziano il 99% dei 6 milioni di euro del budget Sfo), occorre forse riflettere su queste cifre.
Da Il Tempo, 8 Marzo 2010
Sarà un addio senza rimpianti Lo Stato ha pagato abbastanza
Ciò che è bene per la Fiat, è bene per l'Italia: questa volta potrebbe essere vero. Sergio Marchionne ha detto che il 21 aprile, assieme al piano industriale, si discuterà anche del possibile scorporo della divisione auto, per quotarla in Borsa. Il titolo a PiazzaAffari ha risposto positivamente. Resta da capire se questo "tormentone" (la definizione è dello stesso Marchionne) porterà a effettivi cambiamenti, o se non se ne farà nulla come è accaduto in passato, quando pure la voce aveva sospinto il valore dell'azione Fiat. Di certo, le conseguenze sarebbero enormi. Lo spin off dell'auto sarebbe un elemento di cesura tra quello che Fiat è oggi e quello che la Fiat è stata fino a ieri. Sarebbe un ulteriore allentamento dell'abbraccio della morte tra l'azienda e il paese, all'ombra del quale si sono consumate politiche industriali spericolate, generose erogazioni di sussidi, scontri tra proprietà e sindacati che però non prescindevano dal paradigma per cui la Fiat era patrimonio degli italiani (o, almeno, lo erano le sue passività). Sarebbe, in sostanza, un passaggio per riassorbire il patologico cortocircuito tra le sorti di un'impresa e quelle di una nazione. Le direttive comunitarie hanno fatto calare quel sipario. In questo senso, l'esperienza di Marchionne non va letta come lo sforzo titanico di un innovatore visionario, ma come il tentativo di un manager responsabile di sottrarre l'azienda a una fine che, in assenza di una seria ristrutturazione, sarebbe stata - e, in un certo momento, è davvero apparsa - inevitabile.
Completare la normalizzazione, allora, è nell'interesse della stessa Fiat. Finita la pacchia degli aiuti, nel mezzo di una fase complessa, l'azienda vuole le mani libere, non può permettersi di flirtare con la politica italiana, oltre che con la comunità economico-finanziaria. In soldoni: Fiat è, o aspira a essere, una multinazionale e non può accettare che i suoi bilanci siano messi a repentaglio dal tiramolla assistenziale su questo o quello stabilimento. Lo sganciamento dal sistema Italia, la recisione del cordone ombelicale tra Torino e Roma, è uno degli obiettivi di Marchionne, che pure conosce l'importanza del nesso identitario tra la compagnia e il suo paese, ma che sa cogliere la dimensione della sfida globale del rilancio di Chrysler. Un'avventura densa di paradossi: Marchionne ama dipingersi come uomo di mercato, ma per cambiare pelle alla Fiat gioca l'asso della crisi sul tavolo, tutto politico, dell'amministrazione americana; e manca di poco lo stesso obiettivo a Berlino, nella vicenda Opel. Inoltre, almeno parte dei recenti successi della Fiat (prima della recessione) non sono farina del suo sacco, ma eredità di chi l'ha preceduto.
Eppure, è vero che Marchionne ha portato al Lingotto un vento nuovo, ed è vero, come ha scritto Marco Ferrante nella sua biografia, che l'operazione Chrysler (e tutto quello che ne consegue) rappresenta una "occasione di pacificazione tra la Fiat e il suo paese". Potrebbe, cioè, essere sul serio la volta che i destini dell'una si sganciano da quelli dell'altro, facendo sì che ciascuno possa perseguire i propri interessi, senza necessariamente trovare una sintesi. La scommessa, insomma, è di rompere il triangolo tra famiglia Agnelli, Fiat e Palazzo romano, mettendo finalmente il gruppo nella condizione di prosperare o fallire secondo capacità, anziché mendicare - come troppo spesso ha fatto in un passato che forse è finito, ma che è difficile dimenticare - secondo necessità.
Da Libero Mercato, 4 Marzo 2010
Lo stato esternalizzatore
Fiato sospeso fino a domani, per Telecom Italia e Fastweb. Il giudice per le indagini preliminari di Roma si è riservato di decidere se dare il via al commissariamento, come vorrebbero i pubblici ministeri, oppure concedere il rinvio, assecondando le richieste delle società. Il fatto che, in fase cautelare, si possa parlare di commissariamento (con eventuali conseguenze drammatiche sull'operatività di Telecom Italia Sparkle e Fastweb) rende probabilmente l'Italia un caso unico al mondo. Ma questa è solo una delle perversioni della 231, la norma che attribuisce anche alle aziende le responsabilità penali dei loro dirigenti rispetto a un lunghissimo elenco di reati, tra cui l'infibulazione femminile e la fabbricazione e lo spaccio di monete false.
Da qui l'esigenza, per le aziende, di sapere tutto di tutti i loro dipendenti, collaboratori e perfino controparti. In questo, la 231 tradisce il principio per cui la responsabilità penale è personale: e, con esso, l'intera tradizione giuridica occidentale. Si apre così una faglia tra due opposte concezioni del diritto che sarebbe riduttivo, ancorché desolante, rinvenire solo in questa norma.
Infatti, la 231 del 2001 è la tessera di un puzzle più ampio. Da un lato, vi è chi ritiene che l'essenza dello stato stia appunto nel suo diritto e dovere di garantire la sicurezza e amministrare la giustizia: ossia, proteggere i diritti degli individui. Anche di fronte all'allargamento dello spazio politico che si è verificato nell'arco del Ventesimo secolo, tradizionalmente lo stato definiva i paletti entro cui poteva esplicarsi la libertà individuale, personale e d'impresa, e si occupava in prima persona del monitoraggio e dell'enforcement delle leggi. Negli ultimi anni, però, i governi hanno preso a imporre servitù di ogni genere a soggetti privati.
L'esempio più banale è quello del sostituto d'imposta: i datori di lavoro vengono trasformati in esattori delle tasse. La medesima logica ha finito per esondare, al punto che oggi virtualmente ogni impresa è, come ha scritto provocatoriamente Franco Debenedetti, "sostituto di legittimità". La lista è pressoché infinita: dall'obbligo per gli alberghi di raccogliere e conservare i dati sui clienti, alla recente norma sulla gratuità dei servizi per le procure che le compagnie telefoniche sono obbligate a rendere alle autorità giudiziarie (tra l'altro, seguendo un set di criteri tecnici fissati da queste ultime che contraddice quello del Garante per la privacy).
Ugualmente stupefacenti sono i requisiti delle norme antiriciclaggio. La cosiddetta "adeguata verifica della clientela", imposta agli intermediari finanziari, può richiedere di acquisire informazioni sulla busta paga dei lavoratori dipendenti, l'attività dei genitori di clienti giovani, o del coniuge di una casalinga, le mansioni svolte da un pensionato in attività lavorativa, e ogni tipo di informazione sui soci nelle società di capitali. Indagini, e questo è fondamentale, che non rispondono alla legittima volontà di conoscenza degli intermediari, ma sono una corvée per conto dello stato.
In fondo, la stessa condanna di Google per la pubblicazione di un video coi maltrattamenti a un disabile ricade in questa categoria, se il suo presupposto (che il provider debba verificare i contenuti caricati dagli utenti) sarà inglobato nel sistema giuridico. Un ultimo esempio è quello della Robin Tax, l'addizionale Irpef voluta dal ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, per colpire i presunti "extraprofitti" di "petrolieri, banche e assicurazioni", ma che in realtà è, secondo molti osservatori, uno strumento per trasformare questi gruppi di grandi dimensioni e facilmente controllabili in altrettanti sceriffi di Nottingham.
In sostanza, grazie a una serie di norme, di cui la 231 è una delle più clamorose, i pubblici poteri mantengono un piede in ogni anfratto competitivo, a dispetto della politica, per quanto parziale, di liberalizzazioni e privatizzazioni degli anni Novanta. Trova così nuova giustificazione, o comunque è consentito e ammesso dall'ordinamento, un massiccio - e solo apparentemente eccezionale - intervento politico nell'economia. La situazione paradossale è quella di una confusione tra diritti e doveri del pubblico e del privato: l'uno può mettere, discrezionalmente, le mani nelle aziende, indirizzandone scelte puntuali o direttive strategiche; l'altro deve prestare gratuitamente i propri servigi. Sicché viene meno il presupposto stesso della tassazione: paghiamo le imposte perché lo stato svolga determinate attività. Ma poi, almeno una parte di queste attività viene rovesciata sul mercato, a sue (nostre) spese.
Tutto ciò ha un triplice costo sociale. Da un lato, appunto, determina un esborso a carico delle aziende, che con tutta probabilità verrà poi ribaltato sui clienti, o andrà a scapito degli azionisti, e dunque costituisce un balzello occulto. Secondariamente, le aziende vengono caricate di responsabilità che non hanno alcuna attinenza con la loro ragione sociale, e possono essere perseguite oltre ogni ragionevole buonsenso se non obbediscono a un sovrano bizzoso e volubile. Da ultimo, viene inevitabilmente ferita la privacy dei cittadini, i quali vedono la loro vita messa a nudo non perché questo possa servire, o perché vi sia un "valore" nella conoscenza di determinati particolari, ma solo perché tutti siamo vittime dell'inarrestabile deriva che ci rende banche dati viventi al servizio dello stato. Obbligati a sbirciare nel buco dell'altrui serratura, casomai fossimo poi costretti al gossip di stato.
Da Il Foglio, 3 marzo 2010
Così si mette ko l'intellettuale di sinistra
Esce nei prossimi giorni una nuova edizione di Straborghese (Istituto Bruno Leoni, pagg. 182, curo 20) il pamphlet di Sergio Ricossa edito per la prima volta nel 1980, qui accompagnato da un'ampia prefazione di Alberto Mingardi. Trattasi di una appassionata difesa della borghesia, scritta con grande umorismo e sorretta da uno stile brillante (che ricorda talvolta Tom Wolfe). Il borghese ama la fatica e accetta l'incertezza; la sua morale si fonda «sulla responsabilità individuale, sulla colpa individuale, e sulla punizione individuale». Per questo imputa a se stesso il proprio fallimento, non sente l'invidia, «non vuole ricevere senza dare, dare senza ricevere. Egli scambia». Per gentile concessione dell'editore pubblichiamo uno stralcio del capitolo intitolato Quel che il borghese deve sapere sugli intellettuali di «sinistra».
Riconoscere un tipico intellettuale di «sinistra» non costa alcuna fatica, perché egli si proclama tale ai quattro venti e fa lega solo con chi si proclama tale. Ogni altro intellettuale è per lui un essere inferiore, anzi, non è un intellettuale affatto: è un «servo dei padroni» o peggio. Benché facciano mazzo fra loro, gli intellettuali di «sinistra» non mostrano di amarsi. Si premiano a vicenda, ma è un do ut des, solo uno scambio di decorazioni nobiliari: «Dammi la gran croce del merito sociale, e ti darò il collare dell'ordine della giustizia egualitaria». Questo poi non impedisce loro di insultarsi. Così pure i nobili si sfidavano continuamente a duello; però rifiutavano di battersi con un plebeo, lo ritenevano indecoroso, e similmente gli intellettuali di «sinistra» non scendono a singolar tenzone con un uomo bollato di «destra».
Essi sembrano amare praticamente nessuno se non il proprio io, alla Narciso (fors'anche un po' alla borghese?). Amano il popolo come astrazione, lo detestano probabilmente come insieme di persone vive, e cioè rumorose, sudate, invadenti, volgari. Il popolo vivo sembra sopportabile solo se lo si guarda dall'alto di un palco ben isolato ed elevato. Irreggimentare il popolo, metterlo in fila, comandarlo, tutelarlo anche, ma come si tutelano i minori, finalmente farsi applaudire dal popolo: ecco le seduzioni di chi sta a «sinistra». Seduzioni a cui è tanto più difficile resistere quanto più gl'intellettuali hanno origini lontane dal popolo. In tal caso, ci si può interessare al popolo come un socio della società perla protezione degli animali può interessarsi agli animali: con intensità e distacco. Il borghese generalmente non può: è ancora nel popolo o ne è appena «emerso» e non lo rinnega. Il populismo dell'intellettuale di «sinistra» non è segno di origine popolare, è segno del contrario.
Ben inteso, anche a «sinistra» c'è chi resiste a quelle seduzioni. Per quanto gl'intellettuali di «sinistra» si compiacciano di erigersi a circolo omogeneo ed esclusivo («unitario»), per quanto si sforzino di somigliare a quei teologi che Huygens paragonava ai porci in quanto «se tiri la coda a uno, gridano tutti», il borghese, a costo di scontentarli, deve distinguerli e separarli a uno a uno. Al solito, così facendo scoprirà, in mezzo a tanti collettivisti, qualche borghese autentico, che non sa di esserlo o lo sa anche troppo e lo nasconde. Fra chi inveisce contro la borghesia, scoprirà i sinceri e i truffaldini, i saputi e gl'ignoranti. Quel che mai il borghese deve concedere è che essi, gli intellettuali di «sinistra», abbiano più autorità morale o scientifica o di qualunque altro genere per discutere di giustizia, democrazia, elevazione degli umili, progresso sociale, libertà. Non ce l'hanno soprattutto quando pretendono di averla e peccano di orgoglio o ipocrisia.
Gli intellettuali di «sinistra», questo sì, hanno messo a punto un loro linguaggio speciale, oscuro e suggestivo, per sentenziare su quei temi. Il «sinistrese» ne è la riduzione a gergo corrotto e ridicolo. Ma nelle forme superiori, il linguaggio di «sinistra» è uno strumento pericolosamente, subdolamente efficace. Grazie a ciò, ci volle più di un secolo, ci vollero molti lutti, per accorgersi che quasi tutta l'economia di Marx è un mero gioco di parole: più che un castello di carte, un castello di schede da vocabolario. I più perspicaci lo notarono fin dal principio, e tuttavia manchiamo oggi ancora di un metodo completo per demistificare qualunque verbosità del genere. Abbiamo delle note sparse qua e là, per esempio nei Sistemi socialisti del borghese Vilfredo Pareto, il massimo economista italiano, dove si smascherano regole «sinistre». «Impiegare a favore della propria tesi solo termini associati a una idea di approvazione». Le associazioni di idee valgono più delle deduzioni logiche. «Le definizioni più oscure sono le migliori. Esse sembrano estremamente profonde, e molti credono di vedervi cose meravigliose, che non esistono se non nella loro immaginazione. È semplicemente un caso di autosuggestione e allucinazione». I termini astratti sono preferibili a quelli concreti: i primi ammettono la perfezione, i secondi no. Le contraddizioni sono lecite in nome della dialettica. Il modo migliore per non essere smentiti è affermare quanto non può essere sotto posto a verifica. L'insensato, ciò che manca di significato, è una delle cose più inoppugnabili dell'intellettualità.
Naturalmente, l'arte di imbrogliare con le parole è antichissima e onorata dall'umanità in generale. Invero, non c'è ragione per non ammirare i grandi artisti in qualunque campo, purché non si spaccino per grandi scienziati, grandi filosofi. I trucchi retorici dei sofisti dilettavano i greci purché fossero onesti e dichiarati o sottintesi, innocenti come quelli degli illusionisti o prestigiatori a teatro. Protagora chiedeva ai suoi allievi di pronunciare l'elogio di una cosa qualsiasi e immediatamente dopo la denigrazione della stessa: insegnava perciò a vaccinarsi con tro la credulità, la seduzione verbale tanto simile alla seduzione musicale, ma assai più rischiosa. Oggi dobbiamo temere che l'arte si applichi a fini scorretti, e che non si osi denunciarla perché è una grande arte.
Pareto cita alcuni brani di Hegel come questo: «Lo Stato è realtà dell'Idea morale, lo spirito morale in quanto volontà sostanziale, apparente, chiara a se stessa, che si pensa e si sa, e che compie ciò ch'essa sa, nella misura in cui lo sa». Pareto è Pareto e non teme di dire: «Tutto ciò è incomprensibile e somiglia alle allucinazioni di un sogno». Ma innumerevoli altri non hanno questo coraggio, altri ancora trovano conveniente per sé imitare lo stile hegeliano, che nel frattempo è divenuto lo stile universale di chi vuole passar per colto al minimo costo. Non solo per suo mezzo si spaccia qualunque idea: di più, si fa «cultura» senza idee. Basta imparare a memoria l'apposita lingua intellettuale, e farla suonare, ciò che è alla portata di tutti, diversamente dalla genialità o anche solo dall'intelligenza. «Il cretino di sinistra ha una spiccata tendenza verso tutto ciò che è difficile. Crede che la difficoltà sia profondità» (Sciascia). Il non cretino di «sinistra» ama farlo credere, e ci guadagna. Come tutti i dogmatici, ama la cavillatio.
Il borghese, che voglia difendersi o meglio attaccare, farà bene a lasciare agli avversari l'arte del bla-bla-bla. Non è arte per lui. Nel carattere borghese c'è un gusto insopprimibile per la concretezza, che è poi quanto gli fa prendere sul serio l'individuo (la realtà) e non il collettivo (l'astrazione). Appunto, eserciti questo gusto e non prenda sul serio la logorrea degli intellettuali di «sinistra», non se ne lasci invischiare. Ne rida, la collezioni negli stupidari, quando ne incontra un campione ragguardevole. La studi col solo scopo di esprimersi nello stile opposto il più possibile. Miri alla chiarezza, e le sacrifichi i fronzoli; miri alla semplicità, a costo della semplificazione. Segua la lingua di Machiavelli, che della sua opera diceva: «Io non l'ho ornata né ripiena di clausule ample, e di parole ampullose e magnifiche, e di qualunque altro lenocinio o ornamento estrinseco, con li quali molti sogliono le loro cose descrivere e ornare; perché io ho voluto o che veruna cosa la onori, o che solamente la varietà della materia e la gravità del subietto la facci grata».
Da Il Giornale, 2 marzo 2010
Aig, telecomunicazioni e manager
Per Massimo Mucchetti, una «complicità perversa» fra azionisti e manager lega vicende quali lo «scandalo delle telecomunicazioni» e il quasi fallimento di Aig («Le difese abbassate delle aziende e la lezione americana dell'Aig», Corriere della Sera dei 26 febbraio). Secondo Mucchetti, lo shortermismo (l'attenzione spasmodica al breve termine) «droga» il management, che oltrepassa i limiti. Forse proprio il caso di Aig suggerisce un'altra lettura. La clamorosa sottostima dei rischio da parte di questo assicuratore, e pertanto il fatto che non si fosse attrezzato con il capitale necessario a sostenerlo, segnala come vi fosse molto «conformismo» (group thinking) all'interno di questa impresa. La modellistica utilizzata per il calcolo del rischio e dei suo «pricing» era probabilmente inadeguata a stimare gli effetti di condizioni eccezionali. Furono commessi molti errori. Basta l'«ansia da prestazione» a spiegarli? Un mondo complesso è difficile da leggere per tutti. Cresce nelle aziende la divisione del lavoro interna, gli amministratori delegati debbono fidarsi degli organi di valutazione, anche volendo non possono conoscere al millimetro ciò che avviene nei loro uffici. Se pensiamo alle telecomunicazioni, le stesse controparti, svelatesi oggi come criminose, è improbabile si presentassero con la coppola calata sugli occhi e la lupara a tracolla. In una cosa, il caso delle telecomunicazioni e quello di Aig sono simili: nella complessità che può assumere la valutazione dei rischio di controparte al moltiplicarsi e all'intrecciarsi della catena. Emerge un forte deficit di informazione: cui fanno sempre più fatica ad accedere le imprese, i regolatori, in tutta evidenza persino gli inquirenti.
Se il problema è come venire a patti con l'incertezza, noi sappiamo cosa funziona spesso male e cosa non funziona affatto. Non funzionano affatto la costrizione, la normazione certosina, lo Stato che sceglie i manager. La contendibilità delle imprese, il mercato dei capitali come «giudice» dei manager, la concorrenza, generano esiti spesso imperfetti. Ma per produrre informazione, per orientarci nella complessità, sono gli unici strumenti che abbiamo.
Alberto Mingardi Direttore generale Istituto Bruno Leoni
Da Corriere della Sera, 2 marzo 2010
Mingardi se la prendo con feticci (lo Stato che sceglie i manager, la pianificazione...) che nessuno adora più da tempo e nulla dice del perché un'intera classe di manager e azionisti eccellenti (Aig è un esempio tra i tanti) non si è interrogata sugli enormi rischi impliciti in certi esaltanti ritorni sul capitale che il capitalismo finanziario ha perseguito. Non è questione di coppole, ma dell'evidente peso di certi clienti e di certe pratiche sul fatturato e sui margini delle imprese. Che fosse disattenzione interessata, tanto poi pagano i soci di minoranza, i creditori e, se non basta, i contribuenti? (m. mucch.)
Il rosso di Fannie Mae spaventa Geithner
Fannie Mae, il colosso dei mutui americani, ha di nuovo fame di denaro. Sono 15,3 i milioni di dollari che l'agenzia governativa statunitense sta cercando di ottenere da Tesoro e Federai Reserve. Ma bisogna conteggiare anche gli 1,2 miliardi di dollari di dividendi staccati al Tesoro, possessore di azioni privilegiate. E ora i debiti complessivi di Fannie superano i 120 miliardi. Non poco per la società che con Freddie Mac gestisce il 68 per cento dei mutui negli Stati Uniti. Il rischio è quello di un nuovo salvataggio delle due società.
La spirale endemica di insolvenze sui mutui subprime ha reso più complicata la vita della Government sponsored enterprise (agenzia governativa) di Washington. Ora il suo debito si attesta intorno a quota 120 miliardi e la linea di credito governativa aperta nel 2008 raggiunge i 76,2 miliardi di dollari. Peccato che, come ha ricordato alcuni giorni fa Vittorio Carlini sul Sole 24 Ore, a marzo scadano i programmi federali per l'acquisto di cartolarizzazioni a rischio d'insolvenza. Piani che hanno messo garanzie per 1,25 trilioni di dollari sui toxic asset delle due sorelle dei mutui. La risposta di Wall Street alla pubblicazione dei dati di Fannie è stata negativa. Il titolo ha chiuso a 0,99 dollari nella giornata di venerdì. Nel dicembre del 2000, era vicino a 88 dollari per azione.
Ora anche il segretario del Tesoro Timothy Geithner si domanda cosa fare. Da una parte ci sono le malversazioni di Fannie Mae e Freddie Mac, dall'altra un vincolo di bilancio statale che ogni giorno viene modificato al rialzo. Il Tesoro attualmente detiene quasi l'80 per cento delle azioni di Fannie e deve fronteggiare una società che nel 2009 ha perso 74,4 miliardi di dollari, contro i 59,8 bruciati nel corso del 2008. I vertici dell'agenzia dicono che «i risultati negativi riflettono l'incapacità del mercato immobiliare a rimbalzare positivamente». Intanto però Freddie Mac ha ridotto il proprio rosso di bilancio nel 2009, attestandosi a 21,6 miliardi di dollari contro la perdita di 50,1 miliardi del 2008. Ma l'impressione è un'altra. Secondo molti si sta verificando una nuova bolla, questa volta basata sui debiti familiari.
Con Freddie Mac, Fannie Mae controlla gran parte dell'enorme mercato dei mutui immobiliari americani. Un mercato che vale oltre 5 trilioni di dollari e che, nonostante la crisi di settore, sta crescendo ancora. Nel solo 2009, la quantità di finanziamenti erogati da Fannie e Freddie è stata pari al 75 per cento dell'intero mercato. La propensione al risparmio degli statunitensi è migliorata rispetto allo scoppio della bolla subprime, ma l'indebitamento netto medio è di circa 99,5 per cento del Pil, secondo i dati del Fondo monetario internazionale. Meno che nel Regno Unito, dove il rapporto è del 110,2 per cento, ma comunque oltre i livelli d'attenzione. Del resto, pochi giorni fa è stato approvato il Credit CardAccountability, Responsibility and Disclosure Act, che di fatto disciplina in modo più stringente il mercato delle carte di credito. «Un bizzarro tentativo di regolamentare il settore dopo un ventennio di vacche grasse», lo ha definito Andrew Ross Sorkin, giornalista del New York Times.
In un recente paper dell'Istituto Bruno Leoni, firmato da Arnold Kling, economista membro del Financial Markets Working Group del Mercatus Center, si spiega quali potrebbero essere le soluzioni per evitare ulteriori criticità nella cartolarizzazione dei mutui. Secondo Kling, già economista proprio di Freddie Mac alla fine degli anni Ottanta, c'è solo una via da seguire. «È necessario tornare al sistema di finanziamento dell'edilizia abitativa precedente all'avvento del metodo della cartolarizzazione, in cui gli istituti di deposito avevano la responsabilità di gestire sia il rischio di credito, sia il rischio di tasso di tutti i mutui». Ora invece questo meccanismo di gestione non c'è più. Di fatto, la metodologia proposta da Kling è quella delle Savings & Loans, le casse di risparmio Usa colpite dall'altra grande crisi immobiliare americana a cavallo fra anni Ottanta e Novanta.
Una nuova ondata di crisi? Se così fosse, lo scenario che si prospetta per gli Stati Uniti è quello di un ciclo economico a W, lo stesso identificato dall'economista Nouriel Roubini molti mesi fa. Non dovrebbe quindi trarre in inganno il rimbalzo del Pil americano nel quarto trimestre 2009, +5,9 per cento, perchè osservando i principali dati macroeconomici emerge un quadro ancora nebuloso. Le richieste dei sussidi di disoccupazione non diminuiscono, il mercato immobiliare ristagna e il sistema bancario è ancora troppo debole per garantire un adeguato livello di investimenti alle imprese. Del resto, anche il presidente della Fed, Ben Bemanke, è stato cauto sul rialzo dei tassi di sconto appena concordati: «L'economia statunitense è fragile, gli stimoli monetari saranno mantenuti ancora a lungo».
Da Il Riformista, 28 Febbraio 2010
Babyboomers, i dissipatori
Ci hanno rubato il futuro. Per David Willetts, i baby boomers (i nati fra il 1945 e il 1965) hanno vissuto solo per l'oggi. Per questo lasciano un sistema previdenziale allo sfascio, e in generale una società dove per i giovani è difficile farsi strada.
Il fenomeno dei "bamboccioni" è assieme la conseguenza dell'incapacità di interpretare in modo forte il ruolo genitoriale, del ritrovarsi spaesati dalla parte dell'autorità, e di condizioni economiche oggettive. La crisi è stata dura coi giovani, ha scritto Brian Groom sul Financial Times, e almeno in alcuni Paesi dell'Europa continentale un mercato del lavoro asserragliato ai difesa degli "insider" risulta impenetrabile agli "outsider". La bestia del debito pubblico non è stata domata. E le ombre più lunghe sui prossimi anni sono gettate dalla situazione in cui versa il sistema educativo. Non è un problema solo nostro: un bambino su tre, in Inghilterra, pensa che il bacon venga dalle pecore.
Un sistema scolastico solido, ha ricordato Francis Beckett sul New Statesman, è stato il grande vantaggio della generazione nata dopo la guerra. Ha fatto la differenza, permettendo a chiunque di ritarare le proprie ambizioni. I figli non hanno più fatto il mestiere dei padri. Il futuro era un'autostrada. Proprio l'egualitarismo arrabbiato di quella stessa generazione, però, l'ha indebolito e azzoppato. Questo dibattito così strettamente "generazionale" si è aperto in Gran Bretagna grazie al libro di Willets (un baby boomer), "The Pinch: How the Baby Boomers Stole Their Children's Future".
Si tratta di un saggio controverso, che mette assieme cose diverse, dinamiche sociali e scelte politiche, configurandosi come un vero e proprio processo a una generazione. L'accusa può essere riassunta così: i baby boomers hanno svuotato le istituzioni sociali, facendo lievitare quelle pubbliche. Dal Welfare State hanno preso più di quanto abbiano dato. Il risultato è un presente di debito e un futuro di tasse per chi viene dopo.
E' un po' paradossale che queste siano le somme tirate dopo trent'anni di una prosperità senza precedenti E' che la generazione dei baby-boomers ha avuto due facce. Da una parte c'è un caravanserraglio di cose, dalla minigonna al telefonino, che hanno segnato in positivo l'ultimo secolo. La società ha riscoperto il privato. La libertà al singolare, la libertà dall'architettura sociale e dal potere costituito, s'è risvegliata e ha preso a correre sempre più veloce. I baby boomers sono una delle poche generazioni della storia che sia riuscita a tenere il passo delle sue ambizioni. Pensate a Steve Jobs, nato il 24 febbraio 1955, alle immagini sempre più rare di questo signore segaligno fasciato nel suo maglione a collo alto.
Guardatelo che cattura gli sguardi sul palco di una convention Apple, i jeans portati con studiata trasandatezza, la barba di due giorni, gli occhi che lampeggiano di ambizione e di entusiasmo. E' un uomo che è stato costretto a crescere alla scuola della delusione. S'è visto sgusciar via di mano le migliori delle sue intuizioni. Ha capito di non essere stato capace d'interpretare, sul piano commerciale e non su quello tecnologico, l'informatizzazione di massa. E' stato estromesso a trent'anni dall'impresa che aveva fondato a ventuno. Ha fatto davvero una pila delle sue vittorie e se le è rischiate in un sol colpo a testa o croce. E avendole perse, se le ha riconquistate per mille. Ha perfezionato con entusiasmo sovrumano le sue intuizioni. E' riuscito ad essere grande essendo compiutamente se stesso.
I nodi, coi baby boomers, vengono al pettine quando ci si sposta dal privato verso il pubblico. Questa generazione straordinaria col proprio, è stata straordinariamente disastrosa con l'altrui. Un dato di contesto: David Willetts cerca di mantenere viva una fiammella conservatrice in un Partito che, con David Cameron, si è repentinamente aggiornato alla società dell'immagine. La sua analisi trova sfogo allora in una soluzione passepartout, la "solidarietà intergenerazionale". "Una delle cose che rende la vita degna di essere vissuta è che davvero vogliamo tutti lasciare alla prossima generazione un mondo che valga quanto quello che abbiamo avuto noi, se non di più".
Tragico davvero è il rovescio della medaglia. Cioè che oggi, in stridente contrasto coi nostri padri e coi nostri nonni, noi siamo sostanzialmente convinti che erediteremo un mondo peggiore. I baby boomers hanno spolpato la mela a gran velocità, ignorando le conseguenze? Sicuramente non hanno saputo proiettare la loro creatività sulla pubblica scena. Hanno ignorato, o finto d'ignorare, che la libertà dei singoli, quella che ne ha colorato la vita nel privato e nell'impresa, ha bisogno di presidi politici saldi. L'orizzonte delle loro idee, non su come vanno fatti i telefonini: ma su come dev'essere organizzata la società, si è fermato nel tempo, alla loro giovinezza. I pochi leader che hanno prodotto, Tony Blair per esempio, si sono consumati nell'abiura di ciò che erano stati. Gettate al vento, per amor di carriera, le ambizioni rivoluzionarie dei vent'anni, si sono lasciati permeare dal pragmatismo. Non hanno cambiato idea. Hanno rifiutato le idee.
Il grande periodo di prosperità alle nostre spalle è figlio, in senso tecnico: figlie loro sono le innovazioni e le aziende, dei baby boomers. Ma si è aperto nel segno di due figure, probabilmente gli ultimi veri leader che il nostro pezzo di mondo abbia avuto, che venivano dalla generazione prima. Margaret Thatcher è nata nel 1925, Ronald Reagan nel 1911. Sono loro che con caparbietà e dedizione e fatica hanno liberato le energie vive del nostro mondo. Quello che viene dopo, non è un pensiero. La sinistra post-thatcheriana fa pace col mercato per pura convenienza. La destra post-thatcheriana è magmatica, inconcludente. La generazione dei baby boomers è quella con cui franano le classi dirigenti, ovunque in Occidente. Figure appannate come John Mayor, o George Bush. Leader di cartone come Barack Obama.
Le menti migliori non sono al governo, e se mai lo fossero state l'impresa se le sarebbe portate via. Lo diceva Reagan. Ma forse a mancare non sono stati i neuroni. E' mancata la cultura della responsabilità. E' mancato il coraggio della libertà. E' mancata la voglia di inventarsi una visione del mondo. In questo, una generazione straordinariamente creativa si è rivelata misera e inconcludente. Ha gonfiato lo Stato e sgonfiato la società, ma senza un progetto. Era facile la cosa più facile da fare, e tanto bastava.
Da Il Sole 24 Ore, 28 febbraio 2010
Adriano Olivetti, l'impresa di sposare capitale e famiglia
Cinquant'anni fa moriva Adriano Olivetti, protagonista dell'industria italiana del dopoguerra e imprenditore che ha anticipato varie tendenze, incamminandosi lungo sentieri che altri dopo di lui ripercorreranno: nella cultura come nella politica.
Figlio di un piccolo industriale di Ivrea, Olivetti ereditò dal padre un umanitarismo socialista su cui innestò quei principi di un cristianesimo rigorista che venivano a lui dalla madre, appartenente alla comunità valdese. Da questa peculiare situazione familiare egli trasse quel suo essere un capitalista atipico: «l'imprenditore rosso», per usare le velenose parole di Angelo Costa. In realtà, egli non fu affatto comunista, semmai un figlio del suo tempo: e questo a dispetto del suo voler essere controcorrente. Un'opera riformatrice come la sua (orientata a cambiare l'industria e la società) sarebbe stata impensabile fuori di quel contesto storico che vedeva l'Italia protagonista di un boom eccezionale. Nel quindicennio successivo alla seconda guerra mondiale egli riuscì a conseguire notevoli profitti pur in presenza di una politica aziendale del tutto particolare. Nei suoi schemi, infatti, l'obiettivo di costruire una grande impresa si fondeva con il progetto di dar vita a relazioni industriali che superassero ogni contrapposizione tra capitale e lavoro.
Alla Olivetti gli stipendi erano più alti che nelle altre fabbriche del settore, e oltre a ciò i dipendenti potevano contare su assistenza medica, asili nido, abitazioni, permessi retribuiti in caso dimaternità. Per giunta, l'azienda cercava di realizzare un diverso rapporto fra imprenditore e operai, fra azienda e città, all'insegna di una cooperazione che portasse a interagire per il bene comune. I capannoni in cui si producevano macchine per scrivere divennero crogiuoli di valori e idee che attirarono alcuni tra i maggiori artisti e intellettuali, spesso di sinistra: Moravia, Pampaloni, Bigiaretti, Pasolini, Volponi... Per certi aspetti Olivetti ha rappresentato l'esatto contrario del tipico imprenditore del dopoguerra: l'ex-operaio che si era fatto da sé e conosceva solo la legge della fatica. Fu invece persona colta e curiosa, consapevole che la conoscenzapuò produrre ricchezza e che nelle relazioni interpersonali c'è un valore che non ded essere ignorato neppure da chi deve accumulare profitti.
Dopo la morte, anche senza riferirsi espressamente a lui la classe imprenditoriale italiana ha guardato a più riprese alla sua lezione come a un modello, provando in vari modi a copiare quel suo modo di concepire la fabbrica, integrarsi nel contesto cittadino, motivare i collaboratori, unire efficienza ebellezza. Psicologi, architetti e sociologi cominceranno a essere presenti trai collaboratori dei dirigenti d'impresa. Nonostante ciò, nel pur generoso progetto olivettiano c'è qualcosa che oggi appare remoto, figlio di un tempo che non c'è più. Basti pensare alla relazione tra la Olivetti e la città di Ivrea, di cui nel 1956 l'imprenditore diventerà addirittura sindaco. Questo rapporto simbiotico tra il lavoro e la vita, in cui la seconda è quasi totalmente assorbita dal primo (e che si ritrova nel marxismo come nell'industrialismo), inragione del quale l'azienda si faceva una sorta di grande famiglia, oggi non è più ammissibile: soprattutto perché nessuno è interessato ad attribuire un ruolo di questo tipo alla produzione. In fondo, anche quanti hanno continuato a cantare le lodi dell'esperienza olivettiana hanno più volte sottolineato come in quella visione all'azienda veniva affidata una missione non solo economica, ma anche morale e civile. Al punto che essa finiva per rappresentare il centro della stessa polis e il luogo in cui prendeva forma una comunità solidale.
