Eresie via internet

Che cosa ha a che fare il nuovo premio Nobel Jean Tirole con la vecchia questione della rete Telecom? Direttamente non molto. Ma la crescita di Big Data crea in Europa problemi di regolazione; la crescita della quantità dei dati da trasmettere crea in Italia problemi di infrastrutture.
Il premio dato all'autore di teorie che servono per capire i primi, può essere stimolo a risolvere i secondi: prendendo di petto la questione della rete. Tirole è noto per la teoria dei mercati a due versanti; l'idea gli venne ragionando sul funzionamento del mercato delle carte dì credito. Chi le emette si colloca su una sorta di displuvio: raccoglie su un versante clienti a cui fa comodo non pagare in contanti e li convoglia sull'altro ai negozianti disposti a pagare qualcosa per soddisfare chi ha più desideri che contanti nel portafoglio. Stessa cosa con la televisione commerciale: il suo business è "vendere occhi agli inserzionisti". Tirole dimostra che nei mercati a due versanti non valgono le regole dei mercati tradizionali, in particolare per i profili di concorrenza: un maggior grado di concentrazione può avere effetti positivi sul benessere sociale. Fu quindi fuori luogo il giudizio di posizione dominante di Mediaset nel mercato pubblicitario; sbagliata la legge Gentiloni che voleva limitarne la raccolta al 45 per cento; senza motivo la polemica contro il famoso Sic della legge Gasparri.

Su internet fioriscono mercati a due versanti. Google spende moltissimo per indicizzare il web, sviluppare gli algoritmi di ricerca, gestire giganteschi centri di calcolo, mentre aggiungere un cliente ha un costo infinitesimo; il cliente quindi non paga nulla, ma accresce la dimensione della base, la quantità di informazioni, che Google può vendere sull'altro versante. "Se non paghi per il prodotto - si dice - sei tu il prodotto". Apple vende iPhone ai clienti e incamera il 30 per cento del prezzo lordo delle app vendute da AppStore; adesso, facendo del nuovo iPhone uno strumento di pagamento, si vede riconoscere dalle banche lo 0,15 per cento dell'importo di ogni transazione. Mail e sms, voce e dati, film e libri, le infinità delle app e il nascente fiume dell'intemei delle cose", tutto il traffico nasce da mercati a due versanti. Le reti non sono né su un versante né sull'altro, ma tutto passa di lì. A Tirole va il premio per la teoria dei mercati a due versanti, a noi resta il problema della rete di Telecom.

Eppure tutto questo traffico aumenta la richiesta di connettività. Lo sviluppo di internet fa crescere il valore delle reti esistenti, quello che resta dei vecchi monopoli aumenta di pregio. Le aziende chiedono servizi affidabili e qualità, back up, cloud, videoconferenze, i produttori di contenuti cercano canali preferenziali per accedere ai clienti. Per chi dispone di una rete, vendere connettività di qualità e accessi capillari dovrebbe essere un'interessante opportunità di business. Certo, un business con i suoi problemi: la scelta della tecnologia, la selezione degli investimenti, il modo di finanziarli, come garantire il principio delle neutralità della rete, che è stato importante per lo sviluppo di internet. Ma da noi le soluzioni si inchiodano su questioni arrugginite: recriminiamo per il passato di Telecom, ci lamentiamo per il futuro con Telecom. Partiamo dai punti fermi. Punto fermo è che non ha senso separare rete fisica da rete software, la separazione rende più complicate e lente le decisioni di investimento.

Punto fermo è difendere la rete dalle censure politiche: certo, la Cina è lontana, ma i governi sono interventisti per definizione, quindi meglio se il pubblico non entra nella proprietà, per dare il buon esempio agli altri ed evitare tentazioni a noi. Altra cosa è la net neutrality intesa come proibizione di vendere a prezzi differenziati connettività diverse per caratteristiche di velocità, precedenza, sicurezza. Questo deve invece essere consentito, e non solo per ragioni economiche: il successo di internet nel disintermediare funzioni che sembravano granitiche, deriva proprio dall'avere sostituito la personalizzazione del market of one dove prima imperava la rigidità del one size fits all.

Quanto a Telecom, può darsi che sia stata una privatizzazione fatta male; può darsi che l'indebitamento della doppia scalata a debito le abbia messo piombo nelle ali; può darsi che c'entri anche una generale ritirata del nostro capitalismo. Ma punto fermo è che gli obbiettivi di mantenere il controllo nazionale, sviluppare la rete, conservare la partecipazione brasiliana, non sono raggiungibili tutti insieme. Imponendocelo, siamo caduti in una impasse strategica: bisogna cedere qualcosa.

Questo qualcosa è il Brasile. Tim Brasile non è più il tassello di una strategia, è solo la testimonianza di un'ambizione: anche se un po' meno di ieri, ha ancora una buona valutazione, la si venda. Liberati dall'ossessione del debito, si esca da questo imbroglio di scorpori di dubbia legittimità, di fusioni di incerta utilità, di governante di scarsa funzionalità. Telecom è la sua rete, si concentri a trarre profitti dalla vendita di connettività. Gestire la rete è sempre stato il suo mestiere, lo riaffermi con risolutezza, il paese adegui la propria valutazione dell'azienda e del settore a questa realtà: quella della rete nei mercati a due versanti studiati dal Nobel Tirole.

Ps. Perché dovrebbe essere tabù anche vendere il marchio e le attività commerciali di Tim, impegnandosi contrattualmente a fornire la connettività di cui ha bisogno? Per oggi, fermiamoci qui, un'eresia per volta.

Da Il Foglio, 22 ottobre 2014
Twitter: @Fdebenedetti

Più succo nell'aranciata. La rivolta dei produttori

La decisione era nell'aria da più di un anno ma ieri il Parlamento, con il parere favorevole del Governo, ha approvato definitivamente un nuovo vincolo su alcune bibite, tra cui le «aranciate», applicabile a chi produce in Italia. La nuova norma prevede che le aranciate contengano almeno il 20% di succo (prima il limite massimo era il 12%) con l'obiettivo evidente di favorire gli agricoltori e i produttori italiani di agrumi. Non a caso è stata Coldiretti a esultare maggiormente per questa vittoria.
Di contro, però, la decisione solleva le proteste di Assobibe, l'associazione di Confindustria che rappresenta i produttori di bevande analcoliche. «La scelta di discriminare e penalizzare la produzione made in Italy attacca il presidente di Assobibe, Aurelio Ceresoli rimane incomprensibile per tutte le aziende che producono, investono e creano occupazione in Italia. Un caso di autolesionismo, anziché di tutela delle industrie nazionali e dei loro lavoratori.

C'è da riflettere su uno Stato che impone una ricetta in maniera arbitraria e vieta la produzione in Italia di aranciate apprezzate da decenni, senza alcuna evidenza scientifica o motivi di tutela della salute dei consumatori. In questo modo si rischia di vanificare investimenti significativi realizzati in Italia nel corso degli ultimi decenni e condizionare anche quelli futuri».

Anche l'Istituto Bruno Leoni, qualche mese fa, aveva divulgato uno studio secondo il quale l'aumento della percentuale di frutta contenuta nelle bevande analcoliche avrebbe indotto molte di loro a negoziare prezzi più vantaggiosi con venditori stranieri meno cari, per esempio gli spagnoli e i nordafricani. Inoltre, non è escluso che le stesse imprese italiane trovino più conveniente delocalizzare i propri impianti in altri Paesi europei dove non sarebbero sottoposte agli stessi vincoli.
In base alla nuova legge, infatti, l'aranciata deve contenere il 20% di frutta soltanto se si produce in Italia, se invece la bibita arriva da qualsiasi Paese appena fuori dai nostri confini, resta valido il vecchio 12%. «Non è vero, né dimostrabile aggiunge Ceresoli che l'aumento al 20% si tradurrà automaticamente in un maggior impiego di forniture di succo solo italiano. Infatti più si indebolisce la quota di mercato di bibite made in Italy a favore di quelle prodotte all'estero, minori saranno le forniture di succo italiano».
Con il rischio concreto che le arance si rivelino molto amare per i coltivatori italiani.

Dal Corriere della sera, 22 ottobre 2014

Consigli di lettura ai parlamentari alle prese con la Legge di stabilità

Robert. S. McNamara (Segretario alla Difesa delle Amministrazioni Kennedy e Johnson, precedentemente presidente e amministratore delegato di Ford Motor Company e successivamente presidente e amministratore delegato della Banca Mondiale) aveva, ed ha, la fama di straordinaria capacità di lavoro. Essendogli stato a fianco, posso assicurare che lavorava dalle 8 alle 18 (con un’ora per il pranzo) ma che parcellizzava il tempo in segmenti di 15 minuti con una pausa di 3-5 minuti tra un segmento e l’altro. Ossia riunioni ed incontri non duravano più di un quarto d’ora. Cosa avveniva nella pausa? Tirava fuori dal cassetto della scrivania un libretto e ne leggeva attentamente alcune pagine. Erano di solito libri brevi. Alternava raccolte di economia con saggi di economia “scritti in prosa” (amava dire). Si era laureato in statistica ed era stanco di matematica avanzata e testi tecnici.

Questo ricordo mi viene alla vigilia del dibattito parlamentare sulla Legge di stabilità. Come potranno deputati e senatori vagliare bene testo ed emendamenti senza un “metodo alla McNamara” che induca a parcellizzare il tempo per concentrare l’attenzione? Non mi arrogo la pretesa di dare consigli in materia di letture di poesia, ma vorrei dare un suggerimento ai parlamentari su testi economici.

Rifuggano del best seller di Thomas Piketty Capitalismo nel XXI Secolo (che pur è stato presentato nella Sala della Regina di Montecitorio). Per ragioni pratiche, non ideologiche: è troppo lungo, e pesante (con le sue 550 pagine non entra nei cassetti e non è organizzato in modo che se ne possano leggere poche pagine alla volta”. Prendano invece il libretto (si fa per dire) di 130 pagine di Deirdre N. McCloskey I Vizi degli Economisti, le Virtù della Borghesia appena apparso nella collana “Mercato, Diritto, Libertà” dell’Istituto Bruno Leoni.

Leggi il resto su Formiche.net, 20 ottobre 2014

L'intolleranza religiosa sta dilagando

Brian J. Grim ha trascorso l’ultimo quindicennio della sua vita a trasformare in numeri l’esperienza della libertà religiosa (e della sua repressione) nel mondo. Già a capo del dipartimento di ricerca su Religioni e Affari Mondiali del Pew Research Center, è presidente della Religious Freedom & Business Foundation e consulente della Faith Foundation di Tony Blair. Lo abbiamo incontrato a Milano, ospite dell’Istituto Bruno Leoni, dove ha illustrato brevemente un’immensa mole di dati. La prima lezione che si ricava dalla sua vasta ricerca: l’intolleranza religiosa è ormai diventata un’emergenza mondiale e non può più essere ignorata. La seconda: la libertà religiosa è alla base di tutte le altre libertà, nonché della prosperità economica delle nazioni.

Che questo sia un periodo di intolleranza religiosa ce ne siamo accorti tutti. Basti vedere agli immani massacri di cristiani e yezidi commessi in Iraq dall’Isis. E alla condanna a morte, ribadita in appello, di Asia Bibi in Pakistan, per il reato di “blasfemia”. Cioè per avere chiesto a colleghe musulmane che “se Gesù è morto per noi in croce, cosa ha fatto il vostro Maometto?”. Ma Grim cita anche altri episodi di intolleranza religiosa di cui, solitamente, si parla meno perché sono ormai socialmente accettati. «Proprio in Italia – spiega il ricercatore – avete avuto un esempio di tentativo di restringere dal governo la libertà di portare simboli religiosi, quando è finito di fronte alla Corte Europea dei diritti il caso dei crocefissi nelle aule scolastiche». Complessivamente, secondo i suoi calcoli, il 43% dei Paesi limitano la libertà di religione. Considerando che, fra questi, figurano anche i più popolosi del mondo, quali la Cina e l’India, il 76% della popolazione mondiale, pari a 5,3 miliardi di persone, non gode della libertà di culto. Nella sua ricerca, Grim include sia la repressione governativa, sia la repressione sociale, che è altrettanto violenta. Il governo può porre divieti e limiti alla pratica religiosa, mandandoti in galera o (come nel caso di Asia Bibi in Pakistan) arrivando a condannarti a morte. I tre casi più frequenti di repressione individuati dalla sua ricerca, riguardano, appunto, la libertà di portare ed esporre simboli religiosi e la libertà di fare proseliti. Queste sono le pratiche più frequentemente punite dalla legge.

Leggi il resto su La nuova bussola, 20 ottobre 2014

“Basta spese folli per le sagre di paese”

Silvio Boccalatte è ricercatore dell'Istituto Bruno Leoni. Da anni si occupa di temi fiscali, con un occhio particolare agli enti locali.

Avvocato, davvero le Regioni sono la capitale di «Spreco poli»?
«Non solo le Regioni. Tutti gli enti locali sono una delle colonne dello spreco. Basti pensare alle migliaia di società partecipate: aziende che operano con il capitale pubblico, senza troppi controlli sui bilanci, e intervengono su settori tagliati via dal mercato. Tra l'altro le amministrazioni hanno un difetto gravissimo: una capacità di spesa considerevole ma, sostanzialmente, senza autonomia d'entrata, e questo incentiva l'irresponsabilità».

Ma questo succede perché qualcuno lo permette...
«Certo, questo è un problema di impalcatura del sistema fiscale. Ma non è finita».

Dica.
«Penso alla problematica degli sprechi in sé e per sé. Fare un intervento sulla pavimentazione delle strade rende sicuramente di meno di una delle migliaia di manifestazioni turistiche che costano centinaia di migliaia di euro, per cui i soldi si trovano sempre».

Eppure secondo il vicepresidente dell'Anci Alessandro Cattaneo il sistema dei Comuni è vicino al collasso...
«Certo, perché stanno usando i fondi per fare altro. Ogni assessore con un budget di spesa punta ad interventi
che, al momento delle elezioni, gli permettano di guadagnare voti. È pericolosissimo. A tutto questo si somma la farraginosità terribile del sistema degli appalti».

I tagli chiesti dal governo sono sopportabili?
«Assolutamente. Bisogna però scoperchiare un altro pentolone, che ormai diamo per scontato. Esiste una quantità di enti locali, e parlo dei piccoli Comuni del Nord, che, obiettivamente, ha già tirato la cinghia Ci sono araministrazioni che sono state capaci di fare risparmi seri, e si sono ritrovate costrette, per esempio, a contribuire al Fondo di solidarietà comunale, spostando un sacco di soldi verso lo Stato. I sindaci negli ultimi anni sono stati obbligati ad alzare la pressione fiscale e, dall'altra parte, ad avere problemi seri nel pagamento dei fornitori a causa del Patto di Stabilità. Per quanto possano risparmiare ancora, conti alla mano, prima o poi si troveranno a tagliare nel vivo».

E quindi?
«Il governo deve procedere nel regolare gli enormi centri di spesa, ma non tutti gli enti locali sono uguali. Bisogna fare in modo che il sistema fiscale venga ribaltato: adesso è sostanzialmente centrale, e gli enti locali hanno finanza derivata. Bisognerebbe arrivare a un sistema tributario basato sugli enti locali, con più autonomia di spesa e di entrata. Solo una piccola quota deve finanziare il centro.
I tagli che la manovra «accolla» alle Regioni: per Renzi si può trattare ma la cifra non cambierà In questo modo aumenterebbe la responsabilità e si potrebbe creare un circuito di concorrenza istituzionale»

Cioè?
«Competizione su pressione fiscale e servizi tra Comuni limitrofi, per attirare imprenditori. Bisogna uscire da una grande problematica culturale: parlare di federalismo solidale è una sciocchezza, o è competitivo o è un'altra cosa. E la nostra società ha il terrore della concorrenza».

Da La Stampa, 19 ottobre 2014

Solo retorica nella Carta dei diritti per Internet

La Commissione per i diritti e i doveri relativi a internet, istituita alla Camera per volontà della presidente Boldrini, ha pubblicato la settimana scorsa un decalogo di diritti per il web come «strumento indispensabile per dare fondamento costituzionale a principi e diritti nella dimensione sovranazionale».

Non si comprende quale tipo di forza giuridica si possa dargli, e pertanto è probabile non sia uno strumento utile, né di certo indispensabile al futuro della rete.

Internet, dal punto di vista giuridico, non è uno spazio esterno alla vita reale delle persone. Ha caratteristiche che lo rendono difficilmente soggetto alla legislazione di un singolo Stati, ma i diritti umani restano tali dentro e fuori la rete. Non si smette di essere persone quando si naviga. E perciò non si smette di essere titolari di quei diritti che, come persone, sono già garantiti a ognuno di noi anche a livello costituzionale. 

Che lo ribadisca una nuova dichiarazione dei diritti è semplice retorica - o a un artificio per introdurre nuove regolamentazioni.  Specie se alcuni di essi assomigliano più a diritti di prestazione che a diritti di libertà. La previsione del diritto di accesso alla rete o all’educazione all’uso consapevole di Internet non consentirà, di per sé, il superamento di un digital divide ancora a due cifre o la dotazione di personal computer agli studenti.

Internet è parte della realtà. Come tale, ne riflette imprevedibilmente vizi, virtù, vantaggi e pericoli. Come nella vita ‘vera’, anche nel web possono capitare o trovare enfasi truffe e illeciti. Non sarà il decalogo scritto da Rodotà a evitarli o punirli, non più di quanto già non possano essere evitati e puniti dal diritto vigente.

Ma la Dichiarazione dei diritti e dei doveri in Internet, a ben vedere, non serve a questo. Serve piuttosto alla classe politica a mettere la sua simbolica impronta in uno spazio aperto e spontaneo e, perciò, refrattario al potere politico. 

La presidente Boldrini ha dichiarato che il web non può essere lasciato "in mano ai più potenti".

Se c’è una cosa che del web abbiamo capito, è che il web non è rigidamente in mano ai potenti. Dietro uno schermo di qualche pollice, si nasconde uno spazio sconfinato per l’inventiva umana, un luogo indefinito di possibilità, un orizzonte illimitato dove sorgono e tramontano ogni giorno idee nuove. Su Internet la competizione - delle idee, dei pensieri, dei prezzi - non ha un’unica regia e non esistono posizioni di ‘potere’ fisse. E se anche vi fossero, non si capisce come una pesante infiltrazione del potere politico, quello vero, possa ridurle.

Liberali ma contenti

Nel marzo 2005, intervenendo a Washington per ricevere il premio Irving Kristol, il più alto riconoscimento concesso dall’American Enterprise Institute, il romanziere peruviano Mario Vargas Llosa si mostrò tutt’altro che imbarazzato di trovarsi in uno dei templi del conservatorismo statunitense. Anzi, fin dalle prime battute si disse riconoscente per quell’accoglienza calorosa che gli veniva riservata: “Nell’ambiente nel quale sono solito muovermi, ossia in America latina e Spagna disse quando un individuo o un’istituzione rende omaggio ai miei romanzi o ai miei saggi, di solito aggiunge subito: ‘Sebbene dissentiamo dall’autore’; ‘Per quanto non sempre ci troviamo d’accordo con lui’, oppure ‘Ciò non significa che accettiamo le sue critiche o le sue opinioni in merito a questioni politiche’. Essere apprezzato e addirittura premiato per le sue convinzioni liberali, così spesso ribadite in pubblico, a Vargas Llosa parve una novità di non poco conto. Magari non al livello del Nobel per la Letteratura conquistato cinque anni dopo, nel 2010, ma pur sempre un fatto rimarchevole.

Soprattutto per un poeta e scrittore (sudamericano) che fin dagli anni 80 criticava il regime castrista di Cuba, a costo di veder incrinare i rapporti con l’amico Nobel Gabriel Garcia Màrquez; che nel 1990 aveva deciso dì candidarsi con un manifesto pro libero mercato alla presidenza del proprio paese, contro il populista e autoritario Alberto Fujimori; che nel 2003 si disse scettico sull’invasione angloamericana dell’Iraq, salvo poi scegliere di scrivere reportage direttamente da Baghdad e alla fine arrivare alla conclusione che “l’Iraq è meglio senza Saddam Hussein che con Saddam Hussein, su questo non c’è dubbio”.

Questa settimana il Foglio ha incontrato Vargas Llosa a Milano, poche ore prima che l’Istituto Bruno Leoni gli conferisse il suo premio annuale. Il think tank diretto da Alberto Mingardi, nella motivazione, ha scritto che “i suoi romanzi” tra cui “La città e i cani”, “Conversazione nella catedral”, “La festa del caprone”, “Il sogno del Celta”, “L’eroe discreto” “raccontando i rapporti di forza e sottomissione tra le persone, il quotidiano impegno a fronteggiare le costrizioni sociali, siano esse reprimende della morale comune o forme di violenza istituzionalizzata, hanno insegnato a tante persone cosa voglia dire la ricerca della felicità”. Vero. Però lo scrittore peruviano è tormentato ancora da un rovello che emerge qui e lì nei suoi scritti, specialmente nei saggi e negli articoli di giornale: la liberal-democrazia può ancora essere percepita come sexy e attraente nella nostra “società dello spettacolo”? Il liberalismo, parola satanisada per eccellenza secondo l’autore nato nel 1936 ad Arequipa, può rimanere un ideale competitivo agli occhi di cittadini-spettatori ossessionati dalla novità e pronti ad accogliere tutto quello che non lo è con “il Grande Sbadiglio, anonimo e universale, che costituisce l’Apocalisse e il Giudizio Finale della società dello spettacolo” (copyright: il poeta messicano Octavio Paz)? Vargas Llosa ci riflette da anni e non è poi così pessimista.

“La passività e l’autocompiacimento che caratterizzano le opinioni pubbliche occidentali nascono dalla sensazione che non ci sia nessun pericolo per le libertà fondamentali di cui godiamo esordisce il romanziere Da una parte questo atteggiamento può essere considerato realistico, nel senso che nemmeno la crisi economica e il terrorismo islamico pongono un pericolo immediato al nostro sistema, perlomeno negli Stati Uniti e in Europa occidentale.

Ma d’altra parte lo stesso atteggiamento può diventare estremamente pericoloso nel medio e nel lungo periodo”. Vargas Llosa da tempo si chiede: “Quanti tra coloro che godono del privilegio di vivere in società aperte, protette da uno stato di diritto, rischierebbero la vita per difendere questo tipo di società?”. Rispondendo così: “Pochissimi, per la semplice ragione che la società democratica e liberale, pur avendo favorito i livelli di vita più alti della storia e ridotto maggiormente la violenza sociale, lo sfruttamento e la discriminazione, invece di risvegliare adesioni entusiastiche, dì solito provoca in chi ne beneficia noia e indifferenza, se non un’ostilità sistematica”.

Sostiene che una certa evoluzione del giornalismo mainstream abbia influenzato in peggio il livello del dibattito pubblico. “Non c’è nessun disegno dietro, sia chiaro, ma i media sono diventati sempre più una fonte di ‘intrattenimento’ piuttosto che di ‘informazione’. Si abbandona l’informazione e si percorre ogni strada possibile per conquistare l’audience. Anche a costo dí distorcere l’informazione stessa”. Lo scrittore non manca di criticare l’attivista australiano Julian Assange, la sua piattaforma Wikileaks che ha rifornito i giornali del pianeta di documenti coperti da segreto di stato o di altro tipo, e più in generale “la deriva scandalistica” dei media: “Un atteggiamento critico verso il potere, politico o di qualsiasi tipo esso sia, è salutare e io lo sosterrò sempre. Ma se invece accettiamo di violare il sistema legale su cui si fondano i nostri regimi politici, di spogliare la diplomazia della rispettabilità che gli è propria, di trasgredire infine il diritto alla privacy dei politici, tutto in nome del diritto allo svago del pubblico e non dell’analisi critica, allora dobbiamo sapere che stiamo erodendo alla radice il nostro sistema democratico. Questo fa parte del collasso di quei valori morali che ancora nel recente passato puntellavano le nostre società libere”.

Vargas Llosa non invoca nessuna “censura” che sarebbe “peggiore del male che s’intende curare”. Auspica piuttosto una reazione diffusa “alla banalizzazione e alla frivolezza dei nostri media che, tra l’altro, impoveriscono le stesse battaglie di chi  vorrebbe contestare lo status quo”. L’informazione trasformata in “entertainment puro, facendo saltare ogni categoria di ‘verità’ o ‘falsità’, alimenta la confusione e in generale quella percezione che è spesso alla base dell’antipolitica generalizzata”. Lo scrittore, che di regimi populisti ne ha conosciuti e criticati più d’uno nella sua America latina, dice che “l’equazione tra politica e corruzione, sempre più comune, rimane evidentemente un’esagerazione. Perfino nelle società più corrotte non mancano persone decenti che fanno politica. Ripetere incessantemente l’opposto produce risultati pericolosi. Genera una svalutazione dell’attività politica tout court, allontanando dall’arena pubblica persone competenti e rette, incentivando il monopolio dei mediocri, facendo sì che la profezia dell’antipolitica si realizzi”. Se la gogna generalizzata riservata a chi contribuisce al governo della cosa pubblica fa audience ma non lo convince, l’antidoto per Vargas Llosa non consiste comunque nel rendere intoccabile il sistema attuale: “I liberali sono convinti che sì debba, in ogni occasione, contenere e decentralizzare il potere. In questo modo si combatte la tentazione nefasta della politica di catturare l’intera vita di una società”.

Media e opinionisti di oggi, un po’ come certi intellettuali del 1968, dovrebbero “fermarsi un attimo e chiedere a se stessi: vogliamo migliorare il sistema o soltanto distruggerlo?”.

“La ribellione è totalmente accettabile all’interno di un regime dispotico o autoritario, ma in una società aperta ci sono le istituzioni necessarie per fare opposizione”.

Il premio Nobel, già nella sua raccolta di saggi “La civiltà dello spettacolo” del 2012, pubblicata in Italia da Einaudi, osservava criticamente gli effetti del movimento che 46 anni fa proclamava “Proibito proibire, Quel movimento, scriveva Vargas Llosa, “ha redatto l’atto di morte del concetto di autorità. E ha dato legittimità e glamour all’idea che ogni autorità sia sospetta, pericolosa e deprecabile e che l’ideale libertario più nobile consista nel disconoscerla, negarla e destituirla. Il potere non è stato minimamente scalfito da questo affronto simbolico dei giovani ribelli che, nella maggior parte dei casi senza saperlo, hanno portato sulle barricate gli ideali iconoclasti di pensatori come Foucault.

Basti ricordare che nelle prime elezioni celebrate in Francia dopo il Maggio del 1968, la destra gaullista ha ottenuto una vittoria netta”. Mentre il potere non è scomparso, si è sgretolata invece “l’autorità, nel senso romano di auctoritas”, cioè quell’insieme di prestigio e credibilità riconosciuti a persone o istituzioni per il loro valore o competenza: “In nessun altro ambito come nel sistema educativo questo pare evidente. Il maggio del 1968 ha distrutto l’auctoritas di maestri e professori, senza rimpiazzarla con nulla. Il risultato è una crisi permanente dell’educazione che ancora oggi nessun paese europeo è riuscito a risolvere”.

Gli intellettuali possono avere un ruolo importante nel rivitalizzare il senso d’attaccamento alla liberal-democrazia. Come? “Sviluppando un’attitudine genuinamente critica verso tutto, verso lo stato, le istituzioni e i valori stessi. Questo è stato un elemento fondamentale del progresso della civiltà occidentale”, dice Vargas Llosa. Ritrovare il gusto per la capacità di esprimere giudizi, ragionati quanto si vuole ma se necessario tranchant. Altrimenti si rischiano derive simili a quella che ha investito le arti figurative, pittura in primis: “Siamo in una situazione in cui nessuno sa più dire cosa è bello, cosa è brutto, cosa sia autentico o cosa artificiale. C’è una confusione tale che le uniche certezze che abbiamo riguardano il passato”. In generale, se si fa coincidere la definizione di “cultura” soltanto con quella che l’antropologia le ha attribuito tutte le manifestazioni della vita di una comunità allora ogni cosa “viene equiparata e uniformata”. “Oggi anche la cultura è diventata ‘entertainmment’. Alcune persone ritengono che finalmente essa stia pervadendo per la prima volta tutta la società: la cultura è meno ‘difficile’ di com’era una volta, grazie ai media raggiunge tutte le classe sociali, e se anche ciò ha mediamente impoverito la cultura, almeno l’ha democratizzata. È questa la tesi di molti pensatori. Il problema è che la popolarizzazione della cultura ha avuto come conseguenza negativa il fatto che l’esperienza critica è quasi del tutto scomparsa”.

Vargas Llosa, a mo’ di esempio, cita il caso delle “serie televisive”: “La televisione ha scoperto un genere in cui i media possono essere molto creativi. Ovviamente queste serie offrono una grande fonte di divertimento, originale e sofisticato allo stesso tempo. Tuttavia questo tipo dì divertimento è totalmente scevro di attitudine critica.

Non è problematico, non ti instilla dubbi o angosce sul mondo in cui viviamo, piuttosto alimenta un senso di conformismo, rassegnazione verso la vita come essa è, apatia invece che impegno, attivismo sociale o politico.

Anche qui, non credo in nessuna pianificazione che puntasse a tutto questo. E’ un morbo che si è sviluppato misteriosamente, come risultato contraddittorio del successo democratico”. Vargas Llosa cita “House of cards”, “una serie straordinaria sulla politica statunitense, non c’è dubbio, ma alla fine il politico criminale viene eletto presidente degli Stati Uniti, la più grande democrazia del pianeta. Questo è un buon esempio: sembra una storia politica ride ma il messaggio che passa è che la politica è un affare criminale e che il peggior criminale diventa presidente degli Stati Uniti”, esclama. “Se questo fosse soltanto un aspetto del panorama culturale, non ci sarebbe nulla di male. Se il resto però nel frattempo scompare, allora è un problema. Tutto quello che non è cultura Tight viene sempre più confinato in ghetti accademici e ha raggiunto un tale livello di specializzazione ed elaborazione che si colloca fuori dalla portata del cittadino comune.

Questa ‘cultura minoritaria’ non può giocare quel ruolo critico che tradizionalmente la cultura aveva avuto nelle società democratiche. Se all’esplosione di ciò che è dozzinale fa da pendant la specializzazione estrema, l’irrilevanza della cultura è assicurata”.

A proposito della riscoperta del giudizio critico: lei, attaccando il “politicamente corretto”, ha scritto che “una cosa è credere che tutte le culture meritino considerazione, visto che tutte forniscono apporti positivi alla civiltà umana, e un’altra, molto diversa, è credere che tutte, per il semplice fatto di esistere, si equivalgano”. C’entra qualcosa con la scarsa affezione alla democrazia liberale? “Viviamo in un mondo caratterizzato da un’estrema volatilità.

Anche se il principale pericolo che ha corso la democrazia, quello posto dal comunismo, è ora praticamente scomparso, ci sono altri pericoli che possono raggiungere rapidamente una dimensione globale se non agiremo in maniera decisa per fermarli e cancellarli”. Vargas Llosa si riferisce al “fondamentalismo religioso, in particolare nel medio oriente”: “Il terrorismo ispirato dalla religione si sta già espandendo in tutto il mondo, e non dimentichiamo che è già sconfinato in occidente. Penso agli attentati terroristici negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Spagna. Quello che succede in queste settimane in Siria e in Iraq, ad opera di chi vuole instaurare un Califfato islamico, è soltanto un assaggio di quello che potrà arrivare un giorno in Europa se non agiremo ora per fermare tutto ciò”. In ballo non c’è soltanto il principio di autodifesa: “Il mondo occidentale ha l’obbligo morale di aiutare quanti resistono con coraggio al fondamentalismo, in Medio oriente, Asia o Africa che sia”. L’offensiva aerea di Washington e alleati, teoricamente, ha questo obiettivo: “Quanto stiamo facendo è molto insufficiente replica il premio Nobel Dovremmo essere molto più attivi, specialmente a sostegno dei curdi e della loro coraggiosa resistenza al Califfato. Il mondo occidentale dovrebbe esercitare per esempio maggiori pressioni sulla Turchia affinché abbandoni il suo attendismo: Ankara, prima di intervenire, sembra auspicare che il Califfato distrugga la resistenza curda per risolvere i propri problemi interni. Una visione limitata e minimalista dell’aggressione in corso, che si potrebbe rivolgere contro la stessa Turchia”.

Vargas Llosa suggerisce una terza ragione per cui un coinvolgimento europeo più “radicale” è necessario. “Il fondamentalismo religioso e il Califfato non sono un problema soltanto locale. Si pensi al fenomeno dei jihadisti con passaporto occidentale”. Eccoci di fronte a un cortocircuito interno al Vecchio continente: “In Europa, da due o tre generazioni, vivono comunità di origine straniera che non si sono integrate nella società libera. Curiosamente, invece di essere simpatetiche con le sorti dei loro paesi, hanno sviluppato una sorta di odio e di rigetto verso i paesi in cui sono nati. Alcuni viaggiano verso la Siria e l’Iraq per combattere da li i propri paesi di origine”. Il “fallimento” di cui prendere atto, secondo Vargas Llosa, è “duplice”. Primo, “hanno fallito le società europee e la loro capacità d’integrazione.

Non è un caso che negli Stati Uniti, dove pure il fenomeno migratorio è stato più imponente, tali tensioni siano minori”.

Lo scrittore mentre parla ha in mente anche la parabola della madre, peruviana emigrata negli Stati Uniti, poi in vecchiaia rientrata nel paese d’origine e la quale, come ha raccontato una volta il figlio, “non ha mai avuto problemi nel considerarsi al tempo stesso peruviana e americana, e non vi è mai stata la minima ombra di un conflitto tra la fedeltà ai suol due paesi”. “Non è un problema di politiche dell’integrazione dice Il punto è che gli Stati Uniti sono una società più libera. In Europa ci sono strutture rigide in cui, per le persone straniere, è più difficile inserirsi”.

Poi c’è un secondo “fallimento” rivelato dal caos mediorientale di queste settimane, ed ha a che fare con l’islam: “La cultura islamica è ancora profondamente innervata di religione. Non c’è stato un percorso di laicizzazione come quello che ha democratizzato e reso pluralista il mondo cristiano. L’islam sfortunatamente non ha ancora attraversato tale processo e, finché non lo farà, se mai lo farà, l’islamismo sarà essenzialmente non-democratico”. Il pericolo per le nostre democrazie è di tipo esistenziale, ma non insormontabile: “Il comunismo era un’utopia che a un certo punto del XX secolo sedusse milioni di persone nel mondo. Ed è scomparso. L’islam politico non può essere un’utopia per nessuno che faccia parte della nostra civiltà, non foss’altro perché questa utopia ritiene per esempio dì poter emarginare metà dell’umanità e convertire le donne in oggetti. E’ un pericolo per le democrazie liberali, ma non costituisce un’alternativa come invece faceva il comunismo”.

Ritorna qui l’ottimismo di fondo che non abbandona quasi mai il ragionamento del premio Nobel: “Non sono pessimista, è difficile esserlo”, dice evocando l’avanzata della democrazia e del libero mercato nella sua America latina negli ultimi vent’anni.

“‘Liberalismo’ è considerata una brutta parola quasi in tutto il mondo, nello stesso mondo che però si muove quasi ovunque in una direzione liberale. I paesi che vogliono evolvere sono obbligati ad accettare in fondo istituzioni liberali e valori liberali. Magari lo fanno senza dirlo, perché la parola liberalismo’ è stata ‘satanisada’” . Il liberalismo si fa ma non si dice: “Si preferisce parlare di valori socialdemocratici, cristiano-democratici… Ciascuno usi la parola che preferisce, ma il senso non cambia. In un mondo in cui noi liberali sembriamo sconfitti e marginalizzati sorride quello  che accade realmente continua a dare ragione ai nostri pensatori di riferimento”.

Da Il Foglio, 17 ottobre 2014

«Una mano dà, l’altra toglie. Troppi rincari fiscali e spending poco incisiva».

Una manovra descritta come semplice e lineare, che a una verifica più attenta non sembra così semplice, né così lineare.
«La lettura è attenta per quel che si può – avverte Serena Sileoni, vice-direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni – perché al momento abbiamo visto le slide del premier e alcune bozze del provvedimento, ma non c’è ancora un testo definitivo da valutare».

Avvocato Sileoni, il premier ha parlato di «manovra che abbassa le tasse». Non è abbastanza lineare?
«L’annuncio lo è, eccome. L’applicazione di questo principio linearissimo mi pare molto più complessa. Sul versante delle entrate quasi metà manovra è fatta di revisione della spesa, e non sono tagli cui si sottopone lo Stato ma gli enti locali. Significa accettare, implicitamente, la possibilità che gli enti locali aumentino le tasse: una mano dà, l’altra toglie. E poi ci sono rincari fiscali veri e propri».

Per esempio?
«Per le casse previdenziali, le rendite finanziarie, la banda larga e le slot machine. Mi rendo conto che, quando si parla di gioco d’azzardo, aumentare il carico paghi da un punto di vista dell’immagine. Anche per le rendite finanziarie il meccanismo comunicativo funziona bene. Però chiamiamo le cose con il loro nome: qui le tasse aumentano».

C’è senz’altro un impegno forte per le imprese e il lavoro, però.

«Gli interventi per il settore produttivo sono senz’altro un’ottima cosa. A cascata, migliorano le condizioni di vita e le capacità di spesa delle famiglie».

Ci sono settori o aree geografiche del paese premiati? Il taglio kap diventa sempre più apprezzabile per le grandi imprese. Le agevolazioni Iva aiutano gli artigiani...
«Si incoraggia quanto di buono c’è già, le aree e i settori che trainano la nostra economia da sempre. E qui torniamo all’impostazione della manovra, che a me sembra molto poco innovativa: un’altra fetta consistente delle risorse si fa ricorrendo al deficit. E poi cose piccole ma significative: tornano i fondi per i Forestali calabresi, tradizione che ci portiamo dietro dal secolo scorso, mentre si era parlato di accorpare quella funzione nella polizia. Continuiamo a fare poco sulle partecipate degli enti locali, altra voragine dei conti pubblici che conosciamo da lungo tempo. E sul versante delle entrate ci sono voci aleatorie».

Un contributo robusto dovrebbe arrivare dall’evasione fiscale.
«Che è aleatoria per definizione. A meno che uno non dia mandato all’Agenzia delle Entrate di mettere in piedi un’operazione di recupero molto aggressiva, cosa che non mi pare nelle intenzioni di questo governo. Lo stesso discorso mi pare si possa fare per la spending review. Lo Stato non riesce a farla in modo incisivo».

Domanda secca: una cosa che ha apprezzato.
«Sono stati tolti dei soldi ai patronati».

Seconda domanda secca: cosa le è piaciuto di meno?
«Non stiamo aggredendo la spesa pubblica. A mio parere bisognerebbe cominciare da lì».

Da La Stampa, 17 ottobre 2014

Vargas Llosa, l'ottimismo di un liberale

Venti di guerra fredda spirano in Europa, una guerra calda anzi rovente è in corso nel Levante, tra la Siria e l’Iraq, il terrorismo islamico torna a minacciare i crociati cioè l’intero occidente che non si è ancora ripresa dalla Grande Recessione e sul quale si può abbattere una nuova crisi finanziaria (le nubi di tempesta già si vedono all’orizzonte). E poi ci sono i flagelli, Ebola, il cambiamento climatico, l’alluvione a Genova. Sui giornali, in tv, nelle librerie cala l’ombra di Armageddon. Mario Vargas Llosa ascolta, guarda e replica: ma se non siamo mai stati così bene! Il grande scrittore, il premio Nobel della letteratura del 2010, il politico liberale che ha tentato di governare il suo Perù, lunedì sera 13 ottobre, davanti a una platea di cinquecento persone, era l’unico a mostrare ottimismo. Alla cena annuale dell’Istituto Bruno Leoni, l’ospite d’onore ha tenuto un discorso davvero controcorrente.

“Guardiamo alla mia America Latina – ha detto in uno spagnolo lineare ed elegante come quello dei suoi libri – Dalla fine della dominazione spagnola e portoghese non è mai stata così pacifica, democratica e ricca, pur con tutte le contraddizioni e le ineguaglianze. Dilaniata per secoli da guerre civili e con i propri vicini, dittature, rivoluzioni, violenza politica, terrorismo, oggi è rimasta in piedi una sola tirannia: quella cubana ormai al tramonto. C’è una semi-dittatura in Venezuela, ma tutti gli altri paesi sono governati democraticamente, da partiti più o meno populisti o liberali, ma scelti dal popolo. E l’Europa? Quando mai nella sua storia ha attraversato tanti decenni senza guerre, senza rivoluzioni, senza regimi autoritari e dittatoriali? Certo ci sono le tensioni con la Russia, ma nulla a che vedere con la guerra fredda, perché dopo la fine dell’Unione sovietica non c’è più un grande nemico, una minaccia così ampia e generale alla libertà”.

Leggi il resto su Cingolo.it, 15 ottobre 2014

Le aziende frenate da servizi inadeguati

La protesta del titolare della Clerici Tessuto, che ha lasciato a casa i propri 250 dipendenti in polemica con le lentezze della Telecom (che per cinque giorni dopo il taglio accidentale dei cavi ha lasciato l'azienda priva di telefono e internet), ci parla in maniera assai eloquente dell'Italia di oggi.
L'episodio è illuminante, perché obbliga a constatare come il Paese sia sempre più appesantito da inefficienze che certamente hanno un'origine istituzionale (la mancanza di concorrenza) e che però, ormai, sono parte del costume e della mentalità.

In questa situazione è chiaro che anche nella migliore delle ipotesi e anche dinanzi al governo più determinato a svolgere una funzione riformista ci vorranno allora molti anni per risalire la china. Esiste ormai un'incapacità a rispondere alle esigenze del mercato, delle famiglie e delle imprese che spesso accomuna i soggetti pubblici e privati.
Il punto, ormai, è che la bassa qualità di troppi servizi è espressione di un Paese in cui anche l'opposizione tra pubblico e privato sembra svanire: e per una ragione ben precisa. Nei Paesi a basso intervento pubblico, i servivi erogati dallo Stato hanno talora caratteristiche simili a quelli forniti da privati (come può succedere in Svizzera o Stati Uniti, per intenderci), mentre in quelli ad alto intervento pubblico anche i privati finiscono per assomigliare, in talune circostanze, a strutture burocratiche di carattere pubblico.

Riconosciuto questo, è chiaro che bisogna dare e alla svelta una seria risposta a chi pretende che poste, telefoni, autostrade e banche offrano servizi adeguati a quel tessuto di piccole e delle medie imprese che rappresenta il cuore della nostra economia produttiva. Perché è grazie a queste realtà che ancora vi sono risorse che permettono di garantire stipendi, educazione, salute e tutto il resto. E in effetti per tali aziende da cui provengono anche molte delle entrate pubbliche è sempre più complicato competere con chi, fuori dai confini italiani, può disporre di una rete di servizi meglio funzionante, oltre che di una tassazione meno onerosa.

Quanti ci governano sembrano non avvertire tutto ciò. Sembrano ignorare come ci sia urgente bisogno di introdurre più concorrenza, più responsabilità e più mercato, al fine di innescare meccanismi virtuosi che possano renderci in grado di reagire sempre meglio alle sfide del nostro tempo.

Mentre il dibattito politico ignora tali temi, l'Italia perde terreno sempre di più ed è tornata ai livelli di consumi di metà anni Ottanta, e tutto ciò a causa di politiche che hanno progressivamente ampliato la sfera dello Stato, la regolazione, la sottrazione di risorse private e lo spreco del denaro pubblico.

Da La Provincia, 16 ottobre 2014

Tutti i punti di contatto tra il Nobel Tirole e la Renzinomics

L'Italia ha molto da imparare da Jean Tirole, che lunedì ha ricevuto il Premio Nobel per l'Economia 2014. L'economista francese ha determinato una profonda evoluzione in un vasto numero di ambiti, dall'organizzazione industriale alla teoria dei contratti, dalla regolazione dei mercati alla finanza aziendale. Ma, soprattutto, ha innovato gli strumenti con cui tutti questi problemi vengono affrontati: l'utilizzo rigoroso della teoria dei giochi con lo scopo di capire l'effetto degli incentivi comportamentali sulle scelte degli agenti economici. E, di conseguenza, in quale modo disegnarli con l'obiettivo di raggiungere fini socialmente desiderabili quali la crescita economica e la promozione della concorrenza. Un'intuizione chiave sua e del suo co-autore storico, Jean-Jacques Laffont, scomparso dieci anni fa ma virtualmente destinatario del Nobel assieme a Tirole, è che una stessa regola può produrre conseguenze radicalmente diverse a seconda del contesto in cui viene calata.

E' per questo che egli, pur non essendo in alcun modo definibile come un "liberista", ha finito per assumere posizioni assai nette su una serie di questioni. Parlando della Francia a poche ore dal Premio, per esempio, ha detto: "Non abbiamo adottato riforme del mercato del lavoro simili a quelle tedesca e scandinava. Né abbiamo ridotto il peso dello stato. Io sono molto favorevole al nostro modello sociale, ma non è sostenibile se lo stato è troppo grosso". In un'intervista al Foglio nel 2012, sull'Italia, si era spinto a proporre la "rottamazione" dell'articolo 18, prevedendo delle forme di compensazione a carico dell'azienda. Il succo è appunto quello di lasciare libere le imprese di gestire la propria forza lavoro, definendo però una sorta di onere finanziario quando contribuiscono a produrre "esternalità negative" per il paese attraverso l'aumento della disoccupazione. Queste riflessioni derivano direttamente dall'approccio di Tirole all'economia. Uno dei campi dove la sua influenza è stata maggiore, tanto sulla letteratura successiva quanto sulle scelte di policy, è la teoria della regolazione dei monopoli naturali. La questione cruciale riguarda l'asimmetria informativa tra operatori regolati e autorità di regolazione. La ricerca di Tirole in tale ambito ha fornito strumenti importanti per la definizione delle tariffe e delle regole di accesso per le "infrastrutture essenziali" e ai conseguenti incentivi che il disegno di mercato trasmette agli operatori. E' in questo contesto che la questione dell'ownership unbundling, ossia della separazione proprietaria dell'infrastruttura essenziale (rete elettrica, gas, di trasporto e altro) dall'ex-monopolista verticalmente integrato, ha trovato suo organico inquadramento teorico.

L'altro ambito di ricerca che è valso il Nobel a Tirole è quello dell'analisi dell'interazione tra imprese che operano in contesti oligopolistici, dove una o più imprese possono esercitare potere di mercato impedendo o scoraggiando l'ingresso di nuove imprese e determinando, per i consumatori, prezzi e quantità prodotte sub-ottimali. La sua teoria oligopolistica è "moderna" anche perché esamina i profili competitivi di mercati nuovi come i cosiddetti two-sided market (cioè quei mercati che si rivolgono a due distinti gruppi di consumatori ciascuno dei quali produce benefici per gli altri, come le piattaforme di gioco e i videogame). L'approccio di Tirole è stato centrale per i regolatori competenti. L'intero sforzo di apertura dei mercati praticato in molti paesi in particolare l'Ue è enormemente debitore a Tirole. A legare tale vastità di contributi l'idea che la regolazione e l'esame della concorrenza non possano assumere una dimensione "one size fits all". Ogni settore, ogni mercato, ha le sue peculiarità. In un mondo complesso, il rigore analitico è l'unico vaccino contro le soluzioni semplicistiche.

Da Il Foglio, 16 ottobre 2014
Twitter: @CarloStagnaro - @SimoBenedettini

L’utopia e l’ironia liberale dell’Ibl e di Vargas Llosa

Quello che colpisce ogni volta, partecipando alle fresche e toste serate delle cene annuali dell’Istituto Bruno Leoni, grazie all’invito di Alberto Mingardi, di Carlo Stagnaro, di Franco Debenedetti e di Marco Bassani, è la calma delle convinzioni che costeggia sempre un po’ l’ironia, la sana ironia. Perché come ha sontuosamente spiegato ieri sera il premio Nobel Mario Vargas Llosa in uno squillante spagnolo rigorosamente a braccio, la tolleranza è la virtù per eccellenza del liberalismo la tolleranza è legata anche all’ironia dal riconoscimento del senso del limite. E perché proprio la tolleranza, che tanto fa ricordare Italo Mereu e la sua “Storia dell’intolleranza in Europa”, è la virtù per eccellenza di ogni liberalismo, di destra come di sinistra, contro ogni “integrismo”, di destra come di sinistra?

Leggi il resto su Il Sole 24 ore, 14 ottobre 2014

A internet non serve una costituzione

Internet è un pezzo (importante) del nostro mondo: e non è strano che lì, come nelle strade o nelle abitazioni, succeda di tutto e si abbiano violazioni di diritti.
Partendo da questo dato, su iniziativa del presidente della Camera Laura Boldrini una commissione guidata da Stefano Rodotà ha stilato una «magna charta» del web in 14 punti, con l'obiettivo di favorire il varo di norme a migliore tutela delle vittime.

La cosa suscita perplessità. In primo luogo, il diritto ha una natura semplice e l'emergere di nuove tecnologie non è sufficiente a giustificare documenti che invochino altra regolazione. Pensare a nuove leggi comporta che a qualcuno venga dato questo potere di legiferare in campi già tutelati dal diritto. Le truffe in Internet sono illegali anche senza norme specifiche e non saranno meglio sventate soltanto grazie a un'inflazione di provvedimenti ad hoc.

In secondo luogo, che cosa si vuole proteggere con i punti elaborati da Rodotà? Il documento aderisce a quel socialismo del «politicamente corretto» che rischia di comprimere ancora di più gli spazi di libertà. Mentre la tradizione giuridica liberale tutelava l'incolumità personale e la proprietà, qui l'orizzonte è diverso.

Quali conseguenze ha sostenere che «ogni persona ha diritto alla rappresentazione integrale e aggiornata della propria identità in Rete»? Siamo sicuri che invece di proteggere un (preteso) diritto qui non si finisca per limitare la libera espressione? E parlare di un diritto universale all'informazione telematica non significa riproporre, ignorando il disastro ormai conclamato, la logica dell'istruzione di Stato basata sulla redistribuzione delle risorse?

Nel documento, infine, aleggia uno spirito da Grande Fratello che preoccupa assai più di quanto non faccia la stessa anarchia della rete. In tal senso, il documento è assai chiaro quando chiede un governo globale dell'universo di Internet. L'esistenza di qualche bandito, ancora una volta, è invocata per esigere che qualcun altro s'impadronisca di tutto. Perché quando si afferma che «la costituzione di autorità nazionali e sovranazionali è indispensabile per garantire effettivamente il rispetto dei criteri indicati», ci si orienta verso un mondo in cui pochi regolatori potranno imporre la propria idea di ciò che è giusto fare o non fare, dire o non dire. È una riformulazione del collettivismo quella che Rodotà ci offre. Questo è già palese nel preambolo, dove la rete è vista come «uno strumento essenziale per promuovere la partecipazione individuale e collettiva ai processi democratici e l'eguaglianza sostanziale». Per giunta, «Internet deve essere considerata come una risorsa globale e che risponde al criterio della universalità»: dove non è più chiaro se Mark Zuckenberg sia ancora il proprietario di Facebook, se un provider detenga le sue fibre ottiche e se il pc che sto usando sia ancora di mia titolarità. Il testo parla molto di diritti, ma il rischio è che quelli veri a partire dalla proprietà siano proprio sotto assedio.

Da Il Giornale, 14 ottobre 2014

Antitrust: Italia ancora chiusa. Ecco il decalogo per ripartire

Meno concorrenza, mercato più chiuso. Altro che crescita, si va all’indietro. È questa la diagnosi sull’economia italiana dell’Antitrust, che denuncia rallentamenti nelle liberalizzazioni e propone una sorta di decalogo per ripartire. Sono una decina di riforme a costo zero, che l’Autorità per la concorrenza ha elencato in un documento per Corriere Economia.

Ecco i settori in emergenza e i rimedi: Assicurazioni e Banche (più mobilità dei clienti, giù i costi); Comunicazioni (si parta davvero con l’Agenda digitale, per eliminare il divario sulla banda larga); Distribuzione di carburanti (più self-service agli ipermercati, vendita di prodotti diversi dalla benzina); Energia elettrica e gas (via alle gare sul gas, meno burocrazia per la costruzione delle reti); Farmacie (in numero minimo, anziché massimo, per attrarre nuovi entranti); Aeroporti e porti (gare sulle aree commerciali, meno enti locali nella gestione).
E ancora. Sanità (più controllo e regole centrali, meno potere alle Asl, informazioni accessibili perché i cittadini possano scegliere l’ospedale migliore); Poste (avanti con la privatizzazione, separazione del BancoPosta); Trasporto locale (più gare negli affidamenti), Società pubbliche (obbligo di dismettere quelle in rosso). Denominatore comune di questi settori: scarsa innovazione, pochi vantaggi per i clienti.

Il governo
La denuncia era già contenuta nella Segnalazione per la Legge annuale sulla concorrenza, che l’Authority ha inviato in luglio al governo. È dal 2009 che l’Antitrust deve seguire questa procedura, ma finora i suoi consigli non sono stati tradotti in norme dagli esecutivi, come vorrebbe la legge. Ora però il ministero dello Sviluppo vi sta lavorando, si apprende. È atteso entro novembre un disegno di legge che recepisca le indicazioni.

L’ammissione implicita è che la legge Monti sulle liberalizzazioni del 2012 ha cambiato poco o nulla (tranne sulle professioni). Conferma l’allarme l’Istituto Bruno Leoni, che sta lavorando all’Indice delle liberalizzazioni 2014 e non si attende variazioni di rilievo rispetto all’anno scorso, quando con voto 28 su 100 l’Italia risultava il Paese meno concorrenziale d’Europa. L’eccezione era su treni e aerei: «Uno dei casi più riusciti di concorrenza in Italia è l’alta velocità ferroviaria», dice Paolo Martinello, presidente di Altroconsumo. La contesa (difficile) Fs-Ntv.

In testa all’elenco della scarsa concorrenza, per l’Antitrust, restano ora assicurazioni e banche e l’accusa è chiara: scarsa mobilità della clientela. Cambiare conto corrente o polizza resta difficile. Per le prime, la proposta è «riprendere il percorso di riforma dell’Rc auto, contenuto nel disegno di legge varato a febbraio», scrive l’Authority. La strategia: lotta alle frodi per ridurre i prezzi. Dunque, sconti a chi fa ricorso a medici convenzionati con le compagnie o installa la scatola nera sul cruscotto (l’incentivo attuale non funziona). E divieto di alzare il bonus-malus a chi cambia assicuratore.

Sulle banche, si chiede un tetto di 15 giorni per spostare un conto corrente, più trasparenza sui prodotti con motori di confronto indipendenti, il divieto di assumere posizioni di controllo, «anche di fatto e con altri azionisti», per le fondazioni. «Sui tempi di trasferibilità dei conti c’è una direttiva in fase di definizione a Bruxelles — replica Giovanni Sabatini, direttore generale dell’Abi —. Adeguiamoci a quel che dirà l’Europa. Siamo nell mondo dell’Unione bancaria, tutti devono avere le stesse regole».

Sulle comunicazioni, invece, altro settore cruciale, l’invito è a «procedere speditamente» con la banda larga e l’Agenda digitale: non solo perché il settore «influisce largamente sul rilancio dell’economia», ma anche per democrazia: va «garantito il rispetto del principio di non discriminazione nell’accesso alle infrastrutture essenziali». Internet per tutti. Il tutto mentre venerdì Joachin Almunia interveniva a Roma, all’European Competition Day, senza sciogliere le riserve dell’Ue sull’unione Alitalia-Ethiad: «Non sappiamo ancora quanto tempo ci vorrà per decidere», ha detto il commissario Ue alla Concorrenza.