C'è insomma, in Olivetti, qualcosa che lo rende irrimediabilmente figlio del Novecento e delle sue controversie. In fondo, le stesse nozioni di «capitale» e «lavoro» appaiono ormai del tutto astratte, e questo fa sì che Olivetti appartenga a un'epoca ormai conclusa. Non soltanto i suoi sogni sono lontani, ma per noi è improponibile quell'enfasi su relazioni che, da tempo, siamo abituati a vivere in maniera assai più «laica» e disincantata. E probabilmente è bene che sia così.
Da Il Giornale, 28 febbraio 2010
Ne abbiamo parlato, adesso è arrivato. Il declino
Manca un mese alle elezioni regionali, e quello che avverrà di qui ad allora avrà conseguenze profonde sul “dopo”. Questi benedetti tre anni senza elezioni politiche si annuncerebbero, in linea di principio, come un periodo propizio per fare le riforme. La sospirata tranquillità, che dovrebbe consentire al governo di giocare tutte le sue carte.
Ho paura che non andrà così. Pensando male e facendo peccato, la nouvelle vague giudiziaria potrebbe condizionare l’esito elettorale. Spostando paradossalmente più voti al Nord, dove esiste un elettorato d’opinione e mobile, che al Sud. Più si alza il volume sulle vicende giudiziarie, dunque, e più acquisisce forza e consensi la Lega - dal momento che in Lombardia o in Veneto il Pd non ha un’offerta politica competitiva con quella del centro-destra. In alcune Regioni-chiave (la Campania e la Puglia), il centro-sinistra ha candidati oggettivamente più forti e può riaffermarsi. A urne aperte, la vittoria elettorale sarà contesa fra destra e sinistra. Il Pdl, che avrà acquisito comunque qualche governatore in più, proclamerà il proprio successo. Ma siccome il Pd avrà rimontato rispetto alle Europee, anch’esso canterà vittoria.
Il capo di governo si mantiene defilato, in questa competizione, secondo alcuni con l’obiettivo di “dare una lezione” al partito. Questa scelta la potrebbe pagare cara. I leghisti non sono “pretoriani di Berlusconi” ma una forza politica spregiudicata. Aumenterà il loro potere di veto. Il Pdl, al contrario, rischia la balcanizzazione fra le correnti coagulatesi attorno ai suoi pochi esponenti di spicco. I finiani alzeranno la voce - il che andrebbe benissimo, se pungolassero il governo a fare le necessarie riforme economiche, auspicate per “tornare a crescere” proprio dal Presidente della Camera, ieri, in occasione del seminario di “Libertiamo”, l’enclave dei liberisti del Pdl presieduta da Benedetto Della Vedova. Però la politica segue altre logiche, ed è improbabile che la “guerriglia” attorno al Pdl arrivi ad esiti virtuosi.
Il dopo-Berlusconi è ormai come un film porno: tutti lo guardano, ma nessuno ne parla. Il fatto che non ci sia una sfida aperta, che tutti siano consapevoli delle ambizioni degli altri ma non si possano formare coalizioni, costruire alleanze, se non nell’ombra, ricorda il peggio della mentalità correntizia. E diluirà ancora di più l’incisività di un governo che finora, non nel tamponare la crisi ma nel progettare un dopo, non ha certo brillato.
Al povero liberista, chi è al governo interessa poco. E pensa anche che, dopotutto, chi governa meno governa meno peggio. Salvo il piccolo dettaglio che a un Paese che sta morendo di asfissia serve dare ossigeno. E serve subito.
Invece. Siamo un Paese dal quale le multinazionali se ne vanno e se ne andranno sempre di più. Abbiamo, e lo sappiamo bene e da tempo, pochi investimenti esteri. Ne avremo ancora di meno. Come potrebbe essere altrimenti, in un contesto nel quale la certezza del diritto è una chimera e per giunta dalle imprese che se ne vanno pretendiamo, a gran voce, un “pedaggio” d’uscita?
Abbiamo una scuola che è ridotta com’è ridotta. Non abbiamo, a parte la Banca d’Italia e in questa fase il Quirinale, istituzioni da rispettare. La triangolazione di rapporti fra media, politica e magistratura è “gelatinosa” come non mai. La qualità del dibattito pubblico, nella società berlusconizzata, specie al suo imbrunire, ricorda più che altro una lotta nel fango, o uno scontro fra cani. O uno scontro fra cani nel fango.
Ci troviamo nella scomoda situazione di non sapere in che cosa sperare. Alcuni anni fa, una intera classe politica è stata spazzata via dall’odore della corruzione. Ma c’erano delle vie d’uscita. Una sembrava probabile (l’approdo dell’Italia alla democrazia dell’alternanza, con l’arrivo dei post-comunisti al governo), una appariva improbabile (la secessione del Nord del Paese), l’altra era semplicemente imprevedibile (la comparsa di un nuovo partito dal niente, con una figura carismatica alla guida). L'imprevedibile accade, ma quella "forza" era talmente abborracciata, all’epoca un mix di manager, professori e terze file dei vecchi partiti tenuta assieme con lo sputo, che esaurito l’entusiasmo non poteva andare da nessuna parte. In sedici anni di berlusconismo, si è riformato un ceto politico, ma nessuno dei problemi che ci aveva condotto sull’orlo del baratro è stato sanato. E’ stato ridotto vigorosamente il peso dello Stato? Si è impostato un rapporto diverso fra politica e impresa? Si è restaurata la certezza del diritto? Si è smesso di complicare le cose per via legislativa, per “semplificarle” mettendo in campo strategie laterali?
No, no, e poi ancora no. Ma oggi, a differenza di allora, non ci sono imprenditori politici pronti a cogliere l’attimo. Questo senso di scoramento, di disgusto, e di paura che si va diffondendo nella società italiana sembra sterile. Nessuno sa interpretarlo, anche se sono molte le figure tribunizie che affilano i coltelli, nella ragionevole aspettativa che il peggioramento della situazione economica renderà la plebe più assetata di sangue.
A questo Paese servirebbero istituzioni migliori e una netta separazione fra Stato ed economia. Gli esponenti politici che vanno affermandosi, e ambiscono a ereditare la terra, promettono esattamente il contrario, avendo l’ambizione neppure tanto segreta di ricostituire il gioco clientelare della prima repubblica. Ne abbiamo parlato per anni, ora è finalmente arrivato. Il declino.
Da Il Riformista, 28 febbraio 2010
Sto nel bunker con Borges: vade retro economía
Maledetti economisti. Non si sa se sia un'invettiva o una constatazione, forse l'una e l'altra insieme. In questi giorni, in realtà, è il titolo d'un libro che raccoglie «le idiozie di una scienza inesistente» (come recita il sottotitolo). Sergio Ricossa, economista torinese, fra i più brillanti intellettuali della destra italiana, lo ha scritto nel 1996 per Rizzoli e lo ripubblica oggi da Rubbettino (pp. 231, €14), all'indomani di una crisi che suona a disdoro della scienza economica e dei suoi studiosi. Perciò siamo andati a trovarlo, in una casa che ospita anche tre gatti ex randagi: Esaù, chiamato così perché trovato talmente affamato che anche lui avrebbe potuto vendere la primogenitura per un piatto di lenticchie, Schizzo e Miki. Però i tre gatti non si vedono, se ne stanno rintanati o in cima a un armadio o sotto un letto, perché pare temano gli estranei. O forse la loro esistenza è più supposta che reale, proprio come quella degli economisti.
Accademico dei Lincei, già ai vertici della Mont Pélerin Society, celebre associazione liberista, laureato in economia nel 1949 a 22 anni, professore ordinario a Torino dal 1963, ha attraversato anni di battaglie, quando era nel mirino della contestazione studentesca violenta e sui muri dell'università si poteva leggere: «Professor Ricossa ti scaverem la fossa». Padre di due figli «più matti di me» - Luca musicologo a Ginevra (con cinque bambini) e Francesco sacerdote in una comunità di Verrua Savoia - amico e collaboratore di Indro Montanelli, il professor Ricossa è assediato a ottantatré anni da qualche problema di salute, ma non ha perso per questo la propensione a un umorismo di stampo anglosassone, anche all'autoironia, se mai si mostra ancora più distaccato e appartato, simile a uno dei suoi gatti. «E' diventato come un filosofo cinese», dice la moglie Mariarosa Rabotti, che lui ha chiamato perché lo aiuti a ricordare.
In «Maledetti economisti», lei immagina che nel 2450 un altro Sergio Ricossa, dopo una catastrofe debba ricostruire la vita e le opere degli economisti, dal cane di Pantaloni ai gatti di Pareto. Ne sortisce una tragicommedia, che mette in ridicolo questa frangia. Perché ha scritto questo libro, con questo titolo e con quell'apologo di impronta orwelliana?
«E chi si ricorda? Erano giochi in cui mi dilettavo: essendo anch'io un economista potevo permettermi di parlar male degli economisti».
Lei però ha scritto più di un libro contro l'economia come scienza. Le faccio una domanda precisa: l'economia poteva prevedere l'attuale crisi mondiale? Gli economisti non dovrebbero metterci sull'avviso in questi casi?
«Se fossero in grado di farlo sarebbero tutti ultramiliardari. Sette anni fa tenni l'ultima lezione ai miei studenti, chiedendo loro scusa per il tempo che gli avevo fatto perdere».
A che cosa servono allora gli economisti?
«A coltivare una scienza che in pratica è meno utile di altre. Ma ha diritto anch'essa di essere studiata. Basta non prenderla troppo sul serio».
Lei, però, perché scelse gli studi economici?
«Era quasi una scelta inevitabile perché non avevo fatto il liceo. Ho seguito studi abbastanza strani. Mio padre era operaio della Fiat al Lingotto. Venne a Torino da un paesino del Monferrato negli Anni Trenta. Aveva un po' di terra, poteva fare il contadino. Ma lo attrasse l'industria. Eravamo quindi una famiglia semplice e mia madre, casalinga come la maggior parte delle donne, pensò che dovessi fare degli studi che mi garantissero subito un lavoro. Il primo diploma fu quello di computista commerciale. Quindi passai a ragioneria che però dava accesso, per gli studi universitari, quasi solo alla facoltà di economia. Una volta dentro divenni allievo di Arrigo Boldrin, che insegnava Economia e lavorava alla Cogne, del quale divenni assistente volontario. Il che voleva dire che lavoravi senza essere pagato, finché l'istituzione non ti cooptava all'interno del corpo docente».
Ricorda la sua attività di allora? Di cosa si occupava?
«I miei primi studi e i miei primi libri furono dedicati alla programmazione lineare. Con Antonio Longo, che era un matematico. E' un metodo per massimizzare i profitti lavorando su equazioni lineari. Lavoravo all'ufficio studi dell'Unione industriali di Torino. Ricordo che nel '56 o '57, quando si progettava Carosello, fornii anche una consulenza per verificare quanto si sarebbe potuto chiedere agli inserzionisti della rubrica. Vista la mia proposta i dirigenti rimasero stupefatti: "Così tanto?"».
Circolavano libri a casa sua?
«Anche se mio padre era solo un operaio, in casa mia circolavano sempre molti libri. Lei deve pensare agli operai d'un tempo. Mio padre e i suoi quattro fratelli suonavano tutti uno strumento musicale. Anch'io: imparai a suonare la chitarra. E a dipingere, acquarelli, da autodidatta. Ho fatto una mostra alcuni anni fa e li ho venduti tutti. Sognavo che andando in pensione mi sarei dedicato alla pittura. Invece sono stato perseguitato da problemi di salute. Perciò, che dire?, si fa quel che si può».
Che cosa ha letto da bambino, quali sono stati i primi approcci con la lettura?
«Come le dicevo, in casa giravano molti libri e io divoravo tutto quello che potevo, da Pinocchio a Verne, leggendo di notte, con la luce di una pila, sotto le coperte».
A parte i libri di economia o di politica che lei ha letto per dovere d'ufficio, c'è qualche autore, qualche genere, che le sono stati particolarmente cari?
«Io ho letto poca narrativa ma molta saggistica: libri di storia, fra i quali La storia d'Italia di Indro Montanelli, e libri d'arte, perché per un certo tempo ho collezionato disegni. Nelle letture d'evasione, ho avuto una passione per Agata Christie. C'è un solo grande narratore che mi ha avvinto: Luis Borges. Vede quel sécrétaire? Contiene tutta l'opera di Borges, che io cominciai a leggere assai prima che venisse scoperto».
A proposito di Montanelli, com'era la vostra amicizia?
«Sono stato soprattutto suo compagno di depressione. La sua e la mia è una stessa storia di depressioni cicliche, che a me, in età avanzata, hanno causato problemi cardiaci».
Nelle letture per lavoro c'è un economista che lei riconosce come un maestro?
«Non credo. A parte i soliti che conosciamo tutti. Come Luigi Einaudi, che era una persona di buon senso che ha fatto cose importanti. Ma farebbe fatica a confrontarsi con l'economia matematicizzata di oggi».
C'è stata una destra in questo paese degna di questo nome?
«C'è stata, c'è stata e io ne ho fatto parte. Una destra decisamente antifascista e anticomunista. Del tutto pacifica. Sostenitrice di valori che nel mio piccolo mi sentivo di difendere. Prima fra tutti un'idea di libertà molto vicina al pensiero anglosassone».
E c'è ancora?
«C'è ancora, anche se disorganizzata».
Lei segue gli avvenimenti politici italiani?
«Seguo le vicende economiche ma senza troppo accanimento. D'altronde non sono legato ad alcun partito politico. Conobbi Berlusconi, prima però che entrasse in politica. Fu Montanelli a portarmi da lui».
Lei, personalmente, è stato mai tentato dalla carriera politica?
«Proprio no. Direi che mi ripugna».
Ma che pensa della politica italiana d'oggi?
«Potrebbe andare molto peggio. Accontentiamoci».
Lei ha rappresentato la destra liberista italiana in anni in cui non era popolare parlare di mercato o impresa o iniziativa privata. Oggi le sembra che la storia le stia dando ragione?
«Non so se la storia mi dà ragione e mi interessa anche poco. Non sono mai stato fanatico di niente».
Pure lei è stato protagonista di battaglie che i suoi molti libri raccontano...
«Le mie battaglie sono state combattute senza illusioni. Per difendere le proprie idee sapendo che non avrebbero trionfato. Talvolta m'è capitato di stare dalla parte vincente, come quando ho partecipato al referendum per le televisioni libere, il monopolio era un'idea retrograda».
Ma nell'Italia del 2010, a 83 anni, si sente un vincitore o uno sconfitto?
«Francamente non mi sono mai posto il problema. Ho imparato che bisogna gustare quello che la vita ci dà di buono e guardarsi dai colpi che ti rifila alla cieca. Si dirà che è una morale da quattro soldi. Ma, insomma, io mi sono molto divertito».
Da La Stampa, 28 febbraio 2010
Di Sergio Ricossa IBL Libri sta per pubblicare “Straborghese”, che è già possibile ordinare a questa pagina.
Google, le “ombre” di una sentenza che fa discutere
“La direttiva dell’Unione europea sull’e-commerce, che in Italia è stata recepita nel 2003 parla chiaro: gli intermediari non possono essere ritenuti responsabili di quello che viene pubblicato sui loro siti”. Non giudica la sentenza, Massimiliano Trovato, ricercatore dell’Istituto Bruno Leoni ed esperto della regolamentazione dei nuovi media (“bisogna vedere di concreto cosa riporteranno le motivazioni”), ma interpellato dal VELINO si mostra scettico verso la decisione del tribunale di Milano di condannare per violazione della privacy tre dirigenti di Google, colpevoli di non avere impedito la messa in rete su Youtube di un video con atti di bullismo nei confronti di un ragazzo down. Se infatti l’accusa principale del procedimento, quella di diffamazione, è caduta, a far condannare a sei mesi di reclusione David Carl Drummond (all’epoca presidente del cda di Google Italy), George De Los Reyes, (ex membro del cda) e Peter Fleischer, responsabile delle strategie per la privacy per l'Europa di Google, è stata la presunta responsabilità oggettiva per il trattamento illecito dei dati del ragazzo.
Un’imputazione “grottesca” secondo Trovato, che ritiene “insostenibile che Google possa filtrare i contenuti in ingresso e ancora più improbabile che debba anche procurarsi presso tutti i soggetti coinvolti in un video le relative autorizzazioni”. Neppure la scarsa chiarezza dell’informativa sul trattamento dei dati personali, che secondo alcune indiscrezioni sarebbe alla base della condanna, sembrerebbe giustificare una sentenza simile: “Si tratta in ogni caso di violazioni di natura formale più che sostanziale, e comunque non tali da esigere la reclusione”. Non è la prima volta che la rete finisce al centro delle polemiche per episodi censurabili di e-commerce. L’anno scorso aveva fatto discutere la vendita di cimeli nazisti, autenticati dallo storico negazionista David Erving, su e-Bay. Finora non era mai accaduto, tuttavia, che Google venisse condannata per il contenuto di un video caricato su Youtube, in Italia né in Europa.
La sentenza coincide con un periodo tutt’altro che facile per il motore di ricerca americano, negli ultimi tempi al centro di un attacco concentrico in Italia da parte di diversi settori, uniti nel chiedere un giro di vite sulla rete. Da ultimo, il blitz (fallito) del decreto Romani, che prevedeva filtri al web e assimilava i servizi televisivi a quelli Internet. È in questo clima di forte ostilità che è maturata una sentenza destinata non solo a far discutere, come già sta facendo, ma che potrebbe anche creare un precedente nel quadro regolamentare comunitario. Senza dimenticare che la decisione dei giudici di Milano, nel caso in cui venisse impugnata a Strasburgo, potrebbe anche essere oggetto di una procedura di infrazione da parte della Ue qualora venisse riconosciuta difforme rispetto alla normativa vigente.
Da Il Velino, 24 febbraio 2010
The EU Searches for a Monopolist, Finds Google
Google isn't a monopoly now, but the more it tries to become one, the better it will be for us all. Competition works in this way: Capitalist enterprises strive to gain in profits and market share. In turn, competitors are forced to respond by trying to improve their offerings. Innovation is the healthy output of this competitive game. The European Commission, while pondering complaints against the Internet search giant, might consider this point.
Google has been challenged by a German, a British, and a French Web site, for its dominant position in the market for Web search and online advertisement. The U.S. search engine is said to be imposing difficult terms and conditions on competitors and partners, who are now calling regulators into action. Google's search algorithm is accused of being "biased" by business partners and competing publishers alike.
Before resorting to the old commandments of antitrust, we should consider that the Internet world is still largely impervious and unknown to anybody-including regulators. We are in terra incognita, and nobody knows the likely evolution of the market. But one thing is for sure: Online search can't evolve properly if it's improperly regulated-no matter the stage of evolution.
While the exact form of "remedy" is anyone's guess depending upon the petitioner and the whims of regulators, intervention would basically mean some kind of shortcut for Google's competitors, such as regulatory guarantees of future search ranking or placement; limitations on future Google services that could undermine an emerging rival; oversight of certain pricing practices or advertising practices; coerced changes to the Google interface; or bureaucratic oversight of paid-vs.-unpaid search results. The net effect would be to rescue Google's competitors from the requirement to compete, and to give them access to Google customers whom they didn't conquer on their own merits.
Today's search engine capabilities help break down information bottlenecks, allowing ever-increasing access to countless HD-equipped webcam broadcasters worldwide. Public policy is often schizophrenic, but using the language of monopoly to attack information services and communications is particularly perverse. Speech is the core freedom, and today's competitive technologies, including search, vastly extend it for us all.
Google isn't targeted by regulators only in Brussels, but enjoys declining popularity in many capitals, from Beijing to Washington D.C. In the U.S., conservatives have been complaining about bias in Google's search results, matters such as purported deference toward Al Gore.
But so what? Let Google be the MSNBC of search engines. Somebody else can be Fox if we need it. It remains the case, as in the mid-90s when Sergey Brin and Larry Page got started, that if you create a search engine, nobody can stop you. Nobody can stop Microsoft from creating one either. Oh, wait...
Everyone seems to think Google is theirs to regulate, that they have more of a right to prescribe Google's algorithm or business policies than Google itself does.
In search as in media itself, and in fact in every form of inquiry, competing biases are good; pretended or forced objectivity, not so good. The decisions about how to rank search or what to reveal in a search are properly a matter of Google's own free speech, and it is not anyone else's place or right to decide. Differences of opinion and preferences about rankings are properly to be dealt with by competition from Microsoft/Yahoo, the likes of Teoma, the "theory of everything" Steven Wolfram engine, or something we don't know about yet being hatched in a dorm room. Other pressures include consumer demands, and Google's own business partners. Monopoly leads to reduced demand, and if Google truly "monopolizes," then its own business
partners are hurt by its behavior and will defect.
The policy environment to foster is one that maximizes the possibility of rival search technologies emerging in response to inappropriate bias. Today's approach is the opposite, to create a stunted search environment because everyone's afraid or reluctant to create an aggressive new search algorithm-why invest, if marvelous success means regulation and confiscation? The search capabilities needed for tomorrow's Internet won't come to be if policy makers set the terms in a primitive year like 2010 and nobody has to respond to Google.
Various types of search already optimize for various types of biased results (or unbiased ones-bias or no-bias can itself be a competitive feature and will be unless regulators undermine the process). As centuries of experience with freedom of speech tell us, biases in information services are perfectly appropriate, perhaps even necessary in free societies. If regulators do not know this, they need to be removed from their jobs.
If a formal European Commission inquiry is set to start, it certainly needs to be a short one. Would that global recessions selectively dis-employed publicly funded regulators and academics who make a living by tearing down what others have created. Regulators rarely bring anything to the table but an appetite.
Mr. Crews is Vice President for policy at the Competitive Enterprise Institute in Washington, D.C. Mr. Mingardi is Director General of Istituto Bruno Leoni in Milan, Italy.
Da Wall Street Journal Europe, 28 febbraio 2010
Dove può portare l'accordo tra l'Eni e Kroes
La prospettata cessione dei gasdotti internazionali di ENI è solo il primo – seppure significativo – passo sulla strada della liberalizzazione del settore. Nonostante la soddisfazione per il fatto che il convoglio della liberalizzazione si sia rimesso in moto, il processo avviato dalla Commissione è ancora lungo e irto di ostacoli. Per sviluppare appieno i benefici per i consumatori italiani della maggiore concorrenza, nel nostro paese occorrono ancora cruciali riforme strutturali nel mercato energetico.
A seguito di una procedura di infrazione alla concorrenza avviata dalla Commissione europea e al rischio di una grave multa, l’ENI ha annunciato di essere disposta a cedere la proprietà di tre grandi gasdotti internazionali che trasportano il gas dal nord Europa e dalla Russia verso l’Italia. Secondo la Commissione, ENI avrebbe ritardato ingiustificatamente il potenziamento della capacità di trasmissione dei gasdotti - già completamente impegnati dai contratti di ENI stessa - allo scopo di ostacolare i concorrenti intenzionati a vendere gas sul mercato italiano.
La Commissione europea, da tempo, auspicava che le grandi reti di trasmissioni venissero rese indipendenti dalla proprietà degli operatori verticalmente integrati (unbundling). La terzietà delle reti di trasporto europee è infatti condizione necessaria perché tra i molti operatori che acquistano e rivendono il gas si instauri un’effettiva concorrenza sui prezzi e le modalità di approvvigionamento. Procedimenti analoghi a quello subito dall’azienda italiana sono stati avviati anche nei confronti di grandi operatori energetici francesi e tedeschi e si sono conclusi allo stesso modo.
Gli impegni di ENI saranno ora sottoposti a pubblica consultazione (market test) per verificarne il gradimento da parte dei concorrenti. Se ritenuti adeguati, saranno approvati dal prossimo commissario per la concorrenza, Almunia, concludendo così la procedura di infrazione. Dopodiché, occorrerà, innanzitutto, individuare degli acquirenti per le reti che garantiscano la terzietà nella gestione e che abbiano allo stesso tempo le risorse per realizzare gli investimenti necessari per potenziarle. Attualmente la capacità di trasporto è interamente assorbita dai contratti di lungo termine sottoscritti dall’ENI e quindi, senza un potenziamento in questi termini, difficilmente ci sarà spazio per nuovi concorrenti. Purtroppo, il novero dei soggetti italiani con tali caratteristiche è piuttosto limitato. Per assicurarsi una soluzione soddisfacente sul piano concorrenziale, occorre non scartare a priori l’ipotesi che i proprietari delle reti possano anche non essere italiani.
Allo stesso tempo, occorre realizzare la terzietà della rete di trasmissione del gas anche in Italia. Nel nostro paese, infatti, si ripropone a livello domestico la stessa problematica evidenziata dalla Commissione UE per i gasdotti transnazionali: il controllo della rete è ancora in capo all’ENI - l’operatore dominante nel mercato del gas a monte e a valle - tramite SNAM Rete Gas. L’unbundling dell’infrastruttura nazionale è quindi indispensabile per una maggiore concorrenza tra gli operatori che intendono approvvigionarsi di gas e venderlo all’interno del nostro paese, in competizione con la stessa ENI.
Urgente è anche la liberalizzazione dell’attività di stoccaggio del gas, oggi anch’essa monopolio di un’unica società, la STOGIT, del gruppo ENI. Un’adeguata disponibilità di capacità di stoccaggio è fondamentale per far funzionare in maniera concorrenziale il mercato. Chi si appresta a vendere il gas deve poter disporre, oltre che della materia prima e della possibilità di farla transitare nel tubo di ENI, anche della capacità di stoccarlo. Lo stoccaggio infatti è necessario al venditore per modulare l’offerta, adattandola alle inevitabili variazioni della domanda che intervengono nel ciclo giornaliero (più domanda di giorno e meno di notte ) e stagionale (più domanda in inverno e meno in estate). Come segnalato nella recente indagine congiunta dell’Antitrust e dell’Autorità per l’energia elettrica e il gas, nel sistema italiano “il vero e proprio razionamento dello stoccaggio cui sono soggette le imprese che vendono – o vorrebbero vendere – gas, in particolare ai clienti industriali e termoelettrici, è uno dei nodi centrali, sotto il profilo concorrenziale” (Indagine conoscitiva sullo stoccaggio di gas naturale, IC 38, Maggio 2009).
Solo realizzando tutte queste condizioni si potrà stabilire una piena concorrenza tra gli operatori e potrà operare in maniera efficiente la borsa del gas in via di approntamento.
Esiste un ulteriore vincolo cruciale, che occorre rimuovere, affinché i minori prezzi della materia prima si riflettano in minori prezzi dell’energia elettrica prodotta, come noto, prevalentemente in centrali alimentate a gas. Troppe sono infatti le strozzature della rete di trasmissione della energia elettrica, posseduta e gestita da TERNA spa, che segmentano il paese in diverse macro aree, ognuna con un diverso costo di produzione di energia elettrica determinato dalla qualità degli impianti esistenti nella zona. Il costo è quindi molto diverso: produrre un kilowatt di energia elettrica nelle regioni del nord costa 62 euro, in Sicilia 100 e in Sardegna 110. Se il sistema di trasmissione fosse adeguatamente sviluppato, la frammentazione geografica sarebbe risolta e la domanda di energia elettrica della Sardegna, per esempio, potrebbe essere soddisfatta con l’offerta proveniente dagli impianti più efficienti localizzati altrove. L’attuale segmentazione della rete, infatti, “costringe” ad utilizzare anche impianti poco efficienti e più costosi, facendo così lievitare il prezzo medio dell’energia elettrica in Italia.
I pieni benefici derivanti dalla liberalizzazione del marcato del gas si potranno riflettere quindi in minori costi dell’energia elettrica solo se, e quando, il gestore della rete di trasmissione elettrica, TERNA, avrà realizzato gli investimenti necessari. Al riguardo potrebbe essere opportuno ipotizzare una riforma normativa e regolamentare, che preveda incentivi - o disincentivi - per il completamento - o la mancata realizzazione - degli investimenti necessari a colmare i ritardi di adeguamento della rete di trasmissione.
Da Il Riformista, 12 febbraio 2010
FIAT/ Marchionne trova in Russia la nuova Termini Imerese
La firma dell’accordo di joint venture tra la russa Stoller e Fiat è un passo importante per l’azienda torinese. La produzione riguarderà le piattaforme più grandi di Fiat, quelle concernenti i segmenti C, D e SUV. A regime, nel 2016, si prevede una produzione di circa 500 mila veicoli l’anno.
L’entrata nel mercato russo va nella direzione intrapresa ormai da anni dall’amministratore delegato di Fiat, Sergio Marchionne, di globalizzare l’azienda. La chiusura di Termini Imerse deve essere vista proprio in questa prospettiva. Gli impianti produttivi italiani sono poco competitivi e per troppi anni vi è stato un tacito accordo tra i Governi e Fiat per mantenere l’occupazione in Italia con una politica dell’incentivazione e di sussidi. Questa politica si è rivelata utile in alcuni casi nel breve periodo, ma totalmente fallimentare nel lungo periodo.
Andando indietro nella storia di Fiat e della produzione automobilistica italiana si è visto un continuo declino. Mentre il mercato italiano continuava a crescere dal lato della domanda o rimaneva stabile grazie anche alle politiche d’incentivi alle vendite, gli stabilimenti italiani della casa automobilistica torinese continuavano a produrre sempre meno automobili.
Questa scelta si è accentuata con l’entrata del nuovo management Fiat che ha compreso che l’internazionalizzazione della produzione era necessaria per la sopravvivenza. Gli stabilimenti italiani di Fiat sono gli unici sul territorio italiano e questo perché, come ben sottolineato da Ugo Arrigo, le classi dirigenti non hanno mai saputo attrarre case automobilistiche straniere.
L’acquisto del 20 per cento di Chrysler è stato un altro passo della globalizzazione dell’impresa. Lo stesso AD di Fiat ha dichiarato essere necessario produrre almeno 5 milioni di veicoli l’anno per poter competere nel mercato sempre più concorrenziale dell’automobile. Le economie di scala sono necessarie e la creazione di piattaforme uniche tra Fiat e Chrysler potrebbe aiutare a raggiungere l’obiettivo. E proprio le economie di scala mancano negli stabilimenti italiani.
La produzione italiana è stata frammentata non tanto per motivi industriali, quanto per motivazioni politiche. Avere più fabbriche su tutto il territorio poteva andare bene in un mercato auto motive italiano chiuso alla concorrenza come quello degli anni ’70. Con l’entrata di nuovi competitor, Fiat si è ritrovata in dote troppi stabilimenti in Italia e Marchionne è stato il primo amministratore delegato di Fiat a trovare il coraggio di razionalizzare.
La razionalizzazione comporta dei costi sociali non indifferenti, come la chiusura di Termini Imerese nel 2011 o quella che potrebbe avvenire tra qualche anno, Pomigliano d’Arco. In Italia, con cinque stabilimenti, Fiat produce lo stesso numero di automobili che produce con uno stabilimento in Polonia. Lo stesso nuovo impianto russo produrrà quasi lo stesso numero di veicoli che sono stati prodotti in Italia nel 2008.
Questa scelta di andare in Russia non deve essere vista come un disimpegno della casa automobilistica torinese dall’Italia, quanto una mossa strategica per andare nei mercati del futuro. Senza una presenza nei mercati asiatici o dell’Est Europa, la nuova Fiat anche con in dote la Chrysler salvata dai contribuenti americani, non potrà mai competere nel mercato globale.
Un solo dato può rivelare l’importanza di andare verso est: nel 2009 il primo mercato automobilistico è stato quello cinese, superando quello statunitense. I sindacati, che si sono subito scagliati contro questa decisione di entrare in forza nel mercato russo, non comprendono questo fatto.
Fiat con Chrysler avrà una quota di mercato inferiore al 10 per cento in Europa e negli Stati Uniti, due mercati molto maturi e con poche possibilità di crescita. È la ragione per la quale, la joint venture firmata con i russi deve essere vista come un’opportunità e non come una minaccia.
La visione dei sindacati è ancora una volta quella di breve periodo. Termini Imerese chiuderà non perché Fiat va verso i mercati del futuro a produrre, ma soprattutto per le incapacità dei vari Governi Italiano di favorire la produzione automobilistica in Italia.
Da ilsussidiario.net, 12 febbraio 2010
Kling: È giusto cartolarizzare i mutui?
"È giusto cartolarizzare i mutui?": è questa la domanda che si pone Arnold Kling, economista membro del Financial Markets Working Group del Mercatus Center ed autore di "La sanità in bancarotta" (IBL Libri, 2009), nel nuovo Occasional Paper dell'Istituto Bruno Leoni (PDF).
Per Kling, che è stato economista presso "Freddie Mac" negli anni Ottanta e Novanta, "è necessario tornare al sistema di finanziamento dell'edilizia abitativa precedente all'avvento del metodo della cartolarizzazione, un sistema in cui gli istituti di deposito avevano la responsabilità di gestire sia il rischio di credito, sia il rischio di tasso di tutti i mutui".
Secondo l'economista americano, un sistema di cartolarizzazione incentrato sulle due government-sponsored enterprise Freddie Mac e Fannie Mae, quali che siano le agenzie di supervisione che possano venire ad affiancarlo, è basato inevitabilmente su un forte azzardo morale. La politica tende ad intervenire troppo pesantemente.
L'Occasional Paper IBL n.74, "È giusto cartolizzare i mutui?", è liberamente disponibile qui (PDF).
Per salvare le Borse adesso servono regole
Tira una brutta aria sul sistema finanziario europeo. Mentre ci si aspettava un "rimbalzo"le borse continuano ad essere depresse e tra i titoli peggiori figurano i bancari. Nell'insieme non è facile capire quando vi potrà essere un'inversione di tendenza, dal momento che all'origine delle apprensioni degli operatori vi sono le difficoltà di interi Paesi, gravati da pesanti deficit. Nelle scorse settimane la prima a scricchiolare era stata la Grecia, che si era vista "degradare" il debito pubblico. Atene ha un debito che, nei giudizi dell'agenzia Moody's, rimane con una singola A e che quindi che può essere finanziato solo pagando interessi crescenti.