Le sanzioni
Intanto, le multe alle imprese che violano la concorrenza salgono. Da gennaio a settembre l’Authority ha comminato sanzioni, su questo, per 185,4 milioni. È il 64% in più rispetto all’intero 2013, il triplo del 2012. Gran parte (182,6 milioni, il 98,5%) riguarda agroalimentare, farmaceutica e trasporti. Incide, però, la maximulta da 180 milioni a Roche e Novartis, per l’intesa sul farmaco Lucentis. L’1% è in Energia e industria di base, lo 0,5% nel Manifatturiero e servizi.
Niente multe, finora, alle comunicazioni, che l’anno scorso, però, avevano fatto il pieno (103,8 milioni). Né alle banche, le cui ultime sanzioni di rilievo risalgono al 2011 (52,9 milioni) e che, però, sono in testa alla lista critica dell’Antitrust .

Dal Corriere della sera, 13 ottobre 2014

A internet non serve una costituzione

Internet è un pezzo (importante) del nostro mondo: e non è strano che lì, come nelle strade o nelle abitazioni, succeda di tutto e si abbiano violazioni di diritti.

Partendo da questo dato, su iniziativa del presidente della Camera Laura Boldrini una commissione guidata da Stefano Rodotà ha stilato una «magna charta» del web in 14 punti, con l’obiettivo di favorire il varo di norme a migliore tutela delle vittime. La cosa suscita perplessità.

In primo luogo, il diritto ha una natura semplice e l’emergere di nuove tecnologie non è sufficiente a giustificare documenti che invochino altra regolazione.

Pensare a nuove leggi comporta che a qualcuno venga dato questo potere di legiferare in campi già tutelati dal diritto. Le truffe in Internet sono illegali anche senza norme specifiche e non saranno meglio sventate soltanto grazie a un’inflazione di provvedimenti ad hoc. In secondo luogo, che cosa si vuole proteggere con i punti elaborati da Rodotà? Il documento aderisce a quel socialismo del «politicamente corretto» che rischia di comprimere ancora di più gli spazi di libertà. Mentre la tradizione giuridica liberale tutelava l’incolumità personale e la proprietà, qui l’orizzonte è diverso.

Quali conseguenze ha sostenere che «ogni persona ha diritto alla rappresentazione integrale e aggiornata della propria identità in Rete»? Siamo sicuri che invece di proteggere un (preteso) diritto qui non si finisca per limitare la libera espressione? E parlare di un diritto universale all’informazione telematica non significa riproporre, ignorando il disastro ormai conclamato, la logica dell’istruzione di Stato basata sulla redistribuzione delle risorse? Nel documento, infine, aleggia uno spirito da Grande Fratello che preoccupa assai più di quanto non faccia la stessa anarchia della rete.

In tal senso, il documento è assai chiaro quando chiede un governo globale dell’universo di Internet. L’esistenza di qualche bandito, ancora una volta, è invocata per esigere che qualcun altro s’impadronisca di tutto. Perché quando si afferma che «la costituzione di autorità nazionali e sovranazionali è indispensabile per garantire effettivamente il rispetto dei criteri indicati», ci si orienta verso un mondo in cui pochi regolatori potranno imporre la propria idea di ciò che è giusto fare o non fare, dire o non dire. È una riformulazione del collettivismo quella che Rodotà ci offre. Questo è già palese nel preambolo, dove la rete è vista come «uno strumento essenziale per promuovere la partecipazione individuale e collettiva ai processi democratici e l’eguaglianza sostanziale». Per giunta, «Internet deve essere considerata come una risorsa globale e che risponde al criterio della universalità»: dove non è più chiaro se Mark Zuckenberg sia ancora il proprietario di Facebook, se un provider detenga le sue fibre ottiche e se il pc che sto usando sia ancora di mia titolarità. Il testo parla molto di diritti, ma il rischio è che quelli veri a partire dalla proprietà siano proprio sotto assedio.

Da Il Giornale, 14 ottobre 2014

Eresie via internet

Che cosa ha a che fare il nuovo premio Nobel Jean Tirole con la vecchia questione della rete Telecom? Direttamente non molto. Ma la crescita di Big Data crea in Europa problemi di regolazione; la crescita della quantità dei dati da trasmettere crea in Italia problemi di infrastrutture.
Il premio dato all'autore di teorie che servono per capire i primi, può essere stimolo a risolvere i secondi: prendendo di petto la questione della rete. Tirole è noto per la teoria dei mercati a due versanti; l'idea gli venne ragionando sul funzionamento del mercato delle carte dì credito. Chi le emette si colloca su una sorta di displuvio: raccoglie su un versante clienti a cui fa comodo non pagare in contanti e li convoglia sull'altro ai negozianti disposti a pagare qualcosa per soddisfare chi ha più desideri che contanti nel portafoglio. Stessa cosa con la televisione commerciale: il suo business è "vendere occhi agli inserzionisti". Tirole dimostra che nei mercati a due versanti non valgono le regole dei mercati tradizionali, in particolare per i profili di concorrenza: un maggior grado di concentrazione può avere effetti positivi sul benessere sociale. Fu quindi fuori luogo il giudizio di posizione dominante di Mediaset nel mercato pubblicitario; sbagliata la legge Gentiloni che voleva limitarne la raccolta al 45 per cento; senza motivo la polemica contro il famoso Sic della legge Gasparri.

Su internet fioriscono mercati a due versanti. Google spende moltissimo per indicizzare il web, sviluppare gli algoritmi di ricerca, gestire giganteschi centri di calcolo, mentre aggiungere un cliente ha un costo infinitesimo; il cliente quindi non paga nulla, ma accresce la dimensione della base, la quantità di informazioni, che Google può vendere sull'altro versante. "Se non paghi per il prodotto - si dice - sei tu il prodotto". Apple vende iPhone ai clienti e incamera il 30 per cento del prezzo lordo delle app vendute da AppStore; adesso, facendo del nuovo iPhone uno strumento di pagamento, si vede riconoscere dalle banche lo 0,15 per cento dell'importo di ogni transazione. Mail e sms, voce e dati, film e libri, le infinità delle app e il nascente fiume dell'intemei delle cose", tutto il traffico nasce da mercati a due versanti. Le reti non sono né su un versante né sull'altro, ma tutto passa di lì. A Tirole va il premio per la teoria dei mercati a due versanti, a noi resta il problema della rete di Telecom.

Eppure tutto questo traffico aumenta la richiesta di connettività. Lo sviluppo di internet fa crescere il valore delle reti esistenti, quello che resta dei vecchi monopoli aumenta di pregio. Le aziende chiedono servizi affidabili e qualità, back up, cloud, videoconferenze, i produttori di contenuti cercano canali preferenziali per accedere ai clienti. Per chi dispone di una rete, vendere connettività di qualità e accessi capillari dovrebbe essere un'interessante opportunità di business. Certo, un business con i suoi problemi: la scelta della tecnologia, la selezione degli investimenti, il modo di finanziarli, come garantire il principio delle neutralità della rete, che è stato importante per lo sviluppo di internet. Ma da noi le soluzioni si inchiodano su questioni arrugginite: recriminiamo per il passato di Telecom, ci lamentiamo per il futuro con Telecom. Partiamo dai punti fermi. Punto fermo è che non ha senso separare rete fisica da rete software, la separazione rende più complicate e lente le decisioni di investimento.

Punto fermo è difendere la rete dalle censure politiche: certo, la Cina è lontana, ma i governi sono interventisti per definizione, quindi meglio se il pubblico non entra nella proprietà, per dare il buon esempio agli altri ed evitare tentazioni a noi. Altra cosa è la net neutrality intesa come proibizione di vendere a prezzi differenziati connettività diverse per caratteristiche di velocità, precedenza, sicurezza. Questo deve invece essere consentito, e non solo per ragioni economiche: il successo di internet nel disintermediare funzioni che sembravano granitiche, deriva proprio dall'avere sostituito la personalizzazione del market of one dove prima imperava la rigidità del one size fits all.

Quanto a Telecom, può darsi che sia stata una privatizzazione fatta male; può darsi che l'indebitamento della doppia scalata a debito le abbia messo piombo nelle ali; può darsi che c'entri anche una generale ritirata del nostro capitalismo. Ma punto fermo è che gli obbiettivi di mantenere il controllo nazionale, sviluppare la rete, conservare la partecipazione brasiliana, non sono raggiungibili tutti insieme. Imponendocelo, siamo caduti in una impasse strategica: bisogna cedere qualcosa.

Questo qualcosa è il Brasile. Tim Brasile non è più il tassello di una strategia, è solo la testimonianza di un'ambizione: anche se un po' meno di ieri, ha ancora una buona valutazione, la si venda. Liberati dall'ossessione del debito, si esca da questo imbroglio di scorpori di dubbia legittimità, di fusioni di incerta utilità, di governante di scarsa funzionalità. Telecom è la sua rete, si concentri a trarre profitti dalla vendita di connettività. Gestire la rete è sempre stato il suo mestiere, lo riaffermi con risolutezza, il paese adegui la propria valutazione dell'azienda e del settore a questa realtà: quella della rete nei mercati a due versanti studiati dal Nobel Tirole.

Ps. Perché dovrebbe essere tabù anche vendere il marchio e le attività commerciali di Tim, impegnandosi contrattualmente a fornire la connettività di cui ha bisogno? Per oggi, fermiamoci qui, un'eresia per volta.

Da Il Foglio, 22 ottobre 2014
Twitter: @Fdebenedetti

Più succo nell'aranciata. La rivolta dei produttori

La decisione era nell'aria da più di un anno ma ieri il Parlamento, con il parere favorevole del Governo, ha approvato definitivamente un nuovo vincolo su alcune bibite, tra cui le «aranciate», applicabile a chi produce in Italia. La nuova norma prevede che le aranciate contengano almeno il 20% di succo (prima il limite massimo era il 12%) con l'obiettivo evidente di favorire gli agricoltori e i produttori italiani di agrumi. Non a caso è stata Coldiretti a esultare maggiormente per questa vittoria.
Di contro, però, la decisione solleva le proteste di Assobibe, l'associazione di Confindustria che rappresenta i produttori di bevande analcoliche. «La scelta di discriminare e penalizzare la produzione made in Italy attacca il presidente di Assobibe, Aurelio Ceresoli rimane incomprensibile per tutte le aziende che producono, investono e creano occupazione in Italia. Un caso di autolesionismo, anziché di tutela delle industrie nazionali e dei loro lavoratori.

C'è da riflettere su uno Stato che impone una ricetta in maniera arbitraria e vieta la produzione in Italia di aranciate apprezzate da decenni, senza alcuna evidenza scientifica o motivi di tutela della salute dei consumatori. In questo modo si rischia di vanificare investimenti significativi realizzati in Italia nel corso degli ultimi decenni e condizionare anche quelli futuri».

Anche l'Istituto Bruno Leoni, qualche mese fa, aveva divulgato uno studio secondo il quale l'aumento della percentuale di frutta contenuta nelle bevande analcoliche avrebbe indotto molte di loro a negoziare prezzi più vantaggiosi con venditori stranieri meno cari, per esempio gli spagnoli e i nordafricani. Inoltre, non è escluso che le stesse imprese italiane trovino più conveniente delocalizzare i propri impianti in altri Paesi europei dove non sarebbero sottoposte agli stessi vincoli.
In base alla nuova legge, infatti, l'aranciata deve contenere il 20% di frutta soltanto se si produce in Italia, se invece la bibita arriva da qualsiasi Paese appena fuori dai nostri confini, resta valido il vecchio 12%. «Non è vero, né dimostrabile aggiunge Ceresoli che l'aumento al 20% si tradurrà automaticamente in un maggior impiego di forniture di succo solo italiano. Infatti più si indebolisce la quota di mercato di bibite made in Italy a favore di quelle prodotte all'estero, minori saranno le forniture di succo italiano».
Con il rischio concreto che le arance si rivelino molto amare per i coltivatori italiani.

Dal Corriere della sera, 22 ottobre 2014

Sette anni in recessione. Come tornare a crescere?

Come tornare a crescere? ...Ecco una domanda sulla quale i politici hanno le idee più confuse di quanto sembra, altrimenti non saremmo al settimo anno di recessione. Più facile dire come, sicuramente, non torneremo a crescere.

Per esempio, limitando le occasioni di scambio fra persone. Se ci pensate, il genio dei "giganti" del web è stato proprio questo: fare "mercato", rendere possibili transazioni e compravendite che altrimenti non sarebbero avvenute. Ha cominciato eBay, con il suo sistema di feedback su venditori e acquirenti, che riesce a ricreare fra estranei quella fiducia reciproca tipica delle relazioni -faccia a faccia". Poi è venuto Google, formidabile pubblicitario alla portata di aziende che, con internet, hanno scoperto di poter raggiungere consumatori in tutto il mondo. Il fatto che Amazon sia la più grande libreria del pianeta non le impedisce di offrirsi come intermediario a negozi infinitamente più piccoli, ma il cui apporto è fondamentale, perché davvero non ci sia libro, anche esaurito da anni, a cui i suoi utenti non possano arrivare. E in Italia, che facciamo?

Una nuova legge, che ha consenso bipartisan, vorrebbe obbligare i negozi a dodici giorni di chiusura l'anno: incluso dicembre, quando tutti andiamo a comprare i regali di Natale. L'idea è salvare il piccolo commercio -proteggendolo- dalla grande distribuzione, adesso che il web è diventato un emporio aperto ventiquattro ore su ventiquattro. Serve impedire agli italiani di andare all'Ikea nei giorni di festa per salvare i mobilifici tricolori? Sicuramente renderà un po' più complicato comperare un divano: obiettivo alla portata del legislatore, diversamente dal farci uscire dalla crisi.

Da 360Com, 22 ottobre 2014

Oggi ha ancora senso l'articolo 18?

Fa parte dello Statuto dei lavoratori e disciplina il licenziamento illegittimo, comminato in modo ingiustificato o senza che vengano comunicati i motivi. I governi hanno tentato di riformarlo più volte, ma i sindacati si sono sempre opposti, giudicandolo un passo indietro nella tutela dei lavoratori.

Come viene applicato, oggi, l'articolo 18?
«Dopo la modifica introdotta dalla riforma Fornero, i licenziamenti si dividono in discriminatori, disciplinari e per motivi economici. I primi sono sempre illegittimi per qualsiasi impresa e impongono la reintegrazione del lavoratore. Più complesse e discusse sono le altre ipotesi.»

Perché alcune forze politiche premono per un cambiamento?
«Perché l'articolo 18 è il simbolo di una concezione anacronistica del mondo delle imprese e del lavoro, che identifica la caratteristica principale delle relazioni industriali nella conflittualità tra datore di lavoro e lavoratore. È una visione tipicamente sindacalista dei rapporti di lavoro.»

È un articolo ancora attuale?
«Dal punto di vista ideologico, sì. Nella sua applicazione pratica, meno. In primo luogo perché le imprese con almeno 15 dipendenti sono circa il 3%. In secondo luogo perché si sono già sperimentate ipotesi di contrattazione aziendale in deroga, consentite da qualche anno.»

Andrebbe modificato?
«Più che modificato, andrebbe abrogato. Premesso che il licenziamento discriminatorio è sempre illegittimo, è davvero necessario tutelare il lavoratore dipendente da altre forme di licenziamento? Un datore di lavoro che licenzia lo fa per considerazioni razionali ed economiche.»

Da Viversani e Belli, 24 ottobre 2014

Tasse & web company, Trovato: "Concorrenza fiscale unica soluzione"

È la concorrenza fiscale lo strumento utile a risolvere la questione della tassazione dei big del web che tiene banco in Europa. È quanto emerge da un report dell’Istituto Bruno Leoni - "La tassazione dell'economia digitale: una soluzione in cerca di un problema?" – firmato da Massimiliano Trovato.
Secondo Trovato, le proposte avanzate in materia – prima fra tutte la web tax o forme simili – “introdurrebbero problematiche disparità di trattamento tra le imprese digitali e il resto dell'economia, travolgendo i principi del diritto tributario internazionale, e limitando fortemente la portata della concorrenza fiscale, a danno di tutti i contribuenti e dei consumatori”.

Il report parte dall’assunto che le aliquote medie sopportate dalle multinazionali digitali sono comparabili a quelle sostenute dalle imprese di altri settori e che il gettito della tassazione d'impresa nei paesi Ocse è cresciuto costantemente negli ultimi trent'anni - eccetto a ridosso della crisi.

In questo contesto, occorrerebbe ragionare di misure che possano incentivare gli investimenti e l'inasprimento del carico fiscale del settore non è certamente tra queste. Al contrario, la concorrenza fiscale potrebbe funzionare, a patto che – come avviene per la concorrenza tout court - sia quanto più ampia per avvantaggiare la generalità delle imprese e dei cittadini.

“La concorrenza fiscale amplia l’estensione dei mercati, favorendo l’innovazione e la crescita – spiega Trovato nel report - e, contrariamente alle previsioni degli scettici, non è accompagnata da catastrofici effetti collaterali. Il livello assoluto dell’imposta raccolta, come abbiamo visto, è aumentato costantemente negli ultimi trent’anni; le aliquote legali si sono ridimensionate, ma certo non si è verificata quella scriteriata corsa al ribasso preconizzata da alcuni”.

Leggi il resto su Corriere delle Comunicazioni, 20 ottobre 2014

Tassazione del digitale: no alla demagogia, sì alla concorrenza fiscale

La necessità d'intervenire sul regime tributario applicabile alle imprese digitali è data ormai per acquisita nel dibattito internazionale. Il nuovo Special Report dell'Istituto Bruno Leoni “La tassazione dell'economia digitale: una soluzione in cerca di un problema?” (PDF) discute le premesse e le conseguenze di tale opzione. 

Secondo Massimiliano Trovato, Fellow IBL e autore dello studio, «l'evidenza disponibile non conferma la narrativa di un'emergenza da contrastare: le aliquote medie sopportate dalle multinazionali digitali sono comparabili a quelle sostenute dalle imprese di altri settori, e il gettito della tassazione d'impresa nei paesi Ocse è cresciuto costantemente negli ultimi trent'anni – eccetto a ridosso della crisi».

Per Trovato, «nonostante le affermazioni contrarie, le proposte avanzate in materia introdurrebbero problematiche disparità di trattamento tra le imprese digitali e il resto dell'economia, travolgendo i principi del diritto tributario internazionale, e limitando fortemente la portata della concorrenza fiscale, a danno di tutti i contribuenti e dei consumatori».

«In un momento in cui discute molto di come favorire lo sviluppo del digitale in Europa», conclude Trovato, «occorrerebbe ragionare di misure che possano incentivare gli investimenti: l'inasprimento del carico fiscale del settore non è certamente tra queste».

Lo Special Report “La tassazione dell'economia digitale: una soluzione in cerca di un problema?” di Massimiliano Trovato è liberamente disponibile qui (PDF).

Tutti i punti di contatto tra il Nobel Tirole e la Renzinomics

L'Italia ha molto da imparare da Jean Tirole, che lunedì ha ricevuto il Premio Nobel per l'Economia 2014. L'economista francese ha determinato una profonda evoluzione in un vasto numero di ambiti, dall'organizzazione industriale alla teoria dei contratti, dalla regolazione dei mercati alla finanza aziendale. Ma, soprattutto, ha innovato gli strumenti con cui tutti questi problemi vengono affrontati: l'utilizzo rigoroso della teoria dei giochi con lo scopo di capire l'effetto degli incentivi comportamentali sulle scelte degli agenti economici. E, di conseguenza, in quale modo disegnarli con l'obiettivo di raggiungere fini socialmente desiderabili quali la crescita economica e la promozione della concorrenza. Un'intuizione chiave sua e del suo co-autore storico, Jean-Jacques Laffont, scomparso dieci anni fa ma virtualmente destinatario del Nobel assieme a Tirole, è che una stessa regola può produrre conseguenze radicalmente diverse a seconda del contesto in cui viene calata.

E' per questo che egli, pur non essendo in alcun modo definibile come un "liberista", ha finito per assumere posizioni assai nette su una serie di questioni. Parlando della Francia a poche ore dal Premio, per esempio, ha detto: "Non abbiamo adottato riforme del mercato del lavoro simili a quelle tedesca e scandinava. Né abbiamo ridotto il peso dello stato. Io sono molto favorevole al nostro modello sociale, ma non è sostenibile se lo stato è troppo grosso". In un'intervista al Foglio nel 2012, sull'Italia, si era spinto a proporre la "rottamazione" dell'articolo 18, prevedendo delle forme di compensazione a carico dell'azienda. Il succo è appunto quello di lasciare libere le imprese di gestire la propria forza lavoro, definendo però una sorta di onere finanziario quando contribuiscono a produrre "esternalità negative" per il paese attraverso l'aumento della disoccupazione. Queste riflessioni derivano direttamente dall'approccio di Tirole all'economia. Uno dei campi dove la sua influenza è stata maggiore, tanto sulla letteratura successiva quanto sulle scelte di policy, è la teoria della regolazione dei monopoli naturali. La questione cruciale riguarda l'asimmetria informativa tra operatori regolati e autorità di regolazione. La ricerca di Tirole in tale ambito ha fornito strumenti importanti per la definizione delle tariffe e delle regole di accesso per le "infrastrutture essenziali" e ai conseguenti incentivi che il disegno di mercato trasmette agli operatori. E' in questo contesto che la questione dell'ownership unbundling, ossia della separazione proprietaria dell'infrastruttura essenziale (rete elettrica, gas, di trasporto e altro) dall'ex-monopolista verticalmente integrato, ha trovato suo organico inquadramento teorico.

L'altro ambito di ricerca che è valso il Nobel a Tirole è quello dell'analisi dell'interazione tra imprese che operano in contesti oligopolistici, dove una o più imprese possono esercitare potere di mercato impedendo o scoraggiando l'ingresso di nuove imprese e determinando, per i consumatori, prezzi e quantità prodotte sub-ottimali. La sua teoria oligopolistica è "moderna" anche perché esamina i profili competitivi di mercati nuovi come i cosiddetti two-sided market (cioè quei mercati che si rivolgono a due distinti gruppi di consumatori ciascuno dei quali produce benefici per gli altri, come le piattaforme di gioco e i videogame). L'approccio di Tirole è stato centrale per i regolatori competenti. L'intero sforzo di apertura dei mercati praticato in molti paesi in particolare l'Ue è enormemente debitore a Tirole. A legare tale vastità di contributi l'idea che la regolazione e l'esame della concorrenza non possano assumere una dimensione "one size fits all". Ogni settore, ogni mercato, ha le sue peculiarità. In un mondo complesso, il rigore analitico è l'unico vaccino contro le soluzioni semplicistiche.

Da Il Foglio, 16 ottobre 2014
Twitter: @CarloStagnaro - @SimoBenedettini

Provaci ancora Dario

Nulla di fatto. Ma, per quanto fosse difficile immaginare il contrario, qualcuno sperava in un'azione di pressione più forte e incisiva. Invece dell'argomento se ne è parlato. E parlato, per carità. Ma pur sempre solo parlato. Ancora una volta.
Si tratta della vicenda legata all'Iva degli eBook (mercato in crescita in uno scenario che frena) in agenda al summit informale tra i ministri europei della Cultura andato in scena in Italia, nella sontuosa Reggia di Venaria Reale (Torino) lo scorso 24 settembre.

La questione della riduzione dell'aliquota è ormai annosa e stucchevole. A parole tutti (o quasi) la vogliono ridurre dal 22% (nel nostro Paese) ed equiparare (al 4%) a quella dei formati cartacei. Ma come nella miglior tradizione, l'argomento resta sospeso per aria.
Alla riunione di Torino il nostro ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini, aveva promesso che sull'argomento ci sarebbe tornato. Promessa mantenuta. Anche in questo caso almeno a parole. "E' tempo di equiparare l'Iva imposta alle pubblicazioni digitale a quella dei libri", ha dichiarato il titolare del dicastero nella conferenza stampa di chiusura della riunione. "Non è competenza dei ministri fare questo ma ci può essere una indicazione comune in tale direzione. Il tema del digitale deve essere affrontato quanto meno a livello europeo ma servono regole comuni".

Per dirla tutta, già nello scorso agosto, un mese dopo l'approvazione definitiva del Senato del Decreto Cultura che aveva lasciato inalterata l'Iva sugli eBook al 22%, (generando non pochi malumori) il ministro Dario Franceschini aveva fatto intendere che l'obiettivo del governo fosse quello di portarla al 10%, per poi approdare al 4%, invocando un'azione comune da parte dei 28 paesi dell'Unione. Che evidentemente anche su questo tema fatica a stare compatta e a trovare un accordo. Insomma ancora una volta sugli eBook restano le parole.

Eppure, la questione non è da sottovalutare. Da tempo giace sul tappeto e ha generato scontri tra il governo centrale di Bruxelles e alcuni importanti Stati membri. Il Lussemburgo aveva aperto la strada con la decisione di ridurre l'imposizione sugli eBook dal 15%, aliquota Iva standard, al 3%, seguito a ruota dalla Francia che, nel 2012, aveva disposto un abbassamento dell'imposta dal 19,5% standard al 5,5%. E non era mancato l'intervento della Commissione, che aveva aperto una procedura d'infrazione nei confronti dei due Stati, accusati di dumping. Ma non solo. La Corte di Giustizia Europea ha recentemente stabilito e ribadito che gli Stati membri dell'Ue sono liberi di praticare tariffe diverse per l'Iva sugli eBook rispetto a quella applicata ai libri di carta. Questo permette, di fatto, a tutti i paesi membri di cambiare il regime Iva sui diversi formati di libri senza per questo infrangere la "neutralità fiscale", concetto che guida le legislazioni nazionali degli stati membri per evitare che il mercato comune sia falsato da diverse aliquote fiscali applicate alle medesime merci.

Ma è pur vero che proprio la recente sentenza della Corte appare abbastanza 'fluida' per non dire contraddittoria. Molti sostengono che lasci ampi spazi d'interpretazione. Quasi a dire che da un lato i ministri sono nella condizione di non cambiare nulla. Oppure potrebbero varare la tanto annunciata e agognata equiparazione. In proposito, Serena Sileoni, dell'Istituto Bruno Leoni, in una nota apparsa sul quotidiano Il Giornale, non ha dubbi: "Fortunatamente, la Corte di Giustizia ha rigettato la palla agli Stati. In un caso speculare, la Corte aveva ritenuto possibile che l'Iva tra libri di carta ed elettronici sia diversa non perché essi siano diversi, quanto perché spetta ai singoli ordinamenti stabilire se i medesimi possono essere considerati, secondo l'intendimento del consumatore medio, prodotti analoghi". E ancora: "Decidere cosa e quanto tassare è la più antica prerogativa degli Stati e la politica fiscale è uno degli elementi istituzionali che determina i destini delle interazioni economiche in un Paese", conclude Serena Sileoni. "Può esistere dunque una reale ipotesi di dumping fiscale tra Stati che mantengono, tra i loro poteri, la regolazione fiscale? Dove si può tracciare il confine tra fenomeno distorsivo della concorrenza e legittima scelta politica?".

Insomma: nella realtà gli spazi di manovra ci sono. Ciascun Paese è sovrano e legittimato a operare come ritiene opportuno. Ma è come se nessuno volesse fare la prima mossa, o peggio accendere il cerino per poi ritrovarselo tra le dita. Nel frattempo annunci, promesse e parole continuano a volare. Ma il dato resta. L'Iva sugli eBook al momento non viene abbassata e contribuisce a generare distonie e a frenare il business. Il prossimo tentativo? La riunione formale dei ministri della Cultura, in agenda a Bruxelles il 25 novembre, potrebbe essere la giusta occasione. Forse. Sperando che dalle parole si passi ai fatti. Insomma: provaci ancora, Dario.

Da hi-tech magazine, 15 ottobre 2014

Se «Job Italia» vuol dire cuneo fiscale

Un lavoratore oggi prende in busta paga il 50% di quanto costa all'azienda. Che cosa succederebbe per le casse dello Stato se, anche solo per i neoassunti, anche solo per la durata di 4 anni, il lavoratore, invece del 50% prendesse l'80 per cento?