Sempre nei giorni scorsi, inoltre, la Spagna ha conosciuto nuove, serie difficoltà dopo che per anni aveva conosciuto un boom artificioso. Quando in America si è avuta la catastrofe legata ai mutui subprime, l'area europea che ha pagato il prezzo più alto è stata proprio quella iberica, dove ora il governo Zapatero registra un gradimento ai minimi storici. Com'è comprensibile, le difficoltà spagnole si sono fatte subito sentire in Portogallo, al punto che l'ultima asta dei titoli pubblici è andata parzialmente deserta: il Tesoro ha ridotto da 500 a 300 milioni di euro l'emissione dei titoli di Stato a 12 mesi, per bloccare l'impennata dei rendimenti lordi annui, passati all'1,379% (erano allo 0,928% in occasione dell'asta del 20 gennaio scorso). In questo quadro, nella scorsa settimana abbiamo registrato un paio di giornate nere per le borse. Ma anche alla luce del moderato rimbalzo americano della chiusura di venerdì, ci si attendeva un inizio di settimana diverso. Con titoli tanto a buon mercato, era ragionevole avere un parziale riallineamento. Che però non c'è stato. A spingere verso il basso sono stati soprattutto i titoli del settore bancario. In questo senso, un possibile chiave di lettura può essere trovata negli incontri del weekend in Canada, dove il G7 dei ministri delle finanze e dei governatori centrali ha celebrato i propri riti. Dall'incontro è venuto un nuovo impegno a sostenere con i soldi pubblici l'economia e quindi a garantire una rete protettiva, fino a quando la ripresa non arriverà. Se a prima vista questo può tranquillizzare gli investitori, in realtà suggerisce che l'uscita allo scoperto delle situazioni poco chiare è rinviata a data da destinarsi. E siccome i mercati tendano ad anticipare, è normale che oggi manchi fiducia. Per giunta, l'unica visione strategica è riconoscibile nelle riforme annunciate da Barack Obama, ma si tratta di scelte che riducono gli ambiti di autonomia del mondo bancario e sono giudicate negativamente dagli investitori. Quando il ministro delle finanze canadese Jim Flaherty ha chiuso il vertice del G7 a Iqaluit dichiarando che «le banche devono condividere i costi della crisi», il segnale che ha mandato è stato chiaro: dando l'impressione che stia un po' ovunque montando una sorta di populismo interventista, che offre crescenti tutele (impedendo alle grosse realtà di fallire) e al tempo stesso non rinuncia a cavalcare umori demagogici. Anche se non lo si dichiara apertamente, sembra che si proceda verso una progressiva statizzazione dei sistemi finanziari: seguendo quella che è stata la linea del Regno Unito di Gordon Brown. Per giunta, la generica rassicurazione che il sostegno pubblico all'economia non verrà meno fin quando la ripresa non si sarà consolidata lascia un po' il tempo che trova.
Come si ricordava, all'origine di molte inquietudini vi sono i conti pubblici di Paesi che negli ultimi due anni hanno visto schizzare verso l'alto i loro deficit (chi oggi ricorda più i parametri di Maastricht?) e all'origine di rischi sistemici. In questo quadro, è difficile che le risorse di Paesi dai piedi di argilla possano ancora venire in soccorso di eventuali banche in bancarotta. Tanto più che l'economia globale non ha bisogno di salvare i colossi pieni di debiti, ma semmai di più trasparenza: e i sostegni pubblici, invece, impediscono tale processo di chiarificazione. In fondo, una delle ragioni della crisi è stata la crescente irresponsabilità (in termini tecnici, il moral hazard) che è derivata dall'intreccio di politica ed economia. Forse siamo vicino al momento in cui i poteri pubblici non disporranno più dei mezzi necessari a salvare le banche, e in cui perfino una nazionalizzazione potrebbe riuscire disastrosa: causando un ulteriore downgrade dei titoli di Stato. A quel punto, qualcuno potrebbe trovarsi a dover diventare un po' più liberale anche contro la propria volontà.
Da Liberal, 9 febbraio 2010
"Gli aiuti di stato alla Fiat hanno impoverito i contibuenti e l'azienda"
Governo, sindacati e management Fiat si trovano a giocare una delle parite più difficili del momento. Uno stabilimento, quello di Termini Imerese - per il quale, ha detto stamattina il ministro Scajola, sarebbero pronte 8-9-10 offerte - si prepara a chiudere definitivamente i cancelli (in quanto a produzione di autovetture) mentre sul fronte politico e mediatico da qualche giorno è scoppiata la polemica relativa agli incentivi. Peccato che a ricordare come la Fiat sia sempre stata al centro dell'attenzione della politica sia la sua stessa storia, con i lati positivi e negativi che questo ha comportato. Per Alberto Mingardi, direttore generale dell'Istituto Bruno Leoni, "i sussidi hanno impoverito i contribuenti e fatto male alla Fiat perché l'hanno resa un’impresa peggiore".
Mingardi, ma la Fiat è cresciuta in Italia e nel mondo con le sue capacità (senza neppure un euro dallo Stato, come ha detto Montezemolo) oppure con l'aiuto dei vari governi italiani?
La storia della Fiat è anche una storia di aiuti pubblici, di rottamazioni e di cassa integrazioni. Questo è dovuto in parte al fatto che Fiat, per quasi cinquant’anni, ha ricoperto in Italia il ruolo di unica vera grande impresa privata, in un’economia vieppiù controllata dallo Stato. A causa delle dimensioni e del peso occupazionale, Fiat si trovò inevitabilmente al centro di molti “scambi politici”. Eventuali licenziamenti avrebbero causato disagio sociale, sgradito a chi stava al governo. ma negli stabilimenti Fiat si è anche celebrata buona parte della storia del movimento operaio e sindacale, e persino un pezzo della storia del terrorismo e della lotta al terrorismo. Insomma, voglio dire che non è sorprendente se l’impresa di Torino ha avuto da parte della politica sempre attenzioni particolari. Queste attenzioni particolari diventavano un travaso di soldi pubblici. Ciò però che non credo è che la Fiat sia “cresciuta in Italia e nel mondo” grazie a quei denari. Credo sia vero il contrario.
Allora il problema dove sta?
Nel fatto che i sussidi hanno impoverito i contribuenti, ma hanno anche fatto male alla Fiat. L’hanno resa un’impresa peggiore. L’afflusso dei sussidi - ma soprattutto il più grande aiuto che lo Stato abbia mai dato alla Fiat: cioè quote e dazi sulle automobili di importazione - ha reso Fiat meno efficiente, le ha consentito di ritardare i tempi dell’adattamento alle condizioni di mercato, le ha reso meno urgente ristrutturarsi, in diverse fasi della sua storia.
Ma è corretto classificare gli incentivi del Governo in favore del settore auto come aiuti di Stato per la Fiat?
Sono aiuti di Stato a favore del settore automobilistico e degli altri settori che si inseriscono sulla sua scia. Sostenere la domanda serve ad aiutare le imprese. E’ del tutto evidente che non c’è alcun “interesse pubblico” nel fatto che gli italiani cambino la macchina ogni tre o quattro anni...
Molti, tra cui la candidata alla regione Lazio Renata Polverini, sostengono che la Fiat abbia una responsabilità sociale nei confronti dei lavoratori di termini Imerese. E’ così?
Queste persone partono dall’idea che per un’impresa licenziare sia una festa. Non è vero. Il licenziamento, per non dire della chiusura di uno stabilimento, è sempre una tragedia. Non c’è gioia nel licenziare: io, imprenditore, perdo tutte le risorse che ho investito nel formare una persona. Quando si arriva al punto di chiudere uno stabilimento come Termini, vuol dire che si sta rivedendo profondamente la propria strategia del passato. Vuol dire che si è sbagliato. Gli sbagli sono costosi. E poi, responsabilità sociale verso chi? Mantenere aperto uno stabilimento inefficiente significa indebolire le condizioni di un’azienda nel medio periodo. Questo mette a rischio l’impresa nel suo complesso, quindi moltissimi lavoratori, il cui interesse è che l’azienda per cui lavorano produca manufatti che incontrano il favore dei consumatori, facendo profitto e quindi mettendosi in condizione di crescere (in questo caso, tornare a crescere). Mantenere artificialmente aperto Termini Imerese, quando la logica suggerisce il contrario, nuocerebbe a tutte queste persone. Nei loro confronti, l’amministratore delegato di Fiat non dovrebbe sentire alcuna responsabilità?
Berlusconi, dal canto suo, ha garantito che il governo farà di tutto per salvaguardare i posti di lavoro dello stabilimento di Termini Imerese. Ritiene corretta quest’altra impostazione?
Ognuno fa la sua parte in commedia, ed è naturale che il governo si mostri preoccupato. Ma i problemi di cui oggi paghiamo il conto vengono da lontano. Come riqualificare quei lavoratori? Come rendere nuovamente attrattive quelle aree, per gli investimenti? Mi viene da sorridere quando qualcuno ipotizza che il governo sia in grado di attrarre un’impresa straniera, a Termini Imerese. Per carità, lo spero, come tutti, ma quali sarebbero i costi? Come pensa il governo di attirare un altro produttore di automobili, in un Paese dove anni di dirigismo e protezionismo hanno fatto sì che ve ne fosse uno soltanto?
Se davvero la Fiat dovesse rinunciare agli incentivi si tratterebbe quasi di una svolta epocale. Cosa c’è, secondo lei, dietro questa decisione?
Sul Sole 24 Ore di ieri si spiegava chiaramente come gli incentivi di cui si parla oggi sarebbero pochi, e concessi per un periodo più limitato che in passato. Tutto il sistema delle imprese ha interesse a sostenerli, perché tutti ambiscono a raccogliere qualche briciola che scivola giù dal paniere. Di tutte le forme di intervento pubblico, le rottamazioni non sono certo la più pericolosa - ma parliamo sempre di palliativi, in mercati viziati da un eccesso di capacità produttiva come quello dell’auto.
Quindi?
Quindi se finalmente si è recisa la “relazione speciale” fra Fiat e Stato, c’è solo da festeggiare. Fiat viene restituita al rischio e al mercato. E’ una buona notizia: per i contribuenti, e per la Fiat.
Da Alcoa a Fiat, dall'ex-Eutelia a Italtel, passando per la Glaxo, multinazionale farmaceutica inglese che si appresta a chiudere il centro ricerche di Verona e a mandare a casa circa 600 lavoratori. E’ un inverno al calor bianco per l'industria italiana? E soprattutto, di che cosa stiamo pagando il prezzo realmente?
Sono casi molto diversi. Ma prendiamo quello di Glaxo, che è abbastanza significativo. Abbiamo una grande impresa innovativa, che ha scelto di avere casa in Italia, per una parte importante delle sue attività di ricerca e sviluppo. Da anni i governi parlano di “innovazione”, ma che cos’è l’innovazione? E’ quello che fa Glaxo e che fanno buona parte delle farmaceutiche. Implica investimenti straordinari, di grande importanza, su cui il ritorno è in larga misura incerto. Non sempre le cose vanno bene, e quando le condizioni esterne impongono un ripensamento si comincia naturalmente dai punti più deboli. Chiediamoci: l’Italia è ospitale, nei confronti di queste imprese?
Qual è la risposta?
"No". C’è grande incertezza del diritto, la tassazione è molto alta, il tetto alla spesa farmaceutica viene tagliato anno dopo anno, la formazione di professionalità di alto livello è difficile, la nostra università è poco attrezzata per collaborazioni all’insegna della ricerca, i servizi sono poco liberalizzati e quindi cari. La domanda non è perché una multinazionale dovrebbe lasciare l’Italia, ma perché dovrebbe restarci. Troppo a lungo noi abbiamo vissuto alle spalle di poche, straordinarie eccellenze, in virtù delle quali si “perdonava” tutto un sistema. Sono problemi che precedono la crisi, ai quali la politica non è stata in grado di rispondere ponendo in essere le necessarie riforme.
Crede che il Governo dopo aver esteso in deroga per un anno e mezzo gli ammortizzatori sociali esistenti precrisi ne debba pensare di nuovi?
Sugli ammortizzatori sociali, il governo si è mosso con prudenza, tenendo sempre presente il quadro della finanza pubblica. Visto quello che capita in Grecia ed in Spagna, più che una colpa mi sembra una virtù. Ma il punto non è, non può essere solo quello di affiancare le persone in un momento difficile della loro vita, come quello in cui perdono il lavoro. La questione è creare le condizioni in cui possano trovare un nuovo lavoro, presto. E per farlo non bisogna riformare gli ammortizzatori sociali ma tutto il resto, abbassare le tasse, semplificare le norme, liberalizzare. Tutte cose che in Italia tutti spergiurano di volere, ma nessuno fa.
Da L’Occidentale, 8 febbraio 2010
I sindacati frenano la ristrutturazione (necessaria) di Alitalia e Meridiana
Lo sciopero proclamato per il 5 febbraio dai dipendenti Alitalia e Meridiana rischiava di bloccare il trasporto aereo in Italia. È la ragione per la quale il Ministro dei Trasporti delle Infrastrutture Altero Matteoli ha precettato i lavoratori poiché non riteneva giustificato proclamare uno sciopero mentre le trattative erano in atto. I sindacati hanno reagito duramente arrivando fino a dichiarare incostituzionale l’azione del Ministro.
È interessante comprendere quali siano le motivazioni alla base che hanno indotto i principali sindacati dei due vettori a proclamare lo sciopero. Pur essendo differente la situazione di Alitalia e Meridiana è possibile ritrovare una matrice comune in questa azione sindacale.
Le due principali compagnie aeree italiane, che insieme coprono meno del 30 per cento del mercato, nell’ultimo anno sono andate incontro a problematiche non molto diverse. Alitalia, dopo il salvataggio da parte della cordata d’imprenditori italiani, ha avuto un anno molto difficile, con delle perdite operative che dovrebbero superare i 300 milioni di euro. L’integrazione tra AirOne e la vecchia Alitalia ha comportato ulteriori difficoltà, come era logico aspettarsi. Nel complesso oltre 7000 dipendenti hanno visto la perdita del posto del lavoro e le nuove condizioni lavorative non sono certo quelle antecedenti la crisi.
I dipendenti Alitalia per la prima volta dopo la nascita della compagnia, reclamano con lo sciopero, condizioni lavorative migliori e lamentano la mancanza del rispetto degli accordi raggiunti a Palazzo Chigi a settembre del 2008.
Meridiana nel corso dello scorso anno ha continuato l’integrazione con Eurofly, compagnia specializzata nel lungo raggio. Quest’ultimo vettore tuttavia ha notevoli difficoltà e ha subito pesantemente la crisi del trasporto aereo mondiale. Nel corso del 2009 le due compagnie potrebbero perdere oltre 40 milioni di euro con una caduta del fatturato di circa il 15 per cento. Il processo di fusione sta richiedendo un notevole sforzo e i tagli di costo riguardano anche la voce del personale.
Questi tagli di costo tuttavia sono inevitabili poiché fanno parte di un processo di razionalizzazione necessario alla sopravvivenza.
La crisi che accomuna le due principali compagnie italiane ha radici profonde, ma in parte anche delle motivazioni di breve periodo.
Per molti anni Alitalia ha potuto vivere al di sopra delle proprie possibilità, dato che i Governi garantivano la sopravvivenza con continue ricapitalizzazioni a spese dei contribuenti italiani. Questi aiuti tuttavia hanno illuso i sindacati di poter avere delle condizioni lavorative che il vettore non si poteva permettere. Nel momento in cui la concorrenza delle compagnie aeree low cost ha cominciato ad aumentare, il vettore di bandiera non ha saputo effettuare quella ristrutturazione necessaria che quasi tutti i vettori tradizionali europei hanno compiuto.
Meridiana invece per molto tempo è riuscita a crescere grazie anche al regime di oneri di pubblico servizio che vigeva per i voli verso e da la Sardegna. Questo regime limitava la concorrenza e la seconda compagnia italiana ha usufruito di questa situazione. Nel momento in cui l’Unione Europea nel 2007 ha eliminato l’oligopolio per le rotte sarde, Meridiana si è trovata di fronte alla concorrenza di nuove compagnie nel “proprio” mercato. La reazione del vettore è stata molto logica ed è stata quella di unirsi a Eurofly, compagnia specializzata nel lungo raggio. In questo modo Meridiana, focalizzata su voli domestici ed europei, cercava di creare delle economie di scala e ampliare i propri orizzonti; tuttavia l’integrazione tra due business molto differenti non è stata facile.
La concorrenza delle compagnie low cost, la fine di una situazione di oligopolio o di aiuti pubblici e le difficoltà nell’integrazione tra compagnie aeree sono le principali motivazioni delle difficoltà attraversate dalle prime due compagnie italiane.
A queste difficoltà di lungo periodo si è aggiunta nel 2009 la peggiore crisi del trasporto aereo degli ultimi decenni. Non solamente il traffico aereo è caduto in tutto il mondo, ma i ricavi sono crollati del 15 per cento. Neanche dopo l’attacco alle Torri Gemelle si era vista una contrazione tale del mercato aereo. Solamente le due principali compagnie low cost, Ryanair ed Easyjet, hanno visto aumentare il numero dei passeggeri trasportati.
A fronte di tutte queste difficoltà le due compagnie aeree hanno scelto di ristrutturarsi. Certo tale soluzione comporta dei notevoli sacrifici, ma era l’unica strada percorribile per poter sopravvivere in un mercato sempre più competitivo.
I sindacati, come successo anche nel caso degli scioperi annunciati o effettuati in British Airways o Iberia, cercano di fermare questo processo di fusione che comporta necessariamente una ristrutturazione aziendale.
Il futuro di Alitalia e Meridiana sarà difficile viste le condizioni di mercato deteriorate. Senza ristrutturazione potrebbe invece non esserci futuro.
Da L’Occidentale, 5 febbraio 2010
Tagliamo il cordone ombelicale tra Fiat e Palazzo
Lasciando chiudere Termini Imerese, il governo Berlusconi avrebbe un'opportunità straordinaria. Quella di cambiare, sperabilmente per sempre, le modalità dell'interazione fra Fiat e politica nel nostro Paese. L'impresa torinese non è molto amata, dalle parti del governo, e questo si sa. Le ragioni sono facilmente comprensibili. I ceti sociali che sostengono la maggioranza nel Nord sono, in larga misura «l'antiFiat». Artigiani, commercianti, professionisti, lavoratori e imprenditori cresciuti senza protezioni politiche, che magari hanno ricevuto loro pure, a vario titolo, qualche «aiutino». Ma a cui, da sempre, sembra innaturale e ingiusto che il gigante di Torino assorba come una spugna risorse provenienti dal portafogli dei contribuenti tutti.
La storia della Fiat, c'è poco da girarci attorno, è la storia d'Italia. Ed essendo stata e rimasta l'unica grande azienda privata, per gli oltre cinquant'anni, fra fascismo e Prima repubblica, in cui la stragrande maggioranza della grande impresa finiva direttamente o indirettamente sotto il controllo pubblico, è stata forsennatamente impegnata in scambi politici con il potere romano. Con le dimensioni viene un cospicuo potere negoziale. La minaccia di lasciare a casa un gran numero di lavoratori è temuta da chi sta al governo, che ha sempre da perdere dal disagio sociale. Il fatto che l'Italia fosse una democrazia bloccata, in cui l'opzione dell'alternanza semplicemente non era disponibile, ha reso ancora più forte la posizione di Fiat.
Nei suoi stabilimenti ha le radici il sindacato italiano, e nei suoi stabilimenti andava combattuta la battaglia per il contenimento del Pci e, in alcuni momenti, anche del terrorismo.
Insomma, i suoi privilegi vengono da lontano e si spiegano alla luce della storia politica del nostro Paese. Si spiegano, non si giustificano. Perché, come sempre, la protezione pubblica è stata avvelenata: schermando per anni Fiat dalla concorrenza, ne ha fatto un'impresa anchilosata, incapace di reggere l'urto della globalizzazione. Il turn around di Torino degli ultimi anni ha del miracoloso, e in parte è dovuto proprio a quel lento sfilacciarsi della relazione privilegiata col Palazzo che si è andato determinando con la Seconda repubblica. La chiusura di Termini Imerese potrebbe essere l'ultimo atto di quella storia. La restituzione di Fiat alla normalità del rischio e del mercato, dove l'ha riportata l'attuale leadership.
Tuttavia, la maggioranza, dove non sono poche le personalità che hanno con Torino un rapporto conflittuale, ora gioca una vecchia partita. Evitare emorragie di occupazione in un territorio difficile, e pertanto impegnarsi in una serie di scambi (aiuti in cambio del mantenimento dei livelli occupazionali). Per la prima volta, sul piatto si mette una storia di dipendenza dell'auto da interventi diretti e indiretti, come a chiedere di saldare un debito. È una strategia credibile? Lo Stato non è azionista di Fiat, e non è possibile considerarlo tale a fronte dei sussidi stanziati in passato. L'argomento che Fiat non sarebbe riuscita a tirare avanti senza aiuti pubblici è solo in parte persuasivo: gli aiuti non ne hanno sostenuto lo sviluppo, ma le hanno consentito di andare avanti troppi anni senza rimuovere le sacche di inefficienza al suo interno.
Il compromesso di una vendita agevolata dello stabilimento di Termini a qualche altra impresa potrebbe essere la quadratura del cerchio. Ma è difficile dimenticare che nel 2008 in Italia sono state prodotte 659 mila vetture, e tutte da Fiat. L'assenza di altri produttori di autovetture nel nostro Paese è il frutto di decenni di protezionismo.
E qui siamo al paradosso. Cercando un compratore straniero, o accettando che Termini muoia di morte annunciata, il governo è comunque costretto ad abbandonare l'approccio protezionista. Ma non lo si può fare senza accettare che Fiat oggi è un'impresa privata che cerca di competere in un mercato difficile, caratterizzato da una crisi da eccesso di capacità produttiva, nel quale tutte le case automobilistiche del mondo dovranno drasticamente ristrutturarsi. Ostacolare questo processo non vuol dire proteggere l'occupazione, ma indebolirla ancora di più, nel medio periodo.)
Da Economy, 4 febbraio 2010
Ve lo dico io: i cieli difficili di Alitalia
Nel 2009 gli scali italiani hanno subito una vera e propria frenata : il traffico passeggeri è diminuito del 2,7% , il numero dei voli del 6%. La Lufthansa ha gettato la spugna ed annunciato che chiuderà i voli giornalieri Malpensa- Roma.
Cosa avviene in questo contesto alla nuova Alitalia, nata dopo una lenta, confusa e tardiva privatizzazione di Alitalia, una “delayed privatization” secondo la brillante definizione di un documento della Banca d’Italia . Nei dieci anni precedenti la denazionalizzazione, tenere in vita il vettore “di bandiera” con varie alchimie finanziarie e forti sostegni pubblici è costato ai contribuenti 4 miliardi di euro; a questa cifra occorre aggiungere i 2,3 miliardi di euro per lo scorporo delle attività poste in liquidazione dal Commissario Straordinario da quelle cedute ai nuovi azionisti. Pochi mesi dopo, l’avvio della nuova azienda, un economista particolarmente attento al settore, Andrea Giuricin, preconizzava che prima o poi la “privatizzazione infinita” di Alitalia si sarebbe conclusa con una nuova nazionalizzazione, nel senso la compagnia sarebbe diventata una filiale di AirFrance-Klm, che è, di fatto, controllata dall’azionista pubblico. Dal nostro punto di vista, è indifferente se l’azionista di riferimento sia italiano o straniero – quel che conta è l’efficienza, l’efficacia, la competitività e la qualità del servizio. Non è, però, indifferente se esso sia emanazione di uno Stato (italiano o straniero) e considerazioni non economiche (e non inerenti a efficienza, efficacia, competitività e qualità del servizio) incidano nelle strategie aziendali e nella gestione dell’intrapresa.
La prima “relazione semestrale” del management al Consiglio d’Amministrazione della nuova Alitalia ha fatto pensare che i pronostici di Giuricin fossero corretti ed ha lasciato tutti insoddisfatti. Per l’analisi finanziaria, si rimanda a quella puntuale e dettagliata pubblicata su www.chicago-blog.it; nessuna voce si è levata a mettere in discussione le cifre ed i calcoli ivi presentati . Occorre, sottolineare che la prima “semestrale” riguardava la fase di avvio: non si può chiedere ad un giovane che comincia a solcare un palcoscenico di essere ingaggiato dall’Old Vic per essere il protagonista dello shakespeariano “Amleto”. Inoltre , la “semestrale” si riferiva al periodo sino al 30 giugno non includeva i mesi tradizionalmente “pingui” : quelli estivi. L’aspetto più preoccupante risultante dal documento è che gli obiettivi posti dallo stesso management per la fase d’avvio non sono stati neanche sfiorati: rispetto agli obiettivi, i ricavi sono stati pari a poco più di un terzo, il prezzo medio effettivo del biglietto a meno del 15%, il “load factor” a meno del 20%. Differenze tra obiettivi e risultati di queste dimensioni e la probabilità di un peggioramento dell’Ebit (margine al lordo di tasse ed interessi) di 240 milioni di euro entro fine 2009 non possono non innervosire alcuni soci dell’impresa e suscitare perplessità sulla capacità del management di portarla all’approdo auspicato.
La svolta si sarebbe dovuta verificare in estate (con l’aumento stagionale del traffico passeggeri). E’ stata un’estate dura per tutte le compagnie aeree, tranne alcune low cost: lo documentano le analisi dell’Aita . Per Alitalia, però, l’estate è stata più dura che per altre aziende di trasporto aereo a ragione dei ritardi dei voli e del pasticciaccio brutto dei bagagli smarriti od inviati verso destinazioni differenti da quelle dei passeggeri; in luglio e soprattutto agosto, questi disservizi hanno riempito le pagine di giornali italiani e stranieri, dando l’impressione che tutte le responsabilità fossero di Alitalia (e non anche delle strutture aeroportuali). Come se ciò non bastasse, ci sono state nuove ondate di scioperi, proprio nei mesi estivi in cui il servizio sarebbe dovuto essere di più alta qualità. In autunno, sondaggi d’opinione stimavano un aumento della disaffezione della clientela (sia passeggeri sia cargo) nei confronti della compagnia.
Sempre in autunno , la stampa riportava il rischio di tensioni, anche gravi, tra i soci. Uno dei quali (AirFrance-Klm) avrebbe fatto sapere “off-the-record” essere in attesa di un miglioramento della congiuntura internazionale (e quindi dei propri conti) per acquistare l’intera azienda e di farla diventare una sua sussidiaria. Dal punto di vista del processo di liberalizzazione della società italiana, tale prospettiva è preoccupante unicamente perché equivarrebbe ad una nuova, almeno parziale, statalizzazione d’Alitalia. Potrebbe, però, portare ad una razionalizzazione del sistema aereo europeo (riducendo e rafforzando i gruppi in grado di affrontare le rotte intercontinentali), accentuando la concorrenza (se le regole del gioco sono stabilite, e monitorate, da un ‘autorità indipendente europea) e rendendo, di fatto, Alitalia il partner per le rotte mediterranee ed orientali di una grande multinazionale dell’aviazione civile.
Come avrebbe dovuto rispondere il management della compagnia alle cifre della prima “relazione semestrale” ed alle voci su tensioni all’interno della compagine azionarie ? Con un nuovo programma che avesse obiettivi tecnici e finanziari realistici e che fosse rivolto ai nodi strutturali: a) l’eterogeneità degli aerei (una delle cause primarie dei ritardi), b) l’integrazione con AirOne (e la situazione effettiva ereditata da AirOne); c) i tempi ed i modi per affermarsi come efficiente ed efficace compagnia nell’aerea europea e mediterranea, prima, ed avviare una rete intercontinentale, poi).
A fine 2009, risposte esaurienti a questi interrogativi non erano ancora giunte. Una serie di barlumi positivi, tuttavia, apparivano ad autunno inoltrato: in settembre, il 78% dei voli è arrivato in orario, grazie, soprattutto, però agli sforzi effettuati per aumentare la puntualità su due tratte specifiche: Roma –Milano e Palermo-Milano; il management stimava che la seconda semestrale 2009 avrebbe segnato un pareggio; il servizio relazioni esterne della compagnia sottolineava la riduzione della conflittualità. Altro segno positivo in dicembre: una serie di accordi code-sharing con Aeroflot ; da tempo, questa sembrava un’alleanza naturale poiché, dopo una drastica riorganizzazione, Aeroflot cercava un partner di qualità per una clientela di qualità (business e prima classe) nelle rotte internazionali . Secondo le ultime dichiarazioni del management, il pareggio è ora previsto per il 2011.
Come valutare questi barlumi? Possono essere i segnali di una svolta e di un miglioramento complessivo unicamente se inseriti in una strategia diretta a rendere la compagnia effettivamente competitiva ed acquisire, quindi, una sempre maggiore quota del mercato internazionale (ora Alitalia ha una quota stimata tra il 4% ed il 2% del mercato mondiale- quindi, un’inezia in un’economia globalizzata). Ciò comporta – è vero – modifiche di contesto (ad esempio, la liberalizzazione dei voli intercontinentali) - che non rientrano nelle competenze dell’azienda, e che il Governo italiano può solo effettuare tramite accordi bilaterali. Altre modifiche di contesto (la privatizzazione degli aeroporti e l’attivazione di un mercato per gli slot) sono nell’ambito dell’azione d’indirizzo politico del Governo e di quella legislativa del Parlamento. Lo è, soprattutto, la semplificazione della regolamentazione e degli enti, autorità e commissioni (tra 8 a 10, a seconda del modo di calcolarli) che vigilano sul settore, spesso in modo contradditorio.
In questo campo, la nuova Alitalia è parsa fruire di privilegi più o meno indiretti, specialmente nelle interpretazioni normative dirette ad aumentare i costi e limitare l’attività delle low cost; alcune misure prese a fine 2009 hanno provocato una reazione molto vivace da parte dei social network come Facebook) e sembrano non essere in linea con la necessità di rafforzare la sicurezza aerea. Tali misure sono fortunatamente rientrate nella prima decade di gennaio 2010.
Quindi, il futuro della compagnia non dipende unicamente da strategie e da gestione aziendale ma anche da politiche pubbliche in cui si tenga conto che nel medio e lungo periodo protezionismi indeboliscono, invece di rafforzare. In armonia con il tema di questo capitolo, un’exist strategy (ossia una strategia per uscire dalla crisi finanziaria ed economica) richiede un miglioramento della competitività e deve scansare protezionismi diretti od indiretti quali quelli adombrati a fine 2009 .
Da Il Velino, 20 gennaio 2010
IBL: Per avere la banda larga ci vuole meno burocrazia
Per promuovere la diffusione della banda larga, occorre semplificare le procedure burocratiche e ridurre i costi e le incertezze amministrative. Lo sostiene Serena Sileoni, fellow dell'Istituto Bruno Leoni, nel Focus “Le strettoie della banda larga” (PDF).
Per Sileoni, “Prima che di soldi (e in presunta assenza di questi), c’è bisogno allora di consentire al mercato della tecnologia di provvedere da sé, attraverso non il varo di piani di finanziamento inattuabili, ma un alleggerimento – a costo zero per lo Stato – dei vincoli che impediscono o frenano gli investimenti nel settore”. In particolare, “una ragionata, razionale ma generale semplificazione delle procedure per il completamento della banda larga fissa e mobile e di quelle infrastrutture ad essa pertinenti o parallele avrebbe come primo, evidente effetto quello di agevolare il percorso – finora faticosissimo – per l’installazione degli impianti necessari allo scopo”.
Il Focus di Serena Sileoni, “Le strettoie della banda larga”, è liberamente scaricabile qui: (PDF).
Pilati: "L'Agcom è un organismo a termine"
Il Commissario dell'Antitrust ritiene ridondante la funzione dell'Authority per le Comunicazioni: "Il mercato delle Tlc è liberalizzato, il compito è finito"
L’AgCom nel 2010 compirà 13 anni e, con un incontro tenuto ieri sera nella sede di Milano dell’Istituto Bruno Leoni, si è aperto un dibattito sul suo futuro. “Che senso ha l’esistenza di un’autorità staccata per le telecomunicazioni?”, si è chiesto il relatore principale della serata, Christian Hocepied, che dirige il reparto "Telecomunicazioni, poste e coordinamento della società dell'informazione" del Direttorato Generale Concorrenza della Commissione Europea a Bruxelles.
“Antitrust e Agcom sono come due strade che procedono in parallelo”, ha evidenziato. Per di più, secondo Hocepied, con un’eventuale sostituzione dell’Agcom nell’Antitrust non ci sarebbe nemmeno il pericolo di una perdita di competenze, perché “in ogni caso i garanti della concorrenza possono appoggiarsi a esperti esterni, riducendo così anche i rischi di cattura dell’autorità di regolamentazione”, che sono più consistenti quando il lavoro di tutti i giorni porta ad uno stretto contatto con le aziende.
Una posizione che è condivisa, almeno in parte, da Antonio Pilati, commissario Antitrust ma con un passato anche nell’authority guidata dal 2005 da Corrado Calabrò. “Quando fu fondata l’AgCom – ha commentato Pilati – io ritenevo evidente che dovesse essere un organismo ‘a termine’”. Una considerazione guidata dalla convinzione che, se lo scopo dell’authority sulle telecomunicazioni doveva principalmente essere regolamentare il mercato in un momento in cui si usciva da una situazione di monopolio, creando e favorendo una concorrenza che altrimenti sarebbe stato difficile avere, questo compito dovesse necessariamente finire. “O arriva un momento in cui regolare il mercato non è più necessario, o vuol dire che si è sbagliato da qualche parte”, ha sintetizzato Pilati.
Un altro tema emerso dall’incontro organizzato dall’Ibl è stato quello della ‘convenienza legislativa’, che porta gli avvocati di chi voglia presentare un ricorso a scegliere, di volta in volta, a chi rivolgersi: se all’Antitrust, se all’AgCom, se al tribunale ordinario, a seconda delle possibilità di vedere accolta la propria istanza.
Da corrieretelecomunicazioni.it, 19 gennaio 2010
Sepolta sotto un coro di "no" la tassa Bondi sui cellulari
La Siae lo aveva promesso già il mese scorso. Il cosiddetto equo compenso, ovvero la somma che i produttori di beni tecnologici devono versare alla Società italiana autori ed editori per compensare il fatto che quel bene potrebbe servire a fare copie di dischi o film, sarà estesa anche a Pc e cellulari. A prevederlo il decreto firmato dal ministro per i Beni Culturali, Sandro Bondi, la cui pubblicazione – e la conseguente entrata in vigore – è attesa a giorni.
Se finora l'equo compenso gravava solo su supporti (Cd e Dvd) e su masterizzatori, ora verrà esteso a tutti i prodotti hi-tech con memoria: cellulari, computer, Mp3 e decoder subiranno un aumento di prezzo, in quanto piattaforme che permettono la duplicazione di opere protette dal copyright.
Mentre la Siae si affretta a specificare che “l’equo compenso non è una tassa, perché si tratta di diritti d'autore. I diritti d'autore sono 'lo stipendio' di chi crea un'opera (musica, film, romanzi, testi teatrali)”, la normativa causa una levata di scudi da parte delle aziende. I presidenti di Confindustria Anie (imprese elettrotecniche ed elettroniche) Guidalberto Guidi, di Confindustria Servizi Innovativi e Tecnologici, Stefano Pileri, di Assinform, Paolo Angelucci e di Asstel, Stefano Parisi accolgono con “sorpresa" il decreto ministeriale” e chiedono al ministro di modificarlo.
"Il nuovo decreto stravolge il regime vigente introducendo sostanzialmente una tassa il cui importo cresce proporzionalmente alla capacità di memoria degli apparecchi elettronici. L'industria high-tech è fortemente impegnata in uno sforzo innovativo per offrire ai consumatori apparecchi sempre più performanti a costi di acquisto decrescenti – spiega una nota congiunta -. Questo decreto, al contrario, introduce un meccanismo perverso che fa crescere la tassa in ragione delle performance dell'apparecchio e incide, in definitiva, esponenzialmente sul prezzo dei prodotti. È, a quanto ci risulta, l'unico esempio al mondo di penalizzazione dell'innovazione! Il consumatore inoltre è gravemente penalizzato dal nuovo meccanismo, in quanto si vede costretto a pagare almeno tre balzelli (sui contenuti acquistati, sull'apparecchio, sul supporto digitale) per esercitare il proprio diritto ad effettuare una copia di un contenuto digitale acquistato legalmente”.
Ulteriore penalizzazione introdotta dal decreto Bondi è, poi, la sua estensione a tecnologie (cellulari, pc, decoder, game consolle) che non hanno come funzionalità principale la duplicazione di contenuti digitali. “Il Mibac nel giustificare tale estensione si richiama alla corrente situazione europea dove, però, 23 Paesi su 27 non prevedono alcun compenso sui telefoni cellulari, i pc sono tassati in un solo Paese e nessun Paese tassa le consolle”, prosegue il comunicato.