Luca Ricolfi non ha dubbi: con il "job-Italia" - questo il nome che ha dato alla sua proposta - ci sarebbero almeno 300mila posti di lavoro in più. Diminuirebbero i contributi Inps e Inail, ma aumenterebbero le tasse (Iva, Irpef, Irap, Ires) derivanti dal maggior valore aggiunto del lavoro creato da ogni nuovo assunto, che altrimenti non ci sarebbe stato. E siccome il gettito delle tasse è 5 volte quello dei contributi, a un certo punto il minor gettito dei contributi è più che compensato dal maggior gettito delle imposte.

Ricolfi calcola questo punto a 1,4, cioè quando gli assunti in più superano del 40% quelli che le aziende comunque avrebbero assunto. Un'indagine sul campo lascia prevedere una riposta molto positiva delle aziende, il rapporto arriverebbe addirittura a 2,6. Ma anche con un valore 2, sarebbero 600-800 mila posti di lavoro (anzichè i 300 mila nuovi posti tradizionali) con 3 miliardi di gettito netto in più per lo Stato. Ricolfi è mosso da preoccupazioni macroeconomiche, la difficoltà di rispettare i saldi di bilancio, la previsione di un'occupazione che cresce appena di 20.000 unità in presenza di 3 milioni di disoccupati. Io propongo una verifica microeconomica: perché un'azienda dovrebbe assumere questo 40% di dipendenti in più? Retribuire i nuovi assunti più generosamente dei lavoratori con anni di anzianità aziendale creerebbe sicuramente problemi interni.

Leggi il resto su Il Sole 24 ore, 14 ottobre 2014
Twitter: @FDebenedetti

Commissioni interbancarie: buone intenzioni e cattivi risultati

Tra le iniziative legislative europee, è all'esame del Consiglio una proposta di regolamento per porre un tetto massimo alle commissioni interbancarie sui pagamenti elettronici. 

Lo Special Report “Il controllo dei prezzi sulle commissioni interbancarie” (PDF), di Todd J. Zywicki, Geoffrey A. Manne e Julian Morris, analizza gli effetti di una misura simile già adottata negli Stati Uniti, mostrando come essi siano ben lontani, se non opposti rispetto alle intenzioni del legislatore. 

Le scienze sociali non dispongono di metodi sperimentali rigorosi, ma la storia e la comparazione internazionale possono fornire utili indicazioni sull’impatto di una determinata misura di policy. Il regolamento attualmente in discussione in Europa presuppone che i benefici derivanti dalla riduzione delle commissioni interbancarie si propaghino dalle banche acquirer agli esercenti e da questi ai consumatori, attraverso una riduzione generalizzata dei prezzi di vendita; e ipotizza, inoltre, che ciò avvenga senza ripercussioni per i consumatori sull’altro versante del mercato – cioè, senza che le banche emittenti reagiscano in alcun modo al mutato scenario. L’analisi del caso americano, qui proposta, è utile a verificare la distanza tra gli obiettivi attesi e quelli verosimili.

Lo Special Report “Il controllo dei prezzi sulle commissioni interbancarie” (PDF), di Todd J. Zywicki, Geoffrey A. Manne e Julian Morris è liberamente disponibile qui (PDF).

I modelli stranieri

Annunciata la rivoluzione, ieri è stata avviata la procedura di licenziamento dei 182 dipendenti (orchestra e coro) del Teatro dell'Opera di Roma. È facile immaginare che i prossimi 75 giorni (tanto durerà tale procedura) saranno turbolenti, per tutto il settore. Non sono poi da escludersi eventuali retromarce o cambiamenti di scenario. Nel frattempo, già è cominciata l'attribuzione di colpe tra i sindacati: con la Cisl che accusa la Cgil di aver prodotto tale situazione.

Si affaccia infatti per la prima volta nel nostro paese un modello nuovo: l'«esternalizzazione» del coro e dell'orchestra. Se la presenza in Italia di orchestre «autonome» non è una novità, diverso è il discorso per un ente lirico senza la sua orchestra stabile. Il teatro valuterà con quale orchestra o quali orchestre stringere un rapporto di collaborazione per allestire la propria stagione. Potranno anche essere gli ex dipendenti della fondazione romana, costituitisi autonomamente, a fornire «servizi orchestrali» (se ritenuti meritevoli).

Qualche esperienza di questo tipo in Europa già esiste. La Dutch National Opera di Amsterdam non ha una propria orchestra stabile, ma si affida a una pluralità di soggetti (le principali orchestre olandesi) per realizzare i propri spettacoli. La Orquesta Sinfónica di Madrid, costituitasi nel 1903 come associazione culturale, è dal 1997 l'orchestra «titolare» del Teatro Real. Come soggetto autonomo ha proprie norme di funzionamento e si autogoverna. Non avendo il Teatro Real una sua stagione sinfonica, l'orchestra svolge una parte delle sua attività fuori dal teatro stesso.

La realtà dei teatri d'opera europei è alquanto eterogenea: non solo per il modo con cui si avvalgono dei servizi di coro e orchestra, ma anche a proposito della titolarità dei teatri, delle forme di gestione e del finanziamento. In Italia, una normativa uniforme ha imbrigliato per anni il settore, mentre un elevato costo del lavoro e una bassa produttività hanno contribuito a rendere instabili i conti delle fondazioni liriche. Coro e orchestra costa(va)no al Teatro dell'Opera di Roma più di 12 milioni.

Leggi il resto su Il Giornale, 4 ottobre 2014

Quando uno vi spiffera una clamorosa dritta borsistica

Intervenendo qualche giorno fa alla direzione del partito democratico, dove ha parlato col suo solito tono sprezzante da primo della classe, senza che si sappia quale classe frequenta e naturalmente senza esserne il primo, Massimo D'Alema ha elevato un peana all'economista americano Joseph Stiglitz. Un Premio Nobel! Un ex consigliere di Bill Clinton! Un punto di riferimento per i giovani radicals di Occupy Wall Street nel 2011! Un professore che la sa più lunga del Rottamatore e dei suoi ministri economici raffazzonati! Che sono tutti, nessuno escluso, a destra di Gengis Khan, lascia intendere D'Alema.

«Quando qualcuno vi dà una “dritta” sul mercato azionario, cosa pensate? Se siete dei borghesi prudenti, non degli aristocratici romantici o dei campagnoli creduloni, dite a voi stessi: “Perché me lo dice? Perché non ci mette i suoi soldi?”. Vi ponete quello che si potrebbe chiamare l'interrogativo americano: “Se è così in gamba, perché non è ricco?” L'interrogativo americano fa sorridere, ma non è una barzelletta. È la domanda più intelligente che si possano porre degli economisti e dei calcolatori esperti» (Deirdre N. McCloskey, I vizi degli economisti, le virtù della borghesia, IBL Libri 2014, pp. 138, 16,00 euro, ebook 4,99 euro).

Joseph Stiglitz è un critico, proprio come D'Alema e le sue Guardie rosse, del «mercato capitalistico», ai suoi occhi «imperfetto», e qui i rottamati non possono essere più d'accordo. È anche un «microeconomista», ma io non capisco che cosa voglia dire. Credo che anche D'Alema non lo capisca, ma è vanaglorioso, così non passa oltre, come faccio io, ma sbandiera il Nobel di Stiglitz come se fosse il suo. Renzi e i suoi si danno il cinque: «Spianato».

«Potreste obiettare che, dopotutto, le persone in gamba fanno un sacco di soldi, per esempio, speculando sulle azioni. Ma li fanno anche scommettendo all'ippodromo» (Deirdre N. McCloskey, I vizi degli economisti, le virtù della borghesia, IBL Libri 2014, pp. 138, 16,00 euro, ebook 4,99 euro).

Leggi il resto su Italia Oggi, 4 ottobre 2014

Inconsistenze teoriche e limiti pratici della "decrescita felice"

Il Foglio pubblica alcuni stralci dell'intervento che Nicola Iannello, Fellow IBL, terrà oggi a Milano in occasione del seminario "Decrescita: le vecchie ragioni di una nuova sfida al libero mercato"

L'arsenale degli avversari della società aperta e del libero mercato non è mai vuoto. Anche se le armi si rivelano spuntate e le munizioni fanno cilecca, sempre nuove se ne aggiungono. La proposta della "decrescita" ha guadagnato la ribalta del dibattito pubblico, soprattutto a opera di Serge Latouche che la qualifica con l'aggettivo "serena" (quella felice è il marchio di Maurizio Pallante). Intendo presentare criticamente i contenuti della decrescita, con particolare riguardo ai presupposti e ai riferimenti teorici del pensiero dello studioso francese. La condanna del capitalismo da parte di Latouche, infatti, affonda le radici in una tradizione di stampo collettivistico che ha sempre rifiutato la libertà individuale di scelta. La decrescita si rivela così come l'ennesima incarnazione di un filone di pensiero che mette in discussione le acquisizioni della modernità, senza fornire un'alternativa credibile, al di là di proclamazioni generiche e a volte anche ridicole. (...)

Che cos'è la decrescita? In estrema sintesi, si tratta di una specie di ecosocialismo. Lo sviluppo economico è messo in discussione in quanto tale: una crescita infinita non ha senso in un pianeta finito. Il livello di produzione e consumi raggiunto mette in crisi le capacità di riproduzione della biosfera. Latouche predica quindi l'uscita dall'economia, dal capitalismo, dalla modernità, opponendosi all'occidentalizzazione del mondo. Il nostro immaginario sarebbe stato colonizzato da concetti che vengono ,spacciaper naturali, ovvero astorici, mentre si tratta di ridare spazio al politico (come se ce ne fosse bisogno...) e al sociale. La società moderna è basata sulla dismisura, sulla distruzione sociale e ambientale, sul calcolo economico e l'accumulazione di capitale; ne conseguono concorrenza spietata, disuguaglianze, saccheggio della natura, omnimercificazione del mondo. (...)

Secondo Latouche l'economia è un'invenzione moderna, un modo di pensare il rapporto tra l'uomo e il mondo ignoto alle civiltà precedenti e alle culture altre. Falso è l'assioma della scarsità, provvedendo la natura in modo spontaneo ai nostri bisogni, come testimonia la vita dei nostri antenati dell'età della pietra. Sulla base di queste premesse di stampo rousseauiano, lo studioso francese può sferrare il suo attacco contro i diritti di proprietà: la proprietà privata non è una risposta al problema della scarsità ma la sua causa. La recinzione delle terre comuni (enclosures) ha creato una miseria che prima non c'era (semmai c'era la povertà, non disgiunta da una sobrietà che la rendeva un fatto positivo). Jean-Jacques Rousseau e Karl Marx vanno a braccetto, in un quadro che farebbe la felicità di Ugo Mattei e delle sue amenità sui beni comuni. (...) Nel mirino di Latouche c'è la megamacchina della globalizzazione, in cui un'oligarchia plutocratica di aziende multinazionali e lobby muove i governi nazionali come burattini. (...)

I riferimenti teorici di Latouche annoverano alcuni classici: Émile Durkheim e l'anomia delle società industrializzate, l'antropologo del dono Marcel Mauss, il Karl Polanyi della Grande trasformazione. Spicca anche una serie di maitres à penser, quasi tutti francofoni, a dimostrare anche lo scarso respiro della proposta: il Comelius Castoriadis di "L'istituzione immaginaria della società", il Nicholas GeorgescuRoegen di "Bioeconomia", l'Ivan Illich di "Convivialità", l'André Gorz di "Capitalismo, socialismo, ecologia". Latouche riesce a citare ancora il Club di Roma e il suo sciagurato rapporto sui limiti dello sviluppo. (...) Cosa c'è oltre la critica dell'esistente? Questi i punti del "programma", enunciati nei testi più recenti di Latouche: tornare alla produzione materiale degli anni 60-70; internalizzare i costi di trasporto aumentando il prezzo dei carburanti (Latouche vagheggia esplicitamente una società senz'auto né aerei); rilocalizzare le attività; incentivare l'agricoltura contadina al punto da diventare un settore che occupi il 10-20 per cento della popolazione, contro il 3-5 per cento odierno; trasformare l'aumento di produttività in riduzione del tempo di lavoro e creazione di impieghi (Latouche auspica una giornata lavorativa di due ore); produrre beni relazionali, ovvero non misurati economicamente; ridurre lo spreco di energia; penalizzare le spese di pubblicità; una moratoria sull'innovazione tecnologica; riappropriarsi del denaro mediante monete regionali. Questo programma fa il paio con le otto "erre": rivalutare, riconcettualizzare, ristrutturare, ridistribuire, rilocalizzare, ridurre, riutilizzare, riciclare. (...) Tutta questa riflessione mette capo alle linee guida di una società della decrescita: nessun debito pubblico, in quanto le entrate coprirebbero le spese; imposte dirette progressive, con fissazione di un reddito massimo legale; imposte indirette sui beni di lusso; acqua, gas, ecc. a prezzo progressivo; tassa patrimoniale. Il tutto con una clausola di salvaguardia geniale: in caso di deficit, emissione di moneta! In sostanza, la decrescita di Latouche è una proposta di una povertà concettuale sconcertante, tanto da domandarsi come ha fatto un'idea del genere ad attrarre tanti seguaci. Ma qui si aprirebbe il discorso del successo delle ideologie anticapitalistiche e di quanto poco spazio abbiano sul mercato delle idee le idee di mercato. Un altro discorso, appunto.

Da Il Foglio, 1 ottobre 2014

Energia elettrica: è l’ora dei prezzi negativi

Le direttive europee sull’apertura dei mercati energetici sono finalizzate non solo a incoraggiare la concorrenza nei mercati nazionali, ma anche a favorire l’integrazione tra i mercati europei. L’allargamento della dimensione fisica dei mercati – e, in prospettiva, la creazione del “mercato interno” per l’energia elettrica – può infatti produrre benefici importanti in termini di prezzo, di maggiore efficienza nell’utilizzo degli impianti esistenti e di riduzione degli impatti ambientali. Per raggiungere l’obiettivo la Commissione Europea ha promosso iniziative diverse: tra le altre, oltre l’introduzione di regole armonizzate per la disciplina dei mercati nazionali e la realizzazione di investimenti infrastrutturali cross border, il cosiddetto market coupling. Si tratta di “un meccanismo di integrazione dei mercati che, nel determinare il valore dell’energia elettrica nelle diverse zone europee di mercato coinvolte, contestualmente alloca la capacità di trasporto disponibile tra dette zone, ottimizzandone l’utilizzo”.

Attraverso l’adozione di regolamenti comuni per il funzionamento delle rispettive borse elettriche, in particolare in relazione ai mercati del giorno prima, 17 paesi europei hanno già raggiunto il market coupling. Entro la fine del 2014 anche l’Italia (che dal 2011 opera in accoppiamento sulla frontiera slovena) dovrà unirsi a questi paesi adeguando le proprie regole di mercato. L’esperienza con la Slovenia ha finora prodotto risultati positivi e fa presagire che la futura integrazione del mercato italiano con quelli dei maggiori paesi europei può potenzialmente portare a risultati altrettanto positivi e di più vasta portata. Affinché ciò diventi realtà, è tuttavia necessario che il nostro paese adotti una serie di riforme. I cambiamenti necessari a tal fine sono riassunti efficacemente in un recente documento di consultazione dell’Autorità per l’energia elettrica il gas ed il sistema idrico. Tra di essi, la possibilità per i prezzi di assumere valori negativi, peraltro già annunciata dal Ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi, nell’ambito del “pacchetto taglia-bollette”.

Leggi il resto su LaVoce.Info, 26 settembre 2014
Twitter: @CarloStagnaro@SimoBenedettini

Prima spara, poi chiedi chi va là

Sembra questa la strategia del Comune di Genova verso UberPop, la app che consente di noleggiare un’auto con conducente per spostarsi a basso costo da una parte all’altra. Nei primissimi giorni di attività, la polizia municipale ha elevato una contravvenzione da 1.700 euro a un autista che trasportava un passeggero da Nervi a Pegli, con tanto di sospensione della patente e sequestro della vettura.

Spiega l’assessore alla (non ridete) legalità, Elena Fiorini, che si è scelto di effettuare «controlli mirati contro Uber», in quanto «il Comune sta portando avanti un approfondimento legale per decidere come contrastare Uber». Traduzione: intanto la multa, e poi vedremo se effettivamente c’erano i presupposti. L’intento dichiarato è quello di colpirne uno per educarne cento.

Del resto, lo ha detto la responsabile della (non ridete) mobilità, Anna Dagnino, «ci siamo attivati sin da subito insieme coi tassisti per tutelare la legalità: la licenza dei tassisti (…) è un qualcosa che il Comune vuole difendere». Diceva Marx che lo Stato è il comitato d’affari della borghesia. La giunta guidata da Marco Doria – che certo conosce il filosofo di Treviri – deve averlo preso alla lettera.

Così facendo, Tursi abdica al suo ruolo. Si schiera dalla parte di chi produce i servizi e non è la prima volta ignorando invece chi quegli stessi servizi li consuma. Con buona pace del diritto dei genovesi alla mobilità: per essere ascoltati bisogna paralizzare il traffico (come i lavoratori Amt a novembre). Agevolare gli spostamenti dei genovesi non è invece raccomandabile. Eppure, come ha osservato Matteo Repetti su LeoniBlog.it, la buona accoglienza che Uber ha trovato nasce proprio dal conclamato fallimento del servizio pubblico. Né, in questa prospettiva, è ovvio che faccia concorrenza ai tassisti. Essa punta a un segmento di mercato completamente diverso (a basso costo), rispetto al quale è ben probabile che l’offerta crei una domanda precedentemente inespressa, anziché sottrarla ad altri. Per esempio: una famiglia di quattro persone che dovesse spostarsi da via Cantore a corso Italia spenderebbe 6 euro complessivi in autobus (impiegandoci una quarantina di minuti), 8 euro (e 20 minuti) con UberPop. Per questa tipologia di consumatore, il taxi non è neppure un’opzione.

Ma l’intervento muscolare del Comune appare fragile pure di fronte alla pretesa di applicare la legge. Non è dato ricordare una analoga determinazione contro i venditori abusivi che affollano le nostre strade, nonostante la meritoria campagna “Legalità mi piace” di Ascom. Ci sono poi i doveri dettati dall’appartenenza europea: a Bruxelles è già acceso un faro sull’Italia per potenziale violazione della libertà di stabilimento. Sullo stesso tema è intervenuta con enfasi l’Antitrust nella segnalazione ai fini della legge annuale per la concorrenza.

A Genova la politica non sembra tendere alla soluzione dei problemi ma alla difesa dello status quo. Il diritto dei cittadini a una città vivibile non entra nell’equazione. Eppure, questo atteggiamento nasconde una grande debolezza: come diceva Mao, a prima vista tutti i reazionari fanno paura, ma sotto sotto sono solo tigri di carta.

Da Il Secolo XIX, 26 settembre 2014

Hinkley Point C decision further undermines competition in the electricity market

The European Commission has given the green light to the construction of a new nuclear plant at Hinkley Point. This may or may not be part of a nuclear renaissance, but it is definitely a further weakening of the British model of liberalisation of the electricity market.

The Hinkley Point C scheme will be made possible by a number of state-backed financial guarantees. The most important one is the introduction of a ‘strike price’ of £92.50 /MWh, about twice as much as the current wholesale price of electricity. This arrangement will be kept in place for as long as 35 years, vis-á-vis an expected technical life of the plant of 60 years. According to the EU Commission’s estimates, the new plant will become operational in a time of 10 years for an investment cost of £34 billion. If the past can provide guidance, both costs and timetables are likely to overrun.

A brief analysis of the figures illustrates the economic shortcomings of the scheme. Under the assumption that electricity wholesale prices will stay around the current level for the next 35 years and that the extra-cost is justified by the alleged positive externalities deriving from more carbon-free energy, it follows that the external benefit is priced at £40-50/MWh. Under the further assumption that the additional nuclear power will displace electricity produced by Combined Cycle Gas Turbines at the margin, with average emissions of 340 kg CO2/MWh, it follows that British consumers will pay an average of £117-147 per ton of CO2. The same ton of CO2 is now priced on the EU Emissions Trading Scheme (a cap-and-trade mechanism designed to find the most cost-effective ways to reduce emissions) well below £8. This implies consumers will be forced to pay 14-18 times more for the same product (i.e. the positive externalities from carbon-free power). The fact that other green sources, such as wind or solar power, are subsidised just as much, or even more, does not make the impact any less painful.

Leggi il resto su Iea.org.uk, 10 ottobre 2014

Energia elettrica: è l’ora dei prezzi negativi

Le direttive europee sull’apertura dei mercati energetici sono finalizzate non solo a incoraggiare la concorrenza nei mercati nazionali, ma anche a favorire l’integrazione tra i mercati europei. L’allargamento della dimensione fisica dei mercati – e, in prospettiva, la creazione del “mercato interno” per l’energia elettrica – può infatti produrre benefici importanti in termini di prezzo, di maggiore efficienza nell’utilizzo degli impianti esistenti e di riduzione degli impatti ambientali. Per raggiungere l’obiettivo la Commissione Europea ha promosso iniziative diverse: tra le altre, oltre l’introduzione di regole armonizzate per la disciplina dei mercati nazionali e la realizzazione di investimenti infrastrutturali cross border, il cosiddetto market coupling. Si tratta di “un meccanismo di integrazione dei mercati che, nel determinare il valore dell’energia elettrica nelle diverse zone europee di mercato coinvolte, contestualmente alloca la capacità di trasporto disponibile tra dette zone, ottimizzandone l’utilizzo”.

Attraverso l’adozione di regolamenti comuni per il funzionamento delle rispettive borse elettriche, in particolare in relazione ai mercati del giorno prima, 17 paesi europei hanno già raggiunto il market coupling. Entro la fine del 2014 anche l’Italia (che dal 2011 opera in accoppiamento sulla frontiera slovena) dovrà unirsi a questi paesi adeguando le proprie regole di mercato. L’esperienza con la Slovenia ha finora prodotto risultati positivi e fa presagire che la futura integrazione del mercato italiano con quelli dei maggiori paesi europei può potenzialmente portare a risultati altrettanto positivi e di più vasta portata. Affinché ciò diventi realtà, è tuttavia necessario che il nostro paese adotti una serie di riforme. I cambiamenti necessari a tal fine sono riassunti efficacemente in un recente documento di consultazione dell’Autorità per l’energia elettrica il gas ed il sistema idrico. Tra di essi, la possibilità per i prezzi di assumere valori negativi, peraltro già annunciata dal Ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi, nell’ambito del “pacchetto taglia-bollette”.

Leggi il resto su LaVoce.Info, 26 settembre 2014
Twitter: @CarloStagnaro@SimoBenedettini

In defence of TTIP: Good for the economy – and for the climate

The TTIP which is being discussed between the EU and the US is no doubt a landmark treaty that will have important repercussions on the economy of the two blocs and indeed the global economy. And energy trade is an important part of it. Both European and American negotiators seem willing to get to a conclusion. As far as the EU is concerned, TTIP has been set as a top priority under the Italian Presidency, as the country’s Minister for Economic Development, Federica Guidi, emphasized in her first hearing before the Italian Parliament.

But is this TTIP a good idea? There is, in fact, little discussion among professional economists about the healthy consequences of free trade. Indeed, if negotiators fail to reach an agreement, each party would immensely benefit from unilateral trade liberalization, as Prof. Heribert Dieter argued recently in The Wall Street Journal.

There are several reasons why closing a free trade agreement (FTA) would be preferable, though. Bilateral (or pluri-lateral) liberalization is more likely to gain political support than unilateral market opening. Reducing barriers to trade, while resulting in more economic efficiency and ultimately increasing the available income on both sides of the Atlantic, may cause short-term adjustment costs. If two countries achieve greater economic integration, each of them would specialize in the productive processes at which it is comparatively more efficient. At the same time, the industries that are comparatively less efficient will suffer and there may be closings or layoffs. Therefore a strong political effort is required to smooth the transition. Moreover, mutual market opening entails larger opportunities and gains.

Leggi il resto su EnergyPost.eu, 24 settembre 2014
Twitter: @CarloStagnaro

Mercato elettrico: è importante consentire i prezzi negativi

L'Italia deve introdurre la possibilità per i prezzi elettrici di assumere valori negativi: non solo perché fa parte degli obblighi assunti in direzione del market coupling europeo, ma anche per ragioni di efficienza e concorrenza nel mercato. Lo sostiene Tommaso Pavoncello nel Focus "I prezzi negativi dell'energia elettrica in Italia" (PDF).

Scrive Pavoncello: "Il prezzo negativo dell’energia elettrica può costituire un incentivo per i produttori a investire per aumentare la flessibilità delle centrali. Una maggiore flessibilità consentirebbe al produttore di regolare il livello di produzione di energia alla domanda, permettendogli di interrompere la produzione qualora le energie rinnovabili fossero in grado di soddisfare interamente la domanda stessa. Inoltre, i prezzi negativi potrebbero costituire un’opportunità non da poco per le fabbriche che, producendo miratamente nelle ore in cui i prezzi sono più bassi o addirittura negativi, ridurrebbero significativamente i costi di produzione. Per concludere, una domanda e una offerta di energia più dinamiche e flessibili, capaci di reagire a picchi positivi e negativi del prezzo, avrebbero un effetto endogeno di mitigazione della volatilità del prezzo stesso. L’abolizione di vincoli di prezzo favorirebbe la circolazione d’informazioni corrette tra gli agenti del mercato incrementandone l’efficienza".

Il Focus "I prezzi negativi dell'energia elettrica in Italia" di Tommaso Pavoncello è liberamente disponibile qui (PDF).

Sbilanciamenti, IBL: l'Autorità lasci fare al mercato

Sì a una valorizzazione unica degli sbilanciamenti effettivi prodotti da tutte le fonti, meglio ancora se con una sola franchigia a dispetto dei paletti del Consiglio di Stato, che andrebbero superati con una norma ad hoc. No invece a meccanismi centralizzati con un corrispettivo unitario definito da Terna, soluzione apparentemente preferita dall'Autorità ma che mortifica le dinamiche di mercato. L'Istituto Bruno Leoni interviene così nel dibattito sulla disciplina degli sbilanciamenti per gli impianti da rinnovabili intermittenti, pubblicando le proprie osservazioni nel giorno in cui scade il termine della consultazione lanciata in giugno dall'Autorità per l'energia (v. Staffetta 24/06).

L'IBL esprime in particolare la propria preferenza per la prima delle tre soluzioni ipotizzate dall'Autorità - una valorizzazione dell'energia elettrica oggetto di sbilanciamento al di fuori della franchigia uguale per tutte le fonti e determinata con le medesime modalità con cui vengono valorizzati gli sbilanciamenti delle unità di produzione abilitate, con franchigie al 42% per l'eolico, al 25% per il fotovoltaico, all'1% per l'idro ad acqua fluente e per le altre. Al contrario, si legge nelle osservazioni, “qualora l'Autorità intendesse orientarsi verso l'opzione 3 (come sembra emergere dalla lettura del Dco, ndr) IBL manifesta fin d'ora la propria più netta contrarietà, trattandosi di un ulteriore, sostanziale passo nella direzione opposta a quella della concorrenza e del mercato”.

Per il think tank liberista una gestione centralizzata di questo tipo, che sostituisce alla valorizzazione degli sbilanciamenti effettivi un corrispettivo definito da Terna che approssima l'impatto delle Fer sui costi di gestione della rete è giudicata “meno convincente e potenzialmente costosa – in termini di rallentamento delle dinamiche di mercato e di ostruzione del processo di scoperta e scambio dell'informazione – nel lungo termine. Per quanto possa apparire attraente, per la sua semplicità intuitiva, nell'immediato, tale opzione non solo manterrebbe gli operatori rinnovabili nell'attuale limbo di non-mercato, sottraendo loro qualunque leva di vantaggio competitivo, ma finirebbe inevitabilmente per cambiare la stessa natura del Tso. Data l'entità del parco intermittente esistente – aggiunge IBL - affidarne la gestione a Terna farebbe dell'operatore di rete de facto un attore del mercato, sollevando profili potenzialmente molto critici nel confronto competitivo”.