“Profondamente iniqua è la situazione che si viene a creare per i telefoni cellulari che nell'ipotesi di utilizzo per la fruizione di video e contenuti musicali prevedono già il pagamento di apposite licenze da parte dell'utente - concludono i presidenti confindustriali. Suscita, infine, ulteriore perplessità la scelta del Mibac di non escludere a priori gli apparecchi e supporti professionale dall'ambito del decreto e di lasciare viceversa a Siae il compito di concludere di sua iniziativa eventuali accordi con le categorie interessate".
Critica aspra dall'Istituto Bruno Leoni (Ibl). Secondo Massimiliano Trovato, Fellow di IBL “l'estensione di questo balzello, ribattezzato - in barba al senso del ridicolo - "equo compenso", ad una numerosa schiera di apparecchi elettronici, per importi che arrivano ad eccedere i 30 euro al pezzo ed indipendentemente dall'uso a cui essi siano destinati, è l'ennesimo affronto ai consumatori italiani ed alle imprese del settore”.
“I guai dei produttori di contenuti - continua Trovato - non verranno certo risolti da un provvedimento introdotto alla chetichella con lo scopo di redistribuire risorse tra gli attori economici, senza riguardo per la giustizia tributaria e la certezza del diritto. L'unico effetto tangibile del decreto sarà quello di rafforzare la posizione di rendita della Siae, sul cui ruolo nel mercato si rende oramai improrogabile una riflessione profonda”.
Dal Pd arrivano dure critiche. “Ancora una volta questo governo favorisce le lobby a scapito dei cittadini e dello sviluppo tecnologico del nostro Paese”. Sono parole del senatore del Pd Giuseppe Lumia che sottolinea come “dopo il dietrofront sulla banda larga il governo tassa tutti i dispositivi dotati di memoria (cellulari, computer, decoder). Un’imposta che le aziende produttrici riverseranno sui cittadini con un aumento dei prezzi dei prodotti tecnologici”.
“Il provvedimento danneggia uno dei settori più importanti del mercato, sia a livello produttivo sia commerciale – conclude Lumia –. In tutti i Paesi industrializzati i governi investono sulla diffusione e sull’innovazione tecnologica, quale fattore economico trainante, per uscire dalla crisi al più presto. In Italia invece si va nella direzione opposta”.
Scontente le associazioni dei consumatori come Altroconsumo, che giudica il decreto un “regalo di Natale in ritardo” e un “favore alla Siae ingiusto soprattutto perché applicato sulle tasche dei consumatori in un momento di crisi”.
Per l'Adoc "'la tassa rappresenta un grave danno per i consumatori, su cui si scaricheranno i maggiori costi sostenuti dai produttori con un aumento medio dei prezzi dei prodotti tecnologici del 4%".
Da corrierecomunicazioni.it, 15 gennaio 2010
Alitalia/ Compleanno meno amaro grazie ai tre “soci” di Colaninno
Un anno è passato dall’avventura della nuova Alitalia. Al fine di comprendere al meglio l’andamento della compagnia aerea nazionale, nata dalle ceneri del vecchio operatore statale fusosi con AirOne, è bene contestualizzare l’analisi.
L’anno scorso è stato il più difficile per il mondo aeronautico che ha subito la peggiore crisi di tutta la sua storia. La IATA, l’associazione che raggruppa quasi tutte le compagnie aeree mondiali, ha previsto perdite superiori ai 10 miliardi di euro per il 2009 e prevede solo un leggero miglioramento per il 2010. La crisi economica ha impattato duramente su quasi tutti i vettori aerei che hanno visto ridursi anche del 30% i ricavi per passeggero trasportato.
In questo anno di crisi globale non tutti gli operatori hanno sofferto in maniera uguale. Le compagnie più competitive ed efficienti sono addirittura riuscite a fare dei profitti e ad aumentare il numero di passeggeri trasportati.
L’anno della crisi è stato caratterizzato da tre fenomeni importanti. Il primo è la caduta del numero di passeggeri che ha caratterizzato tutto il primo semestre e una contemporanea diminuzione dello yield. Il secondo fenomeno che ha caratterizzato il 2009 è certamente la caduta del prezzo del petrolio. Senza questa diminuzione dei costi legati al carburante, molte altre compagnie sarebbero fallite oltre a quelle che hanno dovuto portare i libri in tribunale. Ultimo, ma non meno importante, fenomeno è stato la modificazione del mercato: le alleanze globali sono diventate sempre più strette, i vettori tradizionali si sono fusi - come nel caso British Airways e Iberia - sotto la pressione competitiva delle compagnie low cost.
Il mercato italiano si è contratto di circa 4 milioni di passeggeri rispetto al 2008, arrivando a registrare poco più di 102 milioni di passeggeri. La quota di mercato delle compagnie low cost è cresciuta e Ryanair ed Easyjet hanno conquistato rispettivamente circa il 18% e il 9% di tutto il mercato italiano.
In questo panorama molto difficile, dove solo un prezzo del petrolio in discesa ha aiutato i bilanci delle compagnie, Alitalia si è ritrovata ad affrontare il suo primo anno di vita. Nei primi due mesi, la compagnia guidata da Rocco Sabelli, ha rischiato davvero molto. Il load factor era inferiore al 50% e solo una politica tariffaria molto aggressiva ha permesso di riconquistare in parte la clientela.
I dati complessivi di riempimento degli aeromobili saranno certamente inferiore di 10 punti percentuali rispetto alle compagnie tradizionali e di 15 punti percentuali rispetto agli operatori low cost più importanti. Questa differenza è una delle cause di un primo anno difficile per l’operatore, che vedrà delle perdite operative superiori a 300 milioni di euro. Questo dato del load factor deriva in gran parte da un primo semestre molto difficile, con uno start-up estremamente complicato.
Il ricavo medio per passeggero di Alitalia sarà probabilmente inferiore di circa il 15% alle previsioni, a causa di un mercato in forte contrazione. I dati di bilancio della compagnia italiana saranno un po’ peggiori rispetto alle previsioni, ma non troppo. Come è stato possibile?
Vi sono certamente due fattori esterni e uno interno che hanno influenzato delle perdite “limitate” a circa 300 milioni di euro. In primo luogo la compagnia ha potuto comprare le scorte di carburante nel momento in cui il prezzo del petrolio era ai minimi. Questo ha permesso un risparmio per diverse decine di milioni di euro, proprio nel momento in cui le altre compagnie scontavano i prezzi esorbitanti del petrolio raggiunti nel 2008. Questo vantaggio competitivo verrà meno nel 2010 e dunque Alitalia troverà maggiori difficoltà nel competere.
Il secondo vantaggio competitivo è di natura regolatoria. La legge 166 del 2008 ha permesso al vettore italiano di mantenere una posizione monopolistica sul mercato domestico. Questo non si è tradotto automaticamente in un incremento di prezzo dei biglietti domestici, ma probabilmente in una stabilizzazione dei ricavi.
Questo dato è estremamente negativo per i viaggiatori italiani nel momento in cui si confronta con l’andamento del prezzo medio del biglietto nel mercato, il quale ha visto una caduta di circa il 20%. Alitalia ha potuto probabilmente mantenere i prezzi stabili pur in un contesto di crisi. Questa “colpa” non è certo attribuibile alla compagnia aerea, che ha l’obbligo di minimizzare le perdite, ma al legislatore che ha permesso di sfavorire tutti i passeggeri del mercato domestico.
Un terzo elemento che ha permesso ad Alitalia di “limitare” le perdite a circa 300 milioni di euro è interno e deriva da una razionalizzazione dell’azienda, che ha visto nella privatizzazione un passo verso una maggiore efficienza. Certo i livelli di costo delle compagnie low cost sono distanti, ma un costo per posto chilometro offerto di circa 7 centesimi è un risultato positivo, vista anche la rifocalizzazione sul mercato domestico.
Alitalia ha avuto un primo anno molto difficile, con delle perdite poco superiori alle aspettative. Certo il 2010 non sarà facile e il futuro della compagnia di bandiera dipenderà quasi interamente dall’andamento del mercato.
da ilsussidiario.net, 14 gennaio 2010
IBL: Il governo non alzi le tasse su PC e telefonini
L'Istituto Bruno Leoni giudica molto negativamente l'emanazione del decreto di rideterminazione del compenso per copia privata, annunciata solo oggi dal Ministero per i Beni Culturali - a due settimane dalla firma. Secondo Massimiliano Trovato, Fellow di IBL, «l'estensione di questo balzello, ribattezzato - in barba al senso del ridicolo - "equo compenso", ad una numerosa schiera di apparecchi elettronici, per importi che arrivano ad eccedere i 30 euro al pezzo ed indipendentemente dall'uso a cui essi siano destinati, è l'ennesimo affronto ai consumatori italiani ed alle imprese del settore.
I guai dei produttori di contenuti - continua Trovato - non verranno certo risolti da un provvedimento introdotto alla chetichella con lo scopo di redistribuire risorse tra gli attori economici, senza riguardo per la giustizia tributaria e la certezza del diritto. L'unico effetto tangibile del decreto sarà quello di rafforzare la posizione di rendita della SIAE, sul cui ruolo nel mercato si rende oramai improrogabile una riflessione profonda».
I nodi da sciogliere per la liberalizzazione del settore ferroviario
Il 2010 sarà un anno di transizione molto importante nel settore ferroviario. Dal primo gennaio il traffico passeggeri internazionale è stato liberalizzato nell’Unione Europea e la concorrenza entrerà quindi a fare parte del panorama ferroviario. I primi effetti di questa rivoluzione si avranno nei prossimi anni, quando gli operatori esteri entreranno nei diversi mercati nazionali. La completa liberalizzazione, vale a dire quella relativa al traffico passeggeri nazionale, non avverrà prima del 2015, poiché Francia e Germania si oppongono fortemente a tale processo. La difesa degli interessi nazionali è tipica dei due paesi, come è accaduto anche durante il processo di liberalizzazione del trasporto aereo. (non è un caso che Francia e Germania abbiano avuto, in Europa, il minore sviluppo del traffico aereo dall’apertura del mercato).
La liberalizzazione porterà maggiore competizione. Veolia, uno dei maggiori player nel settore delle utilities, ha già annunciato che farà concorrenza a SNCF sulle tratte internazionali dalla Francia. In cerca di partner per la sfida, ha individuato in Trenitalia un possibile socio della sfida al colosso ferroviario transalpino. Il quale, a sua volta, è in piena guerra con Ferrovie dello Stato, avendo tra l’altro deciso di partecipare alla nuova avventura montezemoliana di Nuovo Trasporto Viaggiatori (NTV).
L’anno appena iniziato sarà una vera transizione anche considerando il solo panorama italiano. Se il 2009 è stato caratterizzato dal completamento della linea ad alta velocità Torino – Milano – Salerno, il 2010 sarà l’ultimo anno senza un vero competitor nel settore ad alta velocità. Nel 2011 proprio NTV entrerà nel mercato con un investimento molto importante, cui contribuiscono importanti imprenditori italiani e partner finanziari e industriali di rilievo. La sfida di NTV metterà sotto pressione l’operatore storico, che avrà bisogno di incrementare la propria efficienza. Ad oggi, la maggior parte dei ricavi di Trenitalia deriva dai contributi e dai sussidi pubblici: nel momento in cui l’operatore privato entrerà nel mercato, vi è il serio rischio che Trenitalia possa ripercorrere le negative vicende di Alitalia. Se così fosse, vi sarebbe un impatto molto maggiore di prodotto dalla crisi del vettore aereo, avendo Ferrovie dello Stato un numero di dipendenti pari a cinque volte quello della compagnia aerea.
Il conto economico di FS è migliorato nel triennio di gestione di Mauro Moretti, amministratore delegato del gruppo, grazie alla capacità del nuovo management di interloquire positivamente con la politica e di farsi attribuire fondi pubblici sempre maggiori. Nel corso degli ultimi tre anni vi è stato un incremento di circa 800 milioni di euro l’anno tra sussidi e contributi pubblici degli Enti Locali e dello Stato, pur in presenza di un’offerta di servizi sostanzialmente stabile. In termini percentuali, se i contributi e i sussidi pubblici sono aumentati del 25 per cento circa, l’incremento dell’offerta è stimabile nell’0,8 per cento. Attenzione, però: nel momento in cui l’Unione Europea renderà competitivo anche il mercato ferroviario, la concorrenza permetterà di fare prevalere i player più forti ed i contributi pubblici potrebbero vedere una riduzione.
Esiste, inoltre, un serio problema di assegnazione delle risorse pubbliche, soprattutto nel trasporto ferroviario regionale. Le modifiche poste in essere nel corso del 2008 hanno di fatto permesso l’allungamento dei contratti di servizio pubblico regionali a favore dell’incumbent, quasi sempre Trenitalia. Il nuovo contratto di sei anni (con possibilità di rinnovo di ulteriori sei anni) e la contemporanea assegnazione di 400 milioni di euro l’anno da parte del governo alle Regioni hanno di fatto reso incontendibile il mercato del trasporto ferroviario regionale.
Se non si cambia registro, gli utenti – tantissimi, soprattutto i lavoratori pendolari e studenti – del trasporto regionale finirebbero esclusi dai benefici della concorrenza.
Dovremmo augurarci che il 2010 sia l’anno della risoluzione del grande conflitto d’interessi esistente nel settore: il gestore dell’infrastruttura, Rete Ferroviaria Italia, e Trenitalia, l’operatore dominante, sono controllati al 100 per cento da Ferrovie dello Stato. Queste sorelle siamesi rendono la competizione più difficile, poiché una compagnia ferroviaria concorrente deve operare obbligatoriamente sulla rete infrastrutturale di RFI. Come hanno scritto ieri Piercamillo Falasca e Carlo Lottieri sulle pagine de Il Giornale, l’unica soluzione possibile è la separazione proprietaria.
Per quanto riguarda i lavori sulla rete infrastrutturale, si è a metà strada, nonostante il completamento della linea ad alta velocità. Devono essere ancora terminati i lavori sui cosiddetti “nodi ferroviari”: in questo momento i treni ad alta velocità arrivano nelle grandi città e si ritrovano come in un imbuto. E la congestione si scarica soprattutto sui treni regionali, penalizzati anche dall’incremento della frequenza dei Frecciarossa. Trenitalia ha infatti previsto di aumentare del 40 per cento l’offerta con una contemporanea caduta del load factor di nove punti percentuali. Detto in altri termini, viaggeranno molti più treni, molto più vuoti. Si tratta di una tipica manovra d’innalzamento delle barriere all’entrata operata dall’operatore monopolista: in questo modo la società controllata dal Ministero dell’Economia cercherà di rendere molto più difficile la vita per i concorrenti prossimi venturi, i quali troveranno pochi spazi utili per i loro treni.
Insomma, le problematiche nel settore ferroviario sono ancora molto grandi e la concorrenza è molto lontana. La politica può e deve agire rapidamente al fine di sciogliere tutti i nodi che affliggono milioni di passeggeri che ogni anno utilizzano il trasporto ferroviario.
Da libertiamo.it, 11 gennaio 2010
L'Europa ogm-free è un incubo
Il via libera della Commissione Ue alla coltivazione della patata ogm Amflora ha suscitato nel Vecchio Continente reazioni inconvulse da ambientalismo irenistico. Mentre l’Europa discute del filioque, i grandi paesi agricoli del mondo, gli Stati Uniti insieme alle economie in crescita (Brasile, Argentina, India, Cina e Sudafrica), destinano ogni anno milioni di nuovi ettari alle colture ogm. Proprio la profonda svolta biotecnologica dell’agricoltura mondiale, destinata in pochi anni a sostituire l’agricoltura “convenzionale”, porrà nei prossimi anni l’Europa di fronte ad un bivio: ritirarsi nella sua fortezza ideologica e protezionista, erigendo un’invalicabile barriera all’importazione di generi alimentari dal resto del mondo in favore di un’antistorica autarchia, o aprire la propria economia all’innovazione della biotecnologia.
La prima opzione è evidentemente una chimera, se consideriamo quanto già oggi l’Europa sia dipendente dalle importazioni di soia e mais. D’altro canto, facendo due conti (e sarebbe opportuno che al Ministero dell’Agricoltura li facessero), si comprende come l’Italia – le cui esportazioni di prodotti agroalimentari verso gli Stati Uniti rappresentano una porzione importante della bilancia commerciale – avrebbe tutto da perdere dal protezionismo transoceanico che si scatenerebbe. Il prezzo dell’ogm-free lo pagherebbero i consumatori, costretti a rinunciare a prodotti a buon mercato provenienti dal resto del mondo, e lo pagherebbero le imprese italiane, che sopporterebbero costi di produzione più alti e si vedrebbero preclusi importanti mercati di sbocco.
Un’Europa ogm-free sarebbe un continente egoista: solo l’apertura alla coltivazione e alla commercializzazione di prodotti ogm in Europa potrebbe consentire ai paesi più poveri, a partire da quelli africani, di trovare sui mercati europei la linfa necessaria ai necessari investimenti di capitale in attrezzature e tecniche agricole, che permetterebbero a centinaia di milioni di persone – lo ricordava ieri la Santa Sede – di lavorare e di sfamarsi.
Da Il Foglio duepiudue, 3 marzo 2010
Il pianeta è blu, non verde: un approccio pragmatico alle politiche ambientali
Nell'ambito dei "Seminari di Libertiamo" il 27 febbraio 2010 è stato discusso il tema delle politiche ambientali e dei possibili approcci al problema.
Hanno partecipato Benedetto Dalla Vedova (deputato PDL e Presidente di Libertiamo), Piercamillo Falasca (vice presidente di Libertiamo e fellow IBL), Chicco Testa (managing director di Rothschild SpA), Carlo Stagnaro (Direttore Ricerche e Studi dell'Istituto Bruno Leoni), Enrico Musso (senatore PDL).
L'audio del convegno è disponibile su Radio Radicale.
I guerriglieri del riscaldamento globale
I giornalisti non perdono occasione di lamentare il fatto che la lenta morte dei media tradizionali comporterà la perdita, invero disastrosa, del giornalismo d’inchiesta. La rete è una bella cosa, ci dicono, ma chi pagherà il tenace segugio disposto a scovare le notizie? Il cosiddetto “Climategate” dimostra se mai che è vero il contrario: sono stati i blogger dilettanti che hanno avvertito le esagerazioni, le distorsioni e la corruzione della climatologia ufficiale. I reporter dei media, anche dopo che lo scandalo era venuto alla luce, hanno continuato a comportarsi come gli scherani delle loro fonti giornalistiche.
Il segugio non è stato un periodico “d’inchiesta” come Private Eye o News of the World, né tanto meno la BBC, bensì un elettrotecnico in pensione di Northampton. Come ha confermato lo Information Commissioner, dinanzi alle richieste di documenti avanzate da David Holland – legalmente vincolanti ai sensi delle leggi sulla libera disponibilità delle informazioni degli enti pubblici – i ricercatori al centro del Climategate hanno deciso di violare la legge. Viceversa, fino ad oggi non è stato dato il giusto rilievo al fatto che le e-mail del Climategate comprendono svariati messaggi di reporter che cercano, in toni più o meno ossequiosi, di ottenere dai ricercatori armi da impiegare contro gli scettici. In altre e-mail alcuni giornalisti si dicono disposti a cambiare il titolo di un articolo, rendendolo più gradito agli attivisti verdi. Altri, invece, vengono minacciati di essere ostracizzati dagli scienziati per avere avuto l’ardire di riportare l’esistenza di una posizione scettica sull’allarmismo climatico. Un esempio: l’anno scorso un reporter solitamente fedele alla linea allarmista ha fatto un solo, piccolo passo falso e ha ricevuto un messaggio di questo tenore: «La gran parte dei ricercatori sul clima ritiene che il suo reportage sia alquanto seccante. Credo che in futuro lei troverà la porta chiusa da parte di quanti (me compreso) ritengono che non ci si possa più fidare di quello che lei scrive».
I verdi sono talmente avvezzi alla piaggeria che solitamente incontrano negli studi televisivi che, nelle rare occasioni in cui vengono fatte loro domande leggermente più dure del solito, si infuriano. Come ha testimoniato Peter Sissoon della BBC: «Ho fatto notare [a Caroline Lucas, esponente del Partito Verde britannico] che in questo momento non sembra che il clima voglia collaborare e che l’inverno era particolarmente rigido, a dispetto dell’aumento delle emissioni. In effetti, non vi era stato alcun aumento di temperatura da dieci anni a questa parte, in contraddizione con gli allarmi derivati dalle previsioni desunte dai modelli … La Lucas ha perso il controllo e ha affermato che era una vergogna che la BBC – la BBC! – arrivasse a menzionare questo genere di opinioni».
Ovviamente i reporter hanno teso a prendere le parti dei loro intervistati da decenni. Il problema e che oggi non possono più farla franca. Negli anni Ottanta, quando la crisi del giorno erano le piogge acide, ero redattore scientifico e ripetevo tutte le apocalittiche previsioni di scienziati e attivisti verdi sugli effetti delle piogge sulle foreste (nel 1984 il settimanale Stern arrivò ad affermare che un terzo delle foreste tedesche erano morte o stavano per morire e che gli esperti erano persuasi che entro il 1990 tutte – diconsi tutte!– le conifere sarebbero scomparse). Oggi sappiamo che queste previsioni erano completamente sballate e che in quel decennio, lungi dallo scomparire, le foreste di Germania, Svezia e Stati Uniti in realtà si sono rafforzate. Avrei dovuto essere più scettico.
Da venti anni a questa parte gli “scettici del clima” sono stati accusati di sposare una posizione completamente sbagliata, non solo sul piano dei fatti, ma anche sul piano morale, sono stati paragonati a chi nega l’Olocausto, sono stati informati che meritavano di venire processati per crimini contro l’umanità, sono stati evitati come la peste in occasioni sociali. Eppure, in questo caso, il loro numero e la loro convinzione non fa che crescere. Qual è la differenza?
La differenza, in una parola, è internet. Il Consenso Climatico, se vogliamo dargli un’etichetta, mantiene la presa sul mondo ufficiale (le università, i media, le grandi aziende, gli enti pubblici), ma sta perdendo terreno nelle giungle della Rete. Dopo tutto, ottenere fondi di ricerca, rilasciare interviste e fornire consulenze ai consigli d’amministrazione richiede tempo. È proprio l’ostracismo di cui sono stati vittime che ha permesso agli scettici di scavare a fondo, senza preoccuparsi di domande di finanziamento e di inviti a Stoccolma. Il più importante blog utilizzato dal Consenso, realclimate.org, è emblematico di questo problema: è stato creato da una società di pubbliche relazioni ed è gestito da un dipendente della NASA, che fa i salti mortali per dimostrare che segue questo blog solo nel tempo libero. Il blog, inoltre, si contraddistingue per il sussiego di chi è stanco di dover ripetere cose ovvie e per la propensione a censurare il dissenso, caratteristiche che non si trovano sulla gran parte dei siti web degli scettici.
Per apprezzare la differenza, basta confrontarlo con wattsupwiththat.com, un sito fondato nel novembre 2006 dal californiano Anthony Watt, ex-meteorologo della televisione. Inizialmente il sito si occupava di invitare i lettori a fotografare le postazioni meteorologiche di rilevamento delle temperature, per evidenziare il fatto che molte di esse sono situate in località del tutto inadatte al loro compito. Gradualmente, però, questo sito si è trasformato da un punto di incontro per fissati a una pubblicazione online sul clima, che vanta tre milioni di visite al mese e una enorme quantità di interessanti articoli di fisici, geologi, economisti ed esperti di statistica.
Ancora, prendiamo un libro pubblicato non molte settimane fa, The Hockey Stick Illusion di Andrew Montford, che è al tempo stesso un ottimo giallo e un brillante esempio di divulgazione scientifica. Montford non ha mai lavorato nel mondo dei media: è un ragioniere ed editore di pubblicazioni scientifiche che opera dalla sua abitazione di Milnathort nel Kinrossshire e gestisce un blog intitolato “Bishop Hill”.
Montford ha iniziato a interessarsi di questo argomento nel 2005, dopo aver letto su un blog un pezzo di un altro non-giornalista dilettante chiamato Tim Worstall, un commerciante di scandio che vive in Portogallo (giuro che non me lo sono inventato), che a sua volta stava commentando il lavoro di un altro blogger: Steve McIntyre, un consulente minerario in pensione e appassionato giocatore di squash che vive a Toronto. McIntyre continua a scoprire errori nei lavori dei climatologi, ed è per questo lo scettico più odiato dalla categoria, sebbene sia scrupolosamente cortese e pretenda che i lettori del suo blog (climateaudit.org) seguano il suo esempio. I ricercatori protagonisti del Climategate gli hanno appioppato gli epiteti più diversi: «Quell’individuo», oppure «Mr. Mc“non ci sto con la testa”» o addirittura «il McCarthy della climatologia».
È interessante notare che tutti questi blogger scettici sono lavoratori autonomi. I loro punti di forza sono la rete di rapporti e il feedback che ne derivano: gli errori vengono rapidamente corretti, si aprono nuove linee d’indagine, le competenze vengono condivise e si creano collegamenti. Certamente pregiudizi e ignoranza abbondano, ma i buoni blog vengono premiati da scoop e da saggi scritti da autori esterni, e per tale motivo possono attingere da ricche fonti di conoscenze. Quando Montford pubblicò il suo post (ormai diventato un vero e proprio classico del genere) intitolato “Caspar and the Jesus paper” sulle acrobazie alle quali aveva dovuto ricorrere l’IPCC per inserire prematuramente un paper pieno di manchevolezze (mirante a controbattere le critiche di McIntyre) nella letteratura peer-reviewed, in modo da poterlo utilizzare a sostegno del rapporto finale dell’IPCC, il passaparola fece sì che l’interesse per il suo sito raggiungesse vette mai viste.
Le vere e proprie autopsie dei paper del Consenso fatte da McIntyre fanno sfigurare la deferenza che contraddistingue la revisione inter pares (peer review) dei lavori scientifici. Scavando a fondo nei dati e nei software, l’ingegnere canadese ha scoperto una miriade di errori, sia nelle tecniche statistiche, sia negli stessi dati utilizzati per realizzare l’ormai famoso grafico “a mazza da hockey”, che vorrebbe dimostrare che il livello e la velocità di cambiamento della temperatura terrestre negli anni più recenti non trova riscontri nella storia umana. McIntyre ha inoltre messo in luce un errore nei dati che—guarda caso—faceva sì che le temperature del 1934 in America fossero inferiori a quelle del 1998; la fusione dei dati di due postazioni meteorologiche in Antartide in modo che sembrassero una sola; l’omogeneizzazione dell’innalzamento del livello del mare in modo da occultare il fatto che la sua velocità si è ridotta; il ricorso ad una serie “ribaltata” di sedimenti lacustri svedesi, in modo che mostrasse un aumento recente della temperatura, anziché la sua riduzione; e infine il tentativo di resuscitare il grafico “a mazza da hockey” avvalendosi di un campione ridicolmente esiguo di soli 12 larici siberiani. Quest’ultima scoperta è avvenuta quando Montford ha notato che il ricercatore che per dieci anni aveva rifiutato a McIntyre l’accesso ai propri dati aveva pubblicato un articolo in una rivista che archivia rigorosamente tutti i dati. Montford ha informato della cosa McIntyre, che ha quindi chiesto alla rivista di obbligare il ricercatore in questione a rendere pubblici i suoi dati, come infatti è avvenuto.
«Ai commentatori sembra inconcepibile—ha scritto Andrew Orlowski, redattore di the Register, il giornale online del settore informatico—che anche gli scienziati abbiano pregiudizi e che il processo di pubblicazione degli articoli (tramite peer review) non sia un esempio cristallino di controllo della qualità, ma che possa essere distorto». Chip Knappenberger, autore del blog masterresource.org, ritiene che, se la letteratura scientifica diventerà una risorsa chiusa ed esclusiva, l’avvento dei blog come deposito di conoscenze scientifiche non potrà che continuare. «Posso solo prevedere che questo getterà nello scompiglio lo stato della scienza e della ricerca».
Quando il Climategate è scoppiato, i media tradizionali, come la cavalleria gettata allo sbaraglio contro gli arcieri inglesi nella battaglia di Crecy, hanno pubblicato per lo più articoli di tono sprezzante che rispecchiavano la posizione ufficiale del Consenso. Ad esempio, hanno ripetuto la “linea di partito” secondo la quale i dati sulle temperature globali della University of East Anglia (protagonista in negativo del Climategate) erano suffragati da due altri gruppi di dati “interamente indipendenti” (desunti da NASA e NOAA). In realtà questa obiezione era del tutto fasulla: tutti e tre i gruppi di dati dipendono dalla medesima rete di postazioni meteorologiche. I direttori dei giornali (britannici) hanno dovuto constatare, leggendo e contando le repliche sulle pagine dei loro blog, che i loro lettori avevano un enorme interesse e grande competenza in merito allo scandalo del Climategate. Uno dopo l’altro, hanno capito che c’era sotto qualcosa di grosso e hanno finalmente sguinzagliato i loro segugi: per primo il Daily Express, seguito dal Daily Mail e da Sunday Times. Successivamente si sono aggiunti il Times e addirittura il Guardian.
Per quegli sparuti giornalisti mainstream che avevano sempre sposato posizioni scettiche, come Christopher Booker, dev’essere stata un’esperienza incredibile, un po’ come quella che proverebbe un soldato salvato dalle linee nemiche. Chissà, magari un giorno anche BBC News inizierà a porre domande scomode… Ma il lavoro sporco è stato fatto dai blogger.
Matt Ridley è autore di Nature Via Nurture: Genes, Experience and What Makes Us Human e The Origins of Virtue: Human Instincts and the Evolution of Cooperation. Il suo prossimo libro, The Rational Optimist, uscirà a maggio.
Questo articolo è stato originariamente pubblicato su The Spectator, febbraio 2010, che ringraziamo per la gentile autorizzazione alla pubblicazione in Italia. Matt Ridley sarà l’ospite d’onore dell’edizione 2010 del Mises Seminar, organizzato dall’Istituto Bruno Leoni a Sestri Levante il prossimo ottobre.
Automobile ed elettricità
Che la mobilità sostenibile, o meglio una mobilità sempre più sostenibile, sarà uno dei grandi temi di un domani sempre più prossimo è davvero una facile previsione; un po' più difficile è individuare strumenti e mezzi con cui verrà realizzata. I primi andranno cercati tra quelli di comando e controllo (standard sulle emissioni sempre più stringenti restrizioni alla mobilità privata) e misure di incentivazione. Sui mezzi dovrebbe essere ormai chiaro che la concorrenza sarà molto agguerrita e difficilmente vedrà un vincitore, almeno nel breve-medio termine.
Se il successo degli autoveicoli alimentati a GPL e metano ha superato molte aspettative e il numero di veicoli ibridi (motore endotermico + elettrico)in listino è in continuo aumento, in tutti i segmenti (sono in arrivo anche modelli Porsche e Ferrari!) non va, affatto, trascurato il potenziale di miglioramento delle auto alimentate in modo tradizionale, specie quelle a benzina dove la parola d'ordine è downsizing: adozione di motori sempre più piccoli ed efficienti, con l'aiuto di compressori e turbocompressori, per ottenere prestazioni confrontabili o migliori rispetto a propulsori di cilindrata superiore, ma con consumi ed emissioni inferiori. Ogni tipologia di veicolo merita un discorso a sé; quello su cui vogliamo, per ora, soffermarci è uno non certo nuovo ma che potrebbe finalmente avere un proprio spazio: l'auto elettrica. E' vero infatti che l'auto elettrica si è affacciata più volte nel mercato dell'auto (agli albori, negli anni sessanta e novanta) ma si è sempre persa per strada, come giustamente ricorda Renato Calvanese in scetticissimo briefing paper (BP 82) dell'Istituto Bruno Leoni.
Perché questa volta dovrebbe farcela? Le motivazioni vanno ricercate innanzi tutto nell'imposizione di limiti di emissione (e di circolazione) sempre più stringenti che, specialmente in ambito urbano, paiono inevitabili. Dal punto di vista del sistema elettrico, la possibile diffusione di massa di veicoli elettrici e di stazioni di caricamento impatterà sul profilo di carico e sulla sua prevedibilità, la rete di distribuzione in particolare - forse anche in tempi brevi - dovrà scambiare energia con nuovi soggetti attivi. Non è per nulla azzardato, infatti, pensare all'utilizzo di sistemi di accumulo di tipo bidirezionale, che, tra le altre cose, avranno una numerosità mai vista prima.
Tutto ciò inevitabilmente comporterà un nuovo ruolo per il distributore locale di energia elettrica che necessiterà di una specifica regolamentazione oltre che di sistemi e reti intelligenti per interfacciarsi e gestire al meglio questa riserva di capacità (le Smart Grids di cui tanto si parla). La presenza di una così valida riserva, in un'isola virtuosa governata dal distributore, potrà fornire un utile contributo al dispacciamento e all'intero sistema elettrico non solo in termini di massimo sfruttamento del potenziale derivante da fonti rinnovabili, ma anche nella gestione dell'intermittenza – contribuendo proprio a risolvere il problema dell'accumulo di energia – realizzando nuove forme di “stoccaggio”. Probabilmente vi sarà coesistenza tra auto elettrica pura (full electric) e ibrida con plug-in che differiranno per dimensioni, più piccole le prime e più grandi le seconde, e appartenenza a segmenti di mercato differenti; entrambe però avranno bisogno delle stesse tecnologie per il rifornimento.
Oltre all'alimentazione domestica si svilupperà un servizio di ricarica esterna abbinato, almeno nei primi anni, ai servizi di parcheggio, pubblici e privati. Le infrastrutture saranno comunque in concorrenza data l'omogeneità del prodotto. La concorrenza che potrebbe svilupparsi anche per i veicoli full electric con tecnologia battery-switch station (o battery-swap station) che si serviranno di stazioni di servizio dove scambiare le batterie, la cui diffusione potrebbe avvenire in una fase successiva. Una volta fissato lo standard unico per il servizio (lo scambio di batterie) i distributori si troverebbero in una sostanziale parità di condizioni, a differenza dell'attuale rete di distribuzione dei carburanti, dove i distributori sono per la maggior parte controllati o collegati con le società petrolifere, che hanno un controllo diffuso anche sulla fase logistica di stoccaggio/approvvigionamento e nella produzione/raffinazione.Il distributore di benzina, oltre ad avere pompe tradizionali (che rimarranno, anche se con un utilizzo minore) potrebbe, quindi, offrire il servizio di scambio batterie. La progressiva diffusione di autoveicoli alimentati elettricamente avrebbe, poi, un visibile -ancorché indiretto – effetto sulle dinamiche di prezzo e di consumo sia dei carburanti tradizionali (benzina e diesel) sia dei carburanti alternativi (GPL e metano). Del resto proprio l'aumento della penetrazione di auto a GPL e/o a metano ha aperto la strada all'interfuel competition. Vantaggi di prezzo, incentivi e assenza di limitazioni nell'uso hanno contribuito a spostare una parte della domanda di mobilità verso combustibili a minor impatto ambientale con conseguente flessione della fetta di mercato riservata ai carburanti tradizionali. Inoltre, pur permanendo un mercato captive nel breve periodo per benzina e diesel, la presenza di prodotti sostitutivi ha aumentato l'elasticità della domanda di carburanti tradizionali e reso il consumo degli stessi maggiormente sensibile a variazioni nei prezzi alla pompa. In un contesto siffatto lo sviluppo di un parco di veicoli elettrici, anche se limitato al solo utilizzo urbano, si inserirebbe appieno nella dinamica di ampliamento della concorrenza tra i diversi carburanti.