Quanto alla franchigia differenziata per fonte, che il regolatore ha previsto in attuazione delle pronunce definitive del Cds ha impongono di trattare diversamente le diverse fonti in ragione della loro diversa prevedibilità, per IBL “il vincolo posto dal giudice amministrativo appare economicamente irrazionale” e andrebbe rimosso. In tal senso si suggerisce all'Autorità di segnalare a Parlamento e Governo l'opportunità di un intervento normativo che consenta una franchigia unica. Secondo l'Istituto la franchigia differenziata rischia anche di ostacolare l'evoluzione del sistema verso una gestione di portafoglio (aggregata) degli impianti, che andrebbe invece favorita anche valutando di passare da un sistema in cui i punti di immissione in rete si riferiscono a un singolo impianto, a un sistema che consenta (per il dispacciamento) punti di offerta multipli.

da Staffetta Quotidiana, 8 settembre 2014

Ecco come è possibile intaccare i privilegi dei "soliti pochi"

L'Italia ha molti problemi economici, ma uno dei principali è anche tra i meno discussi: gli alti prezzi dell'energia elettrica. Gli italiani, e soprattutto le piccole e medie imprese, pagano le terze tariffe elettriche più salate d'Europa, dopo Danimarca e Cipro, e la loro bolletta è del 35 per cento sopra la media dell'Unione europea. Questo impone una significativa zavorra alla crescita: ecco perché il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha infine messo mano alla questione con una legge a lungo attesa e recentemente votata dal Parlamento.

La principale ragione del caro-energia è che Roma ha sempre trattato i consumatori elettrici alla stregua di un bancomat, una fonte facilmente accessibile per le risorse necessarie a finanziare gli obiettivi redistributivi dei politici e conquistare voti. Tutto iniziò all'epoca del monopolio, quando i dipendenti delle imprese pubbliche avevano diritto a prezzi scontati. Quel "diritto" è rimasto in vigore per gli ex dipendenti anche dopo la privatizzazione dell'operatore dominante e la liberalizzazione del mercato elettrico. Tale concessione a un gruppo di lavoratori è stata sussidiata dai consumatori fino a ora. Nel tempo, i sussidi si sono aggiunti ad altri sussidi che si sono aggiunti ad altri sussidi ancora.

Da quando il monopolio è stato superato, il governo ha mantenuto un ruolo centrale nella definizione dei prezzi, e lo ha utilizzato con generosità. Dal 1963 le Ferrovie pagano l'elettricità a prezzo ridotto. Più recentemente diversi settori industriali, e in particolare le imprese energivore, hanno ottenuto un trattamento preferenziale. I costi di rete sono superiori a quello che può essere considerato un ragionevole "livello efficiente", dato il profilo di rischio degli investimenti sottostanti. Tutto questo è sussidiato dal normale consumatore che deve pagare sempre di più.

A peggiorare le cose, i produttori rinnovabili italiani godono di quelli che sono forse i sussidi più generosi d'Europa. I sussidi alle energie rinnovabili valgono circa un quinto del costo dell'energia per il consumatore finale. La famiglia italiana tipo oggi paga circa 94 euro all'anno, in aggiunta alla propria bolletta, per sostenere le energie "verdi", contro i 31 euro all'anno del 2010. La crescita è stata particolarmente rapida in ragione degli incentivi al fotovoltaico, il cui impatto è salito a 21 euro/MWh nel 2013 da 5 euro/MWh nel 2010. Per ogni MWh solare, il produttore riceve sussidi che sono dalle cinque alle sette volte superíorí al valore dell'energia stessa. Roma fa gravare altre tasse e oneri sui consumatori elettrici, come le accise, una componente tariffaria per coprire i costi dell'uscita dal nucleare e una per sostenere la ricerca di sistema nel settore elettrico. Tutti questi oneri, che finanziano vari altri schemi redistributivi, spiegano circa la metà del gap tra i prezzi energetici italiani e la media europea. Le tariffe sarebbero "soltanto" del 17 per cento superiori, anziché l'attuale 35 per cento, se tali oneri fossero allineati alla media Ue. Il problema è diventato particolarmente serio con la recessione. La crisi economica ha abbattuto i consumi energetici. Di conseguenza i consumatori pagano sempre più sia perché la base dei gruppi sussidiati si è dilatata, sia perché il numero di quanti pagano prezzi pieni si va restringendo. Occorre trovare un nuovo equilibrio tra gli interessi delle piccole imprese in affanno e quelli degli investitori finanziari sussidiati che ricavano il loro reddito da risorse sottratte forzosamente ai consumatori.

Fortunatamente, sembra che la tendenza stia cambiando. Il ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi, ha promosso un pacchetto di riforme, di cui fanno parte un decreto convertito in legge dal Parlamento il mese scorso e altre misure. A partire dalla fine del 2014, grazie a tali provvedimenti, l'ammontare dei sussidi ai vari gruppi di interesse si ridurrà di circa 1,5 miliardi di euro l'anno. Si tratta grossomodo del 10 per cento del monte complessivo dei sussidi. L'obiettivo è ridurre i prezzi per i normali consumatori.

I precedenti tentativi di riforma hanno cercato di contenere il tasso di crescita dei sussidi, oppure di proteggere alcuni influenti gruppi di pressione dal peso di tasse e oneri, ma non hanno mai affrontato il relativo groviglio di sussidi che ha spinto le tariffe inesorabilmente verso l'alto. Il nuovo pacchetto è diverso perché aggredisce il problema a testa bassa e senza guardare in faccia a nessuno. Nessuno è stato risparmiato. Tutti i sussidi citati sono stati ridotti o rimodulati allo scopo di renderli meno onerosi per i consumatori. La riforma naturalmente ha generato grande scontento. I vari interessi particolari hanno fatto una rumorosa opposizione. Né, a dispetto di tutto il clamore, questa è una riforma perfetta. Secondo alcuni, i tagli avrebbero dovuto essere ancora più profondi. Ma il meglio non dovrebbe essere nemico del bene. Quello che realmente conta è che per la prima volta le piccole e medie imprese, anziché mettere mano al portafoglio, vedranno un beneficio concreto.

Anche in Italia, insomma, se ci sono volontà politica, visione e coraggio, i risultati possono essere raggiunti, e i "diritti acquisiti" dei cacciatori di rendite possono essere controbilanciati dalle istanze dei portatori del "dovere acquisito" di pagare il conto. Per parafrasare lo slogan elettorale di Renzi, almeno sulla politica energetica si sta cambiando verso.

Da Il Foglio, 3 settembre 2014
Twitter: @CarloStagnaro

Italy Powers Down Energy Subsidies

Italy has many economic problems, but one of the most significant is also one of the least discussed: high electricity prices. Italians, and especially small - and medium-size companies, pay the third-highest electricity rates in the European Union, behind Denmark and Cyprus, and their power is 35% more expensive than the European Union average. This is a significant drag on growth, which is why Prime Minister Matteo Renzi is finally doing something about it in a long overdue law recently approved by the parliament.

The main reason for such high rates is that Rome traditionally regarded electricity consumers as the equivalent of an ATM, an easily accessible source of the funds they need to achieve the politicians' redistributive goals and win votes. This started in the era of state monopoly, when employees of state-owned utilities had a right to discounted electricity prices. That "right" was kept in place for former employees even after the privatization of the incumbent and the liberalization of the electricity market were enacted. This handout to a favored group of workers has been subsidized by all consumers until now. Over time, subsidies were added to subsidies that were added to subsidies.

Even since the monopoly was broken up, the government has retained a central role in rate setting, and has used that power generously. Since 1963, railways have enjoyed a discounted energy price. More recently, a number of industrial sectors, particularly energy-intensive industries, also receive preferential tariffs. Network costs are also above a reasonable "efficient level" given the risk profile of the underlying investments. All of this is subsidized by all the ordinary consumers who must pay more for power.

Making matters worse, Italian renewable generators enjoy what are perhaps the most generous subsidies in Europe. Renewable subsidies account for about one-fifth of the cost of energy to end consumers. The average Italian household now pays about €94 ($125) per year to support green energies on top of their energy bill, up from €31 per year in 2010. The growth has been particularly rapid for solar incentives, whose impact has grown to €21 per megawatt-hour in 2013 from €5 per megawatt-hour in 2010. For each solar megawatt-hour, the generator gets subsidies that are five- to seven-times higher than the average value of energy itself.

Rome piles other taxes and levies onto electricity consumers, such as an excise tax, a levy related to the costs of phasing out nuclear power and a fee to support general R&D in the electricity industry. All these levies, which fund various other redistributive schemes, account for about half of Italy's excess over the EU average. Electricity rates would be "only" 17% above average, rather than the current 35%, if these levies were equal to the EU average.

The problem has grown particularly serious since the recession. The economic crisis drove down energy consumption. Therefore Italian consumers pay more and more both because the base of subsidized groups has grown, and because the number of those paying full rates is shrinking. A new balance must be found between the interests of struggling small companies and subsidized financial investors that make their salary off resources forcibly taken from consumers.

Fortunately, the tide at last seems to be turning. Federica Guidi, Italy's minister for economic development, has promoted a reform package, which includes a decree converted into law by the parliament last month as well as other measures. Starting by the end of 2014, the reforms will reduce by approximately €1.5 billion per year the amount of subsidies awarded to various interest groups. This represents about 10% of the overall subsidy bill. The goal is to pull down prices for ordinary consumers.

Previous reform efforts have either tried to contain the rate of growth of subsidies, or shielded some powerful groups from the burden of taxes and levies, but these never addressed the underlying tangle of subsidies that have pushed rates inexorably higher. The new measure is different because it deals with the subsidy problem head-on, and for everyone. No special-interest group has been spared. All of the subsidies that have been mentioned above have been reduced or reframed in order to make them less onerous to consumers.

The reform has created a lot of discontent. Vested interests have noisily opposed it. Nor, for all their fuss, is this a perfect reform for consumers. Some argue that cuts should have been even deeper. But no one should make the perfect the enemy of the good. What really matters is that for the first time small and medium firms aren't paying the bill but rather will see a concrete benefit.

Even in Italy, if you have political will, a vision and courage, results can be delivered, and the "vested rights" of rent seekers may be counterbalanced by the voice of those who bear the "vested duty" of paying the bill. To paraphrase Mr. Renzi's electoral slogan, at least with regard to energy, the trend is being reversed.

Dal Wall Street Journal, 2 settembre 2014
Twitter: @CarloStagnaro

The failure of Germany’s green energy policies

You can’t have your cake and eat it too – even when it comes to energy. Germany has been a champion of the ‘green economy’ for the past decade, but now the time has come to pay the bill. And the country seems a very long way from capturing the supposed ‘double dividend’ – environmental sustainability and economic growth – that promoters of Energiewende (Berlin’s ‘energy revolution’) promised.

As the Wall Street Journal’s Matthew Karnitschnig reports, the cost of energy to German businesses has risen by 60 per cent in just five years, driven by subsidies and other costs (such as the financing of new infrastructure and addressing problems with system imbalances). The largest energy-intensive businesses are not yet feeling the pain, because they are granted an exemption from such surcharges, but even this may come to an end if the EU Commission rules that it represents unfair state aid. And if this doesn’t happen, small and medium enterprises will continue to bear a disproportionate share of the costs, becoming less and less competitive.

Even Angela Merkel, a strong proponent of Energiewende, has admitted it is not working as planned. Therefore a reform was passed in June, under which subsidies for new installations are capped and a new tax on self-consumption is introduced to achieve a fairer distribution of the renewable levies. But this is no solution: at best it will prevent the problem from getting even worse.

Read more, here: Iea.org.uk, 1 September 2014

Meglio vendere le caserme

Quante volte abbiamo sentito parlare, negli scorsi anni, della possibilità di dismettere le caserme inutilizzate? Grazie a un protocollo siglato con il ministero della Difesa, ora la palla passa al Comune, che è l’ente che può agire sugli strumenti di pianificazione urbanistica. Questo è un passaggio cruciale: il problema non è la proprietà della caserma, ma la sua destinazione d’uso. Visto che quest’ultima è determinata dalle autorità locali, tanto vale fare gestire a loro il processo di riqualificazione.

Il sindaco Pisapia ha parlato di restituire i siti militari inutilizzati alla città «come spazi verdi e servizi». Parliamo dei Magazzini di Baggio in via Olivieri e di piazza delle Armi in via Forze Armate (che, di fatto, appartengono allo stesso plesso) e della Caserma Mameli in viale Suzzani, non lontano da Niguarda. Nel primo caso il sindaco ha ipotizzato la creazione di un «parco in una zona di periferia», nel secondo «interventi di edilizia convenzionata, oltre al recupero di strutture per servizi sociali o per iniziative culturali». Pare non sia contemplata un’altra soluzione: la cessione di quelle aree ai privati.

Leggi il resto sul Corriere.it, 11 agosto 2014
Twitter: @amingardi

Il ragazzo ucciso dallo Stato fuorilegge (che vessa noi con gli ispettori)

La morte del giovane colpito dai calcinacci staccatisi dalla galleria Umberto di Napoli deve indurre a qualche riflessione, anche perché questo è solo l'ultimo di tanti episodi. Qualche anno fa fece discutere la morte di un ragazzo, Vito Scafidi, ucciso a Rivoli dal cedimento del soffitto dell'aula del liceo. La scorsa estate una donna morì a causa del crollo di un albero, che si abbatté sulla sua autovettura. Ma l'elenco di analoghe tragedie sarebbe troppo lungo.

Un dato è chiaro: l'apparato statale è esigente fino all'inverosimile nei riguardi dei privati, che vengono vessati da norme che - dalla famigerata 626 del 1994 in poi - quasi impediscono ogni genere di iniziativa, mentre è del tutto incapace di gestire in maniera responsabile ciò che è sotto il suo controllo. È di queste ore lo sfacelo del fiume Seveso, che è esondato a Milano causando danni di varia natura, e tale disastro è da imputarsi ad anni di incurie da parte delle amministrazioni pubbliche di ogni colore.
Tutto ciò è grave, dato che uno dei pilastri dei nostri sistemi politici - che si parli di rule of law, come nel mondo anglosassone, oppure di Stato di diritto, come da noi, in Francia o in Germania - è che tutti devono sottostare alle medesime regole. Non esiste insomma un sistema legale per i governanti e uno per i governati, ma l'intera società dovrebbe essere vincolata al rispetto delle stesse norme.

Leggi il resto su Il Giornale, 10 luglio 2014

Gare gas, Ibl: bene Autorità su delta Vir/Rab. Probabile “saldo positivo” per consumatori

Le gare per la distribuzione gas sono imminenti: è importante rimuovere gli ostacoli alla contendibilità degli affidamenti, e la soluzione proposta dall'Autorità per l'energia in merito al delta Vir/Rab (cioè la discrasia tra i valori degli asset "contrattualizzati" e quelli "regolati" ai fini del rimborso da corrispondere al gestore uscente) appare un ragionevole compromesso nella giusta direzione.

Lo sostiene il Policy Paper dell'Istituto Bruno Leoni "A chi ha sarà dato? La distribuzione locale gas, il delta Vir/Rab e la concorrenza". Nel paper Ibl rileva che "la proposta dell'Autorità per l'energia di introdurre - qualora la gestione di una rete di distribuzione locale gas fosse affidata a un newcomer in esito a una procedura competitiva - una nuova componente tariffaria a copertura del relativo delta Vir/Rab appare coerente con gli obiettivi che l'Aeegsi è tenuta a perseguire. Tali obiettivi sono la promozione della concorrenza, il contenimento dei costi e la creazione di un ambiente normativo certo e stabile”. La distribuzione locale gas, pur essendo stata aperta formalmente alla concorrenza per il mercato sin dal decreto Letta (2000), di fatto arriva oggi, per la prima volta, a misurarsi col mercato. Questo richiede non solo l'indizione di gare disegnate in modo pro-concorrenziale, trasparenti e aperte, ma anche l'eliminazione, per quanto possibile, delle esistenti barriere all'ingresso."

Sotto il profilo dell'impatto sui consumatori attraverso le tariffe, a fronte di un onere massimo teorico stimato da alcuni di 6-7 miliardi (nel caso improbabile in cui tutte le gare fossero vinte da newcomer con la conseguente necessità di corrispondere riscatti per tutti gli impianti) – onere che scende a 1,4-1,6 miliardi in uno scenario più verosimile – secondo l'Ibl “è molto probabile che sull'aggregato di tutte le risultanze delle gare”, che includeranno anche i guadagni di efficienza indotti dalle procedure, “le conseguenze della proposta Aeegsi daranno favorevoli al consumatore”.

Da Staffetta Quotidiana, 25 giugno 2014

Ibl: “Gare gas, condivisibile soluzione Autorità su Vir/Rab”

Una soluzione non indolore ma necessaria. In sostanza è questo il giudizio dell'Istituto Bruno Leoni sugli orientamenti prospettati dall'Autorità per l'Energia in tema di scostamento tra Vir e Rab per la valorizzazione delle reti di distribuzione gas in vista delle prossime gare.

Il tema è ormai noto: l'eventuale gestore subentrante dovrà riconoscere a quello uscente il valore industriale residuo degli impianti non pienamente ammortati tecnicamente. I criteri per quantificarlo sono due: il Vir, che è frutto del rapporto contrattuale con l'ente appaltante, e la Rab, ossia il valore a fini regolatori. Il primo è mediamente più alto della seconda. Anche perché, sottolinea non senza malizia il report di Ibl, gli enti appaltanti sono spesso azionisti degli operatori concessionari.

Insomma, costringere i partecipanti alla gara a un sforzo economico più elevato può rappresentare una consistente barriera d'ingresso, a favore di chi ha già la concessione.

Adeguare il Vir alla Rab, sostiene Ibl, esporrebbe al rischio di contenziosi, mentre alzare la Rab al livello del Vir farebbe aumentare i costi per i consumatori e scoraggerebbe comunque la partecipazione alle gare.

L'Autorità ha quindi proposto di introdurre una nuova componente tariffaria che, solo in caso di vincita della gara di un "newcomer", vada a coprire la differenza tra Vir e Rab. Una soluzione che l'Istituto giudica "coerente con gli obiettivi" di promozione della concorrenza, contenimento dei costi e creazione di un ambiente normativo stabile.
Il meccanismo dovrebbe infatti abbassare le barriere d'ingresso, ed il conseguente aumento della concorrenza potenziale dovrebbe contribuire a ridurre i costi, compensando così l'aggravio in bolletta. Infine, verrebbe finalmente definito un quadro normativo e regolatorio certo, nel quale "il valore degli asset sia non ambiguo".

Ora si attende che gli orientamenti dell'Autorità vengano codificati in una delibera.

Da Quotidiano Energia, 20 giugno 2014

Gare gas: bene la soluzione AEEG sul delta VIR/RAB

Le gare per la distribuzione gas sono imminenti: è importante rimuovere gli ostacoli alla contendibilità degli affidamenti, e la soluzione proposta dall’Autorità per l’energia in merito al delta Vir/Rab (cioè la discrasia tra i valori degli asset “contrattualizzati” e quelli “regolati”) appare un ragionevole compromesso nella giusta direzione. Lo sostiene il Policy Paper dell’Istituto Bruno Leoni “A chi ha sarà dato? La distribuzione locale gas, il delta Vir/Rab e la concorrenza” (PDF).
 
Si legge nel Policy Paper: “la proposta dell’Autorità per l’energia di introdurre – qualora la gestione di una rete di distribuzione locale gas fosse affidata a un newcomer in esito a una procedura competitiva – una nuova componente tariffaria a copertura del relativo delta Vir/Rab appare coerente con gli obiettivi che l’Aeegsi è tenuta a perseguire. Tali obiettivi sono la promozione della concorrenza, il contenimento dei costi e la creazione di un ambiente normativo certo e stabile. La distribuzione locale gas, pur essendo stata aperta formalmente alla concorrenza per il mercato sin dal decreto Letta (2000), di fatto arriva oggi, per la prima volta, a misurarsi col mercato. Questo richiede non solo l’indizione di gare disegnate in modo pro-concorrenziale, trasparenti e aperte, ma anche l’eliminazione, per quanto possibile, delle esistenti barriere all’ingresso.”
 
Il Policy Paper “A chi ha sarà dato? La distribuzione locale gas, il delta Vir/Rab e la concorrenza” è liberamente disponibile qui (PDF).

Remunerazione energia: consigli per il nuovo periodo regolatorio

Le reti elettriche e gas hanno ottenuto in questi anni rendimenti superiori agli obiettivi della regolazione. In vista del nuovo periodo regolatorio, l’Istituto Bruno Leoni indica una serie di interventi per contenere questa voce delle bollette degli italiani.
 
Lo studio “Chi non risica rosica? La remunerazione degli operatori di rete nei settori dell’elettricità e del gas” (PDF), condotto da Rosamaria Bitetti ed Emilio Rocca, evidenzia che “Quasi tutti gli operatori esaminati hanno ottenuto nel periodo un ritorno medio sugli investimenti (Roi) superiore al rendimento target fissato dall’Autorità per l’energia”. Questo ha determinato un aggravio non necessario tra i costi sostenuti dai consumatori. Bitetti e Rocca indicano pertanto una serie di misure strutturali in vista del nuovo periodo regolatorio: “si suggerisce che l’Autorità per l’energia riconsideri le attuali componenti tariffarie, anche introducendo una maggiore esposizione al rischio per gli operatori regolati e attraverso il ricorso a strumenti di regolazione output-based”. Inoltre, “l’attuale Strategia Energetica Nazionale deve essere ripensata, specie nelle parti in cui essa estende – anziché ridurre – il perimetro dell’infrastruttura regolata, particolarmente sotto il profilo della socializzazione del rischio d’investimento”. Ulteriori problemi derivano dagli effetti perversi della Robin Hood Tax e dalla pervasiva presenza della proprietà pubblica.

Il paper “Chi non risica rosica? La remunerazione degli operatori di rete nei settori dell’elettricità e del gas” di Rosamaria Bitetti ed Emilio Rocca è liberamente disponibile qui (PDF).

Energia Concorrente: “Tagliare extra-profitti reti”

L'ottica è quella della spending revew, che sta trovando in parte il proprio compimento nel provvedimento sul taglia-bollette (QE 18/6). Ma la posizione presa oggi da Energia Concorrente contro le attività regolate di rete, sia nell'elettricità che nel gas, va ben oltre questo. Sembra anche una chiara presa di distanze dal resto del settore rappresentato da Assoelettrica, che per contro ha appena sancito l'ingresso tra gli associati di Enel Distribuzione (QE 10/3).

Partendo da uno studio dell'Istituto Bruno Leoni (disponibile sul sito di QE) dal provocatorio titolo "Chi non risica rosica", che ha analizzato i bilanci relativi al periodo 2007-2012 della stessa Enel Distribuzione, di Terna, Snam Rete Gas, Enel Rete Gas (ora 2i Rete Gas), Italgas e Stogit, l'associazione chiede di tagliarne gli extra-profitti, riportando "i parametri di redditività dei soggetti regolati entro limiti coerenti all'assenza di rischio".

L'analisi evidenzia infatti che tali extra-profitti sono stati "nell'ordine di 600-1.200 milioni di euro/anno nel periodo 2006-2012", frutto di un "ritorno medio sugli investimenti (Roi) decisamente superiore al rendimento target fissato dall'Autorità", con l'unica eccezione di Enel Rete Gas. Lo scostamento medio va dal 30% di Snam Rete Gas al 70% di Enel Distribuzione e Italgas. Ciò ha avuto un impatto in bolletta: tra il 2° trimestre 2010 e il 2° trimestre 2013 i costi di rete sono aumentati dell'11%.

Lo studio evidenzia quindi "l'opportunità di introdurre interventi diretti sia a limitare il perimetro delle attività regolate, recuperando spazio al mercato, sia a contenere la remunerazione riconosciuta, suggerendo una serie di misure volte a limitare gli extraprofitti, rimuovere gli incentivi perversi, evitare un uso improprio della qualificazione strategica delle infrastrutture, e garantire trasparenza e linearità alle politiche tariffarie".

Ma il presidente di Energia Concorrente, Giuseppe Gatti, va anche oltre. "Con l'iniziativa di oggi - afferma in una nota - intendiamo non solo contribuire all'obiettivo di ridurre il peso della bolletta energetica per i consumatori, ma avviare una più ampia riflessione sul ruolo e la posizione della distribuzione sia nel sistema elettrico sia in quello gas. In questa prospettiva credo si debba considerare con attenzione l'opportunità di una completa separazione, anche proprietaria, delle attività regolate rispetto a quelle di mercato".

In definitiva, conclude lo studio Ibl, "occorre ripensare obiettivi e strumenti della regolazione alla luce di un mondo che è cambiato profondamente, e per il quale l'obiettivo primario non è solo il potenziamento delle reti, ma la creazione, mantenimento e promozione dell'efficienza e della flessibilità nel sistema delle infrastrutture. Ciò implica una più precisa definizione del perimetro di attività dei soggetti regolati, con l'introduzione di vincoli stringenti su investimenti che possono essere più utilmente affidati al mercato e alla concorrenza tra gli operatori".

Una rivoluzione che probabilmente non piacerà a molti big dell'energia.
Intanto Energia Concorrente ha pubblicato sul proprio sito le osservazioni (disponibili sul sito di QE) al dco dell'Autorità sul capacity market e sul capacity payment transitorio (QE 5/6). Pur "accogliendo con favore" le misure proposte, l'associazione paventa il rischio che il meccanismo disincentivi la partecipazione proprio degli impianti più flessibili a causa in particolare "dell'ampiezza temporale dell'obbligazione contrattuale" e dei "vincoli imposti al mercato dei servizi dagli strike price". Si invita quindi l'Autorità a "dare attuazione, senza ulteriori ritardi, ad un meccanismo fortemente selettivo".

Riguardo al transitorio, E.C. "ritiene necessario anticipare al 2014 almeno una parte della valorizzazione della capacità flessibile", per lo meno per alcuni impianti.

Da Quotidiano Energia, 18 giugno 2014

Sanità: il Libro Bianco mette a rischio il modello lombardo

La Regione Lombardia ha diffuso, a luglio, un “Libro Bianco sullo sviluppo del Sistema Sanitario e Sociosanitario”, che dovrebbe definire le linee guida per un suo aggiornamento. Pur trattandosi di un documento poco preciso per tutto quel che riguarda gli interventi proposti, le linee di riforma in esso adombrate tuttavia preconizzano la sostanziale compressione di una delle caratteristiche centrali del modello lombardo in sanità: la concorrenza fra pubblico e privato, nella quale si esplica la libertà di scelta dei cittadini.

I contenuti del “Libro Bianco” sono analizzati in dettaglio nel Policy Paper “Quale futuro per la sanita` lombarda? Le proposte confuse del Libro Bianco” (PDF), a cura di Silvio Boccalatte, Fellow dell’Istituto Bruno Leoni.

Colpisce, sottolinea Boccalatte, che il Libro Bianco presenti un quadro fortemente positivo del “modello lombardo” per come si è realizzato negli scorsi anni, salvo auspicarne una radicale revisione. “Le premesse poste dallo stesso Libro Bianco non espongono un quadro tale da legittimare una riforma complessiva, incisiva e rivoluzionaria.”

“Le proposte del Libro Bianco”, spiega Alberto Mingardi, direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni, “paiono spingere la Lombardia verso una maggiore centralizzazione. Questa Regione ha sviluppato, dal 1997, una sanità d’eccellenza, proprio grazie alla competizione fra erogatori di diritto pubblico ed erogatori di diritto privato. Non è un sistema perfetto e sono molti i cambiamenti auspicabili: servirebbe, per esempio, molta più trasparenza. Ma bisogna prestare molta attenzione a che non vengano ridotti gli spazi di concorrenza, dal momento che essa ha assicurato buona qualità delle cure, una spesa più contenuta che altrove, e la libertà di scelta dei pazienti”.

Il Policy Paper “Quale futuro per la sanita` lombarda? Le proposte confuse del Libro Bianco”, a cura di Silvio Boccalatte è liberamente disponibile qui (PDF).

«Sanità, la riforma non fermi la libertà di scelta»

Loro stessi si definiscono liberali, liberisti, individualisti, libertari: «Quel che importa - dicono all'Istituto Bruno Leoni, guidato da Alberto Mingardi - è che a orientare la nostra azione è la fedeltà a quello che Lord Acton ha definito "il fine politico supremo": la libertà individuale». Così nel nuovo paper «Quale futuro per la sanità lombarda? Le proposte confuse del Libro bianco», firmato dal ricercatore Silvio Boccalatte, l'Istituto Bruno Leoni interviene per criticare la riforma della sanità allo studio al Pirellone. Nel mirino, i cambiamenti che possono limitare il margine di manovra della sanità privata: «Le nuove Aziende integrate per la salute (Ais) dovrebbero fornire le prestazioni non più e non tanto in concorrenza, quanto in una forma di "concorrenza e/o collaborazione (coopetition) con gli erogatori privati accreditati" si legge nel loro rapporto -. E una formula ambigua, che potrebbe essere solo un flatus vocis, ma che, al contrario, potrebbe anche significare una grave inversione di tendenza rispetto al modello sanitario che è stato pazientemente costruito in Lombardia negli ultimi vent'anni, prevedendo una maggiore discrezionalità amministrativa nel rilasciare gli accreditamenti e nello stipulare le convenzioni, in un quadro di restaurata subordinazione del privato alle scelte pianificatorie pubbliche». I punti cardine della riforma della sanità criticati sono praticamente gli stessi contro i quali già si sono espressi i big della sanità privata: il pagamento a prestazione, che prevede una tariffa uguale per tutti gli erogatori pubblici e privati, e la nascita delle Ais.

«Quando il Libro bianco affronta il sistema di remunerazione delle prestazioni esordisce con un concetto che proprio non si comprende: "L'organizzazione del prendersi cura del paziente male si concilia con quella del finanziamento delle singole prestazioni che porta concorrenza più che integrazione" rimarca l'Istituto Bruno Leoni -. Desta qualche dubbio che, senza un apparente scopo e solo come premessa alla programmazione di un nuovo sistema di remunerazione, si aggredisca la "concorrenza", etichettata come inadeguata allo sviluppo del sistema sanitario lombardo in relazione con la sfida dell'invecchiamento della popolazione e del corrispondente aumento dell'incidenza delle patologie croniche. Perché la "concorrenza" sia un problema non è dato sapere; perché 'Integrazione" sia qualcosa da preferire non è dato sapere». In sintesi, per l'istituto diretto da Mingardi, per un buon uso delle risorse il ruolo della Regione dovrebbe essere quello di garantire le cure e la loro qualità, «disinteressandosi della natura giuridica degli operatori e lasciando al quasi-mercato la spontanea ricerca dell'assetto migliore». Una visione, per l'appunto, liberista.

Dal Corriere della sera, 23 settembre 2014

Costodellostato.it: dove vanno i nostri soldi

Segui i soldi. È una regola regina per le indagini di ogni genere, appresa grazie a investigatori reali e immaginari, protagonisti delle inchieste giudiziarie e dei romanzi gialli. Ad agosto, sotto l'ombrellone, tra un tuffo e una nuotata, sarete Maigret e Nero Wolfe, Ingravallo e Carvalho, Sheridan e Montalbano dei vostri stessi soldi.

Grazie all'Istituto Bruno Leoni, (il più autorevole centro studi liberale italiano, che porta il nome del grande pensatore che in solitudine negli anni dello statalismo imperante, predicava le virtù del liberalismo), sarà infatti possibile "leggere e scrivere" il romanzo giallo dei propri soldi. Lo potrete fare grazie a un "giochino" presente sul sito www.costodellostato.it preparato dall'istituto. Vi appassionerete al doppio ruolo di vittime ed ispettori. Il romanzo non è lungo e l'assassino è già noto.

Non è un dispetto di chi scrive rivelarvelo in anticipo. Non tappatevi le orecchie anche perché in cuor vostro lo immaginate già: È lo Stato. Anche se non sarà proprio rilassante, vi esortiamo a questa "lettura" che sarà istruttiva e piena di sorprese e magari vi farà tornare dalle vacanze un po' arrabbiati ma certamente più consapevoli di cosa accade ai vostri soldi che lo Stato vi prende con le tasse.

Il dispositivo realizzato dall'Istituto Bruno Leoni parte dall'idea di visualizzare l'ammonimento di Frederic Bastiat, pensatore liberale francese della prima metà dell'Ottocento che viene considerato anche l'ispiratore e precursore della scuola liberale austriaca. «La differenza tra un cattivo economista e un buon economista risiede nel fatto che uno si limita all'effetto visibile, mentre l'altro tiene conto dell'effetto che vede e di quelli che occorre prevedere». L'applicazione infatti cerca di prevedere quanta spesa pubblica riceverete in cambio delle imposte che il socio occulto vi preleva, e quanto gli stessi servizi che vi verranno obbligatoriamente offerti dallo Stato, sarebbero costati con gli stessi standard dei paesi dell'Eurozona o dell'Europa a 27. Insomma, nel vostro personalissimo libro giallo scriverete e scoprirete quante gocce del vostro sudato lavoro vi verranno sottratte dallo Stato, e quanto vi ritorna in termini di servizi e soprattutto verrà misurato quanto inefficiente sia lo Stato italiano rispetto a un qualsiasi prudente gestore di fondi privati oppure rispetto agli altri paesi europei, con o senza euro.

Il meccanismo approntato, avverte l'istituto, è maggiormente attendibile per i redditi vicino alla media che non per quelli estremi, e tuttavia è più che realistico rispetto ai risultati sia in termini d'inefficienza di spesa pubblica sia per il computo dell'acquisto degli stessi servizi. In più è assai preciso nel calcolare lo "spread" tra gli stessi servizi offerti obbligatoriamente da altri Stati in area euro o in quella dell'Europa a 27. Insomma se poteste comprarvi autonomamente i servizi che lo Stato vi offre con le vostre tasse sareste più ricchi. Non avreste quella che in gergo si chiama una "perdita secca", e vi rendereste conto che in media se lavoraste in un altro Stato dell'Unione o dell'area euro comunque i soldi prelevati dallo Stato dal vostro reddito sarebbero spesi per voi in maniera assai più efficiente.
L'applicazione è semplice da usare, basta scrivere età, sesso e ovviamente reddito. Attendete qualche secondo e vi appare il calcolo di quanto ho cercato di spiegare. Cioè, numeri alla mano, in che misura lo Stato italiano sia sprecone. Poi vai a biasimarli i tedeschi. Non spaventatevi delle cifre però, perché il calcolo riguarda la vostra vita lavorativa attesa, cioè il vostro livello di reddito moltiplicato per gli anni che vi restano prima della pensione.

Ecco, all'apparir della quantità di soldi che darete allo Stato in futuro e alla consistenza del gap di efficienze dei vostri soldi, presi dalle vostre tasche ma sprecati dallo Stato, siete autorizzati a sovrapporre tutte le facce che vorrete, dal Premier Renzi al ministro dell'economia Padoan, dal volto angelico del ministro della Funzione Pubblica Marianna Madia, a quello sciupato di Maurizio Lupi, se avete tendenze mistiche è possibile che vi immaginiate quello gravato dalla sofferenza del Sottosegretario alla presidenza Graziano Del Rio. I più bonari avranno di fronte a loro l'immagine gaudente e rubizza dell'ex presidente delle Coop e ministro del Lavoro Poletti. Ah, dimenticavo che i senza lavoro, i precari e i disoccupati non avranno l'opportunità di arrabbiarsi sotto il sole d'agosto.

Certo, l'inefficienza italiana non è solo una responsabilità dell'ultimo governo, parte da più lontano, da anni di pressione fiscale sempre più ossessiva e una sinistra visione statalista della società, da scelte industriali scellerate, da aperture lasche all'immigrazione, dal sostegno statale alle aziende decotte, da assetti pubblicistici per monopoli inefficienti fino a giungere alle assunzioni pubbliche scriteriate.

Tipo Alitalia, Rai, per intenderci, solo per citare alcuni casi ancora da risolvere. Tutto questo è stato possibile grazie alle cambiali del debito pubblico rinnovate di volta in volta, fino a quando la montagna del debito pubblico non ha oscurato il sole e l'inefficienza di una spesa pubblica incontrollata, pronta a rispondere alle peggiori rivendicazioni sindacali e clientelari, si è scontrata con la nascita della moneta unica, per di più a un tasso di cambio irragionevole. Ora però a dirigere l'Italia ci sono Renzi & soci, e governare comporta onori ed oneri. Dal giorno dell'insediamento sono ormai passati più di cinque mesi e di risultati se ne sono visti pochi, per non dire zero. Al debito si è aggiunto altro debito ed altra spesa inutile, come gli 80 euro, che non hanno generato alcun effetto sui consumi, visto l'impatto pari a zero sulla crescita attesa. Anzi probabilmente sono stati un fattore addirittura negativo. Né il governo Renzi con il suo frenetico agitarsi in tema di riforme e "spending review" è riuscito a produrre una sola riforma. Di Cottarelli poi si sono perse le tracce nelle nebbie mattutine di questa estate dove il sole fatica ad imporsi. Anche lui ha una bella faccia da inserire nel vostro giallo estivo che volge ormai all'epilogo, è scritto bene e scorre come un racconto di sir Arthur Conan Doyle.

D'altronde la ricerca dell'efficienza dei vostri soldi è facile da fare e da capire, ma non vi adombrate però, anche perché al vostro ritorno con tutta probabilità vi attende un nuovo e più cruento delitto, ed il killer si chiamerà "Legge di Stabilità".

Farete questo brutto incontro il 20 settembre, giorno in cui il governo ne renderà noto il quadro complessivo. Penserete al "dispositivo" del Bruno Leoni e guarderete alla legge di Stabilità con la consapevolezza dei giallisti esperti. Non sarete più sotto l'ombrellone ma un ritornello vi ronzerà in testa: Segui i soldi. Anche perché sono i tuoi.

Da Area, agosto 2014

Perchè seppellire l'unica riforma liberale (utile alla gente e all'erario) che è stata fatta in questo Paese?

Premetto che sono un estimatore, e amico, di un giovane, per dirlo in termini calcistici, «un '80», Alberto Mingardi: non è né un Erasmus, né un Telemaco, ma semplicemente una delle menti più lucide fra i nostri giovani, per di più un liberale come me, anche se più «puro» di me.

Alberto, che scrive indifferentemente sul Wall Street Journal o sui grandi giornali italiani, ha pubblicato sul Corriere un pezzo esemplare sulla Sanità Lombarda che invito tutti a leggere; purtroppo nessuno ha sollevato il dibattito che il tema imponeva. Confesso pure che c'è un aspetto egoistico da parte mia nell'affrontare questo tema: pur vivendo in Svizzera, alla mia età sapere che al di là del confine, che attraverso di frequente, posso finire sia in un nosocomio pubblico che in uno privato, con la certezza di avere lo stesso trattamento, mi tranquillizza. Alla luce del recente «Libro Bianco» sul sistema socio-sanitario in Lombardia, del Governatore Maroni, temo che non sarà più così, e ciò mi preoccupa molto.

Leggi il resto su Italia Oggi, 23 luglio 2014

Sanità lombarda, i rischi di cambiare

Il servizio sanitario, in Lombardia come altrove, è ampiamente perfettibile. E tuttavia la nostra Regione appare in grado di garantire cure di elevata qualità, a fronte di un impegno non superiore al 5% del suo Pil. Che quello lombardo sia un «modello» ce lo conferma un dato: siamo la Regione che più attrae pazienti da altre Regioni.

Questo felice stato di cose è possibile in virtù della particolare interpretazione che la Lombardia, nel 1997, ha dato delle «riforme» della sanità italiana. Mentre a livello nazionale, attraverso le Asl, lo Stato produce, eroga e controlla tutte le prestazioni, da noi aziende sanitarie locali e aziende ospedaliere sono state mantenute distinte.

In questo modo, si è tentato di eliminare (per carità, solo in parte con successo) il conflitto d'interesse in capo all'ente pubblico che pianifica, paga, fornisce e regolamenta il servizio, e di dare sostanza al principio della libertà di scelta del luogo di cura. Ciò ha consentito lo sviluppo di erogatori di diritto privato che non svolgono un ruolo residuale, ma che forniscono servizi di elevata complessità: dall'urgenza-emergenza (chi abbia bisogno del n8, a Milano, ha il 50% di probabilità di finire in un ospedale privato) all'oncologia e alla chirurgia cardiovascolare.

Neanche in Lombardía esiste un «mercato» della sanità: le prestazioni vengono sempre pagate con le nostre tasse. Eppure, quegli elementi pro-concorrenziali che sono stati introdotti ormai diciassette anni fa hanno consentito di mantenere i conti in ordine e di sviluppare una rete ospedaliera di prim'ordine.

Nel «Libro bianco» diffuso dalla Regione si dà conto dei successi del «modello lombardo». Nello stesso tempo, però, se ne propone una rapida conversione in una specie di «modello tosco-emiliano 2.0». Si va nella direzione di una forte centralizzazione, con la Regione che assume sempre più funzioni di «regia» (ma non è proprio a una «regia» regionale troppo presente che si debbono gli scandali degli ultimi anni?). Si immagina un superamento, almeno parziale, del pagamento a prestazione: essenziale strumento di trasparenza.

L'ostilità al privato porta persino alla bonifica lessicale: le aziende sanitarie locali tornano ad essere «agenzie».

Il «modello lombardo» non è perfetto. Serve più trasparenza (a cominciare dai bilanci delle Asl), e più competizione fra pubblico e privato, e fra privato e privato.

E vero, come si legge nel «Libro bianco», che i bisogni sanitari dei lombardi potrebbero variare, a causa dell'invecchiamento della popolazione. Chi l'ha detto che la risposta più efficace, però, è accentrare e pubblicizzare, quand'anche a livello regionale? La Lombardia ha fatto da apripista a realtà diverse in Europa, dalla Germania alla Spagna all'Olanda, che hanno usato, in modo diverso, la concorrenza e il privato per contenere i costi e salvare il servizio universale dai morsi della spending review. Nella sua segnalazione per la legge annuale della concorrenza, l'Antitrust ha raccomandato, in buona sostanza, la «lombardizzazione» della sanità italiana. Perché, proprio adesso, dovremmo «italianizzare» la sanità lombarda?

Da Corriere della sera, 17 luglio 2014

La risposta del Presidente Roberto Maroni è disponibile QUI.

Le tasse nuocciono gravemente alla salute

Il governo Renzi ha preso in mano la scure: sembra sia arrivato finalmente il momento della "spending review", di una revisione certosina della spesa pubblica, per sanare gli sprechi e eliminare le sacche di rendita. Nel contempo, però, il governo è apparso determinato a non toccare la spesa sanitaria. Politicamente, è stata una grande vittoria del ministro Lorenzin: possibile proprio perché il servizio sanitario nazionale era già stato oggetto di tagli significativi, negli scorsi anni.

Attenzione, però. La possibilità di soddisfare quelli che saranno in futuro i nostri bisogni di "pazienti" non è salva e anche questo governo le ha inferto un colpo. In parte, perché è stato detto alle Regioni di mettere mano al proprio bilancio: e all'incirca il 70% del bilancio delle Regioni consta, per l'appunto, di spese per la sanità. Ma soprattutto perché il governo con una mano ha dato e con l'altra ha tolto: con una mano ha "restituito" ( il primo ministro ha fatto benissimo ad utilizzare questo verbo) 80 euro al mese ai contribuenti al di sotto della soglia di 25.000 curo l'anno di reddito. Con l'altra ha aumentato la tassazione sulle cosiddette "rendite finanziarie". L'imposta al 26% colpirà anche gli interessi su conti correnti, depositi a risparmio e certificati di deposito. In più grava sui risparmiatori un'imposta di bollo che è una piccola patrimoniale del 2 per mille. Paradossalmente, questa escalation di imposte è stata salutata con quasi unanime favore.

Il principio che si debbano alzare le tasse sul risparmio per abbassare quelle sul lavoro sottende un'idea curiosa. Che, cioè, alcuni di noi siano "risparmiatori" e altri siano "lavoratori", come alcuni di noi sarebbero "consumatori" e altri "produttori". Ma basterebbe guardarci allo specchio la mattina per comprendere che le cose non stanno proprio così. Il lavoratore dipendente, è vero, ha un reddito falcidiato dalle troppe imposte. Quel che gli rimane, dopo che lo Stato ha preso tutto quel che pretende, lo utilizza per pagare l'affitto, la benzina della macchina, portare il pane in tavola, mandare i figli a scuola, e ogni tanto uscire a mangiare una pizza. Ma lo stesso lavoratore tenta di accantonare, per quel che può, una parte del reddito guadagnato.
E a maggior ragione lo fa in un periodo come questo, nel quale si sente sovrastato dall'incertezza e ha l'impressione che l'andamento futuro dei suoi redditi dipenda da cose più grandi di lui (le banche riprenderanno a prestare denaro? si faranno gli Eurobond? si liberalizzerà il mercato del lavoro? eccetera).

Il ministro Lorenzin è stata abilissima ad evitare tagli al comparto sanitario nell'anno 2014, ma tutti sappiamo che la spesa sanitaria nel nostro Paese tende a crescere. La ragione è di carattere demografico: siamo un Paese che invecchia, e ci tiene ad invecchiar bene. Tutti sappiamo anche che i nostri conti pubblici sono precari: non basta qualche sforbiciata per metterli in sicurezza. Il debito pubblico l'anno prossimo sarà il 136% del PIL. E' quasi inevitabile che altre correzioni saranno necessarie.

Non è improbabile, pertanto, che un giorno i cittadini saranno chiamati a partecipare in misura vieppiù rilevante alle spese per la sanità. Il perimetro del servizio universale si restringerà. Ciò può avvenire in modo trasparente, o in modo opaco, per esempio attraverso le liste d'attesa.

In un caso e nell'altro, tassare oggi il risparmio significa ridurre i risparmi che saranno nelle nostre disponibilità. Avremo meno risorse dalle quali attingere, anche per pagarci cure e aiuti in campo medico-sanitario. Le tasse nuocciono gravemente alla salute.

Da Mondo Salute, giugno 2014
Twitter: @amingardi

Moralisti masochisti

Lo stato moralizzatore sta uccidendo lo stato biscazziere. Già, perché il prezzo delle campagne salutiste contro il fumo, contro l'uso smodato dell'auto o contro la dipendenza dal gioco lo paga direttamente l'erario in termini di minore gettito. Lo scorso anno si sono incassati 670 milioni di euro in meno in tasse sulle sigarette. Dal capitolo carburanti manca all'appello circa un miliardo. Mentre 1,2 miliardi è l'introito perso dal gioco. In totale si sfiora un deficit di tre miliardi. Un po' troppo per un paese che ha lanciato il lotto su scala nazionale appena due anni dopo l'Unità d'Italia, nel 1863, anche per ripagare la ricostruzione e i debiti contratti dopo le campagne sabaude.

Di solito, gli economisti consigliano di tagliare i costi fissi per riequilibrare i ricavi. Lo stato invece persevera nella direzione opposta, un brutto vizio. Siccome gli italiani comprano marche di sigarette meno note pur di risparmiare, il governo si accinge a riequilibrare il sistema delle accise nella parte fissa, con il risultato che le cosiddette "nazionali", le bionde a buon mercato, potrebbero costare da ottobre anche un euro in più. Questo almeno prevede la delega fiscale, alla quale è legata anche la proposta di un balzello fisso di 6,5 euro sulle ricariche di nicotina liquida per le sigarette elettroniche. Al riguardo i produttori dell'Anafe (Associazione nazionale produttori fumo elettronico) hanno fatto notare che ogni confezione costa 6 euro, ergo il costo complessivo raddoppierebbe. E se per la benzina si attende di capire cosa dirà l'Europa, la delega porterà in autunno l'esecutivo ad aumentare la tassazione sui giochi per finanziare un apposito fondo contro la ludopatia. Intanto i sempre litigiosi Federvini, Assodístil, l'Istituto nazionale grappa e Assobirra si sono unite per bloccare le nuove accise su lieviti e fermentati, che entro il 2015 dovrebbero salire del 30 per cento.

Carlo Lottieri, filosofo libertario che in "Credere nello Stato?" (Rubbettino) ha analizzato tutti i limiti del centralismo e della regolamentazione statuale sorda e settaria, vede qui "un'applicazione pratica della Curva di Laffer (che arriva a un punto morto quando una tassa non produce più il gettito sperato, ndr). Ma oltre a disincentivare i consumi, lo stato, con la sua ipocrisia, prova anche a dissimulare i suoi veri obiettivi. E non lo fa soltanto con la leva più pratica, quella delle accise. Vedi ad esempio la campagna per portare al 20 per cento la percentuale di succo concentrato nelle bibite a base di arancia, campagna concretizzatasi con un primo passaggio parlamentare in queste settimane. La motivazione non è tutelare la salute dei bambini, perché assumono poche vitamine, ma assecondare le lobby dei produttori di agrumi", dice Lottieri al Foglio.
Più che la vicenda in sé, quello che irrita Lottieri, è "la scarsa considerazione dello stato verso i suoi cittadini: cosa credono, che gli italiani sono così stupidi che quando comprano la Fanta pensano poi di bersi una spremuta di arance fresche?". Gli italiani forse saranno meno sensibili dell'allievo prediletto di Sergio Ricossa e Gianfranco Miglio. Certo è che hanno risposto all'elevata pressione fiscale dello stato nella maniera più aggressiva a loro disposizione: complice la crisi, hanno smesso (o quasi) di fumare, prendono i mezzi pubblici o fanno lunghe camminate per risparmiare carburante, o hanno iniziato a diffidare della potenza del Superenalotto.

La deriva della clandestinità, secondo Ibl
Il fallimento delle campagne moralizzatrici, come detto, è tutto nei numeri. Lo scorso anno gli ex fumatori sono saliti a quota 6,6 milioni, anche perché circa mezzo milione è passato alle sigarette elettroniche. Risultato? Nonostante Iva e accise coprano il 76,5 per cento del prezzo totale di un pacchetto, l'erario ha incassato 670 milioni in meno rispetto all'anno precedente. Una perdita alla quale va aggiunto lo smacco subito dopo che il Tar del Lazio ha bloccato la maxi aliquota del 58,5 per cento sulle sigarette elettroniche, con la quale lo stato pensava di incassare un miliardo di euro. Sono diminuiti anche il consumo di benzina (meno 5,7 per cento) e quello di gasolio (del 4,7 per cento), facendo crollare di un miliardo il prelievo fiscale e dell'Il per cento il fatturato del settore.
Uno stato di cose che ha spinto grandi famiglie del settore come i Garrone a riconvertirsi alle energie rinnovabili. Sul versante del gioco soltanto il Poker online mantiene alto (87 miliardi di euro) il livello delle entrate. Ma gli economisti Andrea Giuricin e Lucio Scudiero in un focus scritto per l'Istituto Bruno Leoni, think tank torinese di stampo liberista, sostengono che "ulteriori incrementi delle imposte potrebbero nuovamente rendere attrattivo il gioco illegale". Qualcosa del genere sta già succedendo con il contrabbando di sigarette.

Da Il Foglio, 2 luglio 2014

A Londra le free school offrono un banco anche a chi si trova in un «buco nero». Dove lo Stato, da solo, non arriva

A Richmond, quartiere benestante nel sudovest di Londra, c’era un «buco nero». Così gli inglesi chiamano le zone della città dove le scuole non sono facilmente raggiungibili dalla comunità locale. E a patirne maggiormente i disagi erano soprattutto le famiglie meno agiate e i loro figli. Se lo Stato avesse voluto costruire una scuola statale in quell’area avrebbe dovuto spendere 6 milioni di sterline. Ma grazie alle free school, le scuole lanciate dal governo inglese sul modello delle charter school svedesi e statunitensi, ne ha spesi solo 4,5 di milioni. Risparmiando, oltre al tempo, il 25 per cento di spesa.

A raccontare la storia di quella scuola, la Thomson House School, che sorge all’interno di una vecchia chiesa a lato della ferrovia, è Matteo Rossetti, milanese trentasettenne, trapiantato oltremanica dai tempi dell’università, che di quell’istituto è il fondatore, nonché presidente del consiglio di amministrazione, in occasione di una tavola rotonda organizzata ieri a Milano dall’Istituto Bruno Leoni. Un’occasione interessante per illustrare anche in Italia l’efficienza di questo innovativo esempio di autonomia scolastica.

Leggi il resto su Tempi.it, 17 giugno 2014

Oltre la maturità: vogliamo le “free school” pure in Italia

A parte questi giorni in cui si parla di maturità, il dibattito sulla scuola è sempre incentrato sulla dicotomia fra scuola pubblica e privata, fra i suoi (pochi) sostenitori e i (molti) detrattori. Quello che non si tiene in debita considerazione è che fra i due modelli può esserci benissimo una “terza via”: la scuola libera, finanziata dallo Stato che ne garantisce la fruizione a tutti, ma gestita da privati.

Un’esperienza che, in Inghilterra (dove l’ha introdotta il governo thatcheriano di David Cameron), funziona benissimo. A raccontarlo, in occasione del Breakfast meeting dell’Istituto Bruno Leoni di oggi a Milano, Matteo Rossetti, italo-inglese fondatore della Thomson House una primary free school (scuola elementare libera) a Richmond, pochi chilometri da Londra.
Cosa cambia rispetto a una scuola tradizionale?

Leggi il resto su L'Intraprendente, 17 giugno 2014

Portafogli da svecchiare

Per i fondi pensione è l'ora di cambiare i portafogli. Pur essendo diventato quest'anno maggiorenne, il decreto 703 sui limiti agli investimenti è del 1996, ha appena compiuto 18 anni, non è più adeguato ai tempi perché figlio di un'epoca lontana anni luce da quella attuale. Basti pensare che la norma sulla copertura valutaria del 703 menziona ancora l'eco quale valuta di riferimento domestico. E dopo una gestazione di diversi anni adesso tutto sembra pronto perché le nuove regole sulle gestioni previdenziali vedano la luce. Dopo la pronuncia del Consiglio di Stato del 4 febbraio, pare «oggi corretto affermare che vi siano finalmente tutti gli elementi per considerare l'adozione del nuovo 703 esclusivamente una questione di tempo», afferma Paolo Pellegrini nell'ultima newsletter del Mefop. Non solo. «Un'ulteriore ragione di urgenza è rappresentata dalla circostanza che dopo l'aggiornamento del 703 per i fondi pensione, seguirà la messa in consultazione del nuovo 703 per le casse, vale a dire il provvedimento di regolamentazione dei limiti agli investimenti, conflitti di interesse e banca depositaria, rivolto alle casse professionali.
L'adozione di questo secondo provvedimento, cui le istituzioni stanno lavorando, è particolarmente pressante, atteso che in questa fase le casse professionali stanno modificando la loro politica di investimento e avrebbero tutto l'interesse di conoscere quanto prima le disposizioni di cui dovranno tenere conto», aggiunge Pellegrini. Quanto alle indicazioni del Consiglio di Stato, i tecnici di Palazzo Spada, pur indicando alcuni possibili miglioramenti del testo, hanno sostanzialmente confermato l'impianto normativo del nuovo 703. «Va premesso che le nuove regole entreranno in vigore dopo un regime transitorio di 18 mesi, adattarsi non dovrebbe comportare quindi problemi particolari», aggiunge Pellegrini.
Quali le novità? «Nel nuovo testo, pur mantenendo principi e criteri di gestione analoghi a quelli attuali, l'obbligo di esporre un parametro obiettivo di riferimento viene riferito non più necessariamente al benchmark, quando questo tipo di indicatore non è coerente con gli obiettivi e la politica di investimento posta in essere dal fondo pensione. Questa previsione normativa, apre di fatto a gestioni alternative a quelle a benchmark, prevalentemente adottate oggi dai fondi pensione», spiega Pellegrini. L'idea di fondo del decreto è quella opposta al vecchio 703 perchè non si danno ex ante molti limiti quantitativi agli investimenti, ma si pone l'accento sul controllo dei rischi dando maggiore libertà al gestore. «Il nuovo decreto rende l'investimento più libero, ma si tratta tuttavia di una libertà che implica una maggiore responsabilità. Al di là delle residue restrizioni quantitative, è tendenzialmente ammesso , qualsiasi tipo di investimento a patto che il fondo sia in grado di gestire, in caso di gestione diretta, o controllare, per la gestione convenzionata, l'andamento della gestione», sottolinea Pellegrini.