Certo, rimangono i problemi di prezzo e la modulazione degli indispensabili incentivi, senza contare le questioni fiscali e i rischi per le accise. Anche se il vero, ineludibile, ostacolo resta il costo futuro delle batterie: senza un salto tecnologico che le renda più convenienti, una diffusione su larga scala di veicoli elettrici sarebbe davvero difficile. A dirla poi tutta, uno dei due che scrivono è rimasto abbastanza deluso dall'acquisto di una nota auto ibrida, l'altro lamenterebbe l'assenza del rombo per i mezzi elettrici (ma questa è proprio una piccolissima cosa); ma, per esempio, i 2.209 automobilisti che si sono candidati per ottenere le prime 100 Smart elettriche previste da Enel a Roma, Pisa e Milano sono senz'altro un buon segno. Le case automobilistiche, poi, mostrano un serio interesse, Renault sul proprio sito ha già fatto partire il conto alla rovescia (770 giorni) e Peugeot prevede di vendere la Ion, che deriva dalla Mitsubishi i-MIEV, già per fine 2010.
Se, infine, gli ambientalisti, o meglio Greenpeace, Friends of the Earth Europe e Transport & Environment, già avvertono nel recentissimo report Green Power for Electric Cars che le auto elettriche, se non alimentate da energia rinnovabile, potrebbero (addirittura) far aumentare le emissioni di CO2 non si può non ricordare, come già ‘futuristicamente' scritto su queste colonne (v. Staffetta 11/03/09), che l'auto elettrica sarebbe proprio il miglior viatico per il nucleare. Ma questo, (ri)visti i consumi e gli obiettivi al 2020, forse non dovremmo essere noi a dirlo.
Da Staffetta Quotidiana, 23 febbraio 2010
IBL: ecco perché bisogna aumentare i limiti di velocità
Combattere l’emergenza smog riducendo i limiti di velocità sulle autostrade? Per l’IBL la proposta avanzata dal ministro dell’ambiente Stefania Prestigiacomo è da bocciare. Nel Focus di Francesco Ramella dal titolo "Chi va piano va sano?" (PDF) si spiegano le ragioni che dovrebbero indurre ad imboccare la strada opposta a quella indicata dal ministro.
Al vaglio del Parlamento vi è la proposta, a firma dei senatori leghisti Roberto Mura e Piergiorgio Stiffoni, di elevare a 150 km/h il limite di velocità su alcune tratte della rete autostradale. Su questo punto l'opinione pubblica si è divisa: da una parte chi sostiene che "alzando il limite e grazie all'utilizzo dei cruise control, che fissano la velocità di crociera, avremmo un flusso costante che fa risparmiare tempo ed aumentare la sicurezza", dall'altra "coloro che hanno paventato il rischio di una 'strage' sulle autostrade". Per Ramella, "probabilmente hanno torto sia i sostenitori che i detrattori del nuovo limite di velocità. È verosimile che l'incidentalità aumenti ma, nonostante ciò, la proposta è difendibile sotto il profilo dei costi e dei benefici". Infatti, i dati riportati da Ramella "sembrano evidenziare come i risparmi di tempo conseguiti grazie ad un incremento della velocità media, siano più rilevanti dei costi che derivano dall'aumento della sinistrosità".
Il Focus di Francesco Ramella, fellow dell’Istituto Bruno Leoni, "Chi va piano va sano?" è liberamente scaricabile qui (PDF).
La domenica a piedi della “rieducazione” ecologista
La prossima sarà una domenica inutile: anzi, peggio che inutile. Costretti a lasciare l’automobile in garage per l’intera giornata a seguito di un’iniziativa demagogica assunta dai sindaci delle maggiori città del Nord, milioni di concittadini subiranno in silenzio questo ennesimo sopruso, che per varie ragioni appare insensato.
Il sindaco milanese Letizia Moratti e quello torinese Sergio Chiamparino, promotori di questa giornata ambientalista, hanno provato a giustificare la decisione sostenendo che fermare gli automezzi sarebbe importante per salvaguardare l’aria e rispondere a una situazione intollerabile (sia a Milano che a Torino i limiti di legge riguardanti il PM 10 sono stati superati più di trenta volte dall’inizio dell’anno). Ma lo stesso primo cittadino del capoluogo piemontese ha poi dichiarato, senza giri di parole: “Il blocco del traffico non è una misura che strutturalmente può contrastare l’inquinamento, ma è importante farlo in modo coordinato su una vasta area”. Non serve, ma va bene lo stesso.
Stupisce tanta leggerezza, anche se il comportamento degli amministratori è in parte comprensibile alla luce del fatto che essi sono “sotto ricatto”: da anni l’Italia ha adottato limiti rigidissimi, che è impossibile rispettare, e in questa situazione i sindaci rischiano ogni giorno di finire sul registro degli indagati. Come infatti è accaduto poche settimane fa e come potrebbe succedere di nuovo. Oggi si bloccano le automobili, insomma, nella speranza che questo serva, domani, a bloccare le inchieste.
È triste però che di queste cose non si discuta e che nessuno si domandi se i limiti (ben più ampi) adottati da altre legislazioni europee mettano a rischio la salute o, più semplicemente, non rappresentino una soluzione più equilibrata a un problema – quello dell’inquinamento – che in realtà è in via di risoluzione grazie allo sviluppo di tecnologie meno inquinamenti e alla trasformazione della nostra economia da prevalentemente industriale a largamente terziarizzata.
Negli ultimi cinquant’anni a Parigi la concentrazione di “fumo nero” nei mesi più freddi, ad esempio, si è ridotta dell’80%: oggi, insomma, è solo un quinto di quanto non fosse negli anni Sessanta. Una stessa trasformazione si è avuta da noi e chi ricorda lo smog milanese dei decenni scorsi lo sa bene. Come ha sottolineato un paio di anni fa Francesco Ramella, “nel corso degli ultimi quindici anni la concentrazione nell’aria di tutti i maggiori inquinanti nel capoluogo lombardo si è drasticamente ridotta: il biossido di zolfo è passato da 38 a 5 μg/m3 (-87%); il biossido di azoto è diminuito da 115 a 60 μg/m3 (-48%); l’ossido di carbonio è stato abbattuto da 3,9 a 1,3 μg/m3 (-67%) le polveri totali sospese sono state ridotte da 140 a 59 μg/m3 (-58%)”.
C’è un’altra considerazione da farsi. Il blocco del traffico è una grave lesione a un diritto fondamentale, quello di muoversi. Sorprende leggere che, di fronte alla diffusa consapevolezza dell’inutilità dello stop che avrà luogo domenica prossima, molti già sostengano che la cosa vada ripetuta nei giorni feriali. La sensazione, ma non si tratta solo di una sensazione, è che agli occhi dei politici le nostre libertà non siano nulla e che di noi si possa fare quello che si vuole.
Solo stupidità? Non è così.
Da un certo punto di vista, è facile riconoscere quale sia il vero significato di una decisione altrimenti ingiustificata. Per cogliere dove voglia davvero condurre tale iniziativa basta leggere la conclusione del documento con cui Legambiente ha dato il proprio sostegno all’iniziativa di Moratti e Chiamparino: “sappiamo che non basta fermare le auto un solo giorno all’anno, ma l’adesione alla giornata di decine di sindaci di città importanti, affiancati dai sindaci di città più piccole che prendono contemporaneamente simili decisioni, ha certamente una grande importanza, simbolica ed educativa”.
Ecco, l’ultimo aggettivo è fondamentale: lorsignori ci vogliono “educare”. Sindaci, ambientalisti, presidenti di Regione e funzionari delle varie agenzie pubbliche preposte a vigilare sull’aria non intendono limitarsi a svolgere il loro lavoro, ma puntano a dirci cosa si deve fare, e cosa non si deve fare. E in qualche caso vogliono che noi si sia partecipi di quella medesima angoscia che avvertono di fronte alla notizia che in Kenya va calando il numero degli elefanti o che la temperatura globale – anche se soltanto nei dati truffaldini dell’Ipcc – va crescendo.
Non dobbiamo sorprenderci di questo, poiché da anni quanti frequentano i primi anni della scuola dell’obbligo sono educati al culto della Madre Terra, condotti nei giardini pubblici a piantare alberelli, stimolati in tutti i modi a buttare il vetro nelle campane della raccolta differenziata. La fabbrica del buon cittadino ecologista lavora a pieno regime.
D’altra parte, nessun potere vive senza un’ideologia che lo sorregga, perché è difficile dominare l’uomo usando sempre e solo la forza. Ma è assai più agevole governare se lo si fa in nome di qualche “divinità” (più o meno dichiaratamente tale) e, per giunta, avendo a cuore il benessere di tutti: panda inclusi. Se non si parte da qui è difficile comprendere questa insulsa domenica senza macchine, in cui il ceto politico cerca di trovare una qualche ragione di autolegittimazione appellandosi a un confuso intruglio ideologico in stile New Age.
Alla fine, come spesso capita, tutto si risolverà comunque in una rapina. In fondo, anche gli incentivi con cui finanziamo la grande industria vengono solitamente giustificati con argomenti “ecologici”. E così oggi il movimento dei sindaci padani vuole che – finiti gli scherzi di un carnevale tardivo rispetto al calendario – dalle chiacchiere si passi ai fatti: e già si annunciano richieste di ulteriori imposte che penalizzino l’automobile. I molti miliardi di euro che ogni anno sono sottratti ai titolari di autovetture, evidentemente, non bastano.
Ma lamentarsi sarebbe ingiusto: in fondo, tutto questo è fatto per il nostro bene.
Da Il Giornale, 21 febbraio 2010
ENI finisce nella rete
Primavera bollente per Eni che, con l'aggiornamento del piano al 2013 (a marzo), dovrà affrontare il nodo delle reti: dalla ventilata separazione di Snam Rete Gas, alla cessione dei gasdotti europei. Un dossier caldissimo sul suolo nazionale ed europeo «che potrebbe rivelare - spiega a B&F Carlo Stagnaro, direttore del dipartimento Studi e ricerche dell'Istituto Bruno Leoni - un vero e proprio colpo di teatro da parte di Scaroni, ai fini di un mercato più efficiente e competitivo, e in vista dell'ultimo anno del suo mandato. O, diversamente, riconsegnarci un'Eni immutata». Si, perché come mai prima la separazione tra gas e petrolio sta dividendo gli esperti del settore tra chi benedice lo split, «sarebbe la panacea che potrebbe risollevare titolo, debito e dividendo». E chi giudica lo scorporo «una mera forzatura speculativa». Un dibattito rianimatosi (se ne parlava già nel 2005) a colpi di lettera. Negli ultimi mesi, il fondo Knight Vinke, azionista di Eni con l'1%, ha tappezzato i giornali di mezzo mondo con annunci a pagamento che spiegassero i benefici raggiungibili con lo scorporo delle attività regolate: «Farebbe emergere un ulteriore valore nascosto per almeno 50 miliardi risollevando un titolo sottovalutato». Posizione appoggiata anche dall'Authority per l'Energia che, in ragione di un mercato competitivo, ha più volte chiesto all'Eni di rimettere mano alla propria struttura.
«Attualmente - spiega Stagnaro - il gruppo ha un'organizzazione verticalmente integrata fino al cliente finale, che non si ritrova in nessun altra grande oil company europea. Ed è inutile chiamare in difesa dello status quo un presunto depotenziamento di Eni che renderebbe contendibile uno dei nostri campioni nazionali». Un chiaro riferimento alle voci che, nell'ultimo mese, hanno dato il China International Corporation (Cic) interessato a entrare nell'azionariato del gruppo. «La contendibilità del Cane a sei zampe non dipende affatto dal suo modello organizzativo - continua Stagnaro - ma dalla volontà del Tesoro (primo azionista) di renderla eventualmente tale. Opzione che, per altro, non vedo così negativa». Dopo mesi di decisi «no», al grido di «dobbiamo rimanere uniti», ultimamente sul dossier Snam, l'AD Paolo Scaroni ha tuttavia alleggerito la sua posizione: «Nessun dogma, il deal è fattibile ma non ora, e solo con l'ok del governo». Un cambio di rotta che fa pensare al doppio fattore «d»: dividendo & debito. Il Tesoro non sarà infatti contento di una cedola in tendenziale riduzione (e già ridotta a 1 euro nel 2009) e potrebbe vedere di buon occhio operazioni pro-liquidità.
D'altra parte, sul fronte del debito, va tenuto presente che circa la metà della posizione finanziaria negativa dell'Eni (più o meno 20 miliardi) risiede proprio nelle attività regolate. D'altra parte, c'è invece chi come Alessandro Bianchi, ad di Nomisma Energia, ritiene che non ci sia «equanimità in chi sostiene che la cessione della rete gas porterebbe beneficio al mercato italiano. Chi lo sostiene lo fa da anni, ma nel frattempo il mercato ha avuto una trasformazione profonda». Dati alla mano, Bianchi sostiene infatti che «Eni è in grave difficoltà sul mercato del gas italiano: ha perso il 25% del volume tra il 2009 e il 2008 (12 miliardi di mc), da 52 a 40 miliardi di metri cubi. Mentre gli altri gruppi hanno guadagnato 4 miliardi di mc». Critico sullo scorporo Snam, Bianchi aggiunge che pur capendo «le posizioni degli azionisti speculatori che vogliono far emergere redditività aggiuntive, si sta perdendo di vista il nuovo ruolo che stanno assumendo gli esportatori di gas e quanto sia pesantemente in gioco l'interesse economico del sistema Paese e la sicurezza strategica degli approvvigionamenti».
Anche sul fronte europeo, l'Eni è alle prese con la partita «reti». 11 gruppo ha «dolorosamente» deciso di cedere la proprietà dei gasdotti Tag (Trans-Austria Gas), Tenp e Transitgas per scampare a una maxi-multa Ue per abuso di posizione dominante in violazione alle regole europee sulla concorrenza. Tuttavia, la partita europea non è ancora definita. Solo per quanto riguarda il Tag (valore 800 milioni) è ormai certo che la vendita si giocherà in casa, in favore della Cdp. «Affronteremo la questione nel cda del 24 marzo - ha spiegato l'ad della Cdp, Massimo Varazzini - si tratta di un buon investimento, da lì passa oltre il 30% del gas italiano».
Per quanto riguarda il titolo, nell'ultima settimana, sono state diverse le limature ai target (Ing a 20,45 euro da 21 euro; Hsbc da 21 a 20 euro: comunque ampiamente sotto i valori attuali), ma tendenzialmente i rating sono orientati al mantenimento del titolo in portafoglio o addirittura all'acquisto. Nomura ha inserito Eni nell'Oil Focus Buy portfolio. Hsbc, nonostante indichi un buy, consiglia invece prudenza sul titolo spiegando di «aver ridotto le stime di utile per azione 2010 e 2011 dell'8% e del 5%, in seguito al taglio della produzione e alla debolezza emersa sui margini delle attività di raffinazione, in parte controbilanciate da un dollaro più forte». Per la banca inglese, Eni tratta attualmente a un p/e 2010 di 7,8 volte, ossia a sconto del 4% sulla media di mercato. Ing dal canto suo spiega che gli elementi catalizzatori per il titolo verranno chiariti nell'ambito dell'aggiornamento del piano 2010-2013 (1112 marzo). «Eni farà chiarezza sulla sua posizione negli Stati Uniti, sulle opportunità in Russia, sulla commercializzazione in Kazakistan, sui progressi in Turkmenistan, sulle vendite della linea di transito del gas e sulle infrastrutture per il gas (South Stream), sugli ultimi sviluppi nel Nord Africa e sulle opportunità in Africa, Australia, Alaska e Venezuela. Restiamo ottimisti nel medio termine sui volumi e vediamo un potenziale di crescita a due cifre in 2012-2014 in Nord Africa, Nigeria, Angola e presto anche in Russia e in Iraq. La crescita dei volumi e del flusso di cassa, unita al momentum interessante degli utili, potrebbe portare a una revisione al rialzo dei livelli già positivi del 2012. Eni - conclude Ing - rimane poi un investimento economico con un rendimento difensivo del 5,9% rispetto al 5,7% dei competitor».
Da Borsa & Finanza, 20 febbraio 2020
I politici si sentono in missione per conto di Dio
Il Nord a piedi. Ottanta comuni in sette regioni settentrionali (Lombardia, Piemonte, Liguria, Veneto, Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia e Trentino), più Napoli, bloccheranno il traffico trale 9 e le 17 di domenica 28 febbraio. Lo hanno deciso i sindaci durante un vertice straordinario a Milano, con la benedizione del sindaco, Letizia Moratti, dell'Anci (per bocca del presidente, il torinese Sergio Chiamparino) e del governo. Tra le proposte che sono state sollevate per arginare il fenomeno dell'inquinamento, l'idea di alzare i pedaggi delle autostrade e delle tangenziali più trafficate allo scopo di reperire risorse (esempio da manuale di politica pro-crisi, dopo aver chiuso l'anno con una contrazione di quasi cinque punti percentuali del prodotto interno lordo...).
Il populismo, come la polvere, si solleva facilmente, non appena qualcuno inizia a soffiare. Così, anche questa volta ai cittadini - giàprovati dal degrado infrastrutturale, piegati dalle tasse, soffocati dalla retori ca ecologista -verrà chiesto di sacrificare il loro benessere e i loro diritti sull'altare del politicamente corretto. Eppure, nella confusione generale, alcuni elementi di certezza ci sono. Uno è che, come ha scritto Francesco Ramella su libero del 29 gennaio, grazie al progresso tecnologico, «la qualità dell'aria nelle nostre città è drasticamente migliorata.
L'atmosfera era come una stanza piena di polvere. Un po' alla volta l'abbiamo ripulita ed oggi non rimangono che pochi residui». Secondariamente, «d'inquinamento - ha detto ieri Umberto Tirelli ad Avvenire - è anche l'effetto di macchine, ri scaldamenti, industrie che ci permettono di vivere meglio e più a lungo».
Terzo: il direttore dell'Istituto per l'inquinamento del Cnr, Ivo Allegrini, ha detto con chiarezza che, se l'obiettivo è quello di combattere lo smog, il blocco del traffico «è inutile e con benefici irrisori rispetto ai costi». Infine, nell'equazione va considerato un altro fattore, immateriale ma fondamentale. Per usare le parole di Chiamparino, lo stesso che oggi vorrebbe costringere le macchine nei garage, «il diritto alla mobilità coincide con il diritto alla libertà».
Per quel che riguarda gli aspetti sanitari, un rapporto dell'Accademia francese delle scienze avverte che «vi sono numerose incertezze in merito alla rilevanza degli effetti a corto e a lungo termine. Tali incertezze sono legate alla piccolezza del rischio». Del resto, l'aspettativa di vita (una misura indiretta dell'effetto aggregato di tutti i fattori di rischio) è andata crescendo inesorabilmente: secondo l'Istat, nel 2009 la speranza di vita alla nascita per gli uomini era di 78,9 anni, per le donne addirittura 84,2, 0,2 anni in più rispetto al 2007 e addirittura, rispettivamente, 2,4 e 1,7 anni in più che nel2000. Il miglioramento è evidente soprattutto nell e fasce più anziane della popolazione (oltre i 65 annidi età), cioè quelle che teoricamente sono più esposte e meno resistenti a minacce come l'inquinamento. In più, gli italiani sono mediamente più longevi degli europei, il che suggerisce che la qualità della vita - di cui l'inquinamento è, ovviamente, una componente - è superiore amolti paesi simili a noi.
Se dunque non c'è alcuna ragione tecnica o sanitaria per pensare che spegnere le automobili aiuterà a risolvere il problema; se il problema dipende essenzialmente dalle condizioni atmosferiche e, nella misura in cui dipende dalle tecnologie in uso, è in rapida diminuzione; se, infine, le politiche adottate non hanno alcun beneficio, ma implicano un costo ingente in termini monetari e di perdita della libertà: perché iniziative del genere sembrano trovare tanto supporto tra gli amministratori locali? Forse la risposta va cercata nelle seduzioni del potere. Sentendosi in missione per conto di Dio, i sindaci pensano di poter giocare coi nostri soldi e i nostri diritti. Qualcuno dovrebbe spiegar loro che siamo adulti e vaccinati: non abbiamo bisogno di essere salvati da noi stessi. Al massimo qualcuno deve salvarci dal malinteso spirito missionario dei nostri politici.
Da Libero, 20 febbraio 2020
The Perpetual Panic About Peak Oil
Patience Wheatcroft argues that “peak oil—the point at which global production reaches its maximum—is no more than five years away.” (Agenda Europe, “The Next Crisis: Prepare for Peak Oil,” Feb. 11) In fact, peak oil has been five years away for decades.
So far, despite the gloomy prophecies on resource exhaustion, not only oil, but every other resource has become, on average, more abundant, not more scarce. Such increasing abundance is reflected—in the long run—in decreasing real prices. We have enough oil below the ground to focus on more urgent and less permanent "crises."
Moreover, Ms. Wheatcroft might consider that nuclear power—a reliable and clean energy source—is not a substitute for oil, as the former can only be used for electricity generation, while the latter is mostly used for transport and petrochemicals. Buying into the peak oil myth is a poor service to the cause of nuclear power.
Carlo Stagnaro
Istituto Bruno Leoni
Milan
Nucleare: perché si
Quanto che sta succedendo nel Lazio, dove i due principali candidati alla guida della Regione hanno adottato un profilo anti-nuclearista, la dice lunga sulle difficoltà che dovrà incontrare chi vuole riportarci tra quanti, in materia energetica, hanno un approccio serio e responsabile. Perché, se certe condizioni vengono rispettate, è evidente che l'atomo può dare un significativo contributo alla nostra economia e rappresentare pure uno strumento di autonomia politica.
Nonostante quanto si sente spesso ripetere, il nucleare è un'energia pulita e sicura: e molto più di tutte le alternative reali. Se perfino il noto teorico dell'ecologismo radicale James Lovelock si è convertito a questa energia è perché, alla fine, la realtà prevale sul l'ideologia. Chi farà la storia del Novecento su tali temi (e, per giunta, il nucleare di ultima generazione, ovviamente, è anche più avanzato) dovrà un bel giorno mettere su un braccio della bilancia quanti sono stati i morti e gli incidenti collegati all'estrazione o alla lavorazione del petrolio e altre fonti tradizionali, e sull'altro i danni davvero molto inferiori - che l'energia atomica ha arrecato alle persone e alla natura stessa.
Di sicuro è indispensabile che il nucleare sia privato: che vi sia insomma chi investe proprie risorse al fine di ricavare profitti, e che lo faccia con tutta l'oculatezza che caratterizza gli operatori privati. Questo, tra l'altro, eviterebbe di vedere lo Stato nella veste del controllore e del controllato. La politica si limiti a definire le regole e farle rispettare, lasciando che i privati investano e gestiscano il tutto al meglio.
Proprio per questo, però, è necessario che si arrivi al nucleare attraverso un accordo politico bipartisan, quanto più possibile condiviso, trasparente e vincolante. Non si può immaginare, infatti, che oggi qualcuno inizi a destinare a tale impresa molti milioni di euro per poi - dinanzi a un eventuale cambio di maggioranza - trovarsi a veder andare in fumo le proprie risorse. Non solo: in assenza di più che solide garanzie, l'unico a muoversi sulla strada del nucleare sarebbe il pubblico, capace di destinare a ciò i soldi dei contribuenti anche in presenza del rischio rilevante di perdere tutto.
Il nucleare è necessario, insomma. Ma è ugualmente cruciale che lo facciano i privati ed entro un quadro giuridico-politico veramente solido. Emma Barrino e Renata Polverini appaiono compatte nel rifiutare il nucleare. È esattamente l'opposto di quello di cui avremmo bisogno.
Da Il Tempo, 14 febbraio 2010
I moralisti del clima beccati con le mani nei dati artefatti
La vittima più illustre della tormenta di neve che ha seppellito la Costa Est degli Stati Uniti è probabilmente Al Gore. È già nato su Facebook un gruppo che chiede all’ex Vicepresidente di Clinton di restituire il Premio Nobel.
Non solo per la neve, e nemmeno per quell’impagabile immagine di Barack Obama che scende infagottato dall’aereo presidenziale nella Copenaghen che doveva sancire l’uscita dall’impasse sul riscaldamento globale, il dibattito sul clima è cambiato radicalmente in una manciata di settimane. È franata una delle certezze che si erano consolidate nell’opinione pubblica. Che, cioè, sul futuro del mondo i partiti fossero in buona sostanza due. Da una parte, scienziati illuminati e disinteressati, che dalla torre d’avorio avevano il privilegio e la responsabilità di traguardare il nostro destino, a cent’anni da oggi. Dall’altra, gretti attivisti al soldi delle multinazionali del petrolio, interessati ad un “qui ed ora” che era sostanzialmente il loro, di prezzolati sicari senza cuore. Come ha ricordato un economista non da oggi “scettico” sul consenso dominante, David Henderson, in una conferenza al Political Economy Club (Londra, 3 febbraio), la diffusione di alcune e-mail dei ricercatori della Climate Research Unit della University of East Anglia ha per la prima volta incrinato questo quadretto. Non era bastato, negli anni scorsi, che uno dei più reputati climatologi del mondo, Dick Lindzen, spiegasse a chiare lettere quant’era politicizzato l’International Panel of Climate Change delle Nazioni Uniti – a tutti gli effetti, un organismo politico. L’IPCC continuava ad essere visto come un ente terzo, imparziale, al di sopra di ogni sospetto. Quelle e-mail, da cui chiaramente si evince che il dubbio sulle ricerche circa il futuro della temperatura del globo (e, soprattutto, sul ruolo giocato dall’attività dell’uomo) non è una bizzaria ma un’esigenza, come sempre quando la scienza si addentra in territori sconosciuti, hanno scoperchiato il vaso di Pandora. Ora si chiedono le dimissioni del presidente dell’IPCC, Rajendra Pachauri – e farlo sono ricercatori che hanno lavorato per l’IPCC ed ammettono ormai che alcuni risultati pubblicizzati dal Panel sono errati, se non manipolati. L’IPCC e Pachauri avevano condiviso il Nobel di Gore.
Fra gli scettici, anche Hartmut Grassl, ex direttore del reparto meteorologico dell’Istituto Max Planck ad Amburgo, per cui “l’IPCC dovrebbe essere del tutto indipendente e neutrale”. Noi non crediamo alle favole, in Italia abbiamo avuto Machiavelli e abbiamo ancora il consiglio d’amministrazione della RAI. Sappiamo bene che qualsiasi organismo di “nomina politica” non può recidere i legami che lo legano ai “nominanti”. Ma, come dire, le forme hanno la loro importanza. Anche i sassi hanno capito, ormai, che sul clima negli anni scorsi si è utilizzato il paravento della scienza per fare del terrorismo puro e semplice. Nell’ultimo rapporto dell’IPCC, sta scritto che i ghiacciai dell’Himalaya si dovrebbero sciogliere entro il 2035. Ora si scusano, trincerandosi dietro un capro espiatorio ben noto ai giornali: l’errore tipografico. Intendevano il 2350, non il 2035. Sta bene, ma su quel numero e sull’effetto che avrebbe prodotto nei mass media si sono impostate delle campagne di comunicazione. Un comitato composto di scienziati, e non di scienziati della comunicazione, può privilegiare l’effetto shock sul rigore delle previsioni? Se volete essere guardati col rispetto che si deve a un’enclave di cervelloni, almeno, fate bene i conti.
Mai come oggi, il millenarismo costa. Le profezie di sventura dell’IPCC non sono (solo) un genere letterario. Non servono solo a fare da canovaccio a film apocalittici, buoni per lasciarci a bocca aperta la notte di Natale, guardando l’Empire State Building sovrastato da onde anomale innestate dalla nostra economia industriale. Sulla base di quelle previsioni, e di ciò che di quelle previsioni filtra ai politici, sono state attrezzate politiche il cui effetto sarebbe, ovunque nel mondo, un aumento del costo dell’energia e un calo della produzione. Ai Paesi in via di sviluppo, viene chiesto di svilupparsi dopo e di meno. I cinesi, che hanno un miliardo e duecento milioni di bocche da sfamare, giustamente rispondono picche. Ai Paesi sviluppati, viene ingiunto di accettare un peggioramento della qualità della vita ed una maggiore disoccupazione. Entusiasticamente, noi ci illuminiamo di meno.
Gli ecologisti hanno il coltello della storia dalla parte del manico? Può darsi ma non è detto. Le previsioni del Club di Roma, lette oggi, sembrano brutta fantascienza. I profeti di sventura condividono tutti un assunto demenziale: che, cioè, nel corso degli anni non riusciremo a sviluppare tecnologie che ci consentiranno di venire a patti con i rovesci del riscaldamento globale. “Bisogna agire ora”, ci dicono. Prevenire è meglio che curare. Ma sappiamo tutti che ci sono malattie che ieri non potevamo curare, ed oggi sì. La tecnologia ha uno sviluppo turbinoso. Domani sapremo più cose di quante ne sappiamo adesso. Se anche Al Gore avesse ragione, meglio tirare a campare in attesa di quando saremo in grado di guarirci, che tirare le cuoia subito.
Il principio di precauzione deve valere in entrambi i sensi. Niente fughe in avanti, e niente corse all’indietro. Aver scoperto che i moralisti del clima non hanno le mani pulitissime, ci serva di lezione.
Da Il Riformista, 14 febbraio 2010
Le imposte degli impostori
Al diffuso allarme lanciato da coloro che sulla teoria del global warming fondano un’approssimativa spiegazione di ciò che avviene ed avverrà diffondendo simultaneamente aspettative antropocentriche su un ipotetico controllo del clima, sarebbe facile, ma riduttivo, contrapporre con scherno affermazioni nel segno del global cooling.
Sono infatti le tesi del riscaldamento oggi destituite di ogni credibilità, vivendo ormai da mesi l’Europa geografica e l’Emisfero nord del Continente americano una situazione di accentuato raffreddamento stagionale a cui ha fatto seguito la confutazione nei fatti degli annunci di scioglimento dei ghiacciai della calotta polare artica, estesa poi a quelli asiatici dell’Himalaja.
Tali smentite, avvenute nel corso o in prossimità della Conferenza di Copenhagen da parte dello stesso IPCC, hanno dunque, con qualche imbarazzato chiarimento, raffreddato i toni dei più catastrofici climatologi.
Sempre da Copenhagen, o meglio dal cosiddetto climate gate, sono poi venute quelle evidenti prove che hanno reso chiaro a tutto il mondo che gli scienziati dell’Università Britannica dell’East Anglia avevano manipolato i dati sulle variazioni della temperatura terrestre per rafforzare la tesi del forte riscaldamento del nostro pianeta - studiosi, questi dell’East Anglia, tutti rei confessi di un gruppo di ricerca finanziato dall’ONU (IPCC) -, fornendo così all’Herald Tribune del 14 dicembre 2009 l’occasione per rendere pubblica una documentazione impressionante di frodi nello sviluppo dell’energia rinnovabile eolica, in buona parte dell’Europa, compresa l’Italia. A tutto ciò si aggiunga poi che il 20 dicembre, sempre del 2009, il Daily Telegraph ha presentato uno sconcertante rapporto sui conflitti d’interesse del dottor Rajendra Pachauri, lo stesso che aveva definito le obiezioni degli scienziati al global warming “frutto di una scienza voodoo”, evidenziando come questo non solo sia Presidente della Commissione IPCC, ma che anche si presti quale consulente per numerose organizzazioni pubbliche e imprese industriali impegnate nella promozione delle energie rinnovabili, o per meglio dire della cosiddetta industria del clima. Sono così emersi interessi di banche e fondi di investimento che soltanto in India valgono oltre trenta miliardi di Euro e che dipendono dalle scelte e dalle decisioni della Commissione dell’ONU presieduta dallo stesso Pachauri.
Pertanto più che una questione climatica è una questione di mercati contesi in cui di recente pare essersi immesso un free rider.
Su questo treno in corsa è infatti salito, senza pagare il biglietto, lo sceicco del terrore, che con un’abile mossa mediatica ha lanciato un seducente appello per tutti quei fondamentalisti verdi che odiano l’occidente, aprendo così i suoi ranghi anche ai laici miscredenti.
È infatti certamente non religiosa la ricetta proposta da Osama Bin Laden per far fronte ai cambiamenti climatici indotti dall’industria occidentale, in quanto viene proposta un’economia che si discosti il più possibile da quella basata sul dollaro.
Avvertendo la difficoltà di condurre con profitto la sua guerra, Al Qaeda decide dunque, con tale messaggio, di rafforzare la sua ideologia e al contempo di aprire un nuovo fronte bellico, quello economico.
In tale contesto diviene di grande attualità ricordare l’analisi ideologico-politica svolta dal Presidente della Repubblica Ceca Vaclav Klaus nel suo saggio “Pianeta blu, non verde”, in cui si evidenzia come il problema più che ambientale o climatico sia incentrato sulle libertà che vengono erose da pretese fondate su false ideologie.
È infatti evidente come dall’attacco che l’Occidente sta subendo ci si voglia difendere rafforzando le proprie risorse economiche e proteggendo i propri mercati a discapito tuttavia degli interessi dei cittadini.
Di tutta questa pagina squalificante, di tutta questa vicenda francamente impressionante, per leggerezza e per affarismo annesso, si possono infatti cogliere i caratteri nuovi e allarmanti delle motivazioni di una fiscalità utilizzata per imporre al contribuente nuove tasse e nuove imposte fondate sul grande peccato e il male originato su ciascuno di noi dal rimorso dovuto ai propri comportamenti di vita, di esistenza e di consumi.
Attraverso gli scritti di Ronald Dworkin pubblicati dall’Harvard University Press, che riprendono la linea di pensiero di Pigou, si cerca dunque di introdurre un’ideologia che sorregge ogni correttivo alle esternalità negative prodotte. Si ritiene così che ogni attività capace di produrre degli effetti sui terzi o meglio sui beni collettivi, deve essere accompagnata da una di segno opposto, ovverosia di natura compensativa.
Con ciò si cerca pertanto di legittimare tutte quelle nuove imposte ambientali che difficilmente si armonizzerebbero con un sistema tributario incentrato sul principio di capacità contributiva.
È infatti in questo momento il settore energetico-climatico unanimemente inteso dagli ordinamenti come una zona su cui esercitare una creatività fiscale e al contempo degno di canali di investimento privilegiati, sempre da un punto di vista fiscale, senza troppo preoccuparsi se queste tecnologie verdi siano effettivamente un buon affare e se siano questi i tempi migliori per schierarsi così drasticamente rispetto ad un solo settore economico senza considerare il momento di generale e grave crisi dell’intero sistema economico.
Così facendo si è dunque inventata una green industry fatta, per il momento, di reti intelligenti (smart grid), di surplus CO2 captato con flotte navali negli oceani, stoccato nelle miniere abbandonate, e con una moltiplicazione ossessiva di professioni collegate alle energie rinnovabili, agli esperti, ai verificatori, ai bollini professionali, a persone addette ai controlli immaginate a milioni e milioni di unità quando, al momento, appaiono solo fiorenti clientele di piccoli numeri e di tecnologie ancora sperimentali, che dovrebbero prendere il luogo e il posto, nell’occupazione e nella produzione, delle industrie metalmeccaniche, delle industrie siderurgiche, delle industrie carbonifere, delle industrie dell’edilizia e delle industrie automobilistiche ecc. Scopo di questo intervento è dunque quello di far gettare la maschera a quei presunti innocenti fautori del problema climatico che soprattutto a livello europeo pare - con la nomina dell’ultima ora, per la prima volta nella storia della Commissione Esecutiva dell’Unione Europea, di un nuovo Portafoglio, Climate Action, affidato alla Commissaria danese Connie Hedegaard - siano decisi ad avanzare ad occhi chiusi verso un secondo smacco, generando una gigantesca spesa per piegare il clima secondo le proprie interpretazioni, assolutamente opinabili, anzi, probabilmente infondate.
Da Il Giornale, 8 febbraio 2010
IBL partner di energiaspiegata.it
L’Istituto Bruno Leoni aderisce come partner scientifico al progetto “Energia Spiegata” (www.energiaspiegata.it).
Sui temi energetici è fondamentale una divulgazione corretta, laica, seria e nello stesso tempo accessibile; allo stesso modo è importante raggiungere un numero sempre più elevato di persone, di esperti e di comuni cittadini appassionati e informati, condividere e discutere con loro, in maniera pragmatica, temi sempre più all’ordine del giorno.
Le occasioni per farlo però non sono molte ed è per questo che segnaliamo la presenza in rete di questo spazio di dibattito e confronto pubblico che si pone un obiettivo alto - contribuire a una nuova cultura dell’energia, diffondere un sapere laico, accurato e completo, su questo tema – realizzabile attraverso la partecipazione diretta e indiretta - come lettore, utente, curioso, oltre che come autore - di chi di energia si occupa professionalmente.
Un obiettivo che ci sentiamo di condividere. Per questo, IBL contribuisce al progetto: on line su www.energiaspiegata.it saranno da quest’anno reperibili documenti e ricerche elaborati dall’istituto, così come interviste e contributi degli esperti che ne fanno parte.
Ingloriosa fine di una bufala planetaria
“Date retta a coloro che cercano la verità ma non fidatevi di quanti sostengono di averla trovata”, così sosteneva Andrè Gide e questa preziosa raccomandazione apre l’ultima circolare di un sito inglese (Benny Peiser) dedicata allo stato del dibattito sul clima. In realtà, date le non esattamente gradevoli temperature di questi giorni, il momento appare particolarmente adatto per fare il punto della situazione delle catastrofiche previsioni sul riscaldamento globale.
I profeti di sciagure non sono attualmente in un particolare stato di grazia: molte delle loro terrificanti asserzioni sono state ignominiosamente sbugiardate. Per esempio, abbiamo appreso che le conclusioni del gruppo di esperti dell’Onu sull’incombente scomparsa dei ghiacciai erano in realtà basate … sulla tesi di laurea di uno studente e su un articolo di una rivista di alpinismo! La rivelazione ha costretto l’IPCC (il gruppo intergovernativo di esperti del riscaldamento globale) all’inizio di gennaio ad imbarazzate ed umilianti scuse. La tesi di laurea in questione era stata scritta da uno studente svizzero e basata su interviste fatte a guide alpine. Quanto all’articolo, si fondava su pareri raccolti fra scalatori che raccontavano ciò che avevano visto nel corso delle loro ascensioni. Se sono queste le basi scientifiche delle previsioni dei teorici del riscaldamento globale, possiamo stare tranquilli!
C’era del resto stata prima la storia dell’imminente (nel 2035!) fine dei ghiacci dell’Himalaya, previsione basata su voci raccolte a caso e priva di qualsiasi supporto. Lo scandalo seguito a questa storia aveva condotto alla richiesta di sciogliere l’IPCC, ma la maggioranza degli esperti aveva difeso ad oltranza il lavoro del gruppo sostenendo che si trattava soltanto di un insignificante incidente di percorso e che la maggior parte del lavoro del gruppo disponeva di solide basi scientifiche.
Quanto all’Onu, un suo rapporto prevede che il riscaldamento globale spazzerà via il quaranta per cento delle foreste dell’Amazzonia. Bene, scopriamo che questa orripilante prospettiva .. era basata su voci diffuse da attivisti verdi e totalmente prive di base scientifica!
C’è poi la storia dei messaggi di posta elettronica degli scienziati dell’istituto di ricerche sul clima dell’università di East Anglia intercettati, che mettono in evidenza lo scarso rispetto per la verità di questi insigni studiosi, interessati più a convincere l’opinione pubblica della bontà delle loro idee che non a far conoscere gli esiti di ricerche rigorose.
Quanto le mail in questione suggeriscono è che il dottor Phil Jones ha collaborato ad occultare le deficienze dei dati cinesi sulle temperature che aveva usato a sostegno della sua ricerca sulla forza del recente riscaldamento globale. Secondo il quotidiano inglese Guardian (1 febbraio) i dati, ottenuti da studiosi americani da collaboratori cinesi, non possono essere verificati .. perché non più reperibili! D’altronde i dati a nostra conoscenza suggeriscono che quelli irreperibili erano del tutto sbagliati!
E ancora: la conferenza di Copenhagen conclusasi con un tragicomico fallimento dimostra quanto seriamente i governi di molti paesi prendano le catastrofiche previsioni dei teorici del riscaldamento globale. Infine, ma certamente più importante, l’origine dell’aumento delle temperature, ammesso che esista e non sia un’invenzione della creatività degli studiosi, non è affatto detto che sia da imputare alle attività produttive dell’uomo. E’ quindi del tutto gratuita la convinzione che sia necessario limitare o impedire le attività umane per contenere l’emissione di anidride carbonica, impedendo così la catastrofe del riscaldamento globale.
Il vero problema a me sembra costituito non dalla diffusa ignoranza della gravità della minaccia, non è vero che l’opinione pubblica ne sa poco, ma al contrario dal fatto che ne sa troppo, sa troppe cose che non sono vere. E’ questa sistematica, ossessiva, propagazione di disinformazione il vero obiettivo degli eco-catastrofisti. Sono motivati dall’interesse personale, dal desiderio di ottenere finanziamenti per le loro ricerche, ed ispirati dalla viscerale avversione nei confronti del mondo moderno, nel convincimento che è l’uomo e le sue attività il vero pericolo per la natura. Se solo non ci fossero esseri umani!
Evidentemente Lao Tse aveva visto giusto già sei secoli prima di Cristo: “quelli che sanno non prevedono, quelli che prevedono non sanno”!
Regioni e nucleare: competenze senza responsabilità
Il parere negativo delle regioni al decreto che segna il ritorno all’atomo non manderà all’aria i programmi del Governo, ma conferma un quadro poco incoraggiante che già ha visto undici regioni impugnare la legge delega sul nucleare e molte altre amministrazioni approvare ordini del giorno, mozioni, piani energetici e leggi in cui viene affermata l’indisponibilità del territorio a ospitare impianti di produzione di energia da fonte nucleare.
La maggioranza ha il dovere di procedere per il rispetto degli impegni presi dinanzi agli elettori due anni fa, quando fu inserito nel programma di governo [1] e manifestata la volontà [2] di riaprire il capitolo nucleare.
Rimane il fatto che il dialogo con le regioni si fa difficile; complice, oltre alla maggior presa che esercita la sindrome Nimby nelle amministrazioni decentrate e soprattutto in campagna elettorale, anche un quadro normativo che affida alle regioni competenze normative senza imputare alle stesse le conseguenti responsabilità in materia di energia.
Ogni richiamo all’interesse nazionale e alla responsabilità [3] rischia di cadere nel vuoto se non si corregge l’attuale bilanciamento dei poteri.
Le amministrazioni regionali e locali non hanno adeguati incentivi ad accettare la realizzazione di impianti di produzione energetica. L’attuale regime dei prezzi remunera i produttori in base all’incontro tra la domanda e l’offerta che si registrano nel mercato interregionale, mentre i consumatori pagano in genere lo stesso prezzo in tutto il territorio nazionale. La costruzione di un impianto è appetibile perché crea occupazione, ma solleva nel territorio l’opposizione dei competitor già presenti e dei cittadini, che non vedono concentrati i benefici tratti dall’aumento di produzione efficiente, mentre i costi derivanti dal deficit energetico di una regione sono spalmati tra i consumatori delle altre regioni.
La riforma del titolo V del 2001 non ha risposto alle richieste di responsabilizzazione delle amministrazioni regionali che un vero federalismo fiscale avrebbe portato con sé, ma ha creato confusione nella ripartizione delle competenze legislative. La Costituzione annovera l’energia tra le materie a competenza concorrente: in relazione a queste, allo stato spetta la definizione dei principi e delle norme quadro, mentre alle regioni è affidato il potere di dettare la normativa di dettaglio. La vaghezza dei contorni che delimitano le attribuzioni dello Stato e delle regioni è la fonte di un conflitto permanente tra livelli di governo.
Lo scontro è acuito, nel caso in specie, dalla necessità descritta nel decreto nucleare di concertare costantemente con le regioni il processo decisionale in materia, unita all’assenza di meccanismi che riconoscano alle regioni giusti incentivi e responsabilità.
Da Libertiamo, 3 febbraio 2010
Articolo 18. Le norme sul lavoro si possono cambiare
Le forme di risoluzione stragiudiziale delle controversie di lavoro sono diventate un nuovo spauracchio. Commentatori autorevoli, e financo autorevolissimi “riformisti” di sinistra, hanno ripreso a suonare la grancassa del “furto delle opportunità”. Com’era avvenuto nella giusta, e sfortunata, campagna contro l’articolo 18 della Confindustria di Antonio D’Amato, si grida allo scippo dello statuto dei lavoratori.
Premessa. Sarebbe molto meglio se l’articolo 18 lo abolissimo e basta. Sarebbe molto meglio non per quello che è (lo statuto dei lavoratori è un documento sostanzialmente obsoleto), ma per il potenziale simbolico di cui si è caricato con gli anni. La sostanziale illicenziabilità del lavoratore in qualsiasi impresa sopra la fatidica soglia dei quindici dipendenti è profondamente dannosa per la nostra economia, a maggior ragione in un periodo come questo, in cui la crisi economica costringe le imprese a ripensare se stesse, a ristrutturarsi in profondità oltre gli sforzi già fatti con la “prima ondata” della globalizzazione ad inizio anni Duemila. Nel discorso comune, pare che il mondo si divida in due: coloro che ambiscono a tutelare il salario, e quindi la qualità della vita, dei lavoratori e i crudeli “mercatisti” che godono ogni volta che un povero cristo viene sbattuto fuori da un’impresa. La questione è un po’ più complessa. È utile a tutti che le imprese riescano a ristrutturarsi nel modo più semplice, lineare ed immediato, in questi periodi difficili. Prima adeguano la propria struttura dei costi a un mercato profondamente mutato, prima possono pensare di ricominciare a crescere. Il tempo che si perde, lo pagheremo tutti se e quando avremo la ventura d’incontrare la ripresa.
È evidente che, in questo processo, qualcuno perde il lavoro e si formano pertanto sacche di disagio sociale. Ma l’alternativa è avere ancora più persone che restano a spasso, domani anziché oggi, se le imprese per cui lavorano non riescono a sopravvivere alla crisi. L’idea per cui le riforme del mercato del lavoro andrebbero fatte in periodi di vacche grasse è surreale. In quei momenti, il sistema riesce a sopportare senza grossa difficoltà l’esistenza di inefficienza e rendite di posizioni. È in situazioni come quella che stiamo attraversando, invece, che ciò non è più possibile. Veniamo alle norme approvate dal Parlamento. Come ha ben spiegato Giuliano Cazzola su libertiamo.it, il provvedimento non muta la disciplina del licenziamento né il ricorso a procedure stragiudiziali rappresenta una novità assoluta. Le innovazioni rispetto alla normativa vigente stanno nella “possibilità di inserire nei contratti clausole compromissorie a due condizioni imprescindibili: 1) che ciò sia previsto dalla contrattazione nazionale ufficiale; 2) che tali clausole siano sottoposte alla valutazione di una commissione di garanzia chiamata ad accertare le reali intenzioni delle parti (il lavoratore deve essere presente di persona, perché non può farsi rappresentare ma solo assistere)”.
Scrive Cazzola: “ecco spiegato perché l’impianto del «collegato» in materia si basa su alcuni valori assolutamente positivi: contrattualità, volontarietà, equità. È sbagliato continuare a considerare i lavoratori come degli incorreggibili ed irresponsabili «minus habentes», confusi e spauriti, sempre pronti a rinunciare alla difesa dei propri diritti in cambio del classico piatto di lenticchie. È un salto culturale, questo, che vale assai di più di qualunque norma”.
Ha ragione. Parafrasando Romano Prodi, a questo Paese servono dei “giuslavoristi adulti”. È necessario che il diritto del lavoro sia adeguato a un’economia in trasformazione, e a un mondo profondamente mutato. Un mondo in cui i dipendenti sono molto più informati che in passato, in cui l’organizzazione degli interessi si basa su altre premesse rispetto a quelle che l’hanno informata per la più parte del Novecento, un mondo in cui l’idea di una contrapposizione capitale-lavoro è superata dai fatti. E anzi è più evidente che mai che datori di lavoro ed impiegati stanno sulla stessa barca. Ancora di più, vale la pena sottolinearlo, in tempi come questi. In cui il motto del Paese dovrebbe essere “primum crescere”. L’utilizzo di ADR e strumenti conciliativi serve appunto a fluidificare e snellire i processi.
I conservatori dell’articolo 18, nelle loro diverse mutazioni, continuano a pensare come già otto anni fa che “basti dire no”. Parlano come se il diritto del lavoro in Italia fosse fatto di norme generali astratte, facilmente conoscibili, economicamente razionali. Come se la differenza fra “garantiti” e non andasse colmata “garantendo” anche questi ultimi secondo categorie del secolo scorso, anziché attrezzando la nostra economia per tornare ad attrarre investimenti esteri, a stimolare un’imprenditorialità diffusa, per creare opportunità e non per distribuire garanzie. L’ha scritto con la consueta lucidità Michele Tiraboschi sul “Sole 24 Ore”: la “cifra del riformismo in materia di lavoro” sta nel “liberare il lavoro dal peso della cattiva regolazione. Da un formalismo giuridico esasperato”.
L’introduzione dell’arbitrato per i licenziamenti va in questa direzione? Sicuramente. È sufficiente per “liberare il lavoro” in Italia? Non lo è, e la strada che abbiamo davanti resta lunga. Ma siccome questo governo abbiamo già tante occasioni per criticarlo, quando fa qualcosa di buono onestà intellettuale impone che lo si dica. Questo dovrebbe valere anche per i “riformisti” del PD.
Da Il Riformista, 7 marzo 2010
IBL: Più trasparenza e più concorrenza per la sanità. Un Briefing Paper
La premessa necessaria di qualsiasi riforma del Servizio Sanitario Nazionale è una piena e reale trasparenza. È importante che le strutture sanitarie pubbliche rendano noti bilanci affidabili, sulla base dei quali sia possibile valutarne la performance. L’Istituto Bruno Leoni pubblica oggi il suo Briefing Paper n.84 “Il miraggio della concorrenza nel settore sanitario” di Silvio Boccalatte (fellow dell’Istituto Bruno Leoni), liberamente scaricabile su www.brunoleoni.it (PDF). Alcuni dei temi e delle proposte del Briefing Paper sono state anticipate ieri dall’articolo di Silvio Boccalatte e Alberto Mingardi (Direttore Generale dell’Istituto Bruno Leoni) apparso sul Sole 24 Ore, “La trasparenza cura la sanità”.
Secondo Boccalatte, “l’aziendalizzazione dell’Unità Sanitarie Locali, avvenuta negli anni Novanta, ha dimostrato notevoli difficoltà di compatibilità con un modello di sanità in cui l’operatore pubblico opera in regime di quasi-monopolio”. Vi sono problemi di trasparenza (“I bilanci delle Aziende sanitarie e ospedaliere dovrebbero riprodurre lo schema del bilancio dettato dal Codice Civile, ma vi si discostano pesantemente, spesso con effetti mistificatori”) e di concorrenza (“Il tentativo di creare un meccanismo di “competizione” tra prestatore pubblico e prestatori privati di servizi sanitari è sostanzialmente fallito perché l’operatore pubblico può scegliere discrezionalmente i propri competitors”).
Il Briefing Paper di Boccalatte delinea alcune strategie per far sì che l’attore pubblico sia pienamente “accountable” nei confronti del cittadino-paziente-contribuente, e per creare migliori condizioni per una concorrenza reale e seconda nel settore della sanità.
Il Briefing Paper n.84 “Il miraggio della concorrenza nel settore sanitario” di Silvio Boccalatte è liberamente disponibile qui: (PDF).
La trasparenza cura la sanità
L'allarme sui conti della sanità è ormai un genere letterario. Vi sono fattori di lungo periodo (l'innovazione scientifica e lo sviluppo tecnologico, gli andamenti demografici) che rendono sempre più complesso governare la spesa sanitaria. In questi primi due mesi del 2010, sono già circolate le stime più pessimistiche, rispetto ai deficit di alcune regioni, in una sorta di anticipo della campagna elettorale.
È comprensibile che sia così, e anzi un dibattito pubblico più franco su questi temi sarebbe senz'altro utile. In attesa del federalismo fiscale, il nostro sistema appare basato su una “regionalizzazione delle uscite”, che impegna buona parte del bilancio regionale (oltre il 70%) facendo dei governi locali delle grandi Asl. Quando anche in alcune delle regioni più virtuose (si pensi al maxi-deficit dell'Ausl di Forlì in Emilia Romagna) mostrano qualche segno di difficoltà, forse è venuto il momento di ripensare il sistema.
Mai come nella sanità, a problemi macro corrispondono comportamenti micro. La sostenibilità del sistema non può che reggersi su una catena di complessi equilibri. In prospettiva, una questione cruciale è in che misura un servizio “pubblico” potrà venire fornito da operatori privati. L'obiettivo di garantire servizi pubblici facendo perno su libertà di scelta e concorrenza oggi non appare più un'eccentricità, come era quando cominciarono a circolare proposte quale quella del “buono scuola”.
L'esperienza degli altri paesi insegna che lo stato può limitarsi a definire in modo appropriato le condizioni di contesto e gli standard di qualità, lasciando libero spazio alla competizione fra erogatori del servizio. Julian Le Grand, uno studioso del servizio sanitario nazionale inglese (probabilmente il più dirigista d'Europa), ha usato l'immagine «dell'altra mano invisibile»: che opera in contesti intrinsecamente diversi da quelli di mercato, ma cercando di assorbirne la razionalità.
Rispetto alla sanità, l'esperienza di una delle regioni più virtuose, la Lombardia, in cui gli ospedali di diritto privato erogano il 31,3% del valore delle prestazioni ospedaliere e con una complessità dei casi (indice di case-mix) più elevata degli ospedali pubblici, conferma la bontà di questa tesi.
Perché esperimenti competitivi funzionino, però, devono essere soddisfatti alcuni requisiti di base. Prima di ogni altra cosa, serve più trasparenza: serve ai pazienti, ma soprattutto e subito anche ai decisori e ai regolatori del servizio.
L'opacità rispetto al modo in cui i quattrini dei contribuenti vengono spesi, per rispondere ai loro bisogni di salute, è particolarmente odiosa - ma potrebbe essere facilmente dissipata, con una riforma che le diverse regioni potrebbero attuare in modo semplice e lineare.
Attualmente la legge statale prevede che i bilanci delle Aziende unità sanitarie locali e delle Aziende ospedaliere siano redatti in conformità a disposizioni regionali che devono essere improntate ai “principi” del Codice civile.
Si badi: i principi, e non le disposizioni. Per questo, nei fatti, molte regioni non hanno disciplinato sul punto, lasciando totale libertà alla creatività delle Aziende sanitarie.
È necessario porre in essere a livello regionale una normativa sul bilancio delle Aziende unità sanitaria locale e Azienda ospedaliera (quindi non solo uno schema di bilancio) che riproduca esattamente i dettami del Codice civile, distinguendo specificamente:
- I “ricavi”, i “proventi veri”, cioè il denaro derivante come corrispettivo (anche parziale) dalle prestazioni di servizi sanitari. Questa voce dovrebbe essere inserita nel conto economico come species del noto genus “valore della produzione”.
- I “ricavi figurativi”: valori determinati attribuendo le tariffe Drg alle prestazioni erogate, ma che non rappresentano “denaro in cassa”. Questa voce dovrebbe essere introdotta in calce al conto economico (quindi anche dopo l'esposizione dei costi della produzione), come prima species di un nuovo genus che potrebbe essere chiamato “fattori pubblicistici di riequilibrio”;
- I “contributi in conto esercizio”: cioè il denaro pubblico introdotto nel processo produttivo dalla regione al solo scopo di coprire i costi. Siccome nel bilancio delle Aziende sanitarie il significato dei contributi in conto esercizio è molto diverso rispetto a quello che acquista nelle imprese private, questa voce non dovrebbe essere inserita nel valore della produzione, ma dovrebbe essere ridenominata "contributi pubblici in conto riequilibrio" ed essere inserita come genus nella species dei "fattori pubblicistici di riequilibrio”.
Bilanci siffatti andrebbero resi pubblici su Internet, e nelle forme adeguate. In questo modo, si fornirebbero dati omogenei per tutte le Aziende sanitarie.
Dall'analisi dei bilanci risulterebbero le Aziende sanitarie che, a parità di numero di utenti e/o di territorio, sono più efficienti perché necessitano di minori «fattori pubblicistici di riequilibrio». Ma soprattutto, sarebbe possibile valutare in dettaglio la performance delle singole Aziende sanitarie, mettendosi in condizione di verificare in tempo reale dove sono i comportamenti virtuosi e quelli viziosi.
Si tratta, in buona sostanza, di applicare al pubblico il rigore che giustamente pretendiamo dal privato, per poter poi riflettere serenamente sulla direzione che deve prendere l'evoluzione del nostro sistema sanitario. Sarebbe una riforma di buon senso. La trasparenza, quando si discute di denaro pubblico, non è mai in eccesso.
* Silvio Boccalatte è fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Alberto Mingardi è direttore generale dello stesso Istituto
Da Il Sole 24 Ore, 3 Marzo 2010
Nel Mezzogiorno l'occasione di partire da zero
Sarà perché la stagione è la meno propizia, visto che siamo in campagna elettorale (regionale, nale, e dunque attenta anche al "territorio"). Sarà perché, come accade spesso in Italia, la politica i problemi li insegue più che prevenirli. Sarà perché una sorta di riflesso condizionato diffuso e collettivo rende più agevole il ricorso a vecchi schemi di confronto, più fondati sulle impressioni, e sulle rispettive convinzioni delle parti in causa, che sui numeri. Sarà, insomma, per questi e molti altri motivi, ma è un fatto che la discussione sul Mezzogiorno scaturita dai casi Fiat-Termini Imerese e Alcoa ha mostrato il suo volto peggiore. Quello, caratteristico del dibattito sul Sud in crisi in attesa di rilancio, fermo a metà strada tra piagnistei, miracolismi, ripicche e fumosità varie che si sommano e si sovrappongono.
Ne esce un quadro opacamente malmostoso. Esemplare, l'incontro-scontro sugli aiuti alla Fiat, dove gli incentivi all'acquisto di automobili sono confusi con altre forme d'interventi pubblici "a sostegno" di cui ha beneficiato la casa automobilistica, soprattutto nel suo passato di “monopolista” ben protetto. Il ballo delle cifre è stato violento, ma il discorso sulla contabilità storica del dare e dell'avere di Fiat è tema complesso e per certi versi meno scontato di quello che si pensi, come dimostra l'indagine di Luca Germano per il periodo 1998-2007 contenuta nel suo libro Governo e grandi imprese (il Mulino, 2009). In pratica, Fiat avrebbe ricevuto dallo Stato 1,9 miliardi e ne avrebbe dati 2,9.
Esemplari, ancora, sono i generici richiami, che prescindono dalla realtà dei mercati e della competizione, alle responsabilità sociali delle imprese o le affermazioni tipo quella, ricorrente, che in Sicilia «si deve continuare aprodurre automobili». O quelle che riguardano le più fantasiose alternative per Termini Imerese o per altre realtà in crisi, che a loro volta ricalcano copioni ingialliti: il Sud come la California o «piattaforma logistica» del Mediterraneo, forse dimenticando il binario unico ferroviario che ancora solca il Meridione. Silenzio, al contrario, sul fallimento storico dei contratti di programma o di area e dei patti territoriali o sulle lotte locali per accaparrarsi questo o quel sostegno nazionale o europeo.
Invece, questa dovrebbe essere l'occasione per ragionare in termini nuovi e diversi. Anzi, si dovrebbe ripartire da zero. Ha detto il premier Silvio Berlusconi, parlando della possibilità di un accordo Telecom-Telefonica: «Siamo un governo liberale e viviamo, e crediamo sia giusto così, in un'economia di mercato». Bene, ricominciamo dal metodo della "contabilità liberale" che affiora da il sacco del Nord (Guerini e Associati) in cui il sociologo Luca Ricolfi ci spiega che ogni anno 5o miliardi traslocano, ingiustificatamente, da Nord a Sud. Oppure dal saggio La scossa (Rubbettino) di Francesco Delzio in cui si chiede di mettere fine alla stagione dei trasferimenti diretti alle imprese. O dalla proposta dell'Istituto Bruno Leoni di fare del Mezzogiorno una vera "no tax region", dove il reddito d'impresa non viene tassato.
Tutte idee e analisi forti. Forse troppo? Ripartire da zero significa anche questo, e il Sud ne ha un gran bisogno per crescere, soprattutto ora che viene a maturare il frutto del federalismo fiscale.
Da Il Sole 24 Ore, 9 febbraio 2010
Brunetta contro i genitori bamboccioni
Salviamo il soldato Brunetta. Il ministro della Pubblica amministrazione è sempre più isolato nell'interpretare le speranze di rinnovamento del paese, e gli interessi delle nuove generazioni. Ieri ha dissotterrato l'ascia dell'articolo 18, la norma che impone il reintegro dei lavoratori licenziati senza giusta causa o giustificato motivo: «non dobbiamo scaricare la flessibilità del mercato sui più giovani e i più deboli - ha detto - su chi non è sindacalizzato». E ancora: «l'articolo 18 garantisce i padri e non protegge i figli». Quindi, va modificato in modo che «monetizzi e non reintegri»: protegga i lavoratori ma non li impicchi alle imprese, e viceversa. Nelle parole di Brunetta - che ricordano la battaglia, persa ma gloriosa, del referendum del 2003 - c'è una perfetta comprensione delle conseguenze nefaste che un mercato del lavoro ibrido, ingessato per ivecchi e precario per gli outsider, producono: su questi ultimi anzitutto, sulle prospettive del paese in seconda battuta.
La flessibilità è un vantaggio per tutti, se si declina in senso pieno e profondo. Un contratto di lavoro non è, e non può essere, e non è utile che sia, l'equivalente di un matrimonio. Esso deve consentire alle aziende di adattarsi alle mutate condizioni del mercato, aumentando o riducendo l'organico a seconda della congiuntura e delle tendenze di lungo periodo.
LEGGE BIAGI
L'equazione è in equilibrio se vale per tutti i fattori. Perdere il lavoro non è un dramma, se poi se ne trova rapidamente un altro. L'Italia, al netto della recessione ancora incorso, havisto ridursi drasticamente il tasso di disoccupazione, grazie al pacchetto Treu e alla legge Biagi, che hanno modernizzato il nostro panorama occupazionale. Ma resta l'asimmetria tra chi eredita un sistema iperprotetto, e chi invece entra alle nuove condizioni. Il risultato è denso di distorsioni, e quindi di inefficienze, non solo perché paradossalmente situazioni simili vengono trattate in modo diverso, ma an che e soprattutto perché determina un uso subottimale delle risorse. Poiché i padri non possono essere licenziati, sono i figli a fare la spese di qualunque scossone o aggiustamento. Del resto, i padri sono cresciuti con una cultura della stabilità e in un ambiente talmente bloccato da temere - spesso a ragione - che il licenziamento sarebbe una sciagura. Tutto ciò crea una condizione di emergenza permanente, che diviene patologica quando, come adesso, una crisi si abbatte sull'economia (il che non è né strano, né evitabile).
LO STATUTO
Rompere il tabù dello Statuto dei lavoratori significa, allora, farsi portatori di un'istanza di radicale innovazione, e offrire agli italiani uno strumento per riguadagnare terreno rispetto ai competitor più agguerriti. Un cattivo impiego delle risorse umane - e, dunque, l'incentivo a investire più nelle tranquillità garantita dalle relazioni personali che nel proprio capitale umano - è un problema per due ragioni. Da un lato, uccide una generazione nel momento in cui è più dinamica e attiva (una questione che Brunetta ha ben presente, come dimostra anche la sua proposta di aiutare i giovani con un assegno mensile da finanziare col completamento della riforma pensionistica). Dall'altro, livella verso il basso la creazione di ricchezza, spingendo i più ambiziosi a cercare fortuna all'estero, e appiattendo quelli che non hanno abbastanza forza di volontà. "Scurdammoce o passato" è il motto di un'intera nazione, che però non rende giustizia alle attese e - in senso lato-ai diritti dei giovani. I diritti, però, non cascano dal cielo: vanno conquistati qui sulla terra. Per questo il programma sotteso alle parole di Brunetta reale flessibilità del lavoro, pensioni adeguate alla società per come è fatta oggi, il taglio del cordone ombelicale famigliaredisegna davvero un percorso di crescita comune e visionaria. Eppure, quando il ministro affronta temi del genere, molti giovani sembrano nascondere la testa sotto la sappia. Il miraggio di una pensione a 57 anni pare valere più delle immense opportunità della società aperta e libera. Il modo migliore di prevedere il futuro, diceva un tale, è costruirlo. Brunetta ha ragione: quella è la direzione, quelli gli strumenti, quello l'obiettivo. Avremo il coraggio di meritarcelo?
Da Libero, 4 febbraio 2010
L'errore di finanziare gli sperperi
In occasione dell'Angelus domenicale, papa Benedetto XVI ha espresso preoccupazione per la situazione di tanti lavoratori. Il pontefice ha salutato con affetto i dipendenti della Fiat di Termini Imerese e dell'Alcoa di Portovesme (venuti a Roma per richiamare l'attenzione sul loro dramma) e ha invitato imprenditori, operai e sindacati ad agire con senso di responsabilità.
Immediatamente è partita la raffica delle interpretazioni. Il segretario generale della Uil Luigi Angeletti, ad esempio, ha espresso apprezzamento per le parole pronunciato in Piazza San Pietro, aggiungendo che «se si vuole salvare il Paese, bisogna salvaguardare l'occupazione». In due parole, si è lasciato intendere che il papa si opporrebbe alla chiusura degli impianti, ma non è affatto detto che questo fosse il senso di tali parole e ancora meno che quella sia la scelta più giusta.
Quando un'attività non produce utili, ma accumula perdite, in termini economici è semplicemente arti-sociale: non riscuote il consenso dei consumatori perché non ha saputo o potuto porsi al servizio della gente. Se all'apparire dei transistor avessimo tenuto in vita le aziende che producevano valvole, avremmo salvato qualche posto e aiutato alcune famiglie, certo, ma a danno di tutti.
Per giunta, quando si usano i soldi pubblici per salvare strutture decotte quello che avviene è semplice: si tolgono risorse alle imprese valide e si trasferiscono a quelle che non lo sono. Si finanzia la sopravvivenza di mille posti di lavoro, ma sottraendo denaro ad attività che potrebbero produrne ben di più. Alla fine il saldo è negativo e questo significa aver fatto, letteralmente, "macelleria sociale".
Se allora Termini è oggi una realtà improduttiva, non c'è nulla di caritatevole nel buttare soldi in un pozzo senza fondo.
Semmai c'è da domandarsi - alla luce delle difficoltà che riguardano il Mezzogiorno - se non sia finalmente il caso di operare scelte strategiche, perché aver continuato a finanziare la Fiat e gli altri grandi gruppi (pubblici o privati) ha prodotto unicamente disastri. Si sono costruite, in sostanza, vere e proprie cattedrali nel deserto: e oggi ci rimane solo la sabbia.
Se Sergio Marchionne non vuole più investire in Sicilia è perché conosce il mercato dell'auto e ha presenti i limiti dell'impianto di Termini. Ostacolare la delocalizzazione sarebbe assurdo. Ma dopo tutti gli aiuti che ha ricevuto certo non può permettersi di sbarrare la strada a eventuali competitori asiatici, nell'ipotesi che compaiano sulla scena e vogliano prendere il suo posto.
Il vero punto, allora, è inaugurare un processo che permetta la creazione di posti di lavoro "veri". Il Mezzogiorno deve insomma darsi un quadro di regole e incentivi tali da attirare imprese e capitali, poiché oggi come oggi investire in Sicilia non è conveniente se le tasse, le regole e il costo del lavoro sono gli stessi che ci sono in Veneto. Altra cosa sarebbe accettare l'abolizione di ogni forma di sussidio alle imprese in cambio in cambio della totale abolizione dei prelievi sui redditi di impresa. Per i conti dello Stato sarebbe lo stesso, ma stavolta le risorse resterebbero a quanti producono ricchezza: senza contare la forza attrattiva che avrebbe un Sud affrancato da ogni tassa sui redditi imprenditoriali. Perfino una struttura come quella di Termini, che gli analisti giudicano inadeguato, potrebbe riuscire attraente a una multinazionale interessata a entrare nel mercato europeo e per questo obbligata a produrre nel Vecchio Continente.
La Fiat ha ragione a comportarsi da azienda multinazionale, ma la stessa logica deve adottare chi fino a ieri (sbagliando) l'ha finanziata e protetta, impedendo - come nel caso della cessione dell'Alfa - ogni presenza automobilistica non italiana nella Penisola.
Avere a cuore le famiglie che perdono ogni sostentamento è doveroso. In questo senso, la società deve mobilitarsi a sostegno di chi è in difficoltà, magari riscoprendo quella capacità di essere davvero "solidali" (in modo serio ed efficiente) che avevano le vecchie società di mutuo soccorso e che certo non hanno i sindacati del nostro tempo. La Chiesa è maestra nella capacità di mettersi al servizio degli altri: anche in questa crisi darà il meglio di sé.
Non ci sarebbe però nulla di evangelico nella pretesa di aumentare la spesa pubblica e il controllo statale della produzione, distorcendo ancor più un'economia già soffocata dalle burocrazie pubbliche e dal dirigismo. Per fortuna, un numero crescente di cattolici comprende sempre meglio che una vera carità si esercita quando non ci si abbandona al sentimentalismo senza curarsi delle conseguenze: magari aiutando un gruppo di mille persone ben visibili e organizzate (i dipendenti delle grandi imprese, in particolare) a scapito di innumerevoli disoccupati del tutto invisibili, ma impossibilitati a trovare un lavoro se non si lascia alle spalle l'assistenzialismo.
Da Il Tempo, 1 febbraio 2010
E la sanità di Barack diventa punto debole
Una vittoria, in certi casi, può tradursi in una sconfitta; ed è questo il destino che sta conoscendo Barack H. Obama all'indomani dell'approvazione, a fine dicembre, del suo piano di riforma sanitaria (bisognoso, però, di tornare dinanzi al Senato). Vista dall'Europa, la situazione può sembrare strana, dato che da noi si è ascoltato solo un coro favorevole alle nuove norme. Ma in America l'opposizione alla crescente statalizzazione della medicina è fortissima.
Va chiarito che la riforma non riguarda in primo luogo i ceti più deboli. Negli Stati Uniti, fin dal 1965 il programma Medicaid garantisce il pagamento della copertura sanitaria ai gruppi meno abbienti; poiché si tratta di iniziative che sono lasciate alla competenza dei singoli stati, non è possibile indicare la soglia al di sotto della quale si ha diritto a essere aiutati (dipende, ovviamente, anche dalle dimensioni della famiglia), ma in linea di massima i poveri sono tutelati. La riforma, allora, è stata voluta per venire incontro alle necessità della gran massa del ceto medio, che però sembra proprio non gradire. Quando a Washington hanno sfilato molte centinaia di cittadini uniti nella protesta, è apparso chiaro che la stella del Presidente, ormai, mandava una luce sempre più fioca.