Il tutto sotto il controllo della Covip che nel frattempo ha emanato le nuove regole sul documento sulla politica degli investimenti. In sostanza rispetto al decreto 703/96, che limitava l'universo investibile a un numero chiuso di attività, le nuove norme appaiono ben più ampie «riferendosi a categorie giuridiche note e potenzialmente suscettibili di coprire l'intero universo investibile: strumenti finanziari, oicr, depositi bancari, derivati. Restano non ammesse, invece, le vendite allo scoperto e le operazioni in derivati equivalenti a vendite allo scoperto», avverte Pellegrini. Restano soltanto alcuni limiti quantitativi, come si diceva. «In particolare si prevede un limite minimo agli investimenti in strumenti quotati pari al 70%, equiparando comunque gli oicr (fondi e sicav, ndr) armonizzati aperti agli strumenti quotati. Si prevede, poi, un limite di concentrazione del 5% in titoli emessi da un unico emittente, portato al 10% per gli investimenti nel gruppo, che però non opera per i titoli di Stato», prosegue Pellegrini. Mentre gli investimenti non in euro sono possibili fino al 30% del totale, un livello inferiore all'attuale pari a due terzi del portafoglio. «I derivati, come oggi, sono ammessi se utilizzati per finalità di copertura o gestione più efficiente. Si prescrive, però, che i contratti siano stipulati con una controparte centrale», spiega ancora Pellegrini.

Merita attenzione anche la disciplina degli investimenti in fondi. «In linea generale il ricorso agli oicr è ammesso - a patto che il fondo motivi le ragioni che lo hanno indotto a tale forma di investimento, ad esempio per le dimensioni ridotte del portafoglio», dice Pellegrini. Ci sono anche limitazioni. Ad esempio l'investimento in fondi chiusi e alternativi va contenuto entro il 20% del patrimonio del fondo pensione e il 25% del patrimonio del fondo chiuso o alternativo oggetto di investimento. Restano ferme le deroghe previste per i preesistenti. «Qualche ulteriore ritardo nell'approvazione, non più di qualche settimana, potrebbe arrivare per la necessità di tenere conto del recepimento della direttiva Aifind in materia di fondi alternativi, appena introdotta con il decreto 44 del 4 marzo 2014. Nel frattempo, il 27 marzo è stata approvata la proposta di revisione della Direttiva sugli enti pensionistici aziendali e professionali (Iorp II). Rispetto alle nuove proposte la normativa italiana risulta già molto avanzata, sotto più punti di vista. Alcuni aspetti, tuttavia, se saranno confermati nel testo finale, ci richiederanno l'adozione di qualche accorgimento, ad esempio sulla governance per la quale si prevede l'obbligo di pubblicità delle politiche di remunerazione degli organi direttivi. Qualche ritocco», conclude Pellegrini, «riguarderà anche la parte relativa alla gestione finanziaria, per la quale è stata annunciata la prossima adozione di una comunicazione relativa all'incoraggiamento di investimenti di lungo periodo».

Proprio sul ruolo che il risparmio previdenziale può svolgere per la crescita dell'economia reale italiana si concentrerà tra l'altro la relazione 2013 della Covip che sarà presentata a Roma il prossimo 28 maggio dal neopresidente Rino Tarelli. Il tema del contributo che possono dare i fondi pensione all'economia reale è anche al centro di un'analisi curata da Silvio Bencini, partner di European investment consulting, per l'Istituto Bruno Leoni «La discussione intorno al contributo che i fondi pensione potrebbero dare al rilancio dell'economia ruota intorno a un tema più specifico», sottolinea Bencini, «e cioè all'investimento in fondi chiusi». Bencini spiega che con questo termine si intendono veicoli che, avendo come obiettivo l'acquisto di attività illiquide come immobili o azioni di società non quotate, hanno un ciclo di vita predeterminato, con una fase di investimento e una di graduale distribuzione del capitale e degli utili agli investitori. «Questo tipo di investimenti ha una serie di caratteristiche che li rendono molto adatti al portafoglio dei fondi pensione, tanto che rappresentano il 27% del patrimonio dei fondi americani e il 16,5% dei fondi europei», aggiunge l'esperto. Bencini ricorda che, anche se la normativa consente dal 1996 l'investimento in fondi chiusi fino al 20% del patrimonio, i fondi pensione italiani hanno fino ad oggi investito in questi veicoli in misura marginale (pressoché nulla nel caso dei fondi negoziali), e inferiore al peso che anche il più prudente consulente assegnerebbe a questi investimenti. «Si apre dunque uno spazio sicuramente interessante, che concilia il bisogno dei fondi pensione di rendimenti più elevati con bassa volatilità con la domanda di finanziamenti dell'economia italiana. Il tutto ricordando che l'obiettivo deve essere l'efficienza del portafoglio», dice Bencini.

La presenza di fondi pensione italiani in questa nuova arena che si sta aprendo, ma man mano che si riduce il ruolo delle banche nel finanziamento dell'economia a favore di forme di raccolta più diretta da parte delle imprese, con bond o mini bond, sarà importante per tutelare tutti gli attori. «Il mercato del credito e delle infrastrutture non può svilupparsi se non attraendo i flussi di capitale che dall'estero sono pronti a cogliere le opportunità offerte dal credit crunch nel Sud Europa» spiega Bencini, «dalle migliaia di Pini italiane in cerca di capitale per crescere e dal deficit infrastrutturale accumulato, in questi anni, in diversi Paesi europei. In questo ambito i fondi pensione possono dare un contributo importante, sia spingendo affinché le operazioni siano, come si dice, di mercato, cioè che presentino un'opportunità di guadagno indipendentemente da considerazioni politiche, sia agendo come primi investitori rispetto agli investitori esteri». Secondo Bencini, a queste condizioni un poco di home bias (tendenza a investire nei titoli domestici) da parte dei fondi pensione italiani potrebbe costituire un'opportunità per l'economia italiana. Anche perché in tutto il mondo si registra una preferenza degli investimenti domestici da parte dei gestori istituzionali molto più pronunciata che in Italia.

Da Milano Finanza, 26 maggio 2014

Nuova convenzione Agenzia delle Entrate: un passo avanti?

Nella convenzione triennale tra il ministero dell’economia e l’Agenzia delle entrate per la dotazione finanziaria a carico del bilancio statale compare la voce della quota incentivante, che consente la corresponsione di compensi premiali per il personale dell’Agenzia al raggiungimento degli obiettivi fissati dalla convenzione stessa.

Nel Focus IBL “A pensar male... la dotazione finanziaria dell’Agenzia delle entrate” (PDF) Serena Sileoni, vice direttore dell’Istituto Bruno Leoni sostiene che dall’analisi delle ultime due convenzioni “viene naturale chiedersi quanta malizia vi sia nel pensare che lo zelo con cui negli anni appena passati l’Agenzia delle entrate ha spedito avvisi di accertamento e combattuto l’evasione sia stato in parte anche incentivato, è il caso di dirlo, dal premio finale”. L’ultima convenzione corregge in buona parte questo metodo, benché, continua Sileoni, i funzionari pubblici non dovrebbero essere solo premiati se adempiono correttamente ai loro uffici, ma dovrebbero anche essere sanzionati quando non lo fanno. Ciò è tanto più vero per un’amministrazione, come quella fiscale, che si confronta con i contribuenti in un rapporto impari.”

Il focus “A pensar male... la dotazione finanziaria dell’Agenzia delle entrate” di Serena Sileoni è liberamente disponibile qui (PDF).

Le nostre nonne ne sapevano una di più dello Stato dietologo

Dello Stato etico si può forse parlare al passato. Invece lo Stato dietologo appartiene al presente. A New York, l'ex sindaco Bloomberg aveva vietato la vendita di bibite gassate in bottiglie e lattine superiori al 500 ml (ma il tribunale aveva bocciato la misura). In Europa, Finlandia e Danimarca hanno adottato imposte sulle bevande zuccherine. Il governo di Copenhagen ha sperimentato un'accisa, presto abrogata, sugli alimenti con più del 2,3% di grassi saturi. Le persone sovrappeso "costerebbero di più" al sistema sanitario: penalizzando il loro stile di vita, verrebbero "aiutate" a cambiarlo. È un'aritmetica complicata. Un beneficio pubblico, difficile da dimostrare, implica rinunce concrete, che si verificano al ristorante o al supermercato. In molti sostengono che le "fat tax" rischierebbero di spostare i consumi verso alimenti altrettanto grassi, ma di inferiore qualità, con effetti paradossali sulla salute. L'emergenza obesità è una scusa formidabile per regolamentare la tavola, chiedendo un pedaggio per ogni trasgressione alla quaresima.

Non potendo costruire una società in cui tutti siano egualmente ricchi, lavoriamo a una in cui tutti siano egualmente magri. Lo sapevano già le nostre nonne: esistono cibi più sani e altri meno, anche se è la dose che fa il veleno. L'uomo però non è solo ciò che mangia: non si può pensare che abitudini e spot siano ininfluenti. Siccome non può obbligarci alla palestra, lo Stato ci tassa, unendo l'utile (incamerare nuove entrate) al dilettevole (indurci a comportamenti più virtuosi). Ci risparmi almeno la predica. È difficile che il fisco abbia successo dove hanno fallito le nonne: nell'insegnarci l'equilibrio.

Da Wired, maggio 2014
Twitter: @amingardi

La spending review serve a nulla

«Lo statalismo in Italia? Una condizione che pare fisiologica». Ne è convinta Serena Sileoni, giovane avvocato maceratese, vicedirettore generale dell'Istituto Bruno Leoni, think tank liberista, ispirato al grande filoso del diritto.

Dunque dallo statalismo non ci si libera, avvocato?
Parrebbe prescindere da qualsiasi dichiarazione o presa di posizione, non solo politico-partitica, ma anche intellettuale.

Peraltro, sono tutti liberali. A parole.
L'idea liberale dello Stato, dei rapporti fra Stato e cittadini, di una non-ingerenza del primo nella vita dei secondi, a parole piace a tantissimi. E in effetti molti se ne fregiano. Ma poi, di qui all'applicazione pratica, alla traduzione politica, ce ne corre.

Però, oggi c'è un premier, a Palazzo Chigi, Matteo Renzi, che qualche speranza in molti liberali italiani l'ha suscitata...
Direi che la suscita ancora, se ascoltiamo quello che dice, se leggiamo le famose slide della prima conferenza stampa o i 44 punti sulla Pubblica amministrazione, troviamo argomenti interessanti. La questione è che hanno, per il momento, valore di sola comunicazione politica.

Diciamo quello che, almeno a parole, Renzi farebbe di liberale?
Beh, cambiare il rapporto Stato-cittadino per quello che riguarda un fisco più equo, una giustizia più veloce, la già citata riforma PA, la pubblicità ai bilanci dei sindacati, l'idea di trasparenza, la riduzione di enti come il Cnel. Però, appunto, è come fosse il seguito di una Leopolda che si è svolto nella sala delle conferenze stampa di Palazzo Chigi.

E invece, nella traduzione pratica, cosa non va?
Gli 80 euro sono tutt'altro che liberali, per esempio.

E perché?
Una forma di redistribuzione di ricchezza abbastanza marginale, ma anche priva di equità perché lascia fuori, per esempio, i lavoratori autonomi, oltre che pensionati e incapienti. La riduzione dell'Irpef dovrebbe riguardare la generalità dei soggetti. Non è consentendo di comprare un paio di scarpe al mese e, al tempo stesso, tassando ancora di più il risparmio dello stesso consumatore, penso all'aumento della tassazione delle rendite finanziarie, che si rende più liberi i cittadini.

Ribaltiamo la questione: cosa potrebbe fare Renzi di liberale?
Tagliare la spesa pubblica. C'è un lavoro importante da fare. Uno nostro studio recente, firmato da Dario Menegon, mostra che dalla crisi in poi, la spesa pubblica ha continuato ad aumentare. L'autore analizza i governi di Silvio Berlusconi, Mario Monti, Enrico Letta ma arriva anche ai primi provvedimenti del governo Renzi.

E la pressione fiscale sale...
Infatti. A fronte dell'aumento della pressione fiscale per 30 miliardi di euro, derivante dalle misure anti-crisi del biennio 2011-2012, la riduzione pari allo 0,2% del Pil, decisa da Letta, non rappresenta un segnale di normalizzazione. Anzi, il Def evidenzia come, a normativa vigente, la pressione fiscale è destinata a risalire al 44% nel 2014 e nel 2015.

Qual è il punto?
È che la spending review si risolve spesso nel cercare di rendere l'attività amministrativa più improntata al principio di economicità, ma se i compiti dello Stato restano gli stessi, se non se ne riduce il perimetro, non ne veniamo fuori.

Facciamo un esempio?
La digitalizzazione della Pa, ottima cosa, crea un risparmio comprensibile: banalmente chiede meno carta e meno spese di cancelleria e segreteria, ma in un paese che ha un livello di spesa pubblica come il nostro, parlare di economicità non basta. Il problema sono il numero dei soggetti pubblici e i compiti che assolvono.

Uno Stato obeso, diciamo...
Figlio della nostra ossessione di essere accompagnati dalla culla alla tomba. È chiaro che, in questa nostra ossessione, le risorse non bastino mai.

E allora diamogli due dritte, al premier, visto che il suo sarà un governo di legislatura. Da dove dovrebbe cominciare dalle pensioni? Toccare i diritti acquisiti, come aveva detto nelle primarie?
Lì credo che converrebbe una moratoria e pensare seriamente a quello che vogliamo fare nel futuro. Lo dico con amarezza, però da giurista sono anche convinta del valore enorme che ha il principio di certezza del diritto: non è possibile che lo Stato ritratti sempre ciò che ha disposto, non è accettabile. Ci sono cose forse più semplici, dal punto di vista della tenuta giuridica, da fare.

Per esempio?
Privatizzazioni e liberalizzazioni che sono due paragrafi di uno stesso capitolo: vanno insieme.

Le Poste?
Ovviamente sì ma non nella maniera che aveva iniziato a fare il governo Letta, una privatizzazione fittizia senza passare prima dalla separazione dell'attività postale da quella finanziaria in primo luogo. E che dire della Ferrovie, ancora un monopolio a livello del trasporto locale? O dell'Inail che Renzi propose alla Leopolda di liberalizzare. Senza dimenticare il livello, che resta molto nascosto, delle municipalizzate e delle partecipate locali.

Un programma thatcheriano. Però, sui servizi locali, c'è di mezzo anche un referendum, il cui esisto è andato in tutt'altra direzione.
Su quel referendum si è fatta molta disinformazione: gli italiani pensavano di votare per «l'acqua pubblica», come si fece credere loro, e in realtà si opposero alle privatizzazioni dei servizi locali tout-court, dal gas al trasporto pubblico. Si può però ritenere che il tempo trascorso e il mutamento del quadro economico e politico possa consentire una nuova legislazione.

Secondo lei, cioè una nuova legge in materia non sarebbe bocciata dalla Consulta, come ha già fatto rispetto alla norma che il governo Berlusconi si affrettò ad approvare dopo i referendum, pur escludendo il servizio idrico?
Quella legge venne approvata a un mese di distanza dalle consultazioni. Oggi sono passati due anni, la crisi persiste e la situazione politica è cambiata. Ci potrebbero essere quindi le condizioni per ritenere il contesto mutato. Su questo Renzi potrebbe svolgere una importante battaglia politica.

Sul fisco, invece, cosa dovrebbe fare?
Per ora il provvedimento vero l'ha fatto il governo Letta, con l'approvazione della delega fiscale. Penso per esempio al punto relativo all'abuso di diritto (l'elusione fiscale, che finora era lasciata all'interpretazione del giudice, ndr). Ora spetta all'esecutivo di Renzi fare i decreti attuativi.

E poi c'è la giustizia, sulla quale Renzi è intervenuto spesso. Nell'ultimo Leopolda, aveva promesso di intervenire su certe storture della custodia cautelare.
Aspettiamo il giorno che sia posto fine all'abuso delle misure cautelari, che dovrebbero essere estrema ratio ma che, in realtà, si risolvono in un'anticipazione della pena. Il nodo vero è però è la responsabilità dei magistrati. Chi paga, quando il giudice sbaglia? Ma mettere mano alla giustizia è uno dei veri tabù di questo Paese.

Anche in quel caso c'era stato un referendum, quello del 1987, di fatto aggirato.
Sì, e c'è anche l'opinione della Corte di giustizia europea che i forti limiti alla responsabilità da errore giudiziario in Italia siano incompatibili col diritto europeo.

Soluzioni liberali, per così dire, quali potrebbero essere?
Soluzioni da Stato di diritto, prima ancora che liberali, richiederebbero di riformare il Consiglio superiore della magistratura-Csm, congegnato con sistemi deterministici, che non esercita un controllo sui giudici, quanto una vera e propria tutela.

Qualcuno, come l'editore liberale Aldo Canovari, che lei conosce, essendo stata la responsabile editoriale della sua casa editrice la LiberiLibri, propone l'estrazione a sorte dei componenti del Csm. Che ne pensa?
Ottima idea: le pare possibile che un organo che dovrebbe occuparsi fondamentalmente della gestione di un personale delicato come la magistratura sia composto in base all'appartenenza a correnti politico-culturali, lasciando che queste influenzino il suo operato?

Da Italia Oggi, 8 maggio 2014

Libera aranciata in libero Stato

È stata sventata la manovra di lobbying della Cia volta a far approvare una legge che impedisca ai consumatori italiani di bere le bibite che preferiscono. Non parliamo dell’agenzia di intelligence statunitense diretta da John Brennan, ma della Confederazione Italiana Agricoltori guidata da Secondo Scanavino che, insieme ad altre associazioni come la Coldiretti e Legambiente, voleva innalzare dal 12% al 20% la percentuale minima obbligatoria di frutta nelle bevande analcoliche. L’emendamento, presentato alcuni deputati del Pd e originariamente contenuto nel decreto Balduzzi, è stato per fortuna bocciato dalla commissione Affari Europei dopo il parere negativo del ministro Maurizio Martina. Contro il ministro dell’Agricoltura sono state scagliate critiche feroci: «È il ministro delle Politiche agricole o delle multinazionali?» lo hanno attaccato alcuni compagni di partito, «Dobbiamo prendere atto che le più bieche lobby industriali sono riuscite ad avere il sopravvento sulla logica della salute e della qualità» ha dichiarato la Coldiretti, «Fra il benessere dei bambini e gli interessi delle multinazionali, il governo ha scelto i più forti» sono state le parole di Matteo Salvini della Lega.

Del tema se n’è occupato qualche mese fa l’Istituto Bruno Leoni in uno studio di Luigi Ceffalo , in cui sono spiegati gli effetti negativi di una legge del genere: limita la varietà e l’offerta di bibite analcoliche, impone extracosti alle industrie e ai consumatori ad esclusivo beneficio dei produttori di frutta (non per forza italiani), comporta sanzioni per la violazione dei Trattati europei sulla libera circolazione delle merci. Ma senza scomodare le normative europee che spesso sono più assurde di quelle nazionali, basterebbe un po’ di buonsenso per bloccare sul nascere norme liberticide come queste. Con buona pace degli onorevoli “democratici” e delle lobby degli agricoltori, le “multinazionali” fanno e farebbero soldi anche producendo bibite con il 20, 30 o 40% di succo di frutta e se continuano a vendere bevande con il 12% di succo è solo perché ci sono consumatori che le richiedono. Ancora più risibile è l’accusa di Matteo Salvini secondo cui il governo, d’accordo con le solite multinazionali, ruberebbe la frutta e le vitamine ai bambini. Salvini, da padre premuroso prima che da leader di partito, dovrebbe sapere che già oggi esiste un’ampissima libertà di scelta e i genitori possono acquistare in tutti i super e minimarket bevande contenenti fino al 100% di succo di frutta. Nessuno impedisce a nessun altro di scegliere e comprare per sé e i propri figli succhi di frutta e spremute, non si comprende quindi perché alcune categorie e partiti debbano impedire altre persone di bere un’aranciata annacquata attraverso un’imposizione statale. Non vorremmo, se passa il principio dell’obbligo minimo di frutta nelle bevande analcoliche, che un giorno ci venga imposto di spremere arance nell’acqua o limoni nel tè.

Come sempre accade, dietro il paternalismo di Stato si nascondono gli interessi di produttori a caccia di rendite pagate dai cittadini. Le uniche garanzia per i consumatori di prodotti conformi ai propri gusti sono la libertà di informazione e la libertà di scelta. Libera aranciata in libero Stato.

Da L'intraprendente, 4 aprile 2014
Twitter: @lucianocapone

Cosa bevi oggi? Lo decidono i parlamentari

Sembra quasi una presa in giro, un po' come la celebre direttiva europea sulla curvatura delle banane: una cosa tragicamente vera, che nel 1994 stabilì tra le altre cose che tale frutto deve avere un diametro di almeno 27 millimetri. Ebbene, c'è una fetta significativa della classe politica italiana che sembra voler rinverdire quei fasti e così oggi è schierata sulla trincea dell'innalzamento del succo di frutta minimo nei soft drink. Attualmente è solo al 12% e si vuole che arrivi al 20%. Attenzione: non al 18% e neppure al 30%, perché nel primo caso sarebbe troppo poco e nell'altro troppo...

Le aziende chiudono per una tassazione da rapina e una regolazione asfissiante? Le aree più produttive sono boccheggianti e dunque c'è chi predispone referendum autoconvocati? I giovani hanno sempre meno prospettive e pensano a emigrare? Poco conta, tutto questo, per i nostri politici. Ciò che davvero li ossessiona è il progetto di incrementare dell'8% il succo di frutta presente in aranciata, limonata e altre bevande. E questo perché ritengono che la gente sia fondamentalmente stupida, perfino più di loro, e compri una bibita al vago sapore d'arancia persuasa di avere acquistato una spremuta. Un simile paternalismo fa sorridere e ispira fatalmente ogni genere di ironia, male cose sono assai più serie. Questa battaglia viene giustificata invocando il benessere dei bambini e la lotta alle feroci multinazionali, che ci vogliono centellinare questo o quel prezioso succo. Nei fatti, però, sono in gioco interessi ben precisi.
Tra le aziende che realizzano i prodotti e i consumatori che liberamente li acquistano si inseriscono, infatti, lobby in rappresentanza di produttori. In questo caso si tratta di aziende agricole localizzate nelle aree di produzione degli agrumi che, di tutta evidenza, non amano stare sul mercato competitivo e quindi hanno bisogno di usare la regolazione per obbligare questo o quel produttore di bibite ad acquistare una quantità maggiore di arance o limoni.

Nelle scorse ore un emendamento non è stato approvato a Roma nei lavori di una commissione parlamentare, ma la partita si sposterà a Bruxelles, dove gli esperti in curvatura delle banane ci spiegheranno che una spuma al gusto d'arancia deve avere almeno il 20% del succo. Burocrati e politici non sanno, o fingono di non sapere, che in un'economia di mercato le imprese fanno tutto il possibile per trovare il migliore equilibrio tra costo e qualità, in modo tale da soddisfare i consumatori. E ignorano che l'unico effetto di quella disposizione illiberale consisterà nel mettere fuori mercato talune bibite (quelle al 12%: alcune delle quali hanno nomi assai noti) e il lavoro che è stato necessario per elaborarle. Con argomenti assai solidi era già intervenuto sulla questione uno studio di Luigi Ceffalo realizzato per l'Istituto Bruno Leoni, in cui si evidenziavano le pretestuose ragioni sanitarie, le reali motivazioni economiche (sostanzialmente parassitarie) e le serie conseguenze in tema di libertà e responsabilità.
Il paternalismo è sempre paradossale, ma lo è ancor di più quando si èin presenza di una classe politica tanto screditata. È penoso che adultivengano trattati da bambini da parte di altri adulti, ma questo è particolarmente grave se si considera che quanti vorrebbero educarci sono i nostri ben noti governanti. Qualcuno faccia capire loro che siamo capaci di comprare le banane che più ci aggradano e le bibite che ci piacciono di più.

Da Il Giornale, 31 marzo 2014

«Una mano dà, l’altra toglie. Troppi rincari fiscali e spending poco incisiva».

Una manovra descritta come semplice e lineare, che a una verifica più attenta non sembra così semplice, né così lineare.
«La lettura è attenta per quel che si può – avverte Serena Sileoni, vice-direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni – perché al momento abbiamo visto le slide del premier e alcune bozze del provvedimento, ma non c’è ancora un testo definitivo da valutare».

Avvocato Sileoni, il premier ha parlato di «manovra che abbassa le tasse». Non è abbastanza lineare?
«L’annuncio lo è, eccome. L’applicazione di questo principio linearissimo mi pare molto più complessa. Sul versante delle entrate quasi metà manovra è fatta di revisione della spesa, e non sono tagli cui si sottopone lo Stato ma gli enti locali. Significa accettare, implicitamente, la possibilità che gli enti locali aumentino le tasse: una mano dà, l’altra toglie. E poi ci sono rincari fiscali veri e propri».

Per esempio?
«Per le casse previdenziali, le rendite finanziarie, la banda larga e le slot machine. Mi rendo conto che, quando si parla di gioco d’azzardo, aumentare il carico paghi da un punto di vista dell’immagine. Anche per le rendite finanziarie il meccanismo comunicativo funziona bene. Però chiamiamo le cose con il loro nome: qui le tasse aumentano».

C’è senz’altro un impegno forte per le imprese e il lavoro, però.

«Gli interventi per il settore produttivo sono senz’altro un’ottima cosa. A cascata, migliorano le condizioni di vita e le capacità di spesa delle famiglie».

Ci sono settori o aree geografiche del paese premiati? Il taglio kap diventa sempre più apprezzabile per le grandi imprese. Le agevolazioni Iva aiutano gli artigiani...
«Si incoraggia quanto di buono c’è già, le aree e i settori che trainano la nostra economia da sempre. E qui torniamo all’impostazione della manovra, che a me sembra molto poco innovativa: un’altra fetta consistente delle risorse si fa ricorrendo al deficit. E poi cose piccole ma significative: tornano i fondi per i Forestali calabresi, tradizione che ci portiamo dietro dal secolo scorso, mentre si era parlato di accorpare quella funzione nella polizia. Continuiamo a fare poco sulle partecipate degli enti locali, altra voragine dei conti pubblici che conosciamo da lungo tempo. E sul versante delle entrate ci sono voci aleatorie».

Un contributo robusto dovrebbe arrivare dall’evasione fiscale.
«Che è aleatoria per definizione. A meno che uno non dia mandato all’Agenzia delle Entrate di mettere in piedi un’operazione di recupero molto aggressiva, cosa che non mi pare nelle intenzioni di questo governo. Lo stesso discorso mi pare si possa fare per la spending review. Lo Stato non riesce a farla in modo incisivo».

Domanda secca: una cosa che ha apprezzato.
«Sono stati tolti dei soldi ai patronati».

Seconda domanda secca: cosa le è piaciuto di meno?
«Non stiamo aggredendo la spesa pubblica. A mio parere bisognerebbe cominciare da lì».