Nel biennio 2007-8 la campagna del politico di Chicago era stata brillante e vacua al tempo stesso, o forse tanto più brillante quanto più vacua. Il candidato democratico si era presentato come espressione del «nuovo» e certo era stato agevolato in questa operazione dai molti errori dell'amministrazione Bush. L'idea trasmessa era che bisognasse voltare pagina, conciliando crescita e socialità. Visto come stanno andando le cose, gli americani non avranno né l'una né l'altra.
Anche se quella approvata non è la riforma che aveva in mente (e questo ha scontentato tanti progressisti, delusi dai tatticismi di Palazzo), alla fine Obama pare avercela fatta, ma per la società americana il conto sarà salato. Il socialismo non è gratis da nessuna parte, e gli oneri connessi al nuovo modello aggraveranno in un modo o nell'altro la disoccupazione, già oggi sopra il 10 per cento. Dato che negli Usa il sistema sanitario è strettamente agganciato al mondo produttivo, il rischio è di avvitarsi in un circolo vizioso.
Alle imprese con lavoratori a tempo pieno le nuove norme impongono di coprire almeno il 72,5 del costo di una «copertura assicurativa accettabile»: il che significa un nuovo e pesante prelievo mensile. Conseguenze? Avremo meno posti di lavoro proprio nelle fasce più deboli, dato che tanti imprenditori saranno disincentivati dall'assumere: specie se si tratta di prendere in azienda lavoratori a scarsa qualificazione. Pensata per aiutare i più deboli, la riforma danneggerà soprattutto loro.
Per giunta, la legge contrasta con la sensibilità dell'uomo comune americano, in ragione di troppi elementi illiberali. E non a caso l'amministrazione è sempre più accusata di imporre logiche socialiste.
Ora c'è anche la possibilità che l'iter parlamentare s'interrompa. La riforma ha reso impopolari i democratici, e per questo motivo si profila una loro sconfitta perfino in Massachusetts, dove si vota il senatore che sostituirà Ted Kennedy. Sarebbe una bella riprova che come un sistema basato su elezioni ripetute possa, quanto meno, costringere il ceto politico a tenere in debita considerazione le attese degli elettori: che a Boston si apprestano a votare il candidato repubblicano proprio per affossare l'Obamacare.
Da Il Tempo, 20 gennaio 2010
Più Pil per tutti!
A Giulio Tremonti il Pil non piace. “Ho l’impressione che la realtà non sia completamente catturata dalle statistiche sul prodotto interno lordo”, ha detto a un convegno dell’Aspen Institute sul tema. “Se fossero calcolate e acquisite come rilevanti – ha aggiunto – cose come la bellezza, l’ambiente, la storia, il clima, l’Italia avrebbe una imbarazzante prima posizione, seguita a molte distanze da altre lande”. Tremonti non è originale. L’inadeguatezza del Pil è al centro di un’ampia riflessione tra gli economisti, e ha avuto importanti ricadute politiche: la più significativa è il rapporto elaborato dalla “commissione Stiglitz” per conto del presidente francese, Nicolas Sarkozy, allo scopo di costruire una sorta di “Pil della felicità”. Una volta calcolato per tutti i paesi, il risultato – non Sorprendentemente – è che Parigi guadagna posizioni accorciando, in particolare, il gap rispetto agli odiati yankee. Non è un caso, probabilmente, che molti nemici del Pil abbiano in mente indicatori che favoriscono i rispettivi paesi, e sminuiscono i primati altrui.
La questione, però, non è se il Pil sia imperfetto o rozzo. Lo è, naturalmente. I suoi limiti sono molti e sono noti: per esempio, non include le attività non monetarie, che pure generano valore. Così, se una donna delle pulizie percepisce un reddito e dunque contribuisce al Pil, una casalinga – pur svolgendo le stesse mansioni – non ne viene fotografata. Oppure, il Pil considera tutte le attività pubbliche: quando, però, un ente o una società pubblica frena la concorrenza, o quando la burocrazia rende difficoltosa la vita delle imprese, sarebbe ragionevole attribuire un segno negativo, anziché positivo, al suo ruolo nell’economia. Infine, il ministro dell’Economia ha ragione: tante cose – la storia, l’ambiente, il clima, la bellezza, e altro ancora – non entrano nel Pil. Tuttavi, la correttezza delle critiche non cancella una verità difficile da contrastare: il Pil è il peggiore degli indicatori, tranne tutti gli altri.
Alcuni di essi presentano un grado ancora maggiore di arbitrarietà. Il clima, per esempio, come può essere considerato? E come è possibile esprimere una valutazione unica a livello nazionale? Il clima delle Alpi è molto diverso da quello della Sicilia: quale è migliore? In altri casi, anche prendendo per buone le misure, è discutibile l’interpretazione. Le diseguaglianze sociali sono generalmente considerate come un esempio del fallimento del Pil: eppure, qualcuno potrebbe preferire un paese meno eguale, ma con un ascensore sociale più dinamico, a uno più statico e meno diversificato. Non è una provocazione: gli italiani migrano negli Stati Uniti, raramente avviene il contrario. Gli economisti si sono sforzati di valutare la felicità – generalmente attraverso la somministrazione di questionari – ma, alla fine, i risultati hanno comunque un ampio margine di ambiguità: in fondo, se per esempio un individuo decide di sacrificare un’unità di felicità in cambio di un reddito più alto, lo fa – evidentemente – perché trova più soddisfacente quel tipo di vita. Cioè, paradossalmente, è più felice così. In ogni caso, non dovrebbe stupire il fatto che la maggior parte degli indicatori teoricamente anti-Pil (felicità, benessere, qualità della vita, eccetera) sono generalmente fortemente correlati... al Pil.
Questo suggerisce che, tendenzialmente, anche se non necessariamente, le società più ricche sono anche più felici. Come si dice a Genova, se i soldi non danno la felicità, figuriamoci la miseria.
Cosa c’è, allora, dietro la voglia di scalzare il Pil? Sul piano ideologico, c’è un profondo scetticismo verso la capacità dei mercati di creare e allocare ricchezza con efficienza ed equità: quindi, abolire il pil serve a dar campo libero alle politiche pubbliche. Da tempo Tremonti interpreta una posizione interventista, protezionista e corporativa, coerente con tale obiettivo. Su un terreno più concreto, il ministro potrebbe essere infastidito, più che dal Pil, dalle sue conseguenze, che spera di rendere meno percepibili attraverso la sua rivisitazione: forse il pil della felicità, a differenza di quello consueto, nel 2009 non ha perso cinque punti percentuali, e in rapporto a esso il debito pubblico non si avvicina al 120 per cento né il deficit al 5,3 per cento. Se il pil della felicità serve a nascondere informazioni, anziché fornirne di nuove, contro le perplessità di Tremonti non si può che berlusconianamente esclamare: più pil per tutti!
Da Il Fatto Quotidiano, 19 gennaio 2010
Il 25 aprile festa di liberazione. Dal fisco
Il 23 giugno diventeremo uomini liberi. Fino ad allora, non faremo altro che pagare tasse. Secondo il Corriere Economia, nel 2010 un impiegato avrà un’aliquota Irpef media del 24,9 per cento (contro il 24,3 per cento dell’anno scorso), un operaio lascerà allo Stato l’11,8 per cento, 0,6 punti percentuali in più del 2009. Poi i contributi, le addizionali locali, le imposte sui consumi: il reddito disponibile sarà meno della metà di quello versato dal datore di lavoro. Cioè, in tasca ci entreranno integralmente solo cinque mesi di stipendio.
L’aumento dipende dal fatto che la crescita della busta paga (mediamente il 3,1 per cento) fa scattare gli scaglioni fissati, e mai aggiornati, dalla riforma del 2007. Per l’erario il tempo non passa.
In questi numeri sta racchiuso un programma politico. Gli italiani sono tassati troppo sia in valore assoluto, sia in relazione agli abitanti di paesi più felici. Ed è questo senso di frustrazione che ha mosso l’intero dibattito negli ultimi vent’anni, da quando, cioè, la globalizzazione ha messo in crisi un modello che alimentava una spesa pubblica senza controllo tramite il furto alla generazione presente (le tasse) e la rapina di quelle future (il debito pubblico). Al danno si aggiunge la beffa: non solo ogni anno le tasse fanno evaporare la metà del nostro sudore. Compiere il nostro dovere fiscale è un’impresa erculea, a causa della complessità del sistema tributario. Come ha ricordato il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, l’Irpef conta cinque scaglioni, 18 deduzioni, 39 detrazioni, 31 crediti d’imposta e 46 esenzioni e agevolazioni. Un labirinto che favorisce solo chi è furbo, e ricco, abbastanza da potersi avvalere dei servigi di un consulente abile a insinuarsi tra regolamenti e cavilli.
A completare il quadro, sta il dato sull’evasione fiscale, stimata al 23 per cento, che consegna al nostro paese il primato dell’economia sommersa. Isolare questo fenomeno, senza considerare parallelamente l’esosità e la complessità del fisco, fornisce un’immagine parziale della realtà: per questo la retorica della lotta all’evasione non porta a nulla. Nel calderone del nero ci sono persone che evadono per sopravvivere, altre che lo fanno senza rendersene conto, e altre ancora che sfruttano l’opacità dei meccanismi fiscali. Tutti questi gruppi dimagrirebbero se si trovassero di fronte un fisco meno vorace e più semplice. L’esperienza dei paesi che hanno battuto questa strada è incoraggiante: le ventitre nazioni che hanno seminato la “flat tax” (l’aliquota unica che era nel programma di Forza Italia nel 1994), sette delle quali stanno nell’Unione europea, hanno raccolto una straordinaria crescita economica, che ha fruttato un gettito più corposo all’erario. Nel medio termine, insomma, i tagli alle imposte – se sono credibili, radicali e vengono portati rapidamente a regime – si ripagano largamente da sé.
Per questo Tremonti è tanto efficace nella diagnosi, quanto timido nella terapia. La riforma, ha detto, avrà “tempi lunghi” e “sarà finanziata al suo interno”, grazie allo “spostamento delle imposte dalle persone alle cose”. Ci sono ottime ragioni per muovere il baricentro del fisco dalla tassazione diretta a quella indiretta, ma nel contesto italiano ciò non può bastare. Le tasse sono troppe e inefficienti: fa bene il ministro a volerle semplificare e razionalizzare. Ma sono anche, semplicemente, troppo alte: qui la risposta non viene da un fisco più equo, ma da un fisco più moderato. Invece, la storia italiana sembra guardare nella direzione opposta. Tra aggravi espliciti e impliciti, gli italiani lavorano sempre meno per sé e sempre più per lo Stato: il “tax freedom day” è avanzato dal 7 giugno nel 1990 al 17 giugno nel 1998 fino al 23 giugno del 2000, per poi arretrare di tre giorni nel 2002 (l’anno migliore del nuovo millennio, finora) e tornare, adesso, al 23 giugno. Se il governo ha a cuore gli interessi del paese, prenda un impegno: mettere subito mano alle tasse per restituire ai cittadini la sovranità sulla loro fatica. E se vuole fare un capolavoro, faccia scendere il primo giorno senza tasse al 25 aprile. Sarebbe uno splendido modo di festeggiare la liberazione.
Da Libero, 19 gennaio 2010
Il paradosso delle tasse
In materia di tasse Silvio Berlusconi ha un grande merito e un altrettanto grande demerito. Il merito è che la questione della riduzione drastica delle tasse entrò nella agenda italiana grazie a lui. Ai tempi della Prima Repubblica il tema era tabù. La Lega di Bossi, è vero, ne aveva parlato prima ma, in quel caso, le tasse erano solo un elemento fra gli altri entro la cornice del rivendicazionismo identitario-territoriale. Il demerito di Berlusconi è di non avere dato seguito alla promessa. Sergio Rizzo (Corriere, 11 gennaio) ha ricostruito in modo esauriente la storia degli annunci e delle promesse mancate. Per arrivare a oggi, quando nel giro di pochi giorni Berlusconi ha rilanciato il vecchio progetto delle due sole aliquote per poi subito accantonarlo.
L’occasione mancata risale al governo Berlusconi del 2001-2006. Si andò vicino al traguardo con la legge delega, predisposta da Giulio Tremonti, che introduceva le due aliquote. Poi i contrasti nella maggioranza bloccarono il progetto. Berlusconi non fu capace di imporre ai suoi alleati una riforma su cui si giocava l’identità politica sua e di Forza Italia. Perché ora dovremmo credere che la grande riforma fiscale si farà, se non venne fatta allora, in un’epoca di espansione economica internazionale?
Il paradosso delle tasse può essere così riassunto: la storia di un quindicennio mostra che Berlusconi è inaffidabile quando promette la riforma fiscale. Al tempo stesso, c’è la quasi certezza che se la riforma non verrà fatta da lui non verrà fatta da nessun altro. Non dal centrosinistra che sulle tasse ha ereditato gli atteggiamenti della classe politica della Prima Repubblica e che, per cultura, e per gli interessi della sua constituency elettorale, è ostile a riduzioni generalizzate della pressione fiscale. Ma nemmeno dal centrodestra, nel quale, tolta la componente di Forza Italia (e neppure tutta) del Pdl, sono presenti tanti politici che sulle tasse non hanno mai condiviso fino in fondo le idee (o i sogni?) di Berlusconi.
Certo, per ridurre le tasse occorre prima tagliare la spesa pubblica (campa cavallo). Oppure, come sostiene il «partito liberista» (da Antonio Martino a Oscar Giannino, ad Alberto Mingardi), occorre rovesciare le priorità: fare in modo che sia una drastica riduzione delle tasse a imporre la contrazione della spesa pubblica. Ci sono nodi tecnici da sciogliere, e conti da far quadrare, come il ministro Tremonti ricorda. Ma ci sono anche nodi politici. Ridurre le tasse significa destabilizzare clientele e corporazioni che vivono di spesa pubblica, colpire gli interessi cresciuti al riparo di un’alta fiscalità. E favorire cambiamenti di mentalità, fare accettare anche nelle aree del Paese che non ci credono l’idea che un livello troppo alto di tassazione sia un indicatore della scarsa libertà dei cittadini. Con lodi o biasimi, a seconda degli orientamenti, gli ultimi decenni verranno ricordati nei libri di storia come quelli della «era Berlusconi». Ma se Berlusconi non riuscirà a rivoluzionare il fisco, nemmeno il più benevolo degli storici vi aggiungerà mai la parola «liberale».
Da Corriere della Sera, 16 gennaio 2010
Breve dimostrazione per tabulas che con meno tasse lo stato ci guadagna
Che fine ha fatto la flat tax? In Italia è stata il biglietto da visita di Forza Italia nel 1994, quando Antonio Martino dava la linea economica al partito. Da allora, pur essendo riaffiorata spesso nel dibattito politico, non ha avuto conseguenze. Eppure, nel 2010 è disponibile una mole vi evidenza empirica che sedici anni fa non c’era. La flat tax non ha indebolito i conti pubblici: i numeri sembrano dare torto a chi dice che non ci sono le risorse. I tagli fiscali, in larga parte, si finanziano da sé.
Fu nel 1994 che il primo ministro estone, Mart Laar, introdusse per primo la tassa piatta: si partiva con un’aliquota del 26 per cento, scesa gradualmente al 21 per cento attuale per calare ancora al 19 per cento l’anno prossimo e 18 per cento nel 2012. Il contagio si trasmise presto ad altri paesi dell’Europa orientale. Oggi 23 nazioni fanno parte del club: di queste, sette (Bulgaria, Repubblica Ceca, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania e Slovacchia) stanno nell’Unione europea. Tra gli altri, si segnalano il Montenegro, che ha adottato una flat tax fin dall’indipendenza nel 2007, la Russia (con un’aliquota del 13 per cento in vigore dal 2001), e l’ultimo arrivo, l’Albania, che dal 2008 ha un’aliquota del 10 per cento. L’ondata di riforme fiscali ha fatto parlare della “rivoluzione della flat tax” (così il libro-manifesto di Steve Forbes).
Limitandosi ai paesi europei, si possono osservare alcuni dati. Anzitutto, la pressione fiscale nei sette paesi “flattisti” è inferiore alla media: mediamente 30,5 per cento contro il 40,2 per cento dell’Ue27 e il 42,8 per cento italiano nel 2008. Secondariamente, l’introduzione della flat tax non ha fatto diminuire il gettito. Rispetto al 2005, o all’anno di introduzione della tassa piatta se successivo, il gettito nominale dell’imposta sul reddito nei paesi europei con la flat tax è cresciuto mediamente del 16,8 per cento annuo, contro il 5,9 per cento dell’Ue27 e il 6,9 per cento dell’Italia (che nel frattempo ha aumentato le aliquote con la finanziaria 2007). Naturalmente non tutto l’aumento è direttamente attribuibile alla flat tax, perché il Pil e i redditi sarebbero presumibilmente cresciuti anche senza di essa: quanto meno, si può dire che l’aliquota unica non ha aperto voragini fiscali.
Su questo punto si è abbattuto lo scetticismo del Fondo monetario internazionale, che nel 2006 ha pubblicato un paper molto critico, evidenziando come, nella maggior parte dei casi, il gettito dell’imposta sul reddito si fosse contratto. Lo studio, tuttavia, risente del brevissimo lasso di tempo trascorso dall’implementazione delle riforme: in quattro degli otto casi esaminati, erano passati solo uno o due anni. È chiaro, anche per i sostenitori più accesi della flat tax, che nell’immediato le entrate erariali possono diminuire: l’effetto Laffer, cioè l’aumento del gettito conseguente la riduzione delle aliquote, si vede nel medio termine, di pari passo all’accelerazione della crescita economica (grazie a un sistema fiscale meno punitivo) e all’emersione del nero (perché il costo-opportunità dell’evasione cresce). Lo stesso Fmi, comunque, riconosce che la flat tax rafforza gli stabilizzatori automatici: cioè, durante le recessioni, la pressione fiscale cala in misura relativamente più rapida, dando sollievo all’economia (all’altro estremo stanno imposte pro-cicliche come la nostra Irap). Un’altra ammissione molto interessante è quella secondo cui “riforme che implicano un allargamento della soglia minima di reddito non tassabile sono benefiche sia per i ricchi che per i poveri” e la riduzione dell’evasione che generano “un aumento nella progressività effettiva”. Quindi, sono infondate le preoccupazioni di chi teme effetti perversi in punto di equità, o – nel nostro paese – l’incompatibilità con l’articolo 53 della Costituzione, secondo cui “il sistema tributario è informato a criteri di progressività”.
Infatti, come ha sostenuto Silvio Boccalatte in un paper dell’Istituto Bruno Leoni, la Carta si riferisce al sistema tributario nel suo complesso e non alla sola imposta sul reddito; in ogni caso, la progressività di quest’ultima è garantita dalla combinazione tra no tax area e aliquota unica. La flat tax è possibile e utile dopo la crisi come lo era prima, nell’Europa occidentale come in quella orientale. Possono esserci delle ragioni per contrastarla, e nessuno si illude che rimpiazzare, in Italia, cinque aliquote con una soltanto sia semplice. Per favore, però: non dite che è impossibile.
Da Il Foglio, 16 gennaio 2010
Proprio così: non ci siamo!
Le recenti dichiarazioni del presidente del Consiglio, orientate prima a farci sperare che – finalmente! – avremmo avuto la tante volte promessa riforma tributaria e poi a deluderci per l’ennesima volta, dichiarando che per adesso almeno non se ne parla proprio, sono state variamente commentate e potrebbe apparire superfluo insistere ulteriormente sull’argomento. Ma insistere si deve ed è quanto intendo fare adesso.
Maurizio Belpietro sul Libero, giornale da lui diretto ha sintetizzato quella che a me sembra una tesi sacrosanta: non ci siamo, non ci siamo proprio. E’ dovere di tutti ma in particolare di quanti lo hanno sostenuto per quindici anni nella sua lotta politica dirglielo e senza mezzi termini: la riforma tributaria è sempre stata un impegno solennemente assunto e ampiamente sbandierato di Berlusconi, di Forza Italia, del Pdl, del centro-destra e non saranno certamente le platealmente false giaculatorie sulla crisi che non ce lo consente a farci perdonare la più plateale, vergognosa ed ingiustificata inadempienza del nostro amato presidente del Consiglio. Non dia retta ai sondaggi, dimentichi i suoi indubbi passati successi, non si culli sull’ovvia considerazione che non esistono da nessuna parte alternative credibili. Se non mantiene e subito, senza indugi di sorta, il suo impegno di darci un fisco migliore potrà fare affidamento soltanto sulla delusione prima e il disprezzo poi di quanti in lui credono.
La contraddittorietà delle due dichiarazioni del Silvio nazionale dimostra a mio parere alcune cose importanti. Anzitutto, essa fa giustizia della strumentale interpretazione della prima come “propaganda pre-elettorale” (come se fosse la prima volta che Berlusconi promette una drastica riforma fiscale). Se, infatti, la promessa di abbattere le aliquote fosse stata fatta per ottenere consensi utili per le prossime elezioni regionali, non sarebbe stata smentita così rapidamente, sarebbe stata lasciata galleggiare fino alle elezioni salvo essere ritrattata subito dopo.
In secondo luogo, se ci chiediamo perché la promessa iniziale sia stata fatta, perveniamo all’ovvia conclusione che evidentemente Berlusconi è convinto che quella riforma sia necessaria e utile all’economia italiana. Del resto, se così non fosse quella riforma non sarebbe stata promessa tante volte lungo un così elevato numero di anni.
Perveniamo così a quello che è il vero quesito importante della faccenda: perché quella promessa è stata disattesa? Perché Berlusconi, che in quella riforma crede, non la ha finora realizzata pur avendone avuto la possibilità sia nel quinquennio 2001-2006 sia negli ultimi due anni? A quella domanda si può rispondere molto facilmente ma non esaurientemente. Vediamo.
Come ricorda Sergio Rizzo (Corriere della sera, 11 gennaio) da candidato del “patto Segni” l’attuale ministro dell’economia bollò la proposta di aliquota unica che faceva parte del programma di Forza Italia nel 1994 come “miracolismo finanziario”. Il commercialista più pagato d’Italia evidentemente ha preferito in questo caso essere coerente ed ha quindi continuato ad opporsi a qualsiasi riforma tributaria. Gli è andata bene nel 2001-2006 e sembra gli stia andando bene anche stavolta. L’esistente, da cui ha lucrato onorari da capogiro, finora non è stato nemmeno scalfito; il “fisco di Visco” continua imperterrito ad impedire all’Italia di crescere, ai ricchi di evitare di pagare le tasse, ai furbi di fare i loro comodi ed ai consulenti tributari di arricchirsi.
Poco importa che questo sistema fiscale frutti pochissimo allo Stato, che punisca il lavoro, scoraggi il risparmio e gli investimenti, riduca a zero la crescita economia del paese, sia causa di iniquità intollerabili, a qualcuno va bene così e, siccome il qualcuno in questione è persona che conta, non si cambia nulla.
Questa a mio parere la spiegazione, forse presentata con eccessiva crudezza ma sostanzialmente vera; però non esauriente perché non spiega per quale mai motivo, stando così le cose, Berlusconi continui ad affidare le sorti della nostra economia e la sua personale credibilità a persona che gli impedisce di realizzare quanto ha reiteratamente promesso. Non esiste un articolo della Costituzione vigente che reciti: “in caso di governo di centro-destra tutti i poteri economici devono essere affidati a Giulio Tremonti”. Chi o cosa, in nome di Iddio, costringe Berlusconi a continuare a contraddirsi, promettendo il cambiamento ed infliggendoci invece l’immobilismo? Io non lo so ma la mia ignoranza non mi pesa eccessivamente.
Una giravolta che ricorda Peppone
Contrordine compagni: le tasse sono bellissime. “Con la crisi attuale – ha detto ieri Silvio Berlusconi – una riduzione delle tasse è fuori discussione”. Poche parole per seppellire le speranze che il Cav. 2010 edition aveva sollevato, una manciata di giorni fa, con un’intervista a Repubblica. Il premier ha accompagnato questo siluro alla ripresa con una mano tesa al Partito democratico: “non intendiamo assolutamente introdurci in questa campagna per le elezioni regionali e amministrative con delle promesse di riduzione delle imposte”. Il gesto sarebbe di sicuro e giusto fair play, se venisse dal leader dell’opposizione o da un primo ministro fresco di nomina. Le promesse dei politici stanno molte tacche sotto quelle dei marinai. Il problema è che, mentre allargava metaforicamente le braccia di fronte all’ennesima rinuncia, Berlusconi occupava Palazzo Chigi quasi da due anni.
Non sono stati anni persi. Però, qualunque cosa si pensi dell’operato del governo, la sfera fiscale è rimasta praticamente intatta. Poche le eccezioni: l’abolizione dell’Ici da un lato, l’introduzione della Robin Tax dall’altro. Nel complesso, la pressione fiscale non ha subito scossoni. Per fortuna, Berlusconi ha confermato l’impegno a semplificare la giungla tributaria. Se il governo riuscirà a riallineare l’Italia ai paesi civili, avrà conseguito un risultato importante. Ma la verità è che Berlusconi non è stato eletto per migliorare marginalmente lo status quo: è stato mandato a Palazzo Chigi, nel 1994, e poi nel 2001, e poi nel 2008, perché desse sostanza alla richiesta che saliva rabbiosa dalla pancia del paese. Tra il 2005 e il 2008, il gettito delle imposte dirette è cresciuto da 189,8 a 241,4 miliardi di euro. Un percorso simile, anche se più piatto, hanno seguito le imposte indirette, che hanno fruttato 215,5 miliardi nel 2008, contro 202,7 tre anni prima. Se si aggiungono i carichi contributivi (da 179,9 a 210,9 miliardi) e altre entrate di minor rilievo, oggi le amministrazioni pubbliche si mangiano la metà del reddito nazionale. La pressione fiscale (che, per chi non può evadere, è ancora più alta) era nel 2008 pari al 42,8 per cento del Pil, contro il 40,4 per cento del 2005 e contro una media europea del 40,2 per cento. Anche solo portare l’Italia al livello medio dell’Ue vorrebbe dire restituire alla società due virgola sei punti percentuali di prodotto interno lordo, cioè quasi 41 miliardi di euro. Scendere al livello del paese più virtuoso (la Lituania, con una pressione fiscale del 29,3 per cento) libererebbe dalle grinfie statali 212 miliardi di euro.
Naturalmente, di fronte a questi dati si può pensare: servono alla spesa pubblica. Oppure si può dire: no, devono essere restituiti ai loro legittimi proprietari. È questa la vera scelta di campo: il resto, è tecnicalità. È vero: per mantenere le promesse, bisogna trovare le risorse. Ci permettiamo però di far sommessamente notare che chi non cerca, non trova (Libero da mesi suggerisce con insistenza di partire dall’abolizione delle province, ma il governo non vuol sentire). Chi non rischia, non raccoglie. Ce l’ha insegnato il Berlusconi imprenditore coraggioso, che ha scommesso sul successo di “Drive In” quando dire “seno” in tv era peccato mortale. Il Berlusconi politico sembra aver perso l’entusiasmo e la passione per il colpo di reni. Come Peppone che, quando diventa senatore, cambia, si incupisce, diventa incapace di sognare e dunque di fare. Sarebbe molto triste, se il Cav. chiudesse la sua parabola politica come controfigura del sanguigno sindaco comunista.
Da Libero, 14 gennaio 2009
Ora il sogno è diventato bluff. E addio alle riforme...
Ha davvero qualcosa di patetico la retromarcia sul tema delle tasse compiuta da Silvio Berlusconi, solo a distanza di pochi giorni dall'intervista rilasciata a la Repubblica, in cui il premier aveva ricordato il suo antico sogno della riforma a due aliquote Irpef: al 23 e al 33 per cento. Ed è una tristezza che induce a pensare quanto continui a pesare, sulla nostra società, l'insieme degli interessi e delle clientele che generano la spesa pubblica e sono schierati a difesa dello status quo. Perché se il governo volesse ridurre le uscite e accantonare i progetti faraonici, non c'è dubbio che un ridimensionamento delle imposte sarebbe possibile. Ma ieri il premier ci ha detto chiaramente che tra la rivoluzione liberale e la difesa di questa Italia in declino e dei suoi vizi, egli sceglie la seconda strada.
Solo pochi giorni fa in un nostro intervento su questo giornale si era sostenuto come le preoccupazioni di Giulio Tremonti in merito alla tenuta dei conti pubblici (oggi rievocate da Berlusconi quale impedimento al taglio delle imposte) fossero serie e da tenere in giusta considerazione, ma non rappresentassero affatto un ostacolo insuperabile.
Si possono aiutare sia il bilancio pubblico che delle tasse coro l'economia produttiva italiana se insieme al taglio del prelievo fiscale si procede ad alcuni altri passi. Si era detto, in particolare, quanto sia urgente liberare lo Stato dal fardello degli enti pubblici, usando le risorse ottenute dalla cessione di Eni, Enel, Poste Italiane e tutto il resto per ridimensionare il debito pubblico e di conseguenza gli interessi da pagare. Evidentemente, i privilegi e le logiche privatissime di quanti amministrano il parastato hanno fatto premio sulla necessità di aiutare l'economia nel suo insieme.
Ma un tema che avevamo toccato era pure quello del federalismo fiscale, perché se quello delineato dal governo fosse davvero tale prospettando un sistema di imposte manovrabili e bilanci veramente locali, che entrano in concorrenza tra loro - sarebbe più che legittimo attendersi una razionalizzazione dei servizi, una riduzione delle uscite, un ridimensionamento degli oneri. Se però non sarà così e avremo solo un pericolosissimo "federalismo di spesa", con tasse decise da Roma e solo più soldi lasciati in periferia, dovremo certo attendersi un aumento dei gravami sul bilancio generale: e quindi un motivo in più per non tagliare le imposte. Si era anche sottolineata l'esigenza di cancellare quell'insieme di aiuti alle imprese che, per loro natura, seguono logiche discrezionali anche quando sono venduti come interventi di carattere "ecologico". Ed egualmente si può dire che una riduzione importante delle uscite verrebbe dalla rinuncia - da parte dei nostri ministri - a giocare a "Monopoli" con i soldi altrui, rinunciando a mettere le mani nelle tasche dei contribuenti. Insomma, se si mettessero in soffitta - come sarebbe giusto fare - il ponte sullo Stretto, la Tav, la Banca del Sud, il nucleare di Stato e ogni altra grande opera variamente keynesiana sarebbe possibile trovare risorse da lasciare a chi davvero produce ricchezza.
Con ogni probabilità, nel momento in cui ha rispolverato (dopo ben 16 anni!) il vecchio progetto di abbassare le imposte e realizzare il progetto che fu tremontiano delle due aliquote, Berlusconi ha avuto l'ultima chance storica di fare davvero qualcosa di liberale. La goffa smentita di sé delle scorse ore segna la definitiva fine non già del suo sogno, ma di quello cullato da quanti - tanti o pochi che fossero hanno pensato che egli potesse aiutare il Paese a muoversi verso una riduzione della sfera del potere pubblico. Si volta pagina.
Da Liberal, 14 gennaio 2010
Tasse: Le due incognite che mettono a rischio la riforma di Berlusconi
Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha rilanciato ieri l’ipotesi di una riforma fiscale entro la fine del 2010, con l’applicazione di due sole aliquote. Una riforma che, ricorda Alberto Mingardi, direttore dell’Istituto Bruno Leoni, l’Italia attende da sedici anni. E che forse appare urgente dato che il reddito reale degli italiani, come certificato sempre ieri dall’Istat, è sceso dell’1,9% nel 2009. Il vero problema, prosegue Mingardi, è che la politica rischia di vanificare un’eventuale riduzione delle tasse.
Cosa pensa dell’ipotesi, rilanciata ieri da Berlusconi, di una riforma fiscale entro l’anno? È il momento giusto per il nostro paese? Non corriamo il rischio di ampliare il debito pubblico?
Se si abbassano le tasse ma si aumenta il debito pubblico, in realtà non si stanno abbassando le tasse: si stanno semplicemente “posticipando” le tasse, addossandole alle future generazioni di contribuenti. Fare una riforma fiscale, in questo momento, non è impossibile. C’è una consapevolezza molto più diffusa, dell’urgenza di una diversa impostazione del rapporto cittadino-fisco, di quanto non fosse nel ’94, o nel 2001. In qualche maniera, il Paese attende una riforma fiscale dalla “discesa in campo” di Silvio Berlusconi. Sono sedici anni, ormai. Sedici anni di attese e di speranze frustrate.
A cosa dovrebbe portare questa riforma?
Meno tasse debbono servire per avere meno spese: per ridurre globalmente il raggio d’azione dello Stato. La pubblica opinione italiana oggi mi sembra più pronta a ragionare in questi termini. È la politica, a essere evidentemente impreparata ad esercitare un ruolo di leadership, per mettersi su quella strada.
Questa “svolta” del governo Berlusconi viene dopo polemiche molto nette contro l’evasione fiscale e i “paradisi” che attraggono i nostri contribuenti, con una tassazione inferiore. Bisogna pagare tutti per pagare meno?
Al contrario: bisogna pagare meno per pagare tutti. Il governo dovrebbe impegnarsi a rendere meno conveniente l'evasione. Il problema di oggi è che si riesce a pagare molto poco se si hanno a disposizione plotoni di commercialisti e consulenti, mentre a essere costretti a versare fino all'ultimo quattrino sono le classi medie, evasori mancati per mancanza di risorse.
Proprio l’atteggiamento “post” scudo, questa maschera di implacabile severità adottata dal governo, ci fa temere che la riforma fiscale sia solo un altro ballon d’essai.
Come mai questo timore?
Perché le tasse diminuiscono proprio in un contesto di concorrenza istituzionale. Perché noi vogliamo abbassarle? Per attrarre contribuenti, e per non farci “scappare” i nostri. Ma se noi partiamo dal presupposto (alla Mario Monti) che la concorrenza fiscale sia un male, allora non avrebbe senso diminuire le imposte. Se non c’è rischio che la base imponibile venga erosa dai “fuggitivi fiscali”, perché spremere di meno il contribuente?
Sempre ieri l’Istat ha segnalato una discesa dei redditi reali degli italiani (già tra i più bassi d’Europa). Il Professor Campiglio dalle nostre pagine ha detto che se si vogliono aumentare i redditi da lavoro occorre investire di più in capitale umano. Cosa ne pensa?
È una formula suggestiva, ed è sicuramente giusto cercare di migliorare l’università e la formazione, ma è bene precisare che gli “investimenti in capitale umano” non producono un ritorno immediato. Ci vuole tempo. Per avere salari più alti, dobbiamo trovare uno spazio più saldo nella divisione internazionale del lavoro.
In che modo?
Questo può avvenire solo liberando le energie vive dell’economia italiana. Questo significa liberalizzare tutti quegli spazi nei quali ancora consentiamo il formarsi di posizioni di rendita. Non solo per aumentare il nostro potere d’acquisto, ma soprattutto per rendere possibile agli imprenditori di mettere in gioco la propria creatività, di sperimentare. La vera sfida per un Paese come il nostro è diminuire l’intermediazione politica, aumentando gli spazi per l’impresa: cercando di avvantaggiarci delle possibilità di innovare e sperimentare che ci dà il mercato, in settori che abbiamo dato per morti, che pensavamo fossero incapaci di generare ricchezza e valore, perché monopolizzati dal pubblico. Purtroppo, come dimostrano i troppi ragionamenti che si sentono sul ruolo della Cassa Depositi e Prestiti, stiamo andando esattamente nella direzione opposta.
Ancora ieri il presidente della Bce, Jean Claude Trichet, ha dichiarato che ci troviamo in un clima di ripresa. Secondo lei, nel 2010 potremmo dire di esserci lasciati alle spalle la crisi?
In una parola: no. Non mi sembra che nessuno dei problemi che ha originato la crisi sia stato risolto. Si è anzi creato ancor più azzardo morale, ed è surreale che qualcuno pensi davvero che la situazione dei mercati finanziari sia stata “messa in sicurezza” perché sono state introdotte norme che limitano i bonus dei banchieri.
Per arrivare a una ripresa in Italia e più in generale in Europa dovremmo aspettare che ripartano gli Usa? Saranno capaci di trainare la ripresa mondiale o conterà sempre di più il ruolo di paesi come Cina e India?
Non ho competenze per dare una risposta. Ci sono “bolle” ovunque, anche in Cina e in India, e la situazione è davvero precaria, in questo momento. Di una sola cosa sono sicuro: la “locomotiva americana” non ripartirà nel 2010. Le condizioni di finanza pubblica degli Stati Uniti peggiorano continuamente. Questa Amministrazione pensa solo a “centrifugare” fondi a difesa di gruppi sociali e politici che essa vuole avvantaggiare. L’America è un Paese straordinario, ricco di imprenditorialità come nessuno. Ma dovrà pagare il conto della sbornia di politica degli ultimi due anni.
Da ilsussidiario.net, 12 gennaio 2010
La trasparenza cura la sanità
L'allarme sui conti della sanità è ormai un genere letterario. Vi sono fattori di lungo periodo (l'innovazione scientifica e lo sviluppo tecnologico, gli andamenti demografici) che rendono sempre più complesso governare la spesa sanitaria. In questi primi due mesi del 2010, sono già circolate le stime più pessimistiche, rispetto ai deficit di alcune regioni, in una sorta di anticipo della campagna elettorale.
È comprensibile che sia così, e anzi un dibattito pubblico più franco su questi temi sarebbe senz'altro utile. In attesa del federalismo fiscale, il nostro sistema appare basato su una “regionalizzazione delle uscite”, che impegna buona parte del bilancio regionale (oltre il 70%) facendo dei governi locali delle grandi Asl. Quando anche in alcune delle regioni più virtuose (si pensi al maxi-deficit dell'Ausl di Forlì in Emilia Romagna) mostrano qualche segno di difficoltà, forse è venuto il momento di ripensare il sistema.
Mai come nella sanità, a problemi macro corrispondono comportamenti micro. La sostenibilità del sistema non può che reggersi su una catena di complessi equilibri. In prospettiva, una questione cruciale è in che misura un servizio “pubblico” potrà venire fornito da operatori privati. L'obiettivo di garantire servizi pubblici facendo perno su libertà di scelta e concorrenza oggi non appare più un'eccentricità, come era quando cominciarono a circolare proposte quale quella del “buono scuola”.
L'esperienza degli altri paesi insegna che lo stato può limitarsi a definire in modo appropriato le condizioni di contesto e gli standard di qualità, lasciando libero spazio alla competizione fra erogatori del servizio. Julian Le Grand, uno studioso del servizio sanitario nazionale inglese (probabilmente il più dirigista d'Europa), ha usato l'immagine «dell'altra mano invisibile»: che opera in contesti intrinsecamente diversi da quelli di mercato, ma cercando di assorbirne la razionalità.
Rispetto alla sanità, l'esperienza di una delle regioni più virtuose, la Lombardia, in cui gli ospedali di diritto privato erogano il 31,3% del valore delle prestazioni ospedaliere e con una complessità dei casi (indice di case-mix) più elevata degli ospedali pubblici, conferma la bontà di questa tesi.
Perché esperimenti competitivi funzionino, però, devono essere soddisfatti alcuni requisiti di base. Prima di ogni altra cosa, serve più trasparenza: serve ai pazienti, ma soprattutto e subito anche ai decisori e ai regolatori del servizio.
L'opacità rispetto al modo in cui i quattrini dei contribuenti vengono spesi, per rispondere ai loro bisogni di salute, è particolarmente odiosa - ma potrebbe essere facilmente dissipata, con una riforma che le diverse regioni potrebbero attuare in modo semplice e lineare.
Attualmente la legge statale prevede che i bilanci delle Aziende unità sanitarie locali e delle Aziende ospedaliere siano redatti in conformità a disposizioni regionali che devono essere improntate ai “principi” del Codice civile.
Si badi: i principi, e non le disposizioni. Per questo, nei fatti, molte regioni non hanno disciplinato sul punto, lasciando totale libertà alla creatività delle Aziende sanitarie.
È necessario porre in essere a livello regionale una normativa sul bilancio delle Aziende unità sanitaria locale e Azienda ospedaliera (quindi non solo uno schema di bilancio) che riproduca esattamente i dettami del Codice civile, distinguendo specificamente:
- I “ricavi”, i “proventi veri”, cioè il denaro derivante come corrispettivo (anche parziale) dalle prestazioni di servizi sanitari. Questa voce dovrebbe essere inserita nel conto economico come species del noto genus “valore della produzione”.
- I “ricavi figurativi”: valori determinati attribuendo le tariffe Drg alle prestazioni erogate, ma che non rappresentano “denaro in cassa”. Questa voce dovrebbe essere introdotta in calce al conto economico (quindi anche dopo l'esposizione dei costi della produzione), come prima species di un nuovo genus che potrebbe essere chiamato “fattori pubblicistici di riequilibrio”;
- I “contributi in conto esercizio”: cioè il denaro pubblico introdotto nel processo produttivo dalla regione al solo scopo di coprire i costi. Siccome nel bilancio delle Aziende sanitarie il significato dei contributi in conto esercizio è molto diverso rispetto a quello che acquista nelle imprese private, questa voce non dovrebbe essere inserita nel valore della produzione, ma dovrebbe essere ridenominata "contributi pubblici in conto riequilibrio" ed essere inserita come genus nella species dei "fattori pubblicistici di riequilibrio”.
Bilanci siffatti andrebbero resi pubblici su Internet, e nelle forme adeguate. In questo modo, si fornirebbero dati omogenei per tutte le Aziende sanitarie.
Dall'analisi dei bilanci risulterebbero le Aziende sanitarie che, a parità di numero di utenti e/o di territorio, sono più efficienti perché necessitano di minori «fattori pubblicistici di riequilibrio». Ma soprattutto, sarebbe possibile valutare in dettaglio la performance delle singole Aziende sanitarie, mettendosi in condizione di verificare in tempo reale dove sono i comportamenti virtuosi e quelli viziosi.
Si tratta, in buona sostanza, di applicare al pubblico il rigore che giustamente pretendiamo dal privato, per poter poi riflettere serenamente sulla direzione che deve prendere l'evoluzione del nostro sistema sanitario. Sarebbe una riforma di buon senso. La trasparenza, quando si discute di denaro pubblico, non è mai in eccesso.
* Silvio Boccalatte è fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Alberto Mingardi è direttore generale dello stesso Istituto
Da Il Sole 24 Ore, 3 Marzo 2010
Aig, telecomunicazioni e manager
Per Massimo Mucchetti, una «complicità perversa» fra azionisti e manager lega vicende quali lo «scandalo delle telecomunicazioni» e il quasi fallimento di Aig («Le difese abbassate delle aziende e la lezione americana dell'Aig», Corriere della Sera dei 26 febbraio). Secondo Mucchetti, lo shortermismo (l'attenzione spasmodica al breve termine) «droga» il management, che oltrepassa i limiti. Forse proprio il caso di Aig suggerisce un'altra lettura. La clamorosa sottostima dei rischio da parte di questo assicuratore, e pertanto il fatto che non si fosse attrezzato con il capitale necessario a sostenerlo, segnala come vi fosse molto «conformismo» (group thinking) all'interno di questa impresa. La modellistica utilizzata per il calcolo del rischio e dei suo «pricing» era probabilmente inadeguata a stimare gli effetti di condizioni eccezionali. Furono commessi molti errori. Basta l'«ansia da prestazione» a spiegarli? Un mondo complesso è difficile da leggere per tutti. Cresce nelle aziende la divisione del lavoro interna, gli amministratori delegati debbono fidarsi degli organi di valutazione, anche volendo non possono conoscere al millimetro ciò che avviene nei loro uffici. Se pensiamo alle telecomunicazioni, le stesse controparti, svelatesi oggi come criminose, è improbabile si presentassero con la coppola calata sugli occhi e la lupara a tracolla. In una cosa, il caso delle telecomunicazioni e quello di Aig sono simili: nella complessità che può assumere la valutazione dei rischio di controparte al moltiplicarsi e all'intrecciarsi della catena. Emerge un forte deficit di informazione: cui fanno sempre più fatica ad accedere le imprese, i regolatori, in tutta evidenza persino gli inquirenti.
Se il problema è come venire a patti con l'incertezza, noi sappiamo cosa funziona spesso male e cosa non funziona affatto. Non funzionano affatto la costrizione, la normazione certosina, lo Stato che sceglie i manager. La contendibilità delle imprese, il mercato dei capitali come «giudice» dei manager, la concorrenza, generano esiti spesso imperfetti. Ma per produrre informazione, per orientarci nella complessità, sono gli unici strumenti che abbiamo.
Alberto Mingardi Direttore generale Istituto Bruno Leoni
Da Corriere della Sera, 2 marzo 2010
Mingardi se la prendo con feticci (lo Stato che sceglie i manager, la pianificazione...) che nessuno adora più da tempo e nulla dice del perché un'intera classe di manager e azionisti eccellenti (Aig è un esempio tra i tanti) non si è interrogata sugli enormi rischi impliciti in certi esaltanti ritorni sul capitale che il capitalismo finanziario ha perseguito. Non è questione di coppole, ma dell'evidente peso di certi clienti e di certe pratiche sul fatturato e sui margini delle imprese. Che fosse disattenzione interessata, tanto poi pagano i soci di minoranza, i creditori e, se non basta, i contribuenti? (m. mucch.)
The EU Searches for a Monopolist, Finds Google
Google isn't a monopoly now, but the more it tries to become one, the better it will be for us all. Competition works in this way: Capitalist enterprises strive to gain in profits and market share. In turn, competitors are forced to respond by trying to improve their offerings. Innovation is the healthy output of this competitive game. The European Commission, while pondering complaints against the Internet search giant, might consider this point.
Google has been challenged by a German, a British, and a French Web site, for its dominant position in the market for Web search and online advertisement. The U.S. search engine is said to be imposing difficult terms and conditions on competitors and partners, who are now calling regulators into action. Google's search algorithm is accused of being "biased" by business partners and competing publishers alike.
Before resorting to the old commandments of antitrust, we should consider that the Internet world is still largely impervious and unknown to anybody-including regulators. We are in terra incognita, and nobody knows the likely evolution of the market. But one thing is for sure: Online search can't evolve properly if it's improperly regulated-no matter the stage of evolution.
While the exact form of "remedy" is anyone's guess depending upon the petitioner and the whims of regulators, intervention would basically mean some kind of shortcut for Google's competitors, such as regulatory guarantees of future search ranking or placement; limitations on future Google services that could undermine an emerging rival; oversight of certain pricing practices or advertising practices; coerced changes to the Google interface; or bureaucratic oversight of paid-vs.-unpaid search results. The net effect would be to rescue Google's competitors from the requirement to compete, and to give them access to Google customers whom they didn't conquer on their own merits.
Today's search engine capabilities help break down information bottlenecks, allowing ever-increasing access to countless HD-equipped webcam broadcasters worldwide. Public policy is often schizophrenic, but using the language of monopoly to attack information services and communications is particularly perverse. Speech is the core freedom, and today's competitive technologies, including search, vastly extend it for us all.
Google isn't targeted by regulators only in Brussels, but enjoys declining popularity in many capitals, from Beijing to Washington D.C. In the U.S., conservatives have been complaining about bias in Google's search results, matters such as purported deference toward Al Gore.
But so what? Let Google be the MSNBC of search engines. Somebody else can be Fox if we need it. It remains the case, as in the mid-90s when Sergey Brin and Larry Page got started, that if you create a search engine, nobody can stop you. Nobody can stop Microsoft from creating one either. Oh, wait...
Everyone seems to think Google is theirs to regulate, that they have more of a right to prescribe Google's algorithm or business policies than Google itself does.
In search as in media itself, and in fact in every form of inquiry, competing biases are good; pretended or forced objectivity, not so good. The decisions about how to rank search or what to reveal in a search are properly a matter of Google's own free speech, and it is not anyone else's place or right to decide. Differences of opinion and preferences about rankings are properly to be dealt with by competition from Microsoft/Yahoo, the likes of Teoma, the "theory of everything" Steven Wolfram engine, or something we don't know about yet being hatched in a dorm room. Other pressures include consumer demands, and Google's own business partners. Monopoly leads to reduced demand, and if Google truly "monopolizes," then its own business
partners are hurt by its behavior and will defect.
The policy environment to foster is one that maximizes the possibility of rival search technologies emerging in response to inappropriate bias. Today's approach is the opposite, to create a stunted search environment because everyone's afraid or reluctant to create an aggressive new search algorithm-why invest, if marvelous success means regulation and confiscation? The search capabilities needed for tomorrow's Internet won't come to be if policy makers set the terms in a primitive year like 2010 and nobody has to respond to Google.
Various types of search already optimize for various types of biased results (or unbiased ones-bias or no-bias can itself be a competitive feature and will be unless regulators undermine the process). As centuries of experience with freedom of speech tell us, biases in information services are perfectly appropriate, perhaps even necessary in free societies. If regulators do not know this, they need to be removed from their jobs.
If a formal European Commission inquiry is set to start, it certainly needs to be a short one. Would that global recessions selectively dis-employed publicly funded regulators and academics who make a living by tearing down what others have created. Regulators rarely bring anything to the table but an appetite.
Mr. Crews is Vice President for policy at the Competitive Enterprise Institute in Washington, D.C. Mr. Mingardi is Director General of Istituto Bruno Leoni in Milan, Italy.
Da Wall Street Journal Europe, 28 febbraio 2010
IBL: Più trasparenza e più concorrenza per la sanità. Un Briefing Paper
La premessa necessaria di qualsiasi riforma del Servizio Sanitario Nazionale è una piena e reale trasparenza. È importante che le strutture sanitarie pubbliche rendano noti bilanci affidabili, sulla base dei quali sia possibile valutarne la performance. L’Istituto Bruno Leoni pubblica oggi il suo Briefing Paper n.84 “Il miraggio della concorrenza nel settore sanitario” di Silvio Boccalatte (fellow dell’Istituto Bruno Leoni), liberamente scaricabile su www.brunoleoni.it (PDF). Alcuni dei temi e delle proposte del Briefing Paper sono state anticipate ieri dall’articolo di Silvio Boccalatte e Alberto Mingardi (Direttore Generale dell’Istituto Bruno Leoni) apparso sul Sole 24 Ore, “La trasparenza cura la sanità”.
Secondo Boccalatte, “l’aziendalizzazione dell’Unità Sanitarie Locali, avvenuta negli anni Novanta, ha dimostrato notevoli difficoltà di compatibilità con un modello di sanità in cui l’operatore pubblico opera in regime di quasi-monopolio”. Vi sono problemi di trasparenza (“I bilanci delle Aziende sanitarie e ospedaliere dovrebbero riprodurre lo schema del bilancio dettato dal Codice Civile, ma vi si discostano pesantemente, spesso con effetti mistificatori”) e di concorrenza (“Il tentativo di creare un meccanismo di “competizione” tra prestatore pubblico e prestatori privati di servizi sanitari è sostanzialmente fallito perché l’operatore pubblico può scegliere discrezionalmente i propri competitors”).
Il Briefing Paper di Boccalatte delinea alcune strategie per far sì che l’attore pubblico sia pienamente “accountable” nei confronti del cittadino-paziente-contribuente, e per creare migliori condizioni per una concorrenza reale e seconda nel settore della sanità.
Il Briefing Paper n.84 “Il miraggio della concorrenza nel settore sanitario” di Silvio Boccalatte è liberamente disponibile qui: (PDF).
IBL: ecco perché bisogna aumentare i limiti di velocità
Combattere l’emergenza smog riducendo i limiti di velocità sulle autostrade? Per l’IBL la proposta avanzata dal ministro dell’ambiente Stefania Prestigiacomo è da bocciare. Nel Focus di Francesco Ramella dal titolo "Chi va piano va sano?" (PDF) si spiegano le ragioni che dovrebbero indurre ad imboccare la strada opposta a quella indicata dal ministro.
Al vaglio del Parlamento vi è la proposta, a firma dei senatori leghisti Roberto Mura e Piergiorgio Stiffoni, di elevare a 150 km/h il limite di velocità su alcune tratte della rete autostradale. Su questo punto l'opinione pubblica si è divisa: da una parte chi sostiene che "alzando il limite e grazie all'utilizzo dei cruise control, che fissano la velocità di crociera, avremmo un flusso costante che fa risparmiare tempo ed aumentare la sicurezza", dall'altra "coloro che hanno paventato il rischio di una 'strage' sulle autostrade". Per Ramella, "probabilmente hanno torto sia i sostenitori che i detrattori del nuovo limite di velocità. È verosimile che l'incidentalità aumenti ma, nonostante ciò, la proposta è difendibile sotto il profilo dei costi e dei benefici". Infatti, i dati riportati da Ramella "sembrano evidenziare come i risparmi di tempo conseguiti grazie ad un incremento della velocità media, siano più rilevanti dei costi che derivano dall'aumento della sinistrosità".
Il Focus di Francesco Ramella, fellow dell’Istituto Bruno Leoni, "Chi va piano va sano?" è liberamente scaricabile qui (PDF).
IBL: Testo unico della radiotelevisione, un decreto da ripensare
“Un testo che merita un supplemento di riflessione”: questo è il parere dell’Istituto Bruno Leoni sullo schema di decreto legislativo si riforma del “Testo unico della radiotelevisione” sottoposto dal Governo al parere del Parlamento. Il testo è al centro del nuovo Briefing Paper dell'Istituto, “Il monitor e` mio e me lo gestisco io!” (PDF) di Silvio Boccalatte, Fellow dell'IBL.
Per Silvio Boccalatte, “da un lato sembra applicarsi la stessa disciplina sia ai grandi network sia, per ipotesi, al mero operatore privato non professionale, dall’altro la nozione di ‘responsabilità editoriale’ sembra estendersi anche a soggetti fornitori di accesso alla rete internet, che non hanno alcun reale potere di controllo sui contenuti che vegnono veicolati tramite i propri servizi. Del tutto sproporzionato allo scopo, poi”, conclude Boccalatte, “il divieto assoluto di proiezione diurna di film vietati ai minori: impedirne la fruizione su richiesta da parte di soggetti adulti costituisce una normativa di dubbia legittimità costituzionale”.
Il Briefing paper “Il monitor e` mio e me lo gestisco io! Brevi osservazioni sullo schema di decreto legislativo sull’esercizio delle attivita` televisive” è liberamente scaricabile qui (PDF)
IBL: pericolosa sentenza Milano contro Google
L’Istituto Bruno Leoni ritiene: “pericolosa per il futuro della rete” la sentenza del Tribunale di Milano che ha portato alla condanna di tre dirigenti di Google per il caso “Vividown”.
“Il nostro paese ottiene un triste primato” dichiara il Direttore Generale dell’Istituto Bruno Leoni Alberto Mingardi “nella incomprensione dei meccanismi che regolano internet. Condannare i tre dirigenti di Google per violazione della privacy per un video che nessun o di loro ha né girato, né messo online, né tanto meno visionato preventivamente, appare davvero assurdo”. “Si stanno diffondendo nel paese atteggiamenti contrari alla libertà del web, basati sull’incapacità di comprendere la differenza fra internet e un tipico prodotto editoriale. Le conseguenze di lungo periodo potrebbero essere preoccupanti per la libertà d’espressione e per lo stesso tessuto economico del paese”.
Sul tema della e sulla responsabilità degli ISP Istituto Bruno Leoni ha pubblicato a settembre il Briefing Paper n. 76 “Il caso Google e il futuro della Rete” di Massimiliano Trovato disponibile qui: (PDF).
IBL partner di energiaspiegata.it
L’Istituto Bruno Leoni aderisce come partner scientifico al progetto “Energia Spiegata” (www.energiaspiegata.it).
Sui temi energetici è fondamentale una divulgazione corretta, laica, seria e nello stesso tempo accessibile; allo stesso modo è importante raggiungere un numero sempre più elevato di persone, di esperti e di comuni cittadini appassionati e informati, condividere e discutere con loro, in maniera pragmatica, temi sempre più all’ordine del giorno.
Le occasioni per farlo però non sono molte ed è per questo che segnaliamo la presenza in rete di questo spazio di dibattito e confronto pubblico che si pone un obiettivo alto - contribuire a una nuova cultura dell’energia, diffondere un sapere laico, accurato e completo, su questo tema – realizzabile attraverso la partecipazione diretta e indiretta - come lettore, utente, curioso, oltre che come autore - di chi di energia si occupa professionalmente.
Un obiettivo che ci sentiamo di condividere. Per questo, IBL contribuisce al progetto: on line su www.energiaspiegata.it saranno da quest’anno reperibili documenti e ricerche elaborati dall’istituto, così come interviste e contributi degli esperti che ne fanno parte.
Parafarmacie, no all'indietro tutta
L’Istituto Bruno Leoni esprime “stupore e preoccupazione” avanti alla notizia di un emendamento d’aula, presentato ieri al Senato nell’ambito della discussione sulla conversione del cosiddetto “decreto mille proroghe”, finalizzato a sospendere le autorizzazioni per l’apertura di nuove parafarmacie.
Da qualche anno, i farmaci da banco possono essere liberamente commercializzati in locali che sono comunemente chiamati parafarmacie e, comunque, sempre in presenza di un farmacista: “le parafarmacie”, spiega Alberto Mingardi, Direttore Generale dell’Istituto Bruno Leoni, “sono un fenomeno economico in grande crescita, un nuovo valore per nostra economia, un’opportunità reale di lavoro per migliaia di professionisti altamente qualificati. Bloccare l’apertura di nuove parafarmacie significa infliggere in colpo mortale al settore.
Che il Parlamento discuta dell’introduzione di simili norme è un pessimo segnale lanciato in un momento in cui si vorrebbe uscire dalla crisi. Auspichiamo”, conclude Mingardi, “che questo emendamento, del tutto avulso dal testo in discussione, venga prontamente respinto.”
Lasciate che i libri vengano al web
Oggi a Roma, un dirigente del colosso Google, il principale motore di ricerca internet al mondo, Nikesh Arora, il ministro per i Beni e le Attività culturali Sandro Bondi e il direttore generale per la Valorizzazione del patrimonio culturale Mario Resca, parlano alla sede del ministero e alzano il velo su quello che hanno già definito uno «storico accordo». Vedremo di che si tratta. Ma la questione in gioco è talmente fluida che rischia di sfuggire da tutte le parti come una cesta di anguille rovesciata.
Innanzitutto: che cos'è Google? «Un algoritmo, uno straordinario sistema di ricerca d'informazioni che ne permette lo scambio a livello planetario», spiega Alberto Mingardi, direttore dell'Istituto Bruno Leoni, un think tank con sede a Torino e a Milano, di chiara impronta economica liberista, e che in questi giorni ha preso le difese del gruppo statunitense, i cui tre responsabili in Italia sono stati condannati dal tribunale di Milano per la divulgazione tramite YouTube di un filmato che mostrava violenze di ragazzini su un coetaneo disabile. Un filmato su cui i tre non avevano tuttavia nessun controllo, non avendolo né girato né messo online né visionato preventivamente. Ora, Google fa paura. Ma per altre ragioni.
Prendiamo il campo editoriale. Google, si sa, da anni sta "digitalizzando" migliaia di libri, li trasferisce cioè dalla carta al formato elettronico, un formato che ne permette la diffusione, la consultazione e lo scambio in tempi rapidissimi. E' come se stesse creando una specie di biblioteca universale, copia digitale di tutte quelle cartacee al mondo. La prospettiva ha spaventato gli editori, che si sono sentiti a rischio di assalti pirateschi, un po' come è capitato all'industria discografica.
La Fieg (Federazione Italiana Editori Giornali) ha citato in giudizio la compagnia per abuso di posizione dominante. Il presidente dell'Associazione italiana editori Marco Polillo ha fatto notare come Google Books abbia «accelerato le sue operazioni seguendo il principio: cominciamo a fare il più possibile, poi vediamo che cosa succede. E' come non prendere in considerazione l'esistenza del diritto d'autore». L'Aie ha partecipato a una class action negli Stati Uniti, al tribunale di New York. Ma le questioni tecniche si confrontano con lacune legislative. «Il punto cruciale», spiega ancora Mingardi, «sta nel fatto che Google non è un'impresa editoriale. Svolge una straordinaria opera di divulgazione, un'operazione fantastica che aumenta la libertà di accesso ai libri. E poi si può sempre distinguere fra le opere coperte da diritto d'autore e le altre».
Il libro cartaceo rischia qualcosa? Il formato digitale è compatibile, almeno in parte, con nuovi strumenti tecnologici co me l'e-book, l'ultimo modello del quale, Kindle, permette di scaricare i volumi direttamente dalla gigantesca libreria virtuale amazon.com, o come l'Ipad (appena lanciato dalla Apple), senza contare i personal computer. Una moltiplicazione dei mezzi attraverso i quali leggere i libri.
Secondo un editore molto all'avanguardia, Stefano Mauri, presidente e amministratore delegato del Gruppo Editoriale Mauri Spagnol (Gems, di cui fanno parte marchi come Longanesi, Garzanti, Salani, Guanda e così via) «la pirateria è un inconveniente. Ma l'e-book e relativi lettori sono più che altro una curiosità che stimola i giovani e chi ama le novità». Insomma, il libro di carta non rischia. «Anzi, gli autori sarebbero avvantaggiati dalla digitalizzazione delle loro opere», sostiene un acuto osservatore dei media come Gianluca Nicoletti, scrittore, conduttore radiofonico di Radio24 (la trasmissione quotidiana "Melog") e ora autore, con il filosofo della scienza Stefano Moriggi, del saggio Perché la tecnologia ci rende umani (Sironi editore). «I libri in libreria ci restano poco, poi vanno al macero. Perciò, meglio che vadano in Rete. La pirateria? Un falso problema. I libri che vendono tanto sono stampati comunque illecitamente, è successo anche con Roberto Saviano. Magari, essere piratati! Vuol dire che si hanno tanti lettori. E poi, per quanto tutti restiamo legati al fascino dell'oggetto libro, ci sono in casa problemi di spazio e catalogazione. Io stesso, grazie a Facebook, ho trovato chi è venuto a prendere quelli che non potevo più tenere, salvandoli. Così come la digitalizzazione può salvare dall'oblio le opere. E permetterci di stivarne migliaia in piccoli spazi, salvo consultarle rapidamente al bisogno».
Marco Aime, antropologo, ha appena scritto per Einaudi, insieme con Anna Cossetta “Il dono al tempo di Internet”, un saggio che mette in luce come la Rete promuova una nuova cultura dello scambio di quei beni cosiddetti «non rivali», cioè quelli «di cui una persona può fare uso senza ridurne la disponibilità per un'altra».
Quello che conta veramente, ci dice Aime «è il fatto che Internet crea reti di contatti tra le persone, e che questi contatti possono diventare anche momenti di socialità vera, cioè produrre relazioni autentiche. O almeno dovrebbero. Perché il rovescio della medaglia è che la tecnologia isoli l'uomo. Però è un dato di fatto che Sergej Brin e Larry Page, i fondatori di Google, hanno favorito la democrazia. Sono le dittature che avversano il web, vedi il caso Cina».
La Rete, e tutto quello che la percorre, non ammette filtri. Perlomeno, non li ama. In compenso arriva quasi dappertutto. E', dunque, uno straordinario veicolo di pubblicità, dal potenziale ancora inespresso. E questo è un altro snodo cruciale del tema. I tre relatori di oggi non potranno fare a meno di tenerne conto.
Da Libero, 10 Marzo 2010
Perché ogni liberale che si rispetti dovrebbe studiarsi Ricossa
Lo stralcio pubblicato lunedì dal Foglio del pamphlet “Straborghese” di Sergio Ricossa, da questa settimana in libreria, fornisce una splendida illustrazione dello stile dell’economista torinese, della sua arguzia e del suo anticonformismo.
Conosco Sergio dal 1976, da quando nella sua veste di membro della commissione di concorso contribuì alla mia nomina a professore straordinario di Economia politica. Conoscevo i suoi scritti, ero un suo ammiratore e avevo sentito parlare di lui alla Mont Pelerin Society, di cui era socio, ma non l’avevo mai incontrato. Quando appresi (da Federico Caffè) di avere vinto il concorso, andai alla Facoltà di Economia e Commercio di Roma per ringraziare i membri della commissione e lo incontrai ma non ebbi modo di parlargli, se non brevemente.
Avemmo modo di conoscerci meglio negli anni seguenti e di diventare amici: è una persona straordinaria. Quelli che, non conoscendolo, leggono i suoi scritti possono essere tentati di considerarlo un aristocratico, per la raffinata eleganza delle sue tesi che poco concedono alla demagogia, e un raffinato letterato per il suo italiano forbito e colto.
Ricossa non è né l’una né l’altra cosa, non ha studiato lettere classiche ma ragioneria ed economia, non ama i privilegiati e non proviene dalle classi ricche e fortunate della società. Sergio è un borghese per scelta, per cultura, per mentalità, ama gli individui operosi, concreti, produttivi, non sfoggia mai la sua peraltro considerevole cultura, aborre il lusso e l’ostentazione, ha sempre lavorato con impegno e con passione, ricavando grandi soddisfazioni intellettuali, la stima e l’ammirazione dei suoi studenti, dei suoi lettori e dei suoi amici. Non è ricco e non lo è stato mai, ma non è nemmeno povero né credo lo sia mai stato davvero, ma non ritiene la ricchezza una colpa né la povertà un merito.
Questa forse troppo lunga premessa serve solo a mettere in guardia il lettore: non sono né voglio essere obiettivo nel parlare di Sergio. Ho avuto modo di conoscerlo bene, anche se i nostri incontri sono stati infrequenti: abbiamo partecipato assieme, il 23 novembre del 1986, alla marcia dei contribuenti di Torino, quando 35.000 italiani convennero a spese loro nel capoluogo piemontese a manifestare la loro disapprovazione per un sistema fiscale iniquo, vessatorio e illiberale. Non fu una scelta facile. Eravamo osteggiati da tutti: sinistra, sindacati, Confindustria, benpensanti assortiti. Persino la direzione nazionale del Pli decise di passare dalla adesione alla marcia alla attenzione per essa! L’unico politico che volle manifestare con la sua presenza la simpatia per l’iniziativa fu Marco Pannella, per tutti gli altri eravamo soltanto qualunquisti, poujadisti, eversori o evasori.
Sergio crede fortemente che la nostra civiltà sia borghese e provinciale: le grandi idee in tutti i campi non vengono dai privilegiati né dai diseredati, vengono da pensatori appartenenti a quella classe media che specie in quegli anni veniva unanimemente disprezzata; erano i piccoli centri o le città di medie dimensioni le fucine del pensiero innovativo, non certo le megalopoli. Sapeva benissimo di appartenere a una minoranza minuscola: quando ci trovammo sullo stesso aereo assieme a un collega che la pensava come noi, osservò: “Non dobbiamo farlo più, un disastro aereo priverebbe l’Italia di tutti i suoi liberali”! Era consapevole che le sue tesi gli avrebbero fruttato critiche e lo avrebbero estraniato dai grandi circuiti, procurandogli anche l’ostilità dei suoi colleghi. Non fece mai nulla per evitarlo, anche se non ne era entusiasta, l’unica cosa importante per lui è stata sempre la possibilità di dire soltanto ciò in cui crede.
Oggi i tempi sono, per molti versi, meno bui di allora per ciò che riguarda le idee liberali e si moltiplicano, specie fra i giovani, le prese di posizione a favore della libertà anche economica. Ma Ricossa, che da troppo tempo ha scelto di non scrivere sui giornali, ci manca ugualmente: il suo stile è inimitabile. Per questo, ritengo molto utili le iniziative volte a fare conoscere i suoi scritti e, se ciò lo inducesse a riprendere a scrivere, sarebbe bellissimo.
Da Il Foglio, 10 marzo 2010
Hanno ragione gli islandesi a diffidare dei salvataggi statali
Le colpe dei banchieri non ricadano sui contribuenti. Almeno non lo faranno in Islanda, dove il 93 per cento dei cittadini ha votato contro la "tassa" da 12 mila euro a testa per salvare i crediti olandesi e britannici. Reykjavik aveva infatti deciso di soddisfare, con risorse pubbliche, le richieste di Londra e dell'Aia, le quali chiedevano garanzie per 3,9 miliardi di euro nei confronti della banca islandese Landsbanki, fallita nel 2008. Fondata nel 1885, Landsbanki è stata per oltre un secolo la più importante banca del paese, per il quale ha addirittura svolto (tra il 1927 e il 1961) le funzioni di banca centrale. Le successive riforme hanno portato alla sua privatizzazione, tra il 1998 e il 2003.
Travolta dall'esuberanza degli anni Duemila, non ha retto l'impatto della crisi e, il 7 ottobre 2008, è entrata in amministrazione controllata. Prima di allora, però, il suo successo era travolgente: con utili per 456 milioni di euro nel 2007 e un Roe dopo le tasse del 27 per cento, non aveva avuto problemi a piazzare i suoi prodotti - come il conto online Icesave - in patria e all'estero. Le operazioni estere sono cominciate proprio nel 2008, quando già gli scricchiolii cominciavano a farsi sentire.
Un investitore attento, insomma, avrebbe dovuto esitare. Ciò non impedì a trecentomila inglesi e centoventicinquemila olandesi di lasciarsi sedurre (ironicamente, nel Regno Unito Landsbanki promuoveva la sua "clear difference", in Olanda si presentava come "de transparante spaarbank"). Dopo il collasso, fu subito ovvia la sproporzione tra il debito esterno della banca e il pil islandese (12 miliardi di euro nel 2009, il 30 per cento in meno del 2008). Da qui, un lungo tira e molla politico, amplificato dal bullismo internazionale (Londra ha chiesto il congelamento degli asset britannici della banca in ossequio alle norme antiterrorismo), che è sfociato nel no referendario.
Sul piano legale, la battaglia è incerta: come membro dell'Area economica europea, Reykjavik è tenuta a garantire i primi 20 mila euro dei depositi, e non può discriminare tra creditori islandesi e stranieri. Sul primo punto, il governo sostiene che i conti aperti nelle filiali straniere non sono sotto la sua giurisdizione. Sulla seconda obiezione, dice che la discriminazione non riguarda la nazionalità dei correntisti, ma delle sussidiarie interessate.
Il referendum di sabato è, come sempre, una miscela tra diverse componenti: dall'aspirazione opportunistica a non sborsare quattrini fino al tradizionale euroscetticismo islandese. Ma fondamentalmente esprime l'avversione al bailout, dovuta forse alla percezione dell'inefficacia dei salvataggi altrove. La crisi ha diviso le persone in due categorie: quelle che condannano il fallimento di Lehman Brothers e chi pensa sia stata l'unica cosa giusta perché ne ha sanzionato l'irresponsabilità. In un mercato libero, nessuno dovrebbe essere "too big to fail": neppure una piccola banca islandese.
Da Il Foglio, 9 Marzo 2010