Da La Stampa, 17 ottobre 2014

L'economista anti-Piketty: «Solo la borghesia ci salverà»

Ricordate la borghesia? E la middle class? Esistono ancora. A nome loro, un'economista americana lancia un'accusa all'intellighenzia dell'Occidente: dal 1848 le svalutate, ma sono tuttora la nostra ricchezza. Su questa base, Deirdre McCloskey ha deciso dí montarne una poderosa rivalutazione, storica e attuale. Fatto non frequente tra gli economisti, lo fa su basi etiche: sono il solo rimedio contro la povertà. La professoressa di Economia alla University of Illinois, Chicago, e alla Gothenburg University, Svezia, ha consegnato allo stampatore il terzo volume di una trilogia, The Bourgeois Era, che viene dopo The Bourgeois Virtues e The Bourgeois Dignity. In Italia ha appena pubblicato I vizi degli economisti, le virtù della borghesia, edito da Ibl Libri (pp. 138, € 16). E in questi giorni è nel nostro Paese per una serie di incontri e conferenze organizzati dall'Istituto Bruno Leoni.
«Il fallimento delle rivoluzioni liberali del 1848 - sostiene in questa intervista - ha provocato nei ceti intellettuali di Italia, Germania, Francia, Spagna una reazione contro le classi medie che è arrivata fino a oggi». Un'opposizione che ha preso la forma del conservatorismo, del materialismo storico, del marxismo, del fascismo, dello statalismo: del rifiuto della carica innovativa e liberale della borghesia. «Ancora oggi c'è la tendenza a creare nuove aristocrazie», dice.

Il punto fondante dell'elaborazione della signora McCloskey sta nel ritenere le idee il motore dello sviluppo di quello che - termine che non apprezza - è chiamato capitalismo. «Il nostro benessere - sostiene - viene dalle idee. Nel 1800, il reddito giornaliero di un italiano era di tre dollari; oggi, a parità di valori, è di ottanta. In più, ci sono gli avanzamenti della medicina, dei trasporti, della tecnologia. Una completa trasformazione. Ma non è il risultato della lotta di classe, come sostiene la sinistra, o degli investimenti, come sostengono i conservatori. È il risultato delle idee che hanno prodotto innovazioni come l'elettricità, la radio, i sistemi idraulici». E, passaggio chiave, queste idee sono nate e hanno trovato gambe «dalla liberazione delle persone, dal liberalismo di Adam Smith e dalla caduta delle gerarchie che ponevano al centro l'aristocrazia». Sono le persone comuni e le idee lasciate libere di correre che creano la base del capitalismo.

La professoressa individua la nascita di questo spirito nell'Olanda della guerra contro la Spagna dal 1568 al 1648 e poi nella guerra civile inglese dal 1642 al 1651. «Tutto avvenne per un accidente della storia, grazie alla Riforma: ma non in senso weberiano, nel senso invece che il movimento protestante dette al popolo la governance, la possibilità di scegliere i propri pastori e quindi di liberarsi dalle gerarchie della Chiesa. I Paesi Bassi furono pionieri dell'attività borghese. Poi, gli inglesi presero tutto dagli olandesi: importarono il re, aprirono anch'essi una Borsa, crearono una banca centrale. Diventarono la New Holland. Lo spirito si estese poi all'America e immagino che, se non fosse successo, le forze della reazione avrebbero vinto. Mi spingo a dire che, senza i Paesi Bassi e l'Inghilterra, la Francia non avrebbe mai avuto una rivoluzione industriale, perché tutto era centralizzato, sottoposto ad autorizzazioni. Anche Italia e Germania non vissero i cambiamenti». Dopo le rivoluzioni liberali fallite del 1848, «si comincia a scrivere che il capitalismo è brutto, l'intellighenzia si schiera contro la borghesia, contro Voltaire e Thomas Paine e il libero mercato. Il Romanticismo, che dura ancora oggi, è servito ai conservatori per idealizzare il passato e alla sinistra per idealizzare la città futura: il nazionalismo, il razzismo, il marxismo, il socialismo, l'eugenetica vanno a dominare il pensiero. Nel XVIII secolo si scopre che, se liberi la gente, se lasci fare le persone e onori i loro risultati, il limite è il cielo. Nel XIX secolo si dice invece che quel che conta è la scienza, non le idee. È un conflitto: quando, nei Promessi sposi, Manzoni parla del rapporto tra controllo dei prezzi e carestia, è un liberale, scrive pagine da Adam Smith; ma, vent'anni dopo, Flaubert odia la borghesia».

L'incarnazione odierna di questi spiriti illiberali è nella tendenza a regolare tutto, a un paternalismo di Stato. Fino al 1995, Deirdre McCloskey era un uomo, Donald, poi ha cambiato sesso. Oggi scherza e dice di sentirsi, in opposizione al paternalismo di Stato, «una libertaria materna, e non avrebbe funzionato se fossi rimasta un ragazzo». Risultato: combatte battaglie attualissime. Di recente, è stata definita la più efficace economista anti-Piketty: ritiene che le teorie sulla diseguaglianza insita nel capitalismo, sostenute dall'economista francese Thomas Piketty, non stiano in piedi. «L'uguaglianza come questione etica dice è una sciocchezza. Etico è ridurre la povertà. Il gap tra poveri e ricchi non conta. Stabilire regole per diminuire le differenze non aiuta: il go per cento della riduzione della povertà deriva dalla crescita economica. E il dato di fatto è che, grazie alla libertà delle idee, alle innovazioni, alla middle class oggi siamo enormemente più ricchi. Anche nello spirito».

Dal Corriere della sera, 27 settembre 2014

Imprese Partecipate: “Tagliare è un dovere Servono solo a saziare la fame della politica”

A un liberale come lei, dottor Mingardi, pare giusto che le partecipate finiscano nel mirino?
«La risposta è sì. Anzi: era ora. Le prime denunce contro la proliferazione del cosiddetto “neosocialismo municipale” risalgono ai primi anni 2000. Nel frattempo il fenomeno si è solo allargato».

Queste aziende sono oltre 8 mila...
«Quante siano con esattezza non si sa.
Cottarelli si è basato sulla banca dati del Mef, ma egli stesso segnala che vi sono dei censimenti paralleli. Comunque si tratta di numeri importanti. Per dare l’idea, un Paese come la Francia, dove non vige certo un “liberismo selvaggio”, le partecipate sono un migliaio».

Com’è successo che noi ne abbiamo così tante?
«Perché la politica, non potendo più sfamarsi nelle grandi aziende pubbliche, quasi tutte privatizzate negli Anni 90, si è rifatta voracemente su scala locale».

E quale si stima che possa essere il valore economico di queste aziende?
«Sicuramente inferiore al valore delle attività produttive che si potrebbero sviluppare, se fosse lasciato campo libero alla concorrenza».

Secondo una scuola di pensiero, è buona cosa che certi settori dell’economia siano pilotati dalla politica...
«Non c’è dubbio che questa sia stata la giustificazione adottata per estendere la mano pubblica».

Lei invece considera tutte queste partecipate una patologia del sistema...
«Una doppia malattia. Anzitutto perché sono sottoposte al controllo diretto dei partiti. Tutti sanno che i consigli di amministrazione vengono spesso considerati dei vivai o dei pensionati dove piazzare persone “gradite”. E poi,..come conseguenza di questo controllo così ferreo, le aziende finiscono per rispondere a esigenze che non sono quelle dei cittadini».

Che cosa vogliono gli utenti?
«Desiderano i servizi migliori al costo più basso, dal momento che a conti fatti pagano loro. Invece le partecipate operano per loro stessa natura una distorsione delle finalità che, di solito, riflette le logiche e gli interessi della politica: cioè, mantenere il consenso. E ne derivano le degenerazioni i cui risultati sono ben noti alle cronache».

Il governo pare deciso a intervenire.
«Così sembrerebbe. Quantomeno in termini di “istigazione” all’efficienza attraverso alcune misure. La più importante prevede la possibilità di applicare anche per questo genere di imprese la normale procedura fallimentare».

Dove sta il pregio dell’innovazione?
«Alcune di queste aziende, come segnala Cottarelli, sono in profondo rosso. Venderle è quasi impossibile. Si fa prima e meglio a .chiuderle direttamente, e poi bandire una gara per la fornitura di quel servizio. Interessante è pure l’intenzione del governo, se confermata, di non calcolare il provento delle privatizzazioni ai fini del patto di stabilità interno: il che costituirebbe per i Comuni un incentivo a vendere».

Da La Stampa, 27 agosto 2014

Tassazione del digitale: no alla demagogia, sì alla concorrenza fiscale

La necessità d'intervenire sul regime tributario applicabile alle imprese digitali è data ormai per acquisita nel dibattito internazionale. Il nuovo Special Report dell'Istituto Bruno Leoni “La tassazione dell'economia digitale: una soluzione in cerca di un problema?” (PDF) discute le premesse e le conseguenze di tale opzione. 

Secondo Massimiliano Trovato, Fellow IBL e autore dello studio, «l'evidenza disponibile non conferma la narrativa di un'emergenza da contrastare: le aliquote medie sopportate dalle multinazionali digitali sono comparabili a quelle sostenute dalle imprese di altri settori, e il gettito della tassazione d'impresa nei paesi Ocse è cresciuto costantemente negli ultimi trent'anni – eccetto a ridosso della crisi».

Per Trovato, «nonostante le affermazioni contrarie, le proposte avanzate in materia introdurrebbero problematiche disparità di trattamento tra le imprese digitali e il resto dell'economia, travolgendo i principi del diritto tributario internazionale, e limitando fortemente la portata della concorrenza fiscale, a danno di tutti i contribuenti e dei consumatori».

«In un momento in cui discute molto di come favorire lo sviluppo del digitale in Europa», conclude Trovato, «occorrerebbe ragionare di misure che possano incentivare gli investimenti: l'inasprimento del carico fiscale del settore non è certamente tra queste».

Lo Special Report “La tassazione dell'economia digitale: una soluzione in cerca di un problema?” di Massimiliano Trovato è liberamente disponibile qui (PDF).

Commissioni interbancarie: buone intenzioni e cattivi risultati

Tra le iniziative legislative europee, è all'esame del Consiglio una proposta di regolamento per porre un tetto massimo alle commissioni interbancarie sui pagamenti elettronici. 

Lo Special Report “Il controllo dei prezzi sulle commissioni interbancarie” (PDF), di Todd J. Zywicki, Geoffrey A. Manne e Julian Morris, analizza gli effetti di una misura simile già adottata negli Stati Uniti, mostrando come essi siano ben lontani, se non opposti rispetto alle intenzioni del legislatore. 

Le scienze sociali non dispongono di metodi sperimentali rigorosi, ma la storia e la comparazione internazionale possono fornire utili indicazioni sull’impatto di una determinata misura di policy. Il regolamento attualmente in discussione in Europa presuppone che i benefici derivanti dalla riduzione delle commissioni interbancarie si propaghino dalle banche acquirer agli esercenti e da questi ai consumatori, attraverso una riduzione generalizzata dei prezzi di vendita; e ipotizza, inoltre, che ciò avvenga senza ripercussioni per i consumatori sull’altro versante del mercato – cioè, senza che le banche emittenti reagiscano in alcun modo al mutato scenario. L’analisi del caso americano, qui proposta, è utile a verificare la distanza tra gli obiettivi attesi e quelli verosimili.

Lo Special Report “Il controllo dei prezzi sulle commissioni interbancarie” (PDF), di Todd J. Zywicki, Geoffrey A. Manne e Julian Morris è liberamente disponibile qui (PDF).

Sanità: il Libro Bianco mette a rischio il modello lombardo

La Regione Lombardia ha diffuso, a luglio, un “Libro Bianco sullo sviluppo del Sistema Sanitario e Sociosanitario”, che dovrebbe definire le linee guida per un suo aggiornamento. Pur trattandosi di un documento poco preciso per tutto quel che riguarda gli interventi proposti, le linee di riforma in esso adombrate tuttavia preconizzano la sostanziale compressione di una delle caratteristiche centrali del modello lombardo in sanità: la concorrenza fra pubblico e privato, nella quale si esplica la libertà di scelta dei cittadini.

I contenuti del “Libro Bianco” sono analizzati in dettaglio nel Policy Paper “Quale futuro per la sanita` lombarda? Le proposte confuse del Libro Bianco” (PDF), a cura di Silvio Boccalatte, Fellow dell’Istituto Bruno Leoni.

Colpisce, sottolinea Boccalatte, che il Libro Bianco presenti un quadro fortemente positivo del “modello lombardo” per come si è realizzato negli scorsi anni, salvo auspicarne una radicale revisione. “Le premesse poste dallo stesso Libro Bianco non espongono un quadro tale da legittimare una riforma complessiva, incisiva e rivoluzionaria.”

“Le proposte del Libro Bianco”, spiega Alberto Mingardi, direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni, “paiono spingere la Lombardia verso una maggiore centralizzazione. Questa Regione ha sviluppato, dal 1997, una sanità d’eccellenza, proprio grazie alla competizione fra erogatori di diritto pubblico ed erogatori di diritto privato. Non è un sistema perfetto e sono molti i cambiamenti auspicabili: servirebbe, per esempio, molta più trasparenza. Ma bisogna prestare molta attenzione a che non vengano ridotti gli spazi di concorrenza, dal momento che essa ha assicurato buona qualità delle cure, una spesa più contenuta che altrove, e la libertà di scelta dei pazienti”.

Il Policy Paper “Quale futuro per la sanita` lombarda? Le proposte confuse del Libro Bianco”, a cura di Silvio Boccalatte è liberamente disponibile qui (PDF).

Il Premio Bruno Leoni a Mario Vargas Llosa

Ieri sera, durante la cena annuale dell’Istituto Bruno Leoni (che ha visto la partecipazione di 540 persone), è stato consegnato a Mario Vargas Llosa il premio “Bruno Leoni” 2014. Il premio “Bruno Leoni” 2014 è stato assegnato a Mario Vargas Llosa, per la sua elegante, imaginifica, sapiente opera di traduzione delle parole in immagini, delle immagini in simboli, e dei simboli in insegnamenti di libertà.
I romanzi di Mario Vargas Llosa, raccontando i rapporti di forza e sottomissione tra le persone, il quotidiano impegno a fronteggiare le costrizioni sociali, siano esse reprimende della morale comune o forme di violenza istituzionalizzata, hanno insegnato a tante persone cosa voglia dire la ricerca della felicità.

È noto l’impegno politico e civile di Mario Vargas Llosa per una società che trovi nella concorrenza, nella riduzione del potere politico, nell’impresa privata la via del benessere e della libertà, a partire dalla sua polemica contro la nazionalizzazione del settore finanziario, che lo condusse all’avventura per le presidenziali.
In una profonda integrazione tra vita e scrittura, memoria e fantasia, l’impegno di Vargas Llosa ci ricorda che la società perfetta non esiste, e che ogni tentativo di costruirla a tavolino è solo la via della tirannia e dell’«inferno».

Fra i precedenti vincitori del Premio “Bruno Leoni”, ricordiamo Vernon L. Smith, N. Nassim Taleb, Lord Nigel Lawson.

Orari dei negozi: dimezzare i giorni di chiusura obbligatoria non basta a riconoscere la libertà di impresa

La Commissione Attività produttive della Camera prosegue l’esame della proposta di legge che, nel ripristinare limiti di orari all’apertura dei negozi, cancellerebbe una delle poche e definitive – se non l’unica - liberalizzazioni avvenute negli ultimi anni in Italia, senza che sia chiaro l’interesse generale che giustificherebbe il ritorno indietro. Pur con le modifiche già introdotte rispetto al testo originario, l'Istituto Bruno Leoni ritiene che il progetto continui a integrare una violazione dei principi a tutela della concorrenza, come peraltro già segnalato dall'Antitrust in merito al progetto. 

 "Di certo - dichiara Serena Sileoni, vicedirettore generale dell'Istituto Bruno Leoni - l’obiettivo non può essere il rispetto per le festività nazionali: un emendamento approvato ieri dalla Commissione consente infatti ai singoli esercenti di derogare alla chiusura per un numero di giorni pari alla metà di quelli di chiusura obbligatoria. Se, quindi, i negozi possono scegliere di restare aperti in 6 dei 12 giorni festivi in cui dovrebbero essere chiusi, l’obiettivo di onorare le feste è automaticamente smentito.

"La dotazione di un fondo di 18 milioni di euro l’anno per le medio, piccole e micro imprese rivela invece la scelta, del tutto discrezionale, di proteggere una categoria di imprenditori sulla base di criteri quantitativi che nulla provano rispetto allo stato di salute del commercio e alla tutela dei consumatori.

Un ulteriore potere di intervento dei sindaci, l’obbligo di comunicazione per i negozianti che vogliono sfruttare la deroga anzidetta, l’introduzione di nuovi accordi territoriali mostrano infine un vero e proprio tic regolatorio di cui la politica soffre nell’irresistibile tendenza ad aumentare la burocrazia anche quando dice di volerla ridurre.

"La libertà di scegliere se, prima ancora che quando, essere aperti al pubblico è un aspetto intrinseco alla libertà degli esercenti e dei clienti di provare a venirsi incontro, di fronte alla quale tentativi come il ripristino degli obblighi di chiusura in alcuni giorni svelano una battaglia di retroguardia rispetto all’innovazione – si pensi al commercio elettronico, aperto 24 ore su 24 – e alla continua ricerca della soddisfazione del cliente."

Sugli orari dei negozi, l'Istituto Bruno Leoni ha appena pubblicato il Briefing Paper “Gli orari di apertura dei negozi: una regola che vale un principio” di Serena Sileoni (PDF).

Bene l'emendamento SEL perché non ci siano “libri più uguali degli altri”

Si apprende dalla stampa che alcuni deputati di Sel hanno presentato un emendamento al decreto cultura per equiparare l'IVA applicata agli e book, attualmente ordinaria al 22%, a quella dei libri tradizionali, ridotta al 4%. L'emendamento, che riproduce un'analoga proposta di legge di iniziativa parlamentare sempre di Sel, ripristina e anzi supera l'intenzione originaria del ministero della cultura di abbassare l'IVA sugli ebooks. Nella prima formulazione del decreto, infatti, l'imposta era ridotta al 10%, nel tentativo di un parziale allineamento all'IVA applicata ai libri cartacei.
"L'allineamento - sostiene Alberto Mingardi, direttore generale dell'Istituto Bruno Leoni - non può però che essere totale. L'IVA sugli ebooks va abbassata per un ovvio e semplice motivo di eguaglianza fiscale: "I Promessi sposi" restano sempre gli stessi, che siano impressi su un supporto informatico o su carta. Non c'è quindi ragione, in termini di equità, di trattare fiscalmente come beni diversi un libro cartaceo e lo stesso libro in formato elettronico"

Eresie via internet

Che cosa ha a che fare il nuovo premio Nobel Jean Tirole con la vecchia questione della rete Telecom? Direttamente non molto. Ma la crescita di Big Data crea in Europa problemi di regolazione; la crescita della quantità dei dati da trasmettere crea in Italia problemi di infrastrutture.
Il premio dato all'autore di teorie che servono per capire i primi, può essere stimolo a risolvere i secondi: prendendo di petto la questione della rete. Tirole è noto per la teoria dei mercati a due versanti; l'idea gli venne ragionando sul funzionamento del mercato delle carte dì credito. Chi le emette si colloca su una sorta di displuvio: raccoglie su un versante clienti a cui fa comodo non pagare in contanti e li convoglia sull'altro ai negozianti disposti a pagare qualcosa per soddisfare chi ha più desideri che contanti nel portafoglio. Stessa cosa con la televisione commerciale: il suo business è "vendere occhi agli inserzionisti". Tirole dimostra che nei mercati a due versanti non valgono le regole dei mercati tradizionali, in particolare per i profili di concorrenza: un maggior grado di concentrazione può avere effetti positivi sul benessere sociale. Fu quindi fuori luogo il giudizio di posizione dominante di Mediaset nel mercato pubblicitario; sbagliata la legge Gentiloni che voleva limitarne la raccolta al 45 per cento; senza motivo la polemica contro il famoso Sic della legge Gasparri.

Su internet fioriscono mercati a due versanti. Google spende moltissimo per indicizzare il web, sviluppare gli algoritmi di ricerca, gestire giganteschi centri di calcolo, mentre aggiungere un cliente ha un costo infinitesimo; il cliente quindi non paga nulla, ma accresce la dimensione della base, la quantità di informazioni, che Google può vendere sull'altro versante. "Se non paghi per il prodotto - si dice - sei tu il prodotto". Apple vende iPhone ai clienti e incamera il 30 per cento del prezzo lordo delle app vendute da AppStore; adesso, facendo del nuovo iPhone uno strumento di pagamento, si vede riconoscere dalle banche lo 0,15 per cento dell'importo di ogni transazione. Mail e sms, voce e dati, film e libri, le infinità delle app e il nascente fiume dell'intemei delle cose", tutto il traffico nasce da mercati a due versanti. Le reti non sono né su un versante né sull'altro, ma tutto passa di lì. A Tirole va il premio per la teoria dei mercati a due versanti, a noi resta il problema della rete di Telecom.

Eppure tutto questo traffico aumenta la richiesta di connettività. Lo sviluppo di internet fa crescere il valore delle reti esistenti, quello che resta dei vecchi monopoli aumenta di pregio. Le aziende chiedono servizi affidabili e qualità, back up, cloud, videoconferenze, i produttori di contenuti cercano canali preferenziali per accedere ai clienti. Per chi dispone di una rete, vendere connettività di qualità e accessi capillari dovrebbe essere un'interessante opportunità di business. Certo, un business con i suoi problemi: la scelta della tecnologia, la selezione degli investimenti, il modo di finanziarli, come garantire il principio delle neutralità della rete, che è stato importante per lo sviluppo di internet. Ma da noi le soluzioni si inchiodano su questioni arrugginite: recriminiamo per il passato di Telecom, ci lamentiamo per il futuro con Telecom. Partiamo dai punti fermi. Punto fermo è che non ha senso separare rete fisica da rete software, la separazione rende più complicate e lente le decisioni di investimento.

Punto fermo è difendere la rete dalle censure politiche: certo, la Cina è lontana, ma i governi sono interventisti per definizione, quindi meglio se il pubblico non entra nella proprietà, per dare il buon esempio agli altri ed evitare tentazioni a noi. Altra cosa è la net neutrality intesa come proibizione di vendere a prezzi differenziati connettività diverse per caratteristiche di velocità, precedenza, sicurezza. Questo deve invece essere consentito, e non solo per ragioni economiche: il successo di internet nel disintermediare funzioni che sembravano granitiche, deriva proprio dall'avere sostituito la personalizzazione del market of one dove prima imperava la rigidità del one size fits all.

Quanto a Telecom, può darsi che sia stata una privatizzazione fatta male; può darsi che l'indebitamento della doppia scalata a debito le abbia messo piombo nelle ali; può darsi che c'entri anche una generale ritirata del nostro capitalismo. Ma punto fermo è che gli obbiettivi di mantenere il controllo nazionale, sviluppare la rete, conservare la partecipazione brasiliana, non sono raggiungibili tutti insieme. Imponendocelo, siamo caduti in una impasse strategica: bisogna cedere qualcosa.

Questo qualcosa è il Brasile. Tim Brasile non è più il tassello di una strategia, è solo la testimonianza di un'ambizione: anche se un po' meno di ieri, ha ancora una buona valutazione, la si venda. Liberati dall'ossessione del debito, si esca da questo imbroglio di scorpori di dubbia legittimità, di fusioni di incerta utilità, di governante di scarsa funzionalità. Telecom è la sua rete, si concentri a trarre profitti dalla vendita di connettività. Gestire la rete è sempre stato il suo mestiere, lo riaffermi con risolutezza, il paese adegui la propria valutazione dell'azienda e del settore a questa realtà: quella della rete nei mercati a due versanti studiati dal Nobel Tirole.

Ps. Perché dovrebbe essere tabù anche vendere il marchio e le attività commerciali di Tim, impegnandosi contrattualmente a fornire la connettività di cui ha bisogno? Per oggi, fermiamoci qui, un'eresia per volta.

Da Il Foglio, 22 ottobre 2014
Twitter: @Fdebenedetti

Più succo nell'aranciata. La rivolta dei produttori

La decisione era nell'aria da più di un anno ma ieri il Parlamento, con il parere favorevole del Governo, ha approvato definitivamente un nuovo vincolo su alcune bibite, tra cui le «aranciate», applicabile a chi produce in Italia. La nuova norma prevede che le aranciate contengano almeno il 20% di succo (prima il limite massimo era il 12%) con l'obiettivo evidente di favorire gli agricoltori e i produttori italiani di agrumi. Non a caso è stata Coldiretti a esultare maggiormente per questa vittoria.
Di contro, però, la decisione solleva le proteste di Assobibe, l'associazione di Confindustria che rappresenta i produttori di bevande analcoliche. «La scelta di discriminare e penalizzare la produzione made in Italy attacca il presidente di Assobibe, Aurelio Ceresoli rimane incomprensibile per tutte le aziende che producono, investono e creano occupazione in Italia. Un caso di autolesionismo, anziché di tutela delle industrie nazionali e dei loro lavoratori.

C'è da riflettere su uno Stato che impone una ricetta in maniera arbitraria e vieta la produzione in Italia di aranciate apprezzate da decenni, senza alcuna evidenza scientifica o motivi di tutela della salute dei consumatori. In questo modo si rischia di vanificare investimenti significativi realizzati in Italia nel corso degli ultimi decenni e condizionare anche quelli futuri».

Anche l'Istituto Bruno Leoni, qualche mese fa, aveva divulgato uno studio secondo il quale l'aumento della percentuale di frutta contenuta nelle bevande analcoliche avrebbe indotto molte di loro a negoziare prezzi più vantaggiosi con venditori stranieri meno cari, per esempio gli spagnoli e i nordafricani. Inoltre, non è escluso che le stesse imprese italiane trovino più conveniente delocalizzare i propri impianti in altri Paesi europei dove non sarebbero sottoposte agli stessi vincoli.
In base alla nuova legge, infatti, l'aranciata deve contenere il 20% di frutta soltanto se si produce in Italia, se invece la bibita arriva da qualsiasi Paese appena fuori dai nostri confini, resta valido il vecchio 12%. «Non è vero, né dimostrabile aggiunge Ceresoli che l'aumento al 20% si tradurrà automaticamente in un maggior impiego di forniture di succo solo italiano. Infatti più si indebolisce la quota di mercato di bibite made in Italy a favore di quelle prodotte all'estero, minori saranno le forniture di succo italiano».
Con il rischio concreto che le arance si rivelino molto amare per i coltivatori italiani.

Dal Corriere della sera, 22 ottobre 2014

Sette anni in recessione. Come tornare a crescere?

Come tornare a crescere? ...Ecco una domanda sulla quale i politici hanno le idee più confuse di quanto sembra, altrimenti non saremmo al settimo anno di recessione. Più facile dire come, sicuramente, non torneremo a crescere.

Per esempio, limitando le occasioni di scambio fra persone. Se ci pensate, il genio dei "giganti" del web è stato proprio questo: fare "mercato", rendere possibili transazioni e compravendite che altrimenti non sarebbero avvenute. Ha cominciato eBay, con il suo sistema di feedback su venditori e acquirenti, che riesce a ricreare fra estranei quella fiducia reciproca tipica delle relazioni -faccia a faccia". Poi è venuto Google, formidabile pubblicitario alla portata di aziende che, con internet, hanno scoperto di poter raggiungere consumatori in tutto il mondo. Il fatto che Amazon sia la più grande libreria del pianeta non le impedisce di offrirsi come intermediario a negozi infinitamente più piccoli, ma il cui apporto è fondamentale, perché davvero non ci sia libro, anche esaurito da anni, a cui i suoi utenti non possano arrivare. E in Italia, che facciamo?

Una nuova legge, che ha consenso bipartisan, vorrebbe obbligare i negozi a dodici giorni di chiusura l'anno: incluso dicembre, quando tutti andiamo a comprare i regali di Natale. L'idea è salvare il piccolo commercio -proteggendolo- dalla grande distribuzione, adesso che il web è diventato un emporio aperto ventiquattro ore su ventiquattro. Serve impedire agli italiani di andare all'Ikea nei giorni di festa per salvare i mobilifici tricolori? Sicuramente renderà un po' più complicato comperare un divano: obiettivo alla portata del legislatore, diversamente dal farci uscire dalla crisi.

Da 360Com, 22 ottobre 2